ANNI 138 - 180 d.C.

PERIODO  ANTONINO PIO -  M. AURELIO

a fondo pagina "MARCO AURELIO  IL FILOSOFO"  
 
ANTONINO PIO - MARCO AURELIO e LUCIO VERO - POLITICA DI M. AURELIO
M. AURELIO E IL CRISTIANESIMO
LE  GUERRE DI M. AURELIO CONTRO I BARBARI e in ORIENTE
LA RIVOLTA DI CASSIO - MORTE DI MARCO AURELIO
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ANTONINO PIO


L'imperatore, designato da Adriano a succedergli, apparteneva a una famiglia discendente da Nemauso (Nimes), nella Gallia meridionale. Egli era nato a Lorium cinquantadue anni prima, nel 120 era stato console, poi juridicus della Campania, una delle quattro giudicature istituite in Italia da Adriano, proconsole in Asia e infine membro del consilium principis.
«Nobile, mite, indulgente, savio, lontano dagl'impeti della gioventù e dal torpore della, vecchiaia » lo aveva giustamente definito Adriano presentandolo ai senatori; né Antonino smentì mai il giudizio del padre adottivo. Egli aveva ingegno e cuore, amava l'ordine e l'economia, non era agitato da passioni, alla vita errabonda del suo predecessore preferiva la vita sedentaria, alla guerra la pace, alle grandi riforme una tranquilla amministrazione della giustizia e delle finanze. Non aveva però grandi vedute, gli mancava la conoscenza delle condizioni in cui si trovava lo Stato e della politica estera non aveva una adeguata preparazione. Egli aveva tutti i requisiti per governare ottimamente una vecchia e tranquilla provincia, era privo,di moltissime delle qualità che sono necessario al capo di un impero così vasto che per buona fortuna Adriano gli lasciava saldo e pacificato.

Morto Elio Adriano, Antonino ne portò a Roma le ceneri e chiese che al suo predecessore venisse tributata l'apoteosi; ma il Senato si oppose e minacciò di condannare di Adriano la memoria e di conseguenza tutti gli atti del defunto imperatore. L'opposizione senatoriale non era certamente dovuta soltanto agli atti di crudeltà commessi da Adriano nei suoi ultimi anni, ma anche alla politica di questo imperatore, il quale nell'intento di conciliare il romanesimo e l'ellenismo e dare impulso alle opere di pace, si era messo in contrasto con l'aristocrazia animata tutta da un rinnovato spirito di romanità.
Antonino però tenne duro e, forte dell'aiuto dell'esercito, riuscì a vincere l'opposizione del Senato. Questo forse si lasciò disarmare dai buoni propositi del nuovo imperatore, che, per la sua bontà e il suo spirito di giustizia, si ebbe poi il titolo di Pio.

Fin dai suoi primi atti Antonino riuscì a conciliarsi le simpatie del Senato: non prese provvedimenti contro coloro che si erano opposti all'apoteosi di Adriano, propose un'amnistia in favore di coloro che erano stati condannati dal suo predecessore, protestò di voler trattare col massimo rispetto i senatori e di governare con grande indulgenza. I suoi propositi furono mantenuti: quando un certo Attilio Tiziano per aver cospirato contro di lui, fu dalla Curia mandato solo in esilio, Antonino non volle che se ne cercassero i complici e quando un certo Prisciano, accusato anch'egli di congiura, si tolse la vita per non essere condannato, Antonino molto generosamente ne soccorse il figlio.

Antonino Pio non portò alcuna innovazione nella politica, cercò di temperare quella del suo predecessore in quello che contrastava con lo spirito e gli interessi del Senato. E poiché uno degli atti meno felici di Adriano era l'aver considerato l'Italia alla stregua delle province, secondo i più Antonino rimise la penisola nella precedente situazione di privilegio ed abolì le quattro giudicature e restituì all'Italia l'oro che era stato offerto per la sua adozione.

In tutti i rami dell'amministrazione statale Antonino diede prova di grande rettitudine e di buonsenso. Seguendo le orme di Adriano, curò molto la giustizia, assistito come il suo predecessore dai più illustri giureconsulti. Elevò la condizione della donna decretando che il marito potesse punire l'infedeltà solo nel caso in cui lui si fosse mantenuto fedele alla moglie, migliorò la condizione degli schiavi deliberando che i padroni che uccidessero i loro schiavi incorressero nelle pene imposte agli omicidi, abolì la confisca dei beni paterni per i figli dei funzionari condannati per concussione a patto però che essi restituissero alle province quello che il padre aveva tolto e usò molta severità verso coloro che nella riscossione dei tributi si rendevano colpevoli di eccessivo rigore.

Sotto di lui il bilancio dello stato fu floridissimo, tanto è vero che alla morte dell'imperatore si trovarono nelle casse oltre due miliardi e mezzo di sesterzi. Né Antonino era stato avaro: aveva, come abbiamo detto, restituito all'Italia tutto l'oro coronario, metà ne aveva restituito alle province, aveva poi fatto rilevanti distribuzioni di denaro al popolo e ai soldati, aveva speso considerevoli somme in feste e spettacoli; e nella solenne celebrazione del nono centenario di Roma, aveva ridotto le imposte e nel 148, procedendo alla revisione di esse, aveva condonato ai contribuenti gli arretrati di quindici anni; si era mostrato generosissimo con Rodi e con l'Asia Minore, devastate da un terremoto, con le città di Narbona, Antiochia e Cartagine danneggiate da incendi, e infine con la stessa Roma la quale aveva perso in un incendio circa trecentoquaranta caseggiati, era stata inondata dal Tevere ed era stata afflitta da una grave carestia e dalla rovina del circo durante i giuochi apollinari in cui era perito più di un migliaio di persone.

A tutto ciò si aggiungano le spese sostenute da Antonino in opere pubbliche, le quali, se non possono paragonarsi a quelle fatte da Adriano, queste non furono poche. Costruì acquedotti, migliorò i porti di Puteoli, di Terracina e di Gaeta, aprì vie in Africa, nella Gallia, in Italia e nella Pannonia, innalzò un tempio al suo predecessore e ne portò a compimento il suo grandioso mausoleo, dove vennero deposte le ceneri di Adriano, di Cejonio e poi dei figli e della moglie di Antonino, Faustina. Questa morì nel 141 e, sebbene non fosse stata di severi costumi, l'imperatore le fece dal Senato decretare l'apoteosi e innalzare un tempio sulla via Sacra;  in memoria di lei fondò pure una pia istituzione a favore di fanciulle che presero il nome di Faustiniane.

L'impero di Antonino durò ventitré anni e per l'indole del principe sarebbe trascorso nella massima tranquillità se qua e là non fossero scoppiate delle rivolte e se l'insistenza dei nemici esterni e lo spirito guerriero della nuova aristocrazia non avessero costretto l'imperatore a prender le armi.
Appunto per dar soddisfazione a questo spirito la Scizia e la Parzia furono ufficialmente considerate province romane e a Velogeso III venne rifiutato il trono d'oro conquistato da Trajano a Ctesifonte. Le rivolte si ebbero in Acaja, in Egitto e tra gli ebrei, e alcune guerre — di lieve entità — contro i Germani, gli Alani, i Baci, i Mauntam e i Britanni. Di quest'ultimo popolo diedero da fare i Briganti e più i Caledoni che minacciavano la linea di difesa stabilita da Adriano. 
Il legato Quinto Lollio Urbino dovette combatterli, e riuscì a ricacciarli e portò il confine più a nord costruendo un vallo provvisorio tra Firth of Forth e Firt of Clyde, dov'era prima di lui era giunto Agricola.
Antonino Pio morì a Lorium, dov'era nato, il 7 marzo del 161, in età di settantaquattro anni, dopo tre giorni di febbre. Il giorno stesso della sua fine, chiamò nella sua camera gli amici e i prefetti delle coorti pretorie, cui raccomandò Marco Aurelio: fece portare nella stanza di questo la statua d'oro della Fortuna e diede al tribuno, come parola d'ordine, il motto aequanimitas, poi si volse nel letto dall'altra parte come per dormire e si spense serenamente.

Fu ricordato per anni e anni come il "benefattore dell'umanità"; "il piu' santo di tutti i tempi", "il piu' grande e visibile degli dei".
 
Una cosa è certa: se proprio non visse come un Divino (essendo un uomo semplice), non visse certamente come un Satana. 

Per trecento anni, quando si procedeva all'investitura di un nuovo imperatore si facevano gli auguri al nuovo eletto con la formula "che tu possa essere come Antonino il Pio".


MARCO AURELIO E LUCIO VERO

Quarantenne, fin da quando era vivo Adriano, principe designato a succedere ad Antonino era stato MARCO ANNIO VERO (poi Marc'Aurelio). Questi era nato il 26 aprile del 121; perduto in tenera età il padre, era stato educato dal nonno paterno; assunto all'impero Antonino, Marco era vissuto con lui, nel 146 ne aveva sposata la figlia Annia Galvia Faustina, e nel 147 aveva ricevuto la potestà tribunizia e l'impero pro consolare.
Marco Annio si era dedicato da giovinetto alla caccia e alle armi, ma ben presto aveva rivolto le sue cure agli studi di eloquenza e di filosofia. La filosofia specialmente fu la sua principale passione, lo stoicismo sua norma di vita e dottrina, Epitteto fu l' autore prediletto.

Per la prima volta la filosofia, che Nerone e Vespasiano avevano proscritta da Roma, saliva al trono del più grande impero del mondo e Marco Annio, facendo di essa l'ispiratrice e la regola del suo governo, si accingeva a mettere in pratica la sentenza di Platone, il quale aveva detto che i mali degli stati e degli uomini avrebbero avuto fine solo quando la filosofia avesse governato.
Alla morte di Antonino, Marco Annio fu proclamato imperatore e, prendendo il nome del padre adottivo, si chiamò Marco Aurelio Antonino. Suo fratello (di adozione però), era — come si è detto — Lucio Vero: Marco volle legarlo maggiormente a sé con un nuovo vincolo di parentela e gli fidanzò la maggiore delle sue figlie, Antonia Lucilia, che non era ancora in età da marito; inoltre lo associò all'impero con il nome di Lucio Aurelio Vero e condivise con lui i titoli di Cesare e di Augusto.

Così Roma — fatto non assolutamente nuovo nella sua storia — veniva ad avere due imperatori: Marco Aurelio però, sia perché suocero, sia perché primo designato e perché pontefice massimo, aveva maggiore autorità. E ciò fu un bene per lo stato. Se Vero era un ottimo soldato era un anche uomo dissoluto, amico delle orge a tal punto da spendere sei milioni di sesterzi per un banchetto dato a solo dodici persone.
Marco Aurelio seguì le orme del suo predecessore nella politica verso il Senato. Non solo rinunciò a giudicare i senatori e a pronunziare contro di essi condanne, ma per maggior deferenza alla Curia stabilì che i processi capitali contro un membro del Senato si tenessero a porte chiuse; nell'ordine senatorio scelse i curatores rerum publicarum, non prelevò mai somme dall'erario senza prima aver chiesto il consenso della Curia, con il Senato condivise la discrezione della politica estera, all'approvazione di esso sottopose i trattati di pace e al giudizio dei Senatori deferì le istanze di appello.

Da buon filosofo però Marco Aurelio si assicurò la docilità del Senato introducendo a far parte di esso non pochi dei suoi amici devoti e ne rese sterile l'autorità, da lui stesso conferitagli, con le considerevoli elargizioni ai soldati e al popolo, facendosi protettore di retori, di filosofi e giuristi, stipendiando i membri  del consilium principia e i suoi consulenti giuridici, dei quali i primi ebbero un assegno di centomila sesterzi a testa, i secondi di sessantamila e, infine, cattivandosi le simpatie dei sudditi con il dare notevole impulso alle istituzioni alimentari che vennero regolate e dirette da un prefectus alimentorum.

Una delle maggiori cure di Marco Aurelio fu l'amministrazione della giustizia. Tornò a dividere l'Italia in giudicati, mise a capo del pretorio uomini di legge e, sviluppando un provvedimento di Adriano, diede attribuzioni giudiziarie ai prefetti delle coorti. Animato da un altissimo senso di umanità, dichiarò irresponsabili i dementi e perciò non passibili di pena in caso di delitto; stabilì che l'infamia delle colpe paterne non ricadesse sul capo dei figli, innocenti; fece fare un gran passo verso la libertà agli schiavi; decretò arbitraria e punibile l'appropriazione dei beni del debitore da parte del creditore, sentenziando: «se sarà provato che qualcuno, senza sentenza del magistrato, si sia impadronito arbitrariamente di averi non volontariamente ceduti dal debitore, arrogandosi da sé un tale diritto, perderà il suo eredito».

Allo scopo di porre un termine alle contestazioni prodotte dal disordine in cui si trovava lo stato civile degli abitanti, Marco Aurelio creò pubblici archivi. Entro un mese ogni cittadino aveva l'obbligo di denunciare all'ufficio anagrafe la nascita e il nome dei figli e ne riceveva certificati che servivano di prova in caso di liti. Alla direzione degli archivi di Roma chiamò i prefetti dell'erario, a presiedere quelli delle province mandò speciali funzionari che vennero chiamati tabularii publici. Per evitare il cumulo delle contestazioni ordinò che dopo cinque anni si prescrivessero quelle che riguardavano lo stato civile degli estinti. 
L'imperatore provvide anche alla tutela dei minorenni, affidandola a un magistrato che prese il nome di pretore delle tutele.

Preoccupato dalle tristi condizioni della pubblica moralità, Marco Aurelio diede sagge disposizioni e rimise in vigore vecchi provvedimenti: fra questi ultimi quelli della legge Papia-Poppea sul matrimonio dei senatori con le cortigiane. Dichiarò inoltre nulle le nozze tra un liberto e una donna di famiglia senatoria.
Il sentimento di umanità da cui era animato e che in parte era frutto delle dottrine stoiche, suggerì a Marco Aurelio provvedimenti rivolti a mitigare le barbare costumanze degli spettacoli. Egli infatti proibì che i gladiatori combattessero con armi affilate ed ordinò che sotto ai funamboli fossero distesi materassi. Questi provvedimenti però non valsero a conciliargli le simpatie della plebe e i maligni — che durante il suo impero non mancarono e non furono pochi — sparsero la voce che Marco Aurelio avesse in animo di sopprimere gli spettacoli e volesse fare dei Romani un popolo di filosofi.

Nessuna o pochissima cura pose Marco Aurelio nell'amministrazione delle finanze dello stato. È vero che durante il suo principato ebbe a sopportare guerre dispendiose e che grandi sciagure, come terremoti, incendi e pestilenze, richiesero somme considerevoli e che infine non erano lievi le cifre degli stipendi dei pubblici magistrati e quelle spese per dotare Atene di sontuosi edifici e di una grande università con cattedre di filosofia lautamente retribuite, ma è anche vero che Antonino aveva lasciato nelle casse due miliardi e mezzo di sesterzi e che Marco Aurelio con quelli fu prodigo di elargizioni ai soldati, al popolo e a condonare tributi arretrati. 
Fu insomma largo in generosità ma mancò di energia nell'amministrazione finanziaria.
 
Quando i lasciti iniziarono a rimpicciolire,  per sopperire ai bisogni dello stato egli mise all'asta parte del mobilio imperiale e poiché il ricavato non era sufficiente ricorse all'espediente; dannoso di alterare il valore delle monete d'oro e d'argento. Un primo esempio l'aveva dato Trajano; Antonino aveva accresciuto fino ad un terzo la lega del denarius, Marco Aurelio portò la lega al 25 per cento e ridusse a grammi 7.3 il peso della moneta d'oro.

Platone che per la felicità degli uomini e degli stati aveva desiderato l'avvento di un governo nutrito di filosofia non aveva forse pensato che a governare uno stato, oltre che la sapienza filosofica, è necessaria quella che oggi noi chiamiamo scienza della finanza.

LA GUERRA D'ORIENTE E LA PERSECUZIONE DEI CRISTIANI

 La "pacifica" ma fiacca politica di Antonino Pio aveva lasciato l'impero ai confini in gravissime condizioni: popolazioni barbariche premevano le frontiere del Danubio superiore, nella regione renana i Catti e i Chauci facevano audaci scorrerie; in Britannia i Pitti assalivano il nuovo vallum costruito da Quinto Lollio Orbino e, come se ciò non bastasse, le legioni romane si ribelalavano ed eleggevano imperatore il valente generale Stazio Prisco, il quale, per fortuna dell' impero rifiutava di accettare la carica. Ma più che altrove la situazione era grave in Oriente. 
Antonino era morto con l'illusione di averlo lasciato pacificato l'Oriente: aveva dato un re ai Lari; ricondotta la calma nel regno del Bosforo conteso da due pretendenti; aveva ricevuto a Roma il re degli Iberi Farasmane che era venuto a fargli omaggio e a presentargli con la moglie ricchissimi doni; aveva messo sul trono d'Armenia il re Soemo di Emesa e, per non farsi cogliere alla sprovveduta dal rè dei Parti che minacciava la guerra, aveva avviato in Asia numerose truppe. 
Fitti-zia e provvisoria era invece la tranquillità ai confini orientali. Morto Antonino, Vologeso III aveva invaso l'Armenia cacciandone Soemo. Ora, dall'Eutrate minacciava di invadere la Siria. Occorreva agire con rapidità ed energia. Marco Aurelio ordinò leve e spedì notevoli rinforzi in Asia. Il governo della guerra fu affidato a Lucio Vero, il quale nel 162 partì alla volta dell'Oriente. 
Ma invece di correre sul teatro delle operazioni egli fece una lunga sosta in Grecia, dove rimase a divertirsi con l'amante Pantea.

Intanto in Asia le sorti volgevano avverse per le armi romane. Elio Severiano Massimo, governatore della Cappadocia, accorso in aiuto di Soemo re d'Armenia alla testa d'una legione, in una battaglia ingaggiata ad Elegeia, presso le sorgenti dell' Eufrate, col nemico superiore di forze, veniva battuto; le sue truppe distrutte e lui, non volendo sopravvivere alla sconfitta, si dava la morte, dopo tre giorni di accanito combattimento. 
Dopo questa vittoria i Parti entravano nella Siria e sconfiggevano Attilio Corneliano, legato della provincia, la quale veniva devastata, mentre i principati dell'Adiabene, di Edessa e di Nisibi si ribellavano ai Romani.
Alla notizia di questi fatti Lucio Vero si affrettò a lasciar la Grecia e a recarsi prima a Laodicea, poi in Antiochia dove restò a diriger la guerra e le operazioni di vettovagliamento; dal canto suo Marco Aurelio mandò in Oriente i due più abili generali del tempo, Stazio Prisco e Avidio Cassio, dei quali il primo si recò in Cappadocia, il secondo in Siria. 

Il primo a muoversi fu Stazio Prisco, il quale, condotto con rapida marcia l'esercito verso l'Armenia, occupò la regione sconfiggendo gli eserciti nemici e strappando loro la capitale Artassata (163). Avidio Cassio si mosse più tardi per poter ricondurre la disciplina nell'esercito; ma, quando ebbe sotto di sé le truppe istruite ed allenate, si spinse arditamente verso l'Eufrate e, incontrato ad Eurapos, nella Cirrestica, il nemico, lo sconfisse gravemente, poi ridusse in suo potere le città di Niceforio, Dasaura, Edessa e Nisibi e, traversata la Mesopotamia, si presentò sotto le mura di Seleucia, la quale venne occupata e data alle fiamme. 
Sorte meno triste toccò a Clesifonte, capitale dell'impero partico: essa venne conquistata e data da saccheggiare ai legionari; la reggia fu distrutta dal fuoco. Nel frattempo Lucio Vero entrava nell'Armenia e rimetteva sul trono Soemo (164) e di là invadeva la Media.
A Vologeso non rimaneva che di chieder la pace, e questa venne accordata a gravi condizioni: la Mesopotamia settentrionale entrò a far parte dell' impero romano e i Parti dovettero riconoscere la nuova situazione dell'Armenia. Guarnigioni romane vennero poste nelle città di Carre, di Singara e di Cenepoli.

Le vittorie d'Oriente furono celebrate a Roma con uno splendido trionfo (166) e il Senato decretò che a Marco Aurelio e a Lucio Vero fossero dati i titoli di Armenico, Portico e Medico.
Ma con la vittoria gli eserciti d'Oriente, rientrati a Roma  avevano portato in Italia la peste bubbonica. Questa ben presto si diffuse nella penisola e portò la morte e la desolazione a Roma e in altre città. Nella capitale si trovava il famoso medico asiatico Claudio Galeno, il quale, iniziò a combattere con metodi nuovi e razionali la pestilenza;  cosa che suscitò la gelosia dei medici romani e purtroppo Galeno da loro fu costretto a lasciar l'Italia (167). 
La peste continuò a fare strage e a nulla, naturalmente, valsero i sacrifici alle divinità. Dalle popolazioni superstiziose fu detto che gli dèi erano sdegnati contro i seguaci delle nuove sette religiose e specialmente contro i Cristiani, che in Oriente avevano fatto numerosissimi proseliti e si erano diffusi in Italia e perfino in Gallia. Non pochi Cristiani facevano parte dell'esercito e nella stessa Roma moltissimi erano quelli che professavano la fede cristiana.

Marco Aurelio, pur essendo di animo mite, non poteva non dare soddisfazione al sentimento dei suoi sudditi ostili ai Cristiani e pubblicò un editto col quale ordinava che tutti coloro che introducevano nuove sette e religioni fossero puniti con l'esilio se appartenenti agli ordini senatorio ed equestre, e con la morte se appartenenti agli altri ceti. Questo editto fu seguito da un altro, che comminava pene per quelli che si professavano Cristiani e concedeva il perdono agli apostati.
Questi editti furono preceduti e seguiti dal martirio di non pochi Cristiani, tra cui degno di menzione è S. Giustino, che, accusato dal prefetto di Roma, fa condannato al supplizio insieme con parecchi altri compagni di fede tra il 163 e il 167.

LE GUERRE CONTRO I POPOLI DEL NORD 
MORTE DI LUCIO VERO — RIVOLTA DI AVIDIO CASSIO

Mentre in Oriente i Parti invadevano l'Armenia e minacciavano la frontiera dell' Eufrate, altri nemici, più numerosi e non meno temibili, minacciavano al nord i confini dell' impero.
Oltre il Reno e il Danubio vivevano numerose popolazioni barbariche, alcune delle quali più di una volta si erano trovate a combattere contro le armi romane. Contenute dalle munitissime frontiere dell'impero, queste popolazioni, nomadi e guerriere per natura, erano state costrette da oltre due secoli a vivere nei loro territori e a dedicarsi all'agricoltura. Il nuovo tenore di vita, la pace forzata succeduta alle razzie, alle guerre e ai continui spostamenti di grandi masse di uomini, avevano eccessivamente fatto crescere il numero dei barbari; il contatto coi Romani li aveva resi meno rozzi, aveva fatto loro sentire nuovi bisogni, aveva fatto conoscere i metodi di guerra dei loro vicini e li aveva anche disciplinati politicamente; il continuo aumento degli abitanti e la cattiva coltivazione del suolo aveva prodotto fra le popolazioni barbariche una gravissima crisi economica. Non erano più sufficienti ad esse i territori in cui erano costrette a vivere; d'altro canto dall'oriente europeo, altri popoli (i Goti dal nord) spinti a loro volta da altre popolazioni, cercavano di espandersi verso il sud e l'ovest. 

Premuti dai loro vicini, i barbari che abitavano oltre il Reno e il Danubio erano stati costretti a confederarsi per resistere all'invasione e quindi a rompere e superare le frontiere dell'impero romano che vietavano loro di cercarsi nuove sedi. Popoli che una volta si erano accanitamente combattuti, i Marcomanni, i Quadi, gli Ermunduri, i Langobardi, i Vandali, gli Astingi, gli Alani, i Buri, i Bastarni, gli Jazigi, i Sarmati, gli Sciti, i Victuali, i Custoboci avevano fatto causa comune. 
Approfittando della guerra partica che aveva costretto i Romani a togliere dalla linea del Danubio la maggior parte delle legioni per mandarle in Oriente, i Barbari attaccarono la frontiera dell' impero e alcune tribù delle più audaci, Marcomanni, Langobardi ed Obii, passarono il fiume. Erano le prime avvisaglie delle invasioni che dovevano per tanti anni travagliare l'impero e determinarne il crollo. 
Ma in questa prima volta non ebbero però fortuna: respinti dalle guarnigioni romane, mandarono ambasciatori — uno per tribù, tra i quali Ballomario re dei Marcomanni — a M. Jallio Basso, governatore della Pannonia, per ottenere la pace. Questa venne accordata e i barbari ripassarono il Danubio. Ma altri popoli però entrarono in campo in altri punti del confine, la Dacia, il Norico, la Rezia e la Pannonia furono invase e un'orda barbarica riuscì a varcar le Alpi Giulie, a incendiare Opitergium (Oderzo), ad assediare Aquileja e a spingersi fino al Piave. Vittorino, prefetto del pretorio, mandato contro gli invasori, venne sconfitto ed ucciso.

L'improvvisa invasione commosse l'Italia: Marco Aurelio lasciò i suoi studi (167) e, armati in fretta schiavi e gladiatori, si mise con Lucio Vero alla testa dell'esercito e mosse contro i barbari. Cominciava una guerra che con alterne e sanguinose vicende doveva durare quasi dieci anni, fino al 175. Una guerra dei cui avvenimenti incerta è la cronologia e confuse sono giunte a noi le notizie.
Aquileja fu salva: al pronto accorrere dell'esercito imperiale i barbari si ritirarono precipitosamente. Lucio Vero avrebbe desiderato che non si proseguissero le operazioni per tornare forse alle sue dissolutezze, però Marco Aurelio fu d'avviso che si dovesse dare una lezione al nemico e, prevalso il suo parere, l'esercito romano si mise dietro le orme dei barbari, i quali, venuti a battaglia coi Romani, furono sconfitti e costretti a ritornare nelle loro sedi.

Così si chiudeva la prima fase della guerra; nuove fortificazioni furono innalzate sulla frontiera del Reno e del Danubio, i presidi, furono accresciuti e il 5 maggio del 167 i due imperatori congedarono buona parte delle milizie ausiliarie concedendo loro in premio il diritto di cittadinanza. Però non ritornarono a Roma. Marco Aurelio sentiva che la pace era piuttosto una tregua e badava a render più forte il confine danubiano e le regioni alpine. A Salona infatti faceva costruire delle importanti fortificazioni e due legioni, la I e la III italica, le metteva a presidio del Norico e della Rezia. L
Lucio Vero intanto premeva sul fratello adottivo perché si tornasse a Roma e sul finire del 168 i due imperatori si misero in viaggio, ma nel gennaio del 169, tra Concordia ed Altino, Lucio Vero morì improvvisamente, colpito da apoplessia e, poiché si sapeva che tra i due fratelli non correvano buoni rapporti, si disse che Lucio Vero fosse morto di veleno propinategli da Marco Aurelio.

Quell'anno stesso la guerra che pareva spenta si riaccendeva più furiosa nella regione danubiana e l'imperatore era costretto a tornare sul teatro delle operazioni. I Marcomanni e gli Jazigi invadevano la Mesia superiore e la Dacia: contro di loro portava le armi Marco Claudio Frontone, governatore di quelle province, ma, dopo alcuni scontri favorevoli, cadeva in battaglia. Contro gli Stessi Marcomanni andava Macronio Vindice, prefetto del pretorio, ma nella valle della Mur (Stiria) perdeva la vita con moltissimi suoi soldati.

Marco Aurelio ordinò che la guerra fosse condotta con maggior vigore e pare che la fortuna nel 170 e nel 171 si mostrasse favorevole ai Romani, i quali però, dati i numerosi nemici che avevano da combattere, fecero uso anche di un'accorta politica cercando, e in parte riuscendovi, di metter barbari contro barbari. I Vandali Astingi, difatti, istigati da Cornelio Clemente, governatore della Dacia, occuparono il territorio dei Custoboci, ma a loro volta furono sconfitti dai Dauerigi. E poiché il metodo dava buoni risultati, Tarutieno Paterno accettò l'aiuto dei Cotini per muover contro i Marcomanni. I fatti però dimostrarono come fossero imprudenti e ingenui i comandanti romani a fidarsi dei barbari; infatti i Cotini, una volta assoldati, assalirono improvvisamente Paterno e lo sconfissero.

Nonostante questi rovesci, la disciplina e il valore dei Romani prevalsero sul numero traboccante delle orde barbariche: i Cotini, attaccati dalle truppe imperiali, pagarono a caro prezzo il loro tradimento e sorte migliore non ebbero altre popolazioni, che, come gli Jazigi, toccarono parecchie, sanguinose sconfitte. Con queste vittorie si chiudeva la seconda fase della guerra e nell'ottobre del 172 Marco Aurelio riceveva il titolo di Germanico.

La guerra tornò presto a divampare sulle frontiere che l'imperatore credeva pacificate. I Quadi, che avevano rotta l'alleanza coi Marcomanni impegnandosi a restituire i prigionieri romani, non mantennero i patti e, deposto per giunta il loro rE Purtio che aveva avuto il riconoscimento di Marco Aurelio, elessero in sua vece Ariogeso. Accanita fu la guerra contro questo popolo, di cui conosciamo un drammatico episodio che però non sappiamo in quale anno sia avvenuto. Un esercito imperiale, spintosi dalle rive del Granua fra i monti della Sarmazia, durante il cammino, reso difficile dal sole e dalla sete, fu improvvisamente circondato dai Quadi e sarebbe perito per il caldo e per la sete più che per le armi nemiche se una pioggia provvidenziale non l'avesse soccorso. 
Rianimati, i Romani si scatenarono contro i barbari e li sconfissero duramente. Questo "bel massacro"  fu dagli storici cristiani attribuita alle preghiere della XII Legione composta in gran parte di seguaci di Cristo; i pagani invece la attribuirono a Giove. L'episodio fu poi consacrato in un bassorilievo della Colonna Antonina in cui è rappresentato Giove che manda acqua dai peli della barba mentre i fulmini mettono in fuga i nemici.

La guerra contro i Quadi finì con la vittoria dei Romani e Ariogeso, preso prigioniero, venne relegato ad Alessandria, in Egitto. Nel 178 anche la terza fase della guerra aveva termine: oltre centoquarantamila prigionieri fatti dai barbari nelle loro incursioni nelle province vennero restituiti; i Quadi fecero atto di sottomissione, i Marcomanni e gli Jazigi ottennero pace a patto che gli uni si tenessero a trentotto stadi e gli altri a settantasei dal Danubio e sia quelli che questi non potessero navigare il fiume; non tenessero mercati comuni; non frequentassero se non dietro autorizzazione dei governatori in tempi e luoghi stabiliti certi mercati delle province; che non ricevessero nei loro territori genti e capi dell'altra tribù; che non fossero costruite fortificazioni; infine che fornissero un certo numero di ausiliari all'esercito imperiale. 

Gli Jazigi fornirono subito ottomila cavalieri che vennero mandati in Britannia. Per evitare future invasioni, Marco Aurelio permise che molti barbari d'oltre confine prendessero stanza nei territori dell'impero; molti si stabilirono nella Dacia, nella Mesia, nella Pannonia, nella Germania, altri furono accolti in Italia. Fra questi ultimi tremila Karisci, della stirpe dei Marcomanni, si stabilirono presso Ravenna, ma, avendo essi tentato d'impadronirsi della città, vennero cacciati dalla penisola. 
Molti dei barbari stabilitisi nel territorio dell' impero furono assunti da ricchi proprietari in qualità di coloni. Essi vennero a trovarsi in una condizione che stava tra la libertà e la schiavitù: erano personalmente liberi, potevano acquistar beni e contrarre matrimonio, ma erano legati alla terra che dovevano coltivare (glebae adscripti) ed erano tenuti a prestare servizio militare.


LA RIVOLTA DI AVIDIO CASSIO

La guerra contro queste popolazioni barbariche del nord ebbe delle ripercussioni in altri punti dell'impero: le coste della Spagna meridionale furono infestate da pirati della Mauritania; l'Egitto venne turbato da una rivolta di Bucolici, sul conto dei quali poco conosciamo. 
Contro i primi fu inviato un esercito; a ridurre all'obbedienza i ribelli agricoltori d'Egitto si affrettò ad andare Avidio Cassio, il valoroso generale che tanto si era distinto nella guerra contro i Parti ed era poi diventato governatore della Siria.
Cassio era del numero di coloro che non sapevano rassegnarsi a vedere l'impero sotto il governo di un filosofo. Una sua lettera, sulla cui autenticità sono stati levati dei dubbi, ci mostra quali fossero i sentimenti di Avidio: 
"Infelice repubblica ! -egli scrive- Marco è senza dubbio un ottimo uomo, ma, spinto dal desiderio di ricever lodi per la sua clemenza, lascia impunita tanta gente che egli non stima. Dov'è quel Cassio da cui invano io discendo? Dove Catone il Censore? Dove gli antichi costumi? Le cose morte da molto tempo più non si desiderano. Marco è un filosofo, fa studi sugli elementi della natura, sull'anima, sull'onestà, e la giustizia ma non conosce i bisogni dello stato.
E tu sai quanta energia sia necessaria per far tornare lo stato all'antico splendore; io lo vedo qui, osservando i governatori delle province. Posso io chiamare proconsoli e prefetti questi uomini che, per avere ricevuto il governo delle province dal Senato o da Marco Aurelio, vivono senza freni e accumulano ricchezze? Tu conosci il prefetto del pretorio del nostro filosofo, che tre giorni prima era un povero mendico e tutto a un tratto è divenuto ricco.... ».

Ma di un'altra cosa Avidio Cassio non era certo contento: dell' intenzione che Marco Aurelio aveva di assicurare la successione dell' impero al figlio COMMODO.
Questi, difatti, all'età di cinque anni era stato dal padre nominato Cesare, ad undici anni aveva avuto il titolo Germanico, e a quattordici era stato ammesso in tutti i collegi sacerdotali.
Dopo la, spedizione in Egitto (176), essendosi sparsa la voce che Marco Aurelio era morto, Avidio Cassio si fece proclamare imperatore e assunse il titolo di Augusto.
La Siria, la Palestina, la Cilicià e l'Egitto, di cui era prefetto Flavio Calvisio, si affrettarono a riconoscerlo. Ma la Bitinia, che era governata da Clodio Albino, e la Cappadocia, di cui era governatore Marco Vero, rimasero fedeli all' imperatore che sapevano essere ancora vivo. Vero anzi informò subito il principe della rivolta di Avidio Cassio.
Marco Aurelio, in quel tempo, era in guerra coi Sarmati. Avuto l'annuncio degli avvenimenti d'Oriente, concluse la pace col nemico, richiamò sul Danubio il figlio che proclamò principe della gioventù e col quale divise il titolo di Sarmatico, poi, datagli la toga civile, si preparò a marciare verso l'Asia. Ma non si era ancora mosso quando (agosto del 176) seppe che Cassio era stato ferito da un centurione ed ucciso poi da un decurione.

La guerra civile era stata scongiurata, Marco Aurelio volle essere clemente con la famiglia e i complici del ribelle e pregò il Senato di usare mitezza nelle punizioni. Dei complici e dei familiari, solo Volusio Meciano, giuridico di Alessandria, e un figlio di Cassio vennero uccisi, il primo dai soldati, il secondo non si sa bene da chi. Plavio Calvisio fu mandato in un'isola, ad altri venne concessa la scelta del luogo d'esilio, un altro figlio di Avidio ebbe la stessa sorte del prefetto di Egitto. Le punizioni vennero estese anche alle città che avevano aderito alla rivolta e fra esse  Antiochia, nella quale furono proibiti gli spettacoli e le pubbliche adunanze. Per evitare future ribellioni Marco Aurelio fece decretare che nessun senatore potesse ricoprir la carica di governatore nella provincia in cui era nato.

Sebbene Avidio Cassio fosse morto, l'imperatore volle recarsi in Oriente. Accompagnato dalla moglie Faustina e dal figlio, visitò la Siria e l'Egitto. Trovandosi, mentre si preparava al ritorno, nel villaggio di Halal (Cappadocia), gli morì la moglie. Malgrado i depravati costumi di lei, l'imperatore la divinizzò, innalzò il villaggio in cui era morta al grado di colonia col nome di Faustinopoli e, in onore della moglie innalzò un tempio. Poi fece ritorno a Roma (176), Qui giunto, celebrò il 23 dicembre del 176 col figlio, cui fece dare la potestà tribunizia, uno splendido trionfo per le vittorie riportate sui Germani e sui Sarmati. In suo onore fu innalzata la statua equestre, che ancor oggi si ammira sul Campidoglio, e al Campo Màrzio l'arco di trionfo, che andò distrutto nel 1616; infine la colonna Antonina, alta circa trenta metri e ricca di pregevoli bassorilievi, che adorna piazza Colonna, ma che fu in seguito sormontata dalla statua di S. Paolo, voluta da Sisto V nel 1589.
A ricordare le vittorie riportate sui barbari vennero coniate medaglie col motto Pax aeterna.
Ma era pace effìmera quella conclusa con le popolazioni barbariche del Danubio.


ANCORA GUERRE GERMANICHE
MORTE DI MARCO AURELIO

Infatti appena un anno dopo, nel 177, esse difatti tornarono a prender le armi contro i Romani comandati da Quintilio Condiano e Quintilio Massimo, e Marco Aurelio - il filosofo che aborriva la guerra- fu costretto ancora una volta a recarsi sul teatro di una guerra.

Prima di partire celebrò le nozze del figlio con Crispina, figlia di Cajo Bruzio Presente, poi con Commodo si mise in viaggio alla volta del Danubio dove giunse nell'estate del 178.
All'inizio del 179 le legioni romane, comandate da Tarrutieno Paterno, sostennero una battaglia campale con il nemico, il quale, dopo di avere resistito una intera giornata, venne disfatto e distrutto. Si era vinta una battaglia ma la guerra però non è che era finita.
Marco Aurelio era intenzionato a passare il confine invadere l'intero territorio ridurla all'obbedienza e creare due province romane: la Marcomannia e la Sarmazia quando la peste lo colse a Vindobona (Vienna) dove morì il 17 marzo del 180. (ma alcuni dicono Carnuntum, poco distante, dove c'era in effetti il suo quartier generale.
Aveva sessant'anni. La sua morte fu pianta dal popolo e dal Senato che lo proclamarono Divo. In suo onore venne innalzata nella Curia una statua d'oro.

Lasciava l'impero in mano a un figlio stravagante, sospettoso, crudele, che rinnovava i difetti di Nerone e di Domiziano. E che la storia romana (ovviamente di parte, quindi non sappiamo l'onestà dei denigratori) ci ha tramandato "indegno" di governare.

FINE 138-180

...passeremo poi al successivo periodo
(di COMMODO e C. ) dall'anno 180 al 193 > > >

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leggiamo quest'altra pagina su MARCO AURELIO

SAGGIO E FILOSOFO
MA ORDINO' IL MARTIRIO
DI QUARANTOTTO CRISTIANI

 Un imperatore lacerato fra la crudele 
ragion di Stato e la propria  morale 

Scrisse: "Quale anima ora ospito? Quella di una belva?" 

 

"L'ultimo degli stoici. Un uomo con due anime che il "logos", la suprema volontà dalla quale é governato il procedere dell'universo stoico, ha rinchiuso nel corpo di un imperatore dell'antica Roma condannandolo a una vita dissociata nella quale si scontrano precetti di altissimo valore umano e intellettuale e quella ragion di Stato che impone crudeltà, doppiezza, indifferenza per il diritto delle genti. Una vita permeata di dramma, di profonda malinconia, di inquietudini, di saggezza, di nobiltà, di apparentemente serene riflessioni sulla morte, l'ossessiva ricorrenza delle quali fa pensare al tentativo di esorcizzare un lancinante terrore, una profonda insicurezza esistenziale. 

Sembra che scegliendo la filosofia di Zenone da Cizio, di Crisippo da Soli, di Diogene da Seleucia, di Seneca, egli cerchi un "ubi consistam", una certezza, una precisa dimensione delle quali la sua personalità é originariamente vuota. Forse per questo lo stoicismo di Marco Aurelio é segnato dalla contraddizione. Nel suo unico libro, "I ricordi", che nasce dagli appunti con i quali ferma le riflessioni fatte sui campi di battaglia o nei momenti di felice solitudine, egli dà la misura della propria incoerenza, evidentemente derivata da una analisi critica o insufficiente o timorosa di andare oltre i confini della cultura ufficiale del tempo: "Sei nato schiavo, non sei partecipe della ragione" (Libro XI-30). Non nasconde, lui che invita alla comprensione degli altri, che sottolinea la vanità e la caducità della vita, il disprezzo per le plebi.

UN GIOVANE IMPERATORE INDECISO "Ma cosa allora ha valore? Suscitare gli applausi? Certamente no. Né tanto meno suscitare le lodi della folla, che altro non sono che applausi della lingua?" (Libro VI-16). 

Quasi non si riconosce l'allievo di Apollonio, il grande maestro venuto da Bisanzio a Roma per educare e formare alla filosofia l'erede dell'imperatore Antonino. Eppure Apollonio gli trasmette i principi essenziali dello stoicismo: lo spirito di indipendenza guidato dalla ragione, l'abitudine all'impassibilità. Ed anche gli insegnamenti di Tiberio Claudio Massimo, uomo di Stato e filosofo, vengono alle volte distorti dalla contraddittorietà e dalla mancanza di una decisa personalità di base che segna Marco Aurelio.
 
Con Claudio Massimo, il futuro imperatore apprende le virtù fondamentali dello stoico: il senso del dovere e il coraggio in ogni momento della propria vita; la capacita di assolvere i propri compiti a qualsiasi costo; l'autocontrollo, cioè l'assenza di stupori o turbamenti, di boria e ipocrisia; infine, e soprattutto, la clemenza. Certo il giovane Marco vivrà nel pensiero stoico con una parte del proprio intelletto. Ma é anche vero che non riuscirà mai a sentire pienamente e con slancio la dottrina nella quale vede lo strumento per raggiungere l'adiaforia (ossia l'indifferente serenitá nei confronti del reale, l'accettazione razionale dell'accadimento universale di cui facciamo parte) e sfuggire alle angosce che nascono dall'evidente conflitto fra i suoi naturali istinti e la filosofia che vuole interiorizzare. 

Dalla lettura critica dei "Ricordi" e dalla storia della vita personale e politica di questo imperatore "saggio e illuminato" esce il ritratto di un uomo pieno di tormenti cui non é realmente congeniale la logica stoica... e lo dimostra il fatto che egli la insegue senza riuscire ad afferrarla, se non per qualche attimo e con le mani incerte dell'uomo reso debole dalla mancanza di una netta, precisa, irrinunciabile visione interiore. 

STOICO MA SOLTANTO A META'

E' un imperatore onnipotente, ma non riesce a superare gli ostacoli che nella società impediscono la realizzazione della sua filosofia. Nella personale rilettura dello stoicismo, che dalla fondazione in poi ha subito tre revisioni, Marco Aurelio non porta una rielaborazione originale, non fa una rivisitazione anche in chiave politica, rivisitazione che sarebbe stata necessaria in presenza della sempre più impetuosa diffusione del cristianesimo e della progressiva consunzione dei valori sociali, dell'economia e della potenza di Roma. Nel paragrafo 18 del libro XI egli annota: "Io sono nato per governarli, come il toro la mandria, l'ariete il gregge. E' la natura che regge l'universo e, se questo é vero, gli esseri inferiori sono nati per i superiori e viceversa." 

Sono quasi le stesse parole scritte da Aristotele nella "Politica" (attorno al 350 avanti Cristo), il quale sosteneva che fin dalla nascita alcuni sono destinati ad obbedire ed altri a comandare. Unica differenza: nel momento in cui il "saggio imperatore" ferma questa idea corre circa il 150 dopo Cristo, plebi e schiavi cominciano a sentire insopportabile il peso delle catene, di un potere che li considera veri e propri animali da lavoro, li priva di ogni diritto. Come dicevamo, i suoi empiti filosofici, le riflessioni sul mondo che lo circonda, la ricerca della verità (ricerca che nei fatti resta imprigionata nello sterile campo della teoretica) non vengono trasportati nella prassi. Indubbiamente Marco Aurelio si comporta da uomo austero, non dedito ai piaceri smodati del tempo, mantiene un comportamento modesto. 

Ma la sua filosofia resta confinata fra i fogli di pergamena, una lancia non scagliata: "Se l'intelligenza é comune agli uomini, pure la ragione, che ci rende ragionevoli, è a tutti comune. Se questo risponde a verità é comune anche la ragione che ordina ciò che si deve e non si deve fare. Esiste perciò una legge comune, perciò siamo tutti cittadini e perciò partecipiamo tutti a una specie di governo, quindi il mondo é simile a una città... ". Suggestivo pensiero (Libro IV-4) ma imbalsamato fra queste pagine lette con ammirazione soltanto da quei posteri per i quali tutto ciò che viene dall'antica Roma "semper bibendum est". 

LA RICORRENTE PAURA DELLA MORTE

 Più interessante, perché più vivo, più vero, rivelatore della personalità, resta il ciclico esplodere di un'angoscia personale che non é certo dimostrazione di rigore stoicistico. Ricorre spesso nella mente di Marco Aurelio, ne abbiamo fatto cenno, il pensiero della morte. Ma questi pensieri, anche se qualche volta apparentemente staccati, sereni, hanno venature di paura, presentano le caratteristiche tipiche di una patologica insicurezza che potrebbe aver radice nella morte prematura del padre e nella conseguente infanzia ricca ma trascorsa con una madre severissima e con precettori che già a dodici anni lo costringono allo studio della filosofia violando i tempi di maturazione della sua identità. Il dubbio lo tormenta, lo attanaglia l"'horror vacui" dell'ignoto "dopo".
E gioca sul filo dell'illusione, travolto dall'emotività che l'insegnamento di Apollonio non ha sradicato: "Lasciare il mondo degli uomini, se gli dei esistono, non è affatto motivo di terrore: certo non ti getterebbero nella sventura. Ma se gli dei non esistono, o non si occupano delle umane cose, perché vivere, in un mondo deserto di dei o vuoto di Provvidenza? Ma invece esistono, e si occupano delle umane cose, e perché l'uomo non cada in quelli che sono i veri mali, su di lui tutto hanno concentrato". (Libro II-11). 

L'iter di questo pensiero é sicurezza-dubbio-sicurezza. Nell'annotazione seguente il dubbio prevale, dissimulato appena da un velo di sarcasmo: "Dopo aver curato tanti mali Ippocrate cadde malato a sua volta e morì. Alessandro, Pompeo, Gaio Cesare, che pure tante volte rasero al suolo intere città e fecero a pezzi in battaglia schiere intere di decine di migliaia di fanti e cavalieri, infine anch'essi lasciarono la vita. Dopo tanti studi finali sulla conflagrazione del mondo Eraclito, il corpo gonfio per l'idropisia e la pelle spalmata di sterco, morì. Democrito morì a causa dei pidocchi...Ebbene, ti sei imbarcato, il viaggio é finito, sei giunto all'approdo: sbarca. Se ciò significherà entrare in una nuova vita, lì non troverai più nulla che sia vuoto di dei. Se ciò significherà non sentire nulla, cesserai di provare pene e piaceri". (Libro III-3). 

PRIGIONIERO DEL SUO RUOLO

 Che dire della tolleranza, della comprensione, della necessità di indagare nell'animo degli uomini per avvicinarsi ad essi? Nel cinquantanovesimo paragrafo del libro ottavo Marco Aurelio afferma nobilmente: "Gli uomini sono nati gli uni per gli altri. Ammaestrali, dunque. O sopportali". (Libro VIII-59).
Ma sotto il suo impero i cristiani non sfuggono al martirio e alla morte, al terrore che spesso costringe i più deboli all'umiliazione dell'abiura o alla denuncia dei compagni che vivono in clandestinità. Ecco un altro tratto profondamente contraddittorio del filosofo che affida al futuro (non certo per callidità, ossia per calcolo astuto, ma perché il suo tempo lo aveva inchiodato a un ruolo schizofrenico) un'immagine di sé edificante ma demolita dalle cronache e dalle indagini storiche alla luce dell'oggettività. 

Cronache dalle quali si apprende che l'imperatore saggio e illuminato, tollerante e giusto, nel 177 d. C. ordina a Lione, in Gallia, una strage durante la quale soldati e plebaglia massacrano quarantotto cristiani, colpevoli di non aver rinnegato la loro fede. Il motivo di questa fredda decisione é dettato dalla ragion di Stato. I cristiani predicano un ordine nuovo basato sulla giustizia sociale, il rispetto reciproco, chiedono per tutti gli uomini quelli che oggi vengono definiti i diritti civili, compresa la libertà di culto. Ma l'aristocrazia romana, i ricchi proprietari terrieri e gli imprenditori non sono preoccupati tanto dalla libertà di culto (è gente pia soltanto formalmente e per "dovere" sociale) quanto dalle conseguenze politico-economiche di una vittoria del cristianesimo. Il sistema é fortemente minacciato da questa dottrina che teorizza e pratica il reciproco rispetto della dignità e la giustizia sociale. 

Anche Marco Aurelio fa parte di questo sistema, non soltanto come imperatore ma anche come padrone di schiavi ed immense ricchezze. Lione é un preoccupante focolaio "rivoluzionario". La mite predicazione dei cristiani fa proseliti fra i diseredati. Le autorità locali ordinano centinaia di arresti e nelle carceri molti prigionieri fanno la confessione (ma molti rinnegano la fede) che comporta la pena di morte: "Sì, siamo seguaci di Cristo.". Tuttavia la condanna non può essere eseguita perché i magistrati locali non hanno il "diritto di vita e di morte". Deve decidere l'imperatore. 

L'ANIMA DEL DESPOTA TRADI' LO STOICO

 Un corriere parte per Roma e al ritorno porta il tragico ordine: pollice verso. La sentenza viene eseguita, fra le torture più atroci, nel circo dei giochi di Lione. Davanti al pubblico eccitato gli esecutori liberano incredibili istinti sadici. Le belve fanno il resto. L'orrendo spettacolo dura diversi giorni. Per la "rappresentazione" del 1° agosto vengono tenuti in serbo Blandina, schiava di quindici anni, e il vescovo Pontino, ultranovantenne. Ecco Marco Aurelio, il filosofo, l'ultimo degli stoici che non seppe vivere da stoico. Chi fu realmente?

"Quale uso faccio dell'anima mia? Io debbo domandare di continuo, esaminando me stesso: che cosa avviene ora in quella parte di me che chiamano organo direttivo? Quale anima ora ospito? Forse quella di un bimbo, di un giovanetto, di una femmina, di un despota, di una bestia da soma, di una belva?".
(Libro V-11).

di Marian Cecchi 
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Ricevo questa e-mail:

"E vero che la storia la scrive sempre il vincitore ma queste vostre menzogne sulla memoria di una delle persone più degne mai vissute, cioè Marco Aurelio sono a dir poco vergognose. Fin quando credete di poter distorcere la storia per coprire la mostruosità criminosa dell' ideologia cristiana sotto il manto del davvero sacro Amore?"
( ma non si è firmato - ha paura di esprimere le sue idee in pubblico - e forse non ha letto Marco Aurelio )


E io aggiungo ancora.
Marco Aurelio si dice che era una stoico, ma il suo credo spesso lodato come la più nobile incarnazione del pensiero precristiano, è nel migliore dei casi un credo del distacco, molto lontano dal vangelo dell'Amore.
Ecco cosa scriveva ancora Marco Aurelio, in Vita, 12:
"Mi dovetti trasformare in ladrone. In un Paese a proclamare la pace, in un altro a distruggere il suo intero popolo, e in un altro ancora a deportarlo. Ma così è stabilito, eventi preparati da Dio, tutto è ordinato dalla natura per mutare e perire, in modo che qualcos'altro prenda il suo posto".

"Di frasi filosofiche ne aveva dette tante, e molte belle, del resto era stato educato da venticinque maestri di scuole diverse di tutte le nazioni. Ma in uno scritto poi si contraddice:
"Semplice e modesta è l'opera della filosofia. I grandi politici, condottieri, che giocarono alla filosofia? Tutti imbecilli! Agirono come attori tragici. Nulla mi ha spinto ad imitarli"

E gli uomini? erano tutti esseri inferiori per lui. Nel paragrafo 18 del libro XI di Ricordi, egli annota:
"Io sono nato per governarli, come il toro la mandria, l'ariete il gregge. E' la natura che regge l'universo e, se questo é vero, gli esseri inferiori sono nati per i superiori e viceversa." 

"Per un aspetto gli uomini sono il nostro dovere più prossimo, in quanto sIamo costretti a sopportarli e a far loro del bene. Ma quando interferiscono con le mie proprie azioni, l'uomo diventa per me una cosa indifferente, al pari del sole, del vento o di un animale del campo".

insomma ha parlato Dio !!!

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Prosegue la e-mail:

"Leggo solo ora ( attratto dal fatto che sto rileggendo i suoi Ricordi ) la scheda su Marco Aurelio di Marian Cecchi. Sostanzialmente la Cecchi critica tutta l'opera e il pensiero dell'imperatore per non avere abolito la guerra e per avere ordinato una "persecuzione" contro i cristiani di Lione nella quale morirono 48 cristiani.
Vorrei obiettare. Alla prima: per quasi 1500 dei successivi anni abbiamo avuto Papi a volte dotati anche di un grandissimo potere temporale. Mai le guerre furono così frequenti come in questi anni e spesso non tollerate ma volute dal papato ( due esempi: la scomunica di Federico II per il suo accordo coll'Islam e la storia rinascimentale dell'Italia ). Ebbene Marco non ebbe certo un periodo così lungo e si trovò con l'Impero attaccato dall'esterno. Alla seconda: non conosco il motivo nè se effettivamente Marco ordinò personalmente la cosa ( la descrizione che ne fa la Cecchi " soldati e plebaglia ..." mi fanno pensare di no anche se il ricorso all'Imperatore sembra indicarlo ). A parte che non condivido la definizione " La mite predicazione dei cristiani ....." visto come si comportarono gli stessi da quando diventarono religione ufficiale dello stato per i secoli successivi, non mi pare che venga valutata una considerazione: il meno che si può dire dei cristiani di allora è che spesso, anche se non sempre, potremmo quanto meno qualificarli come integralisti.
Spesso infatti non tendevano alla libertà di esprimere le proprie idee ma a farne la verità assoluta ed indiscutibile e penso che una impostazione del genere possa avere inorridito un imperatore-filosofo ( per molti versi difensore di una concezione laica dello stato e dei rapporti umani ) non meno di quanto inorridisce molti oggi ( me compreso, ovviamente ). (Dr. A. M. O.)-

 

Fonti, citazioni, e testo
APPIANO - Storia Romana 
CASSIO DIONE - Storia Romana 
SVETONIO - Vita dei Cesari
CIACERI - Tacito Politico - UTET
PAOLO GIUDICI - Storia d'Italia - Nerbini
STORIA MONDIALE CAMBRIDGE - GARZANTI 
UTET - CRONOLOGIA UNIVERSALE
IGNAZIO CAZZANIGA , 
Storia della Letteratura Latina - ed. N. Accademia - 1962
WACHER  -Storia del mondo romano - Laterza 1989
ARIES/DUBY -Dall'Impero Romano all'anno 1000 Laterza 1988 
CHATEAUBRIAND -Discorsi sopra la caduta dell'Impero Romano Pirotta MI - 1836

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