STORIA D'ITALIA - ANNI DELL'UNITA'


saggio sulle banche e la moneta
era il 1869 !!!


Senza fare nessun commento riportiamo integralmente una interessante saggio dell'epoca di Gaetano Semenza, sull'organizzazione e l'associazione dei capitali e sulle Banche italiane.
(Nel Paese stava scoppiando il malcontento per la famosa "tassa sul macinato". Mentre stava funzionando il "corso forzoso" della Lira, introdotto il 1° maggio 1866 - cioè la lira carta non potè più essere cambiata in oro, e, stampata da banche private, diventava moneta non più sonante!!! ma pezzi di carta che iniziarono a rappresentare un debito pubblico fluttuante, senza interessi).


(il libretto riprodotto che possediamo autografato dall'autore era destinato all'On. Giuseppe Zanardelli )

Gaetano Semenza, patriota risorgimentale, emigrato poi a Londra, aveva costituito una società per il commercio delle sete e acquistato una notevole credibilità finanziaria. Eletto deputato nel 1865 si distinse per l’impegno nello sviluppo infrastrutturale del nuovo Regno, per gli investimenti in infrastrutture portuali e per l’espansione del commercio marittimo.
Diede - 20 dicembre 1865 - il primo impulso alla fondazione del giornale "Il Sole", coinvolgendo nell’impresa l’editore milanese Francesco Vallardi.
“Il Sole” si fece propugnatore indefesso delle idee economiche, finanziarie e specialmente commerciali.
Fu uno dei primissimi grandi giornali economici europei, e così veniva spiegata la scelta della testata e del sottotitolo di accompagnamento: «“Il Sole” è un giornale che deve illuminare e scaldare la libertà. E' per questo che si vede in testa il vecchio proverbio francese: “Le soleil luit pour tout le monde”, per indicare che nella moderna società vi sono vantaggi ai quali tutti gli individui hanno il diritto di partecipare». Fin dall’inizio, dunque, il nuovo quotidiano esprimeva un coraggioso programma, espressione di una borghesia liberale e innovatrice. Il primo numero del giornale metteva in chiaro, nel suo articolo programmatico, la convinzione di fondo che non ci possa essere sviluppo sociale se non c’è sviluppo economico.
















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UN PO' DI STORIA
e di ATTUALITA'

LE BANCHE dei
"Fratelli" d'Italia stretti a
"coorte"

(in fondo pagina: il disegno di legge 4083 - Le Banche! Ma chi vigila? Le Banche !!!)

Giornali e televisioni ogni tanto ci dicono che il popolo italiano ha un mostruoso debito pubblico, ma nessuno ci dice verso chi siamo debitori. Apparentemente la cosa non è semplice da spiegare, in effetti la spiegazione è semplicissima. Per farla capire dobbiamo tuttavia rifarci al 1861. L'anno dell'unità d'Italia.

Nel 1849 si costituiva in Piemonte la Banca Nazionale degli Stati Sardi, di proprietà privata. L'interessato Cavour che aveva infatti propri interessi in quella banca; impose al parlamento savoiardo di affidare a tale istituzione compiti di tesoreria dello Stato. Si ebbe, quindi, una banca privata che emetteva e gestiva denaro dello Stato! A quei tempi l'emissione di carta moneta veniva fatta solo dal Piemonte, al contrario il Banco delle Due Sicilie emetteva monete d'oro e d'argento. La carta moneta del Piemonte aveva anch'essa una riserva d'oro (circa 20 milioni), ma il rapporto era che ogni tre lire di carta valevano una lira d'oro. Il fatto è che, per le continue guerre che i savoiardi facevano, quel simulacro di convertibilità in oro andò a farsi benedire, sicché ancor prima del 1861 la carta moneta piemontese era diventata carta straccia per l'emissione incontrollata che se ne fece.
(ci meravigliamo poi che gli Usa, abbiano fatto la stessa cosa,
quando il 15 agosto del 1971, Nixon annunciò a Camp David la decisione di sospendere la convertibilità del dollaro in oro, e l'abrogazione unilaterale degli accordi di Bretton Woods "svincolando" il dollaro dal cambio con l'oro.)

Avvenuta la conquista di tutta la penisola, i piemontesi misero le mani nelle banche degli Stati appena conquistati. Naturalmente la Banca Nazionale degli Stati Sardi divenne, dopo qualche tempo, la Banca d'Italia. Avvenuta l'occupazione piemontese fu immediatamente impedito al Banco delle Due Sicilie (diviso poi in Banco di Napoli e Banco di Sicilia) di rastrellare dal mercato le proprie monete d'oro per trasformarle in carta moneta secondo le leggi piemontesi, poiché in tal modo i Banchi (del bistrattato Sud) avrebbero potuto emettere carta moneta per un valore di 1200 milioni e così facendo sarebbero potuti diventare padroni di tutto il mercato finanziario italiano.
Invece quell'oro piano piano passò nelle casse piemontesi. Tuttavia, nonostante tutto quell'oro rastrellato al Sud, la nuova Banca d'Italia risultò non avere parte di quell'oro nella sua riserva. Evidentemente aveva preso altre vie, che erano quelle del finanziamento per la costituzione di imprese al nord operato da banche, subito costituite per l'occasione, che erano socie (!) della Banca d'Italia: Credito mobiliare di Torino, Banco Sconto e Sete di Torino, Cassa generale di Genova e Cassa di sconto di Torino. 

Le ruberie operate e l'emissione non controllata della carta moneta ebbero come conseguenza che ne fu decretato già dal 1 MAGGIO 1866, il corso forzoso, cioè la lira carta non poté più essere cambiata in oro. 
Da qui incominciò a nascere il Debito Pubblico: lo Stato cioè per finanziarsi iniziò a chiedere carta moneta a una banca privata.
Lo Stato, quindi, a causa del genio di Cavour e soci, ha ceduto da allora la sua sovranità in campo monetario affidandola a dei privati, che non ne hanno alcun titolo (la sovranità per sua natura non è cedibile perché è del popolo e dello Stato che lo rappresenta). 

 

MA CHI VIGILA?

Oltretutto da quando nel 1935 fu decretato definitivamente che la lira non era più ancorata all'oro, si ebbe che il valore della carta moneta derivò da allora semplicemente e unicamente dalla convenzione di chi la usa e accetta come mezzo di pagamento. La carta moneta, dunque, è carta straccia e in realtà alla Banca d'Italia (che è privata), a cui si dovrebbe pagare il debito pubblico, non si deve dare nulla. (*)

Ed è necessario, infine, ricordare che ancora oggi le quote dell'attuale Banca d'Italia sono possedute da varie Banche e da Assicurazioni, cioè enti privati su cui la Banca d'Italia dovrebbe.... vigilare. 

Da tutto questo potete facilmente capire in mano a chi siamo e che, dato che la Banca d'Italia e soci azionisti hanno un immenso potere finanziario e.... politico..... qualsiasi governo in Italia conta come il due di briscola. (**)

Antonio Pagano

(*) Il debito pubblico non è il debito che i cittadini hanno con la banca, bensì il prestito che i cittadini fanno alla banca sotto forma, per lo più, di titoli di stato. I soldi con cui i cittadini comprano i titoli di stato vengono spesi dal governo o dalla banca dello stato (che come abbiamo notato sono fratello e sorella). Gli interessi del debito pubblico (che lo stato deve ai cittadini contraenti) non sono ricavati dall'investimento dei soldi che hanno acquistato i titoli, bensì dalle imposte che gravano sui cittadini tutti. Da questo punto di vista, il debito pubblico non fa altro che consolidare una fascia di creditori dello stato che si assicurano tramite i titoli comprati una rendita, che è parte delle imposte.

(**) Questo spiega, perchè quando ci sono i governi in crisi, il premier è quasi sempre un governatore della Banca d'Italia (Carli - addirittura a un certo momento assume la presidenza della Confindustria, per poi tornare al governo (assistenzialista) come ministro del Tesoro). Cioè con i "santi" al vertice delle autorità monetarie e quindi di governo.

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Se qualcuno non crede a quanto detto sopra

ANDIAMO ALLA FONTE UFFICIALE
ANNO 2003
http://www.senato.it/att/ddl/r4083p.htm
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Senato - Disegno di legge 4083 (testo presentato)

 

ONOREVOLI SENATORI. - La costruzione dell'Unione europea, l'introduzione dell'Euro quale moneta comune tra i Paesi membri e la creazione di un Sistema europeo di banche centrali impongono di guardare con rinnovato interesse al ruolo ed ai compiti che la Banca d'Italia, in qualità di banca centrale del nostro Paese, dovrà svolgere.
Infatti, a partire dal 1º gennaio 1999 i Paesi che come l'Italia partecipano all'Unione economica e monetaria (UEM), hanno perso la sovranità monetaria che é stata trasferita, congiuntamente alla politica del cambio, alla Banca centrale europea (BCE) e al Sistema europeo delle banche centrali (SEBC).
L'integrazione della Banca d'Italia nell'ambito del Sistema europeo di banche centrali rende la stessa partecipe delle scelte relative alla determinazione ed all'attuazione della politica monetaria dell'Europa che, come obiettivo principale, persegue il mantenimento della stabilità dei prezzi.
A questo si aggiunga che, in considerazione della consolidata organizzazione e presenza territoriale, tutte le banche centrali nazionali saranno chiamate a svolgere importanti compiti di natura operativa al fine di realizzare l'obiettivo della stabilità dei prezzi e di esercitare la vigilanza sul sistema bancario. Pertanto alla Banca d'Italia compete, su autorizzazione della Banca centrale europea, l'emissione di banconote in ambito nazionale.

Per comprendere l'importanza di tale funzione, occorre pensare al fatto che la regolazione dei flussi monetari é finalizzata a non lasciare inattive le risorse economiche per mancanza di mezzi monetari e a non far circolare moneta in quantità superiore alle reali necessità del sistema controllando cosí i fenomeni inflazionistici nel breve e soprattutto nel medio periodo. L'assolvimento di questo compito porta prioritariamente all'obiettivo del mantenimento della stabilità del potere di acquisto della moneta e, fermo restando tale obiettivo, alla promozione dello sviluppo economico, all'attenuazione degli effetti economici congiunturali e alla massima occupazione delle forze di lavoro disponibili. Ovviamente, il contemporaneo perseguimento di questi obiettivi puó risultare contraddittorio, per cui é necessario adattare l'azione dell'istituto alle mutevoli prospettive dei fenomeni economici. É quindi evidente che il ruolo di fatto svolto dalla Banca d'Italia, anche al di là delle puntuali previsioni normative, riveste un'importanza primaria nello svolgimento dell'azione pubblica.


* * *

Nonostante l'evidente interesse pubblico e nazionale del ruolo della Banca d'Italia, essa ha conservato per molti aspetti l'originaria struttura societaria privatistica, specie con riferimento al proprio capitale.

* * *

La disciplina vigente sull'ordinamento della Banca d'Italia é ancora oggi contenuta in fonti normative precedenti rispetto alla Costituzione della Repubblica italiana.
I principali testi che regolano la materia sono:


1) l'articolo 1 del testo unico di legge sugli Istituti d'emissione e sulla circolazione dei biglietti di Banca, approvato con il regio decreto 28 aprile 1910, n. 204, il quale, nel testo originario, attribuiva la competenza ad emettere biglietti di banca o altri titoli equivalenti - oltre che al Banco di Napoli e al Banco di Sicilia - alla Banca d'Italia, "con capitale nominale di 240 milioni, diviso in 300 mila azioni nominative di lire 800 ciascuna". Va ricordato che sarà solo con il regio decreto 6 maggio 1926, n. 812, che il servizio di emissione dei titoli di banca verrà unificato;
2) l'articolo 20 del regio decreto-legge 12 marzo 1936, n. 375, che ha introdotto la qualifica di "istituto di diritto pubblico" per la Banca d'Italia. Lo stesso articolo ha modificato la disciplina relativa al capitale, disponendo che il capitale della Banca d'Italia fosse di trecento milioni di lire e che fosse rappresentato da trecentomila quote di mille lire ciascuna, interamente versate. Ai fini della tutela del pubblico credito e della continuità di indirizzo dell'istituto di emissione, il terzo comma dell'articolo in esame prevede che le quote di partecipazione al capitale siano nominative e possano appartenere solamente a:


casse al risparmio;
istituti di credito e banche di diritto pubblico;
istituti di previdenza;
istituti di assicurazione;


3) gli articoli 1 e 3 dello statuto della Banca d'Italia, approvato con il regio decreto 11 giugno 1936, n. 1067, che costituiscono la normativa vigente, per cui vengono riportati per intero.


L'articolo 1 recita: "La Banca d'Italia é un istituto di diritto pubblico, ai sensi del regio decreto-legge 12 marzo 1936, n. 375. Essa esercita funzioni bancarie, puó emettere titoli al portatore e quale unico istituto di emissione, emette biglietti nei limiti e con le norme stabilite dalla legge.
Nel suo nuovo ordinamento la Banca d'Italia riassume tutte indistintamente le attività, i diritti, i privilegi e le passività, gli obblighi e gli impegni dell'Istituto creato con la legge 10 agosto 1893, n. 449".
L'articolo 3 dello statuto, nel testo modificato dal decreto del Presidente della Repubblica 6 marzo 1992 (pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 75 del 30 marzo 1992), prevede a sua volta che: "Il capitale della Banca d'Italia é di 300 milioni di lire rappresentato da quote di partecipazione di lire mille ciascuna.
Le dette quote sono nominative e non possono essere possedute se non da:


a) casse di risparmio;
b) istituti di credito di diritto pubblico e banche di interesse nazionale;
c) società per azioni esercenti attività bancaria risultanti dalle operazioni di cui all'articolo 1 del decreto legislativo 20 novembre 1990, n. 356;
d) istituti di previdenza;
e) istituti di assicurazione.


Le quote di partecipazione possono essere cedute, previo consenso del Consiglio superiore, solamente da uno ad altro ente compreso nelle categorie indicate nel comma precedente. In ogni caso dovrà essere assicurata la permanenza della partecipazione maggioritaria al capitale della Banca d'Italia da parte di enti pubblici o di società la cui maggioranza delle azioni con diritto di voto sia posseduta da enti pubblici".
Da ultimo l'articolo 27 del decreto legislativo 17 maggio 1999, n. 153 (Disciplina civilistica e fiscale degli enti conferenti di cui all'articolo 11, comma 1, del decreto legislativo 20 novembre 1990, n. 356, e disciplina fiscale delle operazioni di ristrutturazione bancaria, a norma dell'articolo 1 della legge 23 dicembre 1998, n. 461) ha incluso le fondazioni bancarie, i cui statuti sono stati adeguati ai sensi dell'articolo 28, comma 1, tra i soggetti che possono partecipare al capitale della Banca d'Italia a condizione che:


a) abbiano un patrimonio almeno pari a 50 miliardi;
b) operino secondo quanto previsto dai rispettivi statuti, in almeno due province ovvero in una delle province autonome di Trento e Bolzano;
c) prevedano nel loro ordinamento la devoluzione ai fini statutari nei settori rilevanti di una parte di reddito superiore al limite minimo stabilito dall'Autorità di vigilanza ai sensi dall'articolo 10.


In termini riassuntivi, le quote di partecipazione al capitale della banca possono appartenere - oltre che a casse di risparmio, a istituti di diritto pubblico e banche di interesse nazionale, a istituti di previdenza e a istituti di assicurazione - anche a società per azioni esercenti attività bancaria, risultanti dalle operazioni di trasformazione delle casse di risparmio e degli istituti di credito di diritto pubblico di cui all'articolo 1 del decreto legislativo 20 novembre 1990, n. 356, recante disposizioni per la ristrutturazione e per la disciplina del gruppo creditizio, ovvero alle fondazioni bancarie.
Occorre a questo proposito sottolineare che le fondazioni hanno natura eminentemente privatistica cosí come stabilito dall'articolo 2 del decreto legislativo laddove vengono definite "persone giuridiche private senza fine di lucro, dotate di piena autonomia statutaria e gestionale".

Ai partecipanti viene distribuito un dividendo - non superiore al 6 per cento del capitale nominale - sugli utili prodotti dall'istituto, dopo l'accantonamento al fondo di riserva ordinaria di una quota massima del 20 per cento. Col residuo possono essere costituite eventuali riserve straordinarie, nel limite del 20 per cento degli utili complessivi. Ai partecipanti puó essere distribuito, ad integrazione del dividendo, un ulteriore importo non eccedente il 4 per cento del capitale. La restante somma é devoluta allo Stato (articolo 54 dello Statuto).
La situazione del capitale della Banca centrale é stata oggetto di piú atti di sindacato ispettivo, a cominciare dalla interpellanza 2-00016 a firma dell'onorevole Nesi, a cui il Governo ha risposto nella seduta dell'Assemblea della Camera dei deputati del 27 giugno 1996. Si ricordano, inoltre, le analoghe iniziative di sindacato ispettivo dell'onorevole Giorgetti (interrogazione a risposta orale 3-00501), dell'onorevole Martinelli (interrogazione a risposta scritta 4-04001) e del senatore Wilde (interrogazione a risposta scritta 4-01918), a cui il Governo ha sempre fornito una risposta pressochè identica a quella esposta nella ricordata seduta del 27 giugno 1996. In quell'occasione, il rappresentante del Ministero del tesoro, rifacendosi ai dati forniti in occasione della relazione del Governatore presentata il 31 maggio 1996 all'assemblea dei partecipanti, ha chiarito che il capitale della Banca era ripartito fra 94 azionisti, 87 dei quali con diritto di voto. Tra i soci con diritto di voto, rientravano a quella data 79 società bancarie (84,5 per cento del capitale sociale), un istituto di previdenza (5 per cento del capitale sociale) e 7 istituti di assicurazione (10,5 per cento del capitale sociale).

Fra i predetti partecipanti al capitale, a parte il caso della Cassa di risparmio di San Marino che comunque non aveva diritto di voto, undici società bancarie ed assicurative risultavano in prevalenza private e ad esse faceva capo il 15,89 per cento del capitale della Banca, trasformato in quote con diritto di voto (17,84 per cento).
Il rappresentante del Tesoro, nella stessa occasione, aggiunse che "l'autonomia dell'istituto, nello svolgimento delle funzioni pubbliche assegnategli dalla legge, non discende dall'appartenenza del capitale della Banca all'area pubblica ovvero privata, ancorchè la prevalenza pubblicistica venga conservata dall'articolo 3 prima richiamato. Essa é, invece, assicurata dalla ripartizione dei poteri tra gli organi amministrativi e direttivi dell'ente. Ai primi, espressione dell'assemblea dei partecipanti al suo capitale, l'ordinamento affida l'amministrazione e la gestione dell'ente, mentre riserva ai secondi i poteri per l'esercizio delle funzioni istituzionali di emissione, di governo della moneta e di vigilanza sul sistema finanziario".

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Già in sede di replica, segnalammo che, quale che sia il capitale della Banca d'Italia la sua proprietà non é mai indifferente rispetto all'azione della Banca e all'interesse generale del Paese. Del resto, se l'autonomia dell'istituto non fosse legata all'assetto proprietario del suo capitale, non avrebbero senso le previsioni del suo statuto volte a mantenere in mano pubblica la maggioranza delle quote del capitale.
Non a caso, la disciplina dei maggiori Paesi stranieri é univoca nel senso di mantenere in capo al soggetto pubblico il controllo del capitale delle banche centrali.
In Francia, la legge 4 agosto 1993, n. 980, precisa all'articolo 6 che la Banca di Francia é un'istituzione il cui capitale appartiene allo Stato. In Gran Bretagna, il Bank of England Act del 1946, che non é stato mai modificato, stabilisce che l'intero ammontare in azioni del capitale della Banca d'Inghilterra viene trasferito, libero da ogni peso, ad un soggetto nominato dal Tesoro inglese, per essere detenuto dalla stessa persona per conto del Tesoro. In Germania, lo statuto della Deutsche Bundesbank del 26 luglio 1957 stabilisce che la Bundesbank é una persona giuridica federale di diritto pubblico e il suo capitale appartiene allo Stato federale. Anche negli Stati Uniti, la Federal Reserve, pur avendo uno statuto atipico ed essendo di proprietà delle banche federali, puó essere considerata, sulla base del combinato disposto delle leggi che regolano la materia, una vera e propria banca pubblica.

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In Italia, come stabilito nel 1936, le casse di risparmio hanno sino a poco tempo fa posseduto la maggioranza del capitale della Banca d'Italia. Questo é, tra l'altro, il motivo per cui, dopo la relazione annuale del Governatore del 31 maggio, prende la parola il presidente dell'associazione nazionale delle casse di risparmio. Ma ció aveva ragione di esistere quando le casse di risparmio erano pubbliche. Adesso non é piú cosí: nella tabella dove sono elencate le quote di partecipazione al capitale, non si parla piú delle casse di risparmio.
Nella tabella, da qualche anno si legge infatti che il capitale di maggioranza della Banca appartiene a società per azioni esercenti attività bancaria, a seguito delle operazioni di trasformazione delle casse di risparmio e degli istituti di credito di diritto pubblico di cui all'articolo 1 del decreto legislativo n. 356 del 1990, ossia a seguito della privatizzazione di tali istituti.

Se é vero che l'articolo 3 dello statuto stabilisce che in ogni modo per la maggioranza del capitale della Banca d'Italia debba essere assicurata la partecipazione di enti pubblici o di società la cui maggioranza delle azioni con diritto di voto sia a sua volta posseduta da enti pubblici, cosa accadrà quando tutto il sistema delle casse di risparmio sarà diventato privato? Che valore avrà la norma statutaria dinanzi alla trasformazione in società per azioni degli operatori finanziari, assicurativi e di previdenza? Inoltre, quali conseguenze avranno sugli assetti proprietari della Banca d'Italia i processi di fusione, di trasformazione attualmente in atto nel sistema bancario italiano ed europeo?
La necessità di salvaguardare l'autonomia della banca centrale porta quindi alla conclusione che sia necessario fissare per legge il principio per cui il capitale della Banca d'Italia deve essere integralmente pubblico, come già previsto in Germania, in Francia e in Inghilterra.

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Il presente disegno di legge all'articolo 1 attribuisce al Ministero del tesoro, del bilancio e della programmazione economica la titolarità dell'intero capitale della Banca d'Italia, prevedendo altresí la incedibilità delle quote di partecipazione.
L'articolo 2 delega il Governo ad emanare, entro un anno dalla entrata in vigore della legge, un decreto attuativo avente ad oggetto le modalità di rimborso delle quote di partecipazione al capitale della Banca d'Italia. Le quote devono essere rimborsate avendo riguardo al valore nominale delle stesse ed alla media degli utili netti assegnati ai partecipanti negli ultimi cinque anni.
L'articolo 3 contiene le disposizioni relative alla nuova composizione del Consiglio superiore della Banca. I consiglieri, debbono essere eletti in numero di tredici, di cui dodici dal Parlamento in seduta comune ed uno dalla Conferenza per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, disciplinata dal decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281.
I membri del Consiglio superiore devono essere scelti secondo criteri di onorabilità, professionalità e competenza e devono avere maturato un'esperienza complessiva non inferiore a venti anni in materia monetaria, finanziaria e del credito.
Le norme riguardanti la nomina del Consiglio superiore sono estremamente solenni e rigide. Solenni perchè prevedono una modalità di elezione quale il Parlamento in seduta comune che rende l'idea dell'estrema importanza delle nomine stesse (fatto eccezionale nella legislazione delle istituzioni del Paese). Rigide perchè limitano la scelta a persone che per età e per storia professionale abbiano maturato un'esperienza di alto livello.
Viene poi istituita una Commissione bicamerale avente compiti di vigilanza sull'attività del Consiglio. Il governatore é tenuto a relazionare la Commissione sull'operato e sulle attività svolte dal Consiglio almeno una volta ogni sei mesi.
L'articolo 4 richiama le disposizioni di nomina e revoca del governatore contenute nell'articolo 19 dello statuto della Banca d'Italia e le mantiene invariate. In tal modo si intende ereditare l'attuale sistema in grado di garantire la piena indipendenza del Governatore come previsto dai trattati comunitari.
L'articolo 5 infine dispone che l'adeguamento dello statuto della Banca sia deliberato dal nuovo Consiglio entro tre mesi dal suo insediamento ed approvato con decreto del Presidente della Repubblica.


QUOTE DI PARTECIPAZIONE AL CAPITALE:
Porzione di testo non disponibile

http://www.senato.it/att/ddl/r4083p.htm

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Curiosamente, chissà perché, in rete manca la parte più interessante, cioè la composizione societaria
QUINDI COME DETTO SOPRA, NON SAPPIAMO CHI SONO I PROPRIETARI DELLA BANCA D'ITALIA.
Ma qualcosa si sa (*). Ed è abbastanza singolare. Anzi anomalo. Dei 77 soci, quattro maggiori gruppi bancari ( proprio quelli ultimamente coinvolti nelle incredibili vicende dei risparmiatori italiani) detengono il 66,6 % del capitale sociale di Bankitalia, cioè l'istituto che dovrebbe essere preposto al controllo delle banche stesse.
Dire in certi "salotti dell'alta finanza" a chi spetta il controllo dev'essere piuttosto imbarazzante. E dirlo dentro gli ambienti politici lo è ancora di più (sembra proprio che nessuno voglia fare chiarezza - nonostante tanti strepitio di voci)

(*) Banca Intesa, cioè la più grande banca italiana "possiede la maggioranza relativa delle quote di partecipazione in Via Nazionale" e lo dice lo stesso Giovanni Bazoli presidente della Intesa con l'abito di maggior socio. "Qualcuno ha ravvisato una grave anomalia nella singolarità dell'assetto istituzionale che vede il capitale della banca centrale detenuto da istituti soggetti alla sua vigilanza".
Una governance che dà vita a un conflitto di interessi. Ma, prosegue Bazoli:
"E' sufficiente osservare che tale assetto proprietario non consente ai partecipanti di esercitare la minima interferenza nè sulla composizione degli organi di vertice, nè sulla gestione. La struttura di governo di Banca d'Italia è tale da garantire una rigida separazione tra proprietà formale e poteri effettivi".

La cosa è abbastanza singolare, e se qualcuno ha "ravvisato" che è una "grave anomalia" non c'è da meravigliarsi. Un "padrone" si comporta sempre da padrone. E non ha bisogno di palesarlo. Soprattutto se ha il "coltello per il manico" (i crediti).

Si parla tanto di "riforme" ma i vertici "padronali" premono per una "autoriforma" fatta in casa (cioè fatta dal "padrone" della "casa")
"Che tipo di Riforma? Deve cambiare la proprietà. Non può essere di proprietà delle banche, di fatto i vigilati sono alla fine dei conti i padroni"
(il Ministro Alemanno in una intervista al Corriere d.S.)

"C'è un'idea della Banca d'Italia assolutamente sorpassato; continuano a funzionare come se fossimo a 10 o a 20 anni fa, quando le quote del Tesoro erano in passato in mano alle banche che erano però pubbliche, mentre oggi sono private. Va evitato il conflitto d'interesse fra controllante e controllore. Il capitale della Banca d'Italia dev'essere esplicitamente pubblico" (il Seg. Gen. della Cgil Epifani in una intervista al Corriere d.S.)

Prima o poi ne vedremo delle belle! O forse (dopo tanto baccano) si ritornerà agli "opportuni (e opportunistici) silenzi". O al massimo all'autoriforma, mantenendo integro l'autogoverno, l'autogestinone, l'autocrazia, e quindi la vigilanza (sic!) dei conti dei propri padroni.


(*) vedi tabella recentemente pubblicata dall'ufficio studi e ricerche di Mediobanca.
Apparsa su "Il Gazzettino" del 28-1-2004)
La lista compare nelle pagine di "IL SISTEMA MONETARIO OGGI? UN INFERNO ! " (vedi link sotto)

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MA PRIMA NEL PORTAFOGLI
AVEVAMO PECORE E BUOI

di GIOVANNI SVEVO

In fondo al capitolo
LA MONETA OGGI

Una società, una qualsiasi struttura di convivenza umana in cui la moneta non esista, è oggi totalmente inconcepibile. Per noi è naturale pagare un bene o stimare il valore di un oggetto in Lire o in Dollari, e sappiamo che è così ovunque. Sappiamo poi che gli antichi Greci e Romani avevano una loro moneta, e quindi la vediamo come qualcosa che da sempre è presente nella storia dell’ uomo e, soprattutto, come qualcosa di peculiare di ogni "civiltà evoluta".

Questa affermazione è però vera solo in parte, dal momento che la moneta è sì elemento caratteristico di una civiltà avanzata, ma non tutti i grandi popoli del passato la utilizzarono fin dalla sua prima comparsa.
Un esempio significativo è fornito dai Cartaginesi: essi infatti (e la cosa può sembrare strana, dal momento che erano i più attivi mercanti del Mediterraneo) iniziarono a coniare moneta solo nel IV secolo a.C. e, cosa ancora più incredibile, non per fini commerciali, ma al solo scopo di pagare truppe mercenarie. Ma allora come mai in seguito si diffuse a tal punto che ancora oggi noi la usiamo? E come gestivano i loro traffici gli antichi se non disponevano di mezzi di scambio? E soprattutto, chi ha "inventato" la moneta? Il favore che la moneta incontrò nel mondo greco e in quello romano, spinse gli storici antichi a figurarsi che sia esistito, in un determinato momento, un "creatore", uno "scopritore" della moneta. Così la storiografia antica creò il mito dell’ invenzione della moneta collegandolo a figure eminenti del suo mondo leggendario o storico: da ciò l’ attribuzione dapprima a Teseo, poi a personalità storiche più o meno documentate, quali Fidone d’ Argo o i re di Lidia Gige, Aliatte e Creso.

Le leggende, si sa, contengono sempre un fondo di verità, ed effettivamente i suddetti personaggi, come vedremo in seguito, hanno avuto a che fare con la nascita della moneta. Tuttavia parlare di un inventore della moneta è quanto di più errato si possa fare. La moneta non fu inventata, ma fu il punto di arrivo di una evoluzione dei mezzi di scambio durata millenni che, a partire dal semplice baratto di merce contro merce, ha toccato svariate tappe, andando via via sempre più perfezionandosi. Nessun popolo antico, per quel che ci risulta dalle fonti, ha saputo sottrarsi, nella prima fase della sua esistenza, alla legge naturale del baratto. Popoli di antichissima civiltà riuscirono così ad instaurare legami economici anche molto complessi pur non conoscendo la moneta, basando le transazioni sul semplice scambio delle merci. Tale fatto ci è attestato, oltre che dagli storici antichi, anche da alcune figurazioni rinvenute in Egitto, che ci mostrano come nel paese del Nilo i più antichi traffici avvenissero in questo modo.
Anche i Fenici installavano sulle coste dei popoli barbari dei veri e propri mercati di baratto, scambiando i prodotti lavorati della loro industria con le materie prime che qui trovavano in abbondanza.

Allo stesso modo i Cartaginesi, come già accennato, basarono sul baratto la massima parte dei loro traffici. Ma questa forma di commercio presentava grossi inconvenienti per quelle popolazioni stanziali che non erano solite intraprendere lunghi viaggi a fini commerciali. Tali popoli si trovavano spesso a disporre di una derrata sovrabbondante che sarebbero stati ben lieti di scambiare con i propri vicini, ma questi a loro volta ne possedevano altrettanta; capitava quindi di dover rinunciare, da un lato, a merci senza dubbio necessarie ma che non potevano essere pagate, dall’altro di dover conservare la propria derrata, ormai di nessuna utilità, col rischio che si potesse deteriorare o distruggere. Per ovviare a tale inconveniente, si stabilì una derrata particolare che servisse al tempo stesso da mezzo di scambio e da scala comparativa del valore delle merci.

Si decise cioè di scegliere una merce che svolgesse le funzioni proprie della moneta.
E’ questa la cosiddetta "moneta naturale", primo esempio di quel fenomeno che gli studiosi moderni chiamano col nome di "premoneta". La scelta della derrata da usarsi come "moneta naturale" è variata secondo i luoghi e i tempi, ma si è sempre orientata su un prodotto a un tempo ricercato e abbondante. Gli antichi abitatori del Mediterraneo si sono rivolti con preferenza al bestiame, il quale per la sua utilità e, ad un tempo, per la sua abbondanza, ha riscosso ovunque ampio favore. Testimonianze dell’ uso del bestiame come moneta ci vengono dalle più antiche legislazioni (che fissano le multe da pagare in buoi e pecore), ma soprattutto dal linguaggio.

A questo antichissimo uso si fanno risalire parole quali pecunia, ossia denaro, che deriva dal latino pecus (gregge), termine dal quale deriva anche la parola peculato (che in latino significa furto di armenti prima che concussione).
Dall’ uso di calcolare la ricchezza in capi di bestiame (capita) è derivato poi il termine capitale, mentre Polluce ci ricorda che nel linguaggio popolare della Grecia antica per indicare un uomo di cui si era comprato il silenzio si diceva che gli era passato un bue sopra la lingua. Il bestiame rappresentò dunque la prima moneta dell’ uomo, ma presto ci si accorse che qualcosa non andava: tutto procedeva bene se un tale acquistava (ad esempio) tanto grano quanto ne poteva valere un bue. Ma se quel tale ne voleva di meno? C’erano, questo è vero, alcune corrispondenze fisse (ad esempio nella Roma arcaica dieci pecore equivalevano a un bue), ma sta di fatto che non era possibile dividere una pecora senza che perdesse valore (una pecora morta vale decisamente meno di una viva). Ci si accorse allora, quando l’industria iniziò a lavorarli per farne utensili e armi, che i metalli presentavano, rispetto al bestiame, notevoli vantaggi come mezzi di scambio. Non solo erano più facili da trasportare, ma le loro qualità intrinseche ne determinarono il primato su qualsiasi altra merce-tipo: essi infatti si potevano ridurre in frammenti senza che perdessero valore; erano inalterabili e non richiedevano manutenzione (non si deterioravano quindi in seguito a lungo immagazzinamento); erano facilmente riconoscibili dall’ aspetto, dal suono e dal peso; infine erano utili a tutti. Una volta scelto il materiale (che rimarrà lo stesso fino alla comparsa della moneta vera e propria) si cercò la forma che ne rendesse più comodo l’ utilizzo.

La forma più antica è senza dubbio quella dell’anello, la cui fortuna è dovuta non tanto alla sua funzione ornamentale, quanto al foro che ne facilita la tesaurizzazione e il trasporto. Una pittura murale del XV secolo a.C. ci testimonia l’utilizzo dell’anello come mezzo di scambio in Egitto, ma questa forma è attestata anche altrove (ad esempio nello stesso periodo gli Ebrei creano un’ unità pondometrica che chiamano "kikkar", che significa appunto anello).
In seguito (seconda metà del II millennio a.C.) fanno la loro comparsa in tutto il Mediterraneo i cosiddetti pani di rame egeo-cretesi. Si tratta di grossi rettangoli del peso variante tra i 10 e i 36 chilogrammi e dello spessore di circa 6 centimetri. I più antichi fra questi pani presentano una forma quasi perfettamente rettangolare, mentre i più recenti sono caratterizzati dai quattro angoli molto sviluppati.

Questa forma, che in origine era stata interpretata come la stilizzazione di una pelle di bue o la rappresentazione di un’ascia bipenne (entrambi simboli legati al mondo sacrale e religioso), è dovuta in realtà a motivi tecnici: questa forma è infatti l’unica che consenta di colare in un piano più pani contigui per separarli poi più facilmente fratturando le giunzioni negli apici. Si tratta quindi del risultato di una fusione in serie, fatto che denota una evoluzione tecnica notevolissima. Questi pani ebbero grande diffusione per circa quattro secoli, fino al X a.C., e li ritroviamo pressochè in tutti i luoghi toccati dai Micenei.
Infine, a partire dal IX secolo a.C., appare quella che gli studiosi chiamano moneta utensile. Si tratta di strumenti della vita quotidiana che vengono utilizzati come moneta pur mantenendo, almeno in origine, la loro funzione pratica.

Tale funzione sarà in seguito solo ricordata dalla forma dell’ oggetto, che di fatto non verrà più utilizzato per la sua funzione originaria. Le asce bipenni ritrovate in Europa centrale, ad esempio, hanno avuto senza dubbio esclusivamente funzione monetaria, dal momento che lo spessore assai ridotto della lama e il diametro del foro che non consente l’ immanicamento, il che le rende praticamente inutilizzabili come attrezzi. La funzione di moneta utensile viene invece ricoperta nel Mediterraneo, e in particolare in ambiente greco, da tre tipi di utensili: gli obeloi (spiedi per cucina e per sacrifici religiosi), i lebeti (specie di pentole, anche queste usate sia in cucina che in ambito religioso) e infine i tripodi. L’ utilizzo di questi strumenti come moneta è attestata da numerose fonti scritte, primo fra tutti Omero che ricorda tripodi e lebeti come regali, premi di gare e prezzi di riscatti. Una serie di rinvenimenti nei santuari ha inoltre confermato questo uso e la tradizione ricorda che il già citato Fidone d’ Argo smonetizzò durante il suo regno gli spiedi di ferro e, dopo averli sostituiti con monete vere e proprie, li dedicò al tempio di Hera.
Siamo ormai a un passo dalla nascita della moneta.

Con la moneta utensile arriviamo al VII secolo a.C. In questo periodo le coste dell’ Asia Minore sono abitate da Greci dediti per la maggior parte al commercio marittimo. La situazione degli scambi doveva essere pressappoco la seguente: per gli scambi quotidiani di piccola entità si ricorreva, oltre che al baratto, alla moneta utensile, mentre per i pagamenti più consistenti e per i traffici internazionali si ricorreva all’oro e all’ argento in anelli oppure in lingotti fusi.
Nel corso della prima metà del VII secolo anelli e lingotti vanno via via scomparendo per lasciare il campo a piccoli pezzi di metallo prezioso (che hanno forma di goccia e sono costituiti da elettro, una lega naturale di argento e oro). Intorno alla metà dello stesso secolo alcuni mercanti e alcuni santuari (che hanno all’epoca funzione di banche) cominciano a contrassegnare questi pezzi con una loro impronta, con il loro sigillo. Apponendo questo sigillo, il mercante e la banca garantiscono che il peso del pezzo è esatto e che la sua lega è buona. Il privato è, beninteso, libero di accettare o meno la garanzia, di accordare o meno la sua fiducia; ma se accorda questa fiducia, se accetta la garanzia rappresentata dal punzone, è dispensato dal ricorrere ogni volta, in occasione di ogni pagamento, alla verifica del titolo e del peso, alla bilancia ed alla pietra di paragone.

Ci troviamo dunque in presenza di una vera e propria moneta privata. Ci si accorge che la "goccia" di metallo prezioso viene accettata proprio in virtù del sigillo che reca e in base alla fiducia che tale sigillo ispira. A questo punto interviene lo Stato, la cui garanzia è senza dubbio superiore a quella di qualsiasi mercante, ed avoca a sè il diritto di battere moneta, vietando ogni ulteriore emissione da parte di privati. Imprime il proprio simbolo (generalmente il dio protettore della città) sulle "gocce" e con esse paga i servizi resi alla comunità e al tempo stesso incamera le tasse: era nata la moneta.
Dalle coste dell’ Asia Minore la moneta si diffuse repentinamente nella Grecia continentale e nelle colonie dell’Italia meridionale.

Già nel secolo successivo ogni polis (città, nell’antico greco) aveva una propria moneta caratterizzata da un peso e da una figurazione particolare. La moneta non era solo uno strumento economico, ma divenne, come afferma M. Crawford, celebre studioso di numismatica, uno "splendido segnale dell’ esistenza e della autonomia della polis". Ogni città batteva dunque la propria moneta cercando di caratterizzarla e di renderla immediatamente riconoscibile a chi la teneva in mano. Nascono così figurazioni che resteranno per secoli caratteristiche di una città: la civetta sulle monete di Atene, la tartaruga su quelle di Egina e il cavallo alato su quelle di Corinto sono solo gli esempi più illustri. Altre città ricorsero ad altri metodi per rendere peculiare la propria moneta. E’ il caso di alcune città della Magna Grecia che realizzarono le cosiddette monete incuse. Si tratta di monete che anziché avere una raffigurazione in rilievo su entrambe le facce, la presentano solo al dritto, trovandosi al rovescio una raffigurazione (generalmente la stessa del diritto) in incavo. Ogni polis, inoltre, mantenne il proprio sistema di pesi: la dracma, unità base della moneta greca, aveva quindi un peso diverso a seconda della città che la emetteva.

E’ curiosa l’origine del nome: la dracma, sottomultiplo del talento (letteralmente "il peso che un uomo può portare"), deriva da drax (manciata) e fa riferimento con ogni probabilità alla moneta utensile; drax, in altre parole, indica tanti spiedi quanti ne può portare una mano, e difatti il sottomultiplo della dracma si chiama obelos (che in greco significa appunto spiedo).
Nonostante questa repentina diffusione, tuttavia, la moneta rimase a lungo un fenomeno propriamente ed esclusivamente greco. I popoli che di volta in volta venivano a contatto col mondo greco, infatti, non adottarono, se non in parte, la nuova "invenzione".

Furono necessari molti anni e la formazione di due grandi imperi prima che la moneta si imponesse in tutto il mondo conosciuto: l’ impero di Alessandro Magno e, ovviamente, l’ Impero Romano. Proprio grazie a quest’ ultimo la moneta si impose in ogni angolo d’ Europa giungendo, attraverso i secoli, fino a noi. E proprio ai Romani siamo debitori per il termine che ancor oggi la designa: la zecca di Roma era difatti situata all’ interno del tempio di Giunone Moneta, tempio fondato in memoria dell’ invasione gallica del 390 a.C.. Narra la leggenda che i Romani riuscirono a sventare un attacco notturno dei Galli perchè svegliati dallo starnazzare delle oche: a loro volta le oche erano state destate da Giunone, che quindi fu designata con l’appellativo di Moneta (che significa appunto ammonitrice, avvisatrice).
Di qui il nome passò alla zecca, ospitata nel tempio, e in seguito alla moneta stessa.

Con l’avvento dell’Impero Romano, comunque, possiamo considerare conclusa la lunga fase dello sviluppo della moneta: Augusto e i suoi successori instaureranno un sistema basato sulla monetazione di più metalli (oro, argento, bronzo e oricalco) che durerà per secoli e influenzerà in maniera determinante le prime monetazioni barbariche. I re barbari, infatti, compresero la grandezza del sistema romano e cercarono di mantenerlo anche dopo la caduta dell’Impero.
A dimostrazione di questo fatto ci rimangono monete barbariche che non sono altro che un’ imitazione mal riuscita di monete romane: di queste ultime mantengono infatti l’aspetto formale,ma la parte figurativa e la parte scritta perdono completamente significato (spesso al posto di titolature imperiali troviamo delle lettere accostate senza alcun senso e il ritratto del re barbaro il più delle volte non è altro che l’immagine di un imperatore romano).

Col passare dei secoli la moneta rimarrà, se si eccettuano alcune piccole innovazioni, sostanzialmente identica a quella del modello romano. La più importante fra queste innovazioni può essere considerata la "zigrinatura": con questo termine si intendono quelle incisioni trasversali che ancor oggi si trovano lungo il bordo delle monete. Questo stratagemma volle porre rimedio, nel XVI secolo, al dilagante fenomeno della "tosatura": era infatti abitudine, per ottenere polvere di metallo prezioso, raschiare le monete d’ oro lungo il bordo, causando di fatto una diminuzione del peso delle monete stesse. Con la zigrinatura questa operazione divenne impraticabile, ed ancor oggi rimane sulle nostre monete una traccia di quel periodo in cui il valore delle monete era dato dal materiale di cui erano fatte.


Oggi infatti il valore cosiddetto "nominale" delle monete non corrisponde più al valore reale del metallo. Anzi, a partire da questo secolo si è iniziato a battere moneta con leghe appositamente create (in Italia è l’ACMONITAL, termine che risulta dalla sigla Acciaio Monetario Italiano), dato che il valore è stabilito e garantito dallo Stato. Ma se si eccettuano queste innovazioni "tecniche", la moneta, e quello che la moneta vuole "dire", non è cambiata. Se infatti, prendiamo una comunissima moneta da 100 lire notiamo che la prima informazione che essa ci vuole fornire è l’ autorità che l’ ha emessa: troviamo quindi, adesso come allora, una parte scritta (REPUBBLICA ITALIANA) e una parte figurata (al tempo dei Romani il volto dell’imperatore, oggi il capo laureato di una donna che rappresenta la Repubblica).
Troviamo poi altre informazioni, quali il valore della moneta, l’ anno di emissione, il nome della zecca (la lettera R sta per Roma) e, al rovescio, un’ altra figura. Questa seconda raffigurazione esprime in modo simbolico un valore o un messaggio che l’ autorità emittente vuole propagandare. E come Augusto celebrava sulle sue monete la pax da lui instaurata, così oggi, tramite le monete, la Repubblica Italiana ("basata sul lavoro") celebra il lavoro: troviamo così la dea Minerva, protettrice dei lavoratori, sulle 100 lire, ma troviamo anche Vulcano, altro tutore del lavoro, sulle 50, un ramo d’ ulivo e una spiga di grano, simboli di pace e prosperità, sulle 10 lire, e così via.

Col passare dei secoli, insomma, la moneta metallica ha mantenuto alcuni dei suoi aspetti peculiari, ma non c’è dubbio che la sua importanza all’ interno delle moderne economie sia molto più modesta che un tempo. Oggi è sempre più soppiantata non solo dalla carta moneta, ma anche dalle varie "tessere", non solo telefoniche (oggi è diventata un’ impresa trovare un telefono a gettoni), che stanno portando alla totale informatizzazione dell’economia. Siamo molto vicini a questo traguardo e penso che tra breve (mi duole dirlo) le monete saranno solo dei pezzi da collezione per chi, come me, non sa resistere al loro incredibile fascino. E allora la moneta di metallo, che tanta parte ha avuto nella storia dell’ uomo, rimarrà, dopo quasi tremila anni di vita, solo un ricordo.

GIOVANNI SVEVO

Si ingrazia per l'articolo
Offerto a Cronologia
il direttore di Storia in Network

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BANCHE, BANCHIERI E MONETA
UN PARADISO PER POCHI
UN INFERNO PER MOLTI !!!

“Meno male che la popolazione non capisce il nostro sistema bancario e monetario,
perché se lo capisse, credo che prima di domani scoppierebbe una rivoluzione”.

( Henry Ford )

di Pierluigi Paoletti

Parlare del denaro è stato sempre difficile specialmente nel periodo storico che stiamo vivendo.

Il denaro è al centro delle nostre esistenze ed a causa sua abbiamo abbandonato i ritmi naturali del vivere in armonia con il tutto.

I cambiamenti che stiamo affrontando sia come persone che come comunità ci richiedono un grado maggiore di responsabilità, intesa nel senso etimologico di abilità nel dare risposte alle nuove e forti sollecitazioni.

Ci confrontiamo con gli specchi delle nostre debolezze, delle nostre paure e affiorano le verità nascoste per poterli superare.

Tra le altre cose che stanno emergendo alla luce c'è anche la verità sul denaro come mezzo per detenere il potere sulle masse.

Il meccanismo è semplicissimo ed efficacissimo:
il primo passo è indebitare lo Stato attraverso accordi segreti e collusioni politiche.

Le banche centrali, che al contrario di quello che si pensa sono di proprietà di privati, si sono impossessate della facoltà di stampare la moneta, facoltà che naturalmente deve appartenere al popolo (sovranità monetaria) perché lavora e crea ricchezza.

(Ricordate le vecchi banconote? Quelle erano del Governo, erano nostre, non dovevamo restituirle a nessuno e nessuno - se le tenevamo in tasca - ci chiedeva interessi a fine anno. Vi era scritto (es. il modesto foglietto da 500 lire) "Repubblica Italiana Biglietto di Stato a corso legale". Le firme erano del Direttore Generale del Tesoro, il Cassiere Speciale e il visto della Corte dei Conti. Oggi sul "foglietto" da 50 euro, avete notato? non c'è scritto più nulla. - Ndr.)

La moneta stampata (*) al solo costo tipografico viene immessa in circolazione contro un indebitamento dello Stato tramite l'emissione dei titoli (**) di stato gravati da un tasso di interesse deciso dalla banca centrale.

( * ) Tutto questo ha inizio il 22 luglio 1944: gli stati del mondo disegnano un nuovo sistema monetario in un'anonima località americana, Bretton Woods. In questo nuovo sistema, tutte le monete erano convertibili nel dollaro e solo questo era convertibile in oro.
Da quel giorno (con l'Europa in sfascio nei campi di battaglia e con alcuni Paesi senza neppure una moneta, come l'Italia) tutti gli Stati del mondo costituirono riserve per l'emissione di banconote utilizzando dollari, di cui c'era sul mercato finanziario una (la sola) grande offerta. All’inizio degli anni Settanta, l’80 % delle riserve valutarie di tutti gli stati del mondo erano costituite da dollari. Stati Uniti ed Inghilterra contribuirono con l'80% la costituzione del FMI, e ovviamente ne condizionarono l'attività in maniera determinante.
Ma l'Inghilterra non era più quella di una volta, e quindi ne approfittarono gli Stati Uniti che cominciarono a stampare più dollari che giornali, dato che era la loro moneta a garantire l'equilibrio del sistema; ma così facendo ben presto anche il dollaro non ebbe più la convertibilità in oro. Inoltre i primi biglietti erano dello Stato (recavano la scritta United States), poi a partire dal 1963 diventarono privati, cioè della Federal Reserve.
Infine il 15 agosto 1971, Nixon annunciò a Camp David la decisione di sospendere la convertibilità del dollaro in oro, e perciò l'abrogazione unilaterale degli accordi di Bretton Woods "svincolò" il dollaro dal cambio con l'oro. Questa data (agosto 1971) costituisce una pietra miliare nella storia del denaro: è il momento cruciale per comprendere la vera natura della moneta. Da allora, infatti, il denaro è definitivamente "svincolato" da ogni relazione con l'oro. Da allora, i paesi hanno continuato a stampare denaro, fondandolo senza una base “solida”, cioè sul nulla.
Non ci sono infatti più a garantire questa "solidità" le riserve auree - le attuali riserve auree dei paesi del mondo non superano le 200.000 tonnellate, mentre il corrispettivo in oro di tutte le banconote e gli equivalenti monetari che girano per il mondo ai prezzi correnti ammonta a un corrispettivo di 75.000.000 di tonnellate di oro. (Ndr.)
Ma perchè avvenne questo "svincolo"? Furono costretti. Perchè il mondo arabo un bel giorno (anno della crisi energetica) si svegliò da un lungo letargo. Si accorse che sotto i piedi aveva la materia prima energetica del mondo occidentale, il petrolio. Fondarono l'Opec, rifiutarono il pagamento in dollari-carta e pretesero di essere pagati in oro. L'oro come detto non esisteva, e gli Arabi per cautelarsi, nel giro di pochi mesi aumentarono di quattro volte il valore del barile di petrolio.
(ricordiamo qui che negli anni 800-1000, furono proprio i mercanti Arabi durante la loro dominazione nel Mediterraneo a inventarsi i "pagherò", i "chek" (cheque o assegno di carta) " e le stesse banche. - Ma ogni assegno di carta corrispondeva a una reale quantità di oro e non a un pacco di altra carta. Gli Arabi insomma oltre che essere vecchi esperti del mestiere; ora hanno in più anche il "petroleumdenaro". Ndr.)

( * * ) Il ricavato della vendita dei titoli va tutto alla banca centrale e lo Stato (qui, parliamo di quello italiano) si trova indebitato (debito pubblico) (*) di 1.429 miliardi di euro pari a 2.766 milioni di miliardi di lire e paga ogni anno circa il 6% di questa cifra in interessi - e per pagarli (a quei soggetti che i titoli li posseggono - investitori sempre meno italiani con un magro 17% detenuti direttamente dalle famiglie italiane; infatti gli esteri (**) ne posseggono circa il 50% - (www.il sole24ore.com del 22/12/04). Non avendo soldi, la banca centrale deve emettere altri altri titoli, e lo Stato fa così altri debiti. Un serpentone che continua a mordersi la coda all'infinito. Fino al punto che non solo non può più restituire il capitale ma non è nemmeno più in grado di pagare gli interessi (il 50% agli esteri)
(*) Il debito pubblico (è pari al valore nominale di tutte le passività lorde consolidate delle amministrazioni pubbliche (amministrazioni centrali, enti locali e istituti revidenziali pubblici). E' costituito essenzialmente da titoli di Stato - emessi sul mercato interno e in quello estero - e rappresentano circa l'83% del debito pubblico.
Il valore viene aggiornato semestralmente e si riferisce al 31 dicembre di ciascun anno.

(**)
Proviamo a immaginare cosa pensano quando questo 50% di investitori esteri sono venuti a conoscenza delle telefonate notturne tra due amici italiani per bloccare l'entrata di banche estere; per "difendere (dicono gli "scalatori") quelle in Italiane" - Ma quando questi investitori esteri hanno acquistato in Italia questo 50%, le banche italiane dov'erano, a dormire?
Se vengono in Italia sono legittimamente giustificate, soprattutto quando scoprono che i controllati sono azionisti del controllore (un sitema unico al mondo), e quando scoprono che le scalate alla banche italiane le fanno anche chi la settimana prima aveva solo qualche immobile e qualche spicciolo in tasca.
( Ndr.)

Il secondo passo è quello di indebitare i cittadini.

Le banche commerciali secondo le attuali leggi bancarie possono creare soldi virtuali, con un solo click sul computer, fino a 98 volte i depositi che i risparmiatori e le aziende hanno presso di loro.

In pratica se alla mia banca io deposito 100 soldi, questa, una volta depositata la riserva frazionaria alla banca centrale, può prestare fino a 10 volte e forse più i soldi depositati prendendoci anche gli interessi.

In pratica contro ricchezza fittizia (denaro di carta della banca centrale) o virtuale (denaro elettronico peggiore di quello di carta perchè non esiste per niente) il sistema bancario (privato) riceve ricchezza reale fatta del lavoro di tutti noi e se non riusciamo a restituire il prestito con gli interessi si prendono anche le nostre case e le nostre aziende (Fiat etc etc).

Questa "truffa" non è una cosa solo italiana, ma appartiene a tutto il mondo: in occidente con lo schema sopra descritto, mentre nel terzo mondo con la razzia delle ricchissime materie prime attraverso i prestiti, che nessuno stato potrà mai restituire, concessi per il tramite della Banca Mondiale ed il Fondo Monetario Internazionale.

In pratica se immetto denaro per 100 e chiedo 105, avrò sempre qualcuno cui mancheranno quei 5 ed avrò sempre la certezza matematica che sempre più persone o stati dipenderanno da me (dal denaro).

Dentro questo meccanismo perverso la competizione e la lotta è feroce per accaparrarsi questo 5: i prezzi salgono, le tasse sono altissime, i diritti elementari negati e sono forti (ed inutili) le contrapposizioni politiche.

Gli enormi ed illeciti profitti accumulati dal sistema bancario vengono utilizzati per fomentare guerre, aumentare le divisioni ed esasperare la competizione tra le persone aziende e stati.

Benvenuti all'inferno!

Si può fare qualcosa?

Sì, e anche molto, ma ognuno deve fare la propria parte senza delegare niente a nessuno.

Questo semplice meccanismo di controllo si basa sull'ignoranza e sulla mancanza di informazioni.
(il 60% degli italiani non sa nemmeno chi è il governatore della Banca d'Italia, e quelli che lo sanno il 90% sono convinti che sia una carica governativa e non privata, delle stesse banche - cioè che i controllati sono azionisti del controllore. Come già detto, un sistema unico al mondo. Ndr.)

Prendendo coscienza del suo funzionamento e facendolo conoscere agli altri si toglie il collante che ci tiene legati a questo Matrix e più persone conosceranno la verità e più facile sarà smascherare la falsità che ci circonda.

Gradualmente, superato il primo momento di naturale e comprensibile rifiuto, ci si renderà sempre più conto che stiamo vivendo in una grande illusione: nella illusione di essere liberi, nell'illusione della democrazia, nell'illusione della religione, nell'illusione della politica, nell'illusione della carenza e della povertà.

Con la consapevolezza che tutto quello che viviamo è solo una gabbia invisibile per la nostra mente, le divisioni assumeranno sempre meno significato ed il passaggio ad un nuovo modo di vivere sarà naturale.

Pierluigi Paoletti

Buona lettura, spero che ispiri qualcuno.

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Funzionamento del “sistema monetario”

Il Signoraggio:

Il Signoraggio è una "truffa" colossale nata e cresciuta grazie a ignoranza, censura, disinformazione e soprattutto cervelli sottovuoto! Un illecito vero e proprio che viene operato sistematicamente dalla Banca Centrale Europea, la quale lo definisce “Servizio di tesoreria dello Stato”.

In pratica il Signoraggio è la differenza di valore tra i costi tipografici spesi effettivamente per stampare ed emettere carta-moneta e il valore di facciata, cioè il valore numerico scritto sulla banconota stessa!

La Banca stampa le monete e invece di cederle al popolo sovrano dell’Unione Europea lo affitta al VALORE DI FACCIATA più un interesse annuo denominato “tasso di sconto”. In questo modo una banconota da 100 euro che potrebbe essere ceduta allo Stato a 0,05 euro viene a costare alla comunità 102,5 euro. Più del valore di facciata!

Il Signoraggio è il potere del “Signore” di emettere biglietti con un valore nominale ampiamente superiore al valore intrinseco e quindi di ricavare un guadagno dalla sovranità sulla moneta.

Nel momento in cui la Banca Centrale Europa che stampa la moneta, compra delle cose utilizzando questa moneta che a lei è costata pochissimo, ottiene un potere d’acquisto unico.

Il Signoraggio è la differenza di valore tra i costi tipografici per stampare
la moneta (carta e inchiostri) e il valore numerico scritto sopra!

Non solo, la Banca Centrale che stampa ufficialmente la moneta a prezzo irrisorio, mette nel bilancio PASSIVO non il costo tipografico sostenuto realmente (carta e colori) ma bensì il valore numerico scritto sulle monete. Il Signoraggio per tanto diventa un PASSIVO per la banca, perciò non è tassabile e viene evaso dal fisco!!!

Per fare un esempio del signoraggio, è come se il proprietario di un Casinò nella sua contabilità mettesse al passivo non il costo di stampa delle fiches, ma il valore nominale scritto sulle fiches!

Quindi gli stati membri dell’Unione Europea lasciano pagare ai propri cittadini questo sovrapprezzo tassandoli col cosiddetto “debito pubblico”.

Siccome la Banca Centrale Europea stampa banconote garantite da aria fritta, cioè prive di un controvalore (oro, argento, ecc.), ne stampa quante ne vuole senza alcun controllo nei confronti del debito pubblico!

E chi emette moneta se ne attribuisce autoritativamente la proprietà pur non essendo proprietario di alcun valore corrispondente alla moneta emessa.
Tutto trae origine dal 1694; l’oro viene trasformato in carta dalla banca d'Inghilterra, il cui fondatore William Paterson, dichiara spregiudicatamente: “Il banco trae beneficio dall'interesse su tutta la moneta che crea dal nulla”
Ancora più spregiudicato e cinico l'affermazione nel 1773 di Amschel Mayer Rothschild, il fondatore tedesco di un impero finanziario dichiarava addirittura: “La nostra politica è quella di fomentare le guerre, ma dirigendo Conferenze di Pace, in modo che nessuna delle parti in conflitto possa ottenere guadagni territoriali. Le guerre devono essere dirette in modo tale che le Nazioni, coinvolte in entrambi gli schieramenti, sprofondino sempre di più nel loro debito e, quindi, sempre di più sotto il nostro potere”
E nel 1885 ecco cosa scriveva Marx: nel Capitale (Libro I, capitolo 24, paragrafo 6, Editori Riuniti, Roma 1974, pp. 817-818) “Fin dalla nascita le grandi banche agghindate di denominazioni nazionali non sono state che società di speculatori privati che si affiancavano ai governi e, grazie ai privilegi ottenuti, erano in grado di anticipare loro denaro. Quindi l’accumularsi del debito pubblico non ha misura più infallibile del progressivo salire delle azioni di queste banche, il cui pieno sviluppo risale alla fondazione della Banca d’Inghilterra (1694). La Banca d’Inghilterra cominciò col prestare il suo denaro al governo all’otto per cento; contemporaneamente era autorizzata dal parlamento a battere moneta con lo stesso capitale, tornando a prestarlo un’altra volta al pubblico in forma di banconote. Non ci volle molto tempo perché questa moneta di credito fabbricata dalla Banca d’Inghilterra stessa diventasse la moneta nella quale la Banca faceva prestiti allo Stato e pagava per conto dello Stato gli interessi del debito pubblico. Non bastava però che la Banca desse con una mano per aver restituito di più con l’altra, ma, proprio mentre riceveva, rimaneva creditrice perpetua della nazione fino all’ultimo centesimo che aveva dato”,

Creazione del denaro grazie al credito frazionale

Dunque, le banche come affermava William Paterson, hanno il potere di creare denaro dal nulla!
Per comprendere il meccanismo attraverso il quale le banche creano questo denaro facciamo un piccolo esempio numerico. Supponiamo di depositare in banca 100 euro in contanti sul nostro conto corrente.

Con questi 100 euro, la banca potrà prestare a chi ne fa richiesta (aziende, privati, mutui, fidi, ecc.) ben 5000 euro!

Come fa la banca a prestare 5000 euro se ne ha depositati solamente 100? Da dove saltano fuori i 4900 euri mancanti?

Questa magica operazione di moltiplicazione di soldi si chiama credito frazionale, ed è permessa dalla cosiddetta riserva bancaria (il cui valore viene deciso dalla Banca Centrale). In soldoni la riserva bancaria è un tasso che indica la quantità di soldi minima che una banca deve trattenere (avere fisicamente nelle casse), come riserva appunto. Con un tasso di riserva pari al 10% una banca con i nostri 100 euro (che vengono messi subito in riserva), può prestarne 1000 (il 10% di 1000 euro = 100).

Oggi però il tasso di riserva è del 2%, e quindi i nostri 100 euro diventano magicamente 5000!

Infatti una banca per ogni 100.000 euro virtuali scritti nei loro computer, basta che ne abbia realmente 2000 di carta!!!

Questo viene chiamato di fatto “bancarotta tecnica”, perché in definitiva le banche hanno un cinquantesimo del denaro che vantano di avere!

Con la riserva frazionaria una banca
può prestare 50 volte quello che ha effettivamente in cassa!

La dimostrazione di quanto appena detto è semplice: se tutti i correntisti andassero contemporaneamente a ritirare i propri risparmi la banca non avrebbe i soldi da restituire (proprio quello che è successo in Argentina). In questa situazione la banca chiuderebbe per una settimana l’erogazione del denaro e chiamerebbe in causa subito la Banca Centrale Europea di Francoforte, la quale si metterebbe a stampare giorno e notte euri per soddisfare le richieste e impedire che la banca fallisca realmente. Ecco il vero scopo delle banche centrali: impedire che le banche commerciali falliscano. Per questo la Banca Centrale viene chiamata “Prestatore di ultima istanza”.

In una simile situazione però, in cui la banca centrale stampa denaro per salvare una banca, la massa monetaria aumenta di volume creando ulteriore inflazione.

Tornando al discorso della creazione di denaro dal nulla, per essere ancora più precisi, la banca con quei 100 euro iniziali può prestarne 4900 tondi tondi (5000 meno la riserva del 2% e cioè i 100 euro iniziali), perché appunto 100 euro devono rimanere fisicamente in riserva.

Su questo denaro, che la banca non possiede fisicamente nelle casse perché viene creato dal nulla, la banca ci lucra pure gli interessi (interessi sui prestiti, sui fidi, sui mutui, ecc.). Questi interessi assieme alla creazione vera e propria del denaro dal nulla, stanno lentamente e inesorabilmente sottraendo ricchezza alla società facendo sprofondare nel debito TUTTI i paesi del mondo, nessuno escluso. Perfino gli Stati Uniti vantano un debito tra i più elevati al mondo.

Ma il giochetto della creazione del denaro non finisce qua!

Anche quei 5000 euri creati dal nulla una volta entrati nel ciclo economico torneranno prima o poi nel sistema bancario sotto forma di depositi. E’ il circolo perverso e pericoloso della finanza bancaria.

Questi depositi diventeranno a loro volta nuove riserve, e con questi la banca apre nuovi prestiti dal nulla. E via così…

Il denaro circolante però non è dello Stato ma di aziende private (le banche)
che lo hanno creato dal nulla e perfino tassato.
Questo denaro crea debito! E la banca prospera proprio sul debito.

Il denaro non è dello Stato ma della Banca Centrale che è una società privata! Quindi il denaro è privato.

Le banche centrali sono private?

In alcuni casi esistono delle banche centrali più o meno nazionalizzate, come per esempio la Banca d’Inghilterra. Nella stragrande maggioranza dei casi, le banche centrali sono controllate da soci privati, per cui sono private. La Banca d’Italia rientra in queste ultime.

Il n. 01 del 4 gennaio 2004 di "Famiglia Cristiana", riporta alla pag. 22 l'elenco dei soci di Bankitalia con le relative percentuali di interesse:
Anche se sorprendentemente l’elenco dei suoi azionisti è riservato..."Ci ha pensato un dossier di Ricerche & Studi di Mediobanca, diretta da Fulvio Coltorti, a scoprire quasi tutti i proprietari della Banca d’Italia. Spulciando i bilanci di banche, assicurazioni eccetera, ha annotato le quote che segnalavano una partecipazione nel capitale della Banca d’Italia. Così il ricercatore è riuscito a ricostruire gran parte dell’azionariato della nostra massima istituzione finanziaria. Come si può notare, tre banche da sole "controllano" la Banca d’Italia
La stessa cosa ha fatto "l'Espresso" di cui riproduciamo sotto una tabella


e in certi casi i presidenti dei primi anche molto amici del secondo

Ecco l’elenco dei padroni di Bankitalia con le rispettive percentuali di azioni.
(da R & S, Ricerche & Studi di Mediobanca, 2003, pag. 1.149)".

SOCI E PROPRIETARI DELLA BANCA CENTRALE D’ITALIA:

Gruppo Intesa (27,2%)

INPS (5%)

Gruppo San Paolo (17,23%)

Banca Carige (3,96%)

Gruppo Capitalia (11,15%)

BNL (2,83%)

Gruppo Unicredito (10,97%)

Gruppo La Fondiaria (2%)

Assicurazioni Generali (6,33%)

Gruppo Premafin (2%)

Monte dei Paschi Siena (2,50%)

C. Risparmio Firenze (1,85%)

RAS (1,33%)

Anonimi (5,65%)

Tre banche da sole “controllano” con il 55,58% la Banca d’Italia: Intesa (27,2%), San Paolo (17,23%) e Capitalia (11,15%). Rimane un 5,65% nelle mani di anonimi…

La Banca Centrale Europea (BCE) è ufficialmente di proprietà delle banche centrali degli stati che ne fanno parte.

Siccome le banche centrali sono controllate da società private, di conseguenza anche la BCE è una società privata.

SOCI E PROPRIETARI DELLA BANCA CENTRALE EUROPEA:

Banca del Belgio (2,83%)

Banca Danimarca (1,72%)

Banca della Germania (23,40%)

Banca della Grecia (2,16%)

Banca della Spagna (8,78%)

Banca della Francia (16,52%)

Banca d’Irlanda (1,03%)

Banca d'Italia (14,57%)

Banca Lussemburgo (0,17%)

Banca d’Olanda (4,43%)

Oesterreichische Nationalbank (2,30%)

Banca del Portogallo (2,01%)

Suomen Pankki (1,43%)

Banca di Svezia (2,66%)

Banca d’Inghilterra (15,98%) 

 

Il Signoraggio della Banca Centrale Europea viene diviso in quote tra le banche aderenti a seconda della percentuale di azioni. La Banca d’Italia ha il 14,57% di azioni della BCE, e quella sarebbe la sua quota di Signoraggio formale che prende, ovviamente prenderà anche una gran parte del capitale che sfugge al controllo.

Nella lista qui sopra ci sono le banche che partecipano al Signoraggio europeo perché fanno parte del sistema. Vi sono però delle banche come quella d’Inghilterra, di Svezia e Danimarca che partecipano al Signoraggio europeo nonostante non abbiano adottato l’euro come moneta interna. Prendono cioè il 100% del Signoraggio della loro moneta e in più una fetta del Signoraggio europeo! In sostanza noi italiani senza saperlo stiamo pagando le tasse a questi tre paesi!!!

 

Fallimento bancario

Può accadere che un indebitato (imprenditore, lavoratore, ecc.) non possa pagare, fallisca, diventi cioè insolvente. In quel caso la banca è costretta a registrare quel prestito andato male alla voce perdite. Non è una grande tragedia per la banca, visto che possiede fisicamente solo un cinquantesimo del denaro. Ma una perdita contabile è pur sempre una perdita per la banca e per gli azionisti della banca. La banca però non può fallire (*) , e infatti ogni banchiere sa che non gli sarà permesso fallire dalla banca centrale e perciò non dovrà rendere conto dei suoi prestiti più folli. E’ questo il motivo per cui le banche sono severissime quando si tratta di prestare 50.000 euri a un lavoratore e invece sono generosissime quando si tratta di prestare milioni o miliardi di euri a ditte come Parmalat, Fiat o allo Stato.
(anche se il depositante dei 100 soldi detti sopra, va a ritirare il suo gruzzolo, la banca non fallisce: avendoli prestati a dieci diversi soggetti, ha nel suo cassetto dieci loro impegni a restituire 100 soldi, che fanno un totale di 1000; è cioè in una botte di ferro! Se invece il depositante li lascia in banca, lui prende come interesse al massimo l'1%, cioè 1 soldo, mentre la banca chiedendo di media un 12% a ciascun dei dieci clienti, ne incassa 120. Addirittura superiore di 12 volte al deposito di quel cliente e che ha in realtà solo quello nelle sue casse).

Aprire un piccolo prestito costa come aprirne uno miliardario, solo che quest’ultimo fa guadagnare molto di più. E se la Fiat non paga sarà la Banca Centrale a salvare il banchiere, con la scusa che “bisogna salvare il sistema”, e demagogicamente "l'occupazione" Se diventa insolvente invece l’operaio col mutuo per la casa, non vi sarà nessun intervento pubblico e la casa gli viene sequestrata immediatamente.

Ecco perché la banca presta volentieri i soldi a Stati oppure a ditte come Parmalat, Cirio, ecc., pur sapendoli insolventi.

Per una banca, quando un debitore estingue il suo debito e restituisce il capitale è un vero fastidio: dovrà trovare qualcun altro da indebitare che lo sostituisca. La cosa che conta per la banca è che il debitore continui a pagare gli interessi, magari in eterno, magari come gli Stati.

 

Perché non è lo Stato a stampare la moneta?

Nel passato ci sono stati dei tentativi in cui lo Stato ha stampato ed emesso moneta, per esempio la banconota di carta da 500 lire sopra non portava la scritta Banca d’Italia ma “Biglietto di Stato a corso legale”. Quindi lo Stato può emettere moneta a corso legale trattenendosi il Signoraggio, il problema è che ci sono delle forti pressioni per far sì che questo non accada, e infatti oggi allo Stato rimane solamente il Signoraggio sulla emissione delle monetine metalliche (meno dell’1% del Signoraggio totale), e che in certi casi risulta essere negativo (stampare la monetina da 1 centesimo costa 3 centesimi!). In America diversi ricercatori investigativi sostengono che almeno sette presidenti americani sono stati assassinati proprio per una questione monetaria. I due più famosi sono Abramo Lincoln e John F. Kennedy.

JFK il 4 giugno 1963 ordinò l’emissione (Ordine Esecutivo nr.11110) da parte del Ministero del Tesoro di oltre 4 miliardi di dollari con banconote che recavano la scritta “United States Note” invece di “Federal Reserve Note”. Casualmente dopo pochi mesi Kennedy fu eliminato e la prima cosa che fece il suo successore, sempre casualmente (!!??) , fu di ritirare dalla circolazione quei dollari del “popolo” sostituendoli con quelli “privati” della Federal Reserve!

Addirittura la Federal Reserve non sarebbe neanche una società americana visto che è registrata a Porto Rico!

SOCI E PROPRIETARI DELLA FEDERAL RESERVE U.S.A.:

Rothschild Bank di Londra

Kuhn Loeb Bank di New York

Warburg Bank di Amburgo

Israel Moses Seif Banks Italia

Rothschild Bank di Berlino

Goldman, Sachs di New York

Lehman Brothers di New York

Warburg Bank di Amsterdam

Lazard Brothers di Parigi

Chase Manhattan Bank di NY

Quindi anche la Banca Centrale degli Stati Uniti d’America, è controllata da un ristretto manipolo di banche e/o istituti di credito privati.

 

Lo Stato: il debitore ideale

Il debitore ideale è lo Stato. La banca presta allo stato comprandone i Buoni del Tesori (Bot) che sono cambiali, promesse di pagamento. Nessuno si aspetta ovviamente che lo Stato alla scadenza dei Bot paghi se non con l’emissione di nuovi Bot, di pari ammontare, a scadenza più lontana. Questo è l’eterno debito dello Stato, e non risulta nella storia che nessun Stato sia uscito da questa morsa.
Tutto ciò fa felice le banche perché continuano a lucrare gli interessi sui Bot, e possono in ogni momento rivenderli al pubblico. Oggi si è arrivati che gli interessi dei Bot sono talmente bassi che nessuno li compra più. Li comprano solo le banche!!! ( e più del 50% sono estere, cosi diventiamo esterodipendenti - salvo fare i "furbetti" di notte, e bloccare queste banche estere che vogliono prendersi ciò che in tanti anni a loro noi abbiamo permesso di prendere a tutto spiano. Ndr.)

Accade sempre più spesso che gli Stati, soprattutto nel terzo mondo, non riescano a pagare non solo i debiti ma nemmeno gli interessi sui debiti.

Quando uno Stato debitore non ce la fa più a pagare gli interessi, la banca li soccorre (ovviamente nel proprio interesse). Se lo stato debitore si dichiara insolvente, la banca dovrà cancellare il prestito dai suoi libri contabili e pagare -con i soldi degli azionisti e padroni- la perdita. Cosa questa assolutamente inconcepibile per i banchieri. Allora la banca apre al debitore un altro prestito (secondo prestito), creando dal nulla il denaro nuovo necessario a pagare gli interessi del primo debito. Questo sistema si chiama “prestito-ponte” e viene utilizzato sempre più spesso nei paesi poveri. Il nuovo denaro non entra nemmeno nel paese, ma passa da una scrittura ad un'altra della banca creditrice. Il vecchio prestito andato male resta nei libri contabili come attivo, anzi l’attivo è addirittura accresciuto del nuovo prestito e produce ulteriori interessi per la banca. Non allo Stato indebitato!

Se lo Stato, ulteriormente indebitato inizia a non pagare più gli interessi, immediatamente i banchieri fanno intervenire il Fondo Monetario Internazionale, il quale emette un ulteriore prestito (e siamo al terzo) che servirà per pagare gli interessi dei due prestiti precedenti. In pratica il debito che si contrae con il FMI viene prolungato nel tempo, cioè per l’eternità e stringe in una morsa mortale lo Stato. Il FMI per questo prestito costringerà modifiche e riduzioni delle spese sociali importantissime come sanità, previdenza, istruzione, ecc.

Ma i banchieri poco importa, a loro basta mantenere costante e insoluto il debito.

 

Le monete complementari: la moneta deperibile di Gesell

Nel 1931 in una cittadina del Tirolo (Woergl), il sindaco, per risolvere la grande depressione, decise di battere la propria moneta. Si trattava di una moneta molto particolare, perché era deperibile, cioè perdeva valore nel tempo. Per tenerla in corso infatti, chi possedeva le banconote doveva apporvi ogni mese un bollo, che costava l’1% del valore nominale della moneta (in una moneta per esempio da 10 scellini ogni mese si doveva attaccare un bollo di 0,1 scellini). Di fatto la moneta perdeva ogni anno il 12% del suo valore.

L’emissione del sindaco era coperta alla pari da una somma in veri scellini depositati nella banca del comune. Tutti gli impiegati del comune iniziarono a prendere lo stipendio con la nuova moneta. Inizialmente i bottegai si rifiutarono di accettare la nuova moneta, ma poi furono costretti perché in circolazione c’era poco denaro, quasi niente. Presto tutti l’accettarono per il solo fatto che chiunque altro l’accettava (oggi l’euro è valido solamente perché noi lo accettiamo).

La presenza di questa moneta deperibile, che nessuno aveva interesse ad accumulare, fece risorgere l’economia comunale e aumentare la circolazione monetaria. Era dal 1926 che il paese non vedeva tanti introiti: furono asfaltate strade e fatti moltissimi altri lavori pubblici.

Il sindaco raccontò felicissimo ai giornalisti (questo fu l’errore fatale) che il 12% annuo estratto dalla bollatura delle banconote, lui, l’aveva reinvestito e speso per il bene della popolazione, e che, dato il ritmo della circolazione, ogni mese il Comune vedeva tornare nelle sue casse venti volte l’ammontare dei primi stipendi pagati con le banconote deperibili. Il 2000%. Senza nemmeno saperlo il sindaco aveva rivelato due segreti vietatissimi:

1) l’enorme profitto che il sistema bancario estraeva dalla circolazione;

2) l’immenso e occulto profitto che l’emissione monetaria regalava a chi batte la moneta;

Immediatamente la Banca Nazionale austriaca intervenne abolendo quel fastidioso concorrente. La moneta deperibile fu bandita e resa illegale nel 1933 perché contraria al monopolio monetario accordato alla banca centrale, cioè contraria agli interessi dei banchieri.

L’idea della moneta deperibile ha un inventore ben preciso, il commerciante e importatore tedesco Silvio Gesell (1862-1930).

Nel mondo ci sono circa 5000 monete complementari!

Oggi nel mondo ci sono circa 5000 monete complementari, di cui 700 solamente in Giappone. Sono nate un po’ come funghi, come sono nate anche in altri periodi storici, e lo abbiamo appena visto durante la Grande Depressione.

Quando il sistema bancario, basato sull’usura, come abbiamo fin qui descritto, esagera, e quindi la crisi si diffonde tra i cittadini, è chiaro che le masse reagiscono spontaneamente con questa creazione di valuta complementare. In Giappone, all’indomani del 1995 c’erano circa 30.000 suicidi economici all’anno, per bancarotta o fallimento, e un personaggio importante dell’ambiente bancario è uscito dal sistema e ha cominciato a creare queste valute alternative per cercare di risolvere la situazione di povertà. Qualcosa di simile è successo anche in Argentina dove le province si sono messe a stampare ed emettere della valuta locale complementare.

Bisogna sostenere una rapida diffusione di valute complementari, perché potrebbero essere un passo per stabilizzare la situazione e far da ponte di passaggio tra l’attuale sistema ingiusto e illegale e un sistema futuro dove il Signoraggio sia chiaro, trasparente e si sappia soprattutto dove va a finire e a che scopi viene destinato. Non può esserci una sovranità del popolo se non esiste una sovranità monetaria.

Non può esserci la Sovranità del popolo se non esiste una sovranità monetaria!

 

Deflazione

La deflazione è il fenomeno contrario all’inflazione, e segue spesso una bolla speculativa. Consiste praticamente nella caduta continua dei prezzi. La conseguenza è che i consumatori attendono ad acquistare, cioè ritardano gli acquisti nella speranza di poterli comperare a minor prezzo. Le imprese, che sono indebitate con le banche, non vendono i loro prodotti rischiando di non pagare gli interessi sui debiti. Abbassano ulteriormente i prezzi per invogliare gli acquisti, ma ciò aggrava il ribasso e dunque la crisi deflazionistica. Le aziende si dichiarano insolventi, falliscono e licenziano. I disoccupati aumentano, il potere di acquisto cala, ancor più merci restano invendute. Alla fine l’intera produzione, l’intera economia, si paralizza!

La circolazione monetaria declina, fino all’arresto. Non si spende più. Chi ha denaro lo accumula anziché investirlo, aggravando ulteriormente la situazione.

In questa situazione per riavviare l’economia non serve a nulla abbassare i tassi d’interesse (come di solito fanno in queste situazioni), e cioè far costare meno il denaro. Perché se il tasso si abbassa sotto una certa soglia si favoriscono gli accumuli di denaro fuori dai depositi bancari, fuori dalle banche, e questo sottrae denaro al sistema economico. Un fenomeno che Keynes battezzò liquidity trap, la trappola della liquidità. Il denaro che dovrebbe circolare, diventa ghiaccio. C’è ma non scorre più.

La moneta deperibile di Gesell è la soluzione al problema della deflazione. Invece di premiare il capitale con la concessione di un interesse a chi lo presta, il suo sistema penalizza chi detiene capitale inoperoso, chi non lo spende. La lieve penalizzazione (il bollo mensile) rende conveniente spendere quei soldi e con questo la riattivazione degli scambi commerciali.

 

Chi fabbrica l’inflazione?

Se i prezzi salgono significa che ci sono troppi euri in circolazione. Chi ha messo questi soldi in circolazione?

Le banche e il sistema bancario e/o monetario sono la madre di tutte le inflazioni.

La banca! La banca e il sistema bancario per tanto sono la madre di tutte le inflazioni.

 

La tassazione dello Stato potrebbe essere superflua

Nessuno lo dice, ma il Signoraggio assieme alla creazione del denaro dal nulla da parte dello Stato, e non di aziende private, renderebbe superflua la tassazione. Lo Stato facendo monetizzare i suoi titoli di debito dalla Banca Centrale può procurarsi tutto il denaro che vuole. Provoca così facendo l’inflazione, che è già un tributo (il più iniquo dei tributi visto che colpisce risparmiatori, i lavoratori a reddito, pensionati e penalizza chi risparmia favorendo chi fa debiti). Che bisogno c’è di altri tributi?

In definitiva le tasse servono perché i cittadini, i lavoratori, i consumatori devono credere che il denaro è scarso. E per loro è effettivamente scarso, perché se ne guadagnano di più le tasse glielo tolgono.

La distinzione e la diversità tra servi e padroni non mai stata così delineata e forte. Nemmeno nel Medioevo. Non era così quando la moneta era d’oro o convertibile in oro. Solo oggi ci sono i veri servi e i veri padroni.

Chi crea denaro dal nulla, con il quale comanda lavoro a tutti noi, quello è il vero padrone che ci rende schiavi!

Cosa possiamo fare noi cittadini?

Innanzitutto informarsi prendendo coscienza del meccanismo del Signoraggio, del sistema monetario e del potere che hanno coloro che emettono moneta. Importante è che le associazioni di difesa dei consumatori diffondano una cultura su questo tipo di problemi.

Diffondere il più possibile le enormi possibilità che offrono le valute complementari, tra cui la più importante è quella di trattenere localmente il Signoraggio. Un Comune per esempio potrebbe emettere una moneta complementare, trattenendo il 50% del Signoraggio evitando di tassare i cittadini e con l’altro 50% il Comune potrebbe addirittura distribuirlo equamente tra tutti i più bisognosi.

Questo sarebbe un sistema per fare del bene recuperando una piccola parte di questo Signoraggio

FORSE E’ ARRIVATO IL MOMENTO
DI PRENDERE COSCIENZA E FAR SENTIRE LA NOSTRA VOCE

Siti web per approfondire:

http://it.wikipedia.org/wiki/Signoraggio

http://it.wikipedia.org/wiki/Teorie_del_complotto_sul_signoraggio

www.disinformazione.it
(da cui proviene la pagina sopra, inviataci da Claudio Proietti, per la divulgazione)
www.centrostudimonetari.org
www.signoraggio.com
www.domenicods.tk
www.open-economy.org
www.adusbef.it
Per andare all'homepage del gruppo: Sovranitàmonetaria
http://it.groups.yahoo.com/group/sovranitamonetaria/

Alcuni libri sull’argomento:

“Schiavi delle banche” – Maurizio Blondet, Effedieffe edizioni
- “Un'altra Moneta” – Domenico de Simone, Malatempora edizioni
- “Bankestein” – Marco Saba, www.centrostudimonetari.org
“L’ordinamento internazionale del Sistema Monetario” – Giacinto Auriti, Edigrafital
“ABC dell’economia e altri scritti” – Ezra Pound, Boringhieri
“La moneta, la banca e l’usura” – Bruno Tarquini, Chiesa Viva
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