ANNI 875 - 882 d.C.

CARLO IL CALVO RE D'ITALIA - MUSULMANI IN ITALIA
PAPA GIOVANNI III E SUA MORTE

VENUTA DI CARLO IL CALVO IN ITALIA E SUA INCORONAZIONE ROMANA - CARLO RE D'ITALIA - BOSONE - SARACENI E BIZANTINI NELL' ITALIA MERIDIONALE - LA POLITICA DI GIOVANNI VIII NEL MEZZOGIORNO D'ITALIA - IL CONVEGNO DI TRAETTO - SPEDIZIONE DI CARLO IL CALVO IN ITALIA E SUA MORTE - CARLOMANNO IN ITALIA - POLITICA AMBIGUA DEL PONTEFICE - LAMBERTO DI SPOLETO E ADALBERTO DI TOSCANA A ROMA - GIOVANNI VIII IN FRANCIA - RICONCILIAZIONE DI GIOVANNI VIII CON LA CORTE BIZANTINA - LA S. SEDE E LA CHIESA BULGARA - INCORONAZIONE DI CARLO III - LA GNERRA CIVILE NELLA CONTEA DI CAPUA - INTERVENTO DEL PAPA - VICENDE DEI MUSULMANI NELL' ITALIA MERIDIONALE - COLONIE DI AGROPOLI E DEL GARIGLIANO - I SARACENI CONTRO I MONASTERI DI S. VINCENZO E MONTECASSINO - MORTE DI GIOVANNI VIII
-------------------------------------------------------------------------------------


CARLO IL CALVO IMPERATORE
GIOVANNI VIII E L'ITALIA MERIDIONALE

L'imperatore, e Re d'Italia, LUDOVICO II, moriva senza eredi, e, poiché erano illegittimi i figli che Lotario II aveva avuto da GUALDRADA, si spegneva con lui il ramo primogenito dei Carolingi.

Si trattava ora di vedere a chi sarebbe toccata sia la dignità imperiale sia il regno d'Italia, se alla casa regnante di Francia, rappresentata da CARLO il CALVO, o alla casa di Germania, rappresentata da LUDOVICO il GERMANICO.

Veramente non sarebbe stato difficile risolvere la questione se si teneva conto della "Ordinatio imperii" dell'817, in cui era detto che, in caso d'estinzione del ramo primogenito, l'assemblea dei Franchi era arbitra di decidere a chi degli altri discendenti dovesse esser dato il titolo d'imperatore.
Oppure se si fosse dato ascolto alla raccomandazione di Ludovico II il quale aveva, morendo, espresso il voto di dare la successione a CARLOMANNO, figlio maggiore di Ludovico il Germanico. Ma né della "Ordinatio" si tenne conto né del desiderio dello stesso imperatore.

I grandi, riuniti a Pavia, non sapendo o non volendo scegliere, offrirono il regno d'Italia ad entrambi i fratelli CARLO e LUDOVICO; ma nello stesso anno 875 un'altra assemblea di laici ed ecclesiastici riunita a Roma dal Pontefice proclamava imperatore Carlo il Calvo.

L'atto del Papa era senza dubbio arbitrario, ma era una logica conseguenza della politica pontificia, che trovava conforto nella lettera a Basilio in cui si faceva risalire l'origine della dignità imperiale alla volontà dei Romani e alla consacrazione papale. Quanto a spiegare la scelta di papa GIOVANNI VIII sappiamo che Adriano II e Niccolò I avevano espresso il parere che, in caso di morte di Ludovico, si dovesse eleggere Carlo il Calvo, questo perché i rapporti tra la S. Sede e la casa di Francia, erano più cordiali di quelli che correvano tra il Papato e la casa di Germania.

Invitato a scendere in Italia, nel settembre dell'875 CARLO il CALVO giungeva a Pavia. Ma a contrastargli il regno, tra il settembre e il novembre dello stesso anno, Ludovico il Germanico mandava in Italia il terzogenito CARLETTO prima, CARLOMANNO poi. Il primo fu dallo zio messo in fuga; il secondo se ne tornò in Baviera dietro promessa che anche Carlo il Calvo avrebbe lasciato l'Italia.

Il pericolo di una guerra civile nelle contrade italiane pertanto si allontanava. Più tardi la guerra avrà invece per teatro la Lotaringia: LUDOVICO il GIOVANE, secondogenito del
Germanico, morto il padre il 28 agosto dell'876 a Francoforte, passerà il Reno e nel settembre di quell'anno sconfiggerà ad Andernach lo zio.

CARLO il CALVO, allontanatosi il nipote, si recò a Roma e nella basilica di S. Pietro, il giorno di Natale dell'875, ricevette dal Pontefice la corona imperiale. Lasciata Roma, nel gennaio dell'876 fece ritorno a Pavia, si fece eleggere da un'assemblea e coronare da ANSPERTO, vescovo di Milano, re d'Italia, quindi emanò un capitolare, che sembra dettato dalla gratitudine verso Giovanni VIII, in cui proibiva che si attentasse ai domini del Pontefice, che non si toccassero i beni delle Chiese, ordinava che fosse portato rispetto al clero, che i vescovi trattassero con amore i conti e i vassalli e che questi onorassero i vescovi, e che infine non fossero commessi abusi a danno dei poveri sia da parte dei vescovi che da parte dei conti o vassalli regi.

Lasciato il governo d'Italia al duca BOSONE, suo cognato, nel marzo dell'876 Carlo ripartiva per la Francia. Egli credeva di aver lasciato tutto tranquillo di là delle sue Alpi; ma s'ingannava. Molti erano nell'Italia superiore i partigiani della casa di Germania e fra questi, i principali, erano BERENGARIO, marchese del Friuli, ed ENGELBERGA, la quale cercava di tirar dalla sua parte Bosone offrendogli come moglie la figlia ERMENGARDA.

Questi intrighi del partito tedesco dovevano fra non molto provocare la discesa in Italia di CARLOMANNO.
Ma se nella parte superiore il regno di Carlo era insidiato dalle congiure, nel mezzogiorno era minacciato dai Saraceni, favoriti dalle risorte discordie dei principi meridionali; ad approfittarne i saraceni.
Infatti, morto Ludovico II, le navi predatrici musulmane di Taranto si erano spinte nell'alto Adriatico, fino a Grado incendiando Comacchio. Gran parte della Calabria era caduta in potere degli Arabi e un principe saraceno, OTHMÀN, dopo aver battuto per tre volte il duca di Benevento, lo aveva costretto alla pace, mentre Bari, minacciata dagli arabi, si rimetteva nelle mani dello stratega GREGORIO che l'occupava in nome dell'imperatore bizantino BASILIO.
Dalla parte del Tirreno, Napoli, Amalfi, Gaeta e Salerno, gelose della propria indipendenza insidiata dai Bizantini e dalla Santa Sede, a motivo dei loro commerci, erano in buoni rapporti con i Musulmani, i quali però oltre i commerci, utilizzando quei porti poi infestavano le coste del Lazio, risalivano il Tevere, minacciarono perfino Roma e depredarono la Sabina.

Al Meridione teneva pure gli occhi fissi GIOVANNI VIII, sia per le minacce che da quelle parti gli venivano sia per le mire che aveva su quei territori, e poiché non aveva forze per contrastare l'audacia dei Saraceni, scriveva al reggente BOSONE e a CARLO medesimo, dipingendo a fosche tinte le scorrerie e le malvagità degli infedeli saraceni, allo scopo di ottenere aiuti:
"Invadono la terra come le cavallette, e a raccontare i loro danni non basterebbero tante lingue quante foglie hanno gli alberi di questi paesi. Le campagne sono diventate deserte, albergo di fiere; le chiese rovinate, uccisi o imprigionati i sacerdoti, menate in schiavitù le suore, abbandonati le ville e i castelli; i miseri abitanti si sono rifugiati a Roma e in tal numero che i monasteri della città non bastano a nutrirli".

Non vedendo dall'imperatore offrire altro aiuto che quello dei duchi LAMBERTO e GUIDO di Spoleto, Giovanni VIII partì in loro compagnia alla volta di Napoli con il proposito di riunire in una lega contro i Saraceni tutte le città del mezzogiorno.
La sua opera non fu coronata dal successo; anche se Amalfi, Guaiferio di Salerno e Landolfo di Capua si unirono al Pontefice, Benevento non ne volle proprio sapere di mettersi nella lega; e Napoli e Gaeta si rifiutarono di sciogliere l'alleanza che nei commerci le univa ai Musulmani, ma anche sobillate segretamente dai due ambigui duchi di Spoleto che mal vedevano l'egemonia pontificia sull'Italia meridionale.

Ma GIOVANNI VIII non era l' uomo da abbandonare la sua idea. L'anno seguente ritentò la prova e riuscì nel giugno dell'877 a riunire a Traetto, GUAIFERIO di Salerno, PULEARI di Amalfi, LANDOLFO di Capua, DOCIBILE di Gaeta, e SERGIO II di Napoli

Quanti dei convenuti a Traetto aderirono alla lega promossa dal Papa non si sa; è certo però che Amalfi stipulò un trattato con il Pontefice mediante il quale si obbligava di aiutarlo, con le sue navi dietro un annuo compenso di diecimila mancusi d'argento.
È da credersi inoltre che Sergio (Napoli) si rifiutò di rompere l'alleanza con i Musulmani; difatti alcuni mesi dopo (ottobre o novembre) fu fatto prigioniero dal proprio fratello ATANASIO II, che era invece in buoni rapporti con la S. Sede; Sergio fu privato della vista e mandato a Roma.

Mentre Giovanni VIII era a convegno a Traetto con i principi meridionali, CARLO il CALVO annunciava ad un'assemblea di Grandi convocata a Quierzy il proposito di recarsi in Italia per affermarvi la sua autorità che era un po' vacillante. Nonostante l'opposizione dei nobili, nel settembre dell'877 con la moglie RACHILDE e un modesto esercito, valicava le Alpi orientali. II Papa, che si trovava a Ravenna, saputo l'arrivo dell'imperatore, gli andò a incontro a Vercelli, poi si accompagnarono fino a Pavia.

Qui però non si fermarono a lungo: si era sparsa la voce che stava scendendo CARLOMANNO alla testa di un forte esercito; l'imperatore e il Pontefice preferirono portarsi a Tortona, e qui mentre erano nella attesa che dalla Francia i Grandi inviassero gli aiuti richiesti, Giovanni VIII incoronò Rachilde imperatrice.

Gli aiuti però, com'era da prevedersi, non giunsero: giunse invece la notizia che CARLOMANNO si avvicinava e che i Grandi, fra cui lo stesso BOSONE, cospiravano contro l'imperatore.
A quel punto il Papa riprese il cammino per tornare a Roma e Carlo il Calvo si affrettò a rientrare in Francia. Aveva passato appena il Moncenisio quando, nella valle dell'Are, fu colto da improvviso malore e cessò di vivere; era il 6 ottobre dell'877.

POLITICA DI GIOVANNI VIII

Proprio mentre Carlo il Calvo si allontanava dall'Italia e al Cenisio moriva, giungeva a Pavia CARLOMANNO, che dai vescovi e dai grandi riceveva giuramento di fedeltà.
L'avvento del primogenito di Ludovico il Germanico rendeva difficilissima la situazione di GIOVANNI VIII di cui erano note le simpatie per la casa di Francia; ma seppe bene destreggiarsi e mentre come protettore si rivolgeva a LUDOVICO il BALBO, figlio di Carlo il Calvo, nello stesso tempo prometteva a CARLOMANNO d'incoronarlo imperatore, e per guadagnare tempo già gli sottoponeva le condizioni: il Tedesco doveva prima mettersi d'accordo con gli altri due fratelli, poi concedere alla Chiesa ciò che la S. Sede avrebbe chiesto.

A trarre il Pontefice dall'imbarazzante ambigua situazione in cui si trovava, ci fu la provvidenziale e frettolosa partenza di Carlomanno che dopo nemmeno a un mese dal suo arrivo, nel novembre dell'877, fu anche lui colto da malore, e fece ritorno in Baviera.
Ma il sollievo del Papa fu di breve durata. A conoscenza degli intrighi con la casa di Francia, LAMBERTO duca di Spoleto e ADALBERTO marchese di Toscana, sostenitori del tedesco Carlomanno, alla fine del marzo dell'878 piombarono a Roma con un forte gruppo di milizie, e misero sotto assedio papa Giovanni per trenta giorni nella città Leonina ed obbligarono prima il clero poi il popolo a giurare fedeltà al principe germanico.

Partiti da Roma ma minacciando di ritornare, il Pontefice protestò per l'oltraggio e per le patite indegne violenze, scomunicò LAMBERTO e ADALBERTO; chiuse nel Laterano i tesori della Chiesa; concluse una tregua con i Musulmani pagando venticinquemila mancusi d'argento; e, ottenute da ATANASIO II di Napoli tre navi, partì per Genova, poi si recò in Francia.
Qui giunto convocò per i primi d'agosto un'assemblea a Troyes nella quale sperava di fare assegnare la corona d'Italia e la dignità imperiale a LUDOVICO il BALBO.
Ma il convegno, cui partecipò lo stesso Ludovico, deluse le speranze del Pontefice, il quale allora appuntò gli sguardi su BOSONE, duca di Provenza, che, fratello di RACHILDE, marito di EMENGARDA, era uno dei più autorevoli personaggi di Francia e aspirava in cuor suo alla corona. Con lui Giovanni VIII, sulla fine dell'878, andò a Pavia e convocò un'assemblea di laici ed ecclesiastici; ma questa non ottenne migliore sorte della prima.

BOSONE se ne tornò nella sua Provenza e l'anno dopo, essendo morto Ludovico il Balbo (10 aprile dell'879) lasciando due figli bastardi, Ludovico e Carlomanno, avuti da Ansgarda, e la moglie Adelaide incinta di Carlo il Semplice, fu a Montaille (15 ottobre dell'879) proclamato re della Provenza ingrandita con parte della Borgogna.

GIOVANNI VIII dal canto suo fece ritorno a Roma e poiché vedeva diminuire, per gl'insuccessi politici, il suo prestigio e si trovava esposto alle minacce dei Saraceni e a quelle non meno pericolose dei duchi di Toscana e di Spoleto, pensò questa volta guardare a oriente e accostarsi ai Bizantini che, grazie a una politica accorta ed energica di Basilio, cominciavano ad aver peso negli affari dell'Italia meridionale.

Ad una riconciliazione con l'Oriente lo spingeva fra le altre cose il desiderio di guadagnare la Bulgaria alla Chiesa di Roma. Questo paese, in cui al tempo di Niccolò I, pur mandandovi Formoso e Paolo, per fare un tentativo di istituire un episcopato, sotto il pontificato di Adriano andò definitivamente perso per la S. Sede.
Nell'ottavo concilio ecumenico di Costantinopoli dell'870 la chiesa bulgara era stata messa alle dipendenze del patriarca bizantino. GIOVANNI VIII aveva tentato di ristabilirvi la supremazia romana, ma non vi era riuscito, e aveva sfogato la sua collera contro i due responsabili della perdita della Bulgaria, il vescovo FORMOSO e il Patriarca IGNAZIO. Il primo era stato deposto e scomunicato, il secondo gli erano stati mandati due legati con l'ordine di richiamare da quel paese il clero bizantino pena la scomunica e la deposizione in caso di rifiuto; ma quando i legati papali giunsero a Costantinopoli, Ignazio era morto e al seggio patriarcale era stato rimesso Fozio (877).
Le trattative del Pontefice con Basilio furono coronate dal successo: GIOVANNI si piegò a riconoscere FOZIO, ma in compenso riebbe la Bulgaria come provincia Ecclesiastica.

Mentre il Pontefice si accostava alla corte bizantina continuava a mantenere i rapporti con CARLOMANNO. Questi, minato dalla malattia che doveva condurlo al sepolcro, aveva ceduto l'Italia al fratello CARLO, detto poi il GROSSO, che nell'ottobre dell'879 passava le Alpi e nel gennaio dell'anno seguente (880) in un'assemblea convocata a Ravenna fu proclamato re e riceveva dai Grandi, laici ed ecclesiastici, il giuramento di fedeltà.
Il 22 marzo di quello stesso anno cessava di vivere CARLOMANNO, lasciando la Carinzia a un suo bastardo di nome Arnolfo, e due mesi dopo, nel maggio dell'880, Carlo il Grosso si recava a Gondreville per mettersi d'accordo con Ludovico e Carlomanno, figli di Ludovico il Balbo, contro Bosone di Provenza.

CARLO il GROSSO ritornava in Italia nell'estate dello stesso anno e il 12 febbraio dell'881, sceso a Roma, alla presenza dei dignitari ecclesiastici, dei nobili d'Italia e di molti grandi della Francia e della Germania, insieme con la moglie Riccarda riceveva nella basilica di S. Pietro dalle mani del Pontefice la corona imperiale.
Carlo non si trattenne a Roma che pochi giorni, poi per la via della Toscana si recò a Pavia dove giunse nel marzo.
Nel giugno dell'881 l'imperatore lasciò l'Italia, ma vi tornò sulla fine dello stesso anno e, pregato dal Pontefice che lo difendesse dal duca GUIDO di Spoleto, inviò a Roma il vescovo di Pavia per annunziare a Giovanni la convocazione di un'assemblea che doveva tenersi a Ravenna nei primi mesi dell'anno seguente.

L'assemblea fu tenuta nella metà del febbraio dell'882 e vi parteciparono Carlo il Grosso, il Papa e numerosi vescovi e grandi del regno, fra i quali i duchi di Spoleto e di Camerino, che promisero all'imperatore di restituire alla Santa Sede le terre del patrimonio di S. Pietro di cui si erano impadroniti.
Dopo tanti sforzi finalmente il Pontefice trovava in CARLO IL GROSSO un protettore e l'Italia un sovrano che sembrava proprio che volesse metter termine agli abusi, agli arbitri ed alle violenze dei grandi. E già il Papa sperava di indurre l'imperatore a brandire le armi contro i Saraceni quando, giunse la notizia della morte di Ludovico III, e CARLO, cui premevano più i suoi territori oltre le Alpi e quelli che gli lasciava il defunto fratello, minacciati seriamente dai Normanni, si affrettò a ritornare in Germania facendo così tramontare le speranze d'ordine, di pace e di buon governo in Italia che l'assemblea di Ravenna aveva fatto sorgere.


LA GUERRA CIVILE NELLA CONTEA DI CAPUA
VICENDE DEI SARACENI NELL'ITALIA MERIDIONALE
MORTE DI GIOVANNI VIII

Mentre il regno italico passava ora ad uno, ora all'altro ramo dei Carolingi, papa GIOVANNI VIII lottava faticosamente dando sempre nuovi e singolari orientamenti alla sua politica, durante il tempo in cui divampavano nell'Italia meridionale le lotte provocate dalle ambizioni dei principi e dalle aspre gelosie di vicinato.

Il 12 marzo dell'879 muore LANDOLFO e la contea è divisa fra i nipoti ATENOLFO, cui tocca il feudo di Calvo, LANDONE di LANDONOLFO che ottiene Calinio e Caiazzo, LANDONE di LANDONE II, che ha Sessa e Berolais, e PANDONOLFO che prende il titolo di conte di Capua e i feudi di Caserta e Teano.
Fra i cugini sorge ben presto la discordia e i primi tre si rivolgono per aiuto e per mettersi uno contro l'altro, a Salerno, a Benevento e a Napoli.

Approfittando delle liti, il Pontefice, che non perde mai di vista il mezzogiorno, va a Capua e ottiene che PANDONOLFO diventi vassallo della S. Sede.
L'intervento del Papa provoca la ricomparsa dei Saraceni, che, chiamati da Napoli, cominciano ad infestare i domini di Pandonolfo e fanno scorrerie negli stati pontifici.
Allora Giovanni VIII rinnova i tentativi fatti nel convegno di Traetto sperando di togliere Gaeta, Amalfi e Napoli dall'alleanza con i Musulmani; ma le sue macchinazioni non sono coronate dal successo: Amalfi si rifiuta di restituire il denaro avuto nell'877, scomunicata non cede, poi anche accarezzata con promesse di altro denaro non si lascia persuadere; Napoli, governata da ATANASIO, astutamente temporeggia.

Riuscite vane le preghiere, le minacce, le scomuniche, le offerte di somme, il Pontefice passa ai fatti e nell'autunno dell'879 induce un'armata bizantina a presentarsi nel golfo di Napoli e a dar battaglia ai Saraceni. Questi sono sconfitti, ma l'anno dopo, chiamati da Atanasio un gran numero di Musulmani, questi giunti a ondate, si accampano tra le mura della città e il Sebeto e iniziano a fare scorrerie nei paesi non badando molto se sono amici o nemici del duca di Napoli.

In questo modo sono saccheggiati i territori di Capua, di Salerno e di Benevento; poi spingendosi fin dentro i confini del ducato di Spoleto e dello Stato pontificio, mettono a sacco città, villaggi, campagne, chiese e monasteri.

Non tutte queste orde partite per fare incursioni ritornano a Napoli; qualcuna si ferma in località lontane, le fortifica e ne fa delle basi per nuove scorrerie. Una schiera, rinforzatosi con altri arrivi alla Cetara, fra Salerno ed Amalfi, costringe ad un accordo i Salernitani; assalita poi a tradimento, fanno una strage, devastano il paese ed assedia Salerno; un'altra schiera si stabilisce a Sepiano, tra Boiano e Telese, e combattuta invano dal duca Guido III di Spoleto, lo costringe alla pace con scambio di ostaggi.

Mentre le armi straniere e le locali tormentano l'Italia meridionale, papa Giovanni VIII non riposa. Nell'881 va a Capua e vi consacra, vescovo LANDOLFO, fratello di PANDONOLFO (Capua); irritato poi dal contegno di Atanasio (Napoli) per aver chiamato le orde di saraceni, raduna a Roma un concilio e lo fa colpire di anatema.
Per tutta risposta ATANASIO fa venire dalla Sicilia un altro fortissimo contingente di Musulmani, guidati da un SICHAIMO, che si accampano alle falde occidentali del Vesuvio e con le loro violenze peggiori delle precedenti, ben presto fanno pentire gli stessi Napoletani di averli chiamati.
Per sbarazzarsi di amici così infausti, Atanasio si accorda segretamente con Capua, Salerno ed altre città; riunite tutte le loro forze, gli alleati piombano all'improvviso addosso ai Saraceni e li scacciano dal golfo di Napoli, ma invano tentano di sloggiarli da Agropoli, dove si sono rifugiati (autunno dell'882). Poco tempo dopo, chiamati da DOCIBILE, duca di Gaeta, contro i Capuani, da Agropoli i Musulmani si trasferiscono prima a Fondi, poi sulla riva destra del Garigliano.

Questa fu poi l'origine della temuta colonia musulmana del Garigliano che
"per più di trent'anni - scrive l'Amari - con flagello sopra flagello, afflisse la Terra di Lavoro, battuta anche dalle guerre civili: sì che il suolo, abbandonato dagli agricoltori, divenne foresta di sterpi, così ci racconta Erchemperto (un frate), che vedeva con i propri occhi. Dei particolari di tanto strazio non ci si narra altro che la distruzione di ricchi monasteri; perché i frati cronisti poco si curavano del rimanente; perché le proprietà laiche erano state desolate assai prima già dai Cristiani; e perché i monasteri avevano possedimenti più vaste che qualsiasi signore. Quello di San Vincenzo in Volturno, così detto dal sito dove esce il fiume, in diocesi d'Isernia, fu assalito dai Musulmani, verso l'882, mentre stanziavano nel golfo di Napoli; saccheggiarono e arsero, con uccisione, dicesi, di parecchie centinaia di frati, i quali in parte morirono con le armi alla mano. Più doloroso nei ricordi della civiltà la sorte del monastero di Monte Cassino: celebre per la santità del fondatore, per l'antichità della fondazione, per le sterminate ricchezze che l'autorità feudale donò, per la pietà, la prudenza, e, nei tempi, anche per la dottrina dei suoi frati suoi, ai quali si debbono croniche e biografie del medioevo, e gli esemplari di molti scrittori dell'antichità. Al pari del monastero del Volturno, quel di Monte Cassino era stato più volte minacciato e taglieggiato nella prima guerra dei Musulmani. Poi venne dal Garigliano nel 883 la feroce masnada, che ne fece un deserto, in due assalti, l'uno di settembre, l'altro di novembre; e furono arsi e rovinati gli edifici, scannato su l'altare l'abate BERTARIO, dicono le croniche del duodecimo secolo, anche se i contemporanei non ne fanno cenno.
Il monastero poi rinacque dalle rovine; più splendido, più ricco, più orgoglioso; cinto di fortificazioni; sede di un abate feudatario o sovrano; capitale di uno stato confinante col pontificio".

Papa GIOVANNI VIII non vide la distruzione del monastero di Montecassino, cessò di vivere un anno prima, il 15 o il 16 dicembre dell'882, a 62 anni, dopo dieci di pontificato;
ucciso da una congiura; il primo papa assassinato.

Con lui la Chiesa perdeva un grande energico pontefice, che, se non fu pari alla forza e dirittura di NICCOLÒ I, non meno di lui si prodigò per conservare alla Santa Sede l'autorità che i suoi predecessori le avevano procurata.

In cima ai suoi pensieri - è dovere confessarlo - non furono tanto le sorti della religione e della Chiesa latina; dedicò soprattutto la sua instancabile attività alla difesa del principio dell'egemonia del Papato e all'ingrandimento dello stato pontificio.
Per conseguire queste cose Giovanni VIII non si curò della scelta dei mezzi e di percorrere la via migliore: appoggiò come abbiamo visto, Carlo il Calvo, Bosone, Carlomanno, Carlo il Grosso; si accostò alla corte Bizantina; riconobbe addirittura pure Fozio; usò la spada, la scomunica, gli anatemi, l'intrigo; fomentò nel mezzogiorno le discordie civili; comprò con i denari qui e là aiuti ed amicizie e si piegò perfino a pagare un tributo agli infedeli.

La sua fu una politica tortuosa, spregiudicata, in parte dovuta al suo carattere, in parte costretta da quella società nella quale visse ed alle condizioni d'Italia di quel periodo. La fortuna, sebbene si impegnò moltissimo per acciuffarla, non gli arrise; ostacoli insormontabili ai suoi disegni li trovò nei feudatari imperiali, in quelli del centro e del nord della penisola; la debolezza dei sovrani carolingi che gli avrebbero dovuto spianare la via alla sua politica gli fu invece di ostacolo.
La diffidenza delle città meridionali gl'impedì non solo di estendere la sua autorità nel mezzogiorno ma di tradurre in atto il sogno con grande tenacia carezzato, quello di riuscire a cacciare i Musulmani dall'Italia.
GIOVANNI VIII moriva sfiduciato, com'era morto LUDOVICO II, ed aveva ragione di scrivere negli ultimi mesi di sua vita all'imperatrice Riccarda:
"Aspettavo la luce e mi trovo invece immerso nelle tenebre; abbandonato dall'imperatore; lasciato da tutti, nella tempesta di persecuzioni dalla quale sono circondato".

Erano queste le sconsolate parole di un uomo che, dopo tante lotte, vedeva miseramente svanire tutte le sue speranze, e assisteva al fallimento della sua politica.

Dobbiamo ora tornare in Sicilia, dove sta
definitivamente terminando la dominazione bizantina
e dobbiamo anche tornare indietro di qualche anno
per riprendere il filo storico narrato nei precedenti capitoli

ed è il periodo che va dal 869 al 902 > > >

Fonti, citazioni, e testi
PAOLO GIUDICI - Storia d'Italia - Nerbini
STORIA MONDIALE CAMBRIDGE - (33 vol.) GARZANTI 
UTET - CRONOLOGIA UNIVERSALE
STORIA UNIVERSALE (20 vol.) Vallardi
STORIA D'ITALIA, (14 vol.) Einaudi

+ VARIE OPERE DELLA BIBLIOTECA DELL'AUTORE  

PROSEGUI CON I VARI PERIODI