CICERONE - LA CONGIURA
CATILINA

L'enigmatico personaggio dell'antica Roma che contese  duramente il potere al conservatore Cicerone. 
Aristocratico, secondo certi storici, Catilina si battè per la plebe.
( Cicerone, Orazione I contro Catilina )


Catilina, l'ultimo a destra,
ascolta sprezzante l'arringa che Cicerone pronuncia contro di lui

 

CATILINA FECE QUALCOSA DI SINISTRA?


di FERRUCCIO GATTUSO


Catilina, cronaca o storia? "Vae victis". Guai ai vinti. Non c'è dubbio che l'ineluttabile regola che la Storia fa calare sul capo dei vinti, trovi eccellente conferma nei confronti di Lucio Sergio Catilina.

I punti di vista su questo affascinante personaggio - nitido nella nostra memoria per ciò che ha rappresentato, ma assolutamente sfocato come uomo reale, vissuto nella Roma del tempo - sono comunque variegati, segno che la figura di Catilina merita comunque un approccio di rispetto.

Sì, perché una delle tante questioni che riguardano il personaggio solleva proprio il dubbio se esso appartenga alla cronaca o alla storia di Roma. Se, in definitiva, la sua impresa abbia costituito una reale e letale minaccia per l'ordine costituito della Repubblica romana (come sembrano sostenere le immortali pagine di Cicerone, Sallustio, Plutarco) o se, al contrario, la congiura di Catilina sia un marginale episodio - riconducibile entro i confini di ininfluenti ribellioni, come quella del gladiatore Spartaco - la cui sovraesposizione trae origine proprio dalle strumentali esagerazioni dei grandi scrittori classici. Questa, ad esempio, è la tesi di un illustre storico come Jerome Carcopino, che afferma: "Assegnare alla congiura di Catilina un posto nella storia romana equivalente a quello che giustamente occupano nella letteratura i capolavori di Sallustio e le Catilinarie, sarebbe veramente farle troppo onore".

Non la pensano così altri osservatori storici che vi hanno visto - a seconda del lato dal quale si vogliano vedere le sue azioni - rispettivamente l'inventore del colpo di stato, un romantico idealista rivoluzionario, un altrettanto romantico idealista reazionario, o, più probabilmente, un prevedibile (per quel tempo) personaggio, sicuramente carismatico, il cui unico scopo era raggiungere la fetta di potere che gli spettava, che pretendeva come appartenente ad una delle più prestigiose famiglie di Roma, e che gli veniva ripetutamente negata da un'oligarchia timorosa dei suoi slanci e del suo ascendente sulla plebe.

QUANTO E' ATTUALE CATILINA?
Nella valutazione del personaggio, Catilina non ha avuto un ruolo secondario, in questo secolo, l'approccio ideologico. Sinistra e destra si sono infatti divise (anche tra le proprie file) nello stigmatizzare e nel rivalutare questo affascinante patrizio romano. Se opinion leader come Gramsci (nei Quaderni del carcere, ndr) sembrano averne preso parzialmente le difese, un'altra sinistra, per paradosso gramscianamente "egemone" - condizionandone, la percezione scolastica che oggi si ha del personaggio - lo ha sempre dipinto con colori oscuri, sicuramente in modo meno favorevole rispetto alla coppia "rivoluzionaria" dei fratelli Gracchi.

Allo stesso modo la destra vi ha visto un pericoloso sovvertitore dell'ordine o un sognatore tradizionalista, una sorta di superuomo nietzschiano votato alla riconquista di un mondo perduto.
Sempre coscienti di ricorrere ad una semplificazione "novecentesca", a noi sembra di vedere in Lucio Sergio Catilina un "rivoluzionario di destra": una complessa figura, cioè, animata egualmente da bassi istinti (sete di potere) e alti propositi (idealistica sete di cambiamento), il cui materiale desiderio di rivincita nei confronti dell'oligarchia a un certo punto della congiura si è completato con un genuino slancio romantico che - da patrizio illuminato quale era - cercava di combinare riforme sociali ed economiche "progressiste" a progetti nostalgici "conservatori" (nel senso anglosassone del termine, quindi piuttosto tradizionalisti, tesi ad un recupero dei valori di un'austerità delle origini).

Quel che è certo - e che uno scrittore come Pietro Zullino mette chiaramente in evidenza - è il fatto che, oggi, dire Catilina significa dire disordine, trame oscure, mentre dire Cesare significa dire "cesarismo", cioè un regime saldamente ancorato alla figura di un uomo solo, carismatico e potente, "il cesarismo di Napoleone, di Stalin, di Mussolini". Eppure, riprendendo sempre le parole di Zullino, "fra i due termini in apparenza così distanti, c'è un collegamento sottile: è difficile diventare Cesare, se prima non si è stati Catilina; ma chi resta Catilina e non va oltre, quasi sempre è un Cesare mancato.

Il nostro uomo guidò un'insurrezione socialista contro lo Stato romano e fu sconfitto. Pochi anni più tardi al governo andò Cesare, un altro esponente della sinistra d'allora [i populares, ndr], il cui genio politico doveva trasformare però la repubblica nella più celebre monarchia imperiale di tutti i tempi. Fra i due, Cesare è il vincitore, e Catilina il perdente. […] Anche Catilina, se avesse vinto, sarebbe stato costretto dalle circostanze a trasformarsi in un tiranno; se non l'avesse fatto, non sarebbe durato. Ma la storia è una grande semplificatrice; fa perdere i Catilina, e fa vincere direttamente i Cesari". Sempre proseguendo su questo territorio Zullino ci porta al paragone con il rapporto tra Trockij e Stalin, indubbiamente suggestivo, ma decisamente personale.

In conclusione, ci sentiamo di poter dire che Catilina non fu sicuramente un personaggio minore, ma la sua impresa venne vista, dal potere costituito, come una minaccia mortale. Certo Marco Tullio Cicerone, il grande nemico di Catilina - per svariati motivi che illustreremo - visse la vicenda, e il rapporto con Catilina, in modo assoluto sin dai primi vagiti rivoluzionari del personaggio, ma la dimostrazione che la congiura di Catilina avesse raggiunto livelli di pericolosità indubbi è l'onorificenza che il Senato romano avrebbe concesso a Cicerone, e cioè il titolo di "Padre della Patria". Grande onore per aver sventato un grande pericolo.
Guai ai vinti, quindi. Ma risparmiando a Catilina l'oltraggio della mediocrità.

Catilina, il patrizio Lucio Sergio Catilina nasce a Roma nell'anno 645 dalla fondazione dell'Urbe, per noi il 108 a.C. dal senatore Lucio Sergio Silo e da Belliena. Il padre, deponendolo sulla terra di casa e recitando la formula di riconoscimento di paternità, lo accettava come figlio e lo deputava al riscatto del perduto prestigio del casato. La gens Sergia era infatti una delle cento famiglie che, a quanto sosteneva la leggenda, aveva contribuito alla fondazione di Roma. Un'altra leggenda, ancor più "impegnativa", ricordava ai romani che i Sergi discendessero dal mitico Sergesto, compagno di Enea.
Da tempo, almeno un secolo, i Sergi vivevano ai margini della Roma che conta. L'ultimo esponente della famiglia ad ottenere un ruolo influente era stato il pretore Marco Sergio, distintosi nella seconda guerra punica, per due volte prigioniero di Annibale, e per altrettante volte sfuggitogli, incrollabile guerriero che collezionò sul proprio corpo - assicurano le cronache del tempo - ventitré ferite in battaglia, e che continuò a combattere anche privo della mano destra, ricorrendo ad una protesi di ferro che usava come insegna per guidare i suoi uomini all'attacco.

Un altro Marco Sergio - trecentocinquanta anni prima era stato tra i realizzatori delle Dodici Tavole, leggi arcaiche che fungevano da carta costituzionale della Repubblica. Con queste premesse, la sete di rivincita dei Sergi appare una conseguenza inevitabile, tenuto conto soprattutto dell'importanza che l'onore (etico e guerresco) e l'influenza politica rivestivano nell'antica Roma.
Il culto della memoria e dei simboli nella casa Sergia furono senza dubbio alla base della formazione del giovane Catilina: nella propria abitazione Lucio Sergio tributava onori all'insegna militare di una delle legioni di Mario, impiegata nella guerra contro i Cimbri e i Teutoni, e quando marcerà con il suo improvvisato esercito nel Fiesolano, prima della battaglia cruciale, si farà precedere da questa e da altre insegne, nella guisa dei consoli in carica, a simboleggiare ciò che gli sarebbe spettato di diritto, ma che gli era stato negato. Risulta evidente, quindi, che sin da giovane il nobile romano avrebbe cercato di partecipare alla vita politica e militare dell'Urbe.

Come già detto, del ritratto dell'uomo Catilina si sa ben poco. Di lui si conserva, più che un immagine, un'icona e cioè la rappresentazione nell'affresco di Cesare Maccari nella Sala del Senato a Palazzo Madama. Splendidamente fiero, corrucciato, terrificante e nobile al centro dell'assemblea, (vedi immagine inizio pagine) tenuto a distanza dagli altri senatori. Indubbiamente, un (forse involontario) riconoscimento alla grandezza romantica e disperata del personaggio.


Quel poco che si sa di lui lo si ricava dagli scritti di Cicerone e Sallustio: sguardo truce, penetrante, corpo aitante (Catilina è infatti un soprannome che alludeva alla sua resistenza fisica, ndr) e alto, magrissimo, viso scarno fino all'eccesso, capelli scuri. Insomma, quello che il pubblico femminile di oggi chiamerebbe un "bel tenebroso", e che anche allora - stando al successo che il suo movimento politico riscosse nelle file delle donne - non doveva proprio risultare sgradito alle signore.

"Giovanissimo - scrive Massimo Fini - aveva sedotto più di una nobile vergine sfidando le ire delle loro potenti familiae e la morale della buona società romana. La sua fama di tombeur de femmes era tale che nel 73 fu accusato da Publio Clodio di aver violato una vestale, sacrilegio e reato gravissimi per i quali la donna veniva sepolta viva e il seduttore ucciso a nerbate. […] Processato, fu assolto […] In realtà Catilina dopo le seconde nozze con la bellissima, ricca ed appassionata Aurelia Orestilla […] aveva messo la testa a posto […]". Ovviamente ci sono motivi più consistenti per i quali il progetto riformatore di Catilina poteva incontrare i favori, oltre che della plebe, anche delle donne.

Dell'infanzia di Catilina e della sua formazione intellettuale si sa pochissimo, ma quel che si può supporre è che Lucio Sergio visse sempre un difficile rapporto con i propri simili, prediligendo la solitudine, sebbene in famiglia potesse godere di un'esistenza prodiga di affetto. La prima apparizione nelle fonti antiche di Catilina risale all'anno 89, ai tempi della guerra marsica o sociale, di quel conflitto cioè che opponeva Roma alle popolazioni italiche, decise a chiedere più diritti e, soprattutto, l'agognata cittadinanza romana.
Il ventenne Catilina è alloggiato nella tenda pretoria del generale Strabone, ed è vicino di branda di due altrettanto giovani commilitoni, diciottenni, destinati a fulgidi destini: Cicerone e Pompeo. Durante questa esperienza bellica, Catilina ha modo di formarsi come soldato (efficiente e crudele) all'eccellente scuola di Strabone, più abile ma meno fortunato di condottieri come Mario e Silla, e di confrontare la propria personalità con quella, radicalmente opposta, di Cicerone. Non solo i caratteri, ma anche l'estrazione sociale, divergevano: istintivo, coraggioso, scontroso e di sangue nobile Catilina; intelligente e riflessivo, pavido, abile nel procacciarsi i favori dei potenti, e di estrazione borghese Cicerone. Due uomini nati per non comprendersi.

Nell'88, Catilina passa agli ordini di Silla - in quell'anno console - e segue il suo generale in Asia, nella guerra contro Mitridate, re del Ponto. Ai suoi ordini, senza dubbio, il giovane Lucio Sergio potrà affinare la sua già naturale dote di soldato e sicario. Mentre Silla è lontano da Roma, però, il tribuno della plebe Sulpicio Rufo riesce a far approvare una legge che priva Silla del comando e lo affida a Mario, in quel momento a riposo come privato cittadino. È la guerra civile - tra optimates e populares - che vedrà Catilina fedele esecutore di omicidi e repressioni nelle file sillane. Silla, sostenuto anche da Pompeo Rufo, tornò improvvisamente a Roma, la conquistò e diede inizio - per la prima volta nella storia - alle prescrizioni. Imposto al Senato il Senatus consultum ultimum, provvedimento d'emergenza che dichiarava i suoi nemici hostes, cioè Nemici della Patria, il dittatore si scatenò contro gli avversari: Mario fuggì da Roma, molti dei suoi sostenitori vennero eliminati.

L'operazione "di pulizia" non era riuscita, però, se dopo cinque anni di guerra mitridatica Silla dovette tornare a Roma, dove nel frattempo il redivivo Mario e i suoi uomini avevano preparato per i sillani in città la stessa poco filantropica sorte subita anni prima. Mario muore nell'86, resta console Cornelio Cinna, che cerca di scatenare i suoi generali contro il ritorno a Roma di Silla. Nella decisiva battaglia a Porta Collina, nell'82, Catilina si segnala con Crasso come eccellente comandante, rivelandosi determinante per la vittoria.
La Lex Valeria, promulgata da un Senato ormai prostrato al Silla, nomina il generale dittatore a tempo indeterminato, violando apertamente la costituzione repubblicana, che prevedeva un anno per il consolato e soli sei mesi per la dittatura d'emergenza. In questa Roma assoggettata, Catilina - zelante nelle persecuzioni che avevano causato la morte di 90 senatori, 15 consolari e 2600 cavalieri (gli equites, la borghesia capitalista) - non poteva che raccogliere i suoi frutti. Quando poi cambia il vento politico, Lucio Sergio passa indenne i processi: il fatto ha del clamoroso se si pensa allo "stile" di Catilina in quelle terribili fasi (ad esempio, aveva trucidato suo cognato Mario Gratidiano - tra l'altro, zio di Cicerone - gli aveva mozzato la testa e l'aveva portata nel Foro, ai piedi di Silla, attraversando a cavallo tutta Roma).

Gli anni settanta si rivelano proficui per l'ancora giovane Catilina, che si getta anima e corpo nella politica: nel 78 è questore, nel 74 legato in Macedonia, nel 70 edile, nel 68 pretore, nel 67 governatore in Africa. Catilina ottiene queste cariche al primo anno possibile per l'età, e in anni in cui corre politicamente isolato, senza cioè i favori dei sillani, ormai caduti in disgrazia. Solo, quindi, né tra gli optimates (dai quali si stava progressivamente distaccando anche "mentalmente") né tra i populares (che sente ancora lontani).
La situazione sociale nella Repubblica era radicalmente mutata negli anni delle guerre civili. La plebe - nella quale vanno compresi dai cittadini più umili e poveri ai piccoli imprenditori e negozianti - aveva guadagnato una posizione più determinante e avanzava maggiori diritti. La riforma dell'arruolamento militare voluta da Mario aveva allargato le fila dei combattenti: la decadenza demografica nella penisola italica e quella dei contadini proprietari avevano palesato la necessità di includere nelle legioni anche i nullatenenti. Oltretutto, le enormi ricchezze affluite in Roma dalla sconfitta di Cartagine (202 a.C.) in poi erano finite nelle mani di pochi, i soliti aristocratici, che avrebbero impiegato quelle somme per acquistare terreni dai piccoli possidenti, creando enormi latifondi.

I piccoli proprietari, infatti, tenuti a partecipare come soldati nelle lunghe campagne militari, non potevano permettersi di assoldare qualcuno che curasse la terra, cosicché pagavano il salato conto al ritorno a casa, diventando preda dei latifondisti e finendo per abbandonare la campagna e andare ad ingrossare le fila del proletariato urbano. Il proletariato romano e italico, inoltre, accedeva all'esercito e, una volta combattuto, avanzava le richieste di ricompensa tipiche dei veterani: un appezzamento fertile, un capitale per investire su di esso, la cittadinanza romana. Il circolo vizioso, così si chiudeva. Decenni prima, anche i cavalieri avevano guadagnato posizioni nelle alte sfere della Repubblica: erano dilagati nei tribunali, ganglio vitale del potere romano. Presto, però, questa classe si era legata a stretto filo con la nobiltà nel difendere i privilegi di pochi. La società italico-romana, quindi, non sopportava più che la gestione del potere restasse nelle mani di un'oligarchia.

È in questa cornice politico-sociale che Lucio Sergio Catilina, nel anno 66, decide di correre per il consolato del 65. Ha 42 anni. Ad opporsi alla sua discesa in campo è l'intera casta oligarchica guidata da un'abile "difensore d'ufficio": Marco Tullio Cicerone.
Come già detto Cicerone aveva una personalità profondamente diversa da quella di Catilina. Due anni più giovane di lui, Marco Tullio rientrava in gioventù nel perfetto cliché dello studente primo della classe, diligente, ossequioso verso i professori e immancabilmente preso in giro dai compagni. Certo non lo aiutava il suo nome, la cui origine derivava dalla particolarità di un avo, il cui naso sfoggiava una grossa escrescenza simile ad un cecio (cicer). Avvocato di straordinario talento, grande scrittore e abilissimo oratore, Cicerone esordisce nel Foro nell'81 con una piccola causa civile, ma già l'anno seguente ha l'occasione di attirare l'attenzione su di sé: l'avvocato difende il giovane Sesto Roscio contro il potentissimo sillano Crisogono, per una storia di soldi e supposto parricidio. Dal momento che nessuno osava difendere Roscio, temendo rappresaglie, l'ambizione - per una volta superiore alla pavidità - convinse Cicerone ad accettare la difesa del giovane.

Ovviamente, vinse la causa. "Fu l'unico atto di coraggio della sua vita - scrive caustico Massimo Fini - E infatti gliene venne una tal paura postuma che fece circolare la voce che era malato e aveva bisogno di cure, partendo immediatamente per la Grecia. Voleva mettere il mare e un buon numero di chilometri fra sé e il dittatore. Ritornò a Roma solo nel 77, dopo la morte di Silla".

Non v'è dubbio che, nella Roma post-sillana, Cicerone sarebbe stato estremamente prudente nei confronti dei suoi avversari, cioè i populares. Nel frattempo, si sposa. "La moglie Terenzia - scrive ancora Fini - era ricca, avida, gretta, bigotta, arcigna, energica, una virago che dominò sempre il debole e irresoluto marito e che, nonostante lui la chiamasse suavissima atque optatissima (dolcissima e desideratissima), gli rese la vita impossibile. La ripudierà trent'anni dopo per questioni di quattrini".
L'ambizione porta Cicerone a tentare, oltre alla carriera forense, quella politica. Sarà rapida, grazie al suo grande talento e a dispetto dell'assoluta mancanza di padrini. I padrini, comunque, Cicerone non faticherà a procurarseli. Dapprincipio, Marco Tullio punterà sui populares, che ricordavano la sua difesa di Roscio contro Crisogono.
Membro della borghesia, desideroso di avvicinarsi alla "gente che conta" - e cioè gli aristocratici - il suo matrimonio strategico con il partito della plebe aveva ben poche probabilità di durare. L'illustre avvocato mal si vedeva con il popolo, che usava apostrofare come "la feccia di Romolo". Dopo un breve periodo di transizione nel quale pensò di costituire una sorta di partito "centrista" (Fini la definisce una mossa "protodemocristiana") che puntasse a difendere gli interessi degli equites (la borghesia degli affari in ascesa), la sua classe, Cicerone avrebbe ricevuto nel 64 l'offerta di correre al consolato per gli aristocratici, e non si sarebbe di certo fatto pregare. Il suo consolato avrebbe rispettato fedelmente le consegne dei mandanti, opponendo sovietici niet a qualsiasi riforma, in primis quella agraria, per una parziale redistribuzione delle terre e cercando di difendere anche il minimo privilegio di casta (arrivò a pronunciare, lui console - scrive Fini - un'orazione perché a teatro fossero mantenute ai cavalieri quattordici file di posti riservati").

Cicerone e Catilina non potevano che avere un'idea assolutamente contrapposta di cosa fosse e dovesse essere Roma. Uomo di diritto e di mediazione il primo, uomo impulsivo e d'azione il secondo. Sicuramente più adatto alla realtà del suo tempo Cicerone, drammaticamente distaccato dalla realtà, e ancorato ad una visione romantica della guerriera Roma delle origini Catilina.
Eppure, come scriverà l'autorevole storico Mommsen, sarà "il più vile degli uomini di Stato romani" a sconfiggere l'ardimentoso Catilina.
Prima di ordire la sua famosa congiura, Catilina tentò per ben tre volte l'accesso al consolato. Le prime due venne sconfitto con trucchi e brogli, la terza legittimamente, ma fu quella che, come si dice, fece traboccare il vaso.

Come detto, nel 66, Catilina corre per la prima volta alla carica di console. La sua candidatura è l'autentica novità della campagna elettorale: tutto sembrava deciso, con le candidature di Lucio Torquato e Lucio Cotta per l'aristocrazia, e di Publio Autronio e Publio Cornelio Silla per i democratici. Nomine decisamente incolori, che non conquistavano la fantasia popolare. La decisione di Catilina, che tornava dopo aver operato da governatore in Africa, scombinò i piani delle due fazioni, creando malumori. Era ovvio che non ci sarebbe stata partita, considerata la fama e il carisma di Catilina.
Furono diverse le strade che gli aristocratici tentarono per fermare Catilina. Le principali furono due: un pretesto tecnico ed uno giudiziario. Quello tecnico consisteva in un cavillo temporale: la domanda del nuovo candidato era stata depositata in ritardo. La soluzione giudiziaria prevedeva il divieto alla candidatura in seguito alle accuse che un certo Publio Clodio aveva mosso contro Catilina in merito a supposte concussioni durante il governatorato in Africa.
L'accusa verteva sulla concussione non alle popolazioni locali - consuetudine dei governatori romani - ma nei confronti dei cittadini romani lì insediati. La legge - ovviamente - escludeva che potesse candidarsi ad una magistratura dello Stato chiunque fosse sotto processo.

Catilina emerse innocente dal processo, difeso da Ortensio, ma a quel punto la chance consolare era perduta. Per di più, nel mezzo del processo - quando i termini ultimi per la candidatura erano definitivamente scaduti - Publio Clodio ritirò addirittura la propria denuncia.
Catilina non era uomo facile ad arrendersi, e lo dimostrò nel giugno dell'anno 64, quando ripresentò la propria candidatura per le elezioni del 63. Ma…

 

il conservatore Cicerone

lo accusò di tradimento.

CATILINA FU UN UOMO AMBIGUO.
MA SEPPE MORIRE
SUL CAMPO DA EROE

... Catilina non era uomo facile ad arrendersi, e lo dimostrò nel giugno dell'anno 64, quando ripresentò la propria candidatura per le elezioni del 63. 

Questa volta a fermarlo ci sarebbe stata l'abilità di CICERONE  e una serie di brogli. Sebbene i candidati fossero sette, la corsa si limitava a tre personaggi potenzialmente vincitori: Cicerone, uomo dei cavalieri e degli aristocratici, Catilina e Caio Antonio Ibrida, appoggiati dai democratici, dalle influenze di Crasso e Cesare, e sostenuti dalla plebe. Ibrida, però, accusava un passato poco limpido: espulso dal Senato nel 70 per "indegnità", era anche facilmente ricattabile per condotte passate non proprio limpide. Cicerone quindi propose al secondo candidato dei populares un patto segreto: i rispettivi elettorati avrebbero fatto convergere i voti oltre che sul proprio uomo, anche sull'avversario "alleato": le preferenze concesse erano infatti due, perché due erano i consoli da eleggere. Questo avrebbe portato Ibrida, che in concorrenza con Catilina non avrebbe avuto speranze, a contare sui voti dei "nemici", e a vincere la sua corsa personale all'interno dei populares. 

Il patto, ovviamente, ci fu, e a Catilina non restò che il terzo - inutile - piazzamento. Un tradimento al quale, con ogni probabilità, non erano stati estranei Crasso e Cesare, formalmente alleati di Catilina. 
I due potentissimi personaggi, infatti, avevano compreso che Ibrida sarebbe stato un utile fantoccio nelle loro mani, a differenza del carismatico Catilina. E pensare che, poco tempo prima, dopo il primo siluramento di Catilina, i tre avevano pianificato un colpo di stato (passato alla storia come "la prima congiura di Catilina"), poi clamorosamente inattuato. Il piano era quello di assassinare diversi senatori, nelle proprie abitazioni e addirittura dentro il Senato. L'azione avrebbe dovuto prendere il via proprio nel massimo consesso, con un gesto simbolico - Cesare avrebbe fatto cadere la propria toga a terra - ma quel gesto, per ragioni non del tutto chiare, non avvenne.

Catilina, quindi era tornato in campo con un programma più radicale. Aveva capito come non potesse contare su alcun protettore all'interno dei populares, e andava stringendo un rapporto sempre più stretto con la plebe. Catilina, cioè, si spostava, per usare una definizione della storia contemporanea, su posizioni vagamente "peroniste". Appellandosi ad un populismo allo stesso tempo di destra (ritorno alle origini) e di sinistra (politica sociale nei confronti dei diseredati), Catilina aveva proposto - qualora fosse divenuto console - l'azzeramento dei debiti, appellandosi allo slogan delle tabulae novae. Al tempo nella società romana fioriva il prestito ad usura e lo strozzinaggio, nei confronti dei ricchi come dei ceti meno abbienti. Un patrizio, per potere correre elle elezioni per qualsiasi magistratura della Repubblica, necessitava di un'enorme somma di denaro. Alcuni aristocratici dilapidavano l'intero patrimonio per riuscire a raggiungere una carica che, in ogni caso, li avrebbe lautamente ripagati, una volta al potere. 

La proposta non poteva certo far piacere a personaggi ricchissimi ed usurai come Crasso, tanto meno ai "nuovi ricchi" tra gli equites e gli ex-plebei arricchiti i quali, come spesso accade, una volta fatto il salto di classe erano divenuti acerrimi difensori del privilegio, più di coloro che erano nati abbienti e aristocratici. Un altro punto fondamentale del programma catilinario era la riforma agraria e la ridistribuzione delle terre, che veniva a colpire i latifondisti. Dal punto di vista politico, poi, il movimento chiedeva maggiori diritti alle donne e agli schiavi. Decenni prima entrambi i fratelli Gracchi avevano trovato la morte per aver propugnato una politica molto meno ardita di quella che avanzava ora Catilina. L'elettorato di Catilina, quindi si formava di aristocratici caduti in disgrazia, piccoli commercianti in balia degli imprevisti economici, plebei e diseredati.

Catilina si candidò quindi per la terza volta al consolato nell'anno 63 per la carica del 62. Ovviamente, solo. Il suo programma faceva ora paura non solo agli aristocratici, ma anche agli stessi populares ("Nella Repubblica romana ci sono due corpi, uno è gracile e infermo con una testa senza cervello, l'altro è vigoroso e sano ma senza capo. Se saprò meritarmelo sarò quel capo finché io viva"): era la prima volta che un uomo appartenente all'aristocrazia enunciava una così netta scelta di campo a favore della plebe. Per la seconda volta, il fiero patrizio romano si vide di fronte i maneggi di Cicerone. 

Nel 63, come detto, Cicerone era console, e quindi ebbe il potere di rinviare con un pretesto i comizi proprio il giorno prima delle votazioni, ritardandoli dalla seconda metà di luglio alla prima metà di agosto. Questo significava che la campagna elettorale sarebbe durata di più, favorendo i candidati più ricchi. Non solo: buona parte dei sostenitori di Catilina erano agricoltori delle campagne italiche, che non potevano economicamente permettersi una così lunga permanenza nell'Urbe, in attesa di poter votare. Contemporaneamente, Catilina veniva accusato di discorsi e comportamenti "eversivi", cui il patrizio rispondeva altrettanto duramente ("Se cercherete di appiccare un qualsiasi incendio contro di me non lo spegnerò con l'acqua ma con le rovine").

Vinsero Decimo Giunio Bruto, uomo di Cesare, e Lucio Murena, uomo di Crasso, eletto con brogli ma scandalosamente assolto in processo. Ancora una volta Catilina era il primo dei non eletti, e se Murena fosse stato condannato, avrebbe avuto di diritto la carica di console. Poiché ciò non avvenne, Catilina decise che aveva sopportato troppo. E cominciò la congiura.
La congiura di Catilina.  Il sostegno popolare aveva colpito moltissimo Catilina. "[…] il momento in cui Catilina immagina in concreto la sua congiura - scrive Antonelli - è anche quello in cui cessa di essere un ambizioso privo di scrupoli e pronto a uccidere pur di rimuovere gli ostacoli che ingombrano la sua strada e diventa un idealista riformatore della società e dello stato. È un momento di redenzione nella sua storia ed è anche quello in cui la sua figura di uomo giustifica in un certo senso le riabilitazioni con le quali è stata gratificata da storici e scrittori di tutti i tempi".

Nella congiura entreranno, come abbiamo già ricordato, aristocratici caduti in disgrazia, molte donne (matrone e intellettuali) e molti giovani, poveri ma anche figli della nobiltà. Anche molti schiavi, che però vennero tenuto a distanza dal tradizionalista romano Catilina, che ricordò loro che quella rivoluzione non avrebbe cambiato di molto la loro posizione. Cicerone e Sallustio hanno consegnato alla storia l'immagine dei sostenitori di Catilina assimilandola alla feccia della società, alla canaglia senza principi, ma è difficile credere ad una tale semplificazione. Non c'è dubbio che nell'impresa fossero arruolati anche cinici personaggi decisi a ricavare qualche utile dalle sommosse, eppure, fino alla fine, questa "canaglia" non abbandonò il suo condottiero, non uno lasciò il campo di battaglia, non uno dei suoi soldati tradì nonostante il Senato per ben due volte avesse promesso premi e prebende, e un'amnistia, per chi avesse abbandonato le armi.

Il tradimento, invece, venne da una donna, Fulvia, moglie di Quinto Curio, ex senatore entrato nel gruppo dei congiurati. La donna riuscì a carpire informazioni al marito, un individuo poco serio e facile alla chiacchiera, per poi rivenderle in moneta sonante alla polizia, ma soprattutto a Cicerone. Marco Tullio venne quindi a sapere che Catilina aveva impiegato ogni suo avere per la preparazione militare della congiura, stava assoldando, tramite uomini come Caio Manlio, Settimio, Caio Giulio, Caio Marcello, soldati in Etruria, nel Piceno, in Umbria, in Puglia. Ad un colpo di mano in città, nel quale i catilinari avrebbero assassinato gli avversari nel sonno, si sarebbe accompagnato quindi un movimento di truppe verso l'Urbe. Altre informazioni utili a Cicerone vengono da Cesare che, abilmente, rimane ai margini della congiura, per vedere come si sviluppa, e allo stesso tempo aiuta Cicerone. Ne La congiura di Catilina, lo storico Sallustio si impegnerà con zelo per smentire queste accuse nei confronti del suo padrino.

Ora Cicerone aveva consistenti elementi per sventare la congiura, ma mancava di prove concrete per denunciare Catilina e i suoi uomini di fronte al Senato. Non poteva bruciare i suoi informatori (tra l'altro poco affidabili e facilmente attaccabili in un processo), e non aveva nulla di inoppugnabile, di scritto. Il Senato, poi, si dimostrava scettico sulle sue continue allusioni ad una catastrofe imminente.
A togliere le castagne dal fuoco a Cicerone - che non avrebbe mai tentato una prova di forza, temendone le conseguenze in caso di fallimento - fu Crasso che, insieme a due senatori, Marco Marcello e Scipione Metello, si recarono a casa di Cicerone portando con sé una pigna di lettere nelle quali, a sentir loro, c'era la prova scritta della congiura. Erano lettere anonime indirizzate a vari senatori. Crasso aveva aperto la sua, nella quale si annunciava un azione sanguinaria imminente. Non ci vuol molto a comprendere che a redigere quelle lettere era stato proprio Crasso, sfruttando informazioni passategli da Cesare, che sulla congiura, come detto, era ben informato.

Il giorno dopo Cicerone ebbe buon gioco nella seduta del Senato a far approvare il Senatus Consultum Ultimum col quale si davano pieni poteri ai consoli. Catilina, presente, ovviamente smentì e propose di consegnarsi per gli arresti domiciliari nella casa di qualche senatore sopra ogni sospetto (era, questa, una misura tradizionale a Roma). Cicerone nel frattempo si fornì di una scorta impressionante che, nelle parole di Plutarco "quando entrava lui nel Foro lo riempiva quasi tutto con il proprio seguito".

I ribelli, intanto, avevano stabilito il proprio quartier generale a Fiesole, guidati da Caio Manlio. Il Senato inviò truppe al comando di due generali, Quinti Marcio e Quinti Metello, rispettivamente a Fiesole e nelle Puglie. La congiura era quindi scoperta, eppure Catilina continuava a farsi vedere, a Roma, nei luoghi che contano. Formalmente era stato messo agli arresti domiciliari nella casa di Marco Metello (del quale si pensava, tra l'altro, facesse parte dei congiurati), dopo che il senatore Marco Lepido, e lo stesso Cicerone, si erano rifiutati di prenderlo in consegna ("Catilina - scrive Fini - con un gesto di aperta e beffarda provocazione, si presenta all'abitazione di Cicerone: sia lo stesso console a tenerlo prigioniero. Cicerone, terrorizzato, si barrica in casa").

Ci si è chiesti perché Catilina, a questo punto, non avesse fatto cadere ogni suo proposito. La congiura era smascherata, e le truppe governative stavano andando a cacciare i rivoltosi nel fiesolano. Nessuno è riuscito a darne una spiegazione. Quel che è certo è che Catilina prepara un'ultima riunione di congiurati, beffardamente, nella casa in cui è agli arresti domiciliari. È la notte tra il 5 e il 6 novembre del 63 a.C., e il gruppo prende una decisione che si rivelerà fondamentale: Catilina avrebbe preso la strada di Fiesole, raggiungendo Manlio e i suoi uomini, mentre alcuni congiurati (Lentulo, Cetego e Cassio) avrebbero preparato l'insurrezione della plebe in città. Assolutamente sorprendente la decisione di Catilina di abbandonare i suoi uomini sul campo più importante. In una congiura, il capo resta dove l'assunzione del potere è a portata di mano. La spiegazione può essere solo una: Catilina, restando a Roma, poteva essere assassinato o messo in carcere.

L'impresa che puntava alla sollevazione della plebe era disperata: i punti strategici della città erano ormai presidiati, la plebe era stata opportunamente terrorizzata affermando che Catilina, nel suo colpo di mano, avrebbe mirato ad incendiare alcune zone dell'Urbe. La plebe, come si sa, viveva in abitazioni di legno e vedeva nel fuoco il suo incubo. Ultima mossa: il governo organizza distribuzioni gratuite di grano per tenere calmo il popolo.

La congiura prende comunque il via, disperatamente. Il 7 novembre due congiurati, Vergunteio e Cornelio, si recano all'abitazione di Cicerone, con i pugnali sotto la toga, ma Cicerone non farà aprire. I due, smascherati, lasceranno la città. Si giunge quindi alla leggendaria riunione del Senato dell'8 novembre, presso il tempio di Giove Statore ai piedi del Palatino. Il luogo è facilmente difendibile, e pieno zeppo di guardie armate. Il gesto di sfida, terribile e magnifico, di Catilina lascia ammutoliti i senatori: il patrizio si presenta nel consesso, va a sedersi - completamente isolato - su un gradino.

 Catilina non sa ancora che verrà sommerso dalla mitica orazione (che passerà alla storia, riveduta e corretta, come Prima Catilinaria) di Cicerone. Ovviamente i toni, in quella drammatica seduta, erano meno fermi di come immortalato in seguito da Cicerone. 

Ripetutamente, Cicerone chiese a Catilina di lasciare la città. Perché Catilina non venne arrestato? Dopo tutto Cicerone, da ormai venti giorni, avrebbe avuto quel potere. Probabilmente Cicerone temeva le conseguenze dell'arresto di Catilina (la città era però, come detto, presidiata): forse con quell'esortazione Cicerone (che già sapeva delle intenzioni di fuga di Catilina), voleva apparire come colui che lo aveva spinto a questa decisione. Arrestare Catilina, poi, avrebbe significato istruire un processo, nel quale l'imputato, secondo le leggi, avrebbe potuto appellarsi al popolo, al giudizio dei comizi centuriati. L'unica soluzione - ma che avrebbe richiesto a Cicerone un coraggio che non aveva - era fare arrestare l'avversario e farlo giustiziare senza processo.

Catilina, quindi, poté ascoltare in tutta calma l'orazione di Cicerone, finché non lo interruppe, cercò di giustificarsi, di dimostrare che un patrizio come lui non avrebbe mai mirato ad una rivoluzione pericolosa per la Repubblica. Non poté finire il discorso, perché i senatori cominciarono a lanciargli improperi. L'uomo si alzò e - a quanto afferma Sallustio - disse: "Dal momento che, stretto tutto intorno da nemici, mi si vuole ridurre alla disperazione, estinguerò sotto un cumulo di rovine l'incendio acceso contro di me". Dopodiché uscì.

L'ultima battaglia Catilina prendeva quindi la strada di Fiesole, per incontrarsi con Manlio, mentre a Roma alcuni congiurati, guidati da Cetego, avrebbero tentato il tutto per tutto il 17 dicembre, giorno d'inizio delle feste Saturnali. I Saturnali erano cinque giorni simili al nostro Natale, nei quali un golpe aveva più possibilità di riuscire poiché gli stessi schiavi godevano di maggiore libertà da parte dei propri padroni. Approfittando delle festività, in città era presente anche una delegazione di Allobrogi, giunta nell'Urbe per perorare la causa del proprio popolo, a loro avviso eccessivamente colpito dai balzelli romani. In cerca di uomini da arruolare per la rivoluzione, uno dei congiurati, Lentulo, fece l'errore di avvicinare la delegazione promettendo future ricompense qualora gli Allobrogi si fossero schierati al loro fianco.
Fu il doppio gioco degli Allobrogi, avvicinati allo stesso tempo da Cicerone, a mandare in disgrazia i congiurati. La delegazione chiese infatti documenti scritti ai congiurati, da portare - questo il pretesto - alla propria gente. Firmandoli, i congiurati firmavano la propria condanna a morte. E infatti, dopo il processo, i congiurati vennero portati nelle terrificanti segrete del carcere Mamertino dove, legati e in ginocchio nella melma, furono strangolati uno a uno.

Catilina intanto esce da Roma facendo intendere di recarsi in esilio, diretto a Marsiglia. Appena arrivato all'altezza di Orbetello, sulla via Aurelia, cambia direzione verso l'interno dell'Etruria per incontrare Manlio. Catilina giunge all'accampamento nel novembre del 63, mentre il Senato lo dichiara nemico dello stato. Nell'accampamento di Fiesole c'erano circa diecimila rivoltosi, che Catilina non cercò di trattenere a tutti i costi: l'impresa era disperata, armi ed equipaggiamenti erano insufficienti. In più, vecchio soldato, Catilina sapeva che sfamare uomini non armati, e soprattutto attorniarsi di uomini non decisi ad andare fino in fondo, sarebbe stato controproducente. Pochi ma buoni, quindi. Alla fine, Catilina poté contare su cinquemila soldati pronti a seguirlo fino alla morte, ben coscienti che per loro non c'era riscatto fuori da quell'impresa.

Braccato dalle legioni governative, che nel frattempo avevano impedito qualsiasi collegamento con i simpatizzanti in Umbria e in Apulia, Catilina poteva sperare solo in una fuga in Gallia dove si sarebbero potuti reclutare nuovi uomini, prima di marciare su Roma. La fuga dei catilinari si fermò nei pressi di Pistoia, in una località che oggi viene chiamata Campotizzoro (*). 

Chiuso tra le legioni di Caio Antonio Ibrida e quelle di Quinti Metello Celere, Catilina poteva scegliere l'arroccamento in montagna in attesa della fine dell'inverno. Scelse, invece, la battaglia. (detta "di Pistoia").

Prima dello scontro, Catilina fece un discorso che, scrive Antonelli, "è uno dei più realistici e meno retorici di tutta la letteratura antica". L'unica salvezza era vincere la battaglia: in quel caso molti lo avrebbero seguiti nell'impresa di marciare su Roma. Catilina allineò i suoi uomini, poi scese da cavallo, chiese ai propri ufficiali di imitarlo e di far fuggire i cavalli. Il messaggio era chiaro: o vittoria, o morte. In una fredda mattina di gennaio del 62 a.C. gli eserciti si scontrarono.

La battaglia durò più del previsto, le forze governative dovettero ricorrere all'impiego straordinario dei pretoriani che, infastiditi da un coinvolgimento che non avevano messo in conto, si gettarono nella mischia con inaudita ferocia. Quando lo scontro cessò, Catilina fu trovato in mezzo ad un mucchio di cadaveri, che ancora respirava. Il generale Antonio, che comandava le operazioni, non ebbe il fegato di farlo curare per portarlo di fronte a un tribunale, e ordinò che venisse decapitato, ancora cosciente.
"Dopo la battaglia - scrive Sallustio - si poté constatare quanta audacia e quanta energia regnassero fra i soldati di Catilina: ognuno di essi copriva dopo morto, con il proprio corpo, il posto che, vivo, aveva tenuto in battaglia".


(*) (Campotizzoro è una località che si trova nell'attuale  SS che porta alla zona sciistica dell'Abetone. Ma sembra che Catilina non fu ucciso li, ma molto piu' a nord , e piu' precisamente in localita' Cutigliano , a pochissimi chilometri dalla località sciistica suddetta. Nel centro di Pistoia, tuttavia, esiste tutt'oggi una via che porta ancora il suo nome: <via tomba di Catilina>, e si trova vicino all'ospedale del Ceppo, e porta nella stupenda piazza Duomo. Credo <se ricordo bene, perchè sono anni che non ci passo>, che a Cutigliano, vi sia anche un cippo che ricorda Catilina.) (Ndr.)

 

di FERRUCCIO GATTUSO

Bibliografia
Catilina, di Giuseppe Antonelli, pp.100, Tascabili Economici Newton, 1997
Catilina - Ritratto di un uomo in rivolta, di Massimo Fini, pp.164, Arnoldo Mondadori Editore, 1996
Catilina - L'inventore del colpo di stato, di Pietro Zullino, pp.186, Rizzoli Editore, 1985
La congiura di Catilina, di Caio Sallustio, pp. 211, Classici BUR Rizzoli, 1980
Catilinarie, di Cicerone, pp. 202, Classici BUR Rizzoli, 1978

Ringraziamo per l'articolo
(concesso gratuitamente) 
il direttore Gianola di
Storia in Network
 

(Da Cicerone, Orazione I contro Catilina (1-3))

"" Fino a quando abuserai tu, o Catalina, della nostra pazienza? Quando cesseremo noi di essere oggetto del tuo furore? Quando avrà fine cotesta tua sfrenata audacia? Nessuna impressione ti hanno fatto il presidio notturno al Palatino, e le sentinelle che vigilano nella città, ed il sospetto del popolo, ed il concorso di tutti i buoni, e la sede del Senato quanto mai difesa, e l'aspetto ed il volto di tutti costoro che ti stanno attorno? Non ti avvedi che le tue trame sono scoperte? Non vedi che quanti sono qui è palese e manifesta la tua congiura? E credi che alcuno di noi ignori ciò che hai fatto nella notte passata e nell'antecedente ed in qual luogo sei stato, con chi ti sei radunato e che cosa abbiate deliberato ?

O tempi, o costumi! Queste cose il Senato le sa, il console le vede; e tuttavia costui vive! Anzi se ne viene in Senato, partecipa ad un consiglio pubblico, e nota e segna coll'occhio ciascheduno di noi, quasi vittime al macello! E noi, uomini forti, ci crediamo appena in diritto di scansare il furore e le armi di costui! Alla morte, o Catalina, bisognava già da lungo tempo condannarti per ordine del console;  rivolgendo su di te la rovina che continui a macchinare contro di noi.

Un tempo in questa nostra repubblica vigeva la sana consuetudine che gli uomini valorosi perseguitassero con maggiore intransigenza un cittadino pericoloso, che non un grande nemico. Ed anche ora noi abbiamo contro di te, o Catalina, una deliberazione del Senato severa e grave; chè non manca il consiglio alla repubblica, nè manca l'autorità di far eseguire l'ordine che ti riguarda. Noi soli, lo dico apertamente, noi soli consoli manchiamo.

Chè, mentre esiste contro di te un tal decreto del Senato, pel quale tu, o Catilina, dovresti senz'altro essere tratto a morte, esso rimane chiuso là dove è scritto, quasi spada nel fodero. Cosicchè tu vivi ancora, e vivi non già per deporre la tua audacia, ma per accrescerla.

In Italia, e precisamente nell'Etruria, è raccolto un esercito armato contro la repubblica; cresce di giorno in giorno il numero dei nemici di essa; ed il loro capo noi lo vediamo qui entro le mura cittadine, non solo, ma addirittura in Senato, dove sta macchinando ogni giorno sempre nuove, trame contro lo Stato! Se mi deciderò, o Catilina, ad ordinare che tu sia arrestato ed ucciso, credo veramente che tutti i buoni diranno avere io tardato troppo a fare ciò che dovevo, piuttosto che accusarmi di crudeltà.

Gli è che una ragione ancora mi trattiene dal fare ciò che già dovrebbe esser fatto. Io ordinerò la tua morte quando non si potrà più trovare nessuno così perverso e tristo e simile a te, che non riconosca ciò esser stato fatto di pieno diritto. Finché vi sarà alcuno che osi difenderti tu vivrai: ma vivrai così come ora vivi, talmente circondato da molte e sicure mie guardie, che ti sia impossibile far nulla contro la repubblica. E molti altri ancora, senza che tu te ne accorga, ti spieranno, come finora hanno fatto, con l'occhio e l'orecchio. 

Che altro aspetti dunque, o Catilina, se né la notte con le sue tenebre può celare le tue scellerate radunanze, né le pareti della tua casa possono impedire che si diffonda il rumore della tua congiura? Se ogni cosa è risaputa chiaramente? Deciditi, credi a me, a cambiare l'animo tuo; non pensare più a fare stragi né a suscitare incendi. Tu sei preso da tutte le parti; tutto ciò che tu pensi è per noi più chiaro che la luce del sole. ""

Da CICERONE Orazione I contro L. Catilina (1.-3) (Paravia)

Fonti, Bibliografia, Testi, Citazioni: 
TITO LIVIO - STORIE (ab Urbe condita)
POLIBIO - STORIE
APPIANO - BELL. CIV. STORIA ROMANA
DIONE CASSIO - STORIA ROMANA 
PAOLO GIUDICI - STORIA D'ITALIA 
UTET - CRONOLOGIA UNIVERSALE
I. CAZZANIGA , ST. LETT. LATINA, 
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