ANNI 1085 - 1106

DA VITTORE III A URBANO II - 1a CROCIATA - MORTE DI ENRICO IV
LA PRIMA LEGA LOMBARDA

IL PONTIFICATO DI VITTORE III - URBANO II - CONDIZIONI DEL PAPATO E DI ENRICO IV - URBANO II IN SICILIA - CONCILIO DI MELFI - MATRIMONIO DI MATILDE CON GUELFO V DI BAVIERA - TERZA SPEDIZIONE DI ENRICO IV IN ITALIA: ASSEDIO DI MANTOVA - VITTORIA DI MATILDE - PRIMA LEGA LOMBARDA - INCORONAZIONE DI CORRADO - URBANO II A ROMA - CONCILIO DI PIACENZA - MATRIMONIO DI COSTANZA DI SICILIA CON CORRADO - CONCILIO DI CLERMONT - VIENE BANDITA LA CROCIATA - PIETRO L' EREMITA - LA PRIMA CROCIATA: DALL'ESPUGNAZIONE DI NICEA ALLA CONQUISTA DI GERUSALEMME - MORTE DI URBANO II E DI CLEMENTE III - ELEZIONE DI PASQUALE II - ULTIMI ANNI DI ENRICO IV

 

VITTORE III - PRIMI ANNI DI URBANO II

Abbiamo letto nel capitolo precedente, che Gregorio VII, il 25 maggio del 1085, morendo, propose fra gli altri, come suo successore, DESIDERIO di Benevento, abate a Montecassino. Questa notizia fu riferita da PIETRO DIACONO nel "Chronicon Cassinense"; ma alcuni moderni storici però la considerano infondata e pensano piuttosto che la candidatura del dotto ed austero abate avesse origine dal fatto che molti cardinali si erano recati a Montecassino, fin da quando Gregorio abbandonata Roma, dopo lo scempio del Biscardo, si era recato nel suo esilio a Salerno lasciando il soglio vacante.

Desiderio però era troppo amante della quiete del suo monastero per accettare la difficile eredità gregoriana e il suo rifiuto e l'insistenza dei cardinali e della contessa Matilde nel pregarlo ad accettare la tiara, fecero sì che il trono pontificale rimanesse vacante per un intero anno e all'arbitrio, anche se virtuale, dell'antipapa Clemente III.

Finalmente, con i successi della contessa Matilde nell'Italia superiore, Clemente III ritenne opportuno allontanarsi dalla città Leonina, così i cardinali riuscirono a radunarsi a Roma e, protetti dal console CENCIO FRANGIPANI, il giorno della Pentecoste (24 maggio 1086) nella chiesa di Santa Lucia al Settizonio, furono in grado di prima convincere e poi eleggere pontefice Desiderio, che accettò la tiara e prese il nome di papa VITTORE III.

Subito il nuovo Papa dovette costatare quanto grave e pericolosa fosse la dignità di cui era stato ricoperto: Roma era tutta schierata con l'antipapa e fu necessario alle milizie di Matilde sgombrare con le armi le strade che portavano alla città Leonina, e per la cerimonia della consacrazione le truppe di GIORDANO di Capua furono costrette a presiedere la basilica.

Nonostante quest'apparato di forze, si verificarono ugualmente scene di violenza; i sostenitori di Clemente III penetrarono armati nella basilica e Vittore riuscì a stento a fuggire, prima rifugiandosi a Castel Sant'Angelo, poi non sentendosi sicuro neppure lì, raggiunse la sua più tranquilla Abbazia di Montecassino, senza però aver ottenuto la consacrazione.

Nella quiete del suo monastero Vittore ci rimase un anno, resistendo sempre alle pressioni dei suoi partigiani, i quali lo spronavano a prendere il governo della chiesa. Alla fine si decise nuovamente ad accettare, ma a patto di convocare prima un concilio a Capua per deliberare sulle sorti del trono pontificio.
Al concilio intervennero il duca RUGGERO di Puglia, il principe capuano GIORDANO, i cardinali gregoriani e non pochi nobili romani antimperiali. DESIDERIO, se già prima era contrario, dopo quella brutta esperienza, il papa proprio non lo voleva fare, e quindi propose che si nominasse un nuovo Pontefice; ma gli rimproverarono e perfino lo accusarono che ritirandosi avrebbe favorito il partito dell'imperatore Enrico; ed allora messo davanti a questo dilemma, abbandonò il pensiero di rinunciare alla dignità papale, riprese le insegne, e partì risolutamente alla volta di Roma per esservi consacrato sotto la protezione di un corpo di milizie guidato da Giordano.

L' antipapa CLEMENTE, che durante l'assenza di Desiderio aveva fatto ritorno a Roma, all'arrivo del suo rivale fu costretto nuovamente ad abbandonare il Laterano e mise la sua dimora al Pantheon; così Vittore III il 9 maggio del 1087, dal vescovo di Ostia, fu condotto nella gran basilica per esservi consacrato.
Ma dopo pochi giorni si riaccese la lotta tra i sostenitori dell'antipapa e quelli del Pontefice appena eletto. La contessa Matilde che con un buon contingente di milizie era in città per proteggere Desiderio e le successive cerimonie, dovette ingaggiare in città una lotta quasi quotidiana, fin quando il 29 giugno 1087 nella grande basilica alla festa dell'apostolo Pietro, la chiesa era così gremita di armati, che fu impossibile celebrarvi la messa. A quel punto la contessa, non riuscendo a pacificare la città, lasciò Roma e si ritirò con le truppe nei suoi domini.

VITTORE pure lui partì da Roma, rifugiandosi di nuovo a Montecassino; poi da qui convocò per l'agosto successivo un concilio a Benevento, da dove lanciò la scomunica contro Clemente e i suoi sostenitori, e rinnovò la condanna della simonia e il divieto delle investiture ecclesiastiche.
Trovandosi a Benevento, il Pontefice scrisse all'imperatore di Costantinopoli ALESSIO COMNENO pregandolo di sollevare dai balzelli i fedeli che andavano in pellegrinaggio in Terrasanta e invitandolo a cooperare per la conciliazione della chiesa greca con la latina.
Era questo l'ultimo atto del pontificato di Vittore: affranto dalla lotta, per la quale lui di certo non era nato, e accasciato dall'immane peso della dignità papale reso più grave dalle difficoltà in cui si trovava la Santa Sede, dopo il suo ritorno a Montecassino cessò di vivere il 16 settembre del 1087, designando, prima di morire a succedergli il cardinale OTTONE vescovo di Ostia.

Questo vescovo in una rosa di tre nomi, era già stato indicato da Gregorio VII in punto di morte, come uno dei suoi successori; e non a caso, perché Ottone era il solo uomo che potesse continuare l'opera, a rialzare dal suo avvilimento il partito gregoriano, a far trionfare le idee del grande Pontefice e a logorare l'antipapa cui ora sorrideva la fortuna.
OTTONE di Chatillon, aveva quarantatre anni, era francese di nascita, energico, accorto ed attivo, aveva facile ed abbondante parola, e per essere stato educato ai principi della riforma in quella grande fucina benedettina che era Cluny, lui era fervente e convinto assertore di quei principi. Quindi nell'eleggerlo, lui era il più preparato erede di Gregorio VII.

Ci vollero però alcuni mesi, prima che i cardinali trovassero un luogo sicuro per eleggere il nuovo Pontefice e soltanto il 12 marzo del 1088, riuscirono a radunarsi a Terracina sempre sotto la protezione delle armi del principe Giordano di Capua e quindi procedere all'elezione di Ottone che prese il nome di URBANO II.

Ma anche con in testa un simile energico uomo, la situazione del partito gregoriano non rimaneva meno difficile. Roma era nelle mani dell'antipapa, il quale aveva come sostenitori il prefetto, il popolo e gran parte della nobiltà; in Germania, favorito dalla morte di Gregorio e da quella di ERMANNO di Lussemburgo, avvenuta nel 1088, un anno dopo aver deposta la corona, ENRICO IV era riuscito in vari modi a ingraziarsi e ad accostarsi alla società ecclesiastica e al popolo, stanchi, l'una e l'altro, della lunga guerra intestina, che aveva creato nei principati sia dei Principi sia dei Vescovi, molti problemi non solo politici ma anche economici.

URBANO II iniziò la riscossa del Papato, tentando di impadronirsi, nell'autunno del 1088 di Roma: Ma quel tentativo dimostrò chiaramente quanta forza avesse la fazione romana filo-tedesca di Clemente III e confermò l'impotenza del vero Pontefice, il quale, rimasto alcuni mesi accampato con le sue milizie nell'isola Tiberina, Urbano dovette infine abbandonare l'impresa e rifugiarsi presso i Normanni nell'Italia meridionale.

Di qui riprese le trattative con l'Oriente, iniziate dal suo predecessore, per riavvicinare Roma a Costantinopoli, e dall'imperatore Alessio ricevette l'invito di recarsi nella capitale bizantina, dove, in un concilio, doveva esser discussa la questione del pane azzimo e del lievitato.
Nell'aprile del 1088 URBANO II si recò in Sicilia, a Traina, dove ebbe un incontro con RUGGERO D'ALTAVILLA. Si pensò che il Pontefice fosse andato a consigliarsi con il conte se dovesse recarsi o no a Costantinopoli, ma pare che il viaggio del Papa nell'isola avesse lo scopo, come ritiene l'Amari, di trattare dei riti della Chiesa greca e latina di Sicilia e di Calabria e in generale dell'ordinamento ecclesiastico della Sicilia, dove con i tolleranti Normanni facevano felicemente coabitare le diverse religioni, quella islamica come quella cattolica, quella bizantina come quella ebrea. Nessun incidente turbava la vita quotidiana, anzi le sinergie delle varie culture stavano procurando benessere all'intera isola.

Nel settembre dello stesso anno 1088, Urbano convocò a Melfi un concilio, in cui furono settanta i vescovi intervenuti, e il duca di Puglia si dichiarò vassallo della Santa Sede. Il numero molto rilevante dei vescovi presenti a Melfi e la dichiarazione di vassallaggio fatta da Ruggero rappresentavano un successo del Papato, ma era un successo esclusivamente morale, perché l'antipapa rimaneva sempre padrone della capitale del mondo cattolico; e falliva nuovamente un secondo tentativo di Urbano II di rientrare in Roma.

Dopo il non riuscito rientro, il Pontefice fissò la sua dimora nell'Italia meridionale, presso i Normanni; e con loro riuscì a seguire e a capire quei rapidi progressi che le armi di Ruggero ottenuto contro i Musulmani di Sicilia, che forse gli fecero nascere nella sua mente per la prima volta il pensiero di una crociata contro gl'Infedeli d'Asia per la liberazione di Gerusalemme.
Ma un altro disegno intanto maturava nell'animo del Pontefice sempre rivolto ad assicurare il sopravvento al partito gregoriano: unire in matrimonio la contessa Matilde, vassalla fedelissima del Papato, la quale era riuscita a ricuperare tutti i suoi domini, con il duca di Baviera GUELFO V, nipote di AZZONE II d' Este e figlio di GUELFO IV che, passato in Germania, vi aveva sposato la figlia di OTTONE di NORDHEIM e nel 1071 aveva da Enrico ricevuto il ducato di Baviera.
L'unione del potente signore con la contessa avrebbe procurato in Germania un alleato fortissimo alla causa del Papato.
Ad URBANO II, in verità, avrebbe dovuto ispirare ripugnanza il matrimonio tra un 17enne (tanti ne aveva Guelfo V) e una vedova che toccava già i quarantadue anni; ma la passione politica che agiva potentemente nell'animo del Pontefice fece sì che non tenesse conto dei venticinque anni di differenza e non esitasse a promuover le nozze di una donna molto matura e così energica di carattere, con uno sbarbatello principino.

Qualche storico ha asserito che Matilde, sposando il duca, aveva messo la condizione di serbare la castità; ma è questa un'asserzione che merita poca fede. "A fare tutto quello che fece la contessa Matilde a pro della romana Sedia - scrive il Tosti - da venire in fama di singolare femmina per virilità di spirito, non era necessario il voto di castità. Vero è però che le donne della tempra di Matilde vanno lasciate sole, perché operino a loro modo; il maritale sostegno, anziché aiutare, offende la libera espressione dei loro spiriti. Esse sono in una morale regione, in cui l'amore del marito e dei figli, troppo pratico, uccide il fiore di quella poesia, il quale nasce dal tentare imprese che trascendono le forze del sesso muliebre. Avvizzito quel fiore, subentra la fredda coscienza di esser donna; e dal campo dei negozi politici e guerreschi si scende nella quieta stanza maritale a poppare figliuoli. Elisabetta d'Inghilterra, Caterina di Russia non vollero saper di matrimonio. Matilde neppure: e l'esservi andata è il testimone più bello della sua soggezione dei Pontefici".

MATILDE dunque, sposando Guelfo, non fece che obbedire ad Urbano II, nella convinzione di giovare, con il suo sacrificio, alla causa del Papato: sacrificio, del resto, mal compensato dagli avvenimenti, perché GUELFO V, sceso poi a battaglia in Lombardia contro gli imperiali, fu sconfitto e Matilde a stento riuscì ad ottenere dai nemici una tregua fino alla Pasqua del 1090.

La tregua fu rotta da ENRICO IV, che dopo avere invaso i domini della contessa in Lorena, stabilì di scendere per la terza volta in Italia allo scopo di abbattere l'odiata Matilde in cui il Pontefice aveva uno dei più forti sostegni.
Verso la fine del marzo del 1090, l'imperatore partì dalla Germania e, passate le Alpi per la via del Brennero, entrò, il 10 aprile, a Verona, e da qui marciò su Mantova.
Cinti d'assedio, i Mantovani, spinti dalle concessioni di privilegi che la contessa aveva a loro in precedenza elargite, resistettero valorosamente per undici mesi; alla fine, costretti dalla fame, nella notte dal 10 all'11 aprile 1091, aprirono le porte agli imperiali; dopo che Matilde, Guelfo, il vescovo e i nobili, abbandonata la città si erano già salvati con la fuga a Canossa.

Lasciato a Mantova un presidio e un nuovo vescovo, ENRICO IV, già padrone di tutta la Lombardia, marciò alla volta di Canossa, verso quel castello che era stato il testimonio della sua umiliazione. Qui si era chiusa Matilde con il fermo proposito di resistere a oltranza all'assedio. All'inizio, sfiduciata da alcuni rovesci, aveva in un momento di debolezza, vergato una carta con la quale dichiarava di sottomettersi all'antipapa; ma poi confortata dalle parole dell'abate GIOVANNI di CANOSSA, lacerò lo scritto e con maggiore energia e tanta indomita audacia, riprese la lotta. Piombò, essa stessa, alla testa delle sue milizie sul campo nemico sbaragliò i soldati del sovrano, li mise in fuga e si impadronì pure dello stendardo imperiale (1092). Uno scacco tremendo per l'orgoglioso tedesco che vi era andato per lavare l'onta che gli bruciava; ora ne aveva collezionata un'altra e per di più da una donzella.

Da quel momento la fortuna volse le spalle ad ENRICO. La clamorosa notizia dell'umiliante sconfitta subita dall'imperatore a Canossa, ridestò le speranze dei Patarini lombardi, che rialzarono il capo, spronati anche dai successi di Guelfo; il ricordo della vittoriosa resistenza opposta dai Milanesi a CORRADO II spinse quattro città, che già godevano delle libertà comunali, Milano, Piacenza, Lodi e Cremona, a stringersi in lega tra loro e con alleata Matilde, mettersi contro l'imperatore germanico.
Fu questa la prima LEGA LOMBARDA, stipulata per venti anni, alla cui testa si poneva Milano. Essa non aveva carattere nazionale ma ecclesiastico. Lo dimostra il fatto che i collegati nominarono loro capo il figlio dell'imperatore, il diciannovenne CORRADO che dissentiva dalle idee paterne e riconosceva Urbano II come Pontefice legittimo. Enrico insomma aveva in casa la sua "pecora nera".

Nella Pasqua del 1093, Corrado si ribellò palesemente al padre e, nel giugno dello stesso anno, riceveva a Monza la corona ferrea dalle mani dell'arcivescovo milanese ANSELMO.
ENRICO IV si trovava allora a Verona e qui gli giunse la notizia del tradimento del figlio alla quale si aggiunse quello della sua seconda moglie, Adelaide di nome, russa di nascita e vedova di un principe sassone, la quale, imprigionata dal marito perché sospettata di adulterio e di segrete trame con i suoi nemici, era riuscita a fuggire rifugiandosi proprio presso l'acerrima nemica del marito: dalla contessa Matilde, ed ora, dall'ospitale asilo di Canossa, ricopriva di fango il nome dell'imperatore con le scandalose rivelazioni della sua vita intima.

Gli avvenimenti dell'Italia superiore, com'era naturale, causarono anche una ripercussione a Roma. La sorte dell'antipapa era molto legata a quella di Enrico, e quando la fortuna abbandonò quest'ultimo, Clemente III fuggì e si ricoverò nel campo imperiale. Fu solo per questo motivo che Urbano II riuscì a rientrare a Roma e, nella Pasqua del 1094, a sei anni dalla sua elezione, poteva finalmente insediarsi in Laterano.

LA PRIMA CROCIATA

Invitato dalla contessa Matilde a trascorrere una vacanza in Toscana, nell'estate dello stesso 1094 Urbano II partì da Roma. A Pisa si fermò alcuni mesi e per ricompensare la città della fedeltà alla causa dei gregoriani e costituì i vescovadi della Corsica sotto la dipendenza dell'arcivescovado pisano. All'inizio del 1095, il Pontefice lasciò la Toscana e, valicato l'Appennino, si recò a Piacenza, dove il l° marzo aprì un concilio.

Il CONCILIO DI PIACENZA rimase famoso, oltre che per le questioni trattate, per il numero grandissimo degli intervenuti: duecento vescovi dell'Italia, della Borgogna, della Francia e della Germania, quattromila chierici e trentamila laici. Non essendovi in quella città un locale che riusciva a contenere tanta gente, le sedute conciliari furono tenute all'aperto. Davanti all'assemblea comparve l'imperatrice ADELAIDE e fece pubblica confessione narrando particolareggiatamente le turpitudini che il marito le aveva fatto commettere. Adelaide fu assolta per aver confessato quelle colpe mentre il nome di Enrico fu ricoperto dal fango dell'infamia.
Nel concilio furono trattate alcune questioni di disciplina ecclesiastica e furono rinnovate le scomuniche dell'antipapa, dell'imperatore e dei suoi sostenitori; ma quello che procurò la più grande impressione-commozione in quella affollata assemblea, fu la comparsa dei legati dell'imperatore Alessio, giunti a Piacenza a chiedere aiuto al Papa e a tutto l'Occidente cristiano contro i Selgiucidi che trattavano atrocemente i fedeli di Cristo e, dopo aver conquistata la Palestina, ora minacciavano l'incolumità dell'impero greco.

"Occasione migliore - scrive il Bertolini - non poteva essere data ad Urbano di ottenere piena rivincita sopra Enrico e il suo antipapa. Due interessi si collegavano all'impresa sollecitata da Alessio: uno era cristiano, l'altro era ecclesiastico. La liberazione di Terrasanta dalle mani degl'infedeli era l'interesse cristiano; il ritorno della Chiesa orientale sotto la dizione di Roma era l'interesse papale-ecclesiastico.
Urbano li unì insieme nel suo bando piacentino ai cristiani di correre in aiuto della Chiesa greca e del suo imperatore. Migliaia di voci risposero all'appello del Pontefice, e l'eco risuonò per tutta Europa. Il gran momento era venuto. Le nazioni cristiane si apprestavano ad uscire dal suolo natio andando in cerca di nuovi orizzonti. Questi non erano però ignoti. Di là si erano mossi gli antichi loro padri quando giunsero a stabilirsi in Europa: e di là era giunta la novella dell'avvento cristiano.
E mai un sentimento religioso era stato capace di destare tanto entusiasmo, come seppero poi fare le crociate in questo drammatico periodo.

Per oltre un secolo, le crociate occuparono la mente e il braccio delle nazioni cristiane. E, strana cosa! quelle vanno a combattere per la liberazione di Terrasanta e ritornano, come se, invece di essere stati alla guerra, fossero andate a scuola.
La Terrasanta -alla fine della lunga "avventura", rimase in mano ai Saraceni; in compenso, le nazioni d'Occidente ne uscirono moralmente trasformate; al fanatismo figlio dell'ignoranza è poi subentrato lo spirito indagatore; le menti si sono riempite di utili cognizioni; gli spiriti sono assurti ai grandi ideali della libertà e della patria. Se insomma, le crociate non furono capaci di mutare le sorti del paese dove il Cristo era nato e vissuto, conseguirono, invece, un altro fine più alto e più umano; questo fu l'incivilimento europeo: e quando le crociate finirono, il Rinascimento cominciò".

Si é molto discusso quali fossero esattamente le intenzioni dei bizantini nell'avanzare questa richiesta: certamente non scatenare una guerra santa, concetto che era del tutto estraneo alla mentalità bizantina secondo cui la morte in battaglia era sempre e comunque riprovevole e la guerra qualcosa di vergognoso, indipendentemente dalla religione del nemico. Secondo Steven Runciman ("Storia delle Crociate") l'intento era probabilmente quello di utilizzare il papa come tramite per il reclutamento di nuovi mercenari franchi che potessero supplire alla carenza di uomini dell'esercito bizantino e dunque permettere di lanciare una grande offensiva per riconquistare l'Asia Minore.
Mai più pensavano che questa richiesta d'aiuto si sarebbe poi trasformata per loro in un incubo, per l'arrivo in oriente di stormi di "cavallette" a depredare i loro territori, a spartirseli, ad ignorare ogni loro diritto.

Mentre le motivazioni che spingono il papa all'azione sono essenzialmente due: la prima é l'esempio della "Riconquista" in Spagna come ideale di una guerra condotta per espandere i confini della cristianità. La seconda sorge dall'ambizione di Urbano II di arrivare a una conciliazione definitiva con la chiesa bizantina: per quanto si sia sempre enfatizzato troppo la data del 1054 (data canonica dello scisma fra ortodossi e cattolici) certamente i rapporti restavano tesi anche se nessuno metteva ancora in dubbio la sostanziale legittimità della chiesa greca come di quella romana.
Vanno inoltre scartate altre motivazioni come quella delle "persecuzioni ai danni dei cristiani" o quella di ostacolare i pellegrini. Infatti, i cronisti cristiani della regione assicurano che non ci furono affatto persecuzioni all'arrivo dei Turchi in Siria e Palestina e durante la dominazione turca i pellegrinaggi in Terrasanta anziché diminuire aumentarono. Anche se bisogna dire che dopo la morte del dominatore della Siria Tutush proprio nel 1095 l'intera regione era sprofondata nell'anarchia con conseguenze spiacevoli; ma non solo per i Cristiani ma per gli stessi Musulmani (cioè i veri arabi, non i turchi, che solo in seguito si convertirono all'Islamismo)
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Il concilio di Piacenza si chiuse il 7 marzo. Urbano II andò a Cremona, dove gli andò incontro l'antirè CORRADO il quale gli prestò giuramento di fedeltà, rinunziò alle investiture ecclesiastiche e, in premio, ricevette dal Pontefice la promessa della corona imperiale; poi a Cremona fu fatto un altro importante accordo: il matrimonio dello stesso CORRADO con COSTANZA, figlia del conte RUGGERO di Sicilia.

Nella stessa estate del 1095, l'11 agosto, URBANO supera le Alpi e giunge alla città di Le Puy, dove ha occasione di parlare a lungo con il vescovo della città, ADEMARO di MONTEIL, che aveva partecipato alla guerra santa contro i Mori di Spagna. E molto probabile che fu in questa città gli venne l'idea di indire una crociata; da qui, infatti, iniziò a inviare lettere a tutto l'episcopato francese annunciandogli un importante prossimo concilio a Clermont-Ferrand, fissato per il 18 novembre.
Nel frattempo in settembre, Urbano si era recato nei territori di RAIMONDO IV di Saint-Gilles, conte di Tolosa e marchese di Provenza, il più potente dei feudatari della Francia del sud. Fu l'unico nobile con cui il papa parlò direttamente delle sue idee sulla crociata, anche perché Raimondo con il suo esercito aveva già partecipato alle lotte contro i mussulmani in Spagna.

Puntualmente il 18 novembre si aprì il Concilio, e questo riuscì non meno numeroso dell'altro di Piacenza: incalcolabile era la folla dei chierici e dei laici; facevano corona al Pontefice quattordici arcivescovi, duecentoventicinque vescovi e quattrocento abati, alla presenza dei quali, discusse le questioni ecclesiastiche, e riconfermò ancora una volta i divieti nei confronti della simonia, del matrimonio ecclesiastico e dell'investitura laica. Inoltre Urbano II lanciò la scomunica sul re Filippo di Francia reo di adulterio con Bertrada, moglie di Folco, conte di Anjou. Pretestuoso movente per screditare il sovrano, qualora non si fosse schierasse con i suoi progetti. Cercava di creare anche lui una "Canossa".

L'ultimo giorno, il 26 novembre, il concilio, tenuto anche questo all'aperto e più imponente che quello piacentino, per l'innumerevole concorso di popolo andato ad ascoltare la parola del Pontefice, che bandiva la guerra santa.
E il Papa parlò alla folla immensa come non aveva mai prima di allora parlato, con grandissima magniloquenza, come se una forza soprannaturale lo ispirasse. .
Parlò delle tristissime condizioni in cui si trovava la Palestina.
"La regione che aveva dato i natali al Redentore del mondo giaceva sotto il giogo intollerabile dei Turchi Selgiucidi; erano vergognosamente profanate le chiese cristiane; i fedeli di quella terra oppressi; l'espressione del culto proibita o derisa; perseguitati o insultati o gravati di esosi balzelli i pii pellegrini; e gl'infedeli minacciavano di invadere Costantinopoli, di calpestare con il loro piede impuro le terre di tutta la cristianità d'Occidente e di cancellare dal mondo cattolico il sacro simbolo della Croce.
Occorreva pertanto, allontanare questo pericolo, lavare l'onta recata all'Oriente cristiano, piantare ancora il Sacro Legno sul maggior tempio di Gerusalemme, restituire il culto alle chiese, liberare il Santo Sepolcro di Cristo e renderlo nuovamente glorioso".

Le parole del Pontefice tuonavano come una voce che scendeva dal cielo sulla folla, e questa ad ogni pausa pendeva dal suo labbro con l'animo agitato, con il cuore in tumulto. Il Papa, mettendo frequentemente l'accento sulle sofferenze dei cristiani in Oriente, queste producevano brividi di commozione, suscitavano impeti di sdegno, e la moltitudine iniziò tutta a vibrare dal desiderio di prendere le armi e recarsi a morire eroicamente, lontano, per la gloria della fede.

Il Papa sempre tuonando, aveva pure ammonito che "era ora che i cristiani la smettessero di trucidarsi fra loro, e che poveri e ricchi dovevano egualmente prepararsi per una guerra giusta in cui sarebbero stati assistiti dal Signore che avrebbe guidato i loro passi". E annunciò che coloro che fossero morti nella crociata avrebbero avuto la piena remissione dei peccati.

Passo dietro passo il discorso infiammato del Papa fu interrotto da grandi acclamazioni e quando Urbano II terminò di parlare, da tutte quelle migliaia di bocche si levò il grido della "guerra santa": "Deus le volt" (Dio lo vuole!) in un clima di entusiasmo quasi isterico. Molti versavano lacrime di commozione e tutti si affollavano a ricevere il segno della pia spedizione, una croce di stoffa rossa cucita sulla sopravveste alla spalla destra.

La predicazione della santa guerra, fatta dal Pontefice a Clermont, fu portata dai vescovi nei pulpiti delle loro diocesi, dai sacerdoti nelle chiese, dai signori tra i loro vassalli e in breve l'entusiasmo guerriero si propagò a tutto il mondo cattolico, spingendo alle armi uomini di ogni classe sociale, principi, mercanti, servi, avventurieri, banditi, i quali erano trascinati all'impresa non solo dalla fede ma anche dagli interessi.
Infatti, grandissimi erano i benefici che ognuno sperava di ritrarre da quell'avvenimento singolare: i sovrani allontanavano gli elementi perturbatori, il clero si assicurava il trionfo della teocrazia-papale, la nobiltà sognava di fondare nuovi principati in Oriente, i commercianti pensavano allo sviluppo dei traffici, i coloni ad alleviare i pesi che su di loro gravavano, i cavalieri alla gloria da conseguire e, infine, gli irrequieti e gli avventurieri vedevano in quella guerra un'occasione propizia in cui potevano soddisfare i loro istinti e conseguire facili e favolosi guadagni.

Gli animi - dice un cronista del tempo - erano così infiammati che il marito abbandonava la moglie, il padre il figlio, il figlio il padre, né c'era legame d'affetto o di sangue che trattenesse dal partecipare alla "guerra santa" .
E come potevano gli uomini rimanere insensibili all'appello dei numerosi predicatori che percorrevano le regioni dell'Europa arringando le turbe?
Fra questi predicatori che più di ogni altro sapeva trascinare le folle con la sua parola ispirata, c'era un poveraccio, PICCARDO di AMIENS; di lui si diceva che, essendo andato pellegrino a Gerusalemme, avesse sentito una voce divina che così gli aveva parlato: "Sorgi e rivela al mondo le afflizioni del mio popolo; è tempo che il santuario di Dio sia purificato".

Vestito di un umile saio, con lo sguardo fiammeggiante e il Crocifisso in mano, PIETRO L'EREMITA predicava instancabilmente ai contadini della Francia la guerra santa, e al fatidico grido di "Dio lo vuole!" commuoveva, persuadeva, trascinava la folla all'isteria.

Fin dall'inverno 1095-96, per le prediche dell'ispirato Piccardo, si radunò una moltitudine di uomini di ogni età e di donne, uno strano esercito, privo di disciplina e di armi, con degli stracci addosso, ma pieno di ardore e di fanatismo, che dietro la guida di PIETRO L'EREMITA si mise in marcia e, per la Franconia, la Baviera, l'Austria, l'Ungheria, la Bulgaria e l'impero bizantino, giunse fino a Nicea, seminando la lunghissima via di migliaia di cadaveri, depredando i paesi che attraversavano. Queste turbe erano la disordinata avanguardia del vero esercito crociato che doveva partire più tardi.
(su queste prime spedizioni dette "dei pezzenti"
e poi in breve le altre vedi QUI le varie pagine in tematica )

Alla prima vera crociata alla quale presero parte tutte le nazioni d'Europa, partecipò anche l'Italia, la quale non solo vi mandò gran numero di guerrieri, ma ne ricavò grandi profitti, che furono divisi tra le repubbliche di Venezia, Genova e Pisa, dai cui porti partirono numerosissime navi adibite al trasporto dei pellegrini-soldati e destinate anche ad iniziare lucrosi commerci con l'Oriente e quindi con gli stessi arabi che invece i loro passeggeri scannavano.
I marittimi, i mercanti, che poi per due secoli afferrarono al volo i vantaggi delle crociate, durante e dopo queste "iniziarono ad afferrare quelli offerti dal divenir - scriverà Dante - mercadanti in terra di soldano".

Delle regioni italiane, oltre alle citate tre repubbliche marinare, quelle che diedero maggior contingente di uomini furono il Mezzogiorno, la Toscana e la Lombardia. A Venezia i1 Doge in persona nella chiesa di S. Marco invitò popolo e cavalieri alla santa crociata.
II grosso dell'esercito si raccolse nella Francia. Fra i condottieri vi erano uomini della più alta nobiltà e di provato valore: UGO di VERMANDOIS, fratello del re Filippo, il conte RAIMONDO IV di Tolosa, STEFANO conte di Blois e di Chartres, il conte ROBERTO II di Fiandra e il duca ROBERTO di Normandia, che, lieto di sottrarsi alle molestie dei suoi fratelli - Guglielmo II d'Inghilterra e il principe Enrico, - dato in pegno il suo territorio per diecimila marchi d'argento, armò numerose milizie, con al comando delle stesse lui e molti nobili inglesi e normanni.

Uno dei più noti campioni dell'esercito crociato fu GOFFREDO di BOUILLON (italianizzato in BUGLIONE) conte di Boulogne; erede da parte materna del ducato della bassa Lorena; che si faceva discendere da Carlomagno e le cui origini ed imprese furono poi esagerate dalle leggende e dalla poesia sorte sulle "eroiche" crociate, e anche su quelle che eroiche non lo erano per nulla; tutt'altro (come poi più tardi a Costantinopoli).

"Prode nelle armi e chiaro per senno", come il Tasso lo canta, per riuscire ad armare un forte esercito dovette impegnare una parte dei suoi beni, ed ottenuta licenza dall'imperatore partì in compagnia dei fratelli EUSTACHIO e BALDOVINO per l'impresa che doveva renderlo famoso e potente (la riconquista di Gerusalemme)

Fra i signori italiani che parteciparono alla crociata non poteva mancare BOEMONDO, il figlio di Roberto il Guiscardo, che più volte abbiamo accennato in questa storia. Fortissimo guerriero ed espertissimo capitano, era come tutti i suoi antenati avido di gloria e di ricchezze, amante delle più arrischiate avventure e audace sprezzante di ogni pericolo.
Non potendo procacciarsi in Italia onori e domini, non soddisfatto del magro principato che dopo le lotte con il fratellastro RUGGERO aveva ottenuto, vide una bellissima occasione nella crociata, per conquistarsi fama e terre oltre il mare e, raccolti intorno a sé ben settemila guerrieri normanni e italiani, prese parte alla spedizione in compagnia del fratello GUIDO, del cugino GUGLIELMO e del nipote TANCREDI.

Grande fama si acquistò quest'ultimo, di cui il Kugler, nella sua "Storia delle Crociate" che l'italiano Sanesi tradusse, scrive:
"La leggenda e la poesia si sono occupate di questo crociato con predilezione, e ne hanno fatto il più elevato modello di devota e generosa cavalleria. Questo è vero soltanto nel senso che Tancredi rappresentò in modo singolarmente espressivo la disposizione spirituale e guerresca di quei giorni. Dubbi religiosi e inquietudini, a motivo della sua peccaminosa condotta, l'avevano per lungo tempo agitato, e la lotta contro l'Islam gli apparve come il mezzo di riconciliarsi qui in terra con Dio. Ma oltre a ciò egli era un vero Normanno, astuto e avido, ardentemente ambizioso, tutto una furia nella battaglia. Si distingueva da Boemondo massimamente per questo, che non aveva la minima propensione agli uffici di generale e di fondatore di uno stato; di nulla s'interessava se non dei fatti cavallereschi; andare in cerca delle più rischiose avventure e procacciarsi con bravate la gloria del più invincibile eroe, era l'oggetto del suo più caldo desiderio. Lui da solo non valeva gran cosa, ma sotto la direzione di Boemondo, era un potente strumento per la fondazione di una nuova signoria normanna in Oriente".

L'esercito dei crociati, partito nel 1097, costava alcune centinaia di migliaia di uomini con dentro oltre centomila cavalieri; moltitudine, questa, che non poco preoccupava lo stesso imperatore di Costantinopoli, il quale temeva per il suo impero e per la sorte delle future conquiste. Contro questo formidabile esercito "s'armò d'Asia e di Libia il popol misto", come cantò il poeta: l'Asia e l'Africa si prepararono a difendere i loro beni e la loro fede, e i più grandi principi d'Oriente, condussero i numerosi eserciti contro di loro; come il gran soldano d' Egitto e i sultani d'Iconio e di Persia.

Prestato giuramento di vassallaggio ad ALESSIO COMNENO, i Crociati passarono il Bosforo, assediarono ed espugnarono Nicea, sconfissero i Turchi a Dorilea e, attraverso l'Asia minore e la piccola Armenia, scesero nella Siria. Nel 1098, mentre Baldovino fondava la contea di Edessa, Boemondo assediò e conquistò Antiochia, che, costituita a principato, tenne poi per sé.

Narrare gli avvenimenti della prima parte di questa spedizione si andrebbe oltre i limiti di questa breve storia. Ma si supererebbero anche questi limiti nel narrare la seconda parte della spedizione, che diventa un'impresa più degna di un poema che di storia.
Ci furono gelosie di capi, timori di connivenze dei primi crociati con gli infedeli (quando i primi scoprirono la civiltà e la cultura dei secondi, vestendosi come loro, frequentando le loro case, unendosi perfino in matrimonio con le loro figlie). Poi lotte titaniche contro la tenacia e il valore dei nemici, stenti inenarrabili, eroismi leggendari, sofferenze inaudite.
Affamati, arsi dalla sete, ridotti a soli ventimila, i Crociati, sotto la guida di GOFFREDO di BUGLIONE, giunsero nell'estate del 1099 in Palestina e posero l'assedio a Gerusalemme. Questo assedio durò dal giugno alla metà di luglio. Il 15 luglio, quando fu assalita la Città Santa la sua conquista costò ai Musulmani e agli Ebrei un'immane strage, e il Sepolcro di Cristo fu "liberato".


Esaltazione ed orrore si mescolano nel racconto di un testimone oculare della presa di Gerusalemme, il chierico Raimondo di Aguilers, cappellano del principe crociato Raimondo di Tolosa.
"Per le strade e le piazze si vedevano mucchi di teste; mani e piedi tagliati; uomini e cavalli correvano tra i cadaveri. Ma abbiamo ancora detto poco (...) basti dire che nel tempio e nel portico di Salomone si cavalcava col sangue all'altezza delle ginocchia e del morso dei cavalli. E fu per giusto giudizio divino che a ricevere il loro sangue (dei musulmani) fosse proprio quel luogo stesso che tanto a lungo aveva sopportato le loro bestemmie contro Dio. (...) Ma, presa la città, valeva davvero la pena di vedere la devozione dei pellegrini dinanzi al Sepolcro del Signore, e in che modo gioivano esultando e cantando a Dio un cantico nuovo."

Poco tempo dopo, vinto ad Ascalona il soldano d' Egitto, l'intera Palestina cadde in potere dei Cristiani. La città di Gerusalemme fu affidata al governo di Goffredo e le terre liberate furono divise in feudi tra i cavalieri e fu così dato principio al regno latino d'Oriente che doveva durare fino al secolo XIII.

"Incalcolabili furono le conseguenze politiche e sociali, economiche e commerciali della prima Crociata. Anzitutto - secondo quello che scrive il Lanzani - le crociate salvarono l'Europa dalla invasione turca; l'Oriente fu rivelato all'Occidente ed una corrente benefica di civiltà passò da quello a questo; i popoli associati in un'impresa di comune utilità e suscitati da un sentimento comune, ebbero il modo di meglio conoscersi ed apprezzarsi l'un l'altro; la turbolenta attività della società feudale ritrovò un campo più vasto, un più nobile scopo; lontani dalla patria, di fronte agli stessi nemici, in mezzo a comuni pericoli e a comuni privazioni, animati dall'ardore della medesima fede, i signori si avvicinarono più ai loro simili, e molte di quelle ingiustizie che prima la spada del barbaro aveva trasformato in diritto e in istituzioni, furono riparate nelle battaglie asiatiche, combattute sotto lo stendardo della croce; la feudalità, sbalzata a un tratto e in tanta moltitudine, dal terreno della conquista, decimata dal ferro musulmano e dagli ardori della Siria, ed al ritorno in patria sorpresa il più delle volte dalla miopia, perdette quella consistenza che la rendeva tanto formidabile, per tutto ciò, da una parte, più forte divenne la sovrana autorità, dall'altra poterono crescere e svilupparsi le popolari franchigie; nuove fonti d'industria provvidero al benessere e alla coltura dei popoli; costumi più civili, affetti più generosi, idee più elevate riuscirono a sorgere; alla scienza si dischiuse un orizzonte più spazioso e più sereno; la società si trovò come più completa; una nuova umanità sembrò uscire da quelle guerre, nell'Europa di Carlomagno e di Ildebrando.
"Era il papato che aveva regolato quel gran moto; era quindi naturale che grandissimi ne riuscissero i suoi morali e materiali vantaggi. Nuovi feudi furono aggiunti alla sovranità del Papa, i principati di Antiochia e di Galilea, le contee di Edessa e di Tripoli; e i patriarcati di Antiochia e di Gerusalemme furono sottomessi alla legge di Roma; direttori supremi delle spedizioni di oltremare, i pontefici si trovarono alla testa di una confederazione di popoli continuamente belligeranti; in momenti assai critici, il grido della crociata riuscì ad allontanare dall'occidente potentati infesti alla supremazia sacerdotale, o togliere milizie ed ausiliari ai propri nemici; la lotta della Croce contro il Corano fu per il papato un mezzo efficacissimo per combattere l'impero, che era il suo eterno, implacabile avversario".

Ma non dimentichiamo che i crociati distrussero le ultime tracce di fratellanza tra cattolici e ortodossi; e quando più tardi saccheggiarono Costantinopoli, aprirono le porte dell'Impero d'Oriente agli invasori turchi.

Questa fu la prima, ma con quelle che poi seguirono (che riportiamo in altre pagine) ci ricordano anche che l'avventura delle crociate fu iniziata per imporre una civiltà - che l'Occidente credeva altissima - e finì invece che ne scoprì un'altra più avanzata: scoprì le scienze, la matematica, la medicina, l'astronomia, la letteratura, la filosofia, l'agronomia, l'ottica, la geografia del mondo, e tante altre. Un'enorme "mensa del sapere" che nutrirà d'ora in avanti l'intera Europa. Sconvolgendola!
Riscoprirà (nelle biblioteche arabe conservata) tutta la civiltà classica (paradossalmente anche quella latina tradotta in arabo) considerata fondamento di ogni progresso civile e spirituale dell'uomo, e sottoporrà a critica le nozioni tradizionali, che significò una rivalutazione dell'uomo e della sua possibilità di comprendere e trasformare il mondo.
Riscoprirà perfino la musica, e con questa inizierà il "preludio" dell'Umanesimo, per poi approdare alla grande "sinfonia" del Rinascimento.

MORTE DI URBANO II - PASQUALE II
FINE DI ENRICO IV

URBANO II rimase parecchio tempo in Francia dopo il concilio di Clermont, poi ritornò in Italia. Aveva acquistato tale prestigio dalla predicazione della guerra santa che la popolazione di Roma, dalla quale non era stato mai benvisto, gli andò incontro plaudente.
Quanto più cresceva la fortuna del Pontefice e del partito ecclesiastico tanto più quella dell'imperatore declinava. Inoltre chiusa la via delle Alpi dal suo nemico GUELFO IV di Baviera, suocero di Matilde, ENRICO IV, era rimasto intrappolato e quasi relegato per alcuni anni al nord della penisola italiana.
Nella primavera del 1097 riuscì finalmente a tornarsene in Germania; e questo fu possibile solo perché ci fu la rottura tra la contessa e il suo giovanissimo marito, che aveva improvvisamente riavvicinato il Re al padre del giovane Guelfo V e gli aveva aperto la via della Baviera.
L'alleanza insperata del duca di Baviera, se valse ad agevolargli il ritorno in Germania non valse a risollevarne la fortuna in Italia che andò tutta perduta per l'imperatore e per l'antipapa. Quest'ultimo, che era riuscito a tornare a Roma, il 24 agosto del 1098 fu cacciato da Castel Sant'Angelo e da allora cominciò a peregrinare miseramente, finché, l'8 settembre del 1100 non lo colse la morte; e si estinse -subito dopo- pure lo scisma (vedi più avanti).

Prima della sua morte, un anno prima, il 29 luglio del 1099, quattordici giorni dopo la liberazione di Gerusalemme, si era spento URBANO II. Aveva pontificato per undici anni e cinque mesi; aveva trovato prostrato il Papato e grazie la sua accorta politica e la sua prodigiosa attività lo aveva rialzato dalla rovina in cui era caduto nel breve periodo di Desiderio (Vittore III).

Ad Urbano successe nel trono pontificio un monaco cluniacense, RANIERI, originario di Bieda, nella Tuscia romana, il quale il 14 agosto del 1099 prese la tiara col nome di PASQUALE II.
Il suo pontificato iniziò subito tempestoso, per le manovre insidiose del partito imperiale ma anche per la sua indole impetuosa e combattiva.
Morto poi - come detto sopra- l'antipapa Clemente III, dai filo-tedeschi furono creati non uno, ma due antipapi, un ALBERTO e un TEODORICO, ma l'uno e l'altro caddero in mano dei Normanni e furono chiusi il primo a San Lorenzo d'Aversa, il secondo nel monastero della Cava, presso Salerno. Così definitivamente terminava lo scisma; tuttavia nonostante questo, PASQUALE II non ebbe pace, e si vide costretto ad iniziare una lotta, che doveva poi nuovamente straziare Roma; una lotta contro i baroni romani, dei quali un PIETRO COLONNA, nel 1101, dal suo castello presso Tuscolo più volte si mise a desolare con le rapine i dintorni di Roma e il Lazio.

"Nessuna epoca - osserva il Bertolini - presenta la storia d'Occidente così piena di contrasti e di disordini come quella che stiamo descrivendo. Il papato e l'impero in guerra fra loro; l'uno e l'altro in preda a continue turbolenze dei loro popoli e a conati sediziosi dei loro vassalli; la Chiesa esposta a continui scismi e l'impero a continue ribellioni".

E mentre le due potenze maggiori vanno così logorando le loro forze e consumando il loro prestigio, le città italiane approfittano di questo decadimento dei loro vecchi padroni per dare uno sviluppo nuovo alla loro libertà. E' in questa nuova epoca, situata a cavallo di due secoli, che il nome "consolare", al quale si collegavano le grandi memorie della libertà romana, va a consacrare le nuove libertà comunali.
Magistrature collegiali impersonate dai "consoli" in quelli che sono di nuovo dei "centri urbani", delle "civitas" per indicare la nuova realtà politica che sarebbe poi stata generalmente definita "commune", e i suoi cittadini di nuovo "habitatores urbis".
Quindi una forma non proprio nuova, di organizzazione politica, già applicata a un'istituzione molto antica: la Polis, la Città Stato, governata sempre più in un modo democratico.
Comunità che non sono più formate da una popolazione contadina ad economia di mercato agricola chiusa, ma da soggetti che hanno creato un'economia di mercato aperta con le attività artigianali e mercantilistiche.
Nascono inizialmente dei "piccoli universi" economici, che causano una piccola rivoluzione copernicana. La campagna non è più il centro del sistema economico, ma é la popolazione del contado che ora gira attorno e dentro la città e torna a farla rifiorire e a trasformarla nel centro della nuova economia e della nuova comunità.
Nasce il "borgo", e dal borgo, nasce il "borghese".
Questi piccoli - per il momento- centri, compaiono nel 1093 a Biandrate, nel 1094 a Pisa, nel 1095 ad Asti, nel 1099 a Genova, nel 1102 a Firenze, a Torino nel 1111, a Bologna nel 1123, a Mantova nel 1126, a Modena nel 1135, a Parma nel 1149 e così via tanti altri.
Parrebbe incredibile che, in mezzo a tale scuotimento interno di cose, potesse attecchire l'esodo delle nazioni cristiane verso le lontane regioni della Terrasanta, guidate dal fanatismo religioso!
Ma era tale lo spirito dell'epoca. Il bisogno di muoversi, di agitarsi invade tutte le sfere sociali; il passato non soddisfa più il presente; un desiderio intenso di novità agita gli animi; e chi non lo può soddisfare in patria, va fuori, va lontano, in paesi che eccitano, con i loro ricordi storici, la fantasia, e promettono gloria e ricompense materiali in questa vita, e il paradiso nell'altra.

Mentre l'artigianato trova comodo starsene in casa per fondare la libertà della propria città, il cavaliere, il vagabondo, il sognatore, trovano invece più acconcio alla loro indole gettarsi in imprese avventurose piene di attrattive, eroiche, lucrose o utopistiche come erano le spedizioni di Terrasanta.

Mentre le schiere del Colonna imperversavano nel Lazio rubando, moriva a Firenze l'antirè, il giovane CORRADO, che da San Donnino, dove aveva la corte, vi si era recato per lamentarsi con Matilde del suo sprezzante contegno.
Questo contegno fece anche sussurrare dai maligni che sia stata la stessa contessa a far propinare dal suo medico un veleno all'infelice giovane. Malignità forse infondate, che però ci aiutano a conoscere l'animo di Matilde la quale, facendosi guidare in politica da un rigido calcolo, non esitava un attimo ad abbandonare gli amici quando non ne aveva più bisogno.
E di Corrado infatti -come osserva il Muratori- non ne aveva più bisogno la contessa, ora che in Italia era stato annientato il partito di Enrico IV.

Ma aveva Enrico IV un altro figlio, che, come il padre, aveva il nome di ENRICO (V) e, invece del ribelle Corrado, era stato lui designato come successore al trono paterno e nel 1099 incoronato re.
Se vogliamo prestar fede a un cronista, PASQUALE II - dopo avere nel Giovedì Santo del 1103 rinnovata la scomunica contro l'imperatore - convinse il giovane re a ribellarsi al padre. Si trovava questi e Fritzlar, pronto a marciare contro i Sassoni, quando, nel dicembre del 1104, il figlio (come aveva fatto il fratello) abbandonò la corte paterna, dichiarando di non poter più vivere sotto lo stesso tetto di uno scomunicato.

Forte dell'appoggio di tutti i nemici, dell'imperatore e principalmente dei nobili della Svevia e della Baviera, il giovane ENRICO marciò contro il padre, che, radunato un esercito, si era rifugiato a Colonia. Si era dell'opinione che sulla Mosella dovesse aver luogo uno scontro tra le milizie dell'imperatore e quelle del figlio. Lo scontro però non avvenne, il ribelle, mostrando di voler riconciliare il Papa con il genitore, invitò questo ad un colloquio a Coblenza e con lui poi s'incamminò alla volta di Magonza, dove l'ignaro imperatore aveva convocata un'assemblea di principi.
Giunti però a Binggen, il giovane trascinò il padre nel castello di Bóckelheim e qui l'infelice sovrano fa fatto prigioniero con tre suoi servi, messo in una segreta, costretto a subire ogni sorta di privazioni e di oltraggi e a consegnare infine, le insegne della sua dignità, la corona, lo scettro, la croce, la lancia e la spada, se voleva aver salva la vita.
Trasferito poi con una schiera di guardie di suo figlio al castello d' Ingelheim, invano chiese che gli si concedesse di difendersi dalle accuse che gli erano state mosse; promise che avrebbe perfino accettato la penitenza se fosse risultato colpevole; invano le suppliche, la contrita sincerità, le assicurazioni e le promesse. Dovette rinunciare al trono e ai suoi diritti in favore del figlio e ciononostante rimase suo prigioniero nel castello.

Sparsasi la notizia della violenza fatta al sovrano, l'opinione pubblica questa volta si volse a favore dell'imperatore, e questi, riuscito a fuggire con l'aiuto di alcuni fedeli, annullò l'abdicazione che gli era stata strappata con la forza e trovò un rifugio sicuro prima a Colonia, che si schierò con lui e respinse dalle sue mura il nemico, poi a Liegi, la cui cittadinanza, compreso il clero, giurò di difenderlo fino all'ultimo e accolse con scherno la tuttora permanente scomunica papale.

Eppure, da Liegi, Enrico IV scrisse lettere affettuose al figlio ribelle e ai principi infedeli; una la inviò al re di Francia, che non si può leggere senza raccapriccio quando il sovrano gli narra le sofferenze patite e la profonda amarezza per il tradimento del figlio. La lettera terminava:
"Da Liegi vi scrivo, spinto dalla fiducia che mi ispirano i vincoli familiari, da cui siamo congiunti, e quelli della nostra antica amicizia. E vi supplico in nome di questi santi legami, di non abbandonare nel suo angoscioso dolore un parente e un amico. E anche se tali vincoli non esistessero sarebbe interesse nostro e di tutti i re vendicare le ingiurie che ho ricevute e il disprezzo di cui mi hanno colmato, per cancellare dalla faccia della terra un così dannoso esempio di malvagità, d'infamia e di tradimento".

Tanti appoggi morali, tanta compassione, ma nessuno materialmente si mosse in suo aiuto e l'infelice sovrano -e questa volta l'amarezza era davvero profonda e sincera- morì l'anno dopo, il 7 agosto del 1106, forse di crepacuore. Aveva appena 52 anni.

Neppure dopo morto ebbe pace e perdono dai suoi nemici, il cui trionfo era ora completo. La sua salma era stata tumulata nella tomba reale; ma il vescovo di Spira ordinò che fosse rimossa e portata in una cappella non consacrata del duomo di quella città, dove rimase insepolta per ben cinque anni; fu necessario, con Enrico V, reclamare l'assoluzione dalla scomunica perché la povera salma del sovrano trovasse finalmente quella pace che tanti anni di vita agitata non avevano concessa al difensore strenuo e sventurato dell'impero nella lotta gigantesca contro il Papato.

Lasciò questo ingrato figlio che a soli venti anni gli aveva strappato il trono; ne aveva ora 25, con davanti un impegno gravoso: di pacificare la Germania.
Sono queste le vicende che andiamo ora a narrare nel successivo capitolo
fino alla sua morte, e cioè il

periodo dall'anno 1106 al 1125 > > >

Fonti, citazioni, e testi
PAOLO GIUDICI - Storia d'Italia - Nerbini
RINALDO PANETTA - I Saraceni in Italia, Ed. Mursia

GREGORIUVUS - Storia di Roma nel Medioevo - 1855

L.A. MURATORI - Annali d'Italia
MAALOUF, Le crociate viste dagli arabi, SEI, Torino 1989
J.LEHMANN, I Crociati,- Edizioni Garzanti, Milano 1996
STORIA MONDIALE CAMBRIDGE - (i 33 vol.) Garzanti 
UTET - CRONOLOGIA UNIVERSALE
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