GRECIA: FINE - DISTRUZIONE DI DIO - DISTRUZIONE CORINTO
I DEI ERANO GRECI O TRACI?

LA SCOMPARSA DI DIO - ANDRISCO - CECILIO METELLO, IL MACEDONICO, LO SCONFIGGE A PIDNA - RIBELLIONE DELLA GRECIA - DAMOCRITO, DIEO E CRITOLAO - ECCIDIO DI CORINTO - BATTAGLIE DI SCARFEA E LEUCOPETRA - DISTRUZIONE DI CORINTO - MUMMIO L' ACAICO
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Questa è Dio...e dietro quelle mura ciclopiche...


... si estende una città immensa, con il corso centrale lungo un chilometro.
Un città scomparsa dalla faccia della terra, e non sappiamo ancora perché....


Ho assistito al ritrovamento di una lapide; dopo la pulizia della stessa dal fango, è apparsa una scritta:
"qui dominarono i consoli romani L. Mummio e Cecilio Metello".
E' stato emozionante. Ricordiamo che Mummio e Metello sconfissero in Grecia le leghe, s'impadronirono delle città e molte le distrussero dalle fondamenta (vedi Corinto) e portarono a Roma un immenso bottino, con una grande quantità di opere d'arte, statue, bronzi, pitture. Fu la fine della Grecia ! (anche se gli fu data l'indipendenza (sic!)).

LA FINE DI DIO - ANDRISCO

Negli stessi anni che le legioni romane assediavano Cartagine, nella Macedonia e nella Grecia accadevano fatti che a queste due regioni dovevano costare la perdita dell'indipendenza. Se nella prima - che i greci consideravano abitata da una stirpe barbara- il suo destino non ha una grande importanza, nella seconda che ha avuto, e avrà ancora in seguito una grande influenza in tutto il mondo occidentale, questa decadenza inciderà enormemente nel mondo ellenistico; un mondo che si esaurisce lentamente con l'integrazione nell'impero romano prima, e scompare del tutto - cinque secoli dopo- quando nei primi anni del 300 d.C. subentra il mondo dell'età bizantina; anni in cui termineranno le espressioni letterarie, lo sport, la musica, l'arte, le tradizioni, e inizierà l'era della rassegnazione. Anticipando di alcuni decenni la fine di Roma.
Ma cosa aveva detto Scipione durante la distruzione di Cartagine?: "che l'orrendo delitto non poteva rimanere impunito e che la sorte toccata all'infelice città dovesse essere riservata, per legge fatale, a quell'altra che ne aveva voluta la fine". E dopo Cartagine, l'orrendo delitto del saccheggio, della distruzione e l'annientamento di un popolo e di una civiltà fu ripetuto in Grecia, in particolare a Dio e a Corinto (la battaglia della prima, nel precedente riassunto).

EMILIO PAOLO, ritornando a Roma, credeva -e con lui Roma- di avere con la sua opera, assicurato a quei popoli la pace, ma s'ingannava. Greci e Macedoni alle crudeli repressioni delle armi romane avevano piegato la fronte, però nel loro cuore il desiderio della riscossa non si era spento, né dalla loro mente poteva esser cancellato il ricordo delle stragi e dei saccheggi commessi nel loro paese dagli eserciti della repubblica d'oltremare.
A Dio, in Tessaglia, che d'ora in avanti nessuno storico citerà più, calò un velo pietoso. Una ragione ci deve essere. E sembra che sia stata immediatamente spopolata, uccisi o deportati tutti gli abitanti che, all'epoca di Lucio Emilio Paolo, il conquistatore di questo territorio, ne doveva contare un numero considerevole.

Sappiamo da Strabone, che quando questa regione fu sottomessa, centocinquantamila abitanti furono fatti schiavi, venduti e imbarcati per l'Italia. E che a Delo in un solo giorno ne furono imbarcati diecimila.

A DIO, che è posta sotto il Monte Olimpo, a 6 km dalla costa (dove oggi sorge la bellissima spiaggia di Gritsa Beach), Alessandro Magno aveva allestito il suo grande esercito, e da DIO, dopo aver fatto i sacrifici agli dei ai piedi dell'Olimpo, era poi partito per il suo straordinario viaggio senza ritorno, all'interno dell'Asia.
DIO l'accennava pure Omero. Ma allora, sia DIO sia il MONTE OLIMPO era terra dei Traci (una civiltà di cui non si sa -ancora oggi- quasi nulla), prima che i Greci si impossessassero dei loro territori e perfino di tutti i loro dei. Quando in Tracia vi giunsero i Romani nel 46 d.C. trasformandola poi in provincia (chiamata in seguito Romania), della civiltà Trace non esisteva più nulla, i Greci avevano cancellato ogni traccia; ma una buona parte della loro nuova civiltà e così i loro dei, dalla Tracia avevano mutuato quasi tutto.

Né immaginavano i Romani (che -affermarono- di aver portato la civiltà) che alcuni abitanti ai piedi del Palatino, prima della fondazione di Roma, erano forse proprio Traci (vedi cronologia di Roma), e che forse furono proprio loro ad introdurre la vite in Italia dai villaggi palafitticoli sorti nei laghi prealpini (in quello di Ledro, la vite era coltivata nel 1400-1200 a.C. - In Etruria apparve nel 700 a.C., a Roma alcune viti, compaiono solo nel 600 a.C. il vino era ancora considerato quasi come un medicinale, poi anche proibito per i suoi effetti alteranti)

Tutta la mitologia greca, così i famosi "tocchi magici" dei loro dei nella creazione del grande "miracolo greco" é quindi da rivisitare. Non sostengo che ogni professore che insegna storia antica debba andare di persona in Grecia (in questo caso ci vada con in mano i libri degli storici antichi, per scoprire lacune, falsità e faziosità) ma almeno suggerisco di aggiornarsi con le nuove scoperte archeologiche. Chi qui scrive ha fatto l'uno e l'altro. E di scoperte (e non è difficile) ne ha fatte molte.
(Inoltre, molto interessante, sono proprio le ultime scoperte archeologiche (come le Tavolette Tartarie e i Cilindri - che anticipano la scrittura Sumera e Egiziana) nell'opera di Heinz Siegert, "I Traci" pubblicato da Garzanti, 1986).

Dionisio era trace, e così suo padre Zeus. In lingua trace dio significa proprio zeus, e nysos significa giovinetto. Dunque, Dionisio é il giovinetto figlio di Zeus. Dei che solo nell'VIII-VII secolo a.C., iniziarono a penetrare in Grecia, quando i greci nei primi commerci scoprirono le sponde e le città trace del Mar Nero; e lì trovarono il "mondo degli dei traci" (diventati poi greci); trovarono un riflesso della società cavalleresca trace che si presenta a loro come un'aristocrazia celeste con tratti umani e una grande libertà morale; trovarono a Pomorie le saline (ci sono tuttora); trovarono le miniere d'oro e d'argento nel Pangeo; e trovarono una religione superiore, quella trace, che eclissò quella ancora aborigena com'era fino allora quella greca.

Dionisio (Bacco per i Romani - la vite era presente in Tracia nel 4000 a.C. - e anche di questo parla Omero "giungevano a Troia giare d'argilla sigillate con il dolcissimo vino trace di Taso") e Cibele (culti introdotti ufficialmente poi a Roma nel 205 a.C. dopo le guerre di cui ci siamo occupati in questi anni) sono entrambi NON di origine greca ma trace. La statuetta della Madre Terra, ritrovata nel Karanovo, è stata scolpita nel 4000 a.C. (3000 anni prima di arrivare come culto in Grecia, 3800 anni prima di arrivare a Roma).

Così Apollo (ritrovato a Dupljaja nel Banato) era venerato in Tracia 2000 anni prima di quello greco che però i greci fanno nascere a Delo nelle Cicladi, ma sempre figlio di Zeus era. Ad Apollonia sul Mar Nero (allora Trace) fondata nel V sec., proprio i greci eressero una statua ad Apollo alta tredici metri (scultore Calamide), ma era in onore del dio trace affinché proteggesse a sud della Tracia, la Grecia.
Omero dice il vero quando ci parla del culto di Apollo praticato dai Traci, a Maronea sulla costa Trace, all'epoca della guerra di Troia, quindi molto prima della colonizzazione greca e la nascita di Atene.

Lo stesso Orfeo e l'orfismo era trace. Infine lo stesso Monte Olimpo ("dimora degli dei greci") era trace, perché posto nell'antichissimo territorio un tempo trace ed era la "dimora degli dei traci".
Tutta la storia scritta impostata sull'antica tradizione greca (storici come Erodoto, Tucidide, Timeo, Apollodoro) e la stessa storicità dei Dori diventerebbe tutta errata. I Dori erano null'altro che Traci, abitanti anche in Tessaglia (Omero non ce ne parla, che allora era Tracia. Samotracia, Nasso, Imbro e Coo erano stanziamenti di popolazioni traci.
Nell' Iliade, Omero, quando parla dell'eroe "trace" Reso, che ha "un armatura e un cocchio tutto d'oro, il cavallo più bello del mondo e veloce come il vento"; lo fa spuntare fuori come un mitico eroe di tempi remoti. Ma non sbagliava Omero con i "tempi remoti"! Accenna a un già leggendario antico eroe Trace, e proprio a Varna è stata scoperta una necropoli con oggetti (monili, scettri ecc. "Tesoro di Varna") in puro oro a 24 carati, e armille a lamine d'oro battuto, non fuso, simili a quelle di Troia e Micene, come la maschera di Agamennone. Soltanto che.... quelle Trace sono di 2000 anni prima della caduta di Troia, 1000 anni prima della colonizzazione della Grecia, dell'Argolide, dell'Attica e di Creta.
Il motivo era questo; che le mitiche miniere d'oro e d'argento erano nel Pangeo; i greci poi se ne impossessarono nel 467 a.C. Il generale Tucidide era uno dei concessionari della miniera quando scontò l'esilio in Tracia e morì assassinato nel 396 a.C.. - Filippi situata a est del Pangeo era una vera e propria città di minatori d'oro. Scrive Aristotele nella "Piera Macedonica" ... "i Pieri risiedono nelle immediate vicinanze del monte Pangeo, ove si semina oro, si coltivano alberi d'oro e si raccoglie oro".
E Traci erano le favolose ricchezze dell'altrettanto favoloso re Mida, che sarebbe vissuto nella stessa zona del Bermio, un monte trace ricco d'oro puro.
L'uso delle lamine d'oro (nel tesoro di Varna o nella maschera di Agamennone poi) è dovuto al fatto che il minerale oro era presente nel Pangeo allo stato puro; e a quel tempo non si era ancora in grado di separare il metallo per fusione.
Come poi non ricordare, la spedizione di Traiano, nella zona tracica (o dacica) del monte Orastie. Vi portò via 260.000 chilogrammi d'oro e 290.000 d'argento, che gli consentì di risanare il deficit dello stato, e non solo togliere le imposte per l'anno 106 d.C., ma donare ad ogni contribuente dell'impero 650 denari.

A DIO e quindi in Tracia, scopriamo che non solo 4000 anni a.C. si era sviluppata l'agricoltura e l'allevamento del bestiame, compreso il primo cavallo; ma che era nata lì la civiltà palafatticola (a Varna esistono centinaia di villaggi palafitticoli, identici a quelli del Lago di Ledro, fondati nel 1500-1200 a.C. i cui abitanti indubbiamente risalirono nel corso di due e più millenni il Danubio, che nei pressi di Varna ha la sua foce); la ceramica a stile geometrico e a vivaci colori; le più antiche pitture su pareti intonacate (mille anni dopo comparvero a Creta); i primi lavori di tessitura del mondo; il culto del Toro, che adotta poi mille anni dopo Creta; che era diffusa già la metallurgia, contemporanea con quella vicina di Hacilar in Anatolia (3000 a.C.); la comparsa di lucerne a triangolo equilatero; e che l'incenerazione dei morti era una consuetudine trace (i famosi popoli dei Campi d'Urne non provenivano dunque dal centro nord Europa, ma dal Mar Nero, da questa antica civiltà che stiamo scoprendo solo ora in Tracia!)
(Un pugnale trovato a Ledro è simile a quello trovato a Micene -nella casa dell'olio- datato 1500 a. C. - e chi qui scrive, li ha visti entrambi, a Micene e a Ledro- in quest'ultima località, esiste uno straordinario museo, unico in Europa, e che merita una visita per chi vuole "viaggiare" nella storia del 1500-1000 a.C.).

Del resto già Schliemann scoprì, e ne rimase molto sconcertato, che i distruttori di Troia, dovevano essere gli stessi che l'avevano fondata 1500 anni prima. Infatti, nello strato più antico, trovò moltissime espressioni della cultura balcanica: proprio quella dei Traci; stile nella costruzione di templi, architettura della casa, ornamenti, ceramica, monili in oro (e ignorava il "tesoro di Varna" scoperto solo nel 1973). Lo studioso Dimitar Dimitrov avanza l'ipotesi che i troiani erano i primissimi emigranti traci in Asia Minore nordoccidentale che avrebbero attraversato in una precedente spedizione l'Ellesponto tra il IV e il III millennio a.C. . L'invasione successiva dei Dori fu insomma una lotta fra antichi cugini, e non fu una invasione improvvisa ma graduale. E gli stessi Achei detti anche Micenei, non furono la prima popolazione di origine indoeuropea che si profilò nella storia europea, ma un popolo fratello: cioè Trace. (o "Popoli del Mare" o del Nord", che usavano bruciare i morti e comporli in urne (designati poi dagli archeologi "popoli dei campi d'urne". Questi migrazioni provenivano dalla Tracia. Una parte scese nel Peloponneso a distruggere gli Achei-Micenei, un'altra, da Varna (grande centro palafitticolo) alle foci del Danubio, in un millennio, lo risalgono, dalle Porte di Ferro scendono alla odierna Belgrado, proseguono per il medio Danubio (Austria, Baviera), scendono nei laghi prealpini, si stanziano fino al 1200-1000 nella pianura Padana, poi si disperdono per l'Italia. Campi d'urne, le troviamo verso l'anno 1000 a.C. ai piedi del Palatino, dove sorgerà circa duecento anni dopo Roma.
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DIO, oggi, è ancora intatta, sotto una spessa coltre di quell'impalpabile terra della Magnesia che sembra borotalco. L'annientamento e quindi l'abbandono, fu molto probabilmente immediato. Forse un'orrenda strage dopo la conquista romana.

Da anni una moltitudine di archeologi portano alla luce quella che già dai primi scavi sembra una città, che allora, doveva essere più grande e con molti più abitanti della stessa Atene. Ciclopiche mura la circondano su un quadrato di due chilometri di lato. Massi enormi di centinaia di tonnellate, che ancora oggi sarebbero indistruttibili con un'artiglieria moderna.

Dietro queste mura, all'interno, scopriamo una città immensa, le vie sono molto simili a quelle della successiva Pompei; quella centrale è lunga un chilometro, con ai lati, case, palazzi, negozi, e in fondo edifici sacri, teatri, e altri luoghi pubblici. L'impressione è quella di una città ricca, opulenta, gremita di abitanti.
Nessuno -salvo qualche rivista di addetti- accenna a questa riscoperta; il luogo è ancora off-limit. Ma chi qui scrive, in qualche modo è riuscito a visitarla. Ed è la città che mi ha impressionato più di tutte quelle fino ad oggi visitate.
La ragione è che la città, finita sotto la coltre di una spessa polvere, è forse da ricercare proprio nel suo nome, un po' scomodo alla letteratura cristiana.

Torniamo ai nostri anni.
Erano tornati in Grecia, dopo diciassette anni d'esilio, per le preghiere di Catone e di Polibio (lui stesso era un esule, e che probabilmente sfilò prigioniero nei Fasti trionfali di Emilio Paolo dopo la vittoria su Perseo) i trecento superstiti di quella numerosa schiera di proscritti, di cui due terzi avevano miseramente lasciato la vita nelle prigioni d'Italia; erano tornati con il cuore ulcerato per i patimenti sofferti e, giunti in patria, con il racconto delle loro pene avevano destato nei cittadini l'odio contro il popolo che era stato causa delle loro miserie e dell'annientamento della storica terra.
Covava in Grecia e nella Macedonia la rivolta e questa scoppiò quasi contemporaneamente negli anni in cui Roma era impegnata in Africa, a Cartagine, in una guerra che per l'inettitudine dei suoi generali si prolungava senza sostanziali successi, anzi in alcuni casi con umilianti insuccessi.
Ed altrettanto era impegnata in Spagna con non meno insuccessi (ne parleremo più avanti).

Un audacissimo avventuriere di nome ANDRISCO, oriundo della Misia, fu l'uomo che tentò di sollevare la Macedonia, approfittando delle condizioni in cui si trovava Roma e del malcontento dei Macedoni.
Rassomigliando molto come fattezze a PERSEO, disse di essere figlio di costui e di Laodice di Siria e, preso il nome di FILIPPO, cominciò a sobillare le popolazioni della Macedonia; ma, privo di mezzi e non assecondato da coloro che gli avevano promesso aiuti, fu costretto a fuggire in Siria.
Recatosi alla corte di SOTERO DEMETRIO, cognato di Perseo, Andrisco chiese al re aiuti di uomini e di denari per riconquistare il trono, ma costui, appreso che il presunto nipote era solo un avventuriero e un millantatore, lo consegnò nelle mani di alcuni emissari di Roma.
Considerato innocuo e lasciato perciò senza custodia, Andrisco fuggì facilmente e andò prima a Bisanzio dove gli riuscì di reclutare alcuni partigiani, poi nella Tracia e qui, aiutato da due principi della regione, TERE e BARSADA, si proclamò re di Macedonia, e poco dopo vi entrò accolto dal popolo come un liberatore (era l'anno 149 a.C.).

Per qualche tempo la fortuna fu favorevole al falso figlio di Perseo. Assalito da un esercito romano comandato da SCIPIONE NASICA nella Tessaglia, riuscì a tenergli testa; assalito più tardi dal PRETORE P. IUVENZIO, sconfisse le legioni romane in uno scontro dove il loro capo trovò la morte; esaltato da questa vittoria, riunì sotto il suo scettro la Macedonia e la Tessaglia ed avviò trattative con i Cartaginesi.
Ma la fortuna di Andrisco non durò più di un anno. Resosi odioso alle stesse popolazioni alle quali aveva promesso la libertà, non seppe né poté rafforzarsi in modo tale da resistere a Roma e nel 148, a Pidna, scontratosi con un esercito di legionari condotto dal pretore QUINTO CECILIO METELLO fu sconfitto e fatto prigioniero.

La giornata di Pidna procurò a METELLO il titolo di "Macedonico". La Macedonia, che dal console Emilio Paolo era stata divisa in quattro stati autonomi, perdette la sua indipendenza e fu dichiarata provincia romana.
Nell'anno 142, un altro avventuriero, che si fece anche lui chiamare Filippo, rinnovare il tentativo di Andrisco, ma non ebbe miglior sorte del primo: battuto dal questore LUCIO TREMELLIO, fu catturato e messo a morte.

IN GRECIA - BATTAGLIE DI SCARFEA E LEUCOPETRA
LA DISTRUZIONE DI CORINTO

La medesima sorte della Macedonia toccò alla Grecia. Qui il malcontento e l'odio contro i Romani era tenuto vivo da coloro che erano ritornati dall'esilio e specialmente da DAMOCRITO, DICO e CRITOLAO, insigni cittadini il cui cuore sanguinava per la degradazione in cui era caduta la patria. Damocrito anzi era stato eletto stratega della Lega achea, la quale, nominando generale delle sue forze armate uno dei più fieri nemici della Repubblica, si schierava apertamente contro Roma. Fu un gesto di cattiva politica che fu causa di immediate ripercussioni in seno alla lega stessa danneggiandone la compagine. Sparta, infatti, che temeva la collera del Senato romano, dopo la nomina di DAMOCRITO, dichiarò di ritirarsi dalla lega e DICO, successo a Damocrito, invece di sanare la discordia, dichiarò guerra a Sparta senza curarsi di aspettare gli ambasciatori annunciati da QUINTO CECILIO METELLO.
Giunti a Corinto i commissari, si presentarono all'assemblea della lega nella quale si trovavano anche i rappresentanti spartani, e stabilirono che, per volontà del Senato, allo scopo di togliere ogni causa di dissidio, Sparta, Argo ed Orcomeno si staccassero dalla lega e formassero uno stato a parte, adducendo come motivo di tale provvedimento che queste tre città erano di stirpe diversa dalle altre.
Il decreto del Senato provocò l'indignazione di DICO, il quale, uscito dall'assemblea, cominciò al cospetto del popolo a stigmatizzare l'operato di Roma, tacciando il Senato di prepotenza e di ingiustizia. Infiammato dalle parole dello stratega, il popolo di Corinto si levò a tumulto e trucidò ferocemente gli Spartani che si trovavano nella città. I soli rappresentanti riuscirono a salvarsi con la fuga e fu un miracolo se i commissari romani non caddero vittima del furore popolare.
L'eccidio di Corinto meritava una severa punizione e Roma l'avrebbe immediatamente data se i suoi eserciti non si fossero trovati impegnati in Africa ed in Spagna. Si limitò perciò a chiedere alla lega una riparazione alle offese patite dagli ambasciatori e Metello inviò a Corinto alcuni legati. Questi però furono accolti ostilmente dall'assemblea del popolo e nel tumulto non ebbero la possibilità di aprir bocca. Né, del resto, se avessero potuto parlare, sarebbero riusciti a calmare gli animi dei Corinzi, eccitati da CRITOLAO, il quale urlava che gli Achei volevano i Romani come amici non come padroni.
Frattanto gli Achei armavano le loro milizie. Essendo riusciti a procurarsi gli aiuti dei Calcidesi, dei Beoti e dei Tebani, iniziarono le ostilità, muovendo contro Eraclea, che anch'essa, ossequiante a Roma, si era distaccata dalla lega.
Occorreva soffocare sul nascere la rivolta e a tale scopo, METELLO, scese con il suo esercito dalla Macedonia e, ingaggiato battaglia con i confederali presso Scarfea nella Locride, li sconfisse.

Ottenuta questa prima vittoria METELLO penetrò nella Beozia, dove mise in rotta i superstiti di Scarfea, poi marciò su Tebe e Megara, che caddero nelle sue mani.
Malgrado gli insuccessi patiti, i Greci non si diedero per vinti. Tutte le loro forze furono chiamate a raccolta e perfino gli schiavi armati. Con un esercito di circa dodicimila uomini DIEO si rifugiò a Corinto, deciso a resistere ad ogni costo in quest'ultimo baluardo dell'indipendenza greca.
Avrebbe certamente evitato alla sua patria danni più gravi se si fosse mostrato più accorto e meno intransigente, perché i Romani preparati forse dall'esperienza degli anni passati, erano animati questa volta da grande generosità nel reprimere la rivolta; infatti, Tebe e Megara erano state risparmiate dal saccheggio e dalla distruzione e il console, invece di affrettarsi a marciare su Corinto, vi aveva inviato tre influenti cittadini achei per tentare con la persuasione d'indurre i ribelli a deporre le armi.
Ma DIEO, oltre che un cattivo generale, era un pessimo uomo politico. Non solo non volle aderire all'invito di METELLO, ma ne imprigionò gli ambasciatori, aumentando, così, maggiormente lo sdegno del Senato che inviò in Grecia altri soldati e il nuovo console L. MUMMIO. (console all'inizio dell'anno 146 a.C. con Cornelio Lentulo)
Questi, senza perder tempo, condusse il suo esercito contro Corinto e pose il campo a Leucopetra, all'imboccatura dell'istmo.
Se i Greci avessero avuto un altro stratega avrebbero senza dubbio potuto resistere lungamente ai Romani, sfruttando l'eccellente posizione in cui si trovavano; ma non compresero che conveniva loro mantenersi sulla difensiva data l'inferiorità delle loro forze e, inorgogliti da una sortita che le loro truppe avevano felicemente operata ricacciando un reparto nemico allontanatosi dal campo e ingannati dal contegno di Mummio, il quale astutamente si mostrava esitante per attirare gli avversari fuori le mura, decisero di passare all'offensiva.

Era così sicuro di vincere DIEO che, avendo stabilito di dare battaglia, fece mettere le donne sopra un'altura vicina affinché assistessero allo spettacolo della sconfitta dei Romani, e fece preparare i carri che dovevano trasportare in città il bottino che doveva essere conquistato.
La battaglia avvenne a Leucopetra. MUMMIO aveva fatto appostare la sua cavalleria in un luogo boscoso e, iniziato il combattimento, sostenne il primo urto con le sole fanterie. Aveva già la cavalleria greca attaccato il fronte di Mummio, quando i cavalieri romani, sbucando dal punto dove si tenevano nascosti, la presero di fianco e la frantumarono in più parti. A voler rialzare le sorti della battaglia, si impegnò la fanteria greca, ma questa era ormai irrimediabilmente perduta e dopo un'inutile, sebbene eroica resistenza, l'esercito greco fu duramente sconfitto.
Avrebbe potuto DIEO con i resti delle sue truppe chiudersi dentro Corinto e prolungare entro le mura della città la lotta; invece, sbigottito dalla disfatta, fuggì precipitosamente a Magalopoli, dove si trovava la sua famiglia e, qui giunto, appiccato fuoco alla propria casa, uccise di sua mano la moglie per non farla cadere prigioniera del nemico, quindi si tolse la vita ingoiando, sul cadavere della sposa, un potente veleno.

La sconfitta di Leucopetra segnò la definitiva fine dell'indipendenza dei Greci.
I superstiti della battaglia, rimasti senza capo, cercarono scampo nella fuga e si sparpagliarono per la campagna, lasciando indifesa la città. Il console vincitore, temendo qualche insidia, aspettò tre giorni nel suo campo prima di entrare a Corinto, poi assicuratosi che le mura erano veramente prive di difensori, dalle porte aperte, entrò e occupò la città senza colpo ferire.
Corinto, la più ricca città della Grecia, fu abbandonata al saccheggio delle soldatesche, che sfogarono sulla popolazione e sulle cose la loro ferocia, riducendo quel floridissimo emporio del commercio dell'Asia e dell'Europa in un informe cumulo di macerie (che sono oggi ancora tutte lì, a ricordarci questa selvaggia distruzione. E fa molta tristezza).

Numerosissime opere d'arte di cui andava orgogliosa la città furono distrutte, ma molte altre di inestimabile valore furono salvate. Si narra che il re di Pergamo (il più grande appassionato d'arte di quei tempi) offrisse seicentomila sesterzi per un quadro di Bacco dovuto al pennello di Aristide. MUMMIO, il quale non s'intendeva affatto di arte, non sapendo spiegarsi come una tela dipinta si potesse pagare una somma simile, credendo che il quadro fosse dotato di misteriose virtù, ordinò che fosse inviato a Roma e la stessa sorte toccò a una grande quantità di opere d'arte, specialmente statue, pitture e bronzi. Fra queste, il grande complesso di statue bronzee, eseguite da Lisippo, che illustravano la battaglia di Alessandro Magno al Granico.
Alla distruzione di Corinto seguì quella di Tebe e di Calcide; parecchie altre città della Grecia furono risparmiate, ma subirono l'abbattimento delle mura e tutte dovettero consegnare le armi.
L'indipendenza della Grecia era finita per sempre. Anche il suo nome fu cancellato quando il console e dieci commissari del Senato la dichiararono provincia romana. Da allora fu chiamata ACAJA; governata dal pretore della Macedonia (correva l'anno 146 a.C. - Per la Grecia, e l'Ellenismo, l'ANNO DI MORTE).

Mummio, tornato a Roma, ebbe il trionfo e in memoria della sua vittoria il titolo di "Acaico". POLIBIO narra che il distruttore di Corinto era di natura mitissima e noi dobbiamo prestar fede alle sue parole, anche perché la vita di Mummio ne é la conferma; poteva, imitando gli altri generali romani, procurarsi immensi guadagni dalle città greche da lui conquistate; invece non prese nulla del ricchissimo bottino e, dopo avere trascorsa un'esistenza modestissima, morì così povero, che la figlia, per decreto del Senato, fu adottata a spese dello Stato.
Non deve pertanto addebitarsi a lui la feroce distruzione di Corinto, ma alla volontà di chi reggeva allora le sorti della Repubblica, la quale non voleva in questo modo -con la distruzione- solo punire la capitale politica della lega achea, ma voleva distruggere un emporio commerciale che era l'invidia di altri centri d'Italia. E proprio per questo condannò spietatamente Corinto.
La stessa sorte, in questo stesso anno 146, era riservata a Cartagine. Anche qui il motivo, sembra averlo spiegato molto bene, anche se banalmente, Catone: "perché aveva i fichi più grossi". Cioè l'invidia.

Ma lasciamo la martoriata Grecia, e la furia che si sta abbattendo su Cartagine (già narrata nel precedente riassunto), e andiamo in Spagna. Qui, cacciati i Cartaginesi da alcuni anni, i Romani la guerra che dovettero sostenere contro le popolazioni che lottavano per conservare la loro indipendenza, pur accettando alleanze con Roma, fu più dura e lunga, e anche qui alcuni consoli si comportarono come belve, anche contro popolazioni che non aveva commesso nessun atto ostile contro i Romani..

Questa sporca guerra la ricapitoliamo nel prossimo capitolo, e lo concludiamo con una ennesima distruzione, che assicura però a Roma il dominio di tutta l'Iberia.


...periodo dall'anno 146 al 129 a.C. > > >

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Fonti, Bibliografia, Testi, Citazioni: 
I VIAGGI in loco dell'autore di Cronologia.
TITO LIVIO - STORIE (ab Urbe condita)
POLIBIO - STORIE
APPIANO - BELL. CIV. STORIA ROMANA
DIONE CASSIO - STORIA ROMANA 
PAOLO GIUDICI - STORIA D'ITALIA 
UTET - CRONOLOGIA UNIVERSALE
I. CAZZANIGA , ST. LETT. LATINA, 
+ altri, in Biblioteca dell'Autore 

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