2a GUERRA PUNICA - ANNIBALE - SAGUNTO - LE ALPI - LA TREBBIA

IMPRESE DI AMILCARE BARCA - ASDRUBALE IN ISPAGNA - ANNIBALE ASSEDIA E DISTRUGGE SAGUNTO - AMBASCERIA ROMANA A CARTAGINE - ROMA SI PREPARA ALLA GUERRA - LA MARCIA DI ANNIBALE DA CARTAGENA ALLE ALPI - SCIPIONE E LUCIO MANLIO TORQUATO - IL PASSAGGIO DELLE ALPI - LA BATTAGLIA DEL TICINO - LA BATTAGLIA DELLA TREBBIA - GNEO SCIPIONE IN SPAGNA
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IMPRESE DI AMILCARE BARCA

Dopo la disfatta alle Egadi, non era stata fatta in comune accordo, ma dai Cartaginesi sofferta, e a condizioni molto pesanti; non perché Cartagine non avesse risorse, ma per le lotte intestine fra democrazie e aristocrazia che la straziavano, ma che ben presto si resero conto del danno che avevano provocato alla patria; inoltre ai Cartaginesi mancava un vero condottiero, o meglio, un dittatore. Nel 219 a.C. trovarono entrambe le due cose: la concordia e il condottiero.

La pace stipulata nel 241 a.C. tra Roma e Cartagine con la disfatta subita alle Egadi, non poteva essere né fu una pace definitiva.
Quantunque stremata di forze Cartagine rimaneva sempre uno stato potente dalle infinite risorse; e un tale stato non poteva rassegnarsi a subire le conseguenze della sconfitta.
Tuttavia, essendo il potere in mano della democrazia dedita ai commerci, la quale vedeva nella guerra un danno incalcolabile per la propria attività, i propositi di riscossa rimasero per qualche tempo circoscritti nella cerchia dell'aristocrazia guerriera; ma quando Roma usurpò la Sardegna e conquistò la Corsica e inflisse a Cartagine l'onta e l'onere di nuovi esosi patti il desiderio della riscossa si fece strada anche nel popolo e fu tale da far prevalere nel governo della città il partito di coloro che volevano far risorgere la patria dall'avvilimento in cui era caduta.
Anima di questo partito era AMILCARE BARCA, il prode ed avveduto condottiero, che così accanitamente si era battuto in Sicilia contro i Romani fino all'ultimo, e che poi aveva saputo -nonostante quella pace così esosa - trarre lo stato dalla rovina in cui stava per precipitare domando la rivolta dei mercenari, i sudditi della Numidia dai primi aizzati e i forti contrasti interni.

Su Amilcare si erano appuntati tutti gli sguardi dei patrioti cartaginesi perché in lui vedevano il solo uomo che potesse risollevare le sorti della repubblica; e Amilcare, sostenuto da questo partito forte ed attivo, riuscì a rivolgere tutta la sua attività ed il suo genio all'opera di resurrezione e di ricostruzione.

Il suo compito in patria fu molto difficile. Cartagine, esausta, aveva bisogno di danari e di eserciti, aveva bisogno di riacquistare il prestigio perduto e la potenza economica e militare di una volta per potersi misurare nuovamente con Roma, ma era necessario agire con prudenza per non insospettire i nemici e non dare a questi occasione di stroncare, l'opera di rinascita, prima che fosse compiuta.
Amilcare seppe agire con la più grande prudenza. Divenuto arbitro dei destini della sua patria, ottenuti poteri dittatoriali, lascia in Africa il genero ASDRUBALE per tenere a bada le tribù della Numidia, nuovamente ribellatesi, e le riduca all'obbedienza, poi, con il suo esercito e una lunga marcia, varcate le Colonne d'Ercole, passa nella penisola Iberica
Suo scopo è di dare a Cartagine nuove terre e nuovi sudditi, perché dalle prime possa ricostituire la sua ricchezza e dai secondi possa ricavare uomini per i suoi eserciti.

Per nove anni AMILCARE combatte contro i selvaggi popoli iberici, fieri e gelosi della propria indipendenza, sottomettendo e procurando a Cartagine quasi tutto il mezzogiorno della penisola, creando sulla costa una piccola base, la colonia CARTAGENA che diventerà in breve tempo il maggior centro cartaginese nella penisola iberica; ha assunto come suo luogotenente il giovane ANNIBALE, figlio di Amilcare; ma nel 229 a.C. la sua gigantesca impresa è improvvisamente troncata dalla morte che lo coglie in battaglia (altri dicono durante questa annegato).

ASDRUBALE IN ISPAGNA

L'opera di Amilcare però non era una di quelle che si possono lasciare incomplete, né affidarle al giovane luogotenente ANNIBALE, che alla sua morte contava appena 18 anni, quindi per condurla a termine -fu chiamato il genero ASDRUBALE.
Questi consolida le conquiste del suocero e sulla costa della penisola la piccola colonia di Cartagena la trasforma nella fortissima capitale della Spagna cartaginese; una piazzaforte militare, un floridissimo centro commerciale e sentinella delle ricche miniere d'argento della regione; poi, ricevuti rinforzi di truppe dalla madre patria, estende le conquiste fino al corso dell'Ebro.
Il consolidamento sulla costa e la sua marcia vittoriosa verso il nord della penisola preoccupano alcune città greche che sorgono oltre l'Ebro, e le più importanti sono Sagunto, Rosas ed Ampuiras. Temono queste di cadere in potere dei Cartaginesi, che sono già di fama i nemici naturali dell'Ellenismo del Mediterraneo occidentale, e, non potendo con le loro scarse forze contrastare l'avanzata di Astrubale, con la fama delle sue imprese che hanno raggiunto anche la penisola iberica, chiedono aiuto a Roma e si mettono sotto la sua protezione.

Roma, che fino a questo momento ha lasciato fare, sia perché impegnata contro i Galli e le popolazioni illiriche, sia perché nelle lontane conquiste ispaniche della rivale non ha visto nessun proposito ostile nei suoi confronti, ora però prende a cuore la sorte delle città che ai Romani si sono rivolte e costringe Cartagine a impegnarsi a non estendere le sue conquiste oltre l'Ebro e di rispettare le città che già chiamano amiche; sollecitati anche dai Marsigliesi, preoccupati pure questi dell'espansionismo punico.
Le trattative non furono lunghe (Roma era molto impegnata) e si giunse presto alla pace.
Con questo "Trattato dell'Ebro", concluso tra Roma e Cartagine nel 226 a.C., hanno termine le imprese militari di Asdrubale.
Sono state delimitate le rispettive zone di influenza, con libertà d'azione ai Cartaginesi nelle regioni iberiche a S dell'Ebro, tuttavia in questo territorio, Roma stringe alleanza con Sagunto, antica città a nord di Valencia posta quindi a sud dell'Ebro (e sarà proprio questa città che costituì il "casus belli" per la seconda guerra punica).
Roma nel 225 è impegnate in Etruria con i Galli (Talamone) e nel 223 - 222 ha deciso di invadere la Gallia Cisalpina, fino a Milano. Fatta la pace con i Galli, Roma è dunque disimpegnata su terra e sul mare.

A riaccendere la disputa, e a favorire il reciproco scontro (entrambi sembra che lo desiderano) l'anno successivo, nel 221, muore assassinato da un Gallo, ASDRUBALE. Acclamato dai soldati, gli succede al comando ANNIBALE, sostenitore di una politica accesamente ed aggressivamente anti-romana.

ANNIBALE ASSEDIA E DISTRUGGE SAGUNTO

Con l'annuncio della morte di Asdrubale giunge improvvisa a Cartagine pure la notizia, che le truppe di Spagna hanno eletto Annibale, capo supremo dell'esercito.
La nomina è illegale, ma il governo cartaginese la conferma.
Annibale ha ora 26 anni. Dal padre Amilcare, fin da fanciullo, ha imparato ad odiare il nome romano; a 9 anni, esortato dal padre, ha giurato davanti l'altare odio eterno contro i Romani ed ha promesso di spendere tutte le sue forze in pro della patria contro la detestata rivale.
Quasi 11enne ha seguito l'illustre genitore in Spagna, è vissuto in mezzo alle truppe, ha dormito sotto la tenda, si è abituato alle marce faticose e al rumore delle armi, ha rinvigorito e sviluppate le sue forze nelle esercitazioni del campo, ha imparato a cavalcare, a maneggiare le armi a soffrire la fame ed il freddo, ad ubbidire; cresciuto negli anni ha preso parte alle battaglie contro i popoli iberici, fornendo prove altissime di coraggio, di resistenza, di valore, primo sempre negli assalti, ultimo a ritirarsi, ammirato ed idolatrato dai soldati che vedono in lui il figlio non degenere del gran capitano.
Morto il padre, aveva 18 anni, è stato il braccio destro del cognato, comandando la cavalleria, ed è salito in gran fama presso l'esercito cartaginese e anche presso i nemici. Ha tutte le qualità del grande guerriero e del condottiero d'eserciti e - secondo gli storici romani - non meno grandi delle sue virtù sono i suoi difetti, essendo crudele, privo di religione, non degno di fede ed ambiziosissimo.
Ottenuto il comando dell'esercito, Annibale rivolge il pensiero all'impresa da tanto tempo sognata, alla guerra senza quartiere contro Roma. Egli sa di avere l'appoggio del partito dominante a Cartagine, sa di avere sotto di sé un esercito numeroso, disciplinato, allenato e desideroso di combattere, con il quale si può tentare di vincere i nemici; infine ha gran fiducia in se stesso e nella sua buona stella, e muove il gran passo. Sagunto sarà la sua prima vittima.

Per non mettersi dalla parte del torto, cerca con abili emissari di eccitare alcuni Saguntini ad aprire le ostilità, ma non riuscendo, con il pretesto di difendere i Turdetani, sudditi di Cartagine, in lotta con Sagunto dichiara a questa città la guerra.
Sagunto non ha forze sufficienti per resistere ad Annibale, l'unica speranza di salvezza è riposta nei Romani ed a Roma invia sollecitamente ambasciatori chiedendo soccorso.
Il Senato romano, invece di un esercito, come avrebbe dovuto, inviò ad Annibale un'ambasceria per invitare il Cartaginese a non arrecare molestia ai Saguntini; ma Annibale rifiuta di ricevere gli ambasciatori, e, senza perdere tempo, muove contro la misera città.


E' il marzo dell'anno 219 a.C.; uno sterminato esercito cartaginese cinge d'assedio Sagunto e il gran dramma comincia. Annibale tenta di tutto per ridurre in suo potere la città, l'astuzia e l'assalto, la pazienza e le macchine guerresche; ma i Saguntini sono decisi a resistere, a vender cara la propria libertà, sorretti da una speranza che non vuole morire: i soccorsi di Roma.
Si battono eroicamente, buttano giù i nemici che scalano le mura, li respingono davanti alle porte compiendo coraggiose sortite, ne fanno una perfino al campo degli assediati dove lo stesso Annibale conosce da vicino i fieri e audaci Saguntini e assaggia pure il loro ferro.

Gli assalti si rinnovano ostinatamente, orde di guerrieri muovono contro le difese con un impeto travolgente, ma la loro irruenza si spezza di fronte alla tenacia ammirevole degli assediati.

Sotto i colpi poderosi degli arieti e delle catapulte le mura si sbrecciano e le torri rovinano, ma Sagunto non cede, i suoi eroici abitanti riparano i guasti e continuano l'impari lotta.
Otto mesi dura l'epico assedio. La città è afflitta dalle malattie e dalla fame, il numero dei difensori è ridotto ad un pugno di uomini stanchi e deboli, ciononostante rifiutano di arrendersi e si battono disperatamente fino a quando, sopraffatti, non possono più contrastare il passo agli assalitori.
Sagunto cade, i suoi abitanti passati a fil di spada, le sue case prima saccheggiate, poi rase al suolo.

La notizia della distruzione di Sagunto non commuove, ma preoccupa Roma. Ambasciatori sono spediti subito a Cartagine perché chiedano soddisfazione della guerra saguntina e la consegna di Annibale.
QUINTO FABIO è il capo della legazione. A Cartagine il partito avverso ai Barca, capitanato da Annone (l'uomo esautorato a suo tempo dal padre), vuole che sia data a Roma soddisfazione, ma la sua proposta è respinta. La repubblica africana non è più la città vinta ed esausta; molto tempo è passato dalla sconfitta, molto denaro è affluito nelle sue casse dalla Spagna, molte terre e molte vittorie le hanno procurato Amilcare, Asdrubale ed Annibale, eserciti poderosi sono a sua disposizione e il popolo, esulta quando a Cartagine arrivano i bottini e le prede di Sagunto; nell'isteria collettiva è animato da propositi bellicosi.
FABIO non si lascia intimorire e dice poche parole: "Io vi porto la pace e la guerra: scegliete". Spavaldamente i Cartaginesi rispondono che dica pure quel che vuole. Fabio pronuncia la parola "guerra", e loro con fierezza, rispondono "accettata".

ROMA SI PREPARA ALLA GUERRA

Secondo il racconto di TITO LIVIO, gli ambasciatori romani, partiti da Cartagine, si recano in Spagna allo scopo di ingraziarsi quelle popolazioni o distaccarle dall'amicizia di Annibale. I primi tentativi ottengono un esito felice: i Barguzi ed altri popoli vicini si dichiarano favorevoli a Roma. Ma i Volciani, rimproverando duramente i Romani di avere abbandonata Sagunto alla sua sorte, impongono agli ambasciatori di uscire dai loro confini.
Accoglienze migliori non sono fatte dagli altri popoli della penisola Iberica e ancora più duri sono i biasimi che ricevono dalle popolazioni della Gallia.
Roma non può contare che sulle sue forze e su quelle della penisola italica e, consapevole della gravità della guerra che sta per cominciare, si prepara seriamente.
Sono chiamati alle armi, tra i cittadini romani, ventiquattromila fanti e milleottocento cavalieri; tra gl'Italici quarantaquattromila fanti e quattromila cavalieri. E' allestita una flotta di duecentoventi quinqueremi. Il console TITO SEMPRONIO con un esercito di ventiquattromila pedoni e duemilaquattrocento cavalieri ed una flotta di centosettanta navi è inviato in Sicilia dove dovrà tenersi pronto a passare in Africa.
All'altro console, CORNELIO SCIPIONE, sono affidate date quaranta quinqueremi, due legioni romane, quattordicimila fanti e duemila circa cavalieri italici e gli si ordina di andare a Pisa e di passare poi in Spagna andando incontro ad Annibale prima che sbarchi, come molti pensano in Italia.


Questa suddivisione delle forze fu il primo sbaglio di Roma, dovuto principalmente all'ignoranza del Senato intorno alle intenzioni di Annibale ed al numero di soldati di cui egli disponeva. Altri errori, e tutti gravi, furono in seguito commessi che riuscirono fatali a Roma; ma il più grave di tutti fu il primo. Se infatti, i due eserciti consolari, forti di settantamila uomini, fossero stati mandati in Gallia all'inizio delle ostilità, le popolazioni di questa regione non si sarebbero forse schierate in favore di Annibale e questi non avrebbe nemmeno raggiunto, e tanto meno a valicare, le Alpi.

LA MARCIA DI ANNIBALE DA CARTAGENA ALLE ALPI

Conquistata Sagunto alla fine del 219, Annibale si recò a Cartagena. Qui, radunati i soldati iberici, diede loro licenza di tornare alle famiglie e li invitò a radunarsi nella successiva primavera nella capitale per una nuova guerra dalla quale intendeva ricavare un grandissimo bottino oltre che la vittoria.
A Cartagena, com'era stato stabilito, l'esercito di Annibale si concentrò nella primavera del 218, forte di novantamila fanti, dodicimila cavalieri e trentasette elefanti.
Prima di muovere verso l'Italia, Annibale, il quale oltre essere audace guerriero era un capitano dotato di grande prudenza, con astuzia provvede alla difesa della sua patria ed alla sicurezza delle proprie spalle. Temendo - e non a torto- che durante la sua assenza i Romani sbarcassero in Africa, inviò a Cartagine un esercito di soldati iberici composto di quattordicimila pedoni e milleduecento cavalieri. Oltre a questi affiancò un corpo scelto di quattromila giovani spagnoli che in apparenza dovevano servire di guardia a Cartagine, ma in realtà rappresentavano ostaggi. Mentre da Cartagine si fece raggiungere da circa dodicimila fanti e trecento cavalieri africani che con un migliaio di soldati iberici e mercenari liguri lasciò in Spagna, sotto il comando del fratello Asdrubale, affinché con la loro presenza impedissero alla popolazione indigena di ribellarsi.
Quando tutto fu pronto, furono inviati in Gallia numerosi informatori, emissari e diplomatici, allo scopo di esplorare la regione che doveva essere attraversata, ingraziarsi i capi dei Galli nei confronti dell'esercito cartaginese, e dov'era possibile incitare alla rivolta i locali.
A quel punto Annibale passò l'Ebro e, vinti gl'Illergeti, i Barguzi e gli Aquitani che tentarono di chiudergli la via, giunse ai Pirenei.
Prima di lasciar la Spagna, volendo assicurarsi la ritirata e presidiare le ultime conquiste, lasciò nella regione tra l'Ebro e i Pirenei, Annone con diecimila fanti e mille cavalli e, siccome tremila Carpentani del suo esercito avevano disertato, temendo che l'esempio potesse essere contagioso, né voleva tirarsi dietro truppe indisciplinate e svogliate, congedò circa settemila soldati che lo seguivano di malavoglia. Con il resto dell'esercito, ridotto a cinquantamila fanti e novemila cavalieri, passò i Pirenei, attraversò la Linguadoca e giunse nella valle del Rodano.
Nell'Italia settentrionale intanto, forse incoraggiati dagli emissari di Annibale, i Boi e gli Insubri avevano brandito le armi e cacciato da Piacenza i coloni romani, i quali s'erano rifugiati dentro le mura di Mutina (Modena) che fu assediata dai ribelli.
Si trovava allora - come abbiamo accennato sopra - il console PUBLIO CORNELIO SCIPIONE a Pisa con la flotta e l'esercito. Appresa la notizia della ribellione dei Boi e degli Insubri, Scipione aveva fatto marciare le sue legioni, al comando del pretore LUCIO MANLIO TORQUATO, verso i luoghi della rivolta e, rimasto senza truppe, era ritornato a Roma per arruolare un nuovo esercito.
Trovandosi però Torquato in una difficile situazione presso la riva destra del Po, Scipione era stato costretto a mandargli in aiuto il pretore CAJO ATTILIO con una legione romana e cinquemila soldati italici che aveva appena raccolto per sé, perciò chiamare alle armi altre milizie perdendo così del tempo preziosissimo. Finalmente, formata una nuova legione, SCIPIONE aveva lasciato Roma e attraverso la Maremma toscana e la costa ligure era giunto a Marsiglia ponendo il campo presso la foce del Rodano, e aveva inviato all'interno trecento cavalieri per esplorare la regione e sorvegliare le mosse del nemico.

Il nemico - come sappiamo - era sulla destra del Rodano. La sinistra era tenuta dai Volcari, tribù potentissime decise a non permettere che Annibale passasse il fiume. Il cartaginese, per passarlo, dovette ricorrere ad uno stratagemma: affidò ad Annone un discreto contingente di cavalleria, di risalire il fiume per venticinque miglia, di attraversare il Rodano e discendere poi lungo la riva sinistra e impegnare alle spalle i Volcari per dare tempo al grosso dell'esercito di effettuare il passaggio. La mossa astuta riuscì in pieno e l'esercito cartaginese raggiunse la sponda opposta mettendo in fuga i Volcari.
Appresa nel frattempo, la notizia dell'arrivo di Scipione alla foce del Rodano, Annibale spedì verso la costa, in esplorazione, un corpo di cinquecento cavalieri numidi, ma questi scontratisi con un'avanguardia composta di trecento Romani, dopo un furioso combattimento, lasciarono sul campo oltre duecento morti e tornarono all'accampamento cartaginese.

Capì allora Annibale che non c'era tempo da perdere. A lui non conveniva muovere contro l'esercito di Scipione sia perché non ne conosceva le forze, sia perché aveva alle spalle i Volcari nemici, e sia ancora perché non voleva compromettere l'esito della spedizione con una sconfitta iniziale, la quale, data la stanchezza delle sue truppe, quel giorno o anche il successivo era probabile che gli potesse toccare.
Decise quindi di evitare il nemico mentre questo lo cercava presso il Rodano e di marciare verso l'Italia; qui unendosi ai Boi e Insubri, poteva con probabilità di vittoria attaccare i Romani.

ANNIBALE - IL PASSAGGIO DELLE ALPI (218 a.C.)

Rianimato il suo esercito, Annibale risale il Rodano fino all'Isara (Isère) e giunge nel paese degli Allobrogi. Qui i due fratelli si disputano il trono. Annibale, chiamato a decider la contesa, aiuta il maggiore e in compenso ne riceve viveri, vestiti e guide, poi per la valle della Durenza giunge ai piedi delle Alpi.
Davanti a lui s'innalzano monti giganteschi che colle cime par che tocchino il cielo, colossi di pietra che s'accavallano gli uni sugli altri, le falde ricoperte di foreste e le sommità ammantate di perpetue nevi.
Sono davanti alla imponente e massiccia catena di montagne più alta d'Europa.
I soldati, specie quelli d'Africa, non hanno mai visto nulla di simile e restano ammirati e sgomenti al grandioso spettacolo. Ma la volontà del duce domina ogni altra volontà, il fascino che esercita vince ogni paura, la fede da cui è animato scaccia ogni dubbio e infonde nell'animo dei gregari una grande fiducia. E si rendono pure conto che stanno per compiere qualcosa di straordinario e memorabile.

Bisogna salire, passare, affrontare difficoltà e pericoli, giungere alle altissime vette e ridiscendere dalla parte opposta; lottare contro gli uomini e contro la natura. Di là dalla barriera immensa delle Alpi, dice il loro duce, c'è l'Italia, pianure immense, messi rigogliose, giardini verdi, città ricchissime e poi, più giù, c'è Roma, la grande, l'opulenta Roma da conquistare.
L'esercito alle parole d'Annibale, si rinfranca. L'impresa titanica comincia. Cinquantamila uomini con migliaia di cavalli, decine di elefanti e carriaggi s'incamminano per raggiungere e superare il valico. È il Piccolo San Bernardo? Il Cenisio? Il Monginevro? Il Gran San Bernardo? Non si sa; forse il penultimo o quest'ultimo; ma non importa. Sono le Alpi!

Ma i primi ostacoli non sono le montagne, ma gli uomini. I selvaggi abitanti contendono e ostacolano il passo ad Annibale e, occupate le scoscese parete dei monti che circondano le valli, minacciano di sterminare l'esercito. Vinti dall'astuzia del Cartaginese non cessano però di causargli molestia e, mentre le schiere procedono lentamente e faticosamente per le aspre salite, le assalgono alla testa, ai fianchi, in coda; spaventano con terribili suoni e strani rumori i cavalli, mettendo nel disordine e nello scompiglio l'esercito. I cavalli, specie quelli da soma, alcuni scivolano, e cadendo giù dai ripidi sentieri si trascinano dietro bagagli e uomini, mentre altri che dalla paura s'impennano si volgono indietro e tentando di fuggire investono i retrostanti e quelli e questi precipitano nei burroni.

Occorre aprirsi il passo con le armi e sopportare dolorose perdite di uomini, di animali, di armi e di masserizie; ma si va sempre avanti; espugnano castelli e villaggi, razziano il bestiame dei valligiani e con questo le truppe si sfamano.
Ed ecco, dopo giorni e notti di aspri combattimenti e di fatiche inenarrabili, venire incontro con offerte di amicizia gruppi di montanari. Offrono cibi, ostaggi e guide. L'esercito crede che gli ostacoli siano finiti e segue fiducioso gli ospitali abitatori dei monti per una valle angusta e dirupata. Ma ad un tratto, le cime circostanti si coronano di turbe minacciose di selvaggi valligiani e dall'alto cominciano a far rotolare giù massi che causano una strage e lo scompiglio nelle file dei Cartaginesi.

Bisogna ricominciare a combattere, a fermarsi, e a riordinare spesso le schiere. Si lasciano insepolti i morti, senza cure i feriti. Il cuore di Annibale sanguina al vedere tante perdite di uomini e di cose; ma la sua volontà è inflessibile. Avanti sempre; si vincono le ultime resistenze, l'esercito deve sostenere soltanto la guerriglia di qualche banda di predoni che segue ed accompagna la marcia molestando.

Però, se le difficoltà opposte dai montanari, vanno scemando man mano che si sale verso le cime, crescono gli ostacoli del terreno, Questo si fa di momento in momento più scosceso, i sentieri non si vedono sotto la neve ed i ghiacciai, quelli che sono ancora visibili, sono impraticabili; le truppe prive di guide s'inoltrano in gole senza uscita, in passi inaccessibili dove spesso è necessario retrocedere, si smarriscono in burroni profondi o sciupano le loro forze in fatiche sovrumane. I viveri scarseggiano, gli animali muoiono d'inedia o di stanchezza, che dispiace, ma diventano utili al pasto dei soldati; il freddo intenso taglia le carni, massi enormi si staccano dai fianchi delle rupi sfracellando coloro che salgono, valanghe immense di neve precipitano dalle sommità; riempiendo di boati paurosi le valli e seppellendo manipoli interi.
Finalmente le vette sono raggiunte. È la mèta. Annibale con la sua parola riesce ad infondere nuovo coraggio ai soldati. Non rimane che scendere; poi ci saranno il riposo e il bottino. La discesa è affrontata. Ma nuovi e più gravi ostacoli si presentano. Nevica, la tormenta infuria, la tormenta che acceca, intorpidisce le membra e la volontà, obbliga all'inerzia. E dopo la tempesta di neve e di vento, iniziano le valanghe, che ostruiscono il passaggio e sommergono, trascinano e travolgono i temerari che osano attraversarle.
Incomincia un titanico lavoro di piccoli uomini contro la potente natura avversa. Si scava nel ghiaccio, si taglia un sentiero nella roccia e si discende, seminando le insidiose Alpi, di cadaveri e di carogne. Vince alla fine l'ostinata volontà umana. La discesa si fa più dolce, i sentieri più agevoli, le nevi più rade; ricomincia la vegetazione; le Alpi bianche gigantesche si sostituiscono a montagne e colline ricoperte di verde smeraldo, agli orribili burroni si succedono ora incantevoli valli con grandi pascoli, e gli abitanti non sono ostili. E' la fine dell'impresa sovrumana.
Gli animali trovano i pascoli che li ristorano, i soldati trovano cibi che li sfamano, poi il confortante mite clima e il riposo diventa dolcissimo.
Annibale ha vinto; ma quante perdite, e quali sacrifici è costata quest'impresa!
È partito dalla Valle del Rodano con cinquantamila fanti e novemila cavalieri ed ora il suo esercito è ridotto a ventimila pedoni, a seimila cavalli e a sette elefanti. Le Alpi hanno inghiottito 30.000 uomini in quindici giorni, nove impiegati nella salita, sei nella discesa!
Un'impresa memorabile che un altro audace ripeterà 2018 anni dopo: Napoleone!

Siamo nell'ottobre del 218 a.C., cinque mesi da quando Annibale, con un esercito imponente, è partito da Cartagena.
II suo esercito non è più possente come quello della primavera, ma il Cartaginese spera di trovare alleati in Italia. Intanto la prima parte del suo grandioso sogno è realtà, ANNIBALE calpesta finalmente dopo tante fatiche il suolo della penisola, sottomessa alla potentissima Roma, all'odiata rivale della sua sfortunata patria.

LA BATTAGLIA DEL TICINO

Mentre Annibale era quasi alla sorgente del Rodano, CORNELIO SCIPIONE era alla foce, e dopo il sanguinoso combattimento tra cavalieri romani e cartaginesi si era mosso con tutte le sue truppe alla ricerca di Annibale, ma quando finalmente giunse sulla riva sinistra del fiume, dove i Cartaginesi avevano posto l'accampamento, trovò questo abbandonato e seppe che il nemico era partito da tre giorni.
Disperando di poterlo raggiungere, ritornò a Massilia (Marsiglia) e qui giunto, inviò il fratello GNEO SCIPIONE (di cui parleremo più avanti) con la maggior parte dell'esercito in Spagna a proteggere le popolazioni amiche di Roma e a infastidire Asdrubale; poi con le poche forze che gli rimanevano, questa volta via di mare raggiunse Pisa pensando di unirsi agli eserciti di Torquato e di Attilio, che si trovavano presso il Po, e di attaccare Annibale stanco e stremato dal difficile passaggio delle Alpi.
Giunto a Pisa, il console iniziò la sua marcia attraverso l'Etruria e, valicati gli Appennini, giunse nelle vicinanze di Piacenza. Riunite le sue truppe con quelle dei pretori, composte la maggior parte di reclute e provate per giunta dalla guerra che avevano dovuto sfavorevolmente sostenere con i Galli ribelli, SCIPIONE assunse il comando dell'esercito e, passato il Po, pose il campo tra il Ticino e la Sesia e sul Ticino fece costruire un ponte.

Annibale intanto, giunto nella pianura aveva provato una delusione. Partendo dalla Spagna, aveva sperato negli aiuti dei Galli cisalpini ed invece questi, intimoriti forse dalla presenza di Scipione, si mostravano dubbiosi mentre i Taurini non nascondevano il proposito di sbarrargli il passo. Costretto dal contegno ostile di questi ultimi, Annibale ingaggiò con loro battaglia, li sconfisse, conquistò la principale città della regione, poi avanzò avendo sicure le spalle, verso il Ticino ed, approfittando dell'inerzia dell'esercito consolare, mandò MAARBALE con cinquecento cavalieri della Numidia a saccheggiare i territori abitati da popolazioni amiche di Roma e a persuadere i capi dei Galli a schierarsi dalla parte dei Cartaginesi.
Avendo però saputo che Scipione era penetrato nell'Insubria (nell'odierno Milanese) e si era accampato presso gli alloggiamenti cartaginesi, richiamò Maarbale e si preparò a sostenere l'urto dei Romani.

Secondo la narrazione di TITO LIVIO, Annibale, radunato l'esercito, promise a ciascun soldato come premio della vittoria terre in Italia, in Spagna e in Africa e molti denari, promise agli alleati la cittadinanza cartaginese, ai servi la libertà, e ai padroni, per ogni servo liberato, due prigionieri. E, per mostrare che avrebbe mantenuto le promesse sollevò con la sinistra un agnello, impugnò con la destra una grossa selce indi, pregate le divinità di dargli la morte che stava per dare all'agnello se mancava di parola, schiacciò con la pietra la testa dell'animale.
Secondo lo stesso Livio, uno dei giorni che precedettero la battaglia, un lupo penetrò nel campo romano e, feriti alcuni soldati, riuscì a fuggire illeso. Nel medesimo tempo uno sciame di api si posò sopra un albero che sovrastava la tenda del console. Questi fatti furono interpretati come infausti auguri e si narra che misero lo sgomento tra le truppe romane.
Finalmente il giorno della grande battaglia giunse. Scipione mise in prima linea i veliti e la cavalleria e, dietro le fanterie; Annibale pose al centro del suo schieramento la cavalleria iberica e la fanteria, e alle due ali estreme i cavalieri della Numidia (attenzione a questi ultimi!)
Non appena fu iniziato il combattimento i veliti, urtati violentemente dalla cavalleria nemica, si ritirarono sulla seconda linea e la battaglia continuò fra le due opposte cavallerie per un certo tempo e sempre con esito incerto e, siccome lo spazio era ristretto, e mano a mano che il combattimento si svolgeva i pedoni s'interponevano fra i cavalieri, questi erano stati costretti a smontare di sella e a combattere pure loro a piedi.

Con la stessa energia si combatteva da una parte e dall'altra. Lo scontro era più acceso che mai, ma senza dominare l'una o l'altra, quando Annibale ordinò ai cavalieri della Numidia, i quali formavano le estremità delle ali, di sganciarsi da queste, di aggirare quasi inosservati, perché posti alle estremità, dalla destra e dalla sinistra l'esercito romano al centro, e poi attaccarlo alle spalle.
La mossa fu decisiva e riuscì perfettamente, causando un macello, e mettendo nello scompiglio le legioni consolari. Pure SCIPIONE fu ferito e sarebbe stato ucciso se un servo o - come altri antichi storici narrano - il figlio diciassettenne (che in seguito diventerà famoso) non avesse protetto con il proprio corpo il padre.
Attorno al console si strinse la cavalleria romana, la quale, vista la giornata infausta, senza cessare di combattere, lentamente ripiegò verso il campo, portando in salvo Scipione.

BATTAGLIA DELLA TREBBIA

La cavalleria di Annibale, superiore numericamente alla romana, aveva deciso le sorti della battaglia. Per non esser costretto a scontrarsi ancora in pianura con i Cartaginesi, Scipione, durante la notte, levò il campo e, riattraversato il Po, scese a rifugiarsi a Piacenza.
Annibale, accortosi troppo tardi della ritirata nemica, lanciò all'inseguimento la
cavalleria iberica al comando di MAGONE, poi lui stesso si mosse con il grosso dell'esercito e, giunto nella Gallia Cispadana, si accampò a sei miglia da Piacenza. `
Il suo arrivo presso l'accampamento di Scipione provocò la defezione di numerosi Galli che militavano sotto le insegne consolari: duemila fanti e duecento cavalieri Galli, massacrate le sentinelle, passarono al nemico, che, accolti con calore, li inviò nei loro rispettivi paesi per portare le buone novelle e così sollevare gli abitanti contro Roma.
Questo fatto preoccupò non poco Scipione. Lasciata di notte Piacenza, passò la Trebbia e si rafforzò sulle colline che sorgono presso la sinistra del fiume, e dove Annibale lo seguì.

La notizia dell'infelice battaglia del Ticino era giunta a Roma e il Senato aveva scritto al console SEMPRONIO, che si trovava in Sicilia, di portare aiuto, appena possibile al collega. Sempronio accettò malvolentieri quest'ordine: le cose, nell'isola, andavano felicemente per i Romani; una piccola flotta cartaginese era stata sconfitta nelle acque di Lilibeo e Malta si era arresa con i duemila Cartaginesi della guarnigione. Ma la sua presenza era reclamata altrove e Sempronio, lasciata la difesa della Sicilia alle cure del pretore EMILIO, attraverso lo Jonio e l'Adriatico, sbarcò a Rimini, poi raggiunse il collega Scipione sulla Trebbia.
Annibale, approfittando dello stallo delle truppe romane di Scipione che attendeva i rinforzi di Sempronio, aveva risolto bene il suo problema del vettovagliamento impadronendosi di Clastidio, dove c'erano i magazzini di viveri dei Romani, ma ora, temendo che i suoi rinforzi gallici intimoriti dall'arrivo di Sempronio, si schierassero dalla parte dei Romani, inviò
duemila fanti e mille cavalieri a fare scorrerie nel territorio posto tra la Trebbia e il Po allo scopo di intimorire gli abitanti e costringerli a sposare la sua causa.

Ma ottenne l'effetto contrario. I Galli chiesero protezione ai Romani e Sempronio, contro il parere del collega, inviò la sua cavalleria con mille pedoni, i quali sorpresi i Cartaginesi sparpagliati e carichi di bottino, parte ne uccisero, parte inseguirono fin sotto il campo nemico presso il quale si accese una violenta mischia favorevole ai Romani.
Questa però altro non era che il preludio della grande battaglia che doveva esser combattuta di lì a poco.
L'iniziativa fu presa da Annibale. Mise suo fratello Magone con mille uomini scelti in agguato fra le macchie in mezzo cui scorreva un piccolissimo affluente di destra della Trebbia, fece accendere nel campo dei grandi fuochi intorno ai quali ordinò che le sue truppe si scaldassero e mangiassero, comandò inoltre che i soldati si ungessero il corpo con olio per resistere meglio al freddo e, infine, inviò un corpo di cavalieri Numidi sulla sinistra della Trebbia con l'ordine di attaccare le truppe dei consoli e, poco dopo, simulata una fuga, di ripassare il fiume.
Era una giornata rigidissima; durante il giorno era piovuto e la Trebbia si era ingrossata; nella notte cadeva fitta la neve. I legionari si trovavano dentro il loro campo quando improvvisamente questo fu assalito dai cavalieri di Annibale.
Piuttosto che tenersi sulla difensiva, come avrebbe voluto Scipione, Sempronio, mandò contro il nemico, tutta la cavalleria di cui disponeva (seimila uomini), poi il resto delle truppe di fanteria, composta di diciottomila Romani, ventimila Italici e alcune schiere di Cenomani.
I Numidi dopo una piccola schermaglia, volsero le spalle, i Romani li inseguirono e, benché digiuni, si misero nell'acqua e passarono il fiume.Quando giunsero oltre la sponda opposta erano sfiniti di forze e intirizziti dall'acqua che si era gelata sui loro corpi.
Annibale intanto aveva disposto a battaglia le sue truppe: in prima linea ottomila tra frombolieri e sagittari delle Baleari e soldati armati alla leggera, nella seconda tutta la fanteria; alle due ali gli elefanti e circa diecimila cavalieri.
Appena ripassata la Trebbia, i cavalieri Numidi si rivolsero contro i legionari e cominciarono a tener loro testa, per questo motivo, Sempronio ordinò alla sua cavalleria di raccogliersi presso le fanterie.
Allora Annibale diede ai suoi il segnale della battaglia; primi ad ingaggiarla furono i Balearici e gli armati alla leggera, ma, resistendo al loro attacco le legioni e cominciando queste ad avere il sopravvento, quelli si recarono verso le ali, scoprendo la fanteria di Annibale.
Anche se digiuni e intirizziti dal freddo, i fanti romani si battevano coraggiosamente, tenendo a bada la fanteria avversaria. Con non minore valore combattevano i cavalieri, quantunque si trovassero di fronte ad un numero quasi doppio di cavalieri nemici; ma presi di fianco dai Balearici cominciarono a cedere. Annibale lanciò addosso alla cavalleria romana i suoi elefanti ma non ottenne il risultato che si era ripromesso perché da squadre specialmente addestrate a imbizzarrire i pachidermi, furono ributtati indietro ed avrebbero riportato il disordine nelle schiere cartaginesi se un tempestivo intervento di Annibale non li avesse rivolti contro i Cenomani.

Fu allora che entrarono in azione i mille di MAGONE alle spalle dei Romani; questi, circondati dalla cavalleria avversaria, con il fiume dietro e i fanti di Annibale davanti, dopo energica e lunga resistenza, benché sfiniti dalla fatica, dalla fame e dal freddo, tentarono di liberarsi dalla stretta. Un corpo di diecimila Romani, operando più che con il valore con la disperazione contro i Cartaginesi, si aprì un varco causando una grande strage di nemici, ma, poiché non poteva tornare indietro al campo a causa del fiume alle loro spalle, né poteva soccorrere gli altri, si diresse alla volta di Piacenza.
Quelli che rimasero, cercarono pure loro di rompere il cerchio che li stringeva e molti riuscirono a raggiungere il campo, altri si dispersero per le campagne, e altri ancora, tentando di passare a guado la Trebbia, furono travolti dalla corrente, morti assiderati dall'acqua gelida, o uccisi dai nemici.
Il tempo orribile, la fatica e le numerose perdite subite non permisero all'esercito di Annibale di sfruttare la vittoria, e ritiratosi negli alloggiamenti non osò molestare durante la notte i resti dell'esercito romano, che condotto da SCIPIONE, dopo aver passato il fiume, raggiunta Piacenza, si trasferì a Cremona.

GNEO SCIPIONE IN SPAGNA

Alla notizia della sconfitta della Trebbia a Roma - come al solito- furono fatti solenni sacrifici agli dei; ma non erano le geremiadi, i piagnistei, gli atti di devozione e le immolazioni a far cambiare la situazione; credendo poco agli dei e di più alla forza, molto più pragmatico il Senato si affrettò a chiamare sotto le armi quattro legioni e radunò nel porto di Ostia centoventi navi, affinché si tenessero pronte a impedire che dalla Spagna o dall'Africa giungessero, per mare, rinforzi di truppe ad Annibale.
Né queste navi rimasero a lungo oziose, perché, infatti, una flotta cartaginese comandata da Annone, raccoltasi nelle acque della Sardegna, tentò dall'isola di avvicinarsi alle coste dell'Etruria, ma fu dalle navi romane costretta a rinunciare e far ritorno nei porti d'Africa.
Così Annibale non ruscì a ricevere dalla patria per via di mare nessun aiuto, né poteva sperarlo dalla Spagna dove - come si è detto - si era recato GNEO SCIPIONE.
Questi, sbarcato nella costa Iberica, si era impadronito di Ampurias, poi un po' con la forza, un po' con un accorta politica, aveva rinnovato le antiche alleanze, ne aveva contratte di nuove ed aveva indotto i rivieraschi e gli abitanti dell'interno a fornirgli uomini che aveva, in seguito, addestrati alle armi. Marciando poi contro ANNONE - il quale si era proposto di contrastare con le armi l'azione di Scipione - lo aveva sconfitto e fatto prigioniero, uccidendo seimila Cartaginesi, catturando duemila prigionieri e impadronendosi del campo con un ricco bottino.

A sbarrare il passo al condottiero romano era però corso dalla Spagna meridionale ASDRUBALE con ottomila fanti e mille cavalieri. Passato l'Ebro, aveva sorpreso presso Taracona i contingenti sbarcati delle navi nemiche e li aveva costretti, a rifugiarsi sulle stesse, infliggendo rilevanti perdite; ma, temendo l'avvicinarsi di Scipione, si era affrettato a ripassare l'Ebro, poi, tornato una seconda volta, era riuscito ad attirare a sé alcune popolazioni con cui Scipione aveva stretto amicizia. La reazione di GNEO era stata immediata ed aveva riconquistato tutta la regione tra l'Ebro e i Pirenei; gli Illergeti ribelli erano stati sconfitti e sottomessi, assediata ed espugnata la città di Atanagia, invaso il territorio degli Ausetani e -dopo un mese di assedio- costretta alla resa la loro capitale.

Scipione lo abbiamo lasciato a Cremona, mentre Roma sgomenta con la disfatta alla "Trebbia" doveva decidere in fretta cosa fare; con la fuga dal Po delle legioni ROmane, ora Annibale aveva la porta spalancata sugli Appennini.


Quindi torniamo a Roma
... dall'anno 217 al 216 > > >

Fonti, Bibliografia, Testi, Citazioni: 
TITO LIVIO - STORIE (ab Urbe condita)
POLIBIO - STORIE
APPIANO - BELL. CIV. STORIA ROMANA
DIONE CASSIO - STORIA ROMANA 
PAOLO GIUDICI - STORIA D'ITALIA 
UTET - CRONOLOGIA UNIVERSALE
I. CAZZANIGA , ST. LETT. LATINA, 
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