ROMA - PRIMA GUERRA SANNITICA - SOTTOMISSIONE DEL LAZIO

I SANNITI - GUERRA TRA CAPUA E I SANNITI - INTERVENTO DI ROMA - LA BATTAGLIA DEL MONTE GAURO - BATTAGLIA DI SATICOLA - EROISMO DI DECIO MURE - BATTAGLIA DI SUESSULA - TERZA SECESSIONE DELLA PLEBE - LA "LEX VALERIA MILITARIS" - IL "PLEBISCITO GENUCIO" - NUOVA GUERRA CONTRO I VOLSCI E I LATINI - SEVERITÀ DEL CONSOLE MANLIO - SACRIFICIO DI DECIO MURE - LE LEGGI DI PUBLILIO FILONE - FINE DELLA GUERRA CONTRO I LATINI E I CAMPANI - ASSEDIO E PRESA DI PRIVERNO
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I SANNITI

Con la seconda decade del quinto secolo di Roma, inizia un nuovo periodo della storia romana. Roma ha fino a questo momento combattuto per la sua esistenza; ai Latini ha quasi ormai imposto la propria egemonia; molestata dai Volsci, dagli Equi e dagli Etruschi è stata provocata a portare le sue armi e le proprie legioni nel territorio dei suoi nemici, a conquistare le loro città e a stabilirvi colonie; tutto questo più che dal desiderio d'espansione e di potenza, era dettato dal necessario bisogno di tutelare se stessa.

Ora invece, a partire da questo nuovo periodo, e per i successivi circa sei secoli, le sue guerre hanno carattere di conquista, le sue mire varcano i confini del Lazio (più tardi della penisola, poi del continente) e le sue legioni si trovano per la prima volta di fronte ai Sanniti, popolazione allora tra le più forti e bellicose d'Italia.

Erano i Sanniti un ramo della stirpe Sabellica sparsasi dall'Appennino settentrionale nelle regioni appenniniche centrali e meridionali. I Sabelli fin da tempi remoti si erano divisi in vari rami, i quali recatisi in altri paesi della penisola, avevano preso nomi diversi. Un ramo si era stabilito nella valle di Rieti con il nome di Sabini, un altro era emigrato nelle odierne Marche con i nomi di Picenti, Marrucini e di Frentani, un terzo ramo era andato nella valle del Fucino prendendo i nomi di Marsi e Peligni, un quarto si era spinto ad oriente della Campania e si era suddiviso in vari gruppi che si erano chiamati Pentri, Caudini e Irpini, pur mantenendo il nome comune di Sanniti.

Attratti dal clima e dalle ricchezze della Campania e approfittando delle condizioni di questa regione in gran parte sotto il dominio degli Etruschi che non avevano saputo assimilarsi gli abitanti ed eliminare perfino al loro interno il dissidio tra la democrazia e l'aristocrazia, i Sanniti vi erano scesi dalle loro montagne, avevano sottratto Capua agli Etruschi, Cuma ai Greci e, fatte eccezione altri piccoli insediamenti ellenici, avevano occupato quasi tutto il territorio campano.
Qui i Sanniti avevano subìto un forte influsso della civiltà greca; con i numerosi contatti, arricchiti con le industrie e i commerci e con il relativo indotto, avevano a poco a poco perduta l'originaria fierezza e si erano procurati una vita di agi e di mollezze. Solo i Sanniti ancora isolati sulle montagne del Sannio avevano conservato i loro costumi, la loro sobrietà, la forza e la fierezza della propria stirpe. Ma proprio per quest'isolamento era però assente il concetto dell'"unità nazionale" e questo rappresentava la debolezza della stirpe sabellica; pure loro come gli Etruschi, i vari gruppi erano l'uno all'altro estranei e non di rado nemici. Poi lo furono ancora di più quando quelli sulla costa abbandonarono tradizioni, costumi e vita.

Nonostante discesi da un ceppo comune non correvano buoni rapporti tra i Sanniti del Sannio e quelli della Campania e quando i Sidicini, che abitavano tra il Liri e il Volturno, furono assaliti dai Sanniti del Sannio, tra questi e i Sanniti Capuani scoppiò la guerra che doveva provocare l'intervento di Roma.
I Sidicini, non potendo resistere ai loro nemici, si erano rivolti per aiuti a Capua, che era la principale città campana, e questa aveva inviato in loro soccorso un esercito che era stato sconfitto presso Teano.
Una seconda e non meno grave sconfitta subirono poco tempo dopo i Capuani. Il partito aristocratico che governava la città nelle disfatte delle sue armi e nell'avanzarsi dei Sanniti del Sannio, vide più il pericolo che incombeva sull'interna fazione politica capuana, che quello da cui era minacciata la patria e pur di salvare se stesso e mantenere il potere non esitò ad affidarsi ad una potenza straniera per combattere i loro stessi lontani cugini.

Ambasciatori con pieni poteri furono inviati a Roma affinché chiedessero aiuti contro i Sanniti del Sannio; ma Roma a questi era legata da un trattato di amicizia stipulato nel 400 (354 a.C.) e non poteva né voleva violare i patti, con il rischio di alimentare inimicizie così vicine e che potevano poi unirsi ai soliti nemici (Volsci o Latini, mai del tutto sottomessi).
Dichiararono allora i plenipotenziari che Capua si metteva volontariamente sotto la sovranità di Roma. Era questo un modo per non responsabilizzare i romani di essersi ingeriti in contese locali. Il senato accettò e, non potendo lasciare i nuovi sudditi sotto la minaccia del nemico, atteggiandosi come intermediaria, inviò ambasciatori ai Sanniti affinché si astenessero dal recare ai Capuani molestia. Non dissero palesemente altrimenti cosa sarebbe accaduto, ma gli altri capirono benissimo.
E per tutta risposta i Sanniti, alla presenza degli stessi ambasciatori, ordinarono alle proprie truppe di fare una scorreria nel territorio di Capua. Era dunque un'aperta sfida.

BATTAGLIA DEL MONTE GAURO

A quel punto -ma ne era ben cosciente, e forse non cercava altro che questo- Roma dichiarò guerra ai Sanniti e, senza perdere tempo, allestiti due eserciti, furono mandati uno, al comando del console VALERIO CORVO, in Campania, l'altro, capitanato dal console CORNELIO COSSO, nel Sannio.
Valerio occupò Capua e poiché il partito democratico mostrava apertamente d'essere malcontento del governo che aveva di sua iniziativa offerto ai Romani il protettorato della città e per questo motivo poteva, insorgendo, nuocere alle legioni di Roma, Valerio decise di andare ad incontrare il nemico lontano dalla città e venne a contatto con questo presso il monte Gauro.

Le prime operazioni di guerra furono scaramucce di poco conto, ma furono di molta utilità ai Romani perché diedero loro modo di conoscere il nemico, il suo modo di combattere e anche capire il carattere di quella fiera popolazione, audace individualmente, ma spesso insofferente alla disciplina e all'unione.

La battaglia campale avvenne dopo alcuni giorni e fu molto accanita. I fieri montanari del Sannio, imbaldanziti dalle recenti vittorie riportate sui Capuani, si battevano a loro modo con ardore e per lungo tempo rimasero incerte le sorti della battaglia. Allora il console, vedendo che non riusciva alle sue legioni di respingere con la forza il nemico, pensò di fare entrare in azione la cavalleria affinché scompigliasse le linee dei Sanniti. Ma il campo di manovra era molto ristretto, il terreno ostile, e i cavalieri non riuscirono efficacemente pur con l'impeto a rompere il fronte avversario.

Deciso a vincere ad ogni costo, VALERIO CORVO smontò da cavallo ed ordinò alla cavalleria di fare altrettanto, di unirsi ai fanti e di seguirlo. Spronati dall'esempio, i Romani si lanciarono dietro il loro capitano.
L'urto fu terribile, ma i Sanniti, benché decimati dalla furia romana, resistettero impavidi. La giornata volgeva già al termine e dopo l'intera giornata trascorsa in battaglia, la stanchezza si era impadronita delle legioni di Roma; tuttavia con un ultimo attacco, e con tutta la rabbia in corpo, tentarono l'ultimo offensiva, e fu tale l'impeto accompagnata dall'ira, che per i Sanniti, convinti di averli stremati, quest'attacco a fine giornata fu una spiacevole sorpresa; questa volta furono costretti ad arretrare davanti ai Romani.

La strage sarebbe stata immane e la vittoria delle truppe di Valerio completa se il sopraggiungere della notte non avesse posto termine al combattimento.
Durante la notte i Sanniti ritennero opportuno darsi alla fuga abbandonando precipitosamente il campo e, quando spuntò l'alba, i loro alloggiamenti furono occupati dall'esercito vincitore.

BATTAGLIA DI SATICOLA

Quanto sopra avveniva nella zona di Capua, mentre contemporaneamente l'esercito del console CORNELIO COSSO si era accampato a Saticola, presso il Volturno. Sapendo il console che un esercito sannitico era in marcia e avanzava contro di lui, preferì togliere il campo muovendogli incontro.
Ma, privo di guide e non conoscendo i luoghi, imprudentemente, guidò l'esercito in una valle boscosa fra Saticola e Benevento. I Sanniti che avevano spiato le mosse dei Romani approfittarono dell'occasione che si offriva, con buon anticipo occuparono le alture che fiancheggiavano la valle.
Quando Cornelio Cosso avanzando si accorse d'esser caduto in trappola, era ormai troppo tardi per tornare indietro e l'esercito sarebbe stato interamente massacrato se non fosse stato salvato dal valore del tribuno PUBLIO DECIO MURE.
Questi, avendo vista un'altura che dominava le posizioni nemiche e che i Sanniti si erano o dimenticati o trascurato di occupare, la mostrò al console e, chiesto e ottenutone il permesso di collocarsi su quella, con una compagnia di fanti armati alla leggera, attraverso un bosco si diresse verso la cima e solo quando prese posizione i nemici se n'accorsero.

I Sanniti, che non sapevano che si trattava solo di un manipolo di uomini, preoccupati della minaccia che sopra di loro sovrastava, non osarono né scendere dalle loro alture né quindi di assalire il grosso dell'esercito, il quale ebbe così il tempo di uscire dalla valle.
Il manipolo dei coraggiosi poteva essere facilmente assalito e fatto a pezzi o bloccato dallo stragrande numero di nemici, ma questi non seppero neppure questa volta approfittare dell'occasione e poiché era ormai calata la sera, circondata l'altura, si disposero a passare la notte.
DECIO MURE, sapendo che non era prudente aspettare il nuovo giorno e che solo col favore delle tenebre sarebbe potuto sfuggire alla stretta nemica in cui volontariamente si era messo, decise di tentare di passare inosservato durante la notte attraverso il campo dei Sanniti o di aprirsi il varco a viva forza.

Pertanto esplorate le posizioni avversarie ed avendo costatato che non erano state prese misure di sicurezza, seguito dal suo distaccamento, si pose in cammino, ed avrebbe raggiunto il console senza colpo ferire se il rumore prodotto dallo scudo di un soldato non avesse svegliato una sentinella sannitica, la quale, dato l'allarme, mise il campo a rumore.

I Sanniti, improvvisamente svegliati, dubbiosi se assaliti dai Romani discesi dall'altura -di cui non conoscevano la consistenza- o dall'esercito del console tornato indietro per attaccarli, spaventati dalle grida dei soldati di Decio che facevano baccano per dare l'impressione che erano in molti, in parte esitarono troppo, e in parte sgomenti si sbandarono e quelli che tentarono isolatamente di opporsi al passaggio dell'audace manipolo furono fatti a pezzi.

Rimanevano ancora alcune ore della notte. Rifugiatosi in un luogo sicuro, Decio Mure aspettò lì il giorno e, spuntata l'alba, avvertì il console degli avvenimenti della notte, ma senza altri impedimenti riuscì subito dopo a riunirsi al grosso dell'esercito, dove fu accolto trionfalmente.
Decio Mure però troncò le manifestazioni di gioia dei commilitoni e gli elogi che Cornelio Cosso aveva cominciato a rivolgergli; consigliò che si doveva approfittare dello sbigottimento del nemico attaccandolo nella stessa mattina in forza. Seguirono il consiglio. L'esercito di Cosso trovò i Sanniti che non si erano ancora riavuti dalla sorpresa, buona parte per il terrore di essere stati circondati si erano sbandati, di modo che non fu difficile sbaragliarli del tutto e in buona parte -e questa volta era vero- circondarli manipolo dopo manipolo e che -considerandosi ormai spacciati- non opponendo resistenza si arresero.

Secondo quello che narrano gli storici, quel giorno furono messi fuori combattimento trentamila nemici. A Decio Mure, l'eroe della giornata, dal console gli fu data una corona e donati cento buoi, fra cui uno bianco dalle corna dorate; mentre ai soldati del suo eroico manipolo una doppia razione di viveri, due vestiti e un bue a testa.
Le stesse legioni donarono a Decio una corona ossidionale ed un'altra la offrirono i soldati del suo stesso manipolo, ai quali Decio distribuì i cento buoi ricevuti in dono dal console. Il bue bianco invece fu sacrificato a Marte.

BATTAGLIA DI SUESSULA

I Sanniti, non piegati dalle due sconfitte, che avevano sottratto buona parte del loro esercito, ritentarono la sorte delle armi e, reclutato un nuovo fortissimo esercito, marciarono su Suessula alle falde del monte Tifata.
Informato dalle vedette di questi nuovi ostili movimenti, Valerio Corvo, lasciati indietro sotto buona scorta i carriaggi, marciò con il suo esercito, munito dei viveri strettamente necessari, verso Suessula senza dare troppo all'occhio e mise quasi in sordina il campo nelle vicinanze di quello nemico. I Sanniti si schierarono a battaglia, ma i Romani senza far scoprire le loro carte, rimasero chiusi nel loro campo. I nemici credevano che l'esercito consolare fosse poco numeroso o che aveva paura di misurarsi e, siccome l'esercito sannitico scarseggiava di viveri, i capi lasciarono negli alloggiamenti -non conoscendo la consistenza del nemico- una sufficiente parte dell'esercito e buona parte lo mandarono nei dintorni a procurarsi e procurare i viveri con alcune razzie.

Valerio vedendo i nemici disseminati per la campagna e scarsamente protetti gli alloggiamenti, a quel punto ordinò l'assalto al campo sannitico e fu questo così improvviso e furioso che in breve tempo i pochi difensori furono sopraffati con gravissime perdite e il campo conquistato.
In questo, a guardia, il console lasciò due legioni e con il resto dell'esercito diede addosso agli altri manipoli Sanniti, che erano andati ognuno per proprio conto in cerca di viveri e, affrontati uno ad uno ne fecero strage strage, nella fuga trovarono scampo solo coloro che non perirono sotto il ferro romano.

Narra LIVIO che quarantamila scudi e centosettanta bandiere dei Sanniti caddero in mano delle legioni Romane, ai quali fu distribuita la preda fatta nel campo.
La notizia delle tre strepitose vittorie si sparse rapidamente e aumentò il "terrificante" prestigio di Roma. La prima guerra fuori dai confini era - come abbiamo visto per inesperienza dei nemici- stata quasi più facile che non quelle dentro i propri confini.

I Falisci chiesero ed ottennero di essere alleati dei Romani, i Latini che si preparavano a una nuova guerra contro Roma, cambiarono le proprie mire e rivolsero invece le armi contro i Peligni, di stirpe sannitica.
Perfino i Cartaginesi si congratularono con Roma e le inviarono in dono una corona di oro del peso di venticinque libbre che fu posta nel tempio di Giove nel Campidoglio. Erano ancora i tempi dei buoni rapporti e i contrasti egemonici non erano ancora nati. Cacciati dalla Campania da qualche tempo gli Etruschi, i Cartaginesi e anche i Greci, pensarono che i Romani proteggendo Capua, avevano fatto solo un comodo favore ai propri interessi.

TERZA SECESSIONE DELLA PLEBE

Il trionfo dei due consoli e di Decio Mure fu strepitoso e altrettanto grande fu la gioia di Roma per la guerra vittoriosamente condotta a termine.
Ma la gioia ben presto scomparve al sopraggiungere delle notizie dalla Campania. La ribellione serpeggiava fra le truppe vincitrici lasciate come presidio a Capua, a Suessula ed in altri luoghi della vagheggiata nuova provincia romana.
La ribellione era l'effetto del malcontento dei soldati, ai quali, per essersi la guerra svolta in un modo inconsueto, cioè in un territorio volontariamente datosi a Roma, quindi amico, era dunque mancato il solito saccheggio delle città, e ai soldati eccetto la gloria non era venuto in tasca proprio nulla.
Di questo malcontento aveva approfittato la democrazia campana per togliere il potere all'aristocrazia. Roma aveva già esportato le guerre intestine; ed era anche un buon motivo -o un pretesto- per intervenire aiutando una delle due fazioni; che prima o poi avrebbe poi dominate, o sostituite nel governo della regione.

A sedare l'insurrezione militare della Campania fu mandato il console plebeo CAJO MANIO RUTILO, il quale licenziò i soldati più turbolenti, sicuro che, epurate le guarnigioni degli elementi sediziosi, la calma e la disciplina sarebbero tornate nell'esercito.
Ma il rimedio fu peggiore del male. I legionari licenziati si radunarono presso Auxur, in una località chiamata Lantule, costituirono un proprio esercito - in verità misero insieme una marmaglia- che poi aumentato di numero, disordinatamente invasero, predandolo, il territorio albano dove piantarono il loro campo.
Mancando un vero capo, prima pregarono poi costrinsero TITO QUINZIO, valoroso patrizio ritiratosi a vita privata in una villa presso Tuscolo, a comandare le bande dei rivoltosi, poi con la bandiera in testa marciarono su Roma.
La notizia dell'avvicinarsi dei ribelli - per i motivi detti sopra, di essere stati prima abbandonati poi licenziati- aveva perfino commosso la cittadinanza. Si pensò allora che solo un uomo saggio poteva scongiurare il pericolo che sovrastava la repubblica: M. VALERIO CORVO, uomo molto amato dai soldati, stimato dalla plebe e popolare nell'esercito per le vittorie riportate sui Sanniti al Monte Gauro e Suessula.
Fu perciò creato dittatore e creò a sua volta maestro della cavalleria LUCIO EMILIO MAMERCO.
Valerio andò incontro ai rivoltosi sulla via Appia, ad otto miglia dalla città e bastò la sua presenza per spegnere l'ira dei legionari, che promisero obbedienza al loro antico condottiero, il quale, a sua volta, promise l'amnistia ai rivoltosi.
Questa rivolta del 412 (342 a.C.) non fu certamente di lieve entità se, per placarla, si ricorse alla dittatura, e i patrizi non si opposero ad alcune leggi che in quello stesso anno furono fatte in favore dei soldati e della plebe.
Una di queste leggi, proposta dal dittatore e che da lui si chiamò "lex Valeria militaris", stabiliva che non potevano essere licenziati i soldati se non a chiedere il congedo fossero stati loro stessi e che dovevano essere rispettati i gradi conseguiti nell'esercito.

Un plebiscito, detto GENUCIO dal tribuno di questo nome che aveva presentato la proposta, stabiliva che non si poteva prestare denaro ad usura; un secondo plebiscito stabiliva che nessuno poteva coprire la medesima carica più volte entro il periodo di dieci anni; un terzo vietava che una persona coprisse contemporaneamente due cariche; un quarto infine permetteva che entrambi i consoli fossero plebei.
Quest'ultimo caso non si avverò per la prima volta che settantanni dopo, nel 582 (172 a.C.), quando da molto tempo erano già cessate le contese tra patriziato e plebe.

GUERRA CONTRO I LATINI

Conseguenza della sedizione militare fu che i popoli vicini nemici -sempre pronti a sfruttare le disgrazie dei romani- rialzarono la testa e fra questi alcuni popoli della confederazione latina che negli anni precedenti si erano sottomessi ai romani o con la forza o con l'opportunismo.
I primi a prender le armi furono i Privernati che fecero scorrerie nel territorio di Sezia e Norba; seguirono poi i Volsci capeggiati da Anzio. Contro gli uni e gli altri fu inviato il console CAJO PLAUZIO, il quale mosse prima contro Priverno e, sconfitti i difensori, s'impadronì della città nella quale mise un grosso presidio romano, poi marciò contro Anzio e qui un'accanita battaglia fu combattuta contro i Volsci e i loro improvvisati alleati, ma i due eserciti, dopo aver combattuto a lungo, furono divisi da una furiosa tempesta. Preparandosi il giorno dopo i Romani a riaccendere il combattimento, i Volsci, sfiduciati e stanchi, fuggirono nella vicina Anzio, lasciando sul campo gran quantità di armi e numerosi feriti. CAJO PLAUZIO con il suo esercito con il suo esercito continuò il saccheggio in tutto il territorio fino alla maremma.

All'altro console LUCIO EMILIO MAMERCO fu dato l'incarico di continuare la guerra contro i Sanniti, i quali però chiesero la pace e la ottennero ed ebbero anche una certa libertà di azione contro i Sidicini (413).
Infatti, dopo aver ritirate le truppe romane dal Sannio, i Sanniti si affrettarono a marciare contro i Sidicini, i quali questa volta furono loro a chiedere aiuto a Roma che era ormai amica e protettrice dei Sanniti, e ovviamente essendosi rifiutata, i Sidicini si allearono con quella parte di popoli Latini che avevano ripreso le ostilità contro Roma.
Da lungo tempo questi sopportavano malvolentieri la supremazia di Roma e cercavano solo un'occasione propizia per ottenere parità di condizioni. Approfittando della guerra contro i Sanniti, già avevano armato alcuni eserciti e li avevano mandati a combattere nel Sannio per proprio conto. Ora non esitarono ad allearsi con i Sidicini e ad intendersi con i Campani, cioè con il partito democratico che aveva abbattuto il regime aristocratico a Capua scacciandone la guarnigione romana.
Lamentandosi i Romani del contegno ostile dei Latini, questi inviarono a Roma un'ambasceria guidata dai pretori LUCIO ANNIO di SEZIA e LUCIO NUMIZIO di CIRCEJO.

Presentatisi in Senato, prese la parola ANNIO ed espose le pretese dei Latini, chiedendo che fra le città latine e Roma vi fosse eguaglianza politica e civile, che latino fosse uno dei due consoli e latini la metà dei senatori.
Le richieste di Annio provocarono nel Senato una grandissima indignazione. Il console MANLIO TORQUATO, trascinato da furiosa collera, insorse a parlare e dichiarò che se avessero i Senatori accolte le domande dei Latini egli sarebbe entrato con le armi in mano dentro la curia ed avrebbe ucciso i Latini che avessero osato di occupare i legittimi seggi concessi.
Il contegno sprezzante di Annio e certe parole poco riguardose rivolte - secondo la tradizione - da lui agli dèi furono fatali all'imprudente ambasciatore di Sezia.
Il Senato sollevatosi a tumulto, gli ambasciatori furono cacciati dalla curia, e LUCIO ANNIO, scivolando a terra, picchiò il capo contro lo spigolo di una pietra rimanendo ucciso sul colpo. A stento i suoi compagni, protetti dai magistrati, riuscirono tornare incolumi in patria.
La morte di Annio e la cacciata degli ambasciatori equivalse ad una dichiarazione di guerra.

Correva l'anno 414 (340 a.C.). I Latini, privi degli aiuti dei Volsci che non si erano riavuti dalle recenti sconfitte, ma forti dei soccorsi dei Sidicini e dei Campani, avevano posto il campo nei pressi di Napoli, vicino il Vesuvio per attirare i Romani nella Campania, più lontano possibile dalle loro basi, sperando che passassero attraverso il territorio dei Volsci e degli Aurunci, popoli nemici di Roma, ai cui eserciti potevano recar danni considerevoli durante la marcia.

Erano consoli per quell'anno TITO MANLIO TORQUATO e DECIO MURE, l'eroe di Saticola. Questi accortamente, anziché condurre i loro eserciti per le terre nemiche dei Volsci e degli Aurunci, risalito il Liri, attraversarono il territorio dei Marsi e dei Peligni, gente non ostile ai Romani, e, congiuntisi con gli alleati sanniti, giunsero con le truppe integre presso il campo latino.
Essendo i Latini una popolazione che parlava la stessa lingua di Roma e usava le stesse vesti, i medesimi costumi, gli stessi metodi di guerra e le stesse armi dei Romani, i consoli per evitare equivoci dolorosi proibirono con la "pena di morte" che si combattesse fuori delle file.
Accadde un giorno che il giovane figlio dello stesso console Manlio, mandato in ricognizione con un drappello di cavalleria, si spingesse a un tiro d'arco dal campo latino e si incontrasse con una squadra di cavalieri tusculani comandata da GEMINIO MEJIO nobile per nascita e famoso per le imprese.
Motteggiato e sfidato da costui, il giovane Manlio dimenticò il divieto dei consoli ed accettò di misurarsi con l'orgoglioso latino. Ai primi colpi il cavallo di Mejio, ferito alla testa, s'impennò e gettò di sella il cavaliere, il quale, mentre tentava di rialzarsi, fu colpito alla gola dalla lancia del guerriero romano e abbattuto al suolo.
Lieto della vittoria riportata, il giovane ritornò al campo romano portando con sé le spoglie del nemico ucciso. Ma il padre lo accolse molto severamente e, radunati i soldati, decretò al loro cospetto la "corona civica" al figlio per il valore dimostrato, ma dichiarò che non poteva lasciare impunita la disobbedienza del giovane. Ci voleva un esempio per ammonire l'esercito a rispettare gli ordini del capo e mantenere la disciplina. Davanti al dovere, il console dimenticava con dolore l'amor di padre e non esitava a condannare il figlio.
Data la sentenza, l'esecuzione fu immediata: i littori legarono al palo il guerriero e la sua testa cadde sotto i colpi inesorabili della scure fra il doloroso silenzio dei soldati.
II corpo di Manlio dai commilitoni ebbe splendide onoranze funebri, poi ornato delle spoglie nemiche, fu arso sul rogo fra il compianto di tutti.
Da questo fatto ebbe origine il proverbio "manliana imperia" a significare una legge crudelmente rigorosa. Il console non ci guadagnò in favore popolare, ma la disciplina nell'esercito fu ferreamente mantenuta e a questa si deve se la vittoria in quella guerra e in quella circostanza arrise ai Romani.
Intanto dall'una parte e dall'altra si preparava la battaglia decisiva.

Narra la tradizione che una notte comparve in visione all'uno e all'altro console una figura gigantesca d'uomo, la quale disse loro che avrebbe vinto quell'esercito il cui comandante si fosse spontaneamente sacrificato alla Madre Terra ed agli Dei Infernali. Richiesto il parere agli aruspici, questi confermarono il sogno, e i consoli stabilirono che si sarebbe gettato nella battaglia sacrificandosi quello le cui schiere avessero cominciato per prima ad indietreggiare.
Finalmente giunse il giorno della battaglia; a Decio Mure toccò il comando dell'ala sinistra, a Tito Manlio quello della destra dell'esercito, schierato sulle rive del Veseri.
Lo scontro fu terribile; dall'una e dall'altra parte si combatté ad oltranza con eguale accanimento e bravura. Ma ecco che l'ala sinistra dei Romani, fortemente premuta dalle legioni latine, indugia, tenta di resistere e non riesce a contenere l'impeto nemico. Gli astati sono costretti ad indietreggiare nelle file dei principi. A quella vista il console Decio chiama a gran voce Marco Valerio, pontefice massimo, e lo prega di dettargli la formula del sacrificio. Il pontefice gli ordina di indossare la toga, di ricoprirsi il capo con un velo e di ergersi sopra una lancia distesa a terra e di profferire le parole sacramentali: "Giano, Giove, Marte padre, Quirino, Bellona, Lari familiari, Dei novensili, Dei indigeti, Dei che avete in potere noi Romani ed i nemici nostri. Dei Infernali, vi prego, vi adoro, vi domando perdono e vi scongiuro di dar forza e vittoria al popolo romano e dei Quiriti e di mettere nell'animo dei suoi nemici, spavento, terrore e morte. Io maledico e meco stesso agli Dei Infernali e alla terra consacro ed offro le legioni dei nemici per la salvezza delle legioni e della romana repubblica".

Decio Mure pronuncia solennemente la formula, informa il collega del sacrificio che sta per compiere, monta armato a cavallo e si lancia perdutamente nella mischia. Spettacolo stupendo! Non un uomo sembra Decio Mure, ma un essere soprannaturale, una divinità calata sulla terra per rialzare le sorti dell'esercito romano ed abbassare quelle dei nemici. Egli non si cura di difendersi; cerca anzi di perire e non ha altra mira che quella di uccidere. Galoppa furiosamente in mezzo alle schiere latine con un ardire superbo, si lancia come una catapulta, si abbatte come un fulmine, ogni cosa che incontra travolge come una valanga.

I Latini non resistono, cadono intorno a lui, fuggono, si scompigliano pazzi di terrore, mentre i Romani, animati dal mirabile esempio del console, riprendono forza e coraggio e respingono le schiere avversarie ma ormai già scompigliate da quella eroica bufera scatenata in mezzo a loro da Decio, che pur colpito da ogni parte e con il corpo squarciato da numerose ferite continua a galoppare fino all'ultimo sacrificio, quando cade come un cencio fra i nemici.

Sacrificio che però ha già dato la vittoria per merito proprio di quell'ala sinistra che Decio comandava e che poco prima aveva dato origine al suo sacrificio.
Nonostante l'immolazione del console, sugli altri settori della battaglia le sorti non volgevano a favore dei Romani. L'altro console allora ricorse ad uno stratagemma: fece avanzare le riserve anziché i triari, e riservò questi per l'ultimo cozzo finale.
I Latini che sapevano benissimo come operava l'esercito Romano, furono convinti che si erano buttati nella battaglia le ultime disponibilità di uomini e a loro volta fecero avanzare i loro triari.
Il combattimento continuò per molto tempo e sempre incerto sull'esito, ma quando Manlio vide che i triari nemici erano stanchi e che le sue riserve cominciavano a piegare, a quel punto ordinò ai veri triari di entrare con tutto il loro impeto e la loro esperienza in battaglia (ricordiamo che i "triari" erano composti di veterani).
L'intervento di queste truppe mature ma fresche decise le sorti della giornata. Il nemico respinto in tutti i punti subì delle perdite ingenti, più della quarta parte delle sue forze, e il resto fu completamente disfatto.
Abbandonati gli alloggiamenti, i Latini superstiti furono da NUMIZIO, che era il loro capo, condotti verso Minturno, lasciando nelle mani dei Romani gran quantità di bottino e un numero considerevole di prigionieri.
Durante la notte fu cercato invano il corpo di Decio Mure e solo il giorno dopo fu ritrovato sotto un mucchio di nemici uccisi e fu sepolto con grandissima pompa.

NUMIZIO, sperando in un'immediata rivincita chiamò alle armi quanti più
uomini gli fu possibile di reclutare fra i Latini e i Volsci e con questi e i resti del suo esercito mise insieme un altro potente nuovo esercito. Ma prima che questo, nella fase preparativi, e prima che si organizzasse e si armasse, a Trifanno, tra Sinuessa e Minturna, fu sorpreso dal grosso dell'esercito di Manlio e fu scompaginato prima ancora di entrare in azione; il risultato fu un disastro per i latini, una buona parte senza nemmeno le armi in mano fu massacrata, una parte nelle stesse condizioni fu facilmente fatta prigioniera, pochi riuscirono a mettersi in salvo fuggendo.

Dopo questa seconda battaglia il territorio latino fu percorso e dando la caccia al bottino fu completamente depredato; e Capua vista la disfatte per non farsi punire con un sicuro massacro, si affrettò ad aprire le porte ai vincitori.

L'agro pubblico del Lazio Latino ribelle, ormai disfatto, fu diviso ai plebei poveri in lotti di due jugeri e mezzo, quello della Campania in lotti di tre jugeri. I Laurentini, poiché non si erano ribellati, non furono privati dell'agro e a milleseicento cavalieri capuani, che non avevano preso le armi, fu concessa come premio di fedeltà la cittadinanza romana ed una pensione annua di quattromilacinquecento assi ciascuno ma carico della stessa Capua.
Così Roma premiava il partito aristocratico.

LE LEGGI DI PUBLILIO FILONE Tuttavia benché vinti, i Latini superstiti, non deposero le armi e le ostilità continuarono sotto forma di scorrerie. Parecchie ne subirono i territori di Ostia e di Ardea da parte di Anzio e poiché Manlio in questo periodo era infermo, fu creato dittatore LUCIO PAPIRIO CRASSO che, senza aver nulla fatto contro i nemici, cedette il potere ai due consoli TITO EMILIO MAMERCO e QUINTO PUBLILIO FILONE.
Questi entrambi nel 415 (339 a.C.) sconfissero un esercito latino. Filone, tornato a Roma, ricevette il trionfo; l'altro marciò contro Pedo nelle cui vicinanze mise in fuga un esercito nemico composto di Pedani, Tiburtini, Prenestini, Veliterni ed Anziati, poi si preparò ad investire il campo e la città, ma, essendogli giunta a notizia del trionfo tributato al collega, lasciò sospese le operazioni di guerra e si recò a Roma a reclamare anche lui il trionfo, che però dai senatori gli fu rifiutato.
Benché patrizio, EMILIO MAMERCO pieno di rancore, cominciò da quel giorno ad avversare il suo ceto e ad accusare, con il console plebeo PUBLILIO FILONE, il Senato di avere usato parzialità nella divisione dell'agro latino e campano.
Avendo la curia deciso la creazione di un dittatore la scelta cadde su di lui, su PUBLILIO FILONE, al quale si devono le leggi che lo resero famoso. Una di queste stabiliva che le deliberazioni della plebe (plebisciti) avessero valore per tutti i Romani; un'altra che le leggi proposte nei comizi centuriari fossero approvate dall'assemblea senatoriale prima che fossero sottoposte al suffragio dei comizi; una terza legge stabiliva che uno dei censori fosse sempre plebeo.

FINE DELLA GUERRA CONTRO I LATINI E I CAMPANI

Nel frattempo i Latini preparavano la riscossa. Ma fu l'ultimo ed inutile loro sforzo, perché, essendo, nel 416 (338 a.C.), consoli LUCIO FURIO CAMILLO e CAJO MENIO, i Lanuvini, i Veliterni e gli Aricini furono dal secondo sorpresi e battuti presso il fiume Astura; mentre i Tiburtini, i Prenestini e i Pedani furono sconfitti dal secondo sotto le mura di Pedo e la città quel giorno stesso fu presa d'assalto e costretta con la forza alla resa.

Dopo queste vittorie gli eserciti romani iniziarono la conquista metodica dell'intero Lazio: s'impadronirono con la forza o a patti di tutte le città che le erano ostili, e in ciascuna di queste crearono delle forti guarnigioni.
Così finì questa lunga e immemorabile guerra che era iniziata nella notte dei tempi, e le ostilità fin dalla fondazione di Roma.
E, affinché il Lazio non potesse più ribellarsi, fu dato ad ogni città un assetto particolare e si fece scomparire le locali "unità nazionale"; ma anche favorendo diversamente individui, famiglie e partiti e facendo sorgere o continuando a far sopravvivere diffidenze e rivalità nei soliti due ceti alternativamente dominanti; e che non solo a Roma, ma in ogni parte del pianeta e in ogni epoca, ha sempre caratterizzato la società umana, causando innumerevoli guerre sanguinose; mai terminate.

Laurento, in premio della sua fedeltà, fu dichiarata indipendente ed alleata di Roma con parità di diritti e doveri; Tuscolo, Nomento, Aricia e Lanuvio, che prima delle altre avevano fatto atto di sottomissione, ottennero la cittadinanza romana; Velletri, Lavinio, Fondi, Forma, Capua, Cuma e Suessula ricevettero la cittadinanza ma senza i diritti politici; a Tiburi e Preneste fu tolto parte del territorio che diventò agro pubblico romano; le mura di Priverno e di Velletri furono smantellate; i senatori di Velletri relegati oltre il Tevere; ad Anzio (allora un apprezzabile porto commerciale sul Tirreno) furono portate via tutte le navi, di cui una parte fu condotta nell'arsenale di Roma ed una parte distrutta.
Con i rostri delle navi distrutte fu costruita nel foro una loggia. Da ultimo, ad Anzio fu mandata una colonia e a tutte le città fu fatto divieto di tenere diete e di mantenere o allacciare relazioni politiche e commerciali con qualsiasi altra città; unica a poterlo fare: Roma.

La conquista del Lazio e di parte della Campania e l'assetto dato a questi nuovi territori da Roma non produssero un lungo periodo di pace, anzi ben presto le legioni romane dovettero sostenere una nuova guerra.
Nemici di Roma questa volta furono i Sidicini e gli Ausoni, popoli alleati tra loro; e causa della guerra fu l'avere i primi invaso il territorio degli Aurunci, amici dei Romani, e di aver costretta alla resa e poi distrutta la loro città.
La guerra ebbe varie vicende e si trascinò alcuni anni.

Piuttosto debole all'inizio, prese vigore nel 418 (336 a.C.) quando consoli LUCIO PAPIRIO CRASSO e CESONE DUILIO sbaragliarono un esercito di Sidicini e di Ausoni nelle vicinanze di Cales, posta nel centro della Campania.

Fra rivalse, rivincite, e ostinazione da entrambe le parti, le operazioni offensive furono riprese con maggiore vivacità l'anno seguente (419) dal console MARCO VALERIO CORVO, il quale, nuovamente vinti i nemici nel territorio di Cales, pose l'assedio alla città, il quale chi sa quanto sarebbe durato a causa delle formidabili fortificazioni se un fortunato caso non l'avesse con gran facilità consegnata in mano ai Romani.
Vi era a Cales prigioniero un romano di nome MARCO FABIO. Questi, in un giornata di grande festa dei nemici, approfittando delle eccessive libagioni dei suoi carcerieri non meno sobri degli altri, riuscì a fuggire calandosi per mezzo di una corda dalle mura e indusse il console a dare subito l'assalto alla città. Questa fu facilmente presa e i nemici furono fatti prigionieri e venduti come schiavi, spopolando così la città.
A Cales fu lasciato un forte presidio e l'anno dopo (420 A. d. R. - 334 a.C.) per ripopolarla fu inviata da Roma una colonia di duemilacinquecento uomini.

ASSEDIO E CONQUISTA DI PRIVERNO

La potenza di Roma con queste ultime imprese, si andava sempre più affermando nell'Italia centrale e meridionale. Con una sua oculata politica, Roma castigava esemplarmente le città riottose e su queste faceva pesare la sua mano di ferro; oppure premiava le fedeli, ne univa a sé alcune per mezzo di trattati d'alleanza, ad altre concedeva la cittadinanza.
I cittadini romani che nel 415 (339 a.C.) risultavano 160.000, salirono nel 425 (329 a.C.) a 250.000 e le tribù che erano ventisette raggiunsero nel 422 (332 a.C.) con la creazione delle due nuove tribù, chiamate "Mecia e Scapzia" il numero di ventinove.

Grande sviluppo prendeva intanto il sistema coloniale; il quale aveva due scopi: quello di alleviare la miseria della plebe e di eliminare le cause di perturbamenti interni con l'allontanamento dei disoccupati, e quello di rendere più sicure le conquiste e custoditi i confini.

Pur fra tanto fervore e tanta sapienza di provvedimenti economici, politici e militari, non mancavano le ribellioni e le spedizioni punitive. Se da una parte l'affermazione della potenza romana attirava nella sua orbita popoli nemici come i Volsci, Fabratemi e gente lontana come quella dei Lucani, che chiedevano ed ottenevano la protezione di Roma, dall'altra le ultime scintille d'indipendenza facevano qua e là sorgere tentativi di riscossa.

Nel 424 (330 a.C.) riprese le armi Priverno spalleggiata da non pochi abitanti di Fondi. La rivolta fu capeggiata da un patrizio fondano di nome VITRUVIO VACCO, molto noto a Roma perché era uno dei rarissimi che possedevano case sul monte Palatino. Vitruvio, con le sue soldatesche, aveva invaso e saccheggiato il territorio di Sezia e di Norba. Contro di lui fu inviato il console LUCIO PAPIRIO CRASSO, che scontratosi con il nemico, con molta facilità lo sconfisse costringendolo a ritirarsi prima dentro il campo trincerato, poi dentro le mura di Priverno.
L'altro console, LUCIO PLAUZIO VERNONE, lasciato il collega all'assedio di Priverno, marciò su Fondi, i cui abitanti fecero subito atto di sottomissione.
Dopo questa resa le forze romane furono concentrate intorno a Priverno, che fu costretta alla resa non molto tempo dopo e cadde pure questa in potere dei Romani. Alcuni affermano che la città fu presa d'assalto, altri invece che si arrese consegnando Vitruvio.
Il console Plauzio fu ricevuto a Roma in trionfo; Vitruvio morì sotto le verghe; le mura di Priverno furono smantellate ed alla città fu imposto un numeroso presidio; le case di Vitruvio sul Palatino furono demolite e ai senatori privernati inflitte le stesse pene alle quali era stato condannato il senatore di Velletri.
Agli abitanti di Priverno, in premio della loro fierezza e del loro patriottismo, il fine tatto politico di Roma concesse la cittadinanza.

Ma se il Lazio era ormai tutto sottomesso, una definitiva sistemazione dei territori oltre i confini -dove Roma era la garante "gendarme"- non era ancora avvenuta; e quella dove le lotte interne andranno ad innescare una nuova guerra con l'"intervento protettivo" romano, sono nuovamente i SANNITI; poi i lontanissimi amici di Roma, che erano i LUCANI, che oltre che coinvolgere Roma, nella loro lotta per TARANTO, scomodarono dalla Grecia come avversario il Re dell'Epiro Alessandro, zio e omonimo dell'allora ventenne condottiero Macedone.

Inizia insomma la seconda GUERRA SANNITICA
che andiamo a narrare nel successivo capitolo

il periodo dall'anno 326 al 312 > > >

 

Fonti, Bibliografia, Testi, Citazioni: 
TITO LIVIO - STORIE (ab Urbe condita)
APPIANO - BELL. CIV. STORIA ROMANA
DIONE CASSIO - STORIA ROMANA 
PAOLO GIUDICI - STORIA D'ITALIA 
UTET - CRONOLOGIA UNIVERSALE
I. CAZZANIGA , ST. LETT. LATINA, 
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