ANNI 1138 - 1152

CORRADO III - ARNALDO DA BRESCIA - RIVOLUZIONE ROMANA

CORRADO III AL TRONO DI GERMANIA - ENRICO IL SUPERBO, GUELFO VI E LA GUERRA CIVILE IN GERMANIA - LA SECONDA CROCIATA - L' ITALIA DURANTE IL REGNO DI CORRADO III - ABELARDO - ARNALDO DA BRESCIA - CONDANNA DI ABELARDO E DI ARNALDO DA BRESCIA - BERNARDO DI CHIARAVALLE ED ARNALDO DA BRESCIA - ASSEDIO E RIVOLTA DI TIVOLI - RIVOLUZIONE ROMANA: CADUTA DEL POTERE TEMPORALE DEI PAPI E RESTAURAZIONE DEL SENATO - MORTE DI INNOCENZO II E CELESTINO II - ELEZIONE DI LUCIO II - ASSALTO AL CAMPIDOGLIO E MORTE DEL PONTEFICE - EUGENIO III E LA REPUBBLICA ROMANA - MORTE DI CORRADO III - GIUDIZIO SULL'OPERA SUA L' ITALIA DURANTE IL REGNO DI CORRADO III - LA SECONDA CROCIATA
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CORRADO SUL TRONO

Al trono di Germania, dopo la morte di Lotario II, aspirava il genero ENRICO detto poi "il Superbo"; a lui però si opposero duramente i principi laici ed i vescovi tedeschi, i primi perché temevano l'eccessiva potenza che il duca avrebbe conseguito se avesse aggiunto la potestà regia ai suoi ducati di Baviera e di Sassonia, il marchesato di Toscana e di Spoleto e il principato di Sardegna, gli altri perché in una forte monarchia vedevano un pericolo grave per la Chiesa e per benefici ottenuti con la lotta delle investiture.
Questo spiega perché nella dieta di Coblenza nei primi di marzo 1138 -come abbiamo visto nelle pagine precedenti- fu eletto CORRADO di HOHENSTAUFEN, il quale fu dal cardinale legato DIETVINO, consacrato il 13 dello stesso mese.

ENRICO "il Superbo" si rassegnò al fatto compiuto e, a Ratisbona, si mostrò disposto a riconoscere il nuovo sovrano e a consegnargli le insegne imperiali che Lotario gli aveva promesso, ma, essendo stata la Sassonia data al margravio ALBERTO "l'Orso" e la Baviera a LEOPOLDO d'Austria, fratellastro del re, scese in armi contro Corrado III e così ebbe inizio una guerra che, inframmezzata da tregue, matrimoni e compromessi, doveva durare fino al 1146.

NASCE IL NOME "GUELFI" E "GHIBELLINI"

Fu durante questa guerra che, secondo lo storico contemporaneo Ottone di Frisinga, si udirono per la prima volta nel 1140, all'assedio di Weinsberg, i due gridi di guerra dei GUELFI bavaresi e degli HOHENSTAUFEN, "Hie Welf !" e "Hie Waiblingen !" .
Il primo dal nome della casata dei Welfen, duchi di Sassonia, il secondo dal nome di un castello degli Hohenstaufen nella diocesi d'Augusta, presso Stoccarda. Due nomi che servirono nel gran confronto politico a denominare con il primo il partito del Papa (Guelfi) e con il secondo quello Imperiale (Ghibellini).
Quest'ultimo in Italia assunse il significato non di fedeltà dinastica, ma di sostegno politico all'imperatore, in opposizione al primo, sostenitore del papato. Le fazioni Ghibelline in Italia furono più connesse alle vicende interne delle città e alla lotta per il potere locale e con l'appoggio imperiale, contro le fazioni Guelfe che avevano un orientamento politico favorevole alla Chiesa.

Morto a Quedlinburg il 20 ottobre 1139 ENRICO "il Superbo", parve che dovesse essere assicurata la pace alla Germania. E la pace, infatti, fu nel 1142 conclusa sposando GERTRUDE, la vedova di Enrico, con ENRICO D'AUSTRIA, cui fu data l'investitura del ducato di Baviera e restituendo la Sassonia ad ENRICO "il Leone", figlio del Superbo. Ma l'accomodamento non piacque al fratello di costui, GUELFO VI che pretendeva la Baviera, e così si riaccese la guerra contro CORRADO, alla quale prese parte, il nipote, il giovane duca di Svevia FEDERICO BARBAROSSA (aveva allora 17 anni).
Federico era allo stesso tempo un Hohenstaufen (ghibellino) per sangue paterno, e un Welfen (guelfo) per parte di madre.

Il riaccendersi della guerra in Germania impedì a Corrado III di scendere in Italia. Lui che - dimenticando il proprio passato- era salito al trono grazie il favore del partito ecclesiastico, n'era diventato da qualche tempo l'amico e quasi lo schiavo, aveva interesse di consolidare nella penisola la sua posizione e sognava anche di prendere a Roma la corona imperiale e di abbassare la potenza di Ruggero, che, costringendo il Pontefice (allora Innocenzo II) al trattato di Mignano, aveva il Normanno umiliato la Santa Sede.

Né soltanto la guerra che travagliava il suo regno impedì a Corrado la vagheggiata spedizione in Italia; costituì un secondo impedimento la lotta ripresa contro Boleslao e Miecislao di Polonia, avversari di Vladislao cognato del re; e un terzo e più grave ostacolo fu la crociata in Terrasanta, ardentemente predicata da BERNARDO di CHIARAVALLE e da Corrado decisa nel dicembre del 1146, nonostante l'opposizione dei principi della Germania settentrionale ed orientale, ed il contegno di ENRICO "il Leone" che rivendicava il ducato paterno di Baviera.

Per le vicende della seconda crociata, che trattiamo in altre pagine,- nei singoli anni, e in "tematica", qui daremo soltanto un breve cenno. Partirono prima i Tedeschi, capitanati da Corrado III che nella primavera del 1147 era riuscito a fare eleggere come successore al trono suo figlio infante Enrico.
Giunto in Asia, il corpo di spedizione si divise in due e questo fatto fu la causa dell'esito infelice dell'impresa. Una parte, comandata da OTTONE di Frisinga, fu disfatta presso Laodicea, l'altra con CORRADO alla testa, fu prima sconfitta a Dorilea e decimata poi dalla fame a Nicea, dove perirono più di trentamila uomini.
I superstiti, tornati indietro, si unirono ai crociati francesi che sopraggiungevano guidati dal re LUIGI VII. Ma neppure con loro ebbero fortuna: sorpresi, mentre attraversavano i monti di Cadmo, dai Selgiucidi, furono sbaragliati; più tardi, assoldate nuove milizie i due sovrani tentarono di impadronirsi di Damasco, ma si narra che il tradimento dei cavalieri Gerosolimitani fece fallire l'impresa.

Sfiduciato, CORRADO III se ne tornò in Europa. Passando per Costantinopoli strinse alleanza con l'imperatore EMMANUELE COMNENO contro Ruggero II di Sicilia; ma neppure allora al re tedesco gli fu possibile occuparsi della penisola: dovette correre in Germania dove GUELFO VI, tornato anche lui dall'Oriente, aveva brandito le armi per conquistare la Baviera, né, quando fu battuto (1150), fu possibile al re, trattenuto oltre le Alpi dalla rivolta del duca di Sassonia (1151), di scendere in Italia, dove è necessario tornare indietro di alcuni anni per narrare le vicende che si svolsero dal 1140 al 1150 e la situazione creatasi.

"Alla metà del secolo duodecimo - scrive il Lanzani - invano cercheremmo l'Italia di Berengario e di Ottone I, quantunque ancora esistano le istituzioni, le gerarchie, le forme esteriori di quella società, che ha avuto origine dalla conquista barbarica e si è sviluppata dalla monarchia carolingia.
Non sopraffatta dall'invasione tedesca, né dalle crociate pontificie, né dalle gelosie di Bisanzio, di Pisa, di Venezia, la vigorosa monarchia normanna ha innegabilmente segnato i confini tra l'Italia meridionale e il regno di Desiderio e di Arduino; sulle rovine di tre dominazioni, ha creato un'unica unità politica, capace di resistere allo spirito anarchico della sua feudalità: ha trovato nella papale investitura la forma del proprio diritto, e il mezzo per assicurare la sua indipendenza contro le pretese dei Cesari occidentali, imposti all'Italia dalle diete alemanne.

"Dentro i confini dell'antico regno feudale, i duchi, i margravii, i conti, i vescovi hanno perso quasi tutte le più essenziali prerogative della loro autorità. Quella feudalità principesca, che in Germania vediamo contrastare così efficacemente l'esercizio della sovranità ai capi della nazione, in Italia è quasi del tutto scomparsa con la Grande Contessa. I Guelfi di Baviera, possessori, per diritto d'investitura, dell'eredità di Matilde, subiscono il fato dei loro sovrani; lontani dall'Italia, non hanno mezzi, né hanno occasione di esercitare direttamente il loro potere nella Toscana, né di impedire le usurpazioni della piccola feudalità, né quel moto di emancipazione popolare, così tanto favorito dalla guerra delle investiture.
"La Savoia e il Piemonte formano una potente signoria, riuniti sotto il dominio dei conti di Moriana (gli Umbertini, alias "Savoia"); ma di fronte a questi stanno le città di Torino, di Vercelli, d' Ivrea. E anche il marchese del Monferrato non può tenersi soggetti i due comuni di Chieri e di Asti.

"E, infatti, di fronte alla piccola feudalità dei minori vassalli che con la ribellione e con i favori sovrani è riuscita ad innalzarsi sulle rovine della potenza margraviale sta il popolo dei discendenti dei vinti, stanno i comuni; i quali, mentre all'interno del loro distretto svolgonsi quelle antiche istituzioni municipali, e con queste rifioriva la civile libertà, una vita prospera con delle forti associazioni cittadine, nei loro lenti ma continui progressi, fanno pure delle sottrazioni continue alle proprietà di quelle antiche signorie che vantavano solo diritti di antichi avi dominatori.

"Sorti su terreno feudale i Comuni italiani presentano nel secolo dodicesimo una gerarchia, quale invece nella società dei dominatori era determinata solo dalla natura del possesso, alcuni senza alcun merito.

"I minori comuni godono e subiscono il patronato dei maggiori; gli eguali esercitano l'uno contro l'altro il diritto di guerra; la vittoria impone il vassallaggio. Milano, mentre ha come fedeli alleate e protegge i comuni di Crema e Tortona, trascina nelle sue guerre contro Pavia e Cremona le altre due città di Lodi e di Como, da lei vinte.
Come vedremo più avanti, dopo la prima dieta tenuta a Roncaglia dal Barbarossa, i Lodigiani non portano il dovuto omaggio all'imperatore, se non dopo averne avuta licenza dai Milanesi. Lo stesso avviene nei rapporti del Comune con la feudalità, che gli sta attorno. Questa è impotente a resistere a quel moto, che spinge sempre più in avanti i limiti del distretto cittadino.

"Sopraffatti da forza maggiore, i discendenti dei conquistatori non trovano altro modo di assicurare la loro proprietà e le reliquie dell'antica potenza, se non col dichiararsi vassalli di quel comune dove si trovano più vicini, con il riconoscere la sua signoria, con l'obbligarsi alle sue guerre, alla sua difesa, con il concorrere al mantenimento dei suoi statuti, con il prender parte alle sue conquiste, alle sue usurpazioni.
"Ed è appunto per questa supremazia, che un comune può esercitare contemporaneamente sopra i feudi e sulle città, che si arriva al periodo in cui alcuni ordini maggiori della società italiana, che il potere sovrano ha creduto di aver totalmente depresso mediante le franchigie con le quali fu limitata l'autorità comitale, si trovano invece risorti, e diventano i rappresentanti dei maggiori comuni" (Lanzani)

Non solo i più spregiudicati vassalli del signore feudale che intravedevano la possibilità di crearsi un dominio personale sfruttando le aspirazioni delle comunità cittadine, ma anche gli stessi potenti nobili. Per tentare un'estrema difesa dei propri privilegi non trovarono di meglio di appoggiarsi o farsi appoggiare dalle milizie della città vicina, promettendo delle concessioni alla municipalità.
Il prestigio personale del feudatario che prima deteneva i diritti politici sulla zona in cui sorgeva la città, molto spesso era tale da conquistarsi la fiducia dei cittadini, che lo eleggevano poi magistrato del Comune. In questo quadro politico così complicato e ambiguo, di continui voltafaccia, c'era poi l'intervento dell'autorità suprema (Re, Imperatore, Pontefice) che di volta in volta s'intrometteva nella nuova realtà che si era creata, esercitando pure loro pressioni in una direzione o in un'altra con la stessa ambiguità.
Si crea così una varietà di atteggiamenti non solo dei feudatari ma anche dei cittadini, e nel Comune l'assetto fu sempre precario, sempre travagliato da discordie anche cruenti, e che alla fine dell'"avventura" cadde vittima volontaria della dittatura signorile.

Torniamo ancora a ciò che scrive il Lanzani:
"Tuttavia un tale ordine di cose riposa sulle fondamenta dell'antico; però continua quel regno, che abbiamo visto sottratto da Carlomagno a Desiderio, disputato tra Berengario d'Ivrea e Guido di Spoleto, infeudato, prima dalla principesca, e poi dall'episcopale feudalità, al regno tedesco; e ancora continua quel patto, con il quale i principi eletti dalle diete di Germania hanno diritto di tener corte a Pavia e a Roncaglia, e di cingersi della corona di Augusto e di Carlomagno. Ma il comune, come ente politico, come effettivo successore dei marchesi e dei conti, non intende ora la sua sudditanza al proprio re, differentemente da quello che è intesa dalla principesca feudalità d'oltr'Alpe, o che era intesa dai duchi e dai margravii italiani ai tempi dei Carolingi e dei Sassoni. Riconosce l'autorità di questo Re, ma impugna l'esercizio di una tale autorità, appena questa è in opposizione con i suoi particolari diritti. Il comune è ancora attaccato alla regia sovranità, ma solo in quanto trova in essa l'origine di quelle franchigie, di quelle buone consuetudini, con il mezzo delle quali si è andato gradatamente sviluppando il suo diritto. Al di là di queste, la sovranità non è più nulla. Da lungo tempo in possesso, dello straniero, essa ha perso in Italia quell'efficacia, che conserva pur sempre in Germania, come autorità nazionale, delegata ad un Re connazionale dai capi del popolo tedesco.
Nella guerra delle investiture essa si è troppo spogliata di diritti e di prerogative, e le franchigie sono state con troppa varietà disseminate in mezzo al popolo dei soggetti (circa 500), perché essa possa avere la forza, per essere esercitata su tutto il resto della nazione.

Cremona si lascia devastare il territorio, anziché ubbidire a Lotario, che le intima di restituire i prigionieri milanesi. Le città tengono il palazzo regio al di fuori delle loro mura. Come una volta i capi della feudalità, come una volta i margravii e i vescovi, così ora i più possenti comuni accettano la sovranità dello straniero, purché sia una sovranità lontana. Gelosi della loro libertà, dice OTTONE di FRISINGA, lo storiografo di Federico I, non soffrono il governo di un solo; superbi e poco rispettosi ai re, malvolentieri li vedono in Italia né obbediscono loro, se non costretti dalla forza. Nel nuovo ordine di cose, la sovranità dei successori di Berengario continua a sussistere, per la ragione che il risorgimento del comune non si è effettuato al di fuori dell'edificio feudale.
"Riguardo poi all'imperiale autorità, questa formava una cosa a sé, solo teoricamente, solo astrattamente; di fatto, s'identificava con l'autorità del principe eletto dalla dieta tedesca e imposto all'Italia dal patto di Ottone I; e pertanto non avrebbe mai potuto produrre per se stessa né una restaurazione degli antichi ordini, né un rinnovamento politico, che fosse in corrispondenza con i progressi della libertà cittadina.
L'autorità imperiale doveva subire il fato dell'autorità feudale. Sono di un significato importantissimo le parole che per bocca dei deputati del senato, Roma rivolse al suo sovrano, allorquando Federico di Svevia scese a riprendere quella corona, che -con gli avvenimenti già narrati- Roma aveva invece negato al suo predecessore: "Eri straniero d'oltre monte, e ti ho costituito principe; tu devi dunque osservare le mie buone consuetudini e le antiche leggi, tenermi sicura dalla rabbia dei barbari" (cioè di quegli stessi Tedeschi, alla cui nazione l'imperatore apparteneva), ecc. Il sentimento, che suscitava tali parole, era il sentimento di tutte le popolazioni del regno italiano.

" In mezzo a tante contraddizioni di fatti e di principi, accresciute anziché diminuite dal risorgimento comunale, era impossibile che da questo, come ci si presenta alla metà del secolo, venisse un tale assetto politico, il quale, quand'anche non avesse a portare ad una ricostituzione unitaria dei popoli italiani, pure valesse ad assicurare a questi la loro indipendenza dai principi alemanni, a provvedere al trionfo completo degli elementi indigeni sugli stranieri, all'eguaglianza in diritto e in fatto, e quindi alla concordia delle varie parti della nazione.
"Tuttavia, nei tempi cui ci hanno condotto le nostre considerazioni, non mancò il tentativo di rivendicare nella sua pienezza il diritto nazionale; e questo tentativo fu fatto appunto nella città che era la sede delle più importanti tradizioni politiche della nazione, e contro quell'autorità, la quale, se con la sua resistenza alla suprema potestà politica aveva contribuito non poco agli incrementi della libertà popolare, aveva però cooperato anch'essa ad accrescere antinomie, che poi troviamo nel movimento politico e civile della società italiana".

ARNALDO DA BRESCIA E LA RIVOLUZIONE ROMANA

Sorge in Italia, nella prima metà del secolo dodicesimo, mentre la lotta delle investiture si avvia al suo termine, un uomo di cui non è possibile tacere, un uomo le cui dottrine sono il prodotto del movimento di libertà che aveva generato la vita comunale e di un movimento intellettuale che traeva, in parte, le sue origini dalla riforma.

"Nel mondo scientifico - scrive il Tocco - questo movimento corrispondeva a quella reazione degli ordini inferiori contro i superiori, che in Italia condusse fuori della società feudale gli elementi dell'emancipazione cittadina. Come il movimento prende le mosse dall'indagine religiosa, così si effettua inizialmente (e per lungo tempo proseguirà finché se ne sarà continuatore il laicato) in mezzo alla società ecclesiastica, e specialmente in quel ceto che abbiamo visto costituire il partito d'opposizione all'aristocrazia episcopale.
Si può dire che due erano le vie, per le quali l'intelligenza tendeva allora a sottrarsi al predominio sacerdotale.
Una appartiene unicamente alla fede, ed è mistica, è di quei pii, bollati subito dalla chiesa come settari ed eretici, che avevano lo scopo principale di riportare la credenza religiosa alle pure dottrine evangeliche, ed il sacerdozio alle tradizioni dei primi tempi cristiani.
L'altra invece è tutta speculativa, metafisica, scolastica: comincia in mezzo alle lotte dei nominalisti e dei realisti: ed il suo più grande rappresentante è il monaco PIETRO ABELARDO (1079-1142), nome immortale, tanto nella storia della scienza, quanto nelle leggende d'amore (il famoso epistolario con Eloisa).
Cattedra di Teologia a Parigi nel 1113. Due volte condannato per eresia (1121 e 1141). Profondo conoscitore della logica aristotelica, ne volle applicare il metodo rigoroso a tutti i campi del sapere, compresa la teologia.

"Non si può credere, se non ciò che prima si è inteso: dubitando arriviamo all'indagine, indagando arriviamo alla verità; e tutto ciò che deve essere provato deve essere prima messo in dubbio"; ecco la tesi fondamentale di quella filosofia che, quantunque inviluppata ancora nelle fasce della teologia, si risolveva in un ardito razionalismo, tendente a distinguere tra loro la ragione e la fede, e ad assicurare a ciascuna un dominio separato ed indipendente".


Chi in Italia divulgò le dottrine di Abelardo e sostenne la separazione del potere religioso dal civile, fu ARNALDO DA BRESCIA, l'ardito monaco che diede origine a quella setta che fu detta degli Arnaldisti o Politici.
ARNALDO nacque a Brescia, nel principio del secolo dodicesimo (morì a Roma nel 1155); indossò molto giovane l'abito talare e, quando prese gli ordini minori, andò in Francia a Parigi per studiarvi filosofia alla scuola dell'accennato celebre ABELARDO il temerario innovatore che aveva introdotto il sistema di studiare la teologia per mezzo della filosofia e che istruì il giovane bresciano in quella dottrina che gli doveva poi essere norma e meta di vita e materia della sua attività.
Tornato a Brescia, Arnaldo entrò in un convento di Agostiniani e lì, amato per dottrina e morigeratezza di costumi, iniziò il suo apostolato, predicando quello che Gesù Cristo aveva detto, che cioè il suo regno non era di questo mondo, che solo all'autorità civile spettava l'uso dello scettro e della spada, che per conseguire l'eterna salvezza il clero doveva abbandonare i beni terreni e ritornare alla semplicità degli antichi costumi.

Erano, in parte, le idee con le quali si era dato inizio al movimento riformista; mentre però la riforma aveva preso altri sviluppi nel campo politico ed aveva finito con l'avvalorare ed esaltare il potere teocratico, in cui era implicito il possesso dei beni terreni, le idee di Arnaldo conducevano ad un fine opposto, all'ideale di una chiesa senza gerarchie ecclesiastiche, di un clero che vivesse delle oblazioni ed esercitasse, sui fedeli soltanto il potere spirituale.
Arnaldo diede per primo l'esempio consacrandosi alla povertà; in politica sposò la causa del popolo e dei consoli della sua città, tutti avversi ai nobili e al governo tirannico del vescovo Mainardo. Venuto in odio alla parte che dominava a Brescia, Arnaldo fu cacciato dalla città; all'esilio si aggiunse la condanna delle sue dottrine decretata da INNOCENZO II nel concilio lateranense del 1139.

Arnaldo fece ritorno in Francia e vi giunse proprio quando BERNARDO di CHIARAVALLE tuonava contro ABELARDO che doveva essere giudicato dal concilio di Sens. Il santo monaco scriveva al Pontefice: "Eravamo scampati alla rabbia leonina e ci siamo invece incontrati in un drago. I suoi scritti si diffondono dappertutto, valicano le Alpi, passano i mari; e coloro che odiavano la luce si sono fatti avanti chiamando tenebre la luce. L'errore si propaga senza ritegno da popolo a popolo, di paese in paese. E' predicato un nuovo Vangelo e si dà alla fede una base diversa da quella sulla quale finora ha essa ha riposato".

ARNALDO prese arditamente le difese del suo maestro, il quale, però, anziché difendersi dalle accuse di Bernardo, si appellò al Pontefice. Ma questi in un sol giorno, il 16 luglio del 1140, condannò in due rescritti, Pietro Abelardo ed Arnaldo da Brescia, imponendo al primo, come eretico, perpetuo silenzio, dichiarando il secondo fabbricatore di perversi dogmi contrari alla fede cattolica, ed ordinando che l'uno e l'altro, separatamente, dovevano essere rinchiusi dentro le mura dei chiostri.
Ai rescritti papali si aggiunse, provocato da Bernardo di Chiaravalle, un decreto del re Luigi di Francia che ordinava la chiusura della scuola di Abelardo (il Paracleto).
Il vecchio ABELARDO si rassegnò alla condanna, si chiuse dentro nel monastero di Cluny, e lì finì i suoi giorni due anni dopo (1142), riconciliato con Roma.
ARNALDO invece non tacque e continuò più impavido di prima nel suo apostolato.

"I suoi nemici - scrive il Bonghi - ci hanno lasciato, non senza dispetto, il suo ritratto; e mostrano in questo come la fiamma dell'idea gli struggesse il corpo. Nessuna vita più rigida della sua, dice Bernardo. È un uomo che non mangia né beve: non ha fame, non ha sete che di anime. Austero, troppo duro in ogni parte della sua vita, che vive di poco, digiuna sempre, ozio mai, castità immacolata, dice un anonimo. Si macerava la carne, aggiunge un terzo, con la l'asprezza dei suo vestimenta e l'inedia. E quanto alla parola, era miele, confessa Bernardo; era un fiume, confessa Ottone di Frisinga; era fecondo, veemente, aggiunge Giovanni Salisburiense; un prodigio di oratore, esclama l'anonimo. L'ingegno ci è detto è perspicace, è più grande del dovere; la tempra dell'animo è audace e tenace; la dottrina messa in lettere molta, fuor di misura è nelle scritture grandissima, acquisita con uno studio ostinato. Ritratto d'apostolo! Natura adatta a tirarsi dietro le moltitudini, e se le tirava; un uomo di quelli che specie le istituzioni, che trovano la loro forza nell'essere lungamente durature e riposano in questo, sopratutto temono ed hanno ragione di temere".

Arnaldo da Brescia fuggì dalla Francia nella Svizzera e continuò la sua predicazione a Zurigo, ma neppure qui Bernardo di Chiaravalle lo lasciò in pace. Lasciato Zurigo, trovò ospitalità presso un suo condiscepolo, il cardinale Guido, legato del Papa in Germania, al quale Bernardo venuto a saperlo così gli scriveva: "Arnaldo da Brescia, la cui parola è miele, ma la dottrina è veleno, che di colomba ha la testa ma di scorpione la coda, l'uomo che Brescia vomitò, Roma aborrì, la Francia scacciò, la Germania maledisse e in Italia rifiutò di ricevere; quest'uomo si trova presso di te. Bada che ciò non nuoce alla dignità del tuo ufficio. Usargli benevolenza è lo stesso che contraddire agli ordini del Pontefice e di Dio".
Questa volta però l'esortazione di San Bernardo rimase senza ascolto, il cardinale lo tenne con sé e lo protesse, forse fin da allora deciso a ricondurre il perseguitato condiscepolo in Italia; quello che poi fece.

In Italia la fama dell'innovatore era già grande, specie a Roma, dove le dottrine dell'esule avevano eccitato gli animi contro la supremazia sacerdotale e avevano trovato eco nella cittadinanza che da lungo tempo era agitata dalle fazioni. In un ambiente così riscaldato com'era quello di Roma il più piccolo incidente poteva suscitare una rivolta; e questa ci fu e piuttosto futile fu la causa.
La città di Tivoli, approfittando delle poderose fortificazioni di cui era munita e delle discordie romane, aveva sostituito all'autorità del proprio vescovo e del rettore papale quella del suo popolo (populus tiburtinus) diviso per regioni.
Nel 1141, rifiutando il presidio militare che Innocenzo II voleva imporle, Tivoli provocò con la sua ribellione l'ira di Roma, che inviò truppe per ridurla all'obbedienza. Forte per natura e per le opere di difesa, la piccola città si difese egregiamente e riuscì perfino ai suoi abitanti, in un'ardita uscita, a sbaragliare gli assedianti. Questi però, l'anno dopo, tornarono in forze maggiori e Tivoli si dovette arrendere a patti.
I Tivolesi giurarono fedeltà a S. Pietro e alla S. Sede, di prestare il loro aiuto per la conservazione del Papato e di dare al Pontefice il comitato e il rettorato di Tivoli. I Romani, che erano stati gli artefici della capitolazione della città ribelle, di loro nel trattato non si parlava e, credendosi dimenticati, offesi e scherniti, chiesero a gran voce al Papa che le mura e le torri di Tivoli dovevano essere distrutte. Innocenzo II si rifiutò di aderire a quella richiesta che, se accolta, avrebbe svalutato l'autorità assoluta del Pontefice; e i Romani a quel punto si ribellarono.

Il rifiuto del Papa non era la causa occasionale della rivoluzione, le cui vere origini sono da ricercare nella stanchezza e nei disagi con cui la lunga contesa delle investiture (e le abbiamo lette nei precedenti capitoli) avevano travagliato il popolo; c'era poi l'esempio offerto dai comuni lombardi, nei quali il popolo da tempo aveva conquistato la libertà e la partecipazione al governo; c'era l'attrito sempre crescente tra il popolo romano da una parte e il Papa e gli Ottimati (cittadini di censo alto) dall'altra; e c'erano infine le dottrine di Arnaldo da Brescia, che a Roma avevano avuta larga risonanza.
(NELLA SUCCESSIVA PUNTATA CI RITORNEREMO - FINO ALLA SUA FINE)

Della rivoluzione romana non abbiamo che qualche accenno negli storici contemporanei: da questi pochi scarsi cronisti sappiamo che il popolo si recò tumultuosamente al Campidoglio, dichiarò caduto il potere temporale della Santa Sede e sostituito con un governo repubblicano, stabilì che sulle pubbliche insegne fosse apposta la gloriosa formula antica: S.P.Q.R. (Senatus Populusque Romanus) e, infine, restaurò il Senato che da moltissimo tempo era cessato di esistere. Grande fu l'entusiasmo per quell'avvenimento che -dopo secoli- restituiva nella città eterna l'antica libertà e INNOCENZO II ne fu così addolorato che il 24 settembre del 1143, cessò di vivere.
Ad Innocenzo fu dato come successore Guido di Castello col nome di CELESTINO II, ma questi non visse che cinque mesi dalla sua elezione e solo la protezione dei Frangipani gli permise di abitare in Roma. Gli succedette Gerardo Caccianimico, di famiglia bolognese, che prese il nome di LUCIO II. Cercò di restaurare il potere temporale perduto dai suoi due predecessori ma dovette invece assistere ai progressi della rivoluzione. Infatti fu abolita la carica di prefetto della città e sostituita con quella del patrizio, che rappresentava la repubblica e presiedeva il Senato; il numero dei senatori fu portato a cinquantasei, e la città fu divisa in sedici rioni, organizzati militarmente, da ciascuno dei quali erano nominati dieci elettori che avevano il compito di scegliere i membri del Senato. Alla carica di patrizio fu nominato GIORDANO, fratello dell'antipapa Anacleto, e i Romani imposero al Pontefice di rinunciare al potere temporale e di vivere con le offerte dei fedeli e il prodotto delle decime.
Ma LUCIO II era risoluto a riacquistare la potestà civile. Richiesto invano l'intervento di CORRADO III, che le discordie interne obbligavano a rimanere in Germania, il Pontefice tentò un colpo di mano. Sul finire dell'inverno del 1145, seguito dal clero e dai suoi partigiani, assalì il Campidoglio; ma il popolo respinse l'assalto con un'improvvisa fitta sassaiola; molti dei sostenitori che affiancavano il Papa uscirono malconci; alcuni cardinali furono uccisi e lo stesso Pontefice rimase gravemente ferito da una sassata. Trasportato al convento di S. Gregorio sul Celio, Lucio II moriva pochi giorni dopo, il 15 febbraio.

Nello stesso giorno che la salma del Pontefice era tumulata, i cardinali si riunivano nella chiesa di S. Cesario e procedevano all'elezione del successore. I voti si raccolsero su Bernardo da Pisa, abate del monastero di Sant'Anastasio. Ma essendo la città in tumulto e la basilica di S. Pietro in potere dei repubblicani, il nuovo eletto fuggì da Roma la notte del 18 febbraio e, dopo un breve soggiorno nella Sabina, raggiunto dai cardinali, si rifugiò con loro nel monastero di Farfa, dove si fece consacrare col none di EUGENIO III.

Dopo la consacrazione il nuovo Pontefice andò a stabilirsi a Viterbo, e qui rimase fino al novembre del 1145. Nel frattempo Bernardo da Chiaravalle cercava di convincere i Romani perché tornassero sotto l'obbedienza della Santa Sede; ma gli riuscì solo a far concludere un troppo affrettato accordo tra il Papa e il Senato in virtù del quale questo "riceveva l'investitura dal Pontefice e, in cambio, rinunciava al patriziato e ristabiliva la prefettura".
(teniamo presente la prima clausola, fonte poi di tanti guai - come vedremo più avanti)

EUGENIO III riuscì a tornare a Roma, dove però rimase meno di un anno, perché insistendo i Romani nel proposito di distruggere Tivoli, lui si rifiutò, lasciò nuovamente la città per Sutri, poi se ne tornò a Viterbo (1146), pochi mesi dopo a Pisa e in Lombardia e, infine dopo aver predicato e bandito la Seconda crociata, in seguito alla caduta di Edessa, nella primavera del 1147 si rifugiò in Francia mentre re LUIGI VII si preparava a partire per l'Oriente.

Scrive Ottone di Frisinga che proprio all'inizio del pontificato di Eugenio III (18 febbraio 1145), fece la comparsa in Roma ARNALDO da BRESCIA; dal canto suo la "Historia Pontificalis" narra che Arnaldo, al seguito del cardinale legato Guido, fece ritorno in Italia dopo la morte di Innocenzo II ed essendosi sottomesso al papa Eugenio fu da questo riammesso nel seno della Chiesa. Allontanatosi Eugenio -per le anzidette vicende- da Roma, Arnaldo da Brescia iniziò pubblicamente la sua predicazione nella città eterna, scagliandosi contro l'alto clero ed enunciando le sue dottrine che sostenevano il ritorno della Chiesa alla povertà evangelica. Il successo dell'agitatore fu grande; la sua parola era così persuasiva che non soltanto il popolo ne fu trascinato ma anche il clero minore; né si limitò Arnaldo a predicare solo la povertà, ma incoraggiato dal favore che le sue parole ottenevano, andò oltre ed esortò i Romani a non far più ricadere la città sotto il governo civile dell'alto clero.

"Certo - scrive il Lanzani - scopo principale di Arnaldo era sempre la totale abolizione del potere temporale del Papa e delle temporali prerogative del sacerdozio. Riguardo al governo di Roma, pare che anche lui fosse sotto il fascino di quelle idee di autogoverno, che dovevano accompagnare ogni rivoluzione romana per altri sette secoli. Tentò di restaurare la dignità dei consoli, di ristabilire l'autorità tribunizia, di far risorgere l'ordine equestre, di fare l'intermediario tra il senato e la plebe.
Inoltre affermava che anche la potestà imperiale doveva essere limitata quanto più possibile, perché "se l'eterna città aveva conquistato la grandezza nel mondo, non lo era stato per la sua sottomissione alla volontà di uno solo, ma con la sapienza del suo senato e con l'ardire e con la fermezza del suo popolo".
Di lui dicono pure che concepisse di creare un Nuovo Impero, il cui capo sarebbe stato un autorevole senatore di Roma".

EUGENIO III, pur non presente a Roma era preoccupato dalle approvazioni che incontravano le roventi prediche di Arnaldo, con i suoi temi ascetici e di condanna della temporalità e mondanità della Chiesa; lasciò la Francia e fece ritorno in Italia. Fermatosi a Brescia, in data del 15 luglio 1148, inviò al clero romano un'enciclica in cui minacciava della perdita dei benefizi ecclesiastici e dei benefici tutti quei sacerdoti che abbracciavano le dottrine dell'"eretico predicatore"; "eretico" perché contemporaneamente contro di lui lanciava la scomunica maggiore. Nello frattempo Bernardo da Chiaravalle scriveva anche lui ai Romani esortandoli a riconciliarsi con la Santa Sede.

La scomunica e gli anatemi papali non disarmarono Arnaldo che continuò imperterrito la sua predicazione. Il senato romano però, scosso dalle minacce del Papa e certo non maturo per la libertà, volendo assicurare i frutti della rivoluzione contro il Papato, si appigliò al partito peggiore: scrisse cioè a CORRADO III, che allora era a Costantinopoli ammalato con il nipote Federico di Svevia, dopo la disastrosa seconda crociata, e lo invitò a Roma, dicendogli che dalla città eterna sarebbe stato più facile a lui dominare sull'Italia e sulla Germania e che avrebbe con la sua presenza impedito che i Pontefici fossero eletti senza il suo concorso.
Ecco alla fine qual'era stato il risultato della rivoluzione del 1143! Di nuovo, e questa volta non era un Papa, a chiedere l'intervento di uno straniero. Vana dunque la resurrezione di nomi e di istituzioni dell'antica repubblica romana se il popolo che aveva cacciato i Papi ora chiedeva di mettersi sotto la protezione di un sovrano straniero!

La fortuna per la rivoluzione fu che Corrado, trattenuto da altre vicende (mentre il nipote Federico in suo nome correva in Germania a rimettere ordine e a sconfiggere Guelfo) non poté aderire né all'invito dei Romani né a quello che poco prima il Pontefice gli aveva rivolto; così la repubblica riuscì a vivere ancora e, apparentemente anche a prosperare.
Infatti, importanti modifiche furono apportate allo statuto dell'autogoverno: portati a cento i membri del Senato e, in luogo del patrizio furono creati due consoli, dei quali uno doveva provvedere all'amministrazione interna, l'altro alla politica estera; ma tutto questo fu compromesso dal fatto che i Romani avevano stipulato un accordo con il Pontefice (la clausola accennata più sopra) in virtù del quale il Papa, riconoscendo il nuovo ordinamento romano, riceveva il diritto di conferire i poteri ai funzionari che il popolo nominava.
Il potere del Papa usciva dalla finestra e rientrava dalla porta principale!

E, infatti, dopo tale accordo il Pontefice rientrava a Roma; dove continuava a vivere Arnaldo da Brescia, l'uomo che lui aveva scomunicato, ma che risiedeva in città, sempre osannato, amato e stimato dal popolo.
Quell'infido accordo non poteva avere lunga durata. Nella primavera del 1150 Eugenio III, temendo di fare una brutta fine, abbandonava nuovamente Roma; e lo troviamo ancora una volta peregrinante; va a soggiornare un po' a Segni, un po' a Ferentino e, costretto e spinto dalle circostanze va a chiedere protezione a RUGGERO di Sicilia; ma nello stesso tempo spera in un intervento a Roma di CORRADO III con chissà quali promesse; che dovevano essere simili a quelle che i Romani di nuovo gli hanno fatto: l'offerta della potestà imperiale.

Parve per un momento che finalmente, la spedizione in Italia da tanto tempo invocata al re di Germania dalle due fazioni, era in procinto ad avverarsi. Rimessosi dalla malattia, tornato in Germania, avute le mani libere dopo la vittoria riportata a Flochberg su Guelfo VI, CORRADO III annunciò nella dieta di Virzburgo (settembre del 1151) il suo proposito di scendere in Italia, poi inviò ambasciatori al Pontefice a Segni e una lettera a Roma al prefetto, ai consoli e ai capitani del popolo romano. Scriveva ad entrambi che, accettando il loro invito, sarebbe sceso a portare la pace nelle città e a premiare i fedeli e a punire i ribelli.
Come avrebbe potuto accontentare gli uni, gli altri, e il Papa, non lo sapremo mai, perché a decidere fu il destino. CORRADO non scese né in Italia, né a Roma, né ricevette la corona imperiale, mentre preparava la spedizione, il 15 febbraio del 1152 spirava e veniva sepolto nel duomo di Bamberga accanto ad Enrico II.

"CORRADO III - scrive il Prutz - era dotato di attitudini eccellenti, perseverante ed intrepido, leale ed affabile, aveva dato di sé delle buone prove ma in imprese minori, destando così grandi speranze, che poi egli non seppe compiere, nonostante le sue oneste intenzioni ed i suoi sforzi. La serie lunga e melanconica di insuccessi di cui è intessuta la storia di Corrado III, non è dovuta esclusivamente alle circostanze avverse; anzi la causa principale sta nel carattere sbagliato dei suoi rapporti con la Chiesa; la sua posizione sotto questo riguardo non gli permetteva di sottrarsi all'influenza del papato gerarchico e di porre termine alla fatale predominanza esercitata dalla Chiesa, in se stessa impotente, sulla vita nazionale, che ne pregiudicava e ne impediva lo sviluppo sano e rigoglioso. Neppure a Corrado III sarebbero mancati i mezzi di sottrarsi alla schiavitù ecclesiastica; se avesse avuto un po' di ardire, se fosse stato animato, in materia ecclesiastica, da idee alquanto più larghe, se insomma avesse osato ubbidire all'impulso, che più volte provò, anche lui sarebbe riuscito a farsi, di fronte alla curia romana, una posizione, se non dominante, almeno indipendente.

"Più di una volta il partito rivoluzionario che a Roma formava un buon argine contro il dominio del papato, gli aveva offerto la propria alleanza. Da due decenni erano cresciuti e si erano rinforzati i precursori di un'era nuova; in tutte le sfere della vita si manifestava in modo più energico, l'opposizione contro la Chiesa e il suo dominio tutt'altro che dignitoso, opposizione sorta prima nel campo della vita religiosa e spirituale, nella scienza, in specie tra i cultori della teologia, della filosofia. Immediatamente essa aveva invaso il campo della vita ecclesiastica e tentava di applicare praticamente le teorie scoperte attraverso la speculazione scientifica e di trasformare la dottrina e la vita del clero. Ma pure nel campo della vita politica e nazionale tutti erano stanchi: di farsi giudicare dalla curia romana e di sacrificare il proprio benessere all'egoismo della Chiesa, sempre prodiga di parole sonore ed elevate, alle quali però mai corrispondevano gli atti.

Questi tre elementi oppositori, che sinora avevano ciascuno separatamente seguita la propria via, per ragione ovvia e naturale s'incontrarono per formare un movimento unito che mosse un assalto terribile contro la posizione difesa da Bernardo di Clairvaux, campione battagliero del partito gerarchico.
Tali furono gli elementi da cui nacque in seguito il rivolgimento che, dopo la morte di Corrado III, in Germania si produsse ed iniziò, per quel regno così avvilito, un'epoca di potenza e di splendore, nuovi.
"Pure, per quanto fosse gagliardo il movimento liberale nel grembo stesso della Chiesa, questo non sarebbe riuscito a spezzare il dominio del partito gerarchico senza l'aiuto di alleati temporali. Questi sorsero nell'opposizione politica e nazionale che con energia crescente osteggiava il dominio di Roma.
Del mutamento che si andava producendo e che, al posto dell'esaurimento causato dalla lotta per l'investitura, aveva fatto nascere il desiderio di operare, fa fede anzitutto il regno di Lotario, il quale, per la forza delle circostanze, fu spinto in una direzione assolutamente contraria, ai suoi principi ed ai suoi primi destini.
"Il regno di Corrado III fu tanto privo di gloria e di successi, perché questo monarca, non dotato di perspicacia sufficiente, si oppose a quello spirito d'indipendenza con cui i principi ed il popolo tendevano a sottrarsi al sistema di tutela e di sfruttamento inflitto loro dalla curia romana. Quell'aspirazione alla libertà era sorta fiera e vittoriosa, sulla base del sentimento nazionale, nell'alta Italia nei fiorenti comuni lombardi, e vi aveva creato, nelle sue cittadinanze forti ed attive, una potenza la cui amicizia ed alleanza dovevano essere in ugual modo decisive per le sorti della Chiesa e dell'impero".

All'età di 59 anni, Corrado lasciando un figlio di soli 8 anni, moriva senza gloria e in più lasciava un Impero allo sfacelo.
Ma si dice di lui, che l'atto migliore di tutti gli anni di regno fu compiuto nel suo letto di morte con la designazione del nipote 29 enne:
FEDERICO di SVEVIA detto il "BARBAROSSA".

ed è il prossimo capitolo che a lui dedichiamo (il primo)…

il periodo dall' anno 1152 al 1156 > > >

Fonti, citazioni, e testi
PAOLO GIUDICI - Storia d'Italia - Nerbini
RINALDO PANETTA - I Saraceni in Italia, Ed. Mursia

GREGORIUVUS - Storia di Roma nel Medioevo - 1855

L.A. MURATORI - Annali d'Italia
MAALOUF, Le crociate viste dagli arabi, SEI, Torino 1989
J.LEHMANN, I Crociati,- Edizioni Garzanti, Milano 1996
STORIA MONDIALE CAMBRIDGE - (i 33 vol.) Garzanti 
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