44-43 a.C.


ROMA DOPO LA MORTE DI CESARE - MARC'ANTONIO

ROMA DOPO LA MORTE DI CESARE - LA PACE DEL 17 MARZO - I FUNERALI DEL DITTATORE - MARC'ANTONIO E GLI ATTI DI CESARE - DISTRIBUZIONE DELLE PROVINCE
-----------------------------------------------------------------------------------

ROMA DOPO LA MORTE DI CESARE

Quando si sparse per la città la grave notizia della morte di Cesare e com'era avvenuta, Roma rimase sbigottita. Molti, amici e sostenitori furono presi da panico, temendo le vendette, come al tempo di Mario e di Silla; ora si sarebbero scatenati i pompeiani.
Ma anche i congiurati, e i loro sostenitori, non è che stavano meglio; quanto sarebbe durato lo sbigottimento, i timori, la commozione prima dello scoppio di una terribile guerra civile? Che questa ci sarebbe stata era già stata messa in conto; ma quando sarebbe scoppiata? Nella stessa giornata, il giorno dopo? E chi l'avrebbe incoraggiata e scatenata? Il Popolo, i cesaridi?
Inoltre c'era l'incognita dell'esercito.
Lo sbigottimento a Roma era così profondo, che i partigiani del defunto dittatore, numerosissimi, non osarono nemmeno protestare, ma i più accorti temendo per la propria vita, cercarono scampo nella fuga o si asserragliarono in casa evitando di farsi vedere in giro. E in giro l'aria si era fatta molto pesante. Nella propria casa si rifugiò pure MARC'ANTONIO preparandosi ad una strenua difesa. Fra le milizie accampate fuori della città, cercò invece un riparo sicuro EMILIO LEPIDO.

Passarono le ore, l'intera giornata, ma le vendette che i cesariani temevano non avvennero, tumulti popolari nemmeno, l'esercito in stallo. I congiurati avevano voluto eliminare quello che consideravano tiranno per richiamare in vita le libertà repubblicane e non intendevano, perseguitando i sostenitori del morto, iniziare una guerra civile dalla quale sapevano che non sarebbero riusciti vittoriosi. Questa guerra anzi cercavano di evitare perché non si erano preparati e tentavano nel medesimo tempo di ottenere dalla cittadinanza l'approvazione del loro operato e di volgere in proprio favore l'opinione pubblica gridandosi restauratori della libertà.
Ma la speranza da loro accarezzata, di suscitare l'entusiasmo del popolo e di procacciarsi i consensi e gli appoggi dei più influenti personaggi di Roma durò meno di un giorno. Soltanto CORNELLO DOLABELLA, nemico di MARC'ANTONIO, e il pretore LUCIO CORNELIO CINNA si schierarono apertamente dalla parte dei congiurati; la maggior parte dei senatori e dei cavalieri rimase spettatrice con tanti dubbi e il popolo non si lasciò commuovere e trascinare dai discorsi di BRUTO e di CASSIO, i quali, dopo l'assassinio si erano recati nel foro a giustificare i motivi dell'uccisione.
Quel giorno stesso i congiurati si accorsero che le simpatie della cittadinanza non erano per loro e, temendo che la folla, cessato lo sbigottimento, assumesse un atteggiamento ostile, si ritirarono nel Campidoglio e vi posero a guardia i loro servi e i loro schiavi.
Non fu questa un'inutile misura di precauzione. Ai cesariani erano bastate poche ore per rendersi esatto conto della situazione e questa non era favorevole a Bruto, a Cassio e ai loro adepti. Il popolo non odiava Cesare, non lo aveva mai ritenuto un tiranno; non era facile - e già si era visto - fargli prendere le difese degli assassini; Roma era piena di veterani, accorsi da ogni parte per salutare Cesare prima che partisse per l'Asia contro i Parti, e questi veterani, affezionatissimi al loro glorioso generale, non potevano non vendicarne la morte; un forte contingente di milizie stazionava sotto le mura della città agli ordini di Lepido e a questo non sarebbe riuscito difficile d'avere ragione delle sparute forze di cui disponevano i congiurati, la cui ritirata nel Campidoglio era una palese ammissione della loro debolezza.
Per tutti questi motivi i cesariani, cessata la paura, stabilirono di agire.

Ad un'assemblea dei più influenti tra i partigiani di Cesare intervennero MARC'ANTONIO ed EMILIO LEPIDO. Era d'avviso quest'ultimo che bisognava con le armi soffocare il moto dei congiurati; Marc'Antonio però si oppose alla proposta di Lepido, temendo, e non a torto, che questi, come capo delle truppe, acquistasse, più degli altri a Roma, prestigio e potere, e sostenne invece il parere di AULO IRZIO, il quale proponeva che si giungesse ad un accordo con i congiurati, evitando in tal modo la guerra civile. Prevalse la proposta di IRZIO, e MARC'ANTONIO, in qualità di console, convocò per la mattina del 17 marzo nel tempio di Telluri, il Senato, perché stabilisse quali misure di ordine pubblico bisognava prendere. Nel medesimo tempo, con un fare conciliante, invitò i congiurati ad intervenire all'assemblea assicurando loro l'incolumità.
Ma i congiurati rimasero nel Campidoglio e il pretore CINNA, che volle recarsi al tempio, riconosciuto dai veterani che minacciosi gremivano le adiacenze, fu accolto a sassate e a stento riuscì riparare in una casa vicina, aiutato dai soldati di Lepido.

La seduta fu piena di tensione e anche tempestosa, non essendo cosa facile prendere delle decisioni che potevano soddisfare contemporaneamente i cesariani, i conservatori e il gruppo dei congiurati.
I primi avrebbero voluto che s' istruisse un processo contro gli autori dell'assassinio di Cesare, gli altri invece sostenevano che il processo non doveva aver luogo e volevano che il Senato dichiarasse il morto, reo di tirannide. Ma, a parte l'opposizione dei cesariani, una decisione nel senso voluto dai conservatori anziché la conciliazione avrebbe prodotto malcontento e disordine provocando logicamente l'annullamento delle leggi di Cesare e la rielezione dei magistrati. Annullamento delle leggi voleva dire -questo era l'aspetto più temuto- togliere ai veterani tutti i benefici loro concessi dal dittatore.

La seduta sarebbe riuscita infruttuosa se Cicerone non avesse proposto di dimenticare il passato e di lasciar le cose come stavano; e poiché fuori i veterani tumultuavano, fu subito fatto uno speciale decreto che li assicurava della sorte delle colonie dedotte o da dedursi.
Dall'assemblea del 17 marzo venne fuori un senato consulto che accontentava tutti, in forza del quale nessun processo doveva esser fatto contro gli uccisori del dittatore e, per il bene della repubblica, erano approvati e continuavano ad aver valore gli atti di Cesare.
Era una conciliazione fittizia e poco duratura. In sostanza rimaneva insoluto il conflitto e nessun poteva prestare fede ad una pace alla quale si era giunti con una formula artificiosa, nella quale nessuna condanna era data all'operato dell'ucciso, e nessuna pena o giustificazione agli uccisori.
In apparenza la vittoria era dei conservatori, che si illudevano di avere ripristinata l'autorità del Senato; in effetti era di Marc'Antonio la vittoria -se così si può chiamare- per avere scongiurata la guerra civile (e per questo fu ringraziato); così rimase al governo dello Stato e a capo della parte cesariana.
Ma Marc'Antonio non era contento dei risultati conseguiti. Uomo astutissimo, aveva evitato che Lepido (che voleva subito agire con le armi delle milizie) avesse sopra di lui il sopravvento, e si era con poca fatica ingraziato il partito dei conservatori con lo scopo di tenerli a bada; e aveva per il momento allontanata dal proprio capo l'ira dei congiurati. Ora meditava un colpo con il quale era sicuro di sbarazzarsi degli autori della congiura, dei capi conservatori e di accrescere e consolidare il suo potere. Era finalmente la sua occasione. E il colpo gli riuscì pienamente il 20 marzo, in occasione dei funerali di Cesare.
Già era stato reso pubblico il testamento dell'ucciso e il popolo aveva capito che perdita rappresentava per lui la morte dell'uomo che gli altri accusavano come tiranno.
Cesare lasciava erede di tre quarti dei suoi beni il nipote GAJO OTTAVIO (che in quel momento era assente da Roma) e delle rimanenti sostanze LUCIO PINARIO e QUINTO PEDIO: al popolo romano lasciava i suoi orti di Trastevere e ad ogni cittadino povero la somma di trecento sesterzi. Inoltre adottava come figlio il nipote, il suddetto Ottavio.
La generosità di Cesare aveva profondamente commosso il popolo ed erano stati preparati funerali imponenti.
Il corteo partì dalla casa dell'ucciso, tra le strazianti grida della vedova Calpurnia. Il ricchissimo feretro, sorretto da magistrati, circondato da persone che avevano coperto cariche pubbliche e seguito da una moltitudine infinita di popolo e di veterani, fu portato nel foro e deposto davanti ai rostri.
Furono celebrati in modo solenne i ludi funebri, poi MARC'ANTONIO salì sulla tribuna per tessere l'elogio del dittatore. Per mostrare quanto indegna fosse stata la condotta del Senato, egli lesse i decreti che i senatori avevano votato in diversi tempi in onore di Cesare e la formula del giuramento con cui s' impegnavano di difenderlo proclamando la sua inviolabilità, indi ricordò le imprese dell'uomo che era caduto sotto il pugnale di quei medesimi uomini che aveva beneficati e da ultimo mostrò alla folla i pugnali che avevano colpito Cesare e la sua toga insanguinata lacerata dalle ventitre pugnalate.
Furono discorsi teatrali altamente drammatici, con tanta retorica, accusando gli assassini; "qui colpì Cassio, qui inferse Bruto, qui affondò il pugnale Casca…", ed infine mostrò alla folla il bel corpo esanime di Cesare solcato dalle fatali pugnalate.

Alle parole di Antonio e alla vista della toga e del cadavere, il popolo si levò a tumulto; con i mobili sottratti ai vicini tribunali fu eretto un rogo nel foro su cui fu messa a bruciare la salma; le matrone buttavano in mezzo alle fiamme i loro monili, i veterani le loro armi, gli artisti le vesti che avevano indossate per i ludi. Anche le corone e i doni funebri, numerosissimi, servirono ad alimentare il rogo. S'imprecò agli uccisori, si corse a dar fuoco alla casa del senatore LUCIO BILLIENO e si tentò d'incendiare quelle di Bruto e di Cassio; Elvio Cinna, scambiato dai veterani forestieri per Cornelio Cinna, fu preso e fatto a pezzi; il popolo infuriato percorse le vie di Roma, distruggendo ed uccidendo, e gli autori della congiura dovettero abbandonare precipitosamente la città per scampare alla collera popolare.

Il giorno dopo, le ceneri di Cesare furono raccolte e, deposte sopra un altare, furono venerate come cose divine. Sul luogo dove era stato acceso il rogo vegliarono per parecchie notti gli Ebrei, memori dei privilegi che Cesare aveva dati ai loro correligionari di Alessandria.
Così, dopo appena quattro giorni, la pace, che il Senato si era illuso di dare ai contendenti, finiva e si riaprivano le contese.
Con l'astuzia MARC'ANTONIO aveva ottenuto quanto Lepido avrebbe potuto ottenere con la violenza. Anzi aveva ottenuto qualche cosa di più. Gli autori della congiura che il senatoconsulto del 17 aveva voluto salvare, erano stati quasi tutti cacciati dalla furia popolare e con loro i più accesi conservatori; Lepido, che poteva diventare il padrone della situazione, era passato in seconda linea, gli atti di Cesare rimanevano validi per decreto del Senato ed Antonio che otteneva di colpo le simpatie del popolo e dei veterani era venuto in possesso delle carte del dittatore, le quali in sua mano costituivano uno strumento molto efficace di potenza. Nonostante questi risultati ottenuti, Antonio capiva di non essere sufficientemente forte per tener testa con sicurezza di successo al Senato e al partito dei repubblicani. Continuò quindi ad agire con prudenza ed astuzia. Per non crearsi un nemico, che poteva essergli pericoloso, strinse cordiali rapporti con DOLABELLA, il quale, temendo che Antonio volesse contrastargli il consolato che Cesare gli aveva assegnato, si era, subito dopo l'assassinio del dittatore, schierato con i congiurati; per non mettersi troppo presto in urto con il Senato, sdegnato dell'agire di Antonio in occasione dei funerali di Cesare. Antonio d'accordo con il collega Dolabella propose l'abolizione della dittatura e la proposta, approvata, gli fruttò lodi e ringraziamenti da parte dei senatori; per mascherare le sue mire ambiziose e dissipare i sospetti che i repubblicani nutrivano sul suo conto, a Lepido, che aveva il governo della Provincia Narbonese e della Gallia Citeriore, fece dare pieni poteri perché trattasse con Sesto Pompeo. Questi, partito Cesare dalla Spagna, era disceso dai Pirenei, si era rifugiato nei dintorni e, raccolti i resti del suo esercito, aveva invaso la Provincia Ulteriore.

Per mezzo di Lepido gli si promise il ritorno in patria e un'indennità per compensarlo dei beni confiscati. Ad Antonio ora occorrevano denari, amicizie ed armati che potessero sostenerlo per il conseguimento dei suoi scopi. Denari ed amicizie non gli fu difficile procacciarsene. Da Calpurnia si fece consegnare, oltre le carte, quattromila talenti che Cesare teneva da parte; e il tesoro pubblico depositato nel tempio di Opi, che assommava a settecento milioni di sesterzi, lo fece trasportare in casa sua. Con questi denari pagò i numerosi ed ingenti debiti che aveva contratto. Delle carte del dittatore si servì per procurarsi altri denari ed amicizie. Nessuno sapeva quali e quanti fossero gli atti di Cesare. Il Senato senza neppure conoscerli li aveva con il decreto del 17 marzo dichiarati esecutivi.

Accortosi dell'errore che aveva commesso il Senato cercò di rimediare chiedendo di controllare l'autenticità degli atti, ma Antonio si oppose e dal popolo si fece conferire con plebiscito ("de aetis Caesaris confirmandis") la facoltà di pubblicare le "leges Juliae" e di porle in esecuzione.

Fra queste leggi una concedeva il ritorno in patria a quei fuorusciti che non avevano beneficiato dell'amnistia dell'anno 45, un'altra accordava la cittadinanza romana ai Siciliani, una terza riconsegnava a Deiotaro la piccola Armenia che Cesare gli aveva sottratta nel 48.

Non tutti gli atti che Antonio tirava fuori erano certamente genuini. Apocrifo senza dubbio era quello che riguardava Deiotaro, il quale - se dobbiamo prestar fede a Cicerone- avrebbe promesso ad Antonio dieci milioni di sesterzi per rientrare in possesso di quella regione.

Antonio e la moglie Fulvia furono accusati di far traffico degli atti autentici del dittatore e dei non pochi apocrifi; e l'accusa non dovette essere infondata pur essendo esagerati i guadagni che da questo mercimonio si attribuivano ad Antonio, nella cui casa si narra che il denaro non si contava più, ma si pesava. Facendo credere inoltre di eseguire le ultime volontà del dittatore, Antonio procedette lui alla nomina di parecchi senatori e dei magistrati per gli anni 43 e 42, e questo gli fruttò altri denari ed altre amicizie sulle quali contava di fare grande assegnamento.
Poi rivolse le sue cure ai veterani che dovevano costituire un elemento importantissimo della sua potenza. A molti di loro non erano state ancora distribuite le terre promesse. Antonio ottenne con una legge di sistemare questi veterani nelle colonie dell'Etruria, del Sannio e della Campania e nella seconda metà d'Aprile - fatto sopprimere un certo Erofilo, sedicente nipote di Mario, che provocava tumulti - parti per l'Italia meridionale per distribuire le terre ai veterani. In Campania dedusse la colonia di Casilino, alla quale assegnò una parte del territorio captano, e per quasi un mese si tenne in contatto con i veterani di quella regione ai quali fece giurare di difendere gli atti di Cesare e consigliò loro di tenere sempre pronte le armi.

Verso la metà di maggio ANTONIO fece ritorno a Roma, seguito da molte migliaia di veterani. Forte del loro appoggio, pensò di consolidare la sua posizione e di indebolire quella del Senato e dei congiurati, consigliato anche dal contegno di DECIMO BRUTO, il quale, durante la sua assenza, si era recato nella Gallia Cisalpina, il cui governo gli era stato assegnato da Cesare, ed ora vi raccoglieva soldati allo scopo di difendere la propria fazione la quale aveva molte possibilità di riscossa.
Infatti, secondo le assegnazioni delle province fatte da Cesare, MARCO BRUTO doveva andare nel 43, in qualità di propretore, al governo della Macedonia e CASSIO a quello della Siria. Nella Macedonia Bruto avrebbe trovato sei Legioni, preparate da Cesare per la guerra contro i Parti. Queste milizie e quelle che nella Cisalpina andava raccogliendo Decimo avrebbero costituito una gravissima minaccia per il partito cesariano.

Senza perder tempo Antonio fece dai comizi assegnare a Cassio la Cirenaica e a Marco Bruto, Creta; ottenne per Dolabella il governo della Siria, e per sé quello della Macedonia con il comando delle sei legioni che vi si trovavano.
Ottenuto tutto questo, ordinò che le legioni della Macedonia, guidate da uno dei suoi fratelli, che era pretore (un altro era tribuno della plebe), partissero subito per l'Italia, poi (giugno) fece votare una legge la quale assegnava ai consoli il governo delle loro province per un quinquennio e, infine, quando seppe che le legioni erano approdate a Brindisi, propose ai comizi e ottenne che, invece della Macedonia, gli fosse data la Gallia Cisalpina e il governo della Transalpina.
Per ricompensare il popolo, Antonio propose una legge, con la quale veniva rimessa nei tribunali una decuria di centurioni, e un'altra che stabiliva l'appello ai comizi nei crimini di violenza e di lesa maestà.

L'audacia di Antonio cresceva di giorno in giorno e niente contro di lui poteva o sapeva fare il Senato. C'era in quest'ultimo un vivissimo desiderio di veder chiaro negli atti di Cesare e verso la fine di maggio decretò che una commissione insieme con i consoli esaminasse le carte del defunto dittatore; ma era troppo tardi.

E pari all'impotenza del Senato era l'inazione dei congiurati e dei capi del partito conservatore. BRUTO e CASSIO se ne stavano fuori di Roma; avevano sciolta la guardia repubblicana fornita loro dai municipi, esprimevano desiderio di pace e inviavano ad Antonio deboli proteste per il concentramento che si faceva nella metropoli di veterani armati. Molti erano le lamentele, ma nessuno aveva il coraggio di ricorrere a mezzi energici e lo stesso Senato, facendo inconsciamente il gioco di Antonio, metteva Bruto e Cassio a capo dell'annona incaricandoli di recarsi il primo in Asia, l'altro in Sicilia.
Ma i due congiurati vollero rimanere nella penisola e tentarono di provocare dimostrazioni in loro favore. Con grande solennità in onore e a spese di Bruto furono celebrate a Roma le feste di Apollo e il popolo applaudì, ma poi tutta la situazione rimase invariata; e la posizione di Antonio si sarebbe rafforzata ancor di più se sulla scena politica non fosse comparso un uomo cui nessuno fino allora aveva mai pensato: Cajo Ottavio.

Prosegui con il capitolo OTTAVIANO…

Fonti, Bibliografia, Testi, Citazioni: 
TITO LIVIO - STORIE (ab Urbe condita)
POLIBIO - STORIE
APPIANO - BELL. CIV. STORIA ROMANA
DIONE CASSIO - STORIA ROMANA 
PAOLO GIUDICI - STORIA D'ITALIA 
UTET - CRONOLOGIA UNIVERSALE
I. CAZZANIGA , ST. LETT. LATINA, 
+ altri, in Biblioteca dell'Autore

PROSEGUI CON I VARI PERIODI