anni 591 - 652 d.C.

GREGORIO MAGNO - IL REGNO LONGOBARDO 
(Da Agilulfo a Rotari) - LE LEGGI DI ROTARI

ELEZIONE DI AGILULFO - GREGORIO MAGNO PONTEFICE - IL PATRIMONIO DELLA CHIESA - GREGORIO MAGNO A ROMA - ATTIVITÀ DI GREGORIO - CONVERSIONE DEGLI ANGLI - IL REGNO DI AGILULFO - RIBELLIONE DI DUCHI - GUERRE DEI LONGOBARDI CONTRO I BIZANTINI - GREGORIO MAGNO E IL DUCA DI SPOLETO - L'ESARCA ALLA RISCOSSA - AGILULFO NELL' ITALIA CENTRALE - ASSEDIO DI ROMA - POLITICA DI GREGORIO MAGNO - RELAZIONI TRA LA CHIESA ROMANA E COSTANTINOPOLI - CONQUISTE DI AGILULFO - BATTESIMO DI ADALUALDO - S. COLOMBANO E IL MONASTERO DI BOBBIO - MORTE DI AGILULFO - REGNO DI ADALUALDO - GLI AVARI NEL FRIULI - IL TESORO DI MONZA - ARIOVALDO E GUNDEBERGA - ROTARI SALE AL TRONO E SPOSA GUNDEBERGA -
L' IMPERATORE ERACLIO - MAOMETTO E L' ISLAMISMO - CONQUISTE DI ROTARI - ORDINAMENTO DEL REGNO LONGOBARDO - L' EDITTO DI ROTARI - CONDIZIONI DEGLI ITALIANI SOTTO IL DOMINIO DEI LONGOBARDI
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GREGORIO MAGNO


Il successore di Autari non fu scelto da un congresso di duchi, questi -se si deve credere a PAOLO DIACONO lo storico-biografo dei Longobardi- dissero a TEODOLINDA, di cui conoscevano la saggezza, di scegliersi un marito e che loro l'avrebbero riconosciuto come sovrano. Essa scelse un parente del marito, AGILULFO, duca di Torino, turingio d'origine, giovane bello, savio e valoroso; poi partì da Pavia e gli andò incontro sulla via di Torino.

L' incontro ebbe luogo a Lunello: qui Teodolinda bevve con lui nella medesima coppa, poi, arrossendo e sorridendo, si fece baciare la bocca. Le nozze furono presto celebrate nel maggio del 591, a Milano, davanti a un'assemblea di duchi longobardi, e subito Agilulfo fu investito del potere regio.

Nell'anno stesso in cui Agilulfo riceveva la corona, succedeva al pontefice PELAGIO II il papa GREGORIO I, che ebbe poi il nome di MAGNO.

Gregorio era nato verso il 540 dall'illustre famiglia Anicia, da cui era uscito BOEZIO, aveva studiato lettere e filosofia, ed ancor giovane- si crede nel 573 - aveva conseguito la carica di "prefectus urbis". Venutagli ben presto a noia la vita mondana, vestì l'abito monastico e spese il suo immenso patrimonio in opere di beneficenza e fondando conventi, di cui sei in Sicilia, dove aveva molte terre, case e palazzi, e uno suntuoso a Roma, sul Celio, che scelse come sua dimora, trasformò questo in un convento di cui più tardi lui stesso divenne abate.

Narrasi che un giorno, vedendo sul mercato alcuni giovani schiavi britannici esposti per la vendita, bellissimi di aspetto ed ancora pagani, esclamasse: "… Non Angli, ma Angeli dovrebbero esser chiamati…". Poi partì per la Britannia con lo scopo di convertire al Cristianesimo quelle popolazioni. Ma il papa lo richiamò e lo nominò diacono; più tardi, nel 579, lo mandò come suo nunzio o apocrisario a Costantinopoli, dove Gregorio strinse molte amicizie, giovò grandemente alla Chiesa romana e si guadagnò la stima dell'imperatore MAURIZIO, di cui tenne a battesimo il figlio TEODOSIO.

Intorno al 586 Gregorio tornò a Roma e, morto nel 590 Pelagio II di cui era, stato negli ultimi quattro anni segretario, fu con il suffragio del clero e del popolo eletto pontefice.

Era una carica di altissima responsabilità dati i tempi che correvano. Uno scisma, detto dei Tre Capitoli, sviluppatosi al tempo di Papa Vigilio (553) nella Liguria, nella Venezia e nell'Istria, travagliava la Chiesa, mentre i Longobardi correvano su e giù minacciosi per l'Italia centrale e meridionale, e con Roma afflitta da una terribile pestilenza.

Per implorare l'aiuto divino, Gregorio fece andare il popolo in processione per tre giorni continui alla basilica di Santa Maria Maggiore. Roma fu liberata dal morbo e più tardi si disse che, durante la processione, era apparso sulla mole Adriana un angelo che rimetteva la spada nel suo fodero come per annunziare che le preghiere dei fedeli erano state esaudite. Da allora la tomba di Adriano mutò il nome in quello di Castel Sant'Angelo, e una statua dell'angelo posto in cima.

Di questo grande pontefice, che fu il secondo fondatore della Chiesa e mise il Papato sulla via della potenza, è impossibile riassumere nello spazio di qualche pagina la prodigiosa attività.

Uno dei suoi più gravosi compiti fu l'amministrazione e la difesa dell'ingente patrimonio della Chiesa, di cui gran parte era stata manomessa dall'invasione longobarda, parte - come quella dell'Africa - per la lontananza era in rovina, parte, specie nella Sardegna e nella Corsica, era presa di mira dall'avidità dei magistrati bizantini. Gregorio con saggia amministrazione - e l'esperienza non gli mancava ed affidando la tutela e la direzione dei beni ad ecclesiastici di sua fiducia, fissando norme e dando continui preziosi consigli, riuscì a salvaguardare il patrimonio della Chiesa e ad evitare che le rendite diminuissero. Ma - come scrive il Romano - se la Chiesa "ricavava grandi rendite dai suoi patrimoni, grandi erano però i bisogni cui doveva soddisfare. Era regola generale che in ogni vescovado l'entrata era stata divisa in parti eguali tra il vescovo, il clero, i poveri e la cura degli edifici pubblici. La stessa regola valeva anche per la Chiesa romana; ma questa, in grazia della sua posizione, doveva far fronte ad altri impegni derivanti dalla povertà generale, dai bisogni pubblici, dal riscatto dei prigionieri, dalle contribuzioni imposte da' Longobardi. All'amministrazione delle spese, che era accentrata in Roma, vi era preposto un diacono con il titolo di "dispensator" (più tardi "sacellarius"), coadiuvato da altri funzionari preposti alla cassa e al tesoro. In forza di questa organizzazione la Chiesa romana disponeva di mezzi finanziari copiosissimi, ed era diventata la prima potenza economica d'Italia.

Di questi mezzi si servì Gregorio - che invece di dilapidarli li moltiplicò- per accudire agli svariati bisogni delle province e ai danni prodotti dall'invasione, e soccorrere chierici e monaci, che avevano perduto i loro possessi e vivevano lontani dalle chiese e dai monasteri. Ma queste spese erano poca cosa in confronto a quelle che occorrevano per i bisogni di Roma. Questa città era stata sempre economicamente passiva, non avendo mai prodotto nulla, non avendo industrie, era un'autentica città di consumo: lo divenne ancor più quando, per l'invasione longobarda, si venne popolando da una quantità di fuggiaschi accorsi da ogni parte d'Italia. Di sole monache fuggite a Roma e mantenute con l'elemosina della Chiesa romana, ve n'erano circa tremila: s'immagini quanto maggiore fosse il numero totale dei ricoverati.

Molti di questi, privi d'ogni risorsa, entravano nella gerarchia ecclesiastica o nella burocrazia, altri entravano al servizio della Chiesa come affittuari e lavoratori, i più se vivevano ancora era grazie alla beneficenza. In conseguenza l'approvvigionamento di Roma, che era sempre stato sotto la cura dell'amministrazione cittadina, nel caos distruttivo di cose e di uomini che era avvenuto in questi critici anni, questo impegno divenne un compito esclusivo della Chiesa, la quale si sostituì interamente allo Stato, procurando con i suoi patrimoni il grano necessario al vettovagliamento della popolazione, e distribuendo, all'occorrenza, vino, olio, formaggio, pesce ed altre derrate.

Né solo al vettovagliamento dei cittadini la Chiesa doveva provvedere, ma anche a quello delle truppe di guarnigione, perché lo stato trovava negli ufficiali pontifici miglior garanzia di onestà, piuttosto che nella corrotta gerarchia di funzionari del passato: e coll'andare del tempo attecchì l'uso che anche la paga dei soldati fosse lasciata alle cure dei tesorieri papali.

Così dalla forza delle cose Gregorio era condotto non solo ad estendere la sua ingerenza nell'amministrazione della città, ma ad esercitarvi anche un influsso preponderante. Mentre altrove la conquista longobarda distruggeva d'un tratto i poteri civili conferiti ai vescovi dalla legislazione giustiniana, a Roma il vescovo era divenuto il vero governatore della terra, e di fronte alla forte personalità di Gregorio, la cui operosità abbracciava tutti i bisogni del suo tempo, impallidivano le figure secondarie del Prefetto e degli altri magistrati cittadini, e passava in seconda linea quella stessa dell'esarca di Ravenna…".

Gregorio del resto non fu solo un "gigante" in questo periodo così drammatico per l'Italia, ma rimase un "gigante" anche in tutti i secoli successivi. Una figura mitica.

In mezzo alle gravissime cure dell'amministrazione del patrimonio della Chiesa, non perdeva di mira - ed era estremamente necessario- il consolidamento dell'autorità papale in Italia e fuori. Lui era del resto un prete (e rimase un semplice prete anche sul soglio, perché spesso l'abito non ha mai fatto un papa) e se non fosse stato un prete, avrebbe potuto benissimo essere un grande imperatore; autoritario, capace, e di grande intuito geo-politico, al pari di quei quattro-cinque grandi che storia ha consacrato ai posteri.

Il concilio di Calcedonia aveva proclamato da tempo il primato alla Chiesa di Roma, ma questa incontrava resistenze non poche e lievi, palesi e nascoste. Gregorio dovette lottare per tutto il suo pontificato per piegare il patriarca di Costantinopoli che, sotto Pelagio II, aveva assunto il titolo di ecumenico. Non vi riuscì, ma poté con energia ridurre all'obbedienza i vescovi di Aquileia, Milano e Ravenna che tentavano di rendersi indipendenti dalla S. Sede e riuscì anche ad esercitare una grande autorità sui conventi ed, oltre che sui vescovi dell'Italia bizantina e longobarda, su quelli della Corsica, della Sardegna, dell'Africa, della Spagna e della Gallia.

Con il re visigoto RECAREDO di Spagna, convertitosi, come abbiamo detto, al Cattolicesimo, Gregorio Magno fu in continui rapporti e in eccellente relazione con i re franchi. E con l'aiuto di questi e della regina BRUNECHILDE il pontefice riuscì a tradurre in realtà quello ch'era stato il suo sogno più bello: la conversione della Britannia, che affidò ad Agostino, priore del convento di Sant'Andrea.

In meno di due anni diecimila Angli, compreso il re del Kent, Edelberto, si convertirono. Era questo un grande successo di Gregorio Magno, il primo successo di quella sua politica che mirava ad eliminare i naturali avversari della Chiesa e ad accrescere l'autorità del Papato con la conversione dei barbari.

Più tardi, per opera sua, si convertiranno al Cattolicesimo anche i Longobardi e i pontefici avranno così modo di far cessare lo scisma dei Tre Capitoli e tutelare meglio i beni della Chiesa; ora però, in questi anni critici, la Chiesa romana ra in aperta lotta con i Longobardi e il papa, nell'inerzia dei Bizantini, è il paladino più strenuo della libertà di Roma e dell'Italia.

AGILULFO - FINE DI GREGORIO MAGNO

Agilulfo, salito sul trono, non si scostò dalla politica di Autari, che mirava al consolidamento della monarchia e al mantenimento della pace con i Franchi. Questa fu rinnovata per mezzo del duca e del vescovo di Trento che riuscirono ad ottenere il riscatto dei prigionieri fatti nelle ultime invasioni, e fu una pace che durò a lungo e giovò moltissimo ai Longobardi. Il consolidamento della monarchia invece fu ostacolato da parecchie ribellioni di duchi, che però Agilulfo seppe energicamente domare: i duchi MINULFO di San Giuliano sul lago di Orta, ZANGRULFO di Verona e il nobile VARNECAUSO di Pavia, furono vinti ed uccisi; ULFARI, duca di Treviso fu sconfitto e messo in prigione, GAIDULFO, duca di Bergamo, due volte ribelle, fu due volte vinto e anche perdonato, ma la terza volta fu messo a morte.

Allo scopo di legare al regno il ducato di Benevento, che per la lontananza dava segni di volersi render indipendente, morto ZOTTONE, Agilulfo vi mandò ARICHI, nobile longobardo del Friuli, che durante il suo governo durato quarant'anni doveva estendere per un buon tratto il suo dominio nell'Italia meridionale.
Ristabilita sui duchi l'autorità regia, Agilulfo intensificò le operazioni militari contro i Bizantini, specialmente contro Roma e Napoli. La condotta di queste operazioni fu affidata ai duchi di Benevento e di Spoleto. Il primo si spinse contro Napoli, il secondo, ARIULFO, nel 591, invase il territorio romano. La situazione delle due città allora si fece critica: pochissime forze ave-vano a loro disposizione e l'esarca, chiuso a Ravenna con il grosso delle truppe, non si muoveva. Anima della resistenza era Gregorio, il quale non soltanto dirigeva la difesa di Roma ma si interessava anche di quella di altre città, mandando a Nepi LEONZIO e a Napoli il tribuno COSTANZO.

Malgrado però l'infaticabile operosità del papa, terribile era la situazione di Roma, ridotta a comunicare con Ravenna solo per via mare. Ariulfo occupava Orte, Sutri, Bomarzo, Todi, Amelia, Perugia e Luccoli e si spingeva, saccheggiando, fin sotto le mura della metropoli. Quanto fosse difficile a Gregorio resistere ad Ariulfo mostra la sua lettera al vescovo di Ravenna: "… I soldati regolari che qui si trovano, non ricevendo più le paghe, hanno abbandonato la difesa della città; gli altri si possono a stento persuadere a far la guardia alle mura. Ormai non ci resta che far la pace con i Longobardi, pace che per Roma è ormai una questione di vita o di morte…".

E la pace nel luglio del 592 Gregorio la stipulò con ARIULFO, riuscendo per mezzo di una certa somma di denaro a fare allontanare il nemico dalla città.

L'atto del pontefice ebbe per effetto un improvviso risveglio dell'attività guerresca dei Bizantini. L'esarca Romano uscì finalmente da Ravenna e riconquistò con le armi tutti i paesi lungo la via Flaminia precedentemente occupati da Ariulfo. Anche Perugia cadde nelle mani dell'esarca, cedutagli dal duca longobardo MAURIZIO, che, forse per denaro, forse per paura, fece entrare una guarnigione bizantina.

Il risveglio dell'esarca provocò una pronta reazione di Agilulfo, che nel maggio del 593 mosse con un forte esercito verso l'Italia centrale, comportandosi purtroppo barbaramente con le popolazioni italiane, tra le quali furono fatti numerosi prigionieri, di cui parte furono mandati in Gallia per esservi venduti come schiavi, parte furono mutilati. Piacenza e Parma furono riacquistate. In questa ultima città Agilulfo mise come duca il proprio genero GODESCALCO, poi marciò contro Perugia che fu assediata ed espugnata e Maurizio pagò con la morte il suo tradimento.

Ora Roma si trovava nuovamente minacciata dai barbari e il pontefice, commosso dalle sofferenze degli Italiani e inorridito dagli atti di barbarie commessi dai Longobardi, troncava le sue predicazioni sopra Ezechiele e si dedicava come un guerriero alla difesa della città "…Nessuno potrà rimproverarci se in mezzo a tante sofferenze e di fronte alle spade nemiche tronchiamo la nostra predicazione. Alcuni Italiani già tornarono fra noi con le mani mozze, altri furono fatti prigionieri e venduti come schiavi, altri furono uccisi ". Così esclamava il pontefice, e diceva ancora: "Che cosa per noi può esservi di gioia in questo mondo ? Dovunque sciagure, dovunque pianti: le città sono distrutte, i castelli demoliti, i campi devastati, la terra è tutto un deserto. Nelle campagne non si trovano più coloni e le città sono prive di abitanti..".

Roma fu assediata, ma anche questa volta fu salva: la resistenza dei cittadini, la malaria che recava gravi danni alle truppe, la turbolenza dei duchi dell'alta Italia e un tributo annuo cui il papa si obbligava a versare, indussero Agilulfo a stipulare un accordo con il pontefice e a toglier l'assedio.

Per la seconda volta Gregorio, costretto dalle circostanze, oltrepassando i limiti imposti ai suoi poteri, trattava la pace o la tregua con i Longobardi. Questo modo di agire del pontefice ci fa conoscere quale era la sua politica. Egli aveva poca fiducia nelle armi imperiali e non era soddisfatto della politica di Costantinopoli e del contegno dei Bizantini in Italia. Di questo contegno abbiamo un accenno in una lettera al vescovo di Sirmio, nella quale il papa scrive: "…La condotta dei Bizantini è peggiore di quella dei Longobardi; ormai ci sembrano più benigni i nemici che ci uccidono che non i magistrati imperiali, i quali dovrebbero difenderci ed invece con la loro malizia, con le rapine e gli inganni lentamente ci consumano…".

Della politica imperiale il pontefice non poteva esser soddisfatto: perché non riusciva a richiamare all'obbedienza il patriarca di Costantinopoli, che continuava a servirsi del titolo di ecumenico; perché proibiva ai funzionari di ricoprire cariche ecclesiastiche; e perché impediva a Gregorio di convocare un concilio per risolvere la questione dello scisma dei Tre Capitoli.

Non era nell'interesse della Chiesa romana favorire i Bizantini contro i Longobardi, oltre che essere pericoloso; ma neppure era utile favorire questi contro quelli, barbari ed ariani per giunta. Nella lotta tra l'impero e la monarchia longobarda, più che la supremazia di una parte, alla Chiesa conveniva l'equilibrio, dal quale essa avrebbe potuto ritrarre vantaggi considerevoli, primo fra tutti l'indipendenza da Costantinopoli.

A Gregorio ora premeva che l'Italia fosse pacificata; ottenuta la pacificazione egli potrà con una forza avversa, come quella dei barbari, fare una forza amica della Chiesa, tentando di convertire al Cattolicesimo i Longobardi.

Messosi su questa via, egli cerca, per mezzo del vescovo di Milano, un accordo fra Longobardi e Bizantini e scrive a SEVERO SCOLASTICO, consigliere dell'esarca, esortandolo ad indurre ROMANO alla pace e minacciandolo che l'avrebbe con i Longobardi realizzata lui separatamente se il patrizio si fosse rifiutato.

Quest'agire del pontefice, non poteva non irritare l'imperatore Maurizio, il quale
rimproverò il papa, tacciandolo d'ingenuo e fatuo. Gregorio rispose con una lettera dignitosa e ferma accusando l'inetta politica imperiale e reclamando il rispetto del medesimo imperatore. Più tardi, accusato di avere avuto parte nell'uccisione di Malco, vescovo longobardo, fece dire all'imperatore, per mezzo del suo nunzio: "… Se io avessi voluto lordarmi le mani di sangue, a quest'ora i Longobardi non avrebbero né re né duchi né conti e sarebbero in grandissina confusione (hodie Langobardorum gens, neo regeyn, neo duces, neo comites haberet acque in summa confusione esset divisa), ma poiché temo Iddio; mi guardo bene dal mischiarmi nell'uccisione di chicchessia…".

Intanto le armi non tacevano: la Sardegna era minacciata dai Longobardi, nel 596 il duca di Benevento devastava la Campania ed estendeva la sua conquista fino a Cotrone, la Toscana cadeva in mano dei Longobardi, eccettuate alcune città fra cui Pisa, ed ARIULFO minacciava Fano, Fermo ed Osimo.

Gregorio persisteva più che mai nel suo proposito di far fare la pace. Glie ne davano speranza l'avvento di CIRIACO al patriarcato di Costantinopoli e la venuta da Ravenna, come successore di Romano, dell'esarca CALLINICO.

Tra questo ed Agilulfo furono avviate trattative per una pace che doveva esser durevole ed invece, per le pretese di Ariulfo e di Arichi, non fu che una tregua di un anno, stipulata verso la fine del 598 e che nella primavera del 600 fu rinnovata fino alla primavera successiva.

La guerra, riaccesasi nel 601, fu condotta da Agilulfo con grande vigore. L'esarca Romano, che era stato estromesso come esarca, con un audace colpo di mano con alcuni suoi seguaci, era riuscito a impadronirsi di Parma e a catturare il duca GODESCALCO e la moglie; Agilulfo se ne vendicò ricuperando subito Parma, poi marciò su Padova, che, nonostante la fiera resistenza, fu presa ed incendiata. Di là il re, con un corpo di ausiliari slavi ed avari, passò nell'Istria che fu devastata.

Era intanto salito al trono di Costantinopoli FOCA, che aveva fatto trucidare Maurizio. Conclusa la pace con gli Avari il nuovo imperatore sostituì Callinico nell'esarcato di Ravenna e vi mandò SMARAGDO. Ma l'arrivo del nuovo esarca non mutò le sorti della guerra contro Agilulfo, che riuscì ad occupare a viva forza Monselice, Mantova e Cremona ed impadronirsi di Valdoria e Brescello.

Fra tutte queste vicende politiche e guerresche l'attività di Gregorio Magno non aveva riposo: il gran pontefice lavorava per la conversione dei Longobardi e in questa sua opera era validamente aiutato dalla cattolica TEODOLINDA tenendo con lei una fitta corrispondenza. Il primo frutto dell'opera del papa si ebbe il 7 aprile del 603: fu in questi giorni che nella basilica di San Giovanni; eretta dalla pietà della regina, fu battezzato ADALOALDO, figlio di Agilulfo. Era l'inizio della generale conversione dei Longobardi.

Gregorio non doveva però vedere realizzato il suo sogno. L' 11 marzo del 604 moriva in età di sessantaquattro anni. Nel settembre dello stesso anno, avendo Smaragdo restituita ad Agilulfo la figlia prigioniera, moglie di Godescalco, fu rinnovata fino al 605 la tregua tra Longobardi e Bizantini.

DA ADALOALDO A ROTARI

Pochi mesi dopo la morte del pontefice, nel luglio del 604 Agilulfo proclamava suo erede a Milano il figlio ADALOALDO e per festeggiare un trattato di pace che aveva rinnovato coi Franchi lo fidanzava con la figlia di TEODEBERTO II.

Finita la tregua con i Bizantini nel 605, Agilulfo ricominciava la guerra e, varcato l'Appennino, riduceva in suo potere Orvieto e si spingeva fino a Bagnorea. Nel novembre dello stesso anno una nuova tregua fu stipulata con l'esarca: tregua che rinnovata nel 607, doveva essere rispettata da GIOVANNI, mandato nel 611 a Ravenna, come successore di Smaragdo, dall'imperatore ERACLIO salito al trono un anno prima.

Questi anni per l'Italia sono privi d'avvenimenti importanti. Di uno dobbiamo però parlarne: verso il 612, un irlandese, S. COLOMBANO, noto per aver fondato molti conventi in Francia (un suo discepolo, fondò S. Gallo, a quel tempo in Svizzera, cui è rimasto il suo nome), viene in Italia e, per mezzo di Teodolinda, ottiene dal re la valle di Bobbio, dove erige il monastero, che presto diventerà centro attivo di cultura e di propaganda cattolica.

Tra il 615 e il 616, dopo venticinque anni di regno, muore AGILULFO. Gli succede il figlio ADALOALDO che non ha ancora compiuto il quinto lustro. Nelle mani della madre è pertanto da credere che rimanga il potere. Il regno di Adaloaldo dura una dozzina d'anni e di lui e di questi anni abbiamo scarsissime notizie.

Forse sotto di lui avviene la scorreria degli Avari nell'Istria e nel Friuli, di cui c'è stato tramandato un racconto che però sa di leggenda. Secondo questo racconto, GISULFO, duca del Friuli, conduce le sue schiere contro gli Avari, ma in una sanguinosa battaglia fu ucciso. La moglie ROMILDA con otto figli, quattro femmine e quattro maschi, dei quali ultimi, due soli, Tasone e Cacco, adulti, si chiude nella città di Forum Julii (Cividale) dove furono assediati dai nemici.
Il capo degli Avari era un bellissimo giovane e di lui s'innamora Romilda, che gli offre la resa della città se egli promette di sposarla. L'avaro accetta, entra a Cividale, la saccheggia, fa prigionieri gli abitanti e dopo aver posseduta Romilda la consegna ai suoi ufficiali e la fa impalare per punirla del tradimento.
Le quattro figlie sono fatte prigioniere, ma riescono a salvare il proprio onore con un curioso stratagemma; i maschi si salvano fuggendo e il più giovane, GRIMOALDO, catturato durante la fuga da un cavaliere nemico, uccide l'avaro e raggiunge i fratelli. Due di questi, i minori, trovano asilo dallo zio ARICHI a Benevento, TASONE e CACCO, partiti gli Avari, ritornano nel Friuli e ne assumono il governo che più tardi passerà nelle mani di GRASULFO, fratello di GISULFO.

Teodolinda, durante la sua reggenza, si mantiene in stretti rapporti con il monastero di Bobbio, favorisce il Cattolicesimo, costruisce chiese e le adorna di pitture. Fra le chiese, quella cui la regina dedica le cure maggiori è la basilica di S. Giovanni a Monza, che fu arricchita con oggetti d'inestimabile valore storico ed artistico. Di questi oggetti sono degni di menzione tre corone: la prima, d'oro, tempestata di pietre preziose, adorna di figure rappresentanti Cristo e gli Apostoli, si suole chiamare di Agilulfo del quale porta scritto il nome col titolo di "rex totius Italiane".
Da Napoleone essa sarà portata - a Parigi e sparirà misteriosamente. La seconda, detta di Teodolinda, è di oro e smeraldi, con una croce d'oro ingemmata pendente; la terza, anch'essa d'oro, pregevolmente scolpita a frutta e fiori e tempestata di perle e smeraldi, è la famosa "corona ferrea", così chiamata perché nell'interno ha una sottile lamina di ferro che la leggenda narra essere formata da uno dei chiodi con cui Cristo fu crocifisso sulla Croce. Questa "CORONA DI FERRO" o "Corona ferrea", servirà per molto tempo per l'incoronazione dei re d'Italia.

Teodolinda muore forse nel 662; l'anno dopo fu ucciso ADALOALDO, vittima forse del partito longobardo conservatore, capitanato da ARIOVALDO, duca di Torino e marito di GUNDEBERGA, figlia di Teodolinda.

Ariovaldo successe al cognato; regnò fino al 636 e, sebbene la sua ascensione al trono fosse dovuta alla lotta da lui ingaggiata contro il partito cattolico longobardo, si mostrò molto temperante verso i cattolici. N'è una prova la condotta da lui tenuta nella controversia sorta tra il vescovo di Tortona e il monastero di Bobbio. Il vescovo voleva mettere sotto la sua giurisdizione il monastero. Rifiutandosi, la questione fu rimessa al pontefice ONORIO I, il quale con bolla dell'11 giugno del 628, lo mise sotto la propria dipendenza.

Pochissimo sappiamo del regno di Ariovaldo. PAOLO DIACONO ne parla poco; il cronista franco FREDEGARIO ci narra invece di dissidi sorti tra il re e la regina. Questa, accusata da un certo Adalulfo di adulterio con il duca di Toscana, fu dal re confinata in una torre del castello di Lomello. Qui GUNDEBERGA rimase tre anni, al termine dei quali, in seguito alla richiesta di CLOTARIO II, re dei Franchi, Ariovaldo permise che la moglie dimostrasse la propria innocenza per mezzo di un giudizio di Dio, che riuscì a lei favorevole riconquistando così la libertà.

Morto nel 636 Ariovaldo, gli successe ROTARI, duca di Brescia, che per rafforzare la propria posizione sposò GUNDEBERGA, la quale, essendo cattolica, godeva le simpatie di tutti quei Longobardi che avevano abbracciato il Cattolicesimo. Rotari però era ariano e non poteva certamente vivere in buon'armonia con la moglie, e forse alla diversità di fede si debbono attribuire i dissapori domestici tra il re e la regina, la quale fu chiusa dal marito nel palazzo di Pavia e vi rimase per cinque anni fino a che non la liberò, restituendola alla dignità regia, l'intervento di un altro re franco, CLODOVEO II.

ROTARI era salito al trono con un programma ben definito, di cui due erano i punti principali: cacciare dall'Italia i Bizantini, favorendo nello stesso tempo fra i Longobardi l'arianesimo, e dare al suo popolo un codice di leggi.

L'attuazione del primo punto non presentava grosse difficoltà. Costantinopoli non pensava all'Italia che quando c'era da rinnovare la tregua o quando - come sovente avveniva dopo il tentativo di ELEUTERIO di rendersi indipendente (616-620) - si doveva mandare un nuovo esarca.

Tutte le cure di ERACLIO erano rivolte ad Oriente. Prima aveva dovuto lottare energicamente contro i Persiani, che, sotto COSROE, si erano impadroniti della Siria, della Palestina e dell'Egitto, e contro gli Avari che avevano assalito la stessa Costantinopoli, e gli uni e gli altri Eraclio li aveva sconfitto, i primi dopo una guerra che dal 622 era durata fino al 628, gli altri nel 625; poi si era trovato di fronte ad un importantissimo avvenimento che in Asia e in Africa doveva essere fatale al Cristianesimo e all'impero: all'ISLAMISMO (vedi nei singoli anni di questa Cronologia).

Una nuova religione era sorta nel cuore dell'Arabia per opera di MAOMETTO. Quest'uomo veramente straordinario era nato nel 578 alla Mecca dalla potente tribù dei Quraisciti. Cammelliere prima, sposo di una vedova poi, proclamatosi "inviato di Dio" (Nabi), aveva scatenato una guerra contro l'idolatria. predicando una nuova fede che da Medina, dov'era fuggito nel 622 ("Egira"), aveva imposto con le armi a quasi tutta l'Arabia. Era una religione semplice, priva di teoriche sottili, di derivazione in gran parte giudaica e cristiana, che proclamava l'unità di Dio, il profetismo, l'immortalità dell'anima, il giudizio, che minacciava pene per i malvagi nell'altro mondo, e per gli eletti prometteva un paradiso di voluttà sensuali, che inculcava il fatalismo e il disprezzo della morte e sviluppava lo spirito guerriero della razza.

Morto Maometto nel 632, la sua opera era stata continuata dal suocero ABU-BAKR, primo califfo, che aveva ridotto all'obbedienza le tribù arabe ribelli, sconfitto nello Jemen l'esercito del pseudo-profeta MUSAILIMA e iniziata la conquista della Siria e della Mesopotamia, poi dal secondo califfo, OMAR, coadiuvato dai valorosissimi generali KAHLID, ABU-OBAIDA, AMRU, MATANNA BEN-HARITHA.
Nel 637, ad El Bonaib era stato sconfitto l'esercito persiano ed era stata presa Damasco, l'anno dopo era caduta Antiochia, nel 637 Gerusalemme, fra il 638 e il 640 erano stati conquistati la Mesopotamia e l'Egitto.

ROTARI non aveva nulla da temere dall'impero; riuscì quindi con una certa tranquillità e fiducia a muoversi verso la conquista del resto dell'Italia.

Una grande vittoria sulle truppe bizantine al Panaro, nell'Emilia, gli aprì la via verso l'ovest e il sud. Passato l'Appennino, Rotari ridusse in suo potere la Lunigiana ed estese il dominio su tutta la Liguria fino al confine dei Franchi. Il vescovo di Milano, che risiedeva a Genova, caduta questa città in mano dei Longobardi, tornò nella sua diocesi. Dalla Liguria Rotari si trasferì con il suo esercito nella Venezia ed assalì e prese Oderzo il cui vescovo MAGNO si rifugiò in una delle isole della laguna della futura Venezia.

Nel 641 moriva ERACLIO a Costantinopoli e a Benevento ARICHI. A quest'ultimo succedeva il nipote RADOALDO, figlio di Gisulfo duca del Friuli e nel 647 il ducato di Benevento passava a GRIMOALDO.

Il secondo punto del programma di Rotari fu attuato nel 643 con la promulgazione del famoso EDITTO. Prima però di esaminare l'Editto di Rotari è necessario parlare dell'ordinamento del regno longobardo.

ORDINAMENTO DEL REGNO LONGOBARDO
L' EDITTO DI ROTARI

Capo della "nazione longobarda", o regno longobardo", era il re, un re elettivo, che era scelto tra i membri d'una certa famiglia dal popolo o dai suoi capi. Sue insegne erano il "conto", la croce d'argento, il manto, il sigillo e forse la corona; suoi titoli erano quello di "Flavius" ed "excellentissimus". Il re, con il consiglio dei grandi dello stato, faceva le leggi che sottoponeva all'approvazione dell'assemblea popolare; aveva il supremo comando militare che gli dava il diritto di convocare l' "eribanno" , di guidare l'esercito, dichiarar guerra e concludere la pace; ed era investito della suprema potestà civile e giudiziaria.

Il re era assistito nel governo da cortigiani detti "gasindi". Fra questi sceglieva i giudici, che lo aiutavano nell'amministrazione della giustizia e i funzionari della corte quali il maggiordomo ("stolezaz"), il cavallerizzo ("marpahis"), il tesoriere ("duddo"), il coppiere ("pincerna").

Il regno era suddiviso in ducati che in origine, come abbiamo detto, si crede fossero trentasei. Essi erano retti dai duchi, i quali erano nominati a vita dal re. In certi ducati però, come quelli di Benevento, del Friuli e di Spoleto, crebbe tanto la loro potenza ch'essi divennero ereditari e si considerarono come veri e propri principi indipendenti. La turbolenza dei duchi e la loro tendenza a rendersi indipendenti dal re costituì la debolezza dello stato longobardo e fu causa non ultima della sua rovina. I duchi, nel proprio territorio, avevano le stesse attribuzioni del re: amministravano la giustizia, comandavano l'esercito, facevano spedizioni militari per ordine del sovrano e non di rado di propria iniziativa, e avevano proprie corti e propri "gasindi".

Oltre i duchi, dipendevano direttamente dal sovrano i "gastaldi", i quali erano veri e propri ufficiali regi, che erano preposti all'amministrazione della "Curtis regia", cioè dei beni della corona, riscuotevano le multe e le imposte e sui distretti che amministravano avevano potestà civile, giudiziaria e militare.

I duchi e i gastaldi, per il potere giudiziario che avevano, erano detti anche "iudices", i secondi però differivano dai primi in questo, che mentre quelli erano eletti a vita e disponevano dei beni della propria corte ducale, questi erano revocabili e non potevano disporre dei beni, erano solo degli amministratori di quelli della corte regia.

Una gerarchia di funzionari dipendenti dai duchi e dai gastaldi era quella degli "sculdasci" e degli "attori". Gli sculdasci, che erano alle dirette dipendenze del duca, erano preposti al governo di una frazione del ducato, detta "sculdascia", avevano attribuzioni giudiziarie e di polizia e comandavano le "centene" dell'esercito da cui prendevano il nome di "centenari". Sotto lo "sculdascio" era il "decano", che aveva attribuzioni militari più ristrette e giudiziarie limitate ai soli casi di polizia.

Dal gastaldo dipendeva invece l' "attore", preposto ad un'azione della corte regia, e dagli attori i "saltari", prefetti dei boschi, che fra le altre attribuzioni avevano quelle di misurare e fissare i confini. Altri ufficiali d'ordine inferiore erano gli "scarioni", preposti alle chiese e ai monasteri.

La società longobarda era divisa in "uomini liberi" e in "non liberi". Dei primi esistevano varie gradazioni che andavano dagli "arimanni", grossi proprietari di terre, ai "pauperes", veri e propri proletari; in mezzo stavano i "liberi homines", piccoli proprietari di terre; al disopra di tutti stavano i nobili. La categoria più alta dei non liberi era costituita dagli aldii, i quali personalmente erano liberi, ma erano legati alla terra, che non poteva esser venduta o alienata, e dovevano pagare ai padroni una parte dei prodotti e prestar certi servizi. Più sotto degli aldii stavano i "massarii" cui era affidata la coltivazione dei fondi, e sotto a questi i servi ministeriali che esercitavano vari mestieri. In fondo alla scala sociale erano i "servi rusticani" addetti ai lavori campestri.

La società longobarda era governata per mezzo di consuetudini che avevano forza di leggi. La prima legge scritta dai Longobardi fu l' EDITTO di ROTARI, il quale, secondo l'esplicita dichiarazione del legislatore, non è che una raccolta di consuetudini longobarde accresciute e migliorate con il consiglio dei primati e del popolo.

L'Editto costa di trecentottantotto capitoli, in cui si comincia con il trattare intorno ai delitti contro lo stato e le persone, si continua con il diritto ereditario, con l'ordine della famiglia e della proprietà e si termina con la procedura.

L'estensione maggiore è data al diritto penale. Base di questo non è più la vendetta del sangue, la "faida" barbarica che si tramandava fino alla settima generazione, ma la "composizione", il compenso cioè pecuniario che il reo è tenuto a corrispondere al danneggiato o ai parenti. La pena di morte è limitata a certi reati speciali, quali il regicidio, la diserzione, il tradimento, i delitti contro la sicurezza dello stato e l'ordine pubblico, e l'uccisione del marito. Il compenso in denaro è la pena che si applica a tutti gli altri delitti, dall'omicidio al reato più piccolo."Guidrigildo" è denominato il prezzo del sangue e varia secondo la qualità dell'ucciso. Per l'uccisione di una donna libera è comminata una multa di mille e duecento solidi, metà dei quali è dovuta al re. Il "guidrigildo" è applicato per l'uccisione dei liberi; ma anche la vita di un servo ha un prezzo: sessanta solidi quella di un "aldio", cinquanta quella di un "servo ministeriale", venti quella di un "servo rustico". Poichè i servi non hanno personalità giuridica, la multa va al padrone e su questo ricade la responsabilità pecuniaria per reati commessi dai servi.

Severissimo l'editto di Rotari è contro i ladri e i liberi o i servi fuggitivi. II ladro, sia esso libero o servo, è tenuto a pagare il "novigildo", cioè nove volte il valore della cosa rubata, e la stessa multa è inflitta al ricattatore. Il "novigildo" è raddoppiato se complice in un furto è il padrone. Pene egualmente severe sono comminate per i fuggitivi e per quelli che danno loro ospitalità. Per i disertori in tempo di guerra la pena è quella di morte.
Con molto rigore sono punite le ribellioni servili: il capo di una rivolta, se libero, può riscattarsi pagando novecento solidi, se servo è punito con la morte; gli altri, se di condizione servile, sono condannati ad una multa di cinquanta solidi.

Minuziosamente contemplati sono nell'Editto i reati contro la proprietà campestre e numerose le disposizioni che riguardano la tutela della vita degli animali, la caccia e la pesca.

Caposaldo del diritto civile longobardo è il "mundio" o tutela. "Supremo mundialdo" è il re. Il figlio, divenuto atto a portare le armi, può uscire dalla tutela paterna e costituire un'altra famiglia. Chi non può mai liberarsi dal mundio è la donna. Dal mundio del padre passa a quello del marito; rimasta vedova passa sotto la tutela dei parenti del morto o dei propri fratelli e, in certi casi, del figlio; se non ha parenti passa al "mundio" del re. Perché la donna passi dal mundio del padre o dei fratelli a quello del marito occorre che questi ne paghi il prezzo. Nel contratto nuziale ("fabula"), alla presenza del mundialdo e di fideiussori, è stabilita la "meta", cioè la dote che il fidanzato assegna alla sposa e il "fardefium", cioè il regalo che il padre fa alla figlia per il suo matrimonio; il giorno dopo le nozze il marito può donare alla moglie una parte dei suoi beni. Questo regalo si chiama "morgincap", ossia dono del mattino. Tra la promessa e il matrimonio non può passare un tempo superiore ai due anni, trascorso questo termine il contratto si scioglie e il fidanzato perde la "meta" che ha, pertanto, oltre che il valore di dote, anche il valore di caparra.

Con sagge norme l'Editto di Rotari regola le donazioni. Esse non possono essere fatte né dalle donne, né dai servi né dai figli quando il padre è vivo. Sola l'uomo libero che è in pieno possesso dei diritti civili ha facoltà di alienare le proprie sostanze. La donazione non si ritiene valida se il padre che la fa ha figli legittimi o se non ha plausibili motivi per escluderli dall'eredità. Se il donatario si rende indegno o se al donatore nascono figli dopo che aver fatto la donazione dei suoi beni, questa può esser revocata. Riti simbolici detti "gairethings" (da cui è venuta la parola "guarentigia") sogliono accompagnare l'atto di donazione come per rafforzarlo e renderlo più solenne. Uno di questi riti consiste nella consegna al donatario di un guanto o di un anello detto "launechildo".

Precise norme per la successione contemplano l'Editto. Hanno diritto alla successione i parenti non oltre il settimo grado; in mancanza di questi, subentra erede il re. Eredi del padre sono tanto i figli legittimi quanto i naturali; ma questi ultimi in misura inferiore che varia dal terzo al quinto dei beni paterni. Le donne sono escluse dall'eredità e vi possono partecipare solo in mancanza di figli maschi legittimi e in concorrenza con i parenti più stretti e con i figli naturali.

I servi - come si è detto - non hanno personalità giuridica, ma possono, per mezzo delle manomissioni, migliorare la propria condizione passando da un grado all'altro ed acquistando perfino l'intera cittadinanza. Quattro sono le specie di manomissioni quella dei servi innalzati al grado di "aldii"; quella dei servi che, diventando "fulfreali", acquistano la prima cittadinanza; quella dei servi dichiarati "amundi" e quella dei servi manomessi per ordine del re o, come si dice, "per impans". Queste ultime due specie danno al servo assoluta libertà. In questo caso il servo, con una curiosa cerimonia, passa per le mani di quattro uomini liberi, l'ultimo dei quali lo conduce in un quadrivio e pronunzia la formula: "ubi volueris ambulare liberam habeas potestatem".

Per la procedura giudiziaria l'Editto di Rotari non fa che confermare le antiche consuetudini longobarde. Pur non essendo escluse la produzione di documenti scritti e le perizie, queste non hanno nessun peso nel giudizio, il quale si risolve sempre con la prova. Due specie di prove ammette la legge longobarda: il giuramento e il duello. Il giuramento, richiesto per i casi ordinari, è prestato sull'Evangelo o sulle armi consacrate alla presenza di un certo numero di sacramentali ("aidi") che sulla propria fede ne attestano la verità. Il duello, richiesto nei casi gravi in cui è in gioco l'onore personale, accade dinanzi al giudice tra i campioni delle due parti.

Si è molto discusso per sapere se l'Editto di Rotari - che, sebbene abbia un carattere essenzialmente germanico, risente tuttavia dell'influenza del diritto romano -fosse applicato indistintamente a tutti i sudditi, Longobardi e Italiani. "…Generalmente - scrive il ROTARI - le leggi barbariche avevano un carattere personale, erano cioè esclusivamente del popolo che le aveva scritte, e che le portava seco dovunque andava. Quelle dei Longobardi però, e non solo questi, avevano anche un carattere territoriale, perché si applicavano a tutti i popoli giunti con loro in Italia. Prova ne sarebbe, secondo alcuno, il fatto che i Sassoni, i quali volevano vivere con le proprie leggi e le proprie istituzioni, dovettero andar via. Rotari dice nel suo Editto, che egli lo ha compilato per la giustizia e per amore dei suoi sudditi, senza fare distinzione alcuna, il che farebbe credere all'applicazione della legge longobarda anche ai Romani: questione, come è noto, assai dibattuta. Certo è che più di una volta l'Editto accenna alla esistenza di altre legislazioni diverse dalla longobarda; e non pare credibile che, se la legge romana fosse stata veramente annullata del tutto, di una cosa di così grande importanza non si facesse chiaramente menzione neppure una volta.

Né si può concepire come i Longobardi, anche volendo, avrebbero potuto distruggere un diritto che aveva messo radici secolari, creando fra i vinti Italiani una quantità di relazioni giuridiche, molte delle quali ai vincitori erano sconosciute fino al punto che per la loro legge per alcuni reati non prevedevano addirittura nessuna pena. Non si capirebbe poi come, ammessa una volta l'assoluta distruzione del diritto romano nell'Italia longobarda, questo si ritrovasse più tardi in vigore, senza che del suo sparire e del suo riapparire nei documenti e nelle cronache non se ne fa il minimo accenno.

La conclusione più probabile cui bisogna arrivare -secondo alcuni- è che, sebbene la legge romana non fosse ufficialmente riconosciuta, essa in molte delle relazioni private che da quelle antiche facevano uso gli Italiani, fosse lasciata vivere sotto forma per lo meno consuetudinaria

Se non è possibile che sia scomparso del tutto il diritto romano nell'Italia longobarda, è opinione concorde degli studiosi che scomparve l'antico municipio e alle curie subentrarono le corti regie e ducali. Con il municipio dovettero scomparire le corporazioni d'arti e mestieri ("corpora artium") e l'organizzazione del lavoro presero a poco a poco quella forma che fu chiamata "sistema curtense".
Tranne il commercio e certe industrie che richiedevano una certa abilità, le arti e i mestieri erano esercitati da lavoratori, in condizione di servi nelle corti regie e ducali, e il "sistema curtense" durerà fino a quando, parecchi secoli dopo, l'organizzazione del lavoro non troverà una nuova forma nelle diverse condizioni di vita del comune italiano.

Se scomparvero le curie e le corporazioni non scomparve la libertà di cui godevano gli Italiani. Parecchi storici tedeschi e, purtroppo, anche alcuni italiani, si sono affannati a voler dimostrare, interpretando cervelloticamente certi passi di PAOLO DIACONO, che i liberi italiani furono ridotti allo stato di "aldii" che vuol dire alla condizione di semi-servitù.
Ma le loro conclusioni non trovano conforto in nessun documento anzi sono in aperta contraddizione con qualche punto dell'Editto di Rotari e con gli stessi brani spesso controversi di Paolo Diacono.

Ormai, dopo tante dispute, l'opinione della servitù degli Italiani è abbandonata e si è finito con il supporre - e giustamente - che la libertà degli indigeni fosse per dignità inferiore a quella dei Longobardi. Voler pensare che ai vincitori e ai vinti fosse stato fatto il medesimo trattamento sarebbe tale assurdità che non varrebbe neppure la pena di prospettarla.

  FINE

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Fonti, citazioni, e testo
PAOLO GIUDICI - Storia d'Italia - Nerbini
STORIA MONDIALE CAMBRIDGE - GARZANTI 
UTET - CRONOLOGIA UNIVERSALE

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