CESARE IN GALLIA - SUL RENO - VERCINGETORIGE

LA GALLIA TRANSALPINA - CAUSE DELLA GUERRA GALLICA - ARIOVISTO E I GALLI - MIGRAZIONE DEGLI ELVEZI - CESARE NELLA TRANSALPINA - VITTORIA ROMANA A BIBRACTE - SCONFITTA DI ARIOVISTO - RIVOLTA DEI BELGI - CESARE SOTTOMETTE LA GALLIA BELGICA - BATTAGLIA DELLA SAMARA - RIVOLTA DELL'ARMORICA - I TENCTERI E GLI USIPETI - PRIMO PASSAGGIO DEL RENO - CESARE OLTRE LA MANICA - SECONDA SPEDIZIONE IN BRITANNIA - AMBIORIGE - SECONDO PASSAGGIO DEL RENO - VERCINGETORIGE - TATTICA DEI GALLI - ASSEDIO E PRESA DI AVARICO - LABIENO - ASSEDIO DI ALESIA - ARRIVO DI VERGASILLAUNO - BATTAGLIA DI ALESIA - RESA DI VERCINGETORIGE - FINE DELLA GUERRA GALLICA
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LA GALLIA - PRIME VITTORIE SUGLI ELVEZI E SUI GERMANI

Prima di narrare gli anni di quella guerra civile che sta scatenando CESARE e POMPEO, è necessario tornare indietro e raccontare le vicende gloriose e drammatiche, di un'altra guerra, senza la quale Cesare non avrebbe acquistato quel prestigio e quella forza che dovevano farlo diventare padrone della Repubblica. La guerra della conquista della Gallia.

Questa guerra è quella che procurò a Roma il dominio della Gallia Transalpina.
La regione che va sotto questo nome era limitata ad occidente e a settentrione dall'Oceanus Atlanticus, dall'Oceanus Britannicus e dal Fretum Gallicum; ad oriente dal corso del Reno e dalle Alpi occidentali; a mezzogiorno dalla catena dei Pirenei e dal Sinus Gallieus, comprendeva la Francia, la Svizzera, il Belgio e i paesi Bassi ed era abitata dalle tre grandi famiglie dei Celti, dei Belgi e degli Aquitani.
Una parte di questa regione, confinante con l'Aquitania, i Pirenei, il "Mare Internum" le Alpi, 1'Helvetia e la Gallia Celtica, era già in potere dei Romani e costituiva la Provincia Narbonese; tutto il resto era libero.

Numerosi e frequenti erano i rapporti tra i Romani della provincia e la Gallia indipendente, rapporti di commercio soprattutto, perché il paese era ricco e l'agricoltura vi era sviluppata e comode erano le vie di comunicazione, specie le fluviali, né le popolazioni erano prive di una certa civiltà. Queste, infatti, vivevano in villaggi e in città murate, già esercitavano un attivo commercio con le isole britanniche; la loro costituzione politica era abbastanza progredita e la religione, sebbene non disdegnasse i sacrifici umani, era regolata da leggi ed amministrata da sacerdoti, i DRUIDI, che formavano una casta potentissima.
I motivi che indussero CESARE a chiedere il governo della Gallia non si devono ricercare, come alcuni storici hanno fatto, nel proposito di procacciarsi denaro, uomini e gloria, coefficienti principali semmai delle successive lotte per il primato nella Repubblica. Cesare da un canto voleva un governo che non l'obbligasse a rimaner troppo lontano da Roma, la cui vita politica intendeva diligentemente sorvegliare; dall'altro, per essere lui già stato due volte nella Spagna, aveva avuto notizie, dai commercianti della Narbonese, della ricca regione gallica ed aveva capito quanto più importante di quello della penisola iberica fosse il possesso della vicina Gallia.

I motivi che spinsero Roma a permettere a CESARE la conquista della Transalpina vanno invece ricercati nella necessità di render sicure le frontiere della Provincia Narbonese e, per quanto ne dica il contrario qualche storico, di parare la minaccia gravissima delle popolazioni germaniche.
Cesare ritardò solo di qualche secolo, l'invasione in Italia dei "barbari". Già con i Cimbri - e lo abbiamo visto nelle precedenti puntate- il pericolo di un insediamento nella pianura Padana, dalla Carnia fino a Vercelli, era già reale.

Dopo la disfatta ai Campi Raduni dei Cimbri, pochi anni dopo, iniziarono altri tentativi a sud di valicare le Alpi, ad ovest di passare il Reno, ad est di passare il Danubio; e le migrazioni da nord verso sud non solo erano numerose, ma erano imponenti, interi popoli si muovevano da una regione all'altra, cercando pascolo brado, insediamenti fertili, climi migliori.

Abbiamo detto sopra che nella Gallia Transalpina, era già in potere dei Romani la Provincia Narbonese. Ma proprio le frontiere della Narbonese, da qualche tempo correvano il pericolo di essere oltrepassate dagli Elvezi che stavano iniziando una migrazione in massa.
Anche gli Elvezi, erano un'antica popolazione celtica stanziata tra l'odierna Svizzera e la Germania. Erano divisi in tante tribù, una delle quali si era unita ai Cimbri durante la loro invasione nel 111 a.C. (anni in cui erano riusciti ad occupare territori dalla valle del Rodano fino al Norico e Carnia).
Ma in questi anni, la minaccia più consistente, sia per gli stessi Elvezi, sia per la Narbonese era rappresentata dai Germanici e dal contegno di un loro principe svevo di nome ARIOVISTO.

Ecco quali erano le condizioni della Transalpina quando Cesare assunse il governo della Provincia Narbonese, della Cisalpina e dell' Illiria. Gli Arverni e i Sequani, cui gli Edui ostacolavano la navigazione sul Liger e sull'Arar si erano alleati contro il comune nemico ed avevano chiesto l'aiuto del re svevo Ariovisto, che intervenuto nel 61, aveva sconfitto gli Edui, ma in compenso aveva reclamato un terzo del territorio dei Sequani, i quali rifiutarono; poi di fronte alla minaccia dell'invadente popolo germanico si erano rappacificati con gli Edui ed avevano con questi ultimi deciso di far guerra ad Ariovisto.
Ma sull'Arar ai due alleati toccò una grave sconfitta, ed impotenti a fronteggiare 1'imponente invasione sveva avevano inviato a Roma il loro re DIVIZIACO ad invocare il soccorso della Repubblica.

Anche gli Elvezi, che abitavano la zona già accennata sopra, impauriti dalla vicinanza degli Svevi dopo quelle vittorie sugli Edui e Sequani, avevano deciso di lasciare il proprio paese e, bruciati quattrocento villaggi, si accingevano ad emigrare nel territorio dei Santoni, attraversando le terre degli Allobrogi appartenenti alla Narbonese.
Roma, alla notizia dell'emigrazione degli Elvezi, il cui numero ascendeva a trecentosessantottomila persone di cui novantaduemila in grado di combattere, accolse la domanda di Diviziaco. Fu forse per questa situazione minacciosa alle frontiere della provincia gallica che il Senato diede il governo a Cesare, oltre la Cisalpina e l'Illiria, con l'aggiunta di una legione.

Quando Cesare si recò nella Narbonese non disponeva che di questa sola legione e gli Elvezi si erano radunati alle rive del lago Lemano per iniziare da quel punto non una guerra ma la loro migrazione nei territori ancora liberi. E chiesero a Cesare che lasciasse loro libero il passo attraverso il territorio degli Allobrogi. Cesare, che si trovava accampato presso Genava (Ginevra), astutamente si riservò di dare una risposta, ma solo dopo quindici giorni.
In questo tempo approfittò per costruire tra il lago e il Giura una consistente trincea della lunghezza di ventotto chilometri.
Gli Elvezi tentarono in più punti di oltrepassare quell'ostacolo, ma riuscirono vani i loro sforzi, ed allora stabilirono di recarsi nel territorio da loro prescelto a nuova sede attraverso il paese dei Sequani, i quali, pregati da DUMNORIGE, fratello di DIVIZIACO re degli Edui, accordarono il permesso.

CESARE, incoraggiato dal contegno degli Edui, che erano ostili agli Elvezi, inseguì questi ultimi e li raggiunse presso Trévoux. Il grosso dei nemici aveva già passato 1'Arar. Cesare assalì la retroguardia e la sconfisse, poi con sorprendente celerità passò il fiume e si diede a seguire gli altri. Rimasto però senza vettovaglie, deviò verso il territorio degli Edui per procurarsene e gli Elvezi, credendo che i Romani si erano dati alla fuga, li seguirono.
Cesare, giunto a Bibracte, prese posizione sul colle di Beuvray e qui, schierati gli uomini a battaglia, attese il nemico che non tardò a comparire.

Gli Elvezi non si aspettavano di trovare i Romani preparati e, accolti da un nugolo di frecce, prima si scompigliarono, poi quando Cesare piombò con le sue truppe al piano e la battaglia diventò furiosa. Il combattimento durò dal mezzogiorno alla sera e terminò con la completa vittoria dei Romani.
Le famiglie dei morti ed i superstiti furono obbligati a ritornare nel territorio che avevano abbandonato, tra i laghi di Ginevra e Costanza, il Giura e le Alpi (dove da allora continueranno a viverci).

Scomparso, dopo la giornata di Bibracte, il pericolo elvetico, Cesare rivolse la sua attività a frenare i progressi degli Svevi e a limitare la loro potenza. A far questo lo spingevano i capi delle tribù celtiche che nei Romani vedevano dei liberatori.
GIULIO CESARE, che finora lui e le sue truppe non hanno mai incontrato i Germani, invitò per mezzo di ambasciatori ARIOVISTO ad un colloquio per discutere della questione e sistemazione della Gallia; ma il principe svevo che non conosceva ancora la forza delle armi della Repubblica e contava molto sulle sue dopo i successi riportati sugli Edui e i Sequani, rispose altezzosamente che se il capo dei Romani aveva bisogno di lui di andare a trovarlo; inoltre aggiungeva che non riusciva a comprendere perché Roma voleva occuparsi delle cose della Gallia e dei Germani, e che le questioni interne del loro paese le risolvevano da soli; insomma di non ingerirsi in altrui affari.

A questa risposta Cesare, che già aveva concepito il disegno di conquistare il paese, ordinò ad Ariovisto di restituire agli Edui gli ostaggi e di non far venire di qua dal Reno altre orde germaniche; ma, come era da aspettarsi, Ariovisto sfidò i Romani a misurarsi con lui e ad imporgli, se ne avevano il coraggio, con le armi quelle condizioni.
Cesare per nulla intimorito, non perse tempo ed alla testa delle sue legioni marciò verso il Reno. Appreso che il nemico avanzava in direzione di Vesonzio (od. Besancon), capitale dei Sequani, situata sul fiume Dubis, anticipò Ariovisto e, nell'agosto del 58, occupò la città, prima che vi giungessero le avanguardie germaniche dall'altra sponda del Reno.
La campagna di CESARE contro gli Svevi cominciava felicemente. Ad un tratto però lo scoraggiamento s'impadronì del suo esercito. Giungevano le prime notizie chi veramente erano i Germani; i Celti che avevano avuto a che fare con loro descrivevano l'alta statura degli Svevi, il loro aspetto truce, la loro forza immensa, la ferocia del loro animo. Fu tanto lo spavento nelle file dei legionari che se in quel momento fossero comparse le orde di Ariovisto nessuno dei Romani sarebbe rimasto a far fronte ai barbari.

Cesare seppe spazzar via dagli animi dei suoi soldati la paura e far rinascere il coraggio e suscitare la voglia di battersi. Radunati tutti i centurioni, li rimproverò aspramente, così come solo lui sapeva rimproverare, poi disse loro che se le altre truppe si fossero rifiutate di seguirlo egli sarebbe andato avanti lo stesso con la sola X Legione, che era la sua guardia fedele, indomita ed invincibile (composta quasi tutta da Venedi (della Venezia e dell'Istria), popolo fiero e possente. Queste lodi del generale commossero i soldati della X Legione, i quali espressero a Cesare per mezzo dei loro ufficiali la propria gratitudine e gli fecero sapere che erano pronti a seguirlo ovunque. Umiliati dal contegno dei loro commilitoni, gli altri frustrati soldati vollero emularli e chiedendo scusa a Cesare, si dichiararono disposti a marciare contro i Germani.

Messosi in cammino, dopo una settimana l'esercito giunse nelle vicinanze del Reno. Alla vista delle legioni ARIOVISTO perse la spavalderia che gli aveva suggerite le precedenti altezzose risposte e si dichiarò pronto ad un colloquio con il proconsole romano.
Il 2 settembre di quell'anno (58) il generale romano e il duce degli Svevi s'incontrarono sopra un'altura che sorgeva tra i due accampamenti e CESARE che intimava allo Svevo di sgombrare la Gallia, ARIOVISTO rispose che non avrebbe mai lasciato un territorio conquistato con le armi.
Fu allora deciso dal Romano di risolvere la questione con una battaglia. Ma Ariovisto non aveva fretta; lui aspettava il novilunio, che doveva avvenire il 18 di quel mese, per attaccare i Romani perché le sue sacerdotesse gli avevano assicurato che la vittoria sarebbe stata sua se non avesse dato battaglia prima che nel cielo si mostrasse l'arco della luna.
Cesare invece lo costrinse a combattere il giorno 10, e diviso il suo esercito in due parti, una, composta di due legioni, la mandò ad accamparsi alle spalle dei barbari, l'altra, di sei legioni, la tenne con sé pronta ad intervenire. Ariovisto non riuscì a resistere alla tentazione di assalire la prima, ma dovette subito misurarsi anche con l'altra sollecitamente accorsa.
La battaglia allora divenne generale e da ambo le parti si combatté con il più grande accanimento; i Germani con la superiorità del numero riuscirono in un primo tempo a mettere in crisi l'ala sinistra romana, ma questa, subito soccorsa dalle riserve comandate dal luogotenente PUBLIO CRASSO, figlio del triumviro, prese il sopravvento e la giornata terminò con la completa disfatta degli Svevi, che, sbaragliati, si diedero ad una fuga disordinata.
Pochissimi riuscirono a raggiungere la riva destra del Reno e fra questi ARIOVISTO che morì non molto tempo dopo per le gravi ferite riportate.

Caddero in tal modo, nel primo anno di guerra, sotto il dominio di Roma, oltre che le tribù celtiche della Gallia orientale, anche le numerose tribù germaniche che si erano stabilite alla sinistra del Reno e Cesare, lasciato nella Gallia il luogotenente LABIENO, scese nella Cisalpina.

Qui però ben presto gli giunse la notizia che le tribù belgiche della Gallia settentrionale, temendo di cadere sotto il dominio dei Romani, si erano alleate tra loro ed avevano messo in armi un esercito di circa trecentomila uomini affidandone il comando a GALBA, re dei Suessioni.
I Belgi erano tra i Galli le popolazioni più bellicose, contro le quali Cimbri e Teutoni avevano invano cozzato. Perciò Cesare formò in Italia altre due legioni e nella primavera del 57 a.C. con un esercito di sessantamila uomini si pose in marcia contro i nuovi nemici.

LA CONQUISTA DELLA GALLIA
CESARE OLTRE IL RENO E IN BRITANNIA

La nuova guerra ebbe inizio con un successo romano. I Remi (stanziati tra il Reno, la Mosa, l'Atlantico e la Scheda) nei primi giorni del giugno del 57, sbigottiti dall'arrivo di Cesare, fecero presto atto di sottomissione e si dichiararono disposti a fornirgli le vettovaglie necessarie.
Ma questo primo successo non rendeva meno difficile la guerra, nella quale i Romani si trovavano in condizioni d'inferiorità numerica. Cinque volte superiore era infatti l'esercito dei confederati Belgi e Cesare si vide costretto a chiedere l'aiuto degli Edui.
Assicuratosi il concorso del re DIVIZIACO, il generale romano se ne servì per infrangere la confederazione nemica mandando gli Edui nel territorio dei Bellovaci. Il suo scopo fu pienamente raggiunto: i Bellovaci infatti, appena appresero che il loro paese era stato invaso dal nemico, si staccarono dalla lega e corsero a difendere la loro terra.
GALBA il re dei Sessioni investiva intanto con il suo esercito Bibrag, città dei Remi, e vi subiva un cruento scacco. Gli abitanti con vigorose sortite, aiutati dalla cavalleria romana prontamente inviata da Cesare, respinsero il nemico infliggendogli gravi perdite. Altra e non meno sanguinosa sconfitta dei Belgi gli toccò sull'Agona mentre tentavano di passare il fiume, e questa sconfitta suscitò in loro tale sbigottimento che la lega si sciolse e le varie tribù belgiche rientrarono nei propri territori.
Cesare approfittò di questo fatto per combattere ad una ad una le tribù nemiche.
Il suo compito non fu difficile: maggiore resistenza di tutti opposero i Suessioni, ma, caduta Noviodonum, loro capitale, tutto il paese fu sottomesso e costretto a consegnare le armi e numerosi ostaggi fra cui i figli del re GALBA; gli altri, scoraggiati, non tentarono che una scarsa difesa e in pochi giorni anche il paese dei Bellovaci e degli Ambiani consegnò le armi e diede ostaggi.
Allora Cesare rivolse il suo esercito contro i paesi del nord e dell'est; ma questi, di fronte al pericolo romano che li minacciava, avevano formato una lega in cui erano entrati gli Atrebati, i Viromandui, i Nervi e gli Aduatuei.
Questi ultimi discendevano dai Cimbri e dai Teutoni; rimasti sulla sinistra del Reno alla custodia dei bagagli pesanti, si erano, dopo le due famose battaglie di Aquae Sextiae e dei Campi Raudii, rifugiati nella regione dell'Alta Mosa e vi avevano stabilita la loro sede.
Oltre sessantamila uomini erano stati messi in arme ed erano corsi sulla riva destra della Samara per impedire a Cesare di uscire dal paese degli Ambiani.
Il terreno si prestava agli agguati con le paludi e i colli rivestiti di folti boschi. In mezzo a queste selve si nascosero i confederati aspettando il momento opportuno per assalire i Romani.
Era il luglio del 57 quando Cesare comparve sulle alture che sorgono alla sinistra della Samara. I Romani affaccendati a costruire le difese dell'accampamento, non sapevano che il nemico fosse così vicino e che stava spiandoli, di modo che quando i Nervii, gli Atrebati e i Viromandui, passato rapidamente il fiume, piombarono sull'esercito di Cesare, questo che non si aspettava un assalto, fu colto impreparato.
Eppure i Romani non si persero d'animo e, arginata alla meglio la furia del nemico, schierarono frettolosamente a battaglia le legioni, che in breve furono impegnate in un accanito corpo a corpo.
Nonostante l'attacco improvviso e la superiorità numerica dei barbari, i Romani non si lasciarono sopraffare e, combattendo prima con le spade, passarono ben presto all'offensiva.
Già il centro e l'ala destra dell'esercito di Cesare hanno respinto le schiere degli Atrebati e dei Viromandui; già la vittoria pare premiare i Romani; ma ecco, ad un tratto, giungere le masse innumerevoli dei Nervii che premono con il peso delle loro forze l'ala sinistra; i legionari resistono abilmente, ma gli urti nemici si ripetono sempre più forti e spezzano la resistenza dei Romani.
La XII legione è la più provata; della quarta coorte i centurioni sono stati tutti uccisi, il vessillifero è caduto e l'insegna è passata nelle mani del nemico; pochi i centurioni delle altre coorti sono ancora vivi; e intanto i nemici incalzano da tutte le parti.
Cesare capisce che se la sua sinistra è vinta la giornata è perduta; e invece bisogna resistere e vincere; strappa di mano lo scudo ad un sodato, avanza intrepido tra le prime file, chiama per nome i centurioni, e ordina ai manipoli di allargarsi e di passare al contrattacco. I soldati sono rianimati dalla voce del generale; la X Legione vede Cesare in mezzo a loro, nella battaglia ad affrontare anche lui il pericolo, si esalta e si precipita da un'altura giù come una valanga, e giunta al piano, con l'impeto simile a una tempesta piomba su i Nervii. La presenza dell'eroico duce ha fatto il miracolo, l'ala sinistra è salva e i Nervii sono respinti, sgominati, massacrati. Di sessantamila, quanti erano i barbari, solo cinquecento sopravvivono all'orrenda strage.
Restano ancora gli Aduatuci, che, appresa la rotta e la mala sorte dei confederati, si asserragliano a Namurcum. Giulio Cesare non perde tempo; mentre il suo legato Publio Crasso con la VIII legione combatte nell'Armorica, lui con le altre sette marcia su Namurcum e stringe d'assedio la città.
Chiusi da ogni parte, gli Aduatuci non resistono a lungo e infine si arrendono e Cesare, cui non fa difetto la magnanimità, questa volta si mostra invece spietato con i vinti, per punirli di aver violata la fede giurata. Cinquantatremila Aduatuci sono pertanto venduti come schiavi. Nel frattempo Crasso ha imposto con le armi la sovranità della Repubblica a tutte le popolazioni marittime abitanti tra la Sequana e il Liger.

A Roma la notizia che Cesare ha sottomesso la Gallia belgica e gran parte della celtica suscita grandi entusiasmi nel popolo e il Senato decreta in onore del generale vittorioso la "supplicatio" per la durata di quindici giorni.
L'anno dopo (56 a.C.) scoppiò di nuovo la guerra nell'Aimorica. Si trovava Cesare nell'Illiria quando gli giunse la notizia che tutti i popoli del litorale dell'Atlantico soggiogati da Crasso si erano ribellati e i Veneti, potente popolazione dell'Armorica, fornita di numerosissime navi, avevano fatto prigionieri i messi inviati da Crasso a chiedere vettovaglie.
Le misure adottate dal proconsole per domare la rivolta furono rapide ed energiche
PUBLIO CRASSO fu mandato con una legione e due coorti nell'Aquitania; SABINO con tre legioni fu inviato nell'Armorica settentrionale; DECIMO GIUNIO BRUTO con la flotta fu destinato contro i Veneti.
Le operazioni di guerra non ebbero lunga durata e furono coronate dal miglior successo. Crasso si rese padrone dell'Aquitania fino allora rimasta indipendente e Sabino ridusse in suo potere le regioni bagnate dalla Manica; Bruto, presso la punta chiamata oggi di S. Giacomo, diede battaglia alla flotta dei Veneti e la sbaragliò. Essendo stati quindi espugnati i numerosi castelli della costa brettone, i Veneti si arresero e Cesare, che non soleva perdonare ai ribelli, li punì con estrema severità facendo uccidere i capi e vendendo come schiavi gli abitanti della regione.
Tutta la Gallia era ormai sotto il dominio di Roma, ma gli abitanti erano animati dal desiderio di riacquistare l'indipendenza perduta e quando seppero che un'orda di Germani, passato il Reno, era penetrata in Gallia, pur di scuotere il giogo dei Romani si affrettarono a richiedere il loro aiuto contro le legioni di Cesare.
Questi nuovi barbari erano i Tencteri e gli Usipeti. Premuti dagli Svevi, sul finire del 56 a.C., avevano superato il basso corso del Reno ed avevano invaso il territorio dei Menapi che essendo pochi, non avevano saputo opporsi a quella moltitudine di Germani che contava più di mezzo milione di persone tra uomini e donne.
Cesare non poteva rimanere impassibile di fronte a questa minacciosa invasione che ricordava quella dei Cimbri e dei Teutoni. Prima che dilagassero verso il sud, marciò con sorprendente celerità, contro i Germani con il proposito di dare loro battaglia e ricacciarli oltre il fiume. I barbari, che non si aspettavano di trovarsi di fronte all'esercito romano, sorpresi ed atterriti dal suo arrivo, inviarono ambasciatori a Cesare pregandolo che acconsentisse che si stabilissero nel territorio dei Menapii ed offrendo a Roma la loro alleanza.

Cesare però rispose loro di ripassare subito il Reno e di cercare una sede nel paese degli Ubii, i quali avevano pure loro sollecitato l'aiuto dei Romani contro gli Svevi. Gli ambasciatori assicurarono che avrebbero riferito ai loro capi le parole di Cesare. Senza dubbio, i barbari volevano guadagnar tempo per prepararsi alla lotta, e aspettare il ritorno della propria cavalleria che si era recata in cerca di vettovaglie oltre la Mosa nel paese degli Ambivariti; ma Cesare non volle esser tratto in inganno ed anziché aspettar la risposta degli ambasciatori continuò la marcia verso il Reno ed andò ad accamparsi ad una dozzina di miglia dagli alloggiamenti dei Germani.
Qui giunsero a trovarlo i messi dei Tencteri e degli Usipeti con la risposta dei loro capi. Si dichiaravano disposti a recarsi nel paese degli Ubii, ma volevano esser sicuri che sarebbero stati ricevuti. Domandavano pertanto tre giorni di tregua per avere il tempo di spedire agli Ubii un'ambasceria.
Cesare concesse un solo giorno; ma la tregua fu rotta da un corpo di cavalieri barbari, che, assalita improvvisamente l'avanguardia romana, le causarono perdite rilevanti.
Il giorno dopo i capi dei Germani vennero da Cesare a chiedergli scusa di quell'attacco che affermavano di non avere ordinato, però furono trattenuti come prigionieri e il proconsole piombò alla testa delle sue legioni contro l'orda dei Teneteri e
degli Usipeti, i quali, colti alla sprovvista, non tentarono neppure di resistere. Fu una vera strage di barbari; il loro campo facilmente conquistato; il tratto tra la Mosella e il Reno si coprì di cadaveri e le acque dei due fiumi furono arrossate dal sangue dei Germani.
Più tardi, giunta a Roma la notizia di queste battaglie, CATONE levò alta la voce contro Cesare per aver violata la tregua e imprigionati i capi nemici, e propose che il proconsole fosse consegnato ai superstiti di quei due popoli!
Cesare intanto faceva costruire sul Reno, tra Bonn e Coblenza, un ponte, non lontano dalla confluenza con la Mosella, risoluto a portar la guerra nella Germania per tenere in rispetto quei barbari ed impedire ulteriori invasioni della Gallia.
Il ponte fu ultimato in dieci giorni e al termine, le legioni romane lo attraversarono e comparvero nel territorio dei Sigambri.

Correva l'anno 55 a.C., ed era la prima volta che popoli civili oltrepassavano il Reno, quella paurosa barriera che si riteneva insuperabile; e ponevano il piede nella misteriosa e temuta Germania.
Cesare sperava che i barbari l'avrebbero assalito; invece i Sigambri, al comparire delle legioni, si rifugiarono nelle dense foreste che coprivano il loro paese; e il proconsole forse per prudenza, non volle inseguirli in quei boschi dove non sarebbe stato facile guardarsi dalle insidie.

Diciotto giorni rimase Cesare sulla riva destra del Reno, poi ripassò il fiume e tagliò il ponte.
L'anno dopo, nel 54 a.C., il gran capitano si accinse ad un'impresa ardita, a portare cioè le sue armi oltre il "Fretum Gallicum", nella Britannia, dove i Romani credevano che abitassero gli ultimi uomini del mondo.

Fu scritto che della Britannia, Cesare volesse fare una provincia romana e con il passaggio del Reno intendesse iniziare la conquista della Germania. Due imprese fallite dunque. Invece le spedizioni oltre la Manica ed oltre il Reno non furono spedizioni di conquista. Se avesse avuto l'intenzione di conquistar la Germania noi non sapremmo spiegarci il suo ritorno effettuato senza aver prima tentato di ingaggiare battaglia con i Sigambri.
Nella Britannia lo spingeva il proposito di punire quelle popolazioni che più di una volta avevano recato aiuto ai Celti della Gallia e lo spingeva pure il desiderio di conoscere una regione di cui fino allora si avevano notizie scarse ed incerte.
Cesare salpò da Itio (Boulogne) con due legioni imbarcate su ottanta navi, lasciandosi dietro la cavalleria che doveva raggiungerlo più tardi.
Nella Britannia era atteso dalle popolazioni che, saputa la sua partenza, si erano levate in armi raccogliendosi sui colli di Dubris per impedire lo sbarco dei Romani.
Cesare giunse alle coste britanniche nell'agosto del 54 a.C. e nonostante la fiera molestia dei nemici riuscì a sbarcare; anzi gli isolani, dopo l'inutile tentativo fatto per impedire l'approdo, inviarono al proconsole proposte di pace e promisero ostaggi, poi, incoraggiati dall'esiguo numero dei legionari, ripresero le armi e costrinsero Cesare ad aprirsi il passo con la forza.
Erano da poco state riprese le ostilità quando una furiosa tempesta distrusse parte della flotta romana e costrinse la cavalleria che si era imbarcata a fare precipitoso ritorno ad Itio.
Minacciato Cesare dalla furia del mare di restare sull'isola privo di rifornimenti e rimasto anche senza cavalli, decise di rimandare la progettata spedizione nell'interno a migliori tempo e, imbarcatosi non appena il mare glielo permise, il 12 settembre fece ritorno alla costa gallica.

Prima di recarsi nella Cisalpina, Cesare ordinò ai suoi luogotenenti di allestire, durante l'inverno, una flotta di ottocento navi e nella primavera del 54 a.C., quando tutto fu pronto, ritornò nella Transalpina.
La partenza per la Britannia avvenne nel giugno. L'esercito di Cesare si componeva di cinque legioni e duemila cavalli. Con forze così imponenti che Cesare sbarcò senza che il nemico ostacolasse le operazioni, poi s'inoltrò verso l'interno dove si erano ritirati gli isolani.
Ma un'improvvisa tempesta lo costrinse a ritornar sulla costa dove già quaranta delle sue navi si erano infrante sulla scogliera. Fatti riparare i danni che numerosi navigli avevano subito, dopo circa quindici giorni il proconsole fece ritorno sui suoi passi.
In questo frattempo gl'isolani si erano preparati a sbarrare la via agli invasori. Alle tribù della Britannia meridionale si erano aggiunte le fortissime tribù dei Trinobanti e dei Catavellauni, che abitavano di là dalla Tamesa (Tamigi), e il comando era stato affidato a CASIVELLAUNO, capo di quest'ultima tribù.
Invece di rivolgere i suoi sforzi sul campo nemico, Cesare forzò il passaggio del Tamigi al di sopra del luogo in cui oggi sorge Londra e, sconfitti due volte gl'isolani, costrinse Casivellauno a chiedere la pace, a dare ostaggi e ad impegnarsi al pagamento di un tributo annuo.

Così ebbe termine la spedizione nella Britannia. Con questa terminava pure il quinquennio del proconsolato di Cesare. Sua figlia Giulia moriva nell'agosto di quell'anno; CRASSO era partito per la sua fatale spedizione di Siria; POMPEO aveva stretto segreti accordi con il Senato. A Cesare era già stato prorogato per altri cinque anni il Governo delle Gallie e, assoggettate le regioni degli Aquitani, dei Celti e dei Belgi, allontanato con le spedizioni oltre il Reno e oltre la Manica, il pericolo d'invasioni, pensava il proconsole di rivolgere tutta la sua attività a dare definitivo assetto alla nuova, immensa provincia che il suo genio aveva conquistata alla patria. Era invece destino che le armi non dovessero cedere il campo alle opere feconde della pace e che altre guerre più accanite dovessero mettere a dura prova il valore dei Romani e il genio guerriero del grande capitano.

VERCINGETORIGE E LA RIVOLTA DEI GALLI

Nella Gallia belgica scoppia, sul finire dell'anno 54 a.C., una gravissima rivolta. I Belgi, insofferenti del giogo straniero, approfittano del frazionamento delle forze romane per muovere alla riscossa. Inizia questa guerra per l'indipendenza AMBIORIGE, audace e valoroso capo degli Eburoni, il quale sorprende ad Aduatuca il campo di SABINO ed uccide il luogotenente distruggendo una legione e mezza di soldati romani.
Imbaldanzito dal successo, Ambiorige ribella gli Aduatuci, i Menapii e i Nervi e, radunato un esercito di sessantamila uomini, piomba sul campo di QUINTO CICERONE, fratello dell'oratore, a Charleroy sul fiume Sabis e, non avendo potuto conquistarlo, lo mette sotto assedio.
In aiuto del suo luogotenente accorre però Cesare con soli settemila fanti e quattrocento cavalli. I Romani e i Galli si scontrano sulle rive dell'Haine e impegnano una furiosa battaglia.

Sette volte superiore di numero è l'esercito di Ambiorige, tuttavia GIULIO CESARE infligge una dura sconfitta al nemico, poi raduna a Samarobriva, nel paese degli Ambiani, i rappresentanti delle varie tribù belgiche e, siccome i Senoni, i Carnuti e i Treviri rifiutano di partecipare all'assemblea, muove contro i due primi popoli, che, impreparati, al loro apparire subito si sottomettono e consegnano la propria cavalleria e numerosi ostaggi; poi manda contro i Treviri il luogotenente LABIENO, il quale, ingaggiata battaglia con i ribelli sull'Ourthe, li sconfigge.
Congiuntosi con Labieno, Cesare passa per la seconda volta il Reno (53 a.C.), caccia i Germani nelle loro selve, poi torna in Gallia, costruisce un campo trincerato sulla sinistra del fiume e si rivolge contro gli Eburoni e con dieci legioni invade il paese di Ambiorige.
Il proconsole vuol dare un esempio ai Galli, perciò si mostra spietato con il nemico; non è più un esercito scagliato contro un altro esercito, ma una furia distruttrice di ogni cosa; l'intero paese è messo a ferro e a fuoco e le popolazioni sono terribilmente decimate. Ambiorige però riesce a scampare con la fuga oltre il Reno.
Dopo la devastazione della regione degli Eburoni, Cesare riunisce a Durocortorum, nel paese dei Remi, i rappresentanti dei vari popoli per giudicare i capi della rivolta. Accone, capo dei Senoni è condannato a morte e giustiziato davanti all'assemblea; altri, temendo di subire la medesima sorte, scappano e sono condannati al perpetuo esilio.
Avvicinandosi l'inverno, il proconsole colloca le legioni nei quartieri e si reca nella Cisalpina per sorvegliare la vita politica romana delle varie fazioni.
Ma Cesare è appena partito che i Carnuti levano il grido della ribellione e il grido con la rapidità del baleno si propaga nel centro e nel sud della Gallia fino al paese degli Arverni con la notizia dell'eccidio di alcuni commercianti romani avvenuto a Genabum (Orléans). Gli Arverni sono oppressi dal dispotico governo di una oligarchia che con il consenso dei Romani ha deposto il re.
Il grido ribelle dei Carnuti ha grande risonanza fra gli Arverni, che, decisi ad abbattere il governo e liberarsi dalla dominazione straniera, rispondono all'appello dei fratelli del nord. Anima della rivolta è un giovane guerriero di sangue regale, chiamato VERCINGETORIGE, che in brevissimo tempo solleva la regione e, presentatosi con un gran numero d'armati sotto le mura della capitale Gergovia (od. Clermont) se ne impadronisce ed è proclamato re.
Tutte le popolazioni delle regioni comprese tra il corso della Senna e quello della Garonna, tra l'Atlantico e il Liger, aderiscono a Vercingetorige, che riunisce in breve sotto il suo comando, uno sterminato esercito.
Avuta notizia della rivolta, Cesare si affretta a lasciare la Cisalpina. Recatosi nella Provincia Narbonese, la rafforza con una guarnigione, poi nel rigore dell'inverno 52-51, attraversa con la cavalleria le Cevenne coperte di neve, penetra improvvisamente nell'Arvernia e la devasta.

Vercingetorige si trova fra i Biturigi. Avendo saputo della comparsa del proconsole, scende in soccorso del proprio paese, ma Cesare non lo aspetta; attraversato il territorio degli Edui che sono rimasti fedeli a Roma, si ricongiunge con le sue legioni distribuite nei quartieri invernali dei Senoni, dei Lingoni e dei Treviri.
Ha inizio ora l'epica lotta per l'indipendenza gallica, che si risolverà in un'immane tragedia.
Vercingetorige non è un uomo comune; all'audacia e al personale valore egli accoppia la genialità del comando. Delle sue orde fa un esercito disciplinato, raduna una numerosa cavalleria, che in poco tempo supera negli effettivi quella romana, e invece di affrontare il nemico in campo aperto dove potrebbe subire rotte irreparabili, adotta una tattica speciale che è quella di affamare l'esercito di Cesare incendiando gli abitati e di fortificare e difendere le città che offrono maggiore probabilità di resistenza.
I Galli, che hanno un'infinita fiducia nel loro capo, sacrificano le loro case; tutta la Gallia centrale ed occidentale è un vasto incendio; nel solo paese dei Biturigi, venti città ardono. Anche la grande Avarico è destinata alle fiamme, ma gli abitanti promettono di fortificarla e difenderla fino all'ultimo ed ottengono che non sia distrutta.
Di fronte a un nemico così numeroso e risoluto, guidato da un capo tanto prudente, Cesare prende le misure necessarie. Alla cavalleria gallica oppone oltre che la romana, corpi di cavalieri germanici appositamente arruolati, poi, saputo che Vercingetorige è penetrato nel territorio degli Edui e cinge d'assedio Gorgobina, lascia ad Agedincum nel paese dei Senoni i bagagli sotto la custodia di due legioni e con le altre otto punta verso i Carnuti.
Durante il cammino espugna Vellaunodunum; raggiunto il Liger penetra in Genabum e la distrugge per vendicare l'eccidio dei commercianti romani, poi, passato il fiume, si dirige verso il territorio dei Biturigi, conquista Noviodunum (Soissons) e muove contro Avarico. L'avvicinarsi di Cesare ha per effetto la liberazione di Gorgobina. Vercingetorige difatti toglie l'assedio dalla città e marcia con le sue truppe contro Cesare, che ha già investito da ogni parte Avarico.
Il pronto accorrere del capo dei Galli non salva però la misera città. Vercingetorige si accampa a sedici miglia, in una posizione già forte per natura ma resa inespugnabile con numerosi trinceramenti ed assiste all'eroica difesa di Avarico (Bourges).
Circondata dalle legioni romane, tormentata giorno e notte da potenti macchine guerresche, Agarico resiste accanitamente al nemico e tenta più di una volta di rompere il cerchio di ferro, che la stringe, con audaci sortite.
Ma dopo un mese di tenace difesa l'infelice città cade in mano dei Romani: Cesare, approfittando di una furiosa tempesta, sferra un poderoso assalto e si rende padrone di Avarico, che in punizione della sua ostinata resistenza é messa a ferro e a fuoco. Di quarantamila abitanti solo ottocento riescono a salvarsi rifugiandosi nel vicino campo di Vercingetorige.
Nella primavera del 51. Cesare, espugnata Avarico, si reca nel territorio dei fedeli Edui, a Decezia, e ingrossato il suo esercito con alcune schiere fornitegli da quel popolo, lo divide in due parti: una, di quattro legioni, al comando di Labieno la manda verso Lutetia Parisiorum, sulla Sequana, con l'altra, composta di sei legioni, penetra nell'Arvernia e si dirige sulla capitale Gergovia costeggiando l'Elaver.
Ma su Gergovia si dirige anche Vercingetorige, il quale, giunto nelle vicinanze della città, si accampa sopra un colle e vi si fortifica.
Cesare cerca di porre termine alla guerra con un assalto di sorpresa al campo nemico, ma i Galli vigilano e respingono con gravissime perdite gli assalitori: moltissimi Romani sono uccisi, quarantasei centurioni perdono la vita nella battaglia, e lo stesso Cesare per poco non resta ucciso pure lui.
Pare che la fortuna abbia abbandonato il proconsole. Allo scacco presso Gergovia si aggiungono le notizie che giungono dal paese dei Parisii, dove LABIENO, bloccato da forze superiori, si trova in difficilissime condizioni.
Allora Cesare lascia l'Arvernia e a marce forzate si incammina verso il territorio dei Lingoni e dei Senoni per portare aiuto al suo luogotenente. La sua partenza precipitosa, scambiata per fuga, gli procura l'abbandono degli Edui, rimastigli fino allora fedeli, che fanno causa comune con Vercingetorige. Questi, imbaldanzito dal recente successo, muove verso il sud con il proposito di invadere la Provincia Narbonese.

Intanto Cesare prosegue la sua marcia verso il nord. Giunto ad Agendinco, vi trova una buona notizia: LABIENO ha sconfitto sulla riva destra della Sequana un forte esercito di ribelli capitanato da Camulogeno e s'incammina verso Agendinco.
Congiuntosi con le truppe del suo luogotenente, il proconsole, per mezzo dei Remi, dei Lingoni e dei Treviri arruola numerosissimi cavalieri germanici oltre il Reno, poi scende a mezzogiorno in cerca del nemico, il quale, appreso l'avanzarsi delle truppe romane, corre a sbarrare loro il passaggio nel territorio dei Sequani.
Ma la fortuna ora torna a favorire Cesare. Vercingetorige abbandona la tattica finora adottata e dà battaglia in campo aperto ai Romani.
Audace è il suo piano: sbaragliare con la sua potente cavalleria le legioni nemiche e poi piombare addosso ai Romani con tutte le sue truppe; ma non sa che l'esercito di Cesare è stato rafforzato dai cavalieri germanici. Questi, infatti, assaliti dalla cavalleria gallica, sostengono molto bene l'urto, poi col valido concorso dei legionari contrattaccano il nemico e, sbaragliatolo, lo mettono in fuga.
A Vercingetorige non rimane che ricorrere alla tattica di prima e intanto, per resistere, dopo la sconfitta, ripara con l'esercito in Alesia, la città più forte della Gallia che sorge sopra un'altura nel paese dei Mandubii.
Qui giunto, l'eroico capo dei ribelli manda nei vari territori della Gallia i suoi cavalieri affinché gli portino entro un mese aiuti di uomini e di vettovaglie, poi costruisce fuori le mura della città un campo trincerato per il suo esercito.
Cesare si accorge che espugnare Alesia con la forza è cosa impossibile e la cinge d'assedio. Perché questo sia più efficace circonda la città e il campo avversario con tre linee di trincee profonde, munite di robusti argini e di ventitre torri per la lunghezza di quindici miglia; poi per guardare le spalle del suo esercito dagli altri Galli che dovessero giungere in soccorso, circonda il proprio campo con altre trincee ed altri bastioni e lo rende più sicuro con numerosi trabocchetti ben dissimulati, e pali uncinati infissi nel terreno.
Più di un mese viene impiegato per la costruzione di queste opere gigantesche, né i lavori procedono indisturbati perché ogni giorno Vercingetorige fa disperate sortite dalla città per rompere il cerchio fatale in cui i Romani lo vanno chiudendo.
E intanto passano i giorni ed i soccorsi non giungono e le vettovaglie scarseggiano. Lo spettro della fame si erge minaccioso davanti agli assediati; questi discutono la proposta di CRITOGNATO di nutrirsi, quando i viveri saranno terminati, delle carni della gente non idonea alle armi, e si scacciano dalla città le bocche inutili.
Alesia è all'estremo delle sue forze quando in vista della città assediata compare l'esercito dei Galli che giungono al soccorso. È una moltitudine immensa: ottomila cavalli e duecentoquarantamila fanti, reclutati in tutti i paesi, eccettuato quello dei Remi. VERGASILLAUNO lo guida. Questi, da accorto capitano, occupa di nascosto con la quarta parte del suo esercito un'altura sguarnita di trinceramento.
All'arrivo dei soccorsi, l'esercito di VERCINGETORIGE, ripreso animo, esce dal suo campo trincerato ed assale con estrema violenza le linee nemiche, mentre la cavalleria gallica e le innumerevoli schiere recentemente giunte si rovesciano sulle fortificazioni esterne dei Romani.
La battaglia in un attimo diventa generale; trecentomila uomini si battono con indescrivibile accanimento sotto i bastioni, sui bordi dei fossati, presso le torri.
CESARE dall'alto di un colle guarda e dirige la battaglia. VERCINGETORIGE sta per espugnare le posizioni romane. Allora il proconsole manda contro di lui BRUTO e FABIO con tredici coorti le quali spezzano l'assalto del re barbaro, lo cacciano e lo inseguono su per fianchi del monte e lo costringono a ritirarsi nel campo e nella città.
Ma ecco, a un tratto, che VERGASILLAUNO entra in azione con i sessantamila uomini che occupano l'altura, minacciando alle spalle i Romani.
Cesare se ne accorge e manda contro il duce dei Galli LABIENO con sei coorti; ma queste non sono sufficienti a frenare l'impeto del nemico più numeroso. Allora Cesare ordina alla sua cavalleria di assalire alle spalle le truppe di Vergassillauno e lui, sceso dall'altura, va con una schiera di legionari nel punto dove Labieno si batte.
Il manto purpureo del proconsole è scorto dai soldati. Cesare è in mezzo a loro, il gran capitano li guarda. La presenza del capo è miracolosa: le coorti che già cedevano di fronte alla moltitudine nemica si rinfrancano, resistono, poi passano al contrattacco e ributtano le truppe di Vergasillauno che, circondate dalla cavalleria, si scompigliano e sono fatte a pezzi. La vittoria, ancora una volta, è stata di Cesare.

VERCINGETORIGE capisce che la partita è perduta, che l'immane tentativo di ridare alla sua patria l'indipendenza è fallito. Rotte le truppe di soccorso, Alesia non potrà resistere più contro il duplice nemico: Roma e la fame; Cesare s'impadronirà fatalmente della città, la tratterà peggio di Avarico, farà strage dei suoi difensori.
Vercingetorige che ha dato finora un esempio superbo di valore e di costanza fornisce ora prova mirabile della nobiltà del suo animo, veramente grande. Egli spera di salvare Alesia, gli abitanti e le schiere superstiti del suo esercito col sacrificio della sua vita.
Manda pertanto a Cesare ambasciatori cui viene risposto che siano consegnate le armi e i capi della rivolta, poi l'eroico re si veste della sua splendida armatura, monta sul suo cavallo di battaglia e si reca senza seguito al campo nemico.
Cesare siede presso le trincee fra una selva d'insegne. Accanto a lui sono i suoi luogotenenti e i centurioni. Luccicano tutto intorno gli elmi e le spade dei legionari.
Vercingetorige si accosta al proconsole vincitore e gli consegna la spada che non ha potuto ridare alla Gallia la libertà e prega Cesare che solo sopra di lui sfoghi la sua collera, ma sia magnanimo con i soldati vinti.
Spera l'eroe che il generale romano gli farà mozzare il capo come ad Accone; ma Cesare lo fa coprire di catene e lo riserva come trofeo per il suo trionfo.

Con la resa di Alesia la rivolta gallica non ha termine, ma perde tutta la sua forza. La confederazione dei vari popoli si scioglie e le tribù resistono isolatamente, ultimi fra tutti i Biturigi, i Carnuti e i Cadurci. Lo sforzo supremo viene fatto dai Bellovaci alla testa dei quali compare AMBIORIGE tornato dai paesi d'oltrereno; ma ad uno ad uno gli ultimi tentativi dei ribelli vengono soffocati da Cesare e nel 51, Uxellodunum, munitissima città della Gallia meridionale, che sorgeva sull'Oltis, vinta dalla sete, è costretta ad arrendersi e i suoi abitanti sono sottoposti al taglio della mano destra.

Così dopo otto anni, durante i quali Cesare ha dato prova delle sue geniali qualità di condottiero, la guerra contro i Galli transalpini termina.
Trecento popoli sono stati vinti ed ottocento città sono state conquistate e le legioni vittoriose sono state condotte oltre il Reno e la Manica.
Cesare non ha dato mai segno di debolezza ed ha condotto la guerra come un vero generale deve condurla se vuole che la nazione contro la quale combatte sia definitivamente debellata, chiudendo cioè il cuore alla pietà e ricorrendo senza esitazione agli incendi, ai saccheggi, alle devastazioni, alle esecuzioni capitali che possono sembrare atti inumani di barbarie e non sono invece -così si giustificano tutti i condottieri che poi vincono- che crudeli e improrogabili necessità di guerra.

Cesare sa che "col ferro e col fuoco" più che con la generosità si può ottenere la completa sottomissione di un popolo incivile (quando lo è, quando non lo è "ribelle"), ma sa anche che, avvenuta la sottomissione, alle leggi spietate della guerra debbono succedere le opere buone di una saggia politica, che serva a sanare le piaghe, a ricostruire sulle rovine un edificio duraturo, a cattivarsi le simpatie dei sudditi.
E così CESARE opera, terminata la guerra; s'ingrazia i capi, non grava di tributi le popolazioni, dà la cittadinanza alle persone più autorevoli, lascia intatte le istituzioni civili e rispetta gli usi, le tradizioni e la religione di un popolo il quale, per mezzo del più grande conquistatore dell'antichità, entra nella grande vita delle nazioni mediterranee per avervi più tardi, completamente romanizzato, funzioni di capitale importanza.

Siamo così arrivati all'anno 50 a.C. La guerra gallica ha conferito grande prestigio a Cesare, lo aveva reso enormemente popolare e lo aveva fatto divenire il maggior esponente del partito democratico; di fatto ma non formale.
Durante la sua lunga assenza da Roma, pur (quando lui organizzò la sua seconda spedizione in Gallia) rinnovandogli nel 54 un altro quinquennale proconsolato, durante questo, la situazione a Roma, si era modificata.
CRASSO era morto nel 53 contro i Parti, l'arrogante CLODIO era stato ucciso,
POMPEO si era ravvicinato al Senato, nel 52 era stato nominato console senza collega, ed aveva assunto i pieni poteri per ristabilire l'ordine, in una città in preda al disordine da continui scontri fra i partiti rivali.

Ora terminata la guerra, a Cesare nel 49, scadeva il suo mandato in Gallia, e dunque sarebbe dovuto tornare a Roma da privato cittadino; la prospettiva era quella di essere esposto all'attacco dei suoi nemici, e in primo luogo, di Pompeo, che non avrebbe certo né ceduto né diviso con lui il potere.

CESARE reagisce con durezza, quando il console CLAUDIO MARCELLO propone il suo richiamo a Roma prima del termine.
Rifiutando quest'ordine, il Senato lo dichiara nemico della Repubblica.
La misura era colma! Né poteva più aspettare ad agire.

Siamo dunque arrivati al periodo della GUERRA CIVILE, al grande scontro fra Pompeo e Cesare.

è il periodo che va dall'anno 49 al 44 a.C. > > >

Fonti, Bibliografia, Testi, Citazioni: 
TITO LIVIO - STORIE (ab Urbe condita)
POLIBIO - STORIE
APPIANO - BELL. CIV. STORIA ROMANA
DIONE CASSIO - STORIA ROMANA 
PAOLO GIUDICI - STORIA D'ITALIA 
UTET - CRONOLOGIA UNIVERSALE
I. CAZZANIGA , ST. LETT. LATINA, 
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