MA L'ATOMICA ERA TEDESCA?

 I TANTI MISTERI DELLA SECONDA GUERRA MONDIALE 

Uranio Usa
o U-234 
e U-235
era tedesco?

Martin 
Bormann
 
al processo 
di Norimberga 
lui...  non  c'era  

PARTIAMO DAL 1938 !!!!

è l'alba di un nuovo capitolo della storia umana
E' la vigilia di Natale, il 24 dicembre del 1938

L'ALBA DELL'ERA NUCLEARE

OTTO HAHN,  FRITZ STRASSMANN e LEO SZILARD (fisico teorico ex allievo di Einstein  all'Istituto di Fisica di Berlino) bombardano il nucleo dell'atomo di uranio con i neutroni lenti scoperti da Fermi (1934) e riescono a dividerlo in due facendo sprigionare una enorme quantita' di energia.

E' la PRIMA FISSIONE
NUCLEARE DELLA STORIA !!!

FERMI e compagni, con la supervisione di EINSTEIN, prima a Princetown, poi ad Alamagordo, utilizzeranno questi studi per costruire la Pila Atomica, e successivamente la bomba atomica.
(ma da soli o grazie agli scienziati tedeschi?)

OTTO HAHN (in quel 24 dicembre 1938) ha già intuito le enormi possibilità della sua scoperta, la reazione a catena che i protoni in eccesso producono e che vanno a bombardare quelli di uranio e così via. Ma non lo comunica al regime (un certo ostruzionismo a Hitler è in atto) dà la notizia alla sua ex assistente ebrea, LISE MEITNER, che fugge in Svezia per  le persecuzioni, portandosi così dietro tutta la documentazione. Qui la scienziata austriaca con il nipote OTTO FRISCH comunica la scoperta a BOHR che sta partendo per gli Stati Uniti. Si porta dietro la documentazione della Meitner e appena giunto si incontra con EINSTEIN, anche lui giù in america rifugiato ebreo.

Il grande scienziato si sofferma sulla relazione di Hahn e capisce al volo; è la conferma pratica della sua teoria (conversione di massa in energia prevista dalla teoria della relatività ristretta- la famosa E=Mc²); che vede improvvisamente trasformata in realtà. Informa il Presidente degli Stati Uniti Roosevelt della grande scoperta che potrebbe essere utilizzata in una grande bomba di micidiale potenza, che se non fatta dall'America (non fidandosi molto di Hahn che é a Berlino - ma lo scienziato tedesco terrà sempre tutto per sè - forse) teme che possa essere invece realizzata da Hitler.

(Non dimentichiamo che EINSTEIN rifiutò sempre l'appellativo, comunemente affibbiatogli, di "padre dell'atomica". "La mia parte in questo campo - scrive - è stata indiretta. Non ho previsto, infatti, che si potesse arrivare a produrre l'energia atomica entro il corso della mia vita. Essa diventò un fatto pratico grazie alla scoperta accidentale della reazione a catena, e questo non è un fatto che io avrei potuto prevedere. Essa fu scoperta da OTTO HAHN a Berlino, ed egli stesso (forse Ndr.) non comprese subito esattamente ciò che aveva scoperto". Parole che sanno di giustificazione ma che però attribuiscono a Hahn la reale paternità della Fissione Nucleare.)

(In effetti, a SINIGO (vicino a Merano) la principale fabbrica di ossigeno italiana iniziò a produrre grandi quantità di acqua pesante, sostanza che serve normalmente per esperimenti di laboratorio ma è anche l'elemento indispensabile per la costruzione di bombe atomiche.
La fonte principale dei tedeschi era quella dislocata in Norvegia; questi stabilimenti (i servizi segreti americani  funzionarono - e divenne questo sabotaggio perfino una "missione" leggendaria - furono danneggiati dai bombardamenti all'inizio del 1944 e dall'attacco di un commando passato alla storia come "la sporca dozzina". (ma in effetti il danno non fu micidiale, dopo poche settimane lo stabilimento riprese i lavori)
I tedeschi tuttavia messi in crisi in Norvegia si rivolsero allora all'unica grande fabbrica di ossigeno ancora esistente, appunto a quella di Sinigo-Merano.
(l'autore che sta scrivendo queste note,  ha abitato tre anni quasi a ridosso della fabbrica)

In Italia pochissimi capirono che cosa stava accadendo a Merano, quando dalla Germania imposero allo stabilimento italiano di produrre grandi quantità di acqua pesante, che dentro grandi contenitori e tramite la ferrovia del Brennero partivano da Sinigo con destinazione Germania.
Se Hitler e i suoi scienziati non riuscirono a portare a termine in tempo questa prima applicazione della fisica teorica  atomica che avrebbe (come poi avvenne in America (!?) ) portato diritto alla costruzione della bomba atomica, se non riuscirono (forse)  lo dobbiamo all'intuito di un bravissimo tecnico responsabile di produzione di quella fabbrica di Sinigo: un ingegnere di Milano, un certo C.O.

Chiamato subito in Germania per concordare i piani di produzione, trovò molto strano che importanti scienziati di fisica dessero molta importanza a questa sostanza, ma non riuscì a farsi dire per cosa venisse impiegata tutta quell'acqua pesante. 

Comunque trasalì, del resto qualcosa aveva letto in proposito e anche se non era un fisico nucleare qualche principio basilare lo conosceva. Le sue intuizioni furono ufficienti per riprendere in mano qualche libro di fisica e in parallelo gli studi teorici di Einstein, di Fermi, ecc. Gli sembrò di aver capito qualcosa; e rientrato in Italia si tolse ogni scrupolo e la notizia della intensificazione a produrre acqua pesante da inviare in Germania, fu subito trasmessa prima al Comando  Generale  del CVL e questi pur non capendoci proprio nulla, e forse proprio per questo, la trasmisero agli alleati per le vie giuste.
L'informazione proseguì sempre per scrupolo e fortunatamente per la strada giusta e quando infine giunse a Los Alamos gli scienziati addetti al progetto Manhattan capirono eccome !! capirono benissimo cosa significava quella produzione. Einstein aveva ragione a sollecitare Roosevelt.

L'ingegnere di Sinigo a Merano fu ricontattato e per prima cosa ebbe l'incarico di boicottare con  mille motivi tecnici la produzione, e qualora non ci fosse riuscito, tutto era pronto per un bombardamento a tappeto dello stabilimento. Ma non fu necessario. La consegna del liquido continuò ad essere ritardata, gli sforzi  degli scienziati e tecnici  tedeschi  furono frustrati e la guerra  in Europa  giunse alla sua fine  avanti che questa prima applicazione  potesse venire impiegata  per la costruzione e distruzione dell'Europa.
Ma il materiale, i fisici, e soprattutto l'uranio già prodotto dove finì?.....

Ma questa è una storia. Ora ne salta fuori un'altra....
(vedi in fondo - il mistero dell'Uranio)

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Ma ritorniamo ai primi anni '40. Manca ancora un particolare in America, qual'é la "massa critica" di uranio da mettere insieme per avere una terribile esplosione?. Ma prima della fine dell'anno JEAN PERRIN scopre la necessaria quantità: due mezzi chili di Uranio. Parte dunque da questo momento, con i migliori fisici che dispone l'America più tutti quelli che vi si erano rifugiati (compreso il gruppo di Fermi - anche lui rifugiato in America con sua moglie ebrea - è lui a realizzare la prima Pila Atomica) quello che poi prenderà il nome progetto "Manhattan" (VEDI PIù' AVANTI) ...

dove poi usciranno  le prime 12 bombe atomiche, 6 all'Uranio e 6 al Plutonio. Quella sganciata a Hiroshima era all'Uranio (186.000 morti) e quella di Nagasaki era al Plutonio (102.000 morti). Le altre 10 se non finiva subito la guerra in Italia forse sarebbero state usata nella Pianura Padana il 25 aprile se le sinistre avessero fatto il "golpe", che gli americani  temevano avvenisse in Italia dopo la direttiva n. 16 di Longo (l'insurrezione). Non per nulla pur potendo andare avanti con gli imponenti mezzi, fecero melina, si fermarono sul PO. (Harris con il suo Bomber Command che seguitava a bombardare l'Italia come la Germania, quando seppe che c'era ai primi di marzo in cantiere le bombe atomiche, aveva chiesto di usarle subito.

Con l'impiego della bomba A, si sarebbero eliminati sia i tedeschi (già meno pericolosi, e forse già in trattative con gli Usa, tali da allarmare Stalin)  e sia i bolscevichi dall'Italia del Nord (che temevano gli alleati si unissero a quelli dell'Est di Tito - già a Trieste) in un colpo solo (ma ne riparleremo nel 1945 (come in Giappone, la bomba fu sganciata lì, ma il botto doveva sentirlo la Russia, che si illudeva di spartire con gli Usa l'Europa e l'Oriente. Tre mesi prima questi erano i patti!!).

Non dimentichiamo che Truman andò (senza sapere molto di quello che stava facendo Roosevelt) al potere il 13 Aprile avendo le bombe già quasi negli hangar (anche se mancava l'ultimo segreto - quello dell'innesco della bomba), e le voleva usare anche lui subito per far finire definitivamente la guerra i Europa. Non voleva più nessun americano morto. Anche perché non era convinto né della resa dei tedeschi né fu poi convinto della resa giapponese. Quella italiana rimase incerta fino al 28 aprile. Un ordine dato in precedenza ai gruppi di partigiani, quello della smobilitazione e della consegna delle armi non era stato ascoltato, c'erano quindi i timori che l'insurrezione dei rossi nell'Italia del Nord; era insomma da prendere in seria considerazione, come del resto era avvenuto in Grecia, poi repressa nel sangue da Churchill; con la Russia a guardare, con Stalin che chiudeva non uno ma tutti e due gli occhi. (I patti di Yalta erano ormai stati fatti e Churchill non si fece scrupoli: "Stalin non mosse un dito?; ma era negli accordi; il prezzo lo avevamo già pagato" Memorie di C.) ).

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IL MISTERO DELL'URANIO TEDESCO

la prima  storia non raccontata

di M. Saba 

Tra i risultati di una ricerca condotta sulla storia dell'uranio, per la parte recente sull'uranio impoverito per conto dell'Osservatorio Etico Ambientale, vi è sicuramente un risvolto molto interessante che riguarda proprio l'inizio del progetto Manhattan. 

Nel 1945 gli USA bombardarono il Giappone con due bombe atomiche, dopo aver effettuato la prima esplosione ad Alamogordo nel New Mexico (16 luglio 1945 - attenzione alla data!). 

Quello che i nostri lettori forse non sanno è da dove arrivava l'uranio utilizzato per queste ultime due esplosioni, Hiroshima (6 agosto 1945) e Nagasaki (9 agosto 1945). Intanto occorre precisare che si lanciarono due bombe sul Giappone, invece di una, per dimostrare che la prima non era l'unica e ultima bomba atomica posseduta dagli USA. 

E poi, è questa è la rivelazione, bisogna sapere che alcuni componenti fondamentali delle due bombe arrivarono dalla... Germania, da un carico che si vuole in origine destinato ad uno scambio di materiali bellici tra Hitler ed Hirohito, l'imperatore del Giappone. La versione comunemente accreditata dice che le prime tre bombe atomiche vennero prodotte dagli USA con un costo di due miliardi di dollari e cinque anni di lavoro di un'armata di scienziati di alto livello, con l'aiuto della Gran Bretagna. E' vero che gli USA avevano avuto successo nell'arricchimento dell'uranio - il componente principale della bomba atomica - ma le prove scoperte indicano chiaramente che a causa della fretta e dei ritardi tecnologici, solo grazie alla sorprendente opportunità di poter ottenere dalla Germania i componenti necessari, che erano scarsi negli USA, fu possibile per il Progetto Manhattan di completare le sue bombe in tempo per il bombardamento sul Giappone previsto per la fine dell'agosto 1945. 

Quello che scioccherà il lettore sarà lo scoprire che questi materiali non vennero catturati durante una fortunata azione di guerra, bensì erano una contropartita di una transazione segreta tra la Germania e gli USA: l'accordo prevedeva che alcuni nazisti ricevessero una garanzia d'impunità, ancorché vivendo nascosti per decenni dopo la fine della seconda guerra mondiale, dopo essere fuggiti dall'Europa. Vi sono documenti degli Archivi di Stato degli USA a dimostrazione di questa tesi che gettano luce anche sulla politica di alcuni presidenti statunitensi nei decenni successivi all'armistizio. Si tratta proprio di effettuare una revisione storica di enorme portata, alla luce dei dati e dei documenti acquisiti, che chiarirà molti aspetti altrimenti destinati a rimanere oscuri. 

Tra questi documenti vi è la lista dei materiali immagazzinati all'interno del sommergibile tedesco (Unterseeboot) U-234 XB, tra i quali troviamo 560 kg di ossido di uranio in dieci contenitori ed altre tecnologie belliche naziste che all'epoca erano allo stato dell'arte. Ad esempio, due aerei jet da caccia Messerschmidt 262 completamente smontati (il Messerschmidt fu il primo aviogetto e venne utilizzato durante la seconda guerra mondiale). Inoltre vi erano i silenziosi siluri a propulsione elettrica e vari progetti avanzati tra cui quelli per costruire i temuti missili V-2 a propulsione chimica (un vettore inquietante) ed i proiettili all'uranio impoverito destinati alla difesa contraerea. Un Messerchmidt 262 Schwalbe.
Le casse contenenti i caccia Me262 vennero trasferite presso la base aerea di Wright Field, Dayton (Ohio), dove l'ingegnere Bingewald provvide a ricostruirne un esemplare che, a quanto pare, volò nel maggio/giugno 1945. In seguito Bringewald diventerà il direttore del progetto per la costruzione del nuovo caccia a reazione F-105 Thunderchief (primo volo il 22/10/1955) ed era semplicemente l'evoluzione di un precedente (ma riuscitissimo) caccia: l'F-84 thunderjet, il quale fu impiegato in maniera considerevole dagli USA nel dopoguerra, nella guerra di Corea e nelle prime fasi della guerra del Vietnam prima di essere sostituito proprio dall' F-105.

(Anche se appare illogico che gli USA volessero copiare il motore a reazione tedesco dato che ne disponevano uno nel '42 (il Bell P-59 Airacomet, il quale compì il suo primo volo già il 1/10/1942) semmai la cosa può essere spiegata dal fatto che gli USA volessero capire fino a che punto si era spinta la ricerca tedesca. Servì insomma per aiutare gli ingegneri americani - Ndr).

(In un suo libro "Ultimo atto. Le verità nascoste sulla fine del Duce" (Rizzoli ed. apr. 2005) Romano Mussolini, fa riferimento agli studi recenti di uno storico tedesco Rainer Karlsch (VEDI A FONDO PAGINA) la recensione del libro ora pubblicato anche in Italia) .

Si tratta della tesi in base alle quali i tedeschi le atomiche le avevano pronte prima della fine della guerra, e che quindi la bomba di Hiroshima fosse stata realizzata in Germania. Con un intervento sul Corriere d.S. del 20 aprile 2005, il presidente del Centro Studi internazionali Andrea Margellini, parlando delle presunte atomiche naziste, afferma "Francamente è una tesi che non regge". Ma più avanti afferma "...fu il frutto di un gigantesco sforzo internazionale cui parteciparono scienziati di molti Paesi, anche esuli, come sappiamo da Italia e Germania...". (quindi.... ci da la conferma che parteciparono anche scienziati tedeschi)).
(DEL RESTO - vedi inizio- SAPPIAMO COSA ERA ACCADUTO
IL 24 dicembre 1938 a Berlino)

 L'esistenza del sottomarino U-234 (dal nome troppo casualmente corrispondente ad un isotopo dell'uranio) e del suo carico è un argomento di cui ogni tanto si vagheggia. L'elemento clou della discussione consiste nella seguente domanda: il carico trovato nel sommergibile è stato utilizzato nella guerra contro il Giappone? Fino ad oggi non vi erano prove, non lo si poteva dimostrare. Il primo indizio importante ritrovato consiste nella scoperta di un dispaccio segreto del Comando delle Operazioni Navali di Washington che indicava che l'uranio era stato immagazzinato per il trasporto in barili assieme a dell'oro. Ricerche successive mostrarono che l'oro, che è un metallo molto stabile, era semplicemente usato per poter maneggiare l'uranio già arricchito e allo scopo di evitare la contaminazione e la corrosione. L'uranio arricchito è una componente essenziale per la costruzione della bomba atomica, poiché è fissile. 
In valuta del 1945, una oncia di uranio valeva 100.000 dollari, quindi non stupisce che si usasse dell'oro per isolarlo. L'oro non sarebbe stato usato se l'uranio trasportato fosse stato uranio naturale e non del tipo arricchito, poiché il valore dell'uranio naturale non avrebbe giustificato la spesa. Negli Stati Uniti, all'epoca, l'uranio naturale veniva trasportato in barili di acciaio o contenitori imbottiti senza alcun tipo di protezione contro la corrosione.

Un'altra prova del fatto che l'uranio trasportato dall'U-234 era uranio arricchito, viene dalla testimonianza di un marinaio del sommergibile che era presente al caricamento ed allo scaricamento dell'imbarcazione. Questo marinaio ha raccontato in due memorie che i container dell'uranio avevano la scritta "U-235" (nome ancora troppo casualmente corrispondente ad un isotopo dell'uranio) dipintavi sopra poco prima dell'imbarco. La sigla U-235 è quella che scientificamente indica l'isotopo 235 dell'uranio, ovvero l'uranio cosiddetto arricchito. Quello che rimane dal processo estrattivo, è invece il cosiddetto uranio impoverito, ovvero un uranio privato di circa la metà della quantità dell'isotopo U-235 normalmente presente nell'uranio naturale (ovvero 0,3 % invece del normale 0,7 %). 

Lo stesso sommergibilista racconta che il personale della Marina degli Stati Uniti in seguito ha testato con dei contatori geiger alcune parti del sommergibile per verificarne la radioattività. Gli strumenti registrarono una forte contaminazione radioattiva. Senza capire il significato della scritta U-235, il marinaio pensava che l'uranio fosse stato dimenticato in Germania prima della partenza. Ovvero nel reattore per la produzione di plutonio che non funzionò ma che venne ampiamente pubblicizzato. Ma anche se prove evidenti dimostrano che l'uranio contenuto nel sommergibile era uranio arricchito, questo non vuol dire automaticamente che fosse stato usato nel conflitto col Giappone. 

Per provare che questi due episodi sono collegati, abbiamo copie di documenti degli archivi nazionali USA che dimostrano dei collegamenti tra il progetto Manhattan e il sommergibile U-234. Uno dei documenti è un cablogramma segreto, sempre dal comando navale di Washington, che ordina ad una pattuglia di tre uomini di prendere possesso del carico dell'U-234. Secondo il documento l'accompagnatore dei due uomini era il Maggiore John E. Vance del corpo del genio (l'Army Corps Engineer), il corpo che lavorava al progetto Manhattan. Altri documenti mostrano che poco dopo l'arrivo di Vance, quando venne fatto un ulteriore inventario del carico, l'uranio era scomparso dai materiali in carico alla Marina. Alcune trascrizioni di telefonate che avvennero circa una settimana dopo tra due agenti segreti del progetto Manhattan, attestano che il carico di polvere di uranio era consegnato ed affidato esclusivamente ad una persona indicata solo come "VANCE". 

Sarebbe una coincidenza poco probabile che si tratti di un altro Vance e non dell'ufficiale che aveva fatto il sopralluogo sul sottomarino, e addirittura che si tratti di un'altra polvere di uranio e non quella catturata nell'imbarcazione. Un secondo collegamento documentario tra il Progetto Manhattan e l'U-234, che trasportava otto persone che non erano della ciurma oltre al pericoloso carico, era che due delle persone catturate avevano avuto contatti con un sedicente ufficiale dei servizi della Marina USA identificato in altri documenti come "Comandante Alvarez" o "Signor Alvarez".
(nella stessa occasione (3 maggio, a Urfeld liberata) "catturarono" anche Heisemberger, il "cervello" atomico più ambito dagli Usa.)

Questa persona -Alvarez- è quella -guarda caso- che ha preso in carico il prigioniero Dott. Heinz Schlicke, uno degli scienziati a bordo del sommergibile, che era appunto diventato prigioniero di guerra. Il Dott.Schlicke era un esperto di tecnologia delle alte frequenze, come ad esempio il radar e gli infrarossi. Cercando tra gli allievi ufficiali dell'Esercito e gli ufficiali di Marina tra il 1943 ed il 1945 non si sono trovati nominativi corrispondenti ad "Alvarez". Ma si sa che il Generale Groves, capo del progetto Manhattan, era solito fornire coperture militari a scienziati del progetto Manhattan per lasciarli operare più agevolmente, quando necessario, all'interno della struttura militare. 

Infatti troviamo Luis W. Alvarez indicato come uno degli eroi del progetto Manhattan e si tratta proprio dell'Alvarez che era chiamato "Comandante Alvarez", travestito da militare per ottenere informazioni scientifiche più facilmente dal Dott. Dr. Heinz Schlicke. Proprio Luis Alvarez era lo scienziato che all'ultimo momento tirò fuori dal cilindro la soluzione per far detonare contemporaneamente i 32 inneschi della seconda (in realtà della terza bomba, essendo stato tenuto nascosto fino a pochi anni fa il test ad Alamogordo), quella al plutonio, la bomba poi sganciata su Nagasaki. 

E pensare che prima di questa improvvisa soluzione gli uomini del Progetto Manhattan avevano lavorato un anno e mezzo senza cavare un ragno dal buco. Proprio Alvarez, secondo documenti dell'archivio di stato, era a capo dell'equipe di tre scienziati incaricati di trovare la soluzione per gli inneschi. Il Dott. Schlicke, mentre era a bordo del sommergibile, aveva in carico un nuovo sistema d'innesco a base raggi infrarossi. Ancora in un cablogramma segreto possiamo trovare traccia del fatto che Schlicke venne riaccompagnato a bordo del sommergibile da due ufficiali per ritrovare gli inneschi agli infrarossi che vi erano rimasti. Questi inneschi funzionano sul principio della velocità della luce. 

La prima bomba USA ad implosione, quella del New Mexico, aveva un sistema di innesco multi-punto basato su detonatori filocomandati e solamente in seguito si passò ad un sistema di accensione basato sulla luce per proteggerlo dalle interferenze elettromagnetiche che avrebbero potuto provocare un innesco accidentale.
Allora si usavano come inneschi dei "thyrotron" all'idrogeno ad alta tensione prodotta da alimentatori ad alta tensione collegati con fili elettrici alla testata. Il sistema descritto invece è molto simile a quello del flash. Questo sistema d'innesco della detonazione è molto più accurato e meno suscettibile all'interferenza dei campi elettromagnetici.

Le prove mostrano che Alvarez ed il Comandante Alvarez erano la stessa persona, inoltre Alvarez usò la tecnologia ad infrarossi del Dott. Schlicke per accendere simultaneamente i 32 inneschi risolvendo così il problema dell'accensione della bomba al plutonio, quindi la sua trasportabilità, quindi il suo impiego come arma.

Alvarez, prima di essere assegnato al progetto Manhattan, lavorava sulla tecnologia delle alte frequenze, incluso il radar, lo stesso campo in cui Schlicke era un esperto. Sulla base dei curriculum di chi era addetto al progetto Manhattan, solo Alvarez avrebbe potuto essere l'interlocutore di Schlicke negli USA. Dopo la guerra, il Dr. Schlicke divenne uno dei tanti assunti a contratto nel progetto segreto denominato "Operazione Paperclip". 

Luis Alvarez vinse il premio Nobel 1968 per la fisica per il suo studio sulle alte frequenze,  fu lui a costruire nel dopoguerra a Berkeley il primo acceleratore lineare di particelle elementari, e fu anche quello che propose la teoria, all'epoca derisa, secondo la quale i dinosauri si sarebbero estinti a causa di un meteorite che avrebbe colpito la terra. 

Queste rivelazioni sul sommergibile U-234 ed i suoi passeggeri sono destinate a causare delle discussioni tra gli studiosi e gli appassionati della Seconda Guerra Mondiale, ma certamente il fatto che tutto sia basato su un accordo tra i nazisti e gli americani accenderà ancor più il dibattito. Esiste infatti tutta una serie di prove che testimoniano del fatto che gli alti ufficiali di Hitler avevano avuto contatti con alti ufficiali dei servizi USA e con militari per fare l'accordo dello scambio tra l'U-234 e la loro libertà. 

Ad esempio, Martin Bormann capo del partito nazista e segretario personale di Hitler, probabilmente l'uomo più potente nell'entourage di Hitler,per la sua vita trattò lo scambio col sommergibile U-234 prima della caduta di Berlino nell'aprile 1945. Alcuni storici sostengono invece che Bormann morì durante la fuga da Berlino il primo maggio 1945
(vedere link esterno a STORIOLOGIA cfr.:
http://www.us-israel.org/jsource/Holocaust/bormann.html).

 La "prova" principale proviene dalla testimonianza dell'autista di Hitler, Erich Kempka e di Arthur Axmann, capo della gioventù hitleriana, i quali erano profondamente legati e furono fedeli al nazismo fino alla loro morte. Almeno per questo le loro motivazioni sono da considerare sospette. Nonostante che nessuno dei due avesse detto di aver visto con certezza Bormann morto, tuttavia questa è la tesi che viene normalmente accreditata. Bormann venne condannato in contumacia per crimini di guerra durante il processo di Norimberga e venne elevata una taglia sul suo arresto che venne mantenuta per molti anni. Addirittura un mandato di cattura venne emesso nella Germania Ovest nel 1967 sulla base di varie testimonianze che lo davano per vivo e vegeto. Vennero fatti molti avvistamenti di Bormann nei trent'anni che seguirono la guerra. La pretesa tomba del compagno di fuga di Bormann, il capo della Gestapo Heinrich Mueller (ma altri dicono che il suo compagno di fuga fosse il dottor Stumpfegger) venne dissotterrata nel 1963 e si trovò che conteneva tre scheletri, ma nessuno dei quali corrispondenti a Mueller (e tantomeno Stumpfegger). 

La storia tradizionale contiene molte lacune. L'ultima versione attesta che Bormann ed il capo della Gestapo Mueller, cercarono di scappare insieme passando attraverso i sotterranei attorno alla Cancelleria del Reich prima di incontrare la morte in uno scontro sulla strada, il corpo di Bormann sarebbe stato poi avvistato nella Invalidenstrasse, a nord del fiume Spree a Berlino. E' possibile che siano scappati assieme, ma quello che non torna è che i sotterranei furono allagati dalle SS causando tra l'altro la morte di migliaia di donne e bambini che vi si erano rifugiati per sfuggire ai bombardamenti o perché le loro case erano state bombardate. Le SS inondarono i sotterranei per evitare che le truppe Russe si avvicinassero in segreto ed attaccassero il bunker di Hitler dal di sotto.

La storia della fuga attraverso i sotterranei si dimostra una montatura predisposta per facilitare la fuga di Bormann e di Mueller. Ma questa versione non teneva conto del fatto che le SS avrebbero allagato questi sotterranei. Una versione più plausibile, logica e credibile, della fuga di Bormann venne raccontata dagli agenti dell'intelligence di Josif Stalin. Stalin stesso disse a Harry Hopkins, consulente politico e uomo di fiducia dei Presidenti Roosevelt e Truman, in seguito segretario di Stato, che gli agenti sovietici gli avevano riferito che Bormann era fuggito a notte fonda il 29 aprile, da Berlino, con un piccolo aereo ed in compagnia di tre uomini, uno vistosamente bendato, ed una donna. Da quel punto, Stalin continua, i suoi agenti ne avrebbero seguite le traccie fino ad Amburgo dove si sarebbe imbarcato in un grande U-boat e avrebbe lasciato la Germania. 

Molti dettagli suonano plausibili. Per esempio, si sa che mentre Berlino era bombardata e l'élite nazista era presa dal panico od era fuggita, Martin Bormann mantenne contatti radio segreti con l'Ammiraglio Karl Doenitz (anche lui non finì sulla forca a Norimberga, se la cavò con qualche anno di prigione (!?)) il comandante di tutti gli U-boat della Germania, e che aveva fatto progetti per scappare dal quartier generale dei sommergibili di Doenitz. Doenitz all'inizio fece resistenza ma alla fine ricevette ordini da Hitler (presumibilmente su indicazioni di Bormann) per accogliere Bormann al suo quartier generale.
(MA ALLORA SORGE IL DUBBIO, PERCHE' ACCOGLIERE BORMANN E NON ANCHE LUI ?) 

Ma vediamo nel dettaglio gli elementi a disposizione: 
1) Hanna Reitsch, la famosa donna pilota amica di Hitler che faceva da controcanto ad Amelia Earhart, nella sua biografia descrive come aveva fatto fuggire il Generale dell'Aviazione tedesca Ritter von Greim, appena promosso da Hitler a capo della Luttwaffe, fuori Berlino e a notte fonda negli ultimi giorni di guerra. Altre testimonianze confermano il volo nel 29 aprile 1945, la stessa notte di cui riferiscono gli agenti di Stalin a proposito della fuga di Bormann su di un piccolo aereo. La Reitsch racconta di come andarono al quartier generale di Doenitz "per un ultimo saluto al Grande Ammiraglio Doenitz" prima di volare a sud verso il confine svizzero-austriaco. Una strana deviazione di centinaia di chilometri con a bordo l'importante Generale von Greim gravemente ferito... Si trattava di qualcosa di più che di un viaggio per fare un saluto. (C'ERA SU ANCHE HITLER?)
2) Un altro racconto sulla fuga del capo della Gestapo Heinrich Mueller, segue un percorso simile, ma qui si dice che Bormann è fuggito da solo da Berlino. In questa versione, Mueller si sarebbe allontanato dalla capitale Berlino la stessa notte del racconto della Reitsch, in un aereo Fieseler Storch, lo stesso aereo della storia della Reitsch, nelle stesse circostanze descritte da lei. Mueller non parla di un volo per incontrare per l'ultima volta l'Ammiraglio Doenitz, ma parla di un volo diretto al confine austro-svizzero molto simile a quello raccontato dalla Reitsch. 

Ci sono evidentemente delle discrepanze tra queste storie, come ci sono in tutte le storie relative a quegli eventi. E' difficile sapere qual'è quella vera e quella prefabbricata, ma la somiglianza dei racconti con il rapporto degli agenti di Stalin che parlano di tre uomini, uno ferito, ed una donna che lasciavano Berlino a bordo di un piccolo aereo sono evidenti. Di fatto Stalin identifica Bormann e Mueller per nome, poi parla di un uomo molto bendato che corrisponde proprio alla descrizione del von Greim del tempo. La donna poteva benissimo essere Hanna Reitsch, probabilmente l'unica donna al mondo che ci si aspetterebbe di trovare in simili circostanze, in quel posto ed in quel momento. Le tre versioni sono troppo simili per non apparire interconnesse tra loro. 

L'operatore radio dell'U-234 descrive come a metà aprile aveva ricevuto almeno un messaggio su una frequenza ad alta priorità (e probabilmente almeno un altro in codice) direttamente dal bunker di Hitler a Berlino mentre il sommergibile era di stanza a Kristiansand in Norvegia. L'ordine recitava: "U-234. Salpate solamente su ordini di alto livello. Quartier generale del Fuerher." Questo implica varie cose, tra cui il fatto che c'era qualche tipo di collegamento ed accordo tra l'U-234 e qualcuno nel quartier generale di Hitler. Un ordine successivo di Doenitz sembra che voglia cercare di far tornare l'U-234 sotto la sua autorità. Probabilmente disse: "U-234. Salpa solo su miei ordini. Non salpare di tua iniziativa."

Il sommergibile U-234 era il più grande della flotta della Marina tedesca. Salpò dopo poche ore diretto da Kristiansand verso sud, proprio verso Amburgo dove le spie di Stalin avevano affermato che Bormann vi sarebbe salito nelle prime ore del mattino del primo maggio 1945. Anche tra questi racconti ci sono delle discrepanze, come ad esempio il fatto che ci sarebbe voluto solo un giorno per una imbarcazione come l'U-234, per raggiungere Amburgo da Kristiansand. Mentre secondo i dati, l'U-234 lasciò Kristiansand a metà aprile e non avrebbe imbarcato Bormann che il primo maggio. Ma dell'U-234 non si sarebbe più saputo niente fino al 12 maggio 1945, un mese dopo aver salpato da Kristiansand. Allora l'U-234 era localizzato a 500 miglia da Newfoundland. Se l'imbarcazione avesse seguito la rotta attribuitagli dal suo capitano e dalla storia che dice che era diretta in Giappone, allora avrebbe viaggiato ad una velocità di un miglio e mezzo all'ora, ovvero meno che a passo d'uomo. Molto più lentamente della velocità tipica di quella imbarcazione. 

In realtà si pensa che l'U-234 abbia pattugliato il mare del nord silenziosamente secondo dei piani prestabiliti tra Bormann ed il quartier generale di Hitler, finché Bormann non fosse stato in grado di trovare un accordo con Doenitz. Mentre si avvicinava la fine della guerra, l'imbarcazione si avvicinò alla baia di Amburgo col favore della notte e prese a bordo Martin Bormann e Heinrich Mueller (E PERCHE' NON HITLER?)  Dopodiché continuò il suo viaggio facendo tappa in Spagna (dove si trovava la struttura di intelligence tedesca che si occupava del sud america, chiamata "Sofindus") per scaricare Bormann ed infine arrendersi alla flotta USA sempre sotto accordi misteriosi. 

Bormann venne poi avvistato nel 1946 in un monastero del nord Italia. Nello stesso anno sua moglie Gerda (una nazista fanatica, figlia del Giudice Supremo del Partito Walter Buch) morì di cancro nel Sud Tirolo (alle ore 22,30 del 23 marzo 1946, all'ospedale di Merano; ed è sepolta nel cimitero di questa città)  ma i suoi dieci figli sopravvissero alla fine della guerra. Pare poi che Bormann sia scappato via Roma, come altri fedeli nazisti, in America Latina (Cile, Argentina, Brasile?). Dicono che abbia vissuto da miliardario in Argentina e che fu visto anche in Brasile ed in Cile. Una negoziazione portata avanti con successo tra Bormann e Doenitz spiegherebbe non solo lo scambio di messaggi radio ma anche perché Doenitz, che non aveva esperienza politica e nessun seguito degno di nota, diventò improvvisamente (facendo rimanere Goering deluso) successore designato di Hitler, che mette in salvo lui e non pensa a se stesso?
Una serie di eventi altrimenti inspiegabili sarebbe così chiarita dagli accordi segreti che trovarono il compimento nel giorno della resa in mare il 16 maggio 1945. 

Il sommergibile venne trasferito a Portsmouth, nel New Hampshire, il 19 maggio 1945. Alcuni giornalisti ne furono testimoni. Infine c'è una fotografia presa da un fotoreporter di un giornale locale, quando l'U-234 era all'àncora, che mostra un misterioso prigioniero civile molto somigliante a Heinrich Mueller. Questi sbarcò dalla navetta che era usata per sbarcare il personale dall'U-234.

L'uomo nella foto è proprio l'ex capo della Gestapo che sbarca sul territorio americano. La sua missione consisteva nell'assicurarsi della consegna del materiale per le bombe atomiche e di altro materiale che era stato concordato con gli USA, in cambio dell'immunità e della protezione per i nazisti, che l'hanno ricevuta per decenni fino ad oggi. 

Il 20 novembre 1947, il sommergibile U-234 venne affondato con un siluro dalla USS Greenfish durante degli addestramenti, a circa 40 miglia a nord-est di Cape Cod sulla costa orientale USA. Perchè?

 di M. Saba  -link esterno a Cronologia http://stop-u238.i.am

 

VEDI ANCHE "CORRIERE"
L' uranio tedesco fini' nella bomba di Hiroshima

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Martin Bormann
17 giugno 1900, nasce a Hakberstadt
1923 entra a far parte dei Corpi Franchi (repressione della sinistra)
1924 coinvolto in un omicidio politico di un antinazista
1927 Entra nel partito Nazionalsocialista. Tessera n. 60508. Si fidanza con Gerta.
1929 2 settembre sposa Gerta Buch, figlia del Presidente del Tribunale Supremo
1930 Entra a far parte dello Stato Maggiore
1933 Viene eletto deputato al Reichstag
1933 Stabilisce la moglie (che metterà al mondo 9 figli) in una villa all'Obersalzberg
1934 E' lui ad acquistare e a intestarsi a suo nome il "Nido d'aquila" di Hitler all'Obersalzberg
1935 Viene nominato da Hitler segretario di Rudolf Hess
1941 Diviene capo della Cancelleria del partito Nazista
1943 E' segretario personale di Hitler.
1945 Inizia il mistero nella notte tra il 1° e il 2 maggio al Quartier Generale, mentre Hitler con Eva Braun si suicida non prima di aver nominato Bormann esecutore delle sue ultime volontà.
Bormann telefona dal Q.G. di Hitler, a Doenitz al Q.G. di Flensburg "Aspettami che ti raggiungo".
Borman lascia il Q.G. con il segretario di Stato Naumann, l'autista di Hitler, Kempka e il medico personale di Hitler Stumfegger. "All'uscita nell'imboccare il ponte Wiedendammer dietro una colonna di carri armati, uno di questi fu colpito. Fummo scaraventati a terra. Io svenni. Quando ripresi conoscenza non c'era più nessuno" (Dichiarazione di Kempka al processo di Norimberga).
8 Maggio. - "Mi fu ordinato dai russi di portar via i cadaveri dalle strade. Sul ponte trovammo due corpi seminudi, uno senza pantaloni e stivali, l'altro solo le mutande e la canottiera, con nessuna ferita addosso. Seppellimmo i cadaveri nel vicino parco. Non lontano a terra raccogliemmo un libretto militare, a nome di Stumfegger". (Testimonianza , di Krumnow, l'addetto alla rimozione dei cadaveri pubblicata dalla rivista  Stern, che concluse  "se uno era Stumfegger, l'altro doveva essere per forza Bormann. Nessuna ferita? Scampati alla granata, si diedero alla fuga inseguiti dai russi, e per non farsi prendere si suicidarono con il cianuro. Erano svestiti? Dopo diversi giorni gli "sciacalli"  hanno avuto il tempo di togliere loro i vestiti e gli stivali". 
Quindi ufficialmente Bormann risulta morto il 2 maggio 1945. Con le testimonianze molto vaghe.
1946 - ore 22,30 del 23 marzo. All'ospedale militare di Merano muore di cancro Gerta Buch; viene sepolta nel cimitero germanico nella stessa città del Passirio.
1950 18 Novembre - L'ex deputato Hesslein esule in Cile dichiara "Bormann è vivo si è rifugiato in Cile. L'ho incontrato sulla strada della frontiera argentina".
1951 Luglio - Il giornale cileno El Estanquero,  diffonde la notizia  che Borman vive sotto il falso nome di Juan Keller.
1961 Maggio - L'ex ambasciatore argentino in Israele, Topolewsky dichiara "Bormann è vivo, si è fatto la platica facciale"
1961- Gennaio - Il difensore d'ufficio di Bormann contumace, al processo di Norimberga rivela che il suo cliente è vivo e che ha inviato una lettera a Merano alla moglie non sapendo che nel frattempo è morta.  
Ancora nel maggio del 1963, i due figli Gerhard e Adolf, interrogati dalla Procura Generale di Francoforte affermavano "che sia morto non siamo certi al cento per cento". 
1965 - Al termine del processo, i magistrati intervistati dai giornalisti, affermavano "Le notizie del suo decesso dal 1945 al 1965 sono state tutte smentite. Segnalazione che lo indicano in vita sono state parzialmente confermate e sono degni di venir prese in considerazione".
1965 - Il Procuratore Generale di Francoforte, dichiara al giornale Frankfuerten di possedere le prove che Martin Borman è vivo. Una di queste prove è la dichiarazione del figlio di Eichmann, Horst, che ha sostenuto di essersi incontrato negli ultimi anni con Bormann e di aver appreso che vorrebbe costituirsi per dire tutta la verità sulla questione ebraica. 
26 Novembre 1965 - Wiesenthal ("il cacciatore dei criminali nazisti") in una conferenza stampa ad Amsterdam dichiara "Non abbiamo alcun dubbio che Normann è vivo. Quanto pubblicato da Stern è falso, tentativo di diversione. Ho a disposizione prove convincenti che egli si trovi nell'America del Sud".
1973 - Durante i lavori di sterro al Parco dove erano stati inumati i cadaveri quell'8 maggio, vengono alla luce diversi scheletri. Si riaprono le indagini. Si chiamano i dentisti che curavano Bormann. Uno ammette di riconoscere in una protesi un cura dentale fatta su Bormann. Il Tribunale di Francoforte chiude definitivamente la pratica con una dichiarazione di morte di Bormann avvenuta il 2 maggio 1945.

NOTA: ricordiamo che Roosevelt muore il 13 aprile 1945; il giorno stesso prende il suo posto TRUMAN, che è piuttosto  impreparato agli eventi (lo confessa lui stesso: "questa catastrofe dove non ero affatto preparato ad ffrontarla"(Memorie).
Nè sapeva che vi sarebbero state a breve termine a disposizione le bombe atomiche americane; ma forse (anche se ci sperava) non lo sapeva nemmeno Roosevelt, era da 6 anni che le aspettava.
E se in un primo momento Churchill con l'entrata in scena di Truman ancora inesperto si trovò quasi in crisi, poi nel nuovo Presidente trovò un alleato  nel non far trapelare ai russi le trattative di negoziati degli anglo-americani con la Germania. I due si trovarono in perfetto accordo. Concordare autonomamente la resa della Germania, e continuare senza ostacoli l'avanzata fino a Berlino mentre i tedeschi avrebbero continuato a tenere impegnati i russi.
A Stalin non sfuggirono queste intenzioni; molto risentito aveva scritto ai suoi alleati  "Questi vostri negoziati vi frutteranno certi vantaggi, poiché le vostre truppe avranno la possibilità di avanzare fino al cuore della Germania quasi senza resistenza da parte dei tedeschi; ma perché nascondere questo ai russi, e perché non ne sono stati informati i russi, vostri alleati?"
Ma per Churchill il rischio che Stalin arrivasse prima a Berlino era piuttosto grande. Avrebbe messo le mani su molti segreti nucleari, forse (se c'era) sulla stessa bomba, e forse si sarebbe (con chissà quali accordi) portato via pure lui a Mosca gli scienziati.
Resta il fatto che (dopo quasi sei anni di lavori e di ricerche) pochi giorni dopo in America la bomba atomica non solo fu pronta, ma fu anche effettuato il primo test dell'esplosione.
Churchill convinse dunque gli americani a proseguire oltre Magdeburgo. E le ragioni erano ben motivate, 1) La Russia stava diventando un pericolo mortale; 2) Bisognava porsi come obiettivo Berlino.

 

la seconda storia non raccontata


di M. Saba 

Dopo il suicidio di Hitler (VERO?)  il suo delfino Martin Bormann, da lui nominato nel testamento del 29 aprile 1945, fece un patto con il servizio segreto Usa, l’Oss all’epoca guidato da Allen Dulles: in cambio di un sommergibile pieno di scienziati e materiali tecnologicamente innovativi, si assicurò l’immunità per sé e per alcuni altri gerarchi nazisti. (MENO HITLER?)

Si trattava del sommergibile “Unterseeboot 234 XB”. Tra i graziati vi era anche Heinrich Muller, un feroce capo delle SS. Il sommergibile partì da Amburgo e portò Muller e Bormann nel golfo di Biscay in Spagna dove li attendeva un’altra imbarcazione. Dopodiché continuò il viaggio verso gli Usa per arrendersi il 14 maggio alla nave Uss Sutton. 

Ecco l’elenco di parte delle 300 tonnellate del prezioso carico: 560 chili di uranio arricchito (ossido di uranio 235), 465 chili di atabrina (chinino sintetico), benzil cellulosa (utilizzabile come moderatore per un reattore nucleare), tre aerei Messerschmitt smontati, proiettili anticarro (i precursori degli attuali proiettili all’uranio impoverito), tre tonnellate di progetti vari, alcuni tipi di bombe ed altro.

Ufficialmente gli Usa non dicono che l’uranio trovato era arricchito, tuttavia in un documento di disciplina militare del 1995 firmato da McNair ed intitolato “Risposte radicali a regimi radicali”, troviamo: ”... il sommergibile da trasporto tedesco aveva 550 chili di uranio non specificato... ”. Una richiesta di chiarificazione sulla reale natura dell’uranio, avanzata da parte della Cnn a metà degli anni Novanta, si è scontrata con l’opposizione da parte del governo Usa, del segreto per motivi di sicurezza nazionale. E già, perché con tutti quei soldi e mezzi che avevano dispiegato nel progetto Manhattan, nel novembre 1944 erano solo riusciti a produrre pochi grammi di uranio arricchito... poi arriva il sommergibile nazista, a maggio, ed ai primi di agosto le bombe sono già pronte! Salvato in corner quindi tutto lo staff del progetto che avrebbe altrimenti dovuto faticosamente giustificare il fallimento del progetto più costoso della storia degli Usa. 

Sarebbe lungo qui elencare tutta la documentazione che prova senza ombra di dubbio che: 1) senza l’uranio del sommergibile non sarebbe stato possibile fabbricare la bomba all’uranio di Hiroshima; 2) senza la benzil cellulosa, usata come moderatore, non sarebbe stato possibile sintetizzare il plutonio; 3) senza l’aiuto dello scienziato Schickle che era a bordo del sommergibile, il suo contraltare americano nel progetto Manhattan, Louis Alvarez, non sarebbe riuscito a progettare in tempo l’innesco ad implosione per la bomba al plutonio di Nagasaki! Altri due scienziati, ingegneri aeronautici che erano a bordo del sommergibile, vennero riciclati all’interno dell’industrie Fairchild da cui uscirà negli anni cinquanta il famoso aviogetto F-105 usato nella guerra del Vietnam. 

Si trattava di August Bringewald (ma guarda un po chi è costui !) il braccio destro dello stesso Willi Messerschmitt, e di Franz Ruf, che assieme avevano partecipato in Germania alla costruzione del Messerschmitt 262 Schwalbe, il primo aviogetto.

Operazione “graffetta”. Per arrivare a costruire la bomba atomica, così vuole la tradizione, vennero spesi due miliardi di dollari in quello che verrà ricordato come “progetto Manhattan”. Questa operazione occupò negli Usa uno stuolo di scienziati che lavorarono avvolti nel più grande segreto tra il 1942 ed il 1945. Le bombe, precedute da una di prova nel New Mexico, vennero sganciate in agosto su due città giapponesi: Hiroshima e Nagasaki. Ci furono polemiche per il gran numero di morti, nell’immediato centinaia di migliaia, polemiche perché era dato per scontato che il Giappone ormai si sarebbe arreso comunque. La cosa in qualche modo bruciò agli Usa tant’è che questi due bombardamenti nei loro annuali della storia nucleare, vennero registrati come dei “test”. 

Subito dopo, nel novembre 1945, iniziò l’operazione Paperclip (testualmente: graffetta) che consistette nel reclutare quanti più possibili scienziati tra quelli nazisti per sottrarli ad altri paesi (soprattutto all'Urss) che potevano cercare di avvantaggiarsi similarmente dei progressi scientifici compiuti dalla Germania nazista. Questa operazione in pratica consistette nell’importazione di circa 20.000 tedeschi tra il 1945 ed i primi anni Settanta. L’origine vera del nomignolo Paperclip è abbastanza triste. Il progetto di importazione di ex nazisti aveva avuto l’approvazione da parte del Presidente Truman a patto che gli scienziati esfiltrati, come si dice nel gergo dei servizi segreti, non fossero esageratamente nazisti. Pertanto alla Cia decisero di “medicare” i curricula di quelli troppo coinvolti nel regime, cioè di riscriverli, e per riconoscerli dai curricula che potevano invece passare così com’erano, appunto, vi apponevano una graffetta. 

Anche la Francia importò circa 800 scienziati tedeschi, mentre la Gran Bretagna - ma queste sono le cifre ufficiali - ne importò 300. Quelli che non erano importanti per la scienza, cioè gli ex gerarchi sia nazisti che fascisti più in vista, compresi i collaborazionisti come gli Ustascia Croati, vennero esfiltrati in America Latina assieme alle ricchezze che in qualche modo si erano procurati durante la seconda guerra mondiale - per lo più sottraendole ad ebrei e membri di altre etnie che erano stati espropriati e/o eliminati nei campi di concentramento. Il Vaticano, ad esempio, all’epoca aveva creato una “ratline”, un corridoio attraverso il quale questi personaggi arrivavano a Roma, travestiti da porporati, venivano forniti di documenti falsi e spediti in Sudamerica. Il giro dei soldi invece fu più difficile da scoprire, ma è evidente che vi furono gigantesche operazioni di riciclaggio cui non pare estraneo il famoso Ior (Marcinkus, Calvi, Sindona ecc. oltre un "materassaio" di Arezzo - lo vedremo dopo alcuni anni) 

Ma torniamo negli Usa. L’“Atomo per la pace” L’orrore procurato dalle bombe sul Giappone rischiava di compromettere definitivamente la nascente scienza atomica, l’opinione pubblica era fortemente contrastata. Fu pertanto necessario mettere in piedi una gigantesca operazione di propaganda che venne chiamata “Atomo per la pace” e fu patrocinata dal Presidente Eisenhower. Le Nazioni Unite, ed in particolare l’Organizzazione Mondiale della Sanità, si legarono tramite accordi bilaterali con l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica al fine di subordinarle eventuali studi sull’impatto della radioattività sull’uomo. Nessun organismo dell’Onu avrebbe potuto rivelare dati o fatti contrari agli interessi della Aiea. In questo modo, si incaricò la volpe di guardare le galline. Si individuarono a metà degli anni Cinquanta dei possibili campi di applicazione del nucleare per distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica. 

Nacque così la “radioterapia” contro il cancro - in realtà per necessità causata in massima parte dalla contaminazione radioattiva, e le centrali nucleari elettriche - che in realtà servivano per arricchire il combustibile per la corsa agli armamenti - ed altre amenità che per lo più servivano a riciclare le scorie che già allora erano un problema. La principale, l’uranio cosiddetto impoverito, venne usata in molte applicazioni dove ci si sarebbe aspettato di trovare il piombo: contrappesi di aerei civili e militari, additivo di denti ed apparecchiature odontoiatriche, additivo nelle lenti di occhiali e strumenti di precisione, zavorra, schermatura per altre sostanze radioattive, come ad esempio il cobalto in ambito ospedaliero. Ma poi anche fertilizzanti, proiettili (i primi usati nel Viet Nam nel 1966), container, vernici, elettrodi per le saldature per colorare prodotti in ceramica e vetro. In seguito si usò irradiare anche per conservare il cibo, per testare prodotti industriali, per vedere se i bambini delle elementari avevano la tubercolosi e per verificare la posizione dei feti nelle donne incinte. 

A fronte di una serie di usi ufficiali, almeno negli Usa, vi furono centinaia di migliaia di persone sottoposte ad esperimenti radioattivi senza che ne fossero a conoscenza. Senza contare i lavoratori del settore, minoranze etniche quali gli americani nativi che venivano usati come minatori nelle miniere d’uranio e nel processo di costruzione delle armi nucleari. 

Il tabù del cancro. In questi anni bui, che ancora non sono finiti, si è cercato sostanzialmente di negare gli effetti della radioattività, primo tra tutti la pandemia di cancro. La comunità scientifica, che viveva dell’indotto del complesso industriale-militare, era in qualche modo ricattata dal sistema: se uno scienziato levava la voce, perdeva l’incarico di insegnamento, i fondi per la ricerca e veniva inesorabilmente emarginato dai colleghi paurosi di fare la stessa fine. Il cancro divenne un tabù e migliaia di miliardi di dollari vennero spesi annualmente per nascondere la vera origine della pandemia, come l’anno scorso puntualizzò Karl Morgan, figura chiave del progetto Manhattan, all’età di 93 anni. Allo stesso modo, se qualcuno faceva causa per il cancro preso magari nella fabbrica d’uranio o perché come soldato era stato portato a vedere uno dei centinaia di test nucleari, ingentissime somme venivano spese dal governo per evitare l’ammissione di responsabilità: se si fosse creato un precedente, si sarebbe aperta la diga delle cause per danni. 

Ma proprio l’anno scorso, negli Usa, lo scandalo è esploso ed il governo per la prima volta ha dovuto ammettere, almeno per i lavoratori del settore, la relazione causa-effetto tra la radioattività, il cancro ed altre malattie. Nel 1995 Clinton aveva creato una commissione per indagare sugli esperimenti sull’uomo e, in un memorandum riservato, venne fuori che alcuni degli scienziati nazisti esfiltrati col progetto Paperclip erano poi diventati i responsabili degli esperimenti radioattivi sull’uomo. L’anno scorso invece venne creato un Comitato governativo che si sta ancora occupando di indagare sui coinvolgimenti di società o enti americani con il nazismo; questo è il risultato delle ricerche di Israele che hanno portato alla scoperta dei famosi conti segreti in Svizzera e di tutta una serie di multinazionali che hanno sfruttato il lavoro dei detenuti dei campi di concentramento. 

Ne ricordiamo solo una a titolo di esempio: la Ig Farben. Dal dissolvimento di questa “Montedison” tedesca nasceranno tra le altre, le seguenti società: Monsanto, Ciba (ora Novartis), Searle, Eli Lilly, Roche e Bayer Ag. Le prime due sono coinvolte nei cibi transgenici, la terza è quella dell’aspartame, il famoso dolcificante. Le ultime due producono i chemioterapici per la cura del cancro che costano svariati miliardi al chilo e sono... cancerogeni (come si legge nei foglietti delle controindicazioni). 
Una breve lista di altre società che hanno sfruttato il lavoro degli internati nei campi di concentramento: Adler Sa, Aeg, Astra (ora fa gli organismi modificati geneticamente), Auto-Union, Bmw, Messerschmitt, Metall Union, Opta Radio, Optique Iena, Photo Agfa, Puch, Rheinmetall Borsig Ag (ora produce le corazze all’uranio dei carri armati), Shell, Schneider, Siemens, Daimler Benz, Dornier, Erla, Ford, Goldschmitt, Heinkel, Junker, Krupp, Solvay, Steyr, Telefunken, Valentin, Vistra, Volkswagen, Zeiss-Ikon, Zeitz, Zeppelin. 

Il “pericolo rosso”. Quello che gli americani non poterono prevedere, tuttavia, fu il fatto che questa massiccia importazione di nazisti avrebbe drogato per 50 anni la politica estera del paese, ma non solo: anche quella interna. Ad esempio Joan Clark, per anni rappresentante degli Usa presso le Nazioni Unite era la nipote stessa del Von Braun delle V-2. Altro scienziato graziato dal “lavaggio” del curriculum... Ricordate il Maccartismo? La persecuzione ossessiva di chiunque fosse in odore di comunismo? Proprio negli stessi anni le maglie dell’immigrazione americana nei confronti dei nazisti si aprirono completamente: non c’era più bisogno di avere un curriculum non nazista, bastava che, anche se uno era stato capo di un campo di concentramento, dicesse che aveva combattuto sul fronte contro i sovietici. 

Ironia della sorte, le prime vittime di questa politica furono gli stessi americani che si trovarono questi scienziati e medici nazisti, gli stessi degli esperimenti nei campi di concentramento, a capo dei progetti più importanti di esperimenti sull’uomo condotti in America: da quelli della Nasa a quelli della stessa Cia. Infatti Dulles, per eccesso di zelo, aveva salvato l’intera rete spionistica nazista, la famosa Abwehr di Reinhard Gehlen, e l’aveva riciclata nel cuore dell’Europa, nella Germania divisa, per combattere ad oltranza il “pericolo rosso”. 

Inutile dire a questo punto, che l’agente italiano della rete Dulles-Gehlen era un famoso aretino, ufficialmente imprenditore materassaio, con l’hobby della cospirazione in Italia, dentro i migliori circoli bancari, amico di industriali molto riservati (che annotava in una "lista") e con ottime entrature latino-americane. Al giuramento del Presidente degli Stati Uniti, Reagan, il 20 gennaio 1981 era stato invitato ed era presente, lo vediamo al suo fianco in una fotografia.
Ma questa è un’altra storia. 
Indovinate chi è, e cercatelo nei "MISTERI D'ITALIA"

Marco Saba

http://www.liberazione.it/giornale/20-08dom/MEMORIA/MEM-1+/apre.htm

http://stop-u238.i.am

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ultimissime:
un recentissimo libro "LA BOMBA DI HITLER"

«La nostra arma decisiva produrrà degli effetti che nessuno è in grado di immaginare. Una o due esplosioni e città come New York o Londra spariranno dalla faccia della terra.» - Heinrich Himmler

Rainer Karlsch
LA BOMBA DI HITLER

Edizione Lindau - Collana «I Leoni» - pagg. 480 / euro 26,00 / illustrato
Traduzione dal tedesco di Elisa Ricci

Rainer Karlsch - LA BOMBA DI HITLER - «Hitler aveva una bomba. Durante la seconda guerra mondiale gli scienziati tedeschi misero a punto un’arma nucleare. Questa è la sconvolgente rivelazione del libro di Rainer Karlsch, risultato di approfondite, anche se spesso difficili, ricerche. Il testo non solo fa tabula rasa di decenni di studi sulla scienza nel periodo nazista, ma è anche un’opera importante per comprendere e valutare il potenziale pericolo rappresentato, ancora oggi, dalle armi atomiche.»
Il libro (che nasce da testimonianze inedite e da un grosso lavoro di ricerca negli archivi tedeschi) è quello di svelare la corsa di Hitler alla Bomba Atomica nella speranza di risollevare le sorti di una guerra già compromessa. In effetti il lavoro andò avanti di buona lena e fu solo l'avanzata Alleata e Sovietica nella primavera del 1945 a sospendere prima e poi interrompere definitivamente la costruzione della Bomba Atomica.
È mai esistita una atomica tedesca? La questione dell’arma segreta con cui Adolf Hitler avrebbe potuto rovesciare le sorti della seconda guerra mondiale appassiona e divide gli studiosi. - Per dare a questa domanda una risposta definitiva, l’autore – con la collaborazione del giornalista Heiko Petermann, e con l’aiuto di storici, fisici e radiochimici di fama internazionale – ha lavorato per quattro anni sulla storia della ricerca nucleare nella Germania nazista, rintracciando fonti e documenti sia sui luoghi degli eventi, sia negli archivi Sovietici e dell’ex-DDR, accessibili solo da poco tempo. - Il risultato è sorprendente, un testo realmente rivoluzionario in ambito storiografico: basandosi sulle scoperte di illustri scienziati tedeschi – tra cui Werner Heisenberg, Otto Hahn e Carl Friedrich von Weizsäcker – e grazie al fattivo sostegno di gerarchi del calibro di Heinrich Himmler e Albert Speer, alcuni fisici furono in grado di eseguire, nel 1944-45, test nucleari sull’isola di Rügen e nella regione della Turingia; test durante i quali morirono molte migliaia di prigionieri di guerra e detenuti dei campi di concentramento. - Il volume dunque ricostruisce tutte le tappe della frenetica corsa all’atomica messa in atto dai politici e dagli scienziati del Terzo Reich e illustra i progetti tecnici e i possibili, devastanti, utilizzi tattici dell’atomica (colpire città come Londra o New York) e spiega il motivo per cui i nazisti non furono però in grado di utilizzare in guerra la loro scoperta (collasso irreversibile, nella primavera del ‘45, del sistema politico e militare tedesco a causa dell’invasione sovietica ed alleata).
Rainer Karlsch, tuttavia, non si è limitato a raccogliere le prove degli esperimenti finalizzati alla costruzione dell’arma atomica, ma ha riportato alla luce un brevetto per una bomba al plutonio che risale al 1941 e ha ritrovato, nei dintorni di Berlino, il primo reattore nucleare tedesco funzionante.
Avvincente e sempre rigorosamente documentato, questo libro getta una luce nuova su una delle vicende più controverse della storia del ’900.
Il libro è edito dalle "EDIZIONI LINDAU" Corso Re Umberto 37 10128 TORINO - TO tel. + 39 011 517 53 24 - vedi in rete www.lindau.it


Eccezionalmente
presentiamo qui l'introduzione al libro e l'indice degli argomenti

Parte prima. Il progetto uranio tedesco
39 1. L’Uranverein
La scoperta della fissione nucleare e le sue conseguenze, 39
L’esercito alla regia, 43
La teoria di Heisenberg per il reattore e la bomba, 51
Scienziati in uniforme al vertice del KWI per la fisica, 53

59 2. Gli altri
Il gruppo di ricerca dell’esercito a Gottow, 59
I fisici della marina, 61
Le ambizioni del Ministro delle Poste, 64
Nuovi mercati per l’industria?, 68
Quanti gruppi di ricerca?, 69

75 3. Le difficoltà iniziali
Uranio e acqua pesante, 75
Problemi con la costruzione del ciclotrone, 78
Il primo esperimento sul reattore, 81
Come ottenere il materiale per le bombe?, 83
L’altro fronte, 84

Parte seconda. Gli esperimenti sul reattore
91 1. «Una strada aperta verso la bomba»
La via giusta: dal reattore alla bomba al plutonio, 91
Acqua pesante o grafite?, 93
La relazione di Houtermans dell’agosto 1941, 96
I brevetti di Weizsäcker per la bomba e il reattore, 98
Un incontro misterioso a Copenhagen, 103

111 2. Conflitti fra competenze e scarsità di materiali
Acqua pesante, centrifughe e ciclotroni, 111
L’HWA fa marcia indietro, 112
Una battuta d’arresto per il Ministro delle Poste, 121
Il Consiglio delle ricerche del Reich prende in consegna
il progetto, 125
Diebner ha il concetto migliore, 127

135 3. Le macchine all’uranio
Attacchi alla produzione di acqua pesante, 135
Diebner e Heisenberg discutono sui diversi concetti di reattore, 137
Gerlach al vertice dell’Uranverein, 140
Il terzo attacco alla Norsk Hydro, 142
Piani d’emergenza, 144
Cubi di uranio al posto delle lastre, 146

153 4. Un esperimento finora sconosciuto
Il laboratorio di Stadtilm, 153
La collaborazione fra Harteck e Diebner, 157
Uranio debolmente arricchito, 159
Un impianto per la separazione degli isotopi della Reichspost?, 165
L’ultimo esperimento di Diebner a Gottow, 170
L’incidente al reattore, 172
Il commiato a Haigerloch, 177

Parte terza. Un concetto alternativo di arma nucleare
187 1. Cariche cave nucleari?
Le prime ricerche sulla fusione nucleare, 187
La ricerca sul principio della carica cava, 193
Primi esperimenti con le cariche cave nucleari, 197
Il problema dell’innesco, 200
Il doppio gioco di Gerlach, 203
Un incontro segreto, 207

217 2. Verso la quarta «arma miracolosa»
La propaganda per la «Wunderwaffe», 217
Hitler, le SS e la fisica nucleare, 219
I misteriosi viaggi di Gerlach, 226
Un test in autunno?, 230
Ottobre 1944: un primo test nel Nord della Germania, 232

247 3. Le SS e l’alta tecnologia
Hans Kammler, l’ultima speranza di Hitler, 247
Progetti per i missili a lungo raggio, 248
Ricerca nucleare su commissione delle SS, 255
La produzione di materiale fissile attraverso irraggiamento, 260
Prima dell’offensiva sulle Ardenne, 266
Schumann e Trinks vengono fermati, 270

Parte quarta. Marzo 1945: i test nucleari in Turingia
283 1. Il test
Gli ultimi preparativi, 283
I test a Ohrdruf, 291
Stalin viene informato, 299
«Chiare reazioni nucleari con produzione di energia», 306
Quale tipo di bomba?, 311

337 2. Il finale
Le vane speranze di Hitler, 337
Gerlach a rapporto da Bormann, 341
L’incontro del 28 marzo, 343
L’offensiva americana e la fuga, 347
La fine a Berlino, 352
La cattura degli scienziati, 354

Parte quinta. Echi
367 Da Farm Hall alla dichiarazione di Göttingen: le missioni segrete dei vincitori
Farm Hall e Hiroshima, 374
Carriere nel dopoguerra, 381
La «pecora nera», 390
I motivi del silenzio, 394
Liti sulla dichiarazione di Göttingen, 398
L’idea del missile atomico in Occidente e in Oriente, 400
Epilogo, 402

413 Brevi biografie
421 Analisi dei campioni di terreno prelevati a Gottow (Brandeburgo), Rügen (Meclemburgo-Pomerania occidentale) e Ohrdruf (Turingia)
429 Documenti
459 Bibliografia essenziale
471 Indice dei nomi

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Dal libro
Introduzione

È mai esistita una bomba atomica tedesca? La questione dell’arma segreta del Führer ha suscitato, dopo la prima edizione di La bomba di Hitler, violente discussioni. Secondo gli studiosi, ai tedeschi sarebbero mancati i presupposti fondamentali per realizzare le armi nucleari: il Terzo Reich non possedeva nessun complesso atomico scientifico-industriale, non c’era in Germania alcun reattore funzionante con cui produrre il plutonio, né tanto meno esistevano degli impianti per arricchire l’uranio su vasta scala. Gli attacchi aerei alleati compromettevano sempre di più l’economia di guerra tedesca e inoltre mancavano le strutture per la ricerca, necessarie per portare avanti con successo un progetto nucleare.

Tutte queste argomentazioni prendono come punto di riferimento il progetto americano. Come è noto infatti, gli americani, con il sostegno di scienziati inglesi e canadesi e con il dispiegamento di ingenti risorse materiali, finanziarie e di personale, crearono fra il 1942 e il 1945 un grande complesso atomico con molti laboratori di ricerca, diversi reattori e grossi impianti per la produzione di materiale fissile. L’America era spinta in questa impresa anche dalla paura della bomba atomica tedesca. Negli ultimi mesi di guerra i servizi segreti degli Alleati avevano però appurato con sollievo che il Terzo Reich aveva, sì, sviluppato un imprecisato numero di nuovi sistemi di artiglieria, ma apparentemente non era in possesso della Wunderwaffe, l’arma miracolosa chiamata bomba atomica. Le cose però non sono così chiare come sembrano.

Sono le immagini a influenzare il nostro pensiero. Di queste immagini impressionanti, a cui la storia del XX secolo sarà per sempre associata, fanno parte anche le foto e i filmati dei funghi atomici. La palla di fuoco devastante, la gigantesca nuvola di polvere, il vuoto desertico al centro dell’esplosione, gli ingenti danni visibili per chilometri e chilometri: tutto questo si è profondamente impresso nella memoria storica dei popoli. Nessuno di coloro che hanno visto i corpi come disciolti, svaniti nel nulla, potrà dimenticare l’orrore che ne è seguito. Hiroshima è diventata una delle metafore principali del secolo scorso.

Da quando le bombe americane sono state lanciate su Hiroshima e Nagasaki il 6 e il 9 agosto 1945, l’esplosione atomica è paragonata alla più grande forza distruttiva mai esistita. E da allora la ripugnanza degli uomini verso la bomba nucleare è tale che in concreto noi conosciamo pochissime cose sul funzionamento di quest’arma e sugli effettivi pericoli che ne derivano. Di ciò sembrano invece non preoccuparsi i governi di quegli stati che sono in possesso di armi chimiche. Accanto ai cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU – USA, Russia, Cina, Gran Bretagna e Francia –, oggi figurano anche Israele, India, Pakistan e Corea del Nord. Tuttavia, numerosi altri stati dispongono di conoscenze teoriche per la realizzazione di armi nucleari, cosa che non ha fatto che accrescere la segretezza delle operazioni.
Per questo ci sono ad esempio pareri totalmente falsi in merito alla durata e all’estensione del raggio d’azione di un’esplosione atomica. Molti credono che il terreno dove è avvenuta l’esplosione resti contaminato per decenni e che non possa più venire calpestato senza pericolo per gli esseri umani. Invece, nell’area colpita, le radiazioni diminuiscono drasticamente già poche ore dopo l’esplosione. Per questo motivo gli scienziati americani riuscirono solo con molta difficoltà, alcune settimane dopo il lancio della bomba su Hiroshima, a rilevare un valore anomalo del cesio 137. Se non ci fossero dei monumenti nelle città a ricordarla, nessun visitatore ignaro potrebbe oggi immaginare quale tragedia sia avvenuta in quei luoghi nell’agosto 1945.

L’immagine spesso utilizzata del «deserto nucleare» è molto efficace a livello emotivo, ma non corrisponde totalmente alla realtà. Poiché anch’io inizialmente facevo riferimento alle immagini di Hiroshima, presi con leggerezza i primi accenni a un test tedesco sulla bomba atomica effettuato all’inizio del 1945. Successivamente la cosa suscitò invece la curiosità dei ricercatori. Tanto da essere il punto di partenza di questo libro.

Nella seconda metà degli anni ’90 mi sono occupato approfonditamente dell’industria mineraria dell’uranio nell’ex DDR e ho pubblicato alcune opere su questo tema. Nella letteratura relativa all’argomento il mio nome veniva di conseguenza spesso citato e ricevevo regolarmente domande su questo o quel dettaglio. Nel maggio 2001 ricevetti una breve lettera dal giornalista televisivo Heiko Petermann, il quale si stava occupando della questione dei test atomici nel Reich tedesco: egli stava verificando che questi test avessero realmente avuto luogo e mi chiedeva quante tonnellate di uranio fossero allora a disposizione dei tedeschi. Mi sentii come preso in giro e la mia risposta fu brusca e concisa.

Heiko Petermann mi sottopose allora dei racconti di alcuni testimoni dell’epoca: tutti sostenevano che verso la metà di ottobre 1944 e all’inizio di marzo 1945 avevano avuto luogo, rispettivamente sul Mar Baltico e in Turingia, dei test di tipo nucleare. Osservatore privilegiato dell’esperimento sul Baltico fu l’inviato di guerra italiano Luigi Romersa, che aveva già pubblicato più volte la sua esperienza. La versione dei fatti da lui sostenuta contrastava con il quadro generalmente tramandato dello stato delle ricerche nucleari in Germania e per questo suscitò fin da subito un certo scetticismo.

Molte dichiarazioni facevano riferimento al test in Turingia. I testimoni citavano delle conversazioni con alcuni degli scienziati responsabili dell’esperimento, descrivevano un test dall’esito positivo e parlavano della morte, in seguito a una violenta esplosione, di centinaia di prigionieri di guerra e detenuti. Un testimone aveva ancora nelle orecchie le ultime parole pronunciate da uno dei prigionieri in punto di morte: «Fuoco, molti morti sul colpo, scomparsi dalla faccia della terra, semplicemente non più lì, molti con ustioni estese, molti ciechi». Tutto questo suonava molto strano e poco convincente.

A una misteriosa arma prodigiosa avevano accennato anche i vertici militari del Terzo Reich. Nell’agosto del 1944 Hitler, in una conversazione con il capo di Stato rumeno Antonescu, fa riferimento a una bomba che avrebbe un effetto così devastante da «distruggere ogni forma di vita nel raggio di tre o quattro chilometri dal punto dell’esplosione». Il suo ministro degli Armamenti, Albert Speer, in un colloquio confidenziale nel gennaio 1945 si spinse ancora oltre, tanto da dichiarare: «Dobbiamo ancora resistere un anno e poi vinceremo la guerra». Speer parlò di un nuovo esplosivo, e proseguì indicando la scatola di cerini sul tavolo accanto a loro: «Un esplosivo che, con la stessa quantità contenuta in questa scatola, è in grado di distruggere l’intera città di New York».

Ancora all’inizio di marzo del 1945, quando le truppe americane avevano appena oltrepassato il Reno e l’Armata Rossa sull’Oder era a soli 60 chilometri da Berlino, il capo delle SS Heinrich Himmler, in una conversazione con il suo medico personale, riponeva tutte le sue speranze in una bomba atomica: «Non abbiamo ancora impiegato la nostra ultima arma prodigiosa. Le V1 e V2 sono certo armi efficaci, ma la nostra arma decisiva produrrà degli effetti che nessuno è in grado di immaginare. Una o due esplosioni e città come New York o Londra spariranno dalla faccia della terra». Siamo a conoscenza, inoltre, di una serie di dichiarazioni simili provenienti dalla ristretta cerchia di Hilter.

Anche Benito Mussolini, ancora nelle ultime settimane di guerra, sapeva di un imminente impiego della bomba atomica tedesca e vi accennò in un discorso tenuto a Milano nel dicembre 1944. Nel marzo dell’anno successivo, quando il Duce durante una telefonata chiese a Hitler delle nuove armi, quest’ultimo rispose: «Non è ancora detta l’ultima parola. Pensi all’acqua pesante!». E allora Mussolini: «Quando sarà pronta la nuova arma?». Hitler: «Presto, molto presto, forse subito». Non si sa se Mussolini credesse ancora in un’effettiva possibilità di salvezza; in ogni caso, nella sua ultima intervista del 22 aprile 1945 egli fece un riferimento alla notizia comunicatagli dal Führer: «Le famose bombe distruttrici sono per essere approntate. Ho, ancora pochi giorni fa, avuto notizie precisissime. Forse Hitler non vuole vibrare il colpo che nella assoluta certezza che sia decisivo. Pare che siano tre, queste bombe, e di efficacia sbalorditiva. La costruzione di ognuna è tremendamente complicata e lunga» .

Gli studiosi di storia contemporanea interpretano queste dichiarazioni come propaganda o semplici fantasie, ben lontane da ogni plausibile realtà. La posizione della storiografia è stata finora evidente: il fallimento del progetto atomico tedesco si può leggere in ogni buon libro di storia. A metà del 1939 venne creata la cosiddetta Lega dell’uranio (Uranverein), un ente, sebbene non particolarmente attivo, per la ricerca, coordinato dall’Ufficio armi dell’esercito tedesco e dal Consiglio delle ricerche del Reich. Dal momento che fra gli esperti dell’Uranverein figurava anche il chimico tedesco Otto Hahn – colui che nel dicembre 1938 aveva scoperto la fissione – gli Alleati trassero le loro conclusioni, e cioè che gli scienziati tedeschi probabilmente lavoravano alacremente allo sviluppo dell’energia nucleare per il suo sfruttamento a scopi militari. La paura di una bomba tedesca fungeva quindi da stimolo per il loro stesso progetto.

Sul reale stato della ricerca atomica tedesca erano allora in circolazione a Londra, Washington e Mosca solo poche e confuse informazioni. Il capo militare del progetto nucleare americano, il generale Leslie R. Groves, riunì un gruppo speciale con il nome in codice di «Alsos», che aveva il compito di scoprire fino a che punto si fossero spinti i tedeschi con i loro tentativi 10. Alla direzione scientifica venne nominato il fisico olandese Samuel A. Goudsmit. Egli non solo possedeva i presupposti teorici indispensabili, ma aveva conosciuto personalmente, durante un periodo di studio a Göttingen, anche molti dei migliori fisici tedeschi.

Agli uomini di Goudsmit si deve un’importante scoperta, che questi fecero nel novembre 1944 all’Università di Strasburgo. Da alcuni documenti sottratti all’Università risultò che i tedeschi erano ancora in fase decisionale per la costruzione di una «macchina a uranio», e dunque non erano ancora in possesso di un reattore funzionante con cui poter ottenere del materiale fissile per la fabbricazione di una bomba. Goudsmit scriverà successivamente: «Non c’era alcun dubbio. Il presente materiale provava chiaramente che i tedeschi non solo non avevano una bomba atomica, ma che non avrebbero neanche potuto costruirla in una forma utilizzabile […]. Dopo Strasburgo fu soltanto un’avventura». E anche i servizi segreti angloamericani alla fine del 1944 condividevano questa analisi.

Dopo la fine del conflitto in Europa, gli americani si concentrarono sulla schermatura del progetto Manhattan, dal momento che la guerra contro il Giappone non era ancora terminata. Volevano inoltre evitare di divulgare altri dettagli sulla ricerca nucleare tedesca e soprattutto una discussione aperta sull’uranio, con l’intenzione di tenere lontana l’Unione Sovietica dai segreti sull’energia atomica. Per questi motivi, nell’estate 1945 dieci fra i più importanti scienziati tedeschi vennero deportati in Gran Bretagna e rinchiusi nel cottage di Farm Hall. Le loro conversazioni vennero costantemente tenute sotto controllo. Quando all’inizio degli anni ’90 i rapporti sulle loro conversazioni vennero finalmente resi noti, furono dissipati anche gli ultimi dubbi: il progetto degli scienziati tedeschi era fallito, la «guerra dei fisici» l’avevano vinta gli americani.

Nell’immediato dopoguerra gli americani, in quanto unica potenza nucleare, si trovarono dunque a ricoprire un nuovo ruolo predominante, cosa che contribuì alla denigrazione dei contributi scientifici degli altri paesi. Nel 1947 Goudsmit, impressionato dai crimini compiuti dal regime nazionalsocialista e pieno di rabbia nei confronti delle élite tedesche, mostrò un quadro a tratti fortemente distorto della ricerca tedesca sull’energia atomica. Secondo lui, fra i motivi del fallimento dei fisici tedeschi c’erano la trascuratezza nelle ricerche di base e soprattutto l’incapacità nella gestione del progetto atomico. Goudsmit stabilì inoltre un confronto tra la scienza di un regime totalitario e quella di una democrazia, per giungere alla conclusione che solo nella seconda potesse sussistere la libertà intellettuale necessaria al pieno sviluppo scientifico. La tesi apparì illuminante, ma lasciava degli interrogativi irrisolti, come il motivo per cui il regime totalitario del Terzo Reich, così come del resto anche quello dell’Unione Sovietica, si trovasse al vertice del progresso tecnico in determinati settori degli armamenti. Il colpo decisivo di Goudsmit riguardava il vincitore del premio Nobel Werner Heisenberg, che egli considerava la mente scientifica del progetto tedesco: secondo lui, Heinsenberg e i suoi collaboratori avrebbero voluto realizzare una bomba atomica, ma fallirono a causa di alcuni errori scientifici e del loro autocompiacimento.

Gli scienziati tedeschi, attaccati nel proprio onore professionale, non potevano certo stare a guardare. Alcuni reagirono pubblicando degli articoli sulle riviste di settore, per cercare di chiarire il loro ruolo all’interno dei progetti nucleari del Terzo Reich; altri si limitarono all’esposizione del loro lavoro nell’ambito del programma di ricerca, evitando però qualsiasi riferimento alle circostanze esterne. Tra le righe di queste dichiarazioni emerse l’impressione che durante il periodo bellico gli istituti di fisica del Terzo Reich avessero portato avanti solamente delle ricerche di base. Questo fu il contributo tedesco alla creazione della leggenda sull’arma segreta dei nazisti.
Il primo libro scritto da un estraneo all’ambiente scientifico tedesco uscì nel 1956 ed ebbe un successo strepitoso: Heller als tausend Sonnen [Più chiaro di mille soli]. L’autore, Robert Jungk, si basava principalmente sulle sue interviste agli scienziati che erano alla guida della Lega dell’uranio, sostenendo la tesi secondo la quale un gruppo di fisici convinti oppositori del regime avrebbe reso innocuo il progetto atomico e in questo modo sarebbe riuscito a impedire che Hitler entrasse in possesso di una bomba atomica. Dieci anni più tardi l’autore inglese David Irving riprese questa tematica e ricostruì una drammatica gara fra tedeschi e Alleati per la realizzazione della prima bomba atomica. All’inizio i tedeschi avrebbero avuto importanti assi nella manica, ma verso la fine del 1942 sarebbero stati superati dagli americani. Così, mentre il progetto tedesco procedeva a rilento, con il progetto Manhattan gli americani poterono dare vita a un gigantesco complesso nucleare.

All’inizio degli anni ’90, lo storico scientifico Mark Walker introdusse con i suoi libri e articoli nuovi criteri di valutazione. Questi si basavano soprattutto sull’analisi dei German Reports, più di 390 relazioni di ricerca, che vennero stilate fra il 1939 e il 1945 dai membri della Lega dell’uranio. Walker smontò il mito della bomba atomica tedesca inventato da Robert Jungk. I tedeschi non avevano – a detta di Walker – ancora messo a punto la spaventosa arma; secondo lui i ricercatori che gravitavano attorno a Heisenberg non erano giunti a un punto tale da dover prendere una decisione pro o contro la realizzazione della bomba atomica. Nella prefazione all’edizione tedesca del libro di Walker Die Uranmaschine [Macchina all’uranio], Robert Jungk ritrattò la sua tesi dell’opposizione passiva al regime da parte dei fisici tedeschi.

Pochi anni più tardi il giornalista scientifico americano Thomas Powers riaccese la discussione con il libro La storia segreta dell’atomica tedesca. Secondo lui Heisenberg avrebbe consapevolmente manovrato il progetto tedesco da uno «sgabuzzino per le scope». Questa tesi provocò violente reazioni. La controversia proseguì e venne fomentata anche dal film per la televisione di Wolfgang Menge Ende der Schuld [Fine della colpa] e dal lavoro teatrale Copenaghen di Michael Frain 24. Sullo sfondo del dibattito restava sempre la questione della responsabilità morale degli scienziati. È difficile trovare altri esempi in cui sia possibile illustrare così chiaramente i pro e i contro della «scienza oggettiva».

In questo dibattito lungo più di mezzo secolo, soltanto qualcuno sostenne l’esistenza di altri gruppi di ricerca accanto a Heisenberg e alla Lega dell’uranio. Ci furono casi, seppur isolati, di studiosi, come il fisico inglese Philip Henshall, che sostenevano che i tedeschi fossero probabilmente andati molto più avanti nelle ricerche di quello che generalmente si credeva. La tesi di Henshall di una cooperazione nucleare segreta del Terzo Reich con l’impero giapponese restò tuttavia senza prove, ma sollevò nuove e interessanti questioni. La speculazione si diffuse a tal punto che alla fine un paio di soliti incorreggibili riuscirono ad affermare che, per quanto riguardava le bombe lanciate su Hiroshima e Nagasaki, non si sarebbe trattato di armi americane, bensì di bombe tedesche. In teorie di questo tipo, che avvalorano la tesi del complotto, un’affermazione ne suscita altre, ma nessuna viene realmente convalidata. Fortunatamente lo studioso ha a disposizione numerose possibilità di controllo e di verifica: egli dovrebbe essere nella condizione di riuscire a «separare il grano dalla pula».

«Tutto quello che non c’è agli atti, non è successo.» Con questa indicazione la classe dirigente mette in evidenza una propria caratteristica: fissare nero su bianco meno cose possibili in caso di azione imminente. Proprio in tempo di guerra vengono distrutti molti dei documenti più scottanti. In guerra muore innanzitutto la verità. Regnano segretezza e censura. In gran parte tutto ciò vale anche per il progetto atomico. A Washington e a Mosca una parte dei più importanti documenti non sono accessibili alla ricerca storica.

Gli storici lavorano sistematicamente sulle fonti disponibili, perciò tendono ad abbozzare su avvenimenti non ben documentati, per non restringere i punti di vista possibili. Questo avvenne anche per la storia della bomba atomica tedesca, per la quale la ricerca venne ristretta alla sola Lega dell’uranio, perché fu l’unica a lasciare la maggior parte dei documenti scritti. Con ogni probabilità, si può supporre però che non fu solo l’esercito, o meglio il Consiglio delle ricerche del Reich, a dedicarsi alla fisica nucleare, ma anche la marina e l’aviazione, le poste (Reichspost) e altre grandi industrie; le loro attività, se mai vennero prese in considerazione, lo furono solo marginalmente. Ad aggravare la situazione contribuì anche il fatto che, a seguito della spartizione del Reich tedesco da parte degli Alleati, i documenti di molti istituti e uffici scientifici vennero dispersi in più direzioni. Le truppe sovietiche, ad esempio, sottrassero a Berlino tutto il patrimonio dei documenti dell’Istituto Kaiser-Wilhelm per la fisica (KWI), oltre a numerosi atti dell’Ufficio armi dell’esercito tedesco e di altri uffici militari, interi archivi industriali e molto altro ancora. E fino allo scioglimento dell’Unione Sovietica nel 1991 non ci fu alcuna possibilità di accedere a quegli atti.

La ricerca di questi documenti ha avuto per il presente libro un’importanza fondamentale. Grazie all’aiuto di alcuni amici russi, della responsabile del programma di ricerca «Storia della Kaiser-Wilhelm-Gesellschaft durante il nazionalsocialismo», Carola Sachse, e grazie al sostegno del presidente della Società Max Planck, sono stati resi accessibili alla ricerca storica, per la prima volta, il patrimonio degli atti del KWI per la fisica e molti altri documenti che si trovavano in Russia.
Per quanto concerne l’alto grado di segretezza fra i tedeschi stessi, questo rispettava un ordine del Führer del gennaio 1940 27. Più la guerra peggiorava, più diventava sospettoso. Il suo pilota Hans Baur racconta che Hitler aveva il sospetto che nel suo ambiente ci fosse una spia. «Alla fine del 1944 nel quartier generale del Führer regnava un’atmosfera di sospetto reciproco». In particolare Hitler si preoccupava di tenere le conversazioni sui temi più delicati direttamente a quattr’occhi con i suoi interlocutori. Questo valeva anche per la ricerca nucleare. Non sapremo mai fino a che punto lui fosse a conoscenza dei progressi nel progetto atomico. Generalmente si parlava di «un’arma miracolosa» (Wunderwaffe), ma se la conversazione assumeva un taglio più concreto, non doveva in alcun modo essere protocollata.

Gli stessi responsabili della ricerca nucleare ebbero conversazioni decisive solo a quattr’occhi e non annotavano mai sulle loro agende appuntamenti importanti. Questo viene brevemente riportato da Walther Gerlach, l’ultimo direttore della Lega dell’uranio. La sua segretaria, Giesela Guderian, teneva un’agenda accurata degli appuntamenti e batteva a macchina la sua intera corrispondenza: aveva quindi con lui una certa confidenza; ma non appena arrivava da Gerlach un ospite che faceva rapporto sulle nuove scoperte in ambito nucleare, lei veniva fatta uscire dalla stanza. Gli incontri non dovevano essere registrati sull’agenda. Un esempio può riferirsi al 22 marzo 1945: l’agenda di Gerlach riportava per questa data solo una breve annotazione di un viaggio inaspettato dalla Turingia a Berlino, mentre l’appuntamento importante con Martin Bormann, uno dei capi del Partito, mancava completamente. Il fatto che Gerlach fosse stato a rapporto da Bormann venne scoperto perché gli americani entrarono in possesso, un mese più tardi, di alcuni documenti, fra cui c’era anche un’annotazione scritta a mano proprio di quell’incontro.

Verso la fine della guerra molti documenti segreti vennero più o meno sistematicamente distrutti. Le lacune sono particolarmente consistenti fra gli atti che riguardavano la ricerca sia della marina, che dell’aviazione, delle SS e delle Poste. La situazione non sembra migliorare se ci si sposta nel settore privato. In molti archivi aziendali delle ditte che in un modo o nell’altro erano collegate alla ricerca nucleare – tra le quali I.G. Farben, Siemens, AEG e Auergesellschaft (società Auer) – si trovano solo frammenti di queste attività.

Quando lessi per la prima volta le dichiarazioni dei testimoni dei test del marzo 1945, reagii con un po’ di scetticismo. I testimoni parlavano veramente di un’esplosione nucleare? E come si poteva verificare? Simili racconti potevano essere solo il punto di partenza per un’argomentazione su basi scientifiche. Queste testimonianze erano emerse nel corso di alcune inchieste condotte dalle autorità della RDT e dal Ministero della Sicurezza di Stato (Ministerium für Staatssicherheit, MfS), che cercarono non tanto di penetrare i segreti della ricerca atomica, quanto di ricostruire le sorti dei detenuti del campo di concentramento di Ohrdruf, in Turingia. Qui negli ultimi mesi di guerra era partito il progetto «S III», il cui fine ultimo è ancora oggi molto discusso, ma che riguardava la costruzione di un edificio speciale; probabilmente questo doveva servire come quartier generale del Führer. Durante i lavori morirono fino a diecimila prigionieri.

Albert Norden, del comitato centrale del SED, incoraggiò le ricerche nella speranza di trovare delle prove a carico di ex nazisti, che in quel momento vivevano nella RFT. Uno degli accusati fu il futuro presidente della RFT, Heinrich Lübke, per cui si sospettavano delle implicazioni nel progetto «S III» 34; le autorità della RDT inscenarono allora un «affare Lübke», ma nulla poté essere provato e la campagna venne sospesa, insieme alle ricerche.

Nel frattempo i giornalisti Gerhardt Remdt e Erich Wendel dell’«Ilmenauer Kreiszeitung» ipotizzarono un legame fra la costruzione dell’ultimo quartier generale del Führer vicino a Ohrdruf, il movimento di merci preziose nell’area turingia e la produzione di nuove armi. Quando erano ormai convinti di essere sulle tracce della ricerca nucleare tedesca, nel gennaio 1967 la loro impresa venne fermata «dall’alto». Fu l’ufficio distrettuale della Stasi ad assumere la direzione delle successive ricerche.
Il MfS ottenne le importantissime dichiarazioni del mastro stagnaio Erich Rundnagel. La sua storia, che parlava di due piccole bombe atomiche dentro una cassaforte di un gruppo di ricerca dell’HWA (Heereswaffenamt, Ufficio armi dell’esercito) vicino a Stadtilm, suonava però così incredibile che gli ufficiali della Stasi di Arnstadt non proseguirono la ricerca, anche perché non sussisteva un reale interesse politico a sondare la vicenda.

Forse si potevano rintracciare informazioni preziose negli archivi tedeschi, russi o americani? Dopo una ricerca durata due anni, con l’interessamento di numerosi colleghi e amici, fu il caso a venire in mio soccorso. Heiko Petermann si imbatté in un articolo del fisico russo Pavel V. Oleijnikov dell’Istituto per la fisica tecnica del centro di ricerca nucleare di Celyabinsk. Oleijnikov parlava del ruolo degli scienziati tedeschi nel progetto atomico sovietico, basandosi su alcune lettere – da poco liberate dal segreto di Stato – di Georgij Flerov, uno dei maggiori fisici sovietici del periodo bellico e post bellico, che nel maggio 1945 si era recato in Germania per indagare sui test nucleari. Dalle sue lettere non si capisce se la sua missione si fosse conclusa con successo o meno, tuttavia questa era per me la prima vera prova che i racconti dei testimoni risalenti agli anni ’60 avevano un fondamento.

Con l’aiuto di amici russi, riuscii a entrare in possesso dei volumi sulla storia del progetto atomico sovietico, curati dai collaboratori dell’Istituto Kurchatov e pubblicati nel 2002 in un esiguo numero di copie. Qui è contenuta anche una lettera, risalente al 30 marzo 1945, che Igor Kurchatov, il capo del progetto sovietico, scrisse a Stalin, in cui si fa riferimento a un test nucleare in Germania: i servizi segreti militari dell’Armata Rossa, infatti, lo avevano appreso pochi giorni prima e avevano allertato il Cremlino. Dopo un attento esame, questi documenti sono risultati autentici, ma questa autenticità per lungo tempo non ha costituito una prova che quel test avesse realmente avuto luogo. Forse i tedeschi, nelle ultime settimane di guerra, avevano solo cercato di ingannare il governo sovietico? Singole fonti, per quanto importantissime, non hanno condotto a una conclusione definitiva.
Nel momento in cui i russi sono venuti a sapere del test, probabilmente lo hanno appreso anche gli americani e gli inglesi. Le relative ricerche nei National Archives a Washington, nel Public Record Office di Londra e Kew e in molti altri luoghi non hanno fornito nessuna prova diretta, ma hanno fatto chiarezza su molti aspetti interessanti dell’industria tedesca degli armamenti, compreso il settore della fisica nucleare.

Parallelamente alle ricerche d’archivio, io e Heiko Petermann predisponemmo una campionatura delle aree in cui si supponeva si fossero svolti i test, così come dei prelievi del terreno e la loro analisi a opera di diversi istituti specializzati nel rintracciare anche la più piccola quantità di radioattività. In questi accertamenti vennero coinvolti anche i fisici dell’Università Justus Liebig di Gießen – guidati dal professor Arthur Scharmann –, il professor Reinhard Brandt, radiochimico dell’Università Philipps di Marburg, e gli scienziati del Physikalisch-Technischen Bundesanstalt (Istituto federale di fisica tecnica) di Braunschweig, diretti dal fisico sperimentale Uwe Keyser. Se si fossero verificate delle esplosioni nucleari sulle superfici sospette, allora si sarebbero dovuti registrare nei campioni di suolo dei valori decisamente al di sopra delle soglie normali di elementi come il cesio 137 e il cobalto.

Purtroppo né dai documenti, né dalle testimonianze raccolte è stato possibile risalire al luogo esatto dell’esplosione e dai prelievi dei campioni del terreno abbiamo potuto trarre solo degli indizi.
Naturalmente era lecito domandarsi se la presenza degli isotopi nel terreno non avesse potuto avere anche altre cause, e quindi se si potesse spiegare per esempio con un successivo test atomico sovietico o addirittura con l’incidente di Cernobyl.

Ora, l’Unione Sovietica, soprattutto per la segretezza nei confronti della NATO, non aveva mai testato armi nucleari al di fuori del suo territorio. Fra il 1949 e il 1990 l’impero russo aveva eseguito sul suo territorio – ed esclusivamente lì – 715 esplosioni nucleari, in cui erano state fatte esplodere 969 cariche nucleari . Inoltre sul territorio dell’ex RDT non ci sono prove di detonazioni di armi tattiche nucleari a fini di esercitazione.

Per quanto riguarda infine l’incidente di Cernobyl del 1986, le sue conseguenze sono state studiate dagli scienziati di tutto il mondo e sono state individuate come delle «impronte digitali fisiche», con cui poter stabilire se, in determinate aree geografiche, certi valori al di sopra della soglia potevano o meno derivare dal disastro nucleare avvenuto in Ucraina. E proprio sulla base di questo riscontro tale causa poteva essere definitivamente esclusa, almeno per le zone della Turingia da noi analizzate.

Alla fine restava da chiarire la difficilissima questione di cosa realmente fosse stato testato in quella zona all’inizio del 1945. Un vano tentativo di andare a fondo era stato intrapreso da Igor Kurchatov alla fine di marzo dello stesso anno. Quando gli fu sottoposto il rapporto dello spionaggio per un parere scientifico, non poté in alcun modo spiegarsi i motivi per i quali, con un’esplosione nucleare, fosse stata distrutta un’area così ristretta, con un raggio di soli cinque o seicento metri. Secondo i suoi calcoli, infatti, una bomba atomica avrebbe dovuto causare ben maggiori distruzioni. Tuttavia le informazioni di cui Kurchatov disponeva non erano sufficientemente precise per portarlo sulla strada giusta. Le cose oggi sono però diverse: quasi sessant’anni più tardi e grazie a una grande quantità di informazioni dettagliate è stato possibile arrivare a delle conclusioni e trovare delle spiegazioni.

La massa critica per una bomba atomica all’uranio arricchito 235 si aggira all’incirca sui 50 chilogrammi, per una bomba al plutonio sui 10 chilogrammi. Bombe di questo tipo furono sganciate il 6 e il 9 agosto su Hiroshima e Nagasaki, dove superfici di molti chilometri quadrati furono completamente rase al suolo e morirono decine di migliaia di persone. È un dato di fatto quindi che, per quanto concerne le bombe atomiche tedesche, non si poteva trattare di armi di questo tipo: gli scienziati tedeschi non disponevano infatti di sufficienti quantità di uranio arricchito o di plutonio.
Teoricamente sarebbe esistita la possibilità di utilizzare come esplosivo nucleare dell’uranio arricchito almeno del 10%, ma in questo caso ne sarebbero state necessarie diverse centinaia di chilogrammi. E anche qualora i fisici tedeschi fossero riusciti a ridurre la massa critica di circa la metà con l’impiego di un riflettore, sarebbe comunque stata necessaria un’enorme quantità di materiale fissile, di cui il Terzo Reich forse (?) allora non disponeva.

Dopo una nuova verifica di tutti i risultati ottenuti dalle misurazioni fisiche, ci addentrammo con l’aiuto di esperti nel campo delle onde d’urto e delle cariche cave. In alcuni, isolati, articoli specialistici veniva descritta, in modo sorprendentemente concreto, la costruzione delle cariche cave nucleari e venivano anche illustrati i legami, più o meno scottanti, che esistevano fra i membri dei gruppi di ricerca nel periodo bellico: già nel 1944 scienziati della marina, dell’esercito e dell’aeronautica militare possedevano le conoscenze per costruire un’arma nucleare strategica secondo il principio delle cariche cave.

Le prove decisive si rintracciarono nell’eredità – per molto tempo dimenticata – del capo del reparto di ricerca dell’Ufficio armi dell’esercito, il professor Erich Schumann. Il vero elemento sensazionale dell’eredità di Schumann è un manoscritto che egli redasse in accordo con i suoi collaboratori di allora, in cui descriveva, tra le altre, le ricerche, iniziate sotto la sua direzione, sullo sfruttamento militare dell’energia di fissione nucleare e in cui abbozzava un progetto per un meccanismo di innesco di una bomba all’idrogeno. Il manoscritto di Schumann non venne pubblicato.
Rainer Karlsch
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