ANNI 1216 - 1227

FEDERICO II - POLITICA IMPERIALE -  GREGORIO IX

IL CARATTERE E LA PERSONALITÀ STORICA DI FEDERICO II - ELEZIONE DI ONORIO III - NUOVO INDIRIZZO DELLA POLITICA IMPERIALE - PROTESTE DEL PONTEFICE ED ASSICURAZIONI DELL'IMPERATORE - INCORONAZIONE IMPERIALE DI FEDERICO - LE "COSTITUZIONI AUGUSTALI" - RESTAURAZIONE DELL'AUTORITÀ DI FEDERICO NEL REGNO DI SICILIA - RIBELLIONE DEI SARACENI E LORO TRASFERIMENTO NELL' ITALIA MERIDIONALE - IL CONVEGNO DI VAROLI E IL CONGRESSO DI FERENTINO PER LA SPEDIZIONE IN TERRASANTA - SECONDE NOZZE DI FEDERICO II - FEDERICO E I COMUNI DELL'ALTA ITALIA - LA LEGA LOMBARDA RINNOVATA - GUERRA TRA GENOVA E SAVONA - MORTE DI ONORIO III ED ELEZIONE DI GREGORIO IX
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LA FIGURA DI FEDERICO II

Nella precedente puntata abbiamo appena conosciuto il "bambino" e il "ragazzo" FEDERICO II, posto sotto la tutela del Papa. Morto INNOCENZO III, all'improvviso iniziamo a conoscere il "vero" Federico, quello che, quando maturo, scriverà al giovane figlio Corrado una lettera di rimprovero ammonendolo che "i principi devono essere più di ogni altra persona suscettibili di disciplina". E scriveva questo non perché voleva fare il pedagogo, ma scriveva chi aveva imparato troppo nella fanciullezza; chi avendo dovuto comporre la sua disciplina del suo animo tutto da sé, sapeva quanto sia difficile la formazione di una compiuta personalità.

E la personalità di FEDERICO II è una delle più complesse della storia.
Nato da padre tedesco e da madre normanna, egli ha la fierezza, la durezza e l'alterigia della razza germanica e l'ardire, lo spirito d'iniziativa e il temperamento avventuroso dei Normanni; cresciuto in Italia, fra gente di stirpe latina, greca ed araba, ha degli Italiani il senso pratico e positivo, dei Greci la scaltrezza e l'istinto della dissimulazione, degli Arabi la sensualità.
Vissuto in un periodo di transizione, in un tempo in cui tramonta un'epoca ed una nuova sorge, Federico ha del medievale e del moderno, può essere considerato come l'ultimo imperatore del Medioevo e il primo principe del Risorgimento.

Al pari dei suoi predecessori egli ha un altissimo concetto della dignità imperiale e della propria autorità, ed è per questo che dedica tutta la sua attività a quello che è lo scopo della sua vita e a quella che crede la sua missione: abbattere la teocrazia papale e dare alla potestà civile l'indipendenza e la supremazia; ma a differenza degli imperatori che lo hanno preceduto è contrario all'ordinamento feudale e vuole una monarchia forte, quasi assoluta, in cui sia accentrato il potere e, pur vivendo nell'ambito delle idee e dei principi della Chiesa, tende a studiare razionalisticamente i problemi della scienza e le verità della fede, e della religione non fa il fine ma lo strumento della sua politica; da ultimo Federico non fa, come gli altri sovrani tedeschi, della Germania il centro dell'impero, ma stabilisce questo in Italia e precisamente in Sicilia, e da qui governa i suoi vasti domini.Restaurare l'autorità regia in Sicilia, dove nei primi anni del suo regno la nobiltà ha scosso e indebolito il prestigio della corona, rendere la potestà imperiale indipendente dal Papato, abbattere i comuni e unificare l'Italia sotto lo scettro della casa Sveva: ecco il programma politico di Federico II.

Di questo grande sovrano dà il Prutz un giudizio che in gran parte accettiamo e che ci piace riportare perché rappresenta l'opinione (molto onesta e obiettiva, e per questo la riportiamo) degli storici tedeschi: "In un triste isolamento ("ho imparato la quasi continua lamentazione deserta" dirà) privo di qualunque congiunto che volesse prendersi cura di lui e sostituirgli i genitori persi in tenera età, il giovine Federico aveva continuato a vivere in un ambiente travagliato da intrighi personali. Collocato in mezzo alle lotte di partiti appassionati, lui si vedeva, secondo i capricci della fortuna, in balia ora di questa, ora di quell'altra fazione e costretto a coprire, con il giovane suo titolo reale, l'ingordigia e l'ambizione, i capricci e gli arbitrii di chi momentaneamente era giunto a capo della pubblica cosa.

Tali vicende le dovette sopportare da MARCOVALDO di ANWELTER, da COPPARONE che per più tempo -nonostante bambino- lo aveva trattato come un prigioniero, e da DIEPOLDO di Acerra, e nel frattempo lui aveva dovuto convincersi come il Papato che dominava il mondo intero ed il cui rappresentante, dopo la morte della madre Costanza, era divenuto suo tutore e reggente del regno, non fosse in grado di porre termine all'eterno litigare delle fazioni, ed al procedere disordinato dei Grandi ambiziosi, né sapesse fare rispettare i suoi diritti.
(in grado di farli rispettare Innocenzo lo era, ma il piccolo Federico non doveva essere imperatore, perché "con tale elezione il Regno di Sicilia si sarebbe unito all'Impero, unione dannosa alla Chiesa" - stritolata in mezzo, guai!)

"Quale insegnamento poteva desumere, per l'avvenire, da tali fatti e circostanze quel giovine fornito di così tante alte doti? Certamente anzitutto la massima che non conveniva rivelare agli uomini i propri pensieri: che giovava anzi nascondere, dissimulare i vari propositi e le brame dell'animo; che degli uomini non bisognava fidarsi, ma premettere sempre che i loro atti, le loro omissioni nascondevano qualche fine particolare; che in generale era necessario tenere d'occhio il proprio vantaggio e farvi concorrere anche gli altri uomini, fosse pure contro la loro volontà.
Se Federico II in seguito ci si presenta come maestro nell'arte di celare il vero suo fine e di sfruttare sotto pretesti fallaci le forze altrui, bisogna attribuirlo alle circostanze, in mezzo alle quali egli si era fatto grande, acquistando una maturità precoce in ogni cosa relativa alla politica.

"Freddo calcolatore, che giudicava uomini e cose esclusivamente alla stregua del suo vantaggio, difficilmente accessibile ad ogni sentimento gentile che poteva distrarlo dalla sua politica brutalmente egoista, FEDERICO II era sempre pronto a liberarsi, con ampie concessioni, dalle difficoltà che in un dato momento lo stringevano, ma in pari tempo era risoluto a ritirarle appena glielo permettesse un'occasione propizia, e ad ignorarle come nulle e non avvenute. "Può darsi che, oltre le circostanze della Sicilia subite ed attraversate da Federico II, questo lato del suo carattere fosse pure ed in particolar modo sviluppato per l'esempio datogli da GUALTIERO di PALEAR, arcivescovo di Troia, e per molti anni cancelliere del regno siciliano; quest'uomo di stato siciliano stette più d'ogni altro vicino al giovine sovrano, anche perché nessun rivolgimento di partiti non riusciva mai a scartarlo completamente; invariabilmente il versatile prelato sapeva riconquistare qualche posto e rendersi indispensabile a coloro che per il momento tenevano il potere.
"Ma almeno il cuore del giovane sovrano si era aperto a sentimenti gentili e affettuosi, tanto più rigoglioso sviluppo prendeva il suo intelletto precoce, che di giorno in giorno si rendeva più versatile e più indipendente. Non pochi impulsi certamente lui trasse dall'ambiente in cui si fece grande, ove si incontravano Occidente ed Oriente e dove la civiltà cristiana con la coltura degli Arabi e dei Bizantini si univa in un quadro splendido, rigoglioso, svariato.

Il duomo ed i castelli edificati dai suoi predecessori normanni, lo splendore dei loro palazzi circondati da giardini voluttuosi, l'abbandono orientale verso i godimenti sensuali, qualità da generazioni già acquistate dai Siciliani, tutto insomma aveva affascinato in modo irresistibile il vivo intelletto del ragazzo ardente, che non riuscì mai a liberarsi da quelle impressioni.

Per tempo e per ragioni politiche lo avevano unito in matrimonio con COSTANZA D'ARAGONA, molto piú anziana di lui, vedova del giovine re Emerico d'Aragona e destinata anzitutto ad essere, al nuovo consorte, compagna nelle cure del governo e subito il giovine sovrano aveva rinnovato l'abitudine mezzo turca insinuatasi in Sicilia dall'epoca normanna, quella cioè dell'harem.
Oltre questo, i rapporti frequenti con rappresentanti colti e talora dotti dell'Islamismo gli ispirò delle idee religiose che lo rendevano estraneo alle vedute ecclesiastiche del suo tempo, e gli conferirono, in materia di religione, quella indifferenza che pareva di altri tempi più illuminati. A torto si è detto che segretamente lui professasse le dottrine di Maometto, ma non è meno vero che, nonostante il corretto contegno ecclesiastico talora da lui ostentato, Federico non poteva passare per fedele cristiano nel senso che l'epoca sua attribuiva a quel termine. All'indifferenza religiosa corrisponde d'altro canto in Federico la predilezione per le scienze esatte, per la matematica, per le scienze naturali, per la medicina, tutte discipline nelle quali egli vantava non poche cognizioni ed alle quali sempre tornava, per distrarsi dalle cure eccitanti e debilitanti del governo.

"Per appagare queste sue inclinazioni scientifiche, doveva necessariamente rivolgersi ai Maomettani, e come faceva l'intero occidente, così doveva anche lui farsi istruire dagli scienziati arabi. Quanto godeva nella discussione spiritosa e vivace dei problemi filosofici agitati da quei dotti! Si era reso padrone perfino della difficile lingua, parlata del resto in molte parti della Sicilia, ma si serviva pure con facilità di quella greca, della latina, della francese, e la sua corte a Palermo era uno dei centri principali dove si curava la nascente lingua italiana, accogliendo con vivo interesse e promuovendo con gentile pensiero la poesia di questo paese. Lui stesso poetava "in volgare"!
(Dante ammirato da tanta letteratura che dalla Sicilia sulla penisola si riversava affermò a un certo punto: "tutto quello che c'è in giro, scritto prima di noi, sembra tutto provenire dalla "scuola siciliana". Doveva quindi averne vista parecchia per parlare così).
(vedi CASOLE LA CLUNY D'ITALIA)

Mentre le armi affermavano il diritto imperiale, le lettere rinascevano, ponendo le basi di quella successiva scuola toscana che sarebbe stata il secondo gradino della rinascita culturale italiana. Sia ben chiaro: non vogliamo qui dare un'immagine celestiale di Federico II di Svevia: fu uomo senza dubbio spregiudicato, facile, come abbiamo visto, al giuramento fasullo, se questo rientrava nei suoi piani, e ben deciso a difendere con ogni mezzo il suo potere. Ma fu anche, lo ribadiamo, un uomo, come ne capitano ogni tanto nella storia, avanti di qualche secolo. E come tutti i precursori pativa del contrasto tra l'epoca in cui viveva e le sue aspirazioni. Religioso lo era senza dubbio, come furono tutti gli uomini medievali; ma nel contempo assertore di uno Stato civile, svincolato da un'autoritÓ religiosa invadente e troppo amante del potere terreno. Fu senza dubbio dissoluto e libertino.

Ma, a prescindere dal fatto che la prima pietra va scagliata solo da chi Ŕ senza peccato, non scordiamoci che il dispregiativo "libertino" ha sempre la sua origine dall'irrinunciabile "libertÓ".
"Invano però si cercherà nel carattere di Federico, tanto ricco e versatile, un indizio della sua origine germanica. Vi si mescolano elementi siciliani, greci, arabi, vi manca ogni tratto tedesco. E ciò non deve sorprendere, poiché trascorse gli anni in cui l'uomo è maggiormente accessibile ad ogni specie d'impressioni, in mezzo ad un ambiente addirittura ostile all'elemento germanico.
"I condottieri tedeschi, che erano venuti con suo padre in Sicilia per reprimere e contenere il movimento nazionale e che più di una volta furono poi in armi contro Federico stesso ed il suo governo siciliano, non potevano certo considerarsi come persone atte ad ispirargli un giusto concetto della Germania, né una vera inclinazione verso i Tedeschi.

Se Federico, in un momento critico volle rivendicare e far valere i suoi diritti, quasi dimenticati, alla corona germanica i motivi che lo spinsero non erano per nulla estranei ai criteri nazionali, ed agli interessi della Germania.
Tutto al contrario, come suo padre Enrico VI, desideroso di conquistare quel punto d'appoggio, senza il quale non si sarebbe potuto mai effettuare il dominio universale degli Hohenstaufen, aveva voluto sfruttare la Sicilia in pro della Germania, così Federico II, bramando di dare sviluppo alla nascente potenza siciliana, voleva mettere la Germania al servizio del suo regno meridionale. Per la Germania Federico II rimase uno straniero, anche quando ne fu incoronato; nella piena ignoranza delle condizioni particolari di questo paese, senza dimostrare interesse alcuno per il suo avvenire, privo persino della voglia di conquistarvi un'influenza qualsiasi, egli sovrano fin da principio (fu incoronato re di Germania da suo padre a 1 anno) non mirava ad altro fuorché a trarne la maggior somma possibile di risorse per effettuarne disegni d'ordine ben diverso.
"Dedicato tutto a questo fine ristretto ed egoistico, egli non esitava a sacrificare a potenze contrarie, avverse precisamente alle istituzioni più vitali e più promettenti, che fossero germogliate sul campo della vita tedesca.
Ne soffersero particolarmente le città germaniche e conseguenza inevitabile di tale sistema di governo furono la diminuzione dei beni della Corona germanica, delle prerogative monarchiche, lo sviluppo completo dell'autonomia territoriale nazionale, lo smembramento maggiore della Germania. "Non senza rammarico i tedeschi possono contemplare la sorte che al loro paese nativo volle preparare Federico II, il cui regno contiene il germe d'ogni sventura che cadde sulla Germania nei decenni seguenti. Eppure bisogna ammirare la forza gigantesca di quell'intelletto sovrano, che con il crescere dei pericoli e delle passioni della lotta, si va esplicando in modo sempre più imponente e tale da incutere spavento e stupore persino agli avversari vittoriosi.

Federico II ci si presenta quale carattere dispotico, grande nel volere e nel potere. Sembra estraneo quasi al suo tempo, superiore ai concetti meschini dell'epoca, libero pensatore, mente illuminata, primo monarca che afferrasse bene il concetto dello stato e tentasse, con energia inesorabile e grandiosa, di farlo conoscere a tutti. Due secoli lo separano da Ottone III, che lui ricorda per la mancanza di carattere nazionale, ma la differenza che, malgrado quel punto di contatto, corre tra l'uno e l'altro, rivela l'immenso progresso compiuto dal mondo in quel lasso di tempo; rivela quale mutamente si fosse operato nelle basi della coltura intellettuale, morale, politica, ecclesiastica.

D'altro canto le lotte di Federico II e la sua sconfitta, dopo un cimento veramente titanico, mostrano quanto lontano era il mondo dalla meta, cui accennava Federico II, e quanto fosse lunga, faticosa, intricata la via, che gli rimaneva da percorrere. Si sarebbe tentati di dire che Federico II nacque cinquecento anni troppo presto; egli sarebbe stato meglio al suo posto nel XVII o nel XVIII secolo, fra gli autocrati illuminati di quei secoli; nei loro collaboratori inesorabili prepotenti, ma pieni di genio, egli avrebbe incontrato degli intelletti affini al suo".

INCORONAZIONE IMPERIALE DI FEDERICO II

Il governo personale di Federico II comincia dopo la morte di INNOCENZO III, al quale succede il 18 luglio 1216 con il nome di ONORIO III, il cardinale CENCIO SAVELLI (già precettore di Federico), mite d'animo e non dotato dell'energia, della perspicacia e dell'ambizione che erano state proprie del suo predecessore.
Fino allora lo Svevo (aveva ora 20 anni) era stato un docile strumento nelle mani del grande Pontefice, tanto docile che lo aveva opposto a Ottone IV; ma, scomparso dalla scena del mondo Innocenzo, Federico mutò atteggiamento e iniziò l'attuazione del suo programma politico che, per la potenza del defunto Papa e per la gratitudine che a lui lo legava, aveva tenuto nascosto.

Federico aveva 6 anni quando Innocenzo insegnava con la "deliberatio" che l'Impero appartiene alla Chiesa e con le dottrine della "traslazione" e dell'"avvocazia" dimostrava che l'imperatore è investito del suo potere dal Papa. Con quel pezzo di carta Innocenzo cancellava per sempre i diritti di Federico all'Impero, rompeva la tradizione anticlericale degli imperatori svevi e infrangeva il pericolo dell'unità italo-tedesca. E per qualche anno trionfò, favorito anche dalle lotte in Germania di Filippo e Ottone, che appoggiò alternativamente, fu deluso da entrambi, e si decise infine a incoronare il suo protetto (credendolo plasmato) in compenso della ostentata devozione alla Chiesa, degli innumerevoli privilegi agli ecclesiastici. Alla morte del suo protettore, Federico inizia timidamente i primi passi di una politica autonoma, per poi colpire tutta la politica separatista di Innocenzo, soprattutto quando fece eleggere il figlio re di Germania.

Cominciò con il venir meno all'impegno di tener divisa la corona di Sicilia da quella di Germania. Suo intento era di riunire i due regni e di assicurare alla sua famiglia la successione ereditaria nell'impero. Per meglio raggiungere questo scopo, guadagnò a sé i principi ecclesiastici tedeschi, concedendo loro nuove franchigie, fra cui la rinunzia alla prerogativa regia di confiscare la loro eredità e d'introdurre nei loro principati nuovi dazi e nuove monete; ottenuto il loro consenso, Federico tolse al figlio Enrico la corona di Sicilia (concessa nel 1212) e, chiamatolo in Germania, prima lo nominò duca di Svevia poi, convocata una dieta a Francoforte nel 1220, lo fece eleggere dalla Curia Re dei Romani e suo correggente.

Non mancò il Pontefice di protestare; ma Federico lo acquietò imponendo alle città ribelli di Narni e Spoleto di ritornare sotto l'obbedienza della Santa Sede, promettendo a questa larghe concessioni e attestando devozione alla Chiesa, scrivendo al Papa: "Cessino le vostre preoccupazioni sulla riunione della Sicilia all'impero, perché, anche se la Chiesa non avesse alcun diritto a quel reame, noi stessi glielo daremmo se dovessimo morire senza eredi legittimi".
Né questa fu la sola assicurazione data dal sovrano al Pontefice. Affidata la reggenza della Germania, in nome del minorenne Enrico VII, all'arcivescovo ENGERLBERTO di Colonia e tornato in Italia, Federico, molto accortamente, da Verona scriveva a Onorio III:
"Veniamo ai piedi della Vostra Santità, fidando nel vostro paterno affetto,
e sperando che sarà da Voi raccolto il frutto dell'albero piantato, nutrito e coltivato dalla Chiesa".

LE COSTITUZIONI AUGUSTALI

A Roma, il 22 novembre del 1220, Federico insieme con la moglie Costanza ricevette con grande solennità dalle mani del Pontefice nella basilica di S. Pietro la corona imperiale e quel giorno stesso pubblicò le "costituzioni augustali" in cui decretava che fossero nulli gli atti di chi si trovasse colpito dalla scomunica, che non dovessero gli ecclesiastici essere giudicati dai tribunali laici, che fosse messo a bando dell'impero chi invadesse i possessi della Chiesa e che i settari fossero condannati alla confisca dei beni e al perpetuo esilio.
A queste costituzioni fece seguito un editto con il quale si restituivano alla Santa Sede i beni matildini e si incaricavano gli ufficiali imperiali di aiutare quelli pontifici a rimettere la Chiesa nel possesso di quei beni.
"Era questa -scrive il Bertolini- la prima volta che lo Stato metteva a disposizione della Chiesa le sue forze, perché potesse usarle contro i propri nemici; e fu dovuto a questo se le eresie non riuscirono allora a far breccia; e se ancora per tre secoli si riuscì a mantenere in Occidente l'unità religiosa".

E chi avrebbe mai pensato allora, che il sovrano, il quale, aveva esaltato la Chiesa come nessun altro imperatore aveva fatto prima di lui, poi dovesse morire messo al bando della Chiesa, e suscitare contro di sé tale odio da parte del papa da avvolgere nei secoli di fosca luce la sua memoria? Lo stesso Alighieri, nonostante sostenitore dell'impero, non riuscì a sottrarsi al pregiudizio infamante di Federico II, e lo cacciò nell'inferno, onta serbata a lui solo, fra tutti gl'imperatori d'Occidente.

Queste concessioni furono rafforzate dalla promessa di dare al regno siciliano un'organizzazione amministrativa indipendente da quella dell'impero e di intraprendere presto la crociata bandita da Innocenzo parecchi anni prima e per i quali si fissava ora come termine l'estate del 1221.

RESTAURAZIONE DELL'AUTORITA SOVRANA NEL REGNO DI SICILIA

Ma ad altre cose aveva da pensare Federico II e fra queste stava al primo posto la restaurazione della sua autorità nel regno di Sicilia, che negli otto anni di sua assenza era caduto in balia dei baroni, che avevano innalzato non autorizzate fortezze, si erano impadroniti delle terre demaniali e delle prerogative regie, trattavano tirannicamente le popolazioni ed erano per tutte queste cose la causa dei gravi disordini.

Entrato nel reame, Federico istituì a Capua una corte suprema e stabilì che nessun barone e nessuna comunità era consentito conservare possessi e privilegi di cui non fosse in grado di presentare i titoli legittimi, che dovevano essere abbattuti i castelli abusivi innalzati in quegli anni e che l'esercizio della giustizia criminale fosse rimesso nelle mani del sovrano.
Queste disposizioni colpivano un gran numero di nobili della Puglia, della Calabria e della Sicilia, i quali per difendere tutte le loro illegali ruberie, si misero in aperta lotta con Federico.

"Ma - scrive il Lanzani- la resistenza dei vassalli meridionali non aveva nessuno di quei grandi intenti, come oltre la Manica, dove la lotta della feudalità contro il sovrano poneva la prima base della libertà britannica; qui invece era l'arbitrio individuale, l'interesse privato che si rivoltavano contro l'autorità governativa; era una specie, dirò così, di "brigantaggio nobilesco", che per parecchi anni riuscì a distogliere Federico da altre imprese, ma fu infine sopraffatto dalle forze che disponeva il rappresentante della legge e il difensore del diritto generale". "Fu il primo il conte DIEFOLFO che dovette riconsegnare le sue terre e ritornarsene con il fratello in Germania. Al conte d'Aquila furono tolte Sessa, Teano ed altre territori. Ultimo a resistere, fu il conte di Molise e di Celano, il più grande vassallo del regno; ma nel 1224 anche quel feudo fu riunito al dominio reale. Non valsero ai Genovesi le concessioni ottenute da Federico I e da Enrico VI; essi pure dovettero uscire da Siracusa.

Federico già si accingeva non solo a recuperare tutte le antiche prerogative della corona siciliana, ma ad istituire in quelle province un nuovo ordine di cose, per cui il re diventava di fatto Signore e moderatore dei suoi popoli; che non vi fosse uomo o ceto o comunità che potesse sottrarsi all'esercizio dei suoi poteri.
E neppure gli ecclesiastici, ai quali tanta strapotere e arroganza era venuta dal sostegno di Innocenzo III, furono risparmiati da quei primi provvedimenti. I vescovi, che avevano fomentato le rivolte di quella nobiltà detta sopra, furono cacciati dalle loro sedi; l'abate di Montecassino privato del diritto di giustizia criminale; sottratta al cardinale di S. Adriano la cittadella di Aree: spogliato della contea di Sora, Riccardo fratello di Innocenzo III"."Anche contro i Saraceni siciliani Federico dovette lottare e trovò accanita resistenza, perché anche quelli nell'anarchia si erano resi padroni di tutta la Val di Mazzara,. Ma alla fine anche di questi ribelli il sovrano ebbe ragione e l'emiro Ben-Abid, caduto prigioniero, fu appeso alle forche con i suoi due figli. Dal momento che la ribellione di musulmani poteva ripetersi, Federico trasferì e trapiantò settantamila Saraceni dalla Sicilia nella terraferma, assegnando loro la città e il territorio di Lucera. Costoro tuttavia ebbero libertà di culto, rimasero sotto i loro capi, costruirono fortezze, ebbero molti privilegi e formarono una potente colonia militare, che rimase fino in ultimo, devota e fedele alla dinastia Sveva, cui fornì numerosi ed agguerriti contingenti nell'esercito.


Più tardi, nel 1247, i Musulmani rimasti in Sicilia furono anche questi trasferiti nell'Italia meridionale, tra Napoli e Salerno, nella città che da loro prese il nome, tuttora conservato, di Nocera dei Padani.
Queste operazioni per restaurare la sua, sovranità nel regno siciliano impedirono a Federico di mantener la promessa che aveva fatto, di partire, cioè, per la Terrasanta, non più tardi dell'estate del 1221 e di riunirsi alla sua avanguardia, la quale, già partita nel 1217, aveva liberato dagl'infedeli Damietta. Questa città però, l'8 settembre del 1221, ricadde nelle mani dei Musulmani, e il Pontefice, allora, tornò ad insistere perché Federico sollecitasse la sua partenza. Vane furono le sollecitazioni del Pontefice; all'imperatore non mancarono scuse e, nell'aprile del 1222, incontratosi a Neroli con il sovrano, il Papa riuscì soltanto a farsi promettere da Federico di convocare un congresso per discutervi della situazione della Terrasanta e prendere accordi per la crociata".

"Il congresso ebbe luogo nel marzo del 1223, a Ferentino e fu fissata all'estate del 1225 come ultimo termine per la spedizione. A Ferentino fu pure deciso il matrimonio dell'imperatore - che era rimasto vedovo di Costanza - con JOLANDA, figlia di GIOVANNI di BRIENNE, re di Gerusalemme; e queste nozze, che furono poi celebrate a Brindisi nel novembre del 1225, fecero credere al Pontefice che questa volta la spedizione non si sarebbe più differita, avendo Federico tutto l'interesse di muoversi per mettere la mano sopra un regno sul quale con il matrimonio aveva acquistato dei diritti ereditari".

"Ma le speranze di Onorio III andarono deluse: erano in grande attività, è vero, i preparativi e un centinaio di galere erano nei porti meridionali pronte a prendere il mare e si lavorava ad allestire navi da trasporto per la spedizione; ma giunto il termine stabilito, Federico non si mosse. Motivi, importantissimi per lui, scaturiti dalla sua politica, lo trattenevano in Italia.
Un punto del suo programma era costituito dall'unificazione della penisola e non poteva di certo attuarla questa politica lasciando in piedi le libertà comunali e rispettando il trattato di Costanza.

IL PAPA, L'IMPERATORE E I COMUNI

Deciso a condurre di nuovo all'obbedienza i comuni lombardi, Federico cogliendo l'occasione offertagli dalle eresie e dalle lotte intestine dei partiti, era intervenuto negli affari interni dei comuni, sostenendo sempre i Ghibellini e perseguitando gli eretici, ed aspettava che la sua politica producesse nell'Italia settentrionale frutti tali da permettergli di abbattervi le libertà municipali".
"Rimproverato dal Pontefice, che aveva dovuto lasciare Roma per i torbidi suscitati da RICCARDO CONTI, cui il Papa aveva negato aiuto per riconquistare la contea di Sora, Federico tirò fuori come scusa il rifiuto dei re di Francia e d'Inghilterra di aiutarlo nell'impresa e il 25 luglio del 1225, tuttavia recatosi a San Germano, s'impegnò con giuramento di partire per l'Oriente non più tardi del 15 agosto del 1227 e accettò di versare, come pegno, centomila once d'oro e di tener pronte cinquanta navi da trasporto e cento galere.
Se non avesse mantenuto la promessa sarebbe stato scomunicato.

Vincolato dal giuramento, l'imperatore cercò di trarre partito dalla spedizione per ridurre all'obbedienza i comuni lombardi e con il pretesto di passare in rassegna le forze dei crociati e discutere sui provvedimenti da prendersi per assicurare la pace dell'impero convocò per la Pasqua del 1226 a Cremona, città a lui devota, una dieta alla quale invitò l'aristocrazia feudale, i vescovi, i magistrati delle città e il figlio Enrico VII.

I comuni però non si lasciarono ingannare e, compresi i veri propositi imperiali, stabilirono di difendere contro il nipote del Barbarossa le loro libertà".

IL RINNOVO DELLA LEGA

Il 6 marzo del 1226 nella chiesa di San Zenone in Mosio, nel mantovano, si radunarono i deputati di Milano, Bologna, Piacenza, Verona, Mantova, Brescia, Faenza, Vercelli, Lodi, Bergamo, Torino, Alessandria, Vicenza, Padova, Treviso, Crema e Ferrara e quelli del marchese di Monferrato e del conte di Biandrate e rinnovarono per venticinque anni la lega lombarda.

Giurati i patti, le milizie della lega occuparono i valichi alpini per impedire il passo ai principi tedeschi, ed Enrico VII, che era sceso con un esercito per la valle dell'Adige fu costretto a retrocedere dalla resistenza opposta dai Veronesi. Federico, non avendo sotto di sé forze sufficienti, non fu in grado di compiere nello "stile barbarossiano" la vendetta e si limitò a San Donnino di annullare il trattato di Costanza e di mettere al bando dell'impero i comuni lombardi riunitisi in lega; nel frattempo il vescovo di HOLDESHEIM lanciava sopra gli stessi comuni l'anatema.

Onorio III, cui premeva la crociata, intervenne nel conflitto come mediatore e nel principio del 1227 riuscì a pacificare i contendenti, facendo revocare il bando e ristabilire lo "status quo ante".
Era questa una sconfitta diplomatica di Federico; ma l'imperatore non aveva abbandonato la partita e contava, per l'avvenire, sui dissensi dei comuni, nove dei quali, Modena, Reggio, Parma, Cremona, Asti, Pavia, Lucca, Pisa e Savona, parteggiavano per lui. Quest'ultima da qualche tempo sperava, con l'aiuto di Federico di rendersi indipendente da Genova e invece trovò la sua rovina.

Nonostante gli aiuti ricevuti dal conte TOMMASO di Savoia, i Savonesi furono sconfitti nel maggio del 1227 e LAZZARO di GIRANDONE, podestà di Genova, entrato a Savona, distrusse le mura, le torri, il molo, rese inservibile il porto e innalzò una fortezza per impedire ai vinti di ribellarsi.
Unico contatto con il mondo per Savona era il mare, non esisteva nessuna strada collegata con le province vicine. Inoltre Genova privò ai Savonesi il diritto di eleggere il podestà. Di ritorno da Savona l'esercito vincitore entrò trionfalmente a Genova e il giorno 24 giugno 1227 il podestà celebrò la vittoria con grandi feste e la corte riccamente imbandita, che fu rallegrata dall'intervento dei trovatori provenzali.

ONORIO III non vide questa guerra che metteva i fratelli contro i fratelli né la lotta che di lì a poco doveva rinascere tra il Papato e l'Impero; lui morì il 18 marzo del 1227.

ELEZIONE DI GREGORIO IX

Gli fu dato come successore il cardinale UGOLINO dei CONTI di SEGNI, parente di Innocenzo III, che eletto il giorno dopo, il 18 marzo 1227, prese il nome di GREGORIO IX. Era già vecchio (82 anni), ma di una vitalità straordinaria (morirà a 96 anni!), di carattere fiero e tenace, di temperamento più energico del suo predecessore, e non amava i mezzi termini ed odiava la politica fatta di indugi, di tentennamenti e di compromessi. Era insomma un indomito battagliero.

GREGORIO IX si era già mostrato sotto i suoi predecessori un caloroso sostenitore degli interessi della Santa Sede; fautore, convinto, anzi fanatico della teocrazia, era tutto preso dal desiderio di far seguire alla politica accomodante di Onorio una politica forte nei confronti dell'impero e voleva seguire la via che aveva tracciato suo zio Innocenzo. Federico II, che già lo conosceva probabilmente fin da bambino, comprese di aver a che fare con un avversario molto pericoloso con il quale non era più possibile continuare nella scaltra politica fino allora sostenuta.
Occorreva rompere gli indugi, differire la rivincita sui comuni dell'Italia settentrionale e mantenere la promessa fatta ad Onorio; di partire per l'Oriente.

I preparativi furono affrettati e appena terminati i crociati si radunarono nella Puglia; il Pontefice, contento della sua decisione, scriveva all'imperatore: "Iddio vi ha messo in questo mondo come un cherubino armato di una spada fiammeggiante per mostrare a coloro che si smarriscono, la via dell'albero della vita". Ma l'impresa iniziava con gli auspici non buoni. I calori estivi del luglio-agosto 1227, e i luoghi malsani dov'erano accampati i crociati produssero una grave epidemia che iniziò a fare prima ancora di partire numerose vittime nell'esercito e costò la vita al marchese Luigi di Turingia e ai vescovi di Augusta e di Anjou.

Federico volentieri avrebbe rimandato la partenza ma, spinto dal Pontefice, fece ugualmente sciogliere le vele verso la Terrasanta.
S'imbarcò a Brindisi l'8 settembre del 1227: il giorno dopo pure lui assalito da una violenta febbre, cedendo alle preghiere delle truppe scoraggiate, tornò a dirigere le prore verso terra ed approdò ad Otranto. Gregorio IX ricevette la notizia del ritorno a terra dello imperatore mentre si trovava ad Anagni e, giudicando l'atto del sovrano come una ribellione alla Santa Sede, recatosi in duomo in compagnia di cardinali e di vescovi, lanciò la scomunica contro Federico.


Inizia il grande duello
dobbiamo quindi portarci alla prossima puntata


il periodo dall'anno 1227 al 1230 > > >

Fonti, citazioni, e testi
PAOLO GIUDICI - Storia d'Italia - Nerbini
RINALDO PANETTA - I Saraceni in Italia, Ed. Mursia

GREGORIUVUS - Storia di Roma nel Medioevo - 1855

L.A. MURATORI - Annali d'Italia
MAALOUF, Le crociate viste dagli arabi, SEI, Torino 1989
J.LEHMANN, I Crociati,- Edizioni Garzanti, Milano 1996
STORIA MONDIALE CAMBRIDGE - (i 33 vol.) Garzanti 
UTET - CRONOLOGIA UNIVERSALE
STORIA UNIVERSALE (i 20 vol.) Vallardi
STORIA D'ITALIA, (i 14 vol.) Einaudi
 
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