ROMA - GUERRE E DISCORDIE - CAMILLO E MARCO MANLIO

VOLSCI E GLI EQUI SCONFITTI - LIBERAZIONE DI SUTRI - OPERE DI PACE E DI GUERRA - BATTAGLIA DI SATRICO - CAMILLO IN ETRURIA - AULO CORNELIO COSSO DITTATORE CONTRO I VOLSCI E GLI ERNICI - MARCO MANLIO CAPITOLINO - GUERRE CONTRO I VOLSCI, VELLETRI E PRENESTE - VITTORIE DELLA PLEBE - LEGGI LICINIE-SESTIE - DITTATURA DI L. MANLIO E GUERRA CON GLI ERNICI - I VOLSCI E GLI EQUI NUOVAMENTE SCONFITTI
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Alla dittatura di MARCO FURIO CAMILLO (il salvatore della Patria), nel 388 a.C.,seguì l'interregno, poi furono creati i tribuni consolari che rivolsero tutte le cure ad opere di pace di cui tanto aveva bisogno la risorgente martoriata città; ma mentre a Roma proseguivano alacremente i lavori di ricostruzione, voci minacciose di guerra venivano da fuori. I Volsci, desiderosi di abbattere Roma prima che tornasse di nuovo fiorente e forte, avevano già ripreso le armi; altri preparativi di guerra facevano gli Equi; e alcuni mercanti provenienti dal nord riferivano che al tempio di Volturnia i rappresentanti degli Stati etruschi avevano compatti deciso di muovere guerra ai Romani.
Si diceva anche che i Latini e gli Ernici, fino allora opportunistici fedeli alleati, ma sempre insofferenti della supremazia romana, pure loro avevano propositi di guerre contro Roma.

Di fronte a tante minacce e nell'imminenza di così gravi pericoli, gli occhi e gli animi dei Romani si fissarono nuovamente su CAMILLO. Lui solo, con il suo prestigio e con il suo valore, poteva salvare ancora una volta la patria.
Fu creato perciò di nuovo dittatore ed, eletto SERVILIO ALA maestro della cavalleria, Camillo chiamò alle armi la gioventù romana e riunì in centurie pure gli anziani ancora validi, se non alle armi, utili per altri compiti pur sempre legati a un conflitto oltre che difensivo, offensivo.
Quando l'esercito fu pronto, Camillo lo divise in tre corpi; uno sotto il comando del tribuno LUCIO EMILIO, fu inviato contro gli Etruschi, al di là dal territorio di Vejo; il secondo, affidato ad AULO MANLIO, fu lasciato nelle vicinanze di Roma come presidio della città e allo stesso tempo come una eventuale riserva per gli altri corpi; mentre il terzo, il più efficiente, fu messo alle dirette dipendenze di Camillo, che con questo corpo marciò immediatamente contro i Volsci.

Il dittatore incontrò il nemico a Admezio presso Lanuvio. I Volsci, appreso che duce dei Romani era MARCO FURIO CAMILLO, n'ebbero tale spavento che si chiusero nel loro campo e in fretta e furia lo fortificarono e lo circondarono con una robusta palizzata.
Queste difese però non impressionarono il dittatore, il quale, schierate le sue truppe a battaglia, prima di muoverle ordinò che fosse appiccato il fuoco alla palizzata e, siccome il vento per fortuna spirava favorevole, in brevissimo tempo l'incendio divampò verso l'interno, ed aprì il varco nelle difese nemiche; a quel punto Camillo lanciò le schiere all'assalto e questo fu così travolgente che i Volsci furono immediatamente rotti, sgominati, messi in fuga lasciandosi alle spalle il proprio accampamento che fu dai Romani subito occupato. Il bottino fatto era molto ricco e il dittatore lo concesse ai suoi soldati; comportamento che fu molto gradito all'esercito tanto più apprezzato quanto meno se l'aspettavano da un capitano che non era abituato a regalare i bottini.
Dopo la vittoria di Admezio, Camillo percorse tutto il territorio dei Volsci saccheggiandolo e finalmente costrinse i nemici a sottomettersi; indi fulmineamente entrò nelle terre degli Equi, sorprese il loro esercito a Bola, lo attaccò, lo sconfisse e, preso il campo, si rivolse contro la città che fu costretta alla resa al primo assalto.

LIBERAZIONE DI SUTRI

Nel frattempo tutta l'Etruria si era levata in arme e numerose forze avevano posto l'assedio alla città di Sutri, alleata di Roma.
Al Senato romano, dalla città assediata, furono mandati ambasciatori e da Roma furono promessi aiuti, ma, come abbiamo visto sopra, essendo Camillo impegnato altrove e non potendo più sopportare l'assedio, gli abitanti di Sutri, sopraffatti dal numero, stanchi dalle continue fatiche, si arresero con il patto di consegnare le armi e gli averi e di abbandonare al nemico la città e di allontanarsi dalla stessa per avere salva la vita.
Nell'abbandonarla i disperati erano giunti poco distante dalla città, quando avvistarono l'esercito di Camillo, il quale, avvertito dal Senato, accorreva in difesa di Sutri. Il dittatore ordinò che tutti gli oggetti e gli arnesi di guerra fossero lasciati sotto la guardia dei profughi e marciò alla testa del suo esercito contro la città.

Nessuna sentinella era sulle mura e alle porte; gli Etruschi, non di certo aspettando l'arrivo dei Romani, appena i Sutresi avevano abbandonato la città si erano sparpagliati per le vie intenti a saccheggiare le case. All'improvviso sopraggiungere dell'esercito di Camillo lo scompiglio fu grande e ancora più grande e indescrivibile fu la strage. Cercavano scampo nella fuga, ma le porte erano state chiuse e dovunque c'erano i Romani che uccidevano senza misericordia.

Gli Etruschi tentarono di riordinare le schiere per opporre una disperata resistenza, e già alcuni cominciavano a radunarsi quando Cammillo fece gridare dai suoi banditori che avrebbero avuta salva la vita soltanto coloro che buttavano le armi e uscivano dalle file consegnandosi. A quel punto, tutti gli Etruschi si arresero e Sutri, nello stesso giorno della sua capitolazione, fu liberata.

OPERE DI PACE E DI GUERRA

Al suo ritorno a Roma il trionfo di Camillo, vincitore di tre guerre, fu splendido. Dalla vendita dei numerosi prigionieri etruschi si ricavò tanto denaro, che non solo si restituì quello che le matrone romane avevano offerto per pagare il riscatto ai Galli, ma ne rimase così tanto da poter fare tre coppe d'oro che furono poste ai piedi della statua di Giunone.

Ai Vejenti, ai Capenati ed ai Falisci che durante le guerre volontariamente si erano rifugiati a Roma fu concessa la cittadinanza romana e a questi nuovi cittadini furono affidate alcune concessioni. Siccome non pochi romani si erano arbitrariamente trasferiti a Vejo, furono richiamati. A Roma c'era in quel periodo un gran fervore di opere e queste furono condotte con tanta alacrità che non era passato nemmeno un anno e la città era completamente ricostruita, più grande se non più bella e urbanisticamente, più regolare di prima.

Non riposarono però le armi: alcune scorrerie furono fatte nel territorio degli Equi e fu inviato pure un esercito nel territorio di Tarquinia, dove prima fu assalita Cortuosa, indi espugnata, saccheggiata e data alle fiamme; poi fu investita Cortenebra, che per più giorni non ebbe un solo istante di tregua, poi cadde in potere dei Romani, che la saccheggiarono.

In quel tempo il Campidoglio fu fortificato con una superba cinta di pietre quadrate, fu consacrato da TITO QUINZIO, uno dei due magistrati addetti ai sacrifici, il tempio di Marte e furono aggiunte quattro tribù di nuovi cittadini: la Stellatina, la Tromentina, la Sabbatina e l'Arniense.

Nel 368 A. di R. (386 a.C.) essendo tribuni consolari SERVIO CORNELIO MALUGACENSE, QUINTO SERVILIO FIDENATE, LUCIO QUINZIO CINCINNATO, LUCIO ORAZIO PULVILLO, PUBLIO VALERIO e MARCO FURIO CAMILLO, fu decisa una spedizione contro Anzio, che si stava preparando alla guerra con l'aiuto dei Volsci e dei Latini e degli Ernici. Prese il comando supremo dell'esercito, per volontà dei suoi colleghi, ancora CAMILLO, il quale, sceltosi come compagno PUBLIO VALERIO, marciò con le legioni portandosi davanti a Satrico, dove si erano concentrate le truppe nemiche. Erano queste così numerose che gli ufficiali Romani erano dubbiosi se attaccare battaglia; e perfino le schiere di soldati, più che indecise erano sgomente dalla paura.
Accortosi di ciò, Camillo percorse a cavallo tutto il fronte del suo esercito, per incitare i soldati con la voce; poi deciso l'attacco al nemico dando l'esempio partì per primo trascinandosi dietro le sue truppe. La battaglia fu lunga e sanguinosa; più che il valore dei Romani, bastava che passasse il nome di Camillo di bocca in bocca, per mettere in fuga i nemici; dovunque questi tenevano testa a una legione, subito vi accorreva il famoso condottiero rianimando con la sua presenza e con l'esempio i suoi e portando lo sgomento nelle file avversarie; avrebbero subito una sconfitta memorabile se un temporale con una pioggia torrenziale non avesse interrotta la battaglia, che per il nemico era ormai disperata.
Infatti, durante la notte, i Latini, e gli Ernici abbandonarono sfiduciati il campo e i Volsci, atterriti dalla diserzione dei loro alleati, si chiusero dentro le mura di Satrico. Camillo circondò la città, poi, vedendo che i Volsci non reagivano ai lavori d'assedio dei Romani, giudicando che fossero scoraggiati, comandò di prenderla subito d'assalto da tutte le parti; infatti, la città senza nemmeno tentare una difesa si arrese quasi subito.

Ma con la ritirata dei Latini e degli Ernici e la presa di Satrico, la guerra non era ancora finita; resisteva Anzio, e questa bisognava ridurla all'impotenza se si voleva assicurare a Roma la vittoria definitiva. Perciò Camillo, lasciato l'esercito sotto il comando di Valerio, corse a Roma per proporre al Senato l'assalto definitivo, la conquista e l'altrettanta definitiva distruzione di Anzio.

C'era però un'altra impresa urgente: gli Etruschi marciavano contro Nepete e Sutri e a Camillo fu ordinato di andare a soccorrerle. Richiamato Valerio da Satrico, alla testa di altre legioni già allestite a Roma, l'infaticabile MARCO FURIO CAMILLO a marce forzate si precipitò a Sutri.
Quando vi giunse, la città da un lato era in parte già occupata dagli Etruschi; il resto, cioè l'altro lato resisteva ancora e la battaglia infuriava già per le vie della stessa città. Camillo divise in due il suo esercito ed ordinò a Publio Valerio di dar l'assalto alla città dalla parte in possesso dei nemici mentre lui si sarebbe introdotto dalla parte opposta di Sutri. Così fu: Camillo, unite le sue forze agli abitanti con le armi in mano, rianimò la loro difesa, poi sferrò la battaglia, ricacciando gli invasori dalle posizioni conquistate. Gli Etruschi, attaccati quindi dai due lati, disperando per la sorte del combattimento, si diedero alla fuga affrettandosi verso una porta non ancora bloccata dalle truppe di Valerio; i primi fuggiaschi riuscirono ad allontanarsi, ma gli ultimi subirono delle gravissime perdite. In poche ore Sutri fu liberata.

Da Sutri, Camillo si diresse alla volta di Nepete che era già caduta nelle mani del nemico per tradimento di una parte degli stessi abitanti. Anche qui il valore dei Romani ebbe ben presto ragione del nemico, anche Nepete fu ripresa al primo assalto e gli Etruschi e i traditori furono passati tutti per le armi.

L'anno seguente (369 A. di R. (385 a.C.) fu ripresa la guerra contro i Volsci, ai quali si erano uniti gli Ernici, i Latini e non pochi della città di Circeio e della colonia romana di Velletri.
Fu creato dittatore AULO CORNELIO COSSO e maestro della cavalleria TITO QUINZIO CAPITOLINO. L'esercito romano penetrò nel territorio pontino, accampandosi di fronte al nemico. I primi ad assalire furono i Volsci, i quali fidavano nella loro superiorità numerica; ma i Romani, secondo gli ordini di Cosso, li aspettavano a pie' fermo e, quando i nemici si precipitarono disordinatamente sopra di loro, le fanterie di Roma, ben predisposte e armate soltanto di spada, solo allora reagivano ma nello stesso istante faceva irruzione la cavalleria. Già questo primo scontro era favorevole ai Romani, ma poi i Volsci, sospinti all'indietro indietro, quando ebbero un momento d'incertezza, furono presi di fianco dai cavalieri di Quinzio. A quel punto per non essere palesemente circondati volsero le spalle e si diedero ad una precipitosa fuga, incalzati dai Romani.
L'inseguimento durò fino al calar della notte, e oltre che compiere una strage e il numero dei prigionieri fu così rilevante che tutto il bottino degli accampamenti dei Volsci fu lasciato alle truppe.

Dopo questa vittoria AULO CORNELIO COSSO sospese le operazioni aspettando che da Roma gli ordinasse il Senato di condurre fino in fondo la guerra contro i Volsci; invece fu richiamato in città, dove era necessaria la sua presenza per l'atteggiamento minaccioso della plebe sul piede della ribellione.

MARCO MANLIO CAPITOLINO

La plebe, mentre si svolgevano tutti queste guerre vittoriose, da alcuni anni versava in condizioni davvero misere risentendo di tutti i malanni che avevano afflitto Roma. La città, dopo la cacciata dei Galli, aveva fatto sforzi giganteschi per risorgere, ma molti sacrifici erano stati imposti ai plebei. Si era dovuta riedificare quasi per intera la città di Roma, si erano nello stesso tempo dovute sostenere guerre aspre e lunghe; e nei campi per la coscrizione o con i volontari sensibili alle tante promesse dei bottini, mancando braccia, una parte erano lasciati incolti, e l'altra mal coltivati; risultò così che non avevano prodotto quanto potesse bastare al sostentamento della popolazione. Nonostante queste gravi carenze alimentari si era dovuto ricorrere ad imposte straordinarie per far fronte ai pericoli esterni e fortificare la città.

La plebe, che prima dell'invasione gallica, godeva di un certo relativo benessere, nonostante le concessioni che le erano state fatte, era stata costretta per vivere, per rifarsi un tetto e per pagare i nuovi tributi straordinari, a ricorrere ai prestiti presso i patrizi, i quali, approfittando della scarsezza di danaro, avevano imposto condizioni da usurai.
La decadenza economica della plebe aveva portato come conseguenza la decadenza politica a tutto vantaggio del patriziato. Fra i grandi aveva acquistato immenso prestigio MARCO FURIO CAMILLO, che era stato sempre avverso alla plebe e non aveva mai dimenticato che proprio i tribuni plebei lo avevano fatto processare con accuse infamanti ed erano stati proprio loro la causa del suo esilio.
Il popolo rispettava Camillo per i grandi servizi resi alla patria e per le grandi virtù militari, ma non lo amava per il carattere duro che gli era proprio e perché in lui vedeva il maggiore sostegno del patriziato.

Ma non era soltanto la plebe a non amare Camillo. Fra gli stessi patrizi vi era qualcuno che non lo vedeva di buon occhio: ed era MARCO MANLIO CAPITOLINO (Il valoroso uomo che abbiamo visto all'assedio del Campidoglio, il primo a scaraventare giù dalla rupe i Galli).

Discendeva questi da una delle più nobili famiglie romane, che tanti uomini illustri nelle armi aveva dato alla patria; era d'aspetto aggraziato e dignitoso, abbastanza eloquente, molto generoso e saggio; valoroso capitano, aveva il petto solcato da ventitre cicatrici; aveva raccolto le spoglie di trenta uomini uccisi in battaglia ed aveva di recente compiuto quell'impresa di cui andava meritamente orgoglioso salvando con il suo valore il Campidoglio dai Galli.

Però MARCO MANLIO non era nelle grazie dei patrizi e da qualche tempo lo tenevano lontano dalle pubbliche cariche. Il suo animo soffriva per quest'atteggiamento del patriziato, che non apprezzava i suoi meriti né mostrava di riconoscergli l'alto valore. Tutti gli onori erano invece per Marco Furio Camillo, di cui Manlio Capitolino non si riteneva, inferiore; a Camillo le dittature, a Camillo il tribunato consolare, a Camillo il comando degli eserciti e il titolo di salvatore della patria.
Marco Manlio non nascondeva il suo risentimento verso i patrizi e l'invidia che portava a Camillo, anzi, quando aveva l'occasione, non tralasciava di fare confronti per far risaltare i propri meriti ed abbassare quelli del fortunato rivale; e andava affermando che Camillo non avrebbe potuto liberare la patria dall'assedio dei nemici se prima il Campidoglio non fosse stato da lui salvato, che Camillo aveva assalito i Galli quando questi, intenti a ricevere l'oro, non si aspettavano una battaglia, mentre lui li aveva vinti e ricacciati quando quelli erano saliti armati per impadronirsi della rocca.

Odiato e contrastato dai nobili, Marco Manlio, anche per i suoi sensi d'umanità, si accostò alla plebe e cercò di trovare in seno a questa quelle soddisfazioni e quel favore che invano aveva sperato dai patrizi.
Manlio vide un giorno un prode centurione malmenato in carcere dal suo creditore. Si commosse a quella vista, e corse a liberare il vecchio soldato pagandone il debito; né questo fu tutto. Animato dall'ardore della carità, sensibile alle altrui disgrazie, un giorno vendette i suoi poderi e con la somma ricavata liberò dalla prigione quattrocento debitori.
Da allora Marco Manlio divenne l'idolo della plebe, tutti ne tessevano le lodi, e con il passa parola, che i beneficiati moltiplicavano all'infinito, ne magnificavano la bontà dell'animo, la generosità, la filantropia, i sentimenti democratici. Questo comportamento del nobile Marco Manlio, dava molto fastidio al patriziato, perché nel suo piccolo risollevava le sorti di alcuni plebei, e questo atteggiamento protettivo era considerato un tradimento di casta.
La sua casa era sempre piena di gente del popolo, e lui non si stancava mai di parlar male dei nobili, di rimproverar l'usura dei ricchi, di stigmatizzare la tirannide dei patrizi; rammentava di far valere i diritti che si era guadagnati il popolo; addebitava al cinismo e alla condotta dei nobili la presente miseria dei plebei; parlava dell'agro Pontino che avrebbe dovuto esser distribuito al popolo e che invece presto sarebbe caduto in mano dei soliti grandi parassiti proprietari per poi lasciarli incolti; ed insinuava perfino che i patrizi si erano impossessati dell'oro recuperato ai Galli.
A lungo andare questo suo atteggiamento aveva trovato consensi nella plebe; ed alcuni convinti e altri solo per averlo sentito dire, già lo ritenevano un capopopolo, capace di agire e di far agire. Dunque per la casta aristocratica, un soggetto pericoloso, un effettivo o un potenziale fomentatore.

Fu per metter fine al fermento suscitato nel popolo da Manlio che il Senato richiamò dal campo Aulo Cornelio Cosso, il quale, giunto a Roma ed essendo stato informato delle cose, citò dinanzi al suo tribunale Marco Manlio Capitolino. Questi si presentò seguito da una numerosa turba di suoi seguaci e, richiesto dal dittatore di rivelare il luogo dove lui andava sostenendo che il senato avesse nascosto l'oro dei Galli, si rifiutò sdegnosamente di parlare; per questo motivo fu accusato di calunnia, e che diffondendo la stessa era in sostanza un sobillatore, quindi fu arrestato e mandato in carcere.

I plebei non osarono protestare, ma mostrarono il loro dolore per l'arresto del loro difensore vestendosi tutti a lutto e lasciando incolti i capelli e la barba.
Ma quando CORNELIO COSSO lasciò la dittatura, cominciarono a levarsi molte voci a favore di Marco Manlio, e l'androne delle carceri dov'era rinchiuso, quotidianamente era gremito di popolo, che pareva volesse con la sua presenza in quel luogo reclamare con qualche atto sconsiderato la liberazione dell'amico della plebe.

Il Senato, temendo appunto una sedizione popolare, deliberò di inviare a Satrico una colonia di duemila cittadini, assegnando a ciascuno due iugeri e mezzo di terra. Ma questo dono non sollecitato sembrò alla plebe una concessione quasi per indurla ad abbandonare al suo destino e la causa di Manlio; di modo che il malcontento invece di cessare, aumentò.

Se prima parlavano in separata sede dei mali che affliggeva la plebe e delle ingiustizie dei patrizi; ora accusavano pubblicamente i patrizi quali usurai e tiranni, si ricordava quel che era accaduto a Spurio Cassio e a Spurio Melio, si magnificavano le virtù civili e militari di Manlio, rievocando la liberazione del Campidoglio dall'assalto notturno dei Galli; davanti al carcere una folla numerosa si accalcava non solo di giorno ma sostava anche di notte, minacciando di forzare la porta e liberare Marco Manlio.

Il Senato un po' allarmato, allora decretò la liberazione del prigioniero; che però non contribuì a far dimenticare la grave ingiuria ricevuta, e questa fece crescer l'odio contro i patrizi. Uscito dal carcere, Marco Manlio tornò a parlar male dei suoi nemici e a sobillar il popolo, tenendo continue adunanze nella sua casa che era (una delle rarissime case private) proprio sul Campidoglio.

Gli animi del popolo erano talmente eccitati che non soltanto i nobili erano preoccupati, ma anche i tribuni della plebe, i quali, con tanta piccineria, vedendo nell'opera di Manlio una menomazione della loro carica di difensori della classe popolare, pure loro non lo guardavano di buon occhio. Per questo motivo - operando sulla meschinità di costoro- il Senato riuscì a persuadere i tribuni plebei MARIO MENENIO e QUINTO PUBLILIO che avrebbero accusato di "perduellione" Manlio Capitolino. (che voleva attentare allo stato, aspirando a farne un suo regno, dunque delitto d'alto tradimento).

Correva l'anno 370 A. di R.(384. a. C) quando MARCO MANLIO, citato in giudizio, comparve davanti ai Comizi Centuriati nel Campo Marzio, dove con buona eloquenza si difese con molta abilità. Ricordò di avere data la sua privata fortuna per aiutare i plebei debitori; di avere soccorsa la plebe non per desiderio di tirannide, ma per un sentimento di umanità; di aver salvato in guerra la vita a molti cittadini romani, fra i quali il maestro della cavalleria Caio Servilio, mostrando otto corone ricevute in premio di tali fatti e molti altri doni ricevuti dai capitani per eroiche azioni in guerra; ricordò ancora di avere per ben due volte scalate per primo le mura di città nemiche; fece vedere le armi e le spoglie di trenta nemici da lui uccisi e, scoprendosi il petto, mostrò le ventitré cicatrici delle sue ferite. Da ultimo, volgendo lo sguardo al Campidoglio, pregò Giove e gli altri dei che lo aiutassero ed illuminasse la mente dei giudici, indicando poi alle centurie riunite i templi che lui aveva difesi e salvati, e ammonì di ricordarsi delle sue benemerenze prima di giudicarlo.
Mise tanta eloquenza e passione nella sua difesa, che il popolo, commosso, lo assolse. Ma i patrizi avevano decretato che Marco Manlio doveva sparire e perire e, poiché soltanto i comizi centuriati potevano decretare la pena di morte, si ricorse ad un'antica usanza. Si ricrearono cioè i "duunviri", i quali citarono Manlio, accusandolo di "perduellione", e perché le curie che dovevano giudicarlo non si lasciassero prendere dalla commozione, come era accaduto delle centurie, alla vista dei templi del Campidoglio, la sede del processo fu trasferito nel bosco Petelino da dove il Capitolino non era visibile, e qui Manlio fu condannato alla pena capitale, per "perduellione" (alto tradimento contro lo stato).

Incerta è la fine dell'agitatore. Alcuni storici scrivono che fu precipitato dalla rupe Tarpea, altri dicono invece che morì di flagellazione. Ma se la morte è oscura, tutti sono d'accordo nel riferire che i suoi beni furono confiscati, che fu vietato a un cittadino privato di possedere una casa nella rocca capitolina e che i parenti abolirono il nome di Manlio nella famiglia.
Uno storico invece scrive - e i critici danno molto credito a questo racconto - che Marco Manlio, dopo la sentenza pronunciata dalle curie, spinse la plebe alla ribellione ed occupò il Campidoglio. Fu creato allora Camillo dittatore, ma, resistendo la plebe nella rocca, si ricorse al tradimento e Manlio fu ucciso da un sicario.

GUERRE COI VOLSCI, CON VELLETRI E PRENESTE

L'anno seguente 371 A. di R.(384. a.C.) Roma fu funestata dalla pestilenza e dalla carestia; i numerosi nemici ne approfittarono per muoverle guerra.
Brandirono le armi quasi contemporaneamente i Volsci, Lanuvio, e le colonie di Circeio e di Velletri. Contro quest'ultima, alla quale si erano uniti i Prenestini, furono mandati con l'esercito i tribuni consolari SPURIO PAPIRIO e LUCIO PAPIRIO che conseguirono la vittoria contro i nemici.

Preneste allora si alleò con i Volsci ed assalì Satrico, colonia romana, la quale, per essersi difesa accanitamente, costretta alla resa che fu crudelmente trattata.

Per punire i Prenestini e liberare la fedele Satrico fu scelto ancora MARCO FURIO CAMILLO, tribuno consolare per la settima volta, carico di anni, ma ancor sano di mente e vigoroso di corpo. Il vecchio e famoso capitano prese con sé il collega LUCIO FURIO e con quattro legioni di quattromila soldati ciascuna, uscito dalla porta esquilina, marciò su Satrico, dove i nemici, di molto superiori come numero, lo aspettavano impavidi. Giunto nei pressi della città, Camillo si accorse dell'inferiorità delle proprie forze e con grande prudenza cominciò a temporeggiare aspettando un'occasione propizia per attaccare gli avversari con qualche probabilità di successo.
La condotta saggia e strategicamente prudente di Camillo non piacque al collega Lucio Furio, il quale, con la sua giovane età, impaziente e desideroso di conquistarsi la gloria, di emulare quello che ormai per lui era un vecchio rimbambito, si propose di iniziare la battaglia; anche se era stato sconsigliato da Camillo, che volle perfino astenersi da seguirlo per non mettere a repentaglio la sua legione.

Tuttavia Camillo rimase al comando delle legioni di riserva, pronto ad accorrere in caso di necessità; LUCIO FURIO schierò le sue truppe e diede l'assalto. La prima linea dei Volsci, prima ancora di ricevere l'urto, si diede di proposito alla fuga per un'erta scoscesa e difficile, ma su un percorso già prestabilito, e dietro l'erta, in agguato, c'era il grosso del nemico. I Romani, imbaldanziti dall'iniziale successo che poi era solo quello di aver messo in fuga un manipolo di soldati, inseguirono i fuggiaschi e caddero nella trappola; infatti, superata l'erta, ecco farsi avanti in gran numero i Volsci con soldati freschi, e a scompaginare le legioni di Lucio Furio, che sgomente della sorpresa, non pensarono nemmeno a resistere ma si diedero subito ad una fuga disordinata giù nella scoscesa erta, cercando riparo negli alloggiamenti.

Qui stava Camillo, il quale, avute notizie della battaglia, era montato a cavallo ed aveva fatto uscire le riserve. Al sopraggiungere dei fuggiaschi li accolse prima con gravi ammonimenti, poi li esortò con la voce a far fronte al nemico ed onore al nome romano.
Più che le parole valsero l'esempio del prode vecchio, che fece per primo irruzione contro il nemico, e il combattimento fu ripreso accanito e si risolse con la piena sconfitta dei Volsci, che perdettero gli alloggiamenti e lasciarono nelle mani dei Romani numerosi prigionieri. Fra questi vi erano non pochi Tusculani, e per questo motivo, fu dichiarata subito guerra a Tusculo, e Camillo senza pensarci nemmeno su, invase il loro territorio. Ma non ci fu una battaglia, perché i Tusculani, forse pentiti, o forse impauriti, accolsero amichevolmente le truppe di Roma, dichiarando che i Tuscolani che erano con i Volsci erano dei fuoriusciti, e che loro non c'entravano; o in buona o in mala fede, furono creduti e ottennero perdono e pace.

Approfittando di altre discordie civili che Roma si apprestava a combattere e delle quali parleremo più avanti, un esercito di Prenestini invase, saccheggiandolo, il territorio romano e si spinse fino a porta Collina.
La sorpresa della città fu grande; fu dato l'allarme e i cittadini, messe da parte le controversie, corsero alle mura ed alle porte e, poiché la minaccia del nemico era piuttosto grave, fu creato dittatore TITO QUINZIO CINCINNATO, che nominò AULO SEMPRONIO ATRATINO maestro della cavalleria.
I Prenestini si erano accampati sul torrente Allia e qui andò a scovarli il dittatore con le sue legioni. La battaglia tra i due eserciti non fu lunga e nemmeno molto impegnativa per i Romani; al primo urto della cavalleria le falangi di Preneste si sfasciarono e si diedero a una precipitosa fuga e si fermarono quando furono in vista della loro città.
Occupata un'altura nelle vicinanze, vi si fortificarono, ma non vi rimasero a lungo perché, inseguiti e nuovamente assaliti, furono anche qui sbaragliati e messi in fuga trovando riparo dentro le mura della loro città, subito dai Romani assediata.
Prima conquistarono gli otto castelli nel territorio dei Prenestini, per impedire eventuali aiuti fu investita e costretta alla resa Velletri, poi si rivolsero a
Preneste che a quel punto trovò più saggio arrendersi piuttosto perire.

Per il dittatore TITO QUINZIO CINCINNATO ci fu il meritato in trionfo a Roma. In memoria di questa campagna vittoriosa al Campidoglio fu murata una targa con la seguente epigrafe: "Giove e tutti gli altri dei concessero che nove terre fossero conquistate dal dittatore Tito Quinzio, il quale, dopo venti giorni, rinunziò alla dittatura". 371 A. di R.(384. a.C.)

Dimessosi Tito Quinzio, la guerra contro i Volsci fu continuata dai tribuni consolari PUBLIO e CAJO MANLIO che, nel 375 A. di R. (380. a.C.) subirono per la loro avventatezza un grave scacco; e l'anno seguente da SPURIO FURIO e MARCO ORAZIO che saccheggiarono, distrussero e bruciarono in lungo e in largo il territorio nemico.
Essendosi poi i Volsci uniti ai Latini ed avendo riunite numerose forze attorno a Satrico, furono inviati contro di loro le legioni con i tribuni PUBLIO VALERIO e LUCIO EMILIO i quali attaccarono i due nemici alleati a due miglia dalla città. Una pioggia improvvisa e torrenziale fece cessare la battaglia appena iniziata che, ricominciata il giorno dopo, si mantenne a lungo incerta ma poi ebbe termine con la rotta dei Volsci e dei Latini e l'occupazione dei loro alloggiamenti.
La notte seguente i nemici da Satrico fuggirono ad Anzio, inseguiti dai Romani, che non essendo forniti di macchine per un assedio si limitarono a saccheggiare per alcuni giorni il territorio fino a quando gli Anziati, stanchi e per limitare i danni si arresero, ma i Latini, decisi a continuare le ostilità, si ritirarono prima a Satrico, prima di lasciarla la distrussero, poi marciarono su Tuscolo, la presero di sorpresa, all'infuori della rocca dove gli abitanti avevano avuto il tempo di rifugiarsi, e si barricarono dentro questa città.

Da Roma partirono in soccorso della città amica i tribuni LUCIO QUINZIO e SERVIO SULPICIO, i quali, trovate sbarrate le porte di Tuscolo, prima andarono a ridare coraggio ai Tusculani della rocca, poi insieme scesero in città, la presero d'assalto, vi entrarono, e i Latini che l'avevano occupata non ne lasciarono uscire uno, ma ad uno ad uno li fecero a pezzi.

VITTORIE DELLA PLEBE - "LEGGI LICINIE-SESTIE"

Nonostante tutte queste guerre esterne, a Roma - come abbiamo avuto occasione di accennare - le discordie interne si alternarono ai conflitti.
Scompartso dalla scena Marco Manlio Capitolino, la plebe, come i patrizi avevano sperato, non si era calmata, semmai era ancora più cresciuto il malcontento; per questo motivo per calmare gli animi il Senato si vide costretto a distribuire alla plebe l'agro pontino e trasferirne dell'altra nelle colonie di Sutri, Nepete e Seza (anni 371-375 di R. - (376-380. a.C.).
Ma era solo demagogia, perché ovviamente solo pochissimi plebei riuscirono a godere questi benefici, mentre la maggior parte rimasta nelle gravi ristrettezze, seguitava a lamentarsi della miseria e, fra le altre cose, reclamava che si facesse il censo non più tenuto da oltre un ventennio e che si mettesse termine alle esose imposte e ai soprusi del patriziato.
Erano così esasperati gli animi che quasi certamente sarebbero esplosi in sanguinosi tumulti, se due uomini d'ingegno e di senno non avessero preso le difese della plebe, fiaccata la prepotenza patrizia, rialzate le sorti del popolo.

Furono questi CAJO LICINIO STOLONE e LUCIO SESTIO LATERANO. Licinio era nipote di quel P. Licinio Calvo che, primo fra i plebei, aveva nel 354 rivestito la carica di Tribuno consolare. Licinio (dunque plebeo) aveva come sposa una delle due figliole del Patrizio Marco Fabio Ambusto, la quale un giorno - come narra la leggenda - trovandosi in casa della sorella, che era la moglie del patrizio Servio Sulpicio, allora tribuno consolare, rimase impressionata quando il littore come al solito annunciava con ampollosità il ritorno a casa dell'illustre tribuno.
Forse invidiosa, e forse derisa dalla sorella, si lamentò con il suo genitore Fabio di essere stata sposata ad un plebeo; il padre, per confortarla, le promise che avrebbe procurato di fare ottenere al marito i medesimi onori del cognato.
Da quel giorno FABIO AMBUSTO non cessò di stimolare l'ambizione di suo genero CAJO LICINIO STOLONE

Nell'anno 378 A.d.R - 376 a.C.) fu creato finalmente tribuno della plebe insieme con LUCIO SESTIO e unitamente al collega propose le leggi che dovevano renderlo famoso.
Il PRIMO disegno di legge contemplava i debiti della plebe e proponeva che dalle somme ricevute in prestito si sottraessero gli interessi pagati e che il resto fosse versato ratealmente in tre anni.
Il SECONDO stabiliva che nessun cittadino doveva possedere più di cinquecento jugeri di agro pubblico e che si assegnassero a ciascun povero sette jugeri delle terre di quei ricchi che ne possedevano oltre il limite fissato.
Il TERZO proponeva l'abolizione del tribunato consolare e il ristabilimento del consolato, stabilendo che dei consoli, uno doveva essere sempre plebeo.

E cosa superflua ricordare che le rogazioni "licinie-sestie" trovarono un'ostile opposizione nel ceto patrizio. Tuttavia Licinio e Sestio, per dieci anni, successivi furono confermati tribuni e si batterono strenuamente per far applicare e trionfare i loro disegni di legge. I patrizi, seguendo la tattica che molte altre volte era loro riuscita, tentarono di far respingere le rogazioni tribunizie seminando la discordia fra i tribuni e corrompendolo provocarono il veto di alcuni di loro. Ci riuscirono per un periodo di cinque anni, ma furono combattuti con le stesse armi da Licinio Stolone e Lucio Sestio, i quali, a loro volta, servendosi del "diritto d'intercessione", impedirono le assemblee del Senato e le elezioni dei magistrati, provocando interregni.

Questo stato di cose -visto dai patrizi- non poteva durare e il Senato ricorse al rimedio estremo della dittatura. Fu chiamato in questa carica, nell'anno 386, MARCO FURIE CAMILLO, ormai ottantenne; ma, minacciato dai tribuni di una multa di cinquantamila assi, il vecchio capitano rinunziò all'ufficio.
Fu creato, in sua vece il dittatore PUBLIO MANLIO, che scelse come maestro della cavalleria CAJO LICINIO CALVO, parente di Stolone. Il nuovo dittatore mostrò ben presto di essere animato da sentimenti favorevoli alla plebe; quest'atteggiamento consigliò il Senato a recedere dalla sua intransigenza.
Proposero così i senatori di accettare le prime due rogazioni se i tribuni avessero ritirato la terza; ma questi si mantennero fermi. I patrizi ricorsero allora ad un ultimo tentativo e, per bocca di APPIO CLAUDIO COSSO, affermarono che i plebei non potevano esercitare la suprema magistratura perché non avevano la facoltà di esercitare i sacri uffizi perché quest'incarico era un privilegio del patriziato.
LICINIO e SESTIO però vinsero anche quest'ultima opposizione, presentando una rogazione con la quale si proponeva che la custodia dei libri sibillini fosse affidata a due plebei.
Nel 386 A.d R. -368 a.C.) fu nominato ancora dittatore Camillo, ma questo non valse a far desistere i tribuni come nel 384, e l'82 enne capitano rinunciò una seconda volta alla carica, pregando gli dei che facessero cessare le interne discordie che tanti danni procuravano alla patria e consigliando autorevolmente il Senato di accettare le rogazioni licinie-sestie.
Finalmente l'antiplebeo Camillo si convertiva, e appoggiava le richieste del popolo.

L'anno dopo (387 A. d. R. - 367 a.C.) fu per il fermo contegno dei tribuni, per il timore di una sollevazione plebea e per questa autorevole intercessione di Camillo che finalmente il Senato, dopo dieci anni da quando erano state presentate le licinie-sestie, cedette. Però anche i tribuni furono costretti a fare una concessione. Fu stabilito di togliere ai consoli l'autorità giudiziaria e di affidarla ad un nuovo magistrato detto "pretore", da scegliersi fra i patrizi. Approvata la legge licinia-sestia, si procedette senza indugio alle elezioni e dei candidati plebei riuscì eletto console LUCIO SESTIO LATERANO.
In memoria dell'avvenuta concordia tra i due ceti Camillo votò un tempio alla dea Concordia alle falde del colle Capitolino, e il Senato decretò che ai "ludi Romani maximi" che duravano tre giorni ed erano celebrati in onore di Giove, Giunone e Minerva, se ne aggiungesse un quarto e diventassero perciò "quattriduari" (16-19 settembre).
Siccome per tali feste gli edili plebei, che ad esse erano preposti, ricevevano cento assi, quando si aggiunse il quarto giorno che comportava perciò spese maggiori declinarono l'incarico e fu allora creata l' "edilità curule" di spettanza patrizia alla quale i ludi furono affidati.
I primi due edili curuli furono GNEO QUINZIO CAPITOLINO e PUBLIO CORNELIO SCIPIONE; accanto a Lucio Sestio fu eletto console il patrizio LUCIO EMILIO MAMERCO; pretore fu nominato SPURIO FURIO CAMILLO, figlio di Marco.

L'anno che seguì (388 A.d.R. - 366 a.C.) il grande avvenimento, segnò un gravissimo lutto per Roma. Una terribile pestilenza infierì nella città e si portò via pure MARCO FURIO CAMILLO, l'uomo più grande per valore e generosità dell'antica Roma.

DITTATURA DI L. MANLIO E GUERRA CON GLI ERNICI

Il terzo anno (391 A.d.R. - 363 a.C.) dalla approvazione della famosa legge CAJO LICINIO STOLONE riuscì a salire al consolato. Perdurando ancora la pestilenza si fece in onore degli dèi un "lettisternio", poi, per placar l'ira celeste, furono ordinati per la prima volta i "ludi scenici" che si svolsero con istrioni chiamati dall'Etruria.
La pestilenza, naturalmente, non cessò, anzi durante lo svolgimento dei giochi per una piena improvvisa del Tevere l'acqua, straripando, invase il circo.
Si ricorse -allora ad un'antica consuetudine, quella di conficcare un chiodo nel tempio di Giove, e siccome solo il più alto magistrato dello stato poteva compiere questa cerimonia, fu così creato dittatore LUCIO MANLIO IMPERIOSO.

Dimenticando però questi di essere stato innalzato a quel posto soltanto per la cerimonia del chiodo e volendo muovere guerra agli Ernici che si erano da qualche tempo dichiarati nemici di Roma, ordinò la leva e, poiché molti si erano rifiutati di obbedire, sfogò la sua innata violenza condannando i riottosi alla fustigazione e al carcere.
Prepotenza che provocò la reazione della plebe e i tribuni lo costrinsero a rinunziare alla dittatura, ed uno di essi anzi, MARCO POMPONIO, lo citò in giudizio, rivelando che l'ex dittatore teneva un figlio confinato in campagna, che dal padre era costretto a compiere i più duri servizi. Il figlio però, vinto dall'amore del padre, difendendolo, si precipitò in città e recatosi in casa di Pomponio, lo costrinse con un pugnale a ritirare l'accusa e, in premio del suo affetto di figlio, fu nominato tribuno di una delle sei legioni.

La guerra contro gli Ernici fu fatta poco tempo dopo, nel 392 A.d.R. (362 a.C.). Fu affidato il comando dell'esercito per la prima volta ad un console plebeo, LUCIO GENUCIO, cui la fortuna si mostrò avversa fin dall'inizio della campagna, facendolo cadere in un agguato. Le legioni, sorprese, si lasciarono vincere più dalla paura che dal nemico e il console, che era stato circondato, rimase ucciso.

Per vendicare lo scacco subìto fu creato dittatore quell'APPIO CLAUDIO che aveva ostinatamente avversato le rogazioni licinie-sestie e fu formato un nuovo esercito; ma, prima che questo si muovesse, il vecchio esercito, sotto il comando del legato CAJO SULPICIO, attaccato dal nemico nei propri alloggiamenti, respinse valorosamente gli Ernici.

Riunite tutte le forze sotto di sé, APPIO CLAUDIO marciò determinato contro i nemici, che disponevano di quarantotto coorti; il Romano li assali in una pianura che divideva i due accampamenti. Si combatté con pari accanimento da entrambe le parti per l'intero giornata, con tante perdite e invano la cavalleria romana tentò con ripetute cariche di rompere il fronte avversario. Vedendo a fine giornata incerte le sorti della battaglia, i cavalieri smontarono d'arcione e come semplici fanti -e affiancandosi a questi ormai stanchi- si scagliarono contro il nemico con ostinazione, e ben presto dopo averlo scompaginato, rimontati a cavallo fu messo in fuga.
Ma la vittoria non poté essere convenientemente sfruttata con un inseguimento, per il sopraggiungere della sera e gli Ernici trovarono prima riparo dentro il loro campo trincerato, poi inosservati durante la notte lo abbandonarono. Il mattino dopo i Romani si ritrovarono senza più nemici.

Tuttavia furono molte le perdite degli Ernici, ma non meno gravi furono quelle dei Romani, i quali, secondo gli storici, lasciarono sul terreno la quarta parte del proprio esercito.

Ma se i Romani era rimasti senza nemici nelle guerre locali, ben altri nemici saranno costretti ad affrontare il prossimo anno. Infatti, stanno ritornando nel Lazio nuovamente i GALLI.

Ed è la prossima puntata a raccontarci questo nuovo scontro, oltre al resto

è il periodo che va dall'anno 361 al 345 a.C. > > >

 

Fonti, Bibliografia, Testi, Citazioni: 
TITO LIVIO - STORIE (ab Urbe condita)
APPIANO - BELL. CIV. STORIA ROMANA
DIONE CASSIO - STORIA ROMANA 
PAOLO GIUDICI - STORIA D'ITALIA 
UTET - CRONOLOGIA UNIVERSALE
I. CAZZANIGA , ST. LETT. LATINA, 
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