GERMANI CONTRO ROMANI
" Atto Primo "


( MARIO RESPINGE L'INVASIONE DI UN NUOVO POPOLO )

Anno 113 a.C. - In questo anno a Roma erano consoli Cecilio Metello e Papirio Carbone. Quest'ultimo, era partito per il Norico (odierna Austria Centrale) dove da alcuni anni i Galli Carnei, invadevano e minacciavano i confini. Ma presso Noreia, l'esercito romano guidato da Papirio Carbone fu sconfitto da un nuovo nemico, una popolazione che pochi anni prima aveva abbandonata la zona baltica del Chersoneso (odierno Jutland) e assieme ad altre tribù già stanziate nella odierna Germania settentrionale, era scesa nella regione danubiana occidentale.
Fu quello di Papirio Carbone uno scontro-incontro epocale.



di Giovanni Aruta

Verso la fine del secondo secolo a.C. Roma era già una potenza di rilievo nel Mediterraneo. Dopo aver vinto la sua epica lotta contro Cartagine, distruggendola completamente, aveva esteso la sua influenza in Oriente, occupando la Grecia e parte dell'Asia Minore. La penisola iberica era sotto il saldo dominio di Roma così come la Gallia Meridionale e parte dell'Africa del nord.
Ma, proprio quando le classi dirigenti romane iniziavano ad accarezzare l'idea di espandere l'influenza romana oltralpe e precisamente nel vasto territorio delle Gallie settentrionali, iniziarono a giungere notizie allarmanti circa lo spostamento verso sud di masse di popoli provenienti dalle terre poco ospitali ed inesplorate del nord. Queste voci, in un primo momento riportate dai mercanti che provenivano dalle zone comprese fra il Reno e l'Elba, trovarono conferma nei rapporti preoccupati che iniziarono a giungere dagli avamposti posizionati all'estremo nord dei domini romani.

La situazione iniziò a divenire più chiara verso il 113 Avanti Cristo: infatti quell'anno una massa enorme di esseri umani, che portava al seguito tutto ciò che aveva stipato in carri, iniziò ad avvicinarsi lentamente al confine settentrionale della Repubblica. Gli informatori descrivevano questa spaventosa migrazione con toni assai poco rassicuranti. I loro rapporti parlavano della cifra incredibile (per quei tempi) di un milione di esseri umani, dei quali 300.000 atti alle armi. Coloro che avevano potuto vederli riferivano con apprensione che erano tutti alti oltre 1 metro ed ottanta centimetri, una statura che appariva gigantesca ai Romani che all'epoca raramente superavano il metro e sessanta.

Questi guerrieri erano talmente forti e terribili in battaglia che nessuno dei popoli che avevano incontrato sul loro cammino era riuscito a resistere loro in battaglia. I pochi scampati alle stragi da essi perpetrati riferivano con terrore che i guerrieri germanici erano dotati di una forza sovraumana (fattore fondamentale in un'epoca in cui il combattimento avveniva corpo a corpo e pertanto era basato in gran parte sullo scontro fisico) ed erano coraggiosi a tal punto da andare in battaglia senza indossare alcuna protezione incuranti di offrire il petto nudo al nemico.
Erano armati di lunghe spade e giavellotti e soltanto i nobili si ricoprivano il capo con elmi raffiguranti le fauci spalancate di belve per incutere terrore agli avversari. Si trattava di uomini che non avevano alcuna paura della morte, anzi ritenevano più onorevole perire in battaglia piuttosto che morire lentamente di vecchiaia. Questa massa umana vagava distruggendo e depredando tutto ciò che trovava sulla propria strada e non risparmiava neanche i prigionieri che venivano sacrificati in gran numero alle loro divinità ed il cui sangue veniva utilizzato dalle donne anziane per trarne presagi sugli accadimenti futuri.

Si trattava dei CIMBRI che nel proprio cammino, come ci riferisce lo storico Appiano, avevano travolto la tribù dei Taurisci, nelle vicinanze di Noreia (località situata nell'odierna Stiria). A quel punto vennero però in contatto con le legioni del console Papirio Carbone il quale aveva in animo di respingerli. Pertanto marciò contro di loro accusandoli di aver attaccato i Taurisci all'epoca tribù alleata dei Romani. I Cimbri inviarono al console un'ambasceria con il compito di spiegargli che non erano a conoscenza dell'alleanza di Roma con i Taurisci offrendosi di non molestarli più in futuro. Il console, riferisce Appiano, accolse con favore gli ambasciatori ed anzi si offrì di fornire loro delle guide che li conducessero verso nuovi fertili territori dove avrebbero potuto stabilirsi ponendo così fine alle loro peregrinazione (lo storico romano riferisce che i Cimbri si erano infatti mossi dalle loro terre perchè erano state invase dal mare). Egli però in gran segreto aveva istruito le guide affinchè attirassero i Cimbri in una trappola dove egli li avrebbe attaccati di sorpresa con le sue legioni (avendo seguito una via più breve) annientandoli.

Ma l'esito della battaglia fu sfavorevole ai Romani. Benchè colti mentre erano intenti a riposare, i barbari seppero riprendersi rapidamente dalla sorpresa. Ben presto i legionari vennero ridotti a mal partito e fu soltanto grazie all'intervento di un furioso temporale, con tanto di tuoni e fulmini, che parte dell'esercito romano potè sottrarsi all'annientamento. Le truppe del console comunque, riferisce Appiano, fuggirono disordinatamente e soltanto dopo alcuni giorni i superstiti di quella sfortunata battaglia poterono essere riuniti. Il piano elaborato da Papirio Carbone era dunque fallito miseramente. Per fortuna di Roma i Cimbri non valicarono subito le Alpi perchè così facendo avrebbero fatto irruzione nella pianura padana dove non vi erano eserciti romani pronti a contrastarli. Essi invece, anzichè proseguire nel loro cammino verso sud, si diressero verso occidente, nel territorio degli Elvezi (l'odierna Svizzera) in direzione del fiume Meno.

La ragione di questo improvviso cambio di direzione è ignota agli storici ma la maggior parte di essi ritiene che fu proprio durante questa ennesima migrazione che si unirono ad un'altra popolazione proveniente, come loro, dalle remote terre del nord (precisamente da quello che è oggi lo Schleswig - Holstein): i Teutoni. Questi ultimi avevano per lungo tempo occupato un territorio vicino a quello dei Cimbri, poi, probabilmente per le stesse ragioni, se ne erano allontanati ed avevano iniziato anch'essi una lunga peregrinazione. Le forze dei Cimbri e dei Teutoni, unite, costituivano una potenza formidabile e la vista di una così grande massa in cammino da sola era più che sufficiente a spaventare qualsiasi popolo o tribù che volesse opporsi al loro passaggio. Dove passava questa spaventosa moltitudine di uomini, donne, carri ed animali non cresceva più l'erba, non si vedevano più animali al pascolo, venivano sistematicamente svuotati i granai e saccheggiate le stalle. Gli Elvezi non opposero alcuna resistenza ed anche i Sequani dovettero piegarsi al volere dei nuovi arrivati concedendo loro terre ed il diritto di passaggio sul loro territorio. Ma, ad un certo punto, la massa umana, su zattere ed imbarcazioni di ogni tipo, attraversò il fiume Reno e, attraverso la Borgogna, raggiunse Besancon venendo così a diretto contatto con gli Allobrogi, popolazione alleata di Roma.

Accadde così che, come era avvenuto per i Taurisci, anche stavolta Roma fu costretta ad intervenire in difesa di una popolazione di lei alleata che veniva minacciata da questa marea barbara. Del resto se i Cimbri ed i Teutoni avessero conquistato il territorio degli Allobrogi si sarebbero minacciosamente avvicinati alle Alpi: si sarebbe così ripresentato il pericolo di una loro irruzione nella penisola italica.
Si mosse così ad affrontarli un esercito a capo del quale era il console Marco Giunio Silano. Quando i due schieramenti vennero a contatto i barbari inviarono una delegazione al console che recava con sè una proposta: se i Romani avessero loro concesso di insediarsi in territori fertili e sufficienti a sfamare quella moltitudine non solo i Cimbri ed i Teutoni non avrebbero più costituito alcun pericolo per Roma ma avrebbero anche aiutato quest'ultima con la forza delle loro armi se ve ne fosse stato bisogno. Il console rispose che non poteva impegnarsi e propose di inviare una delegazione a Roma a trattare con il Senato. Quest'ultimo ebbe a ricevere una folta ambasceria di Germani ma i colloqui non ebbero esito positivo. I senatori romani invitarono i Cimbri ed i Teutoni a cercare terre in Spagna; ciò in quanto nella penisola italica e nei territori della gallia meridionale sotto il dominio di Roma non c'era spazio per i nuovi venuti.

Pertanto gli inviati tornarono presso i loro popoli e chiesero al console Silano come dovevano regolarsi dopo il fallimento delle trattative. Il console pensò si assalirli di sorpresa ma l'esito di questa mossa si risolse in una nuova sconfitta dei Romani. Anzi questa volta la batosta fu più grave perchè lo scontro che ne seguì si concluse con il completo annientamento delle truppe di Silano, ben quattro legioni. Successivamente, per altri quattro anni, quella moltitudine errante devastò la Francia meridionale fino a quando, dopo svariate peregrinazioni, prese a marciare verso sud con un obiettivo ben preciso: la penisola italica. Intanto i Romani avevano iniziato a tenere nella dovuta considerazione quel formidabile nemico. Occorreva assolutamente impedirgli di attraversare il fiume Rodano, considerato come una sorta di linea del Piave, e pertanto tre forti eserciti erano stati dislocati in loco per respingere ogni attacco di quei terribili barbari. Al comando di queste tre formazioni erano: il proconsole Servilio Cepione, la cui forza era attestata sulla riva occidentale, il console Mallio Massimo che aveva la responsabilità dell'esercito dislocato sulla riva orientale. Più a nord est erano invece accampate le legioni del console Aurelio Scauro, nei pressi di Vienna. La marea barbara, a quel punto, fece una conversione ad est e travolse rapidamente le forze di Scauro al quale i suoi colleghi non poterono o non vollero prestare alcun aiuto.

A quel punto era chiaro che per battere quella massa così ingente di nemici era necessario che i due eserciti romani ancora in campo avrebbero dovuto unire le forze a loro disposizione. Ma tra i due comandanti romani vi era una rivalità insanabile: in particolare il proconsole Servilio Cepione non intendeva obbedire agli ordini del console Massimo (come pure sarebbe stato tenuto a fare essendo quest'ultimo un suo superiore) e neanche le insistenze degli ufficiali furono in grado di fargli mutare idea. Un incontro tra i due comandanti si concluse senza alcun esito in quanto vi fu una discussione aspra durante la quale i contendenti si insultarono a vicenda. Venne allora inviata dal Senato un'ambasceria allo scopo di creare a tutti i costi un comando unitario. Il Senato sembrò riuscire a raggiungere il suo intento ma questo successo fu più apparente che reale. Infatti, nonostante l'intervento senatorio, i due comandanti romani continuarono a farsi la guerra fra loro. Così, al momento dello scontro, nel campo romano il comando era tutt'altro che unico e ciò ebbe conseguenze fatali.

La battaglia si scatenò ad Arausio il 6 ottobre del 105 Avanti Cristo. Cepione, temendo che l'altro comandante romano volesse usurpargli la gloria di battere i barbari, mosse per primo all'attacco appena spuntò l'alba e subito i suoi legionari si trovarono a mal partito costretti ad indietreggiare dalla furia del nemico. Massimo si decise a correre in suo aiuto nella tarda mattinata quando ormai era troppo tardi. Fu così che Roma fu nuovamente sconfitta e, questa volta, la batosta fu più grave delle precedenti: due grandi eserciti vennero annientati e nelle mani dei barbari rimase un enorme bottino. Racconta Orosio nelle sue "Historiae" che i vincitori non ebbero alcuna pietà dei vinti ed addirittura distrussero, cosa mai accaduta, tutto ciò che cadde nelle loro mani; i prigionieri vennero sacrificati al dio Wotan. Quando la notizia della nuova tremenda sconfitta giunse a Roma si scatenò il panico: dai tempi di Annibale la città eterna non subiva simili disfatte. La situazione era aggravata dal fatto che, nell'immediato, non vi erano altri eserciti disponibili con i quali guarnire i passi alpini. Roma era ormai senza difesa di fronte a quei barbari che potevano irrompere di lì a breve prima che si potesse organizzare una valida resistenza.

L'ira dei senatori e del popolo romano si abbattè su Cepione che venne sottoposto ad un pubblico processo e privato delle sue cariche. Iln suo patrimonio fu confiscato e alla fine venne gettato in carcere. Anche Massimo fu allontanato dal comando in quanto si era comunque rivelato incapace di fronteggiare il nemico. Ma la fortuna era dalla parte di Roma: quei barbari che sembravano invincibili, incredibilmente, non varcarono subito le Alpi per conquistare l'ormai indifesa penisola italica. Il Senato ebbe così il tempo di scegliere colui che avrebbe risollevato le sorti di Roma: CAIO MARIO.

CAIO MARIO era una persona di umili origini in quanto non proveniva dalle file dell'aristocrazia senatoria. Egli si era distinto nelle campagne militari in Africa dove aveva condotto una lunga guerra vittoriosa contro i Numidi guidati da un formidabile capo, Giugurta. Quest'ultimo dopo una dura e sanguinosa lotta era stato sconfitto e portato a Roma in catene quale prova visibile del trionfo di Roma. Mario aveva dunque dimostrato grande capacità nell'arte militare, cosa sempre molto apprezzata nel mondo romano, ma non era questa la sua unica virtù: aveva infatti la fama di uomo incorruttibile e di persona che odiava gli intrighi, qualità molto rare nella classe dirigente romana dell'epoca. Il suo carattere era alquanto riservato, viveva in modo parco e si rifiutava di pagare somme favolose per allestire banchetti. Mario aveva sposato una donna di nobili origini, sorella del padre di Cesare, del quale era dunque uno zio acquisito. Cesare in seguito disse che lo zio era stato per lui un esempio di vita e suo maestro. Avendo dimostrato grande valore come capo militare Mario venne nominato per due volte console, malgrado la legge lo proibisse, e per prima cosa si adoperò con tutte le sue energie per allestire un grande esercito che potesse competere con quei barbari che sembravano invincibili. A questo scopo arruolò gente di tutte le classi sociali: iniziò poi ad amalgamare questo esercito eterogeneo intorno al nucleo dei suoi veterani reduci della guerra d'Africa.

Nell'occasione Mario si rivelò un grande innovatore perchè eliminò le vecchie distinzioni basate sul censo e sulla classe sociale di provenienza che all'epoca ancora contraddistinguevano l'organizzazione militare romana. Sappiamo poi che gli eserciti romani sono passati alla storia per la disciplina ed il perfetto addestramento (la parola "exercitum" deriva da "esercizio"), e ciò era quanto mai vero per l'esercito che venne allestito da Mario. Egli sottopose le sue legioni ad un addestramento faticosissimo perchè sapeva che soltanto in questo modo avrebbe potuto compensare la minore forza fisica dei suoi uomini rispetto a quei giganteschi barbari. Fece costruire un canale che congiungeva il Rodano con il mare evitando così che le navi restassero bloccate nel delta sabbioso del fiume. Le esercitazioni e la costruzione di quest'opera assorbirono l'attività delle legioni per tutto il 104 e per parte del 103 Avanti Cristo fino a quando non giunse la notizia che i barbari si erano mossi verso sud partendo dalla Francia settentrionale. Mario, con il suo esercito, era pronto ad affrontarli con il suo esercito avendo posto l'accampamento tra i fiumi Rodano ed Isere dai quali poteva agevolmente controllare i valichi del Monginevro e del Piccolo San Bernardo.

In quel momento i Cimbri ed i Teutoni, dopo aver vagato a lungo e raccolto un grosso bottino, avevano deciso di dare l'assalto alla penisola italica. Non sappiamo per quale motivo ebbero a dividersi (forse perchè era impossibile rifornire di vettovaglie un'unica colonna formata da tutte e due le tribù o magari perchè pensavano che sarebbe stato più utile strategicamente attaccare Roma da due lati): i Cimbri infatti attraversarono il fiume Reno e proseguirono il loro cammino in direzione delle Alpi Orientali mentre i Teutoni si diressero verso il Rodano con l'obiettivo di valicare le Alpi Occidentali, proprio dove Mario era ad attenderli con il suo esercito. I barbari, giunti in vista dell'esercito nemico, cercarono di attirare Mario in una battaglia campale senza esito.
Allora, dopo aver piantato il loro accampamento di carri legati uno all'altro mossero all'attacco del campo fortificato romano (che Mario aveva intelligentemente posto in posizione sopraelevata) ma furono respinti in una serie di scontri sanguinosi. A quel punto i barbari, vista l'inutilità dei loro sforzi, ripresero la marcia passando con i loro carri davanti alle fortificazioni dei romani. Narra Plutarco che il lungo convoglio sfilò per sei giorni consecutivi senza che Mario desse l'ordine di attaccare, con grande disappunto dei suoi soldati, che pensavano che fosse quello il momento propizio perchè il lungo convoglio nemico era lento e difficile da manovrare. Ai suoi ufficiali che lo esortavano a dare battaglia egli replicava duramente che il momento era cruciale per la storia di Roma e pertanto non poteva permettersi di correre il minimo rischio.

Dopo che il nemico si era allontanato Mario tolse il suo campo e, essendo più veloce, lo superò: ad Aquae Sextiae (l'odierna Aix en Provence), pose il suo nuovo accampamento in posizione dominante in cima al colle Montaiuguet, pretendendo che fosse costruito in perfetta regola così da resistere a qualsiasi attacco. A quel punto Mario si scontrò con l'avanguardia dei barbari, composta dalla tribù degli Ambroni, che in quel momento stava concedendosi un momento di riposo nei pressi del fiume Arc. In breve si accese un duro scontro nel quale alle truppe di Mario si unirono contingenti di liguri che si batterono con particolare valore in quanto la loro terra era immediatamente minacciata da quei barbari. I Romani ebbero la meglio ma, quando si ritirarono nel loro accampamento, si resero conto di avere sconfitto soltanto una piccola parte dei loro nemici. I Teutoni, giunti sul luogo dello scontro, non assalirono immediatamente l'accampamento romano ma seppellirono con solenni cerimonie funebri i corpi degli ambroni uccisi.

Dopo qualche giorno, anche perchè provocati da alcune sortite della cavalleria romana, con indomabile energia si dettero all'assalto dell'accampamento romano. Ma essendo quest'ultimo situato in collina dovevano combattere in salita e quindi in una situazione di evidente svantaggio tattico con conseguente grande dispendio di energie. I Teutoni vennero accolti da una selva di frecce e di giavellotti e furono così respinti disordinatamente verso la pianura. Intanto Mario aveva dato ordine a tremila legionari scelti al comando del legato Marcello di prendere posizione alle spalle del nemico e l'apparizione inaspettata di questo contingente di uomini freschi aumentò la confusione e lo scoramento dei Teutoni. I Germani erano irresistibili nei loro assalti ma non avevano alcuna capacità di organizzare una difesa efficace quando si trovavano in difficoltà. Ebbe così inizio una vera e propria battaglia di annientamento che durò due giorni.

Al termine soltanto il re Teutobodo e pochi seguaci riuscirono a sfuggire al massacro rifugiandosi presso la tribù dei Sequani. Questi ultimi però non avevano alcuna intenzione di venire in urto con Roma. Inoltre probabilmente non provavano alcuna simpatia per i Teutoni che in passato avevano saccheggiato i loro territori. Così decisero di consegnare il capo barbaro ai romani al quale venne riservato il triste destino di rallegrare il popolo romano negli spettacoli circensi. Caio Mario festeggiò la vittoria facendo sacrifici agli dei mentre i suoi soldati si dividevano il bottino.
La festa non durò molto perchè dall'Italia giunsero notizie allarmanti: i Cimbri avevano attraversato le Alpi Orientali ed avevano fatto irruzione nella penisola italica. Un nuovo terribile pericolo minacciava Roma! A guardia del Brennero era stato posto un esercito comandato dal console Catulo, che, alla vista della moltitudine ostile, decise di ritirarsi perchè non si sentiva abbastanza forte da sfidare quel nuovo formidabile nemico.

I Cimbri riuscirono così a penetrare nel nord Italia e Roma era di nuovo in pericolo. Mario intanto, con le sue legioni, dopo lo scontro vittorioso di Aquae Sextiae, venne frettolosamente richiamato in Italia per fronteggiare questa nuova minaccia. I Cimbri, raggiunti dall'esercito di Mario, inviarono al campo romano un'ambasceria con la quale chiedevano a Roma di prendere atto del fatto compiuto e di assegnare loro delle terre nel nord della penisola. Essi, per rendere più convincente la loro richiesta, dissero che se Roma avesse rifiutato la loro proposta avrebbero unito le loro forze a quelle dei Teutoni diventando così invincibili. Mario rispose che "non dovevano preoccuparsi dei loro "fratelli" Teutoni ... infatti a questi ultimi Roma aveva assegnato tutta la terra di cui avevano bisogno ..... tale assegnazione era valida per l'eternità". I Cimbri, di fronte a queste frasi di scherno, si irrigidirono ed affermarono che il console romano avrebbe avuto a pentirsi della sua arroganza allorchè i Teutoni sarebbero apparsi sul campo di battaglia. Per tutta risposta Mario disse che i loro fratelli erano già lì e fece condurre i capi dei Teutoni (fra i quali era Teutobodo) in catene. A quel punto Boiorix, re dei Cimbri, si adirò ed il giorno successivo invitò i romani a scegliere il momento ed il luogo della battaglia. Mario rispose che i Romani non seguivano i consigli del nemico su quando e dove attaccare battaglia.

Ma poi ci ripensò e così propose che lo scontro avvenisse nella piana dei Campi Raudi vicino Vercellae (l'odierna Vercelli). L'abile condottiero romano aveva scelto con cura il campo di battaglia: in quel caldo mattino del 30 giugno del 101 Avanti Cristo i barbari furono costretti a combattere con il sole che accecava negli occhi. Inoltre i loro movimenti erano gravemente ostacolati dal vento che soffiava contro di loro sollevando enormi nuvole di polvere. Naturalmente Mario ben conosceva questa situazione e possiamo senz'altro affermare che la sua abilità nello scegliere il campo di battaglia fu pari a quella di Annibale nella battaglia di Canne.

Non sappiamo molto dello svolgimento della battaglia ma è certo che la cavalleria romana, più numerosa e meglio organizzata, ebbe rapidamente la meglio su quella barbara la cui confusa ritirata compromise la situazione delle formazioni di fanteria dei Cimbri che ancora resistevano efficacemente. Ad un certo punto Mario riuscì, con una manovra avvolgente, ad accerchiare il nemico. A quel punto ebbe inizio una vera e propria battaglia di annientamento che portò i Romani a diretto contatto con l'accampamento di carri dove erano rimaste le donne che, come consuetudine nelle schiere barbariche, erano abituare ad esortare i loro uomini durante le battaglie. Le sventurate, vistesi perdute, chiesero di poter essere risparmiate e di entrare a far parte delle vestali. Mario rifiutò, la dura legge della guerra e del bottino non permetteva eccezioni a quei tempi, e così a molte donne non rimase altra scelta che darsi la morte insieme ai loro congiunti per evitare di finire in schiavitù. Narra, Orosio, che venne anche trovata una donna che si era impiccata unitamente ai suoi due figlioletti. Boirix e tutti gli altri principi dei Cimbri morirono nella battaglia.

Con le vittorie contro i Cimbri ed i Teutoni Mario aveva salvato Roma. Nella città vennero celebrate grandi feste per lo scampato pericolo e furono fatti imponenti sacrifici agli dei. A Mario venne tributato un magnifino trionfo: il condottiero sfilò su un grande carro vestito di una tunica rossa tenendo nella mano destra un ramoscello d'alloro ed in qulla sinistra lo scettro d'avorio. Uno schiavo dietro di lui reggeva la corono d'oro di Giove sul suo capo e gli gridava "ricordati che sei solo un uomo".
Il corteo trionfale era preceduto dai capi barbari catturati fra i quali vi era Tuetobodo, re dei Teutoni. Si era così concluso il primo atto dello scontro fra due grandi civiltà, quella romana, destinata in breve tempo a dominare gran parte del mondo conosciuto, e quella germanica che sebben più giovane ed acerba, era però indomita e coraggiosa. Grazie a queste doti in futuro si sarebbe resa protagonista di scontri epici con Roma Imperiale. Ma, prima di allora, un re barbaro, Ariovisto, incrociò nuovamente la spada con le legioni romane. Lo scontro questa volta avvenne in Alsazia e, questa volta, le armi di Roma erano guidate da colui che molti storici considerano essere stato "il più grande fra i mortali": Caio Giulio Cesare.


Abbiamo fin qui riepilogato alcuni anni, ma proseguiamo nei
vari periodi

Giovanni Aruta
Fonti e bibliografia:
S. Fischer - Fabian - I Germani

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