CAGLIOSTRO


....incuteva paura, provocava disagio, sconvolgeva le menti....
...ma anche ammirato e osannato

di Maria Pia Perrotta

Chi era Cagliostro? 

Un personaggio scomodo senza dubbio, un uomo misterioso a cui fece difetto la modestia e a volte l'onestà, aveva un'intelligenza straordinaria, eccellenti poteri occulti, compì, infatti miracolose guarigioni, ebbe il dono della preveggenza, fu profondo conoscitore dell'alchimia. 

Quando un uomo travalica gli schemi della normalità, osa quello che i comuni mortali non osano, quando mette in discussione le regole del sociale, del perbenismo, quando sconvolge gli schemi preordinati dalla classe dominante, allora è destinato ad attirarsi l'odio, lo scetticismo, la curiosità malevola e la diffidenza ma spesso anche l'opportunismo di chi lo vuole usare per i propri scopi e la storia è colma di uomini che, andando contro corrente, hanno pagato duramente la loro diversità. 

Cagliostro, però, non fu solo vituperato o perseguitato ma anche ammirato e osannato. La sua biografia è ancora oggi oggetto di contraddizioni e di difficile interpretazione, come in effetti fu veramente la sua avventura su questa terra.
In contrapposizione al " Secolo dei Lumi ", epoca in cui visse, Cagliostro propose il mondo dell'occulto e dell'inconoscibile, con i suoi atteggiamenti e col suo pensiero. Ritenendosi libero nel corpo e nella mente, dichiarò di non appartenere a nessuna epoca e di essere superiore qualsiasi circostanza e a qualunque moda, col naturale eclettismo che lo contraddistinse. Ricercatore della vera saggezza, sostenne che essa risiedeva nei misteri della civiltà egiziana e che l'antico Egitto fosse la culla di tutte le scienze e l'origine di tutte le religioni, fu fondatore altresì e Gran Cofto del rito egiziano. Tutta la sua vita fu improntata su un unico pensiero: poter dominare la morte, perché, riteneva, tutto si muove in virtù di essa e forse dell'ossessione e della paura che ne deriva.

Una vita frenetica

Giuseppe Balsamo, questo il suo vero nome, nasce a Palermo il 2 giugno 1743, in via della Perciata, da Felicia Bracconieri e da Pietro Balsamo, mercante di stoffe. Viene battezzato nella cattedrale di Palermo con i nomi di Giuseppe, Giovanni Battista, Vincenzo, Pietro, Antonio e Matteo. Sia la madre che il padre erano appartenuti ad una rispettabile famiglia, i cui membri, in buon numero, erano stati adepti dell'Ordine dei Cavalieri di Malta; la famiglia, col tempo, si era indebolita e non era illustre più come lo erano stati gli avi. Giuseppe rimane orfano prima di compiere un anno e la madre, vedova con due bimbi, (oltre al maschio, aveva una femmina ) lo affida alle cure di una parente, sposata ad un farmacista. Nella farmacia della lontana zia, Giuseppe trascorre tre anni e probabilmente è lì che nasce il suo amore per la medicina. 

In seguito, come richiede il rango nobiliare a cui appartiene, viene messo in convento e indirizzato alla vita ecclesiastica, ma diviene uno scavezzacollo e incomincia a vivere di truffe e raggiri. A Messina, dove ritorna, per sottrarsi alle responsabilità dei suoi intrallazzi, trova la saggia e sana guida di un prozio, Giuseppe Cagliostro, governatore del principe di Villafranca, che fa luce nel disordine della sua vita.

Nelle sue singolari " Memorie ", che non sono un'esatta cronologia degli avvenimenti della sua vita quanto piuttosto un rappresentazione simbolica degli eventi, egli afferma che la sua vera vita comincia a 23 anni, appunto a Malta. Nel 1766 infatti Giuseppe Balsamo sbarca nell'isola e già conosce tutta la storia dell'Ordine dei cavalieri di S. Giovanni di Gerusalemme, narratagli dallo zio, dalla nascita in Palestina nel 1113 fino alla consacrazione nell'isola del 1530.

Ha come maestro spirituale Manolo Pinto de Fonseca, il quale, abbandonata la veste militare, tipica degli ordini combattenti, vistane l'inutilità, dovuta al mutare dei tempi, si è dato alla contemplazione filosofica e all'alchimia. Il giovane impara molto da lui e dopo due anni di studio, ritenuto maturo e sufficientemente illuminato, è ammesso ufficialmente all'ordine e obbligato, di conseguenza, a scegliere un nuovo nome come giusto coronamento alla " nuova vita ". A venticinque anni, nella cappella di S. Giovanni egli diviene conte di Cagliostro, nome preso in prestito dallo zio e scelto in suo onore, col triplice cavalierato templare, maltese e rosacrociano; il titolo nobiliare è necessario, anche se non propriamente meritato per eredità dinastica, per rendere ancora più insigne il suo futuro operato. Tuttavia passeranno dieci anni prima che Giuseppe usi quel nome, non ritenendosi degno e completamente mondato dal male, prima di allora.

Lasciata Malta, si ritrova di nuovo solo, non pensa affatto di ritornare alla città di origine, per i troppi ricordi negativi e giunge a Roma, dove riprende la sua attività di disegnatore, interrotta per i fatti negativi accaduti precedentemente. Vive in un quartiere povero e lì conosce Lorenza Feliciani, sua futura moglie. All'epoca dell'incontro la ragazza ha quindici anni, figlia di un fonditore di bronzo, è tanto bella quanto maliziosa nonché corteggiata. Si sposano il 20 aprile 1768 nella chiesa di S. Salvatore in campo e vivono, i primi tempi, con i genitori di lei. 

Fin dall'inizio il rapporto tra i due è il risultato di un compromesso, Lorenza continua a farsi corteggiare con la condiscendenza del marito, che, anzi pare, le abbia insegnato ulteriori artifici per sedurre gli uomini. Una perfetta simbiosi da cui traggono numerosi vantaggi ma anche dei guai. Conducono una vita scapigliata ed errabonda, in varie città e sempre in circostanze poco chiare, lasciano infatti Roma per Loreto, presso Ancona, dove si ritrovano senza un soldo. Ma Giuseppe pensa sempre al suo viaggio iniziatico, dove rafforzare la propria anima, col superamento degli ostacoli, perciò, non perdendosi d'animo, si avvia insieme con la sua compagna a S. Giacomo di Compostela, nella penisola iberica, di lì poi a Barcellona, Madrid, Lisbona, e in ogni loro sosta appare, come protagonista, un amante di Lorenza.

Verso il 1771, stanco della vita troppo facile e attirato dall'ideologia e dall'attività massonica, esistente in Inghilterra, decide di partire per l'isola britannica; anche qui le difficoltà presenti sono le stesse: pochi soldi e una vita dispendiosa.

Nel 1772 approdano in Francia e, durante il viaggio, l'incontro con l'ennesimo uomo, questa volta un avvocato di nome Duplessis, questi prende a carico proprio la coppia, facendola alloggiare presso una marchesa sua amica. Questa volta pare che la faccenda si spinga oltre le intenzioni volute e la stessa Lorenza viene coinvolta dal sentimento, fin quando il marito, stufo della tresca, fa arrestare e rinchiudere la moglie in un convento. Quando la donna esce, la coppia, riconciliata, prosegue il viaggio i cui itinerari non sono chiari, fino al 1775, anno di arrivo a Napoli, dove conducono una vita altolocata, sotto il falso nome dei marchesi Pellegrini. Sembra un periodo di tranquillità, Lorenza pare più assennata e Giuseppe, abbandonati i pennelli, dà lezioni di chimica, presiede sedute di magia e vende un'acqua miracolosa. Poi si spostano a Palermo per ripartire e girare nuovamente mezza Europa. 

Il 1776 è l'anno che li vede di nuovo in Inghilterra, un regno prospero e forte, che deve il suo prestigio alla Massoneria. Cagliostro si sistema in Witcomb Street, vicino a Leicester Fields, con una dama di compagnia per la moglie e un segretario interprete per lui, Domenico Aurelio Vitellini, ambiguo quanto basta e gran giocatore. Qui viene allestito un laboratorio di alchimia con l'aiuto del segretario a cui egli fa credere di conoscere vari segreti, tra i quali quello per la fabbricazione dell'oro, che è anche una copertura per giustificare lo sfarzo in cui vive. In realtà i fondi provengono dall'Ordine di Malta, in cambio della diffusione nel mondo delle idee rosacrociane, in contrapposizione al nascente razionalismo e materialismo dell'epoca. In breve tempo la fama di Cagliostro dilaga e, con grande suo disappunto, una folla di curiosi popola sempre più la sua casa, attirata dai suoi poteri chiaroveggenti, anche perché è un formidabile indovino, in materia di estrazioni del lotto. Questo potere gli procurerà non poche noie e, sebbene si senta pentito e deciso ad abbandonare questa strada, cade vittima di un raggiro e di un intrigo ordito da una coppia equivoca, William Scott e Mary Fray.

Questi fanno sempre più pressione per avere da lui i suoi favori divinatori e si insinuano in modo silente e strisciante nella casa. In un primo momento Balsamo è il fautore di alcune loro vincite ma gli insaziabili chiedono sempre di più, al netto rifiuto del mago gli Scott si vendicano: regalano a Lorenza un cofanetto, contenente in superficie un'erba aromatica e nel sottofondo una collana preziosa di 72 brillanti; poi Mary denuncia i Balsamo e, con l'aiuto di falsi testimoni, dichiara che la collana le è stata rubata. Si mette così in moto la macchina della giustizia ed ha inizio un lungo e travagliato processo, che termina con un'iniqua sentenza, la quale obbliga il mago a versare una somma ingente di cauzione, ma soprattutto che macchia il prestigio della sua persona davanti alla società. Tra una tappa e l'altra del processo, Balsamo entra nella Massoneria inglese e presta giuramento di fedeltà e obbedienza, è l'anno 1777. 

Per la stessa brutta vicenda il nostro uomo passa un mese in carcere, quando esce lascia l'Inghilterra, incaricando un amico e fratello della Loggia l'Esperance e un avvocato di recuperare i manoscritti e le tavole di calcolo che gli sono state rubate, durante la congiura ordita contro di lui. Un fatto strabiliante da non sottovalutare è la brutta fine che fecero tutti quelli che avevano contribuito a screditare la sua fama, la maledizione li aveva colpiti, come dichiara egli stesso nelle Memorie.
Ora dopo la catarsi, Balsamo si sente davvero Cagliostro e, accanto al suo nome nuovo, pone anche quello della moglie: lei si chiamerà Serafina, come gli angeli del Paradiso, a riprova dell'avvenuto cambiamento.

Elencare tutti i luoghi dove pose piede, sarebbe troppo lungo, basti sapere che, dopo l'Inghilterra, visitò altri paesi come l'Olanda, il Belgio, la Germania, la Curlandia, dovunque acquisì esperienze e diede prova delle sue doti soprannaturali.

Nel 1780 è la volta della Russia, Cagliostro nutre grandi speranze, che verranno presto deluse, innanzitutto la zarina Caterina II non vuole ammetterlo alla sua presenza e i nobili di corte lo coprono di ingiurie e calunnie. A suo sfavore hanno giocato parecchie circostanze, come la volubilità della regina che , mentre negli anni passati si era mostrata favorevole alla Massoneria, ora la guarda con occhi dubbiosi e sospetti; le dicerie di palazzo che parlano di una corte adorante da parte di Potemkin, suo favorito, nei confronti di Lorenza. Tuttavia non mancano a Cagliostro i seguaci, fra essi il generale Melissino, il senatore Yelagin, un altro generale di nome Gelacion e lo stesso principe Potemkin. Con loro partecipa a sedute spiritiche e fa importanti esperimenti di alchimia ma il Gran Cofto è stufo di queste stregonerie e si prodiga a guarire i malati, ricchi e poveri, senza distinzione e senza pretendere soldi; l'unica ricompensa che vorrebbe è la riconoscenza degli uomini, invece il suo operato suscita l'odio e l'invidia dei medici, che non sopportano l'intrusione di un estraneo nell'ambito della loro scienza, anche perché alcuni malati, dati da loro per spacciati, trovano miracolosamente la via della guarigione. Profondamente amareggiato, lascia il paese per recarsi in Polonia, una terra smembrata e oppressa dall'ingerenza russa, sotto il regno di Stanislao Poniatowski, ex amante della regina, uomo buono e pacifico, che lo accoglie favorevolmente.

Pure qui Cagliostro compie prodigi, anzi si racconta che ad una principessa, rivoltatasi contro di lui, tacciandolo di mistificazione, alla presenza del sovrano, abbia predetto il futuro, evento che puntualmente si avverò. Ma come la Russia anche la Polonia getta nella polvere il suo eroe, dopo averlo esaltato e lui abbandona anche questa terra, volgendo lo sguardo verso Strasburgo…

I miracoli a Strasburgo

Verso la metà del 1780, Cagliostro lascia Varsavia, per recarsi in Francia, gli bruciano ancora le umiliazioni subite in Russia, soprattutto da Caterina II, la quale, non paga di averlo boicottato, qualche anno più tardi si diletterà a scrivere tre farse, dai titoli molto significativi: "L'imbroglione", "L'imbrogliato " e "Lo sciamano di Siberia", quasi a voler suggellare per iscritto la sua derisione nei confronti del mago.

 Tuttavia egli confida, forse troppo, nelle sue capacità, e, lasciato il passato alle spalle, riparte da zero, si reca in Francia, precisamente a Strasburgo. Attraversando la Germania, compie una sosta a Francoforte sul Meno, una delle roccheforti dell' esoterismo in Europa. I rapporti intessuti con gli adepti delle confraternite del luogo, miranti a sovvertire l'ordine e il potere dei governanti, gli creeranno la fama di cospiratore politico; questo fatto sarà un'arma potente nelle mani del Sant'Uffizio, durante il processo, tenuto contro di lui nel 1790. Cospiratore o no, Cagliostro era colui che andava al di là delle apparenze, oltre la superficialità con cui vedono gli occhi dell'uomo comune, il suo sguardo era lungimirante, la sua sensibilità al di fuori della norma, non era bello, non era imponente nell'altezza ma senza dubbio affascinante e degno dell'ammirazione di cui era oggetto.

Strasburgo è un vivo centro di cultura, aperto alle idee nuove, gli sembra perciò la giusta sede, per poter svolgere i suoi compiti e propagandare le sue idee. Capo spirituale della città è il principe -vescovo Louis René Edouard de Rohan, personaggio singolare e sicuramente fuori dagli schemi, dai costumi fin troppo liberali, pieno di debiti per il lusso in cui vive, nonostante l'appannaggio dovutogli per le sue cariche, che non sono poche: è Grande Elemosiniere del regno, amministratore dell'ospedale dei Quinze - Vingts, provveditore della Sorbona oltre che vescovo. Possiede sontuose residenze come il palazzo della rue Vieille- du Temple a Parigi, il palazzo episcopale di Strasburgo e il castello di Saverne, la sua corte è composta da uomini illustri come il barone de Planta e l'abate Georgel; l'amicizia tra i due personaggi è inevitabile, per interessi comuni e affinità elettive e recherà a Cagliostro molti benefici.

Questi giunge nella città il 19 settembre del 1780 e se la cronaca annovera una data posteriore, quella del 27 settembre, fu solo perché i primi otto giorni i due coniugi alloggiarono quasi in incognito nella locanda dell'Esprit, prima di recarsi al numero 86 della Vieille - Rue - du- Marché aux Vins, nella quale vennero registrati. Il padrone di casa è ben lieto di ospitare tanta personalità, è un frammassone convinto, membro di una loggia di ispirazione egiziana, l'Iside, che lo mette subito in contatto con gli altri affiliati.
Alla gran folla di ascoltatori, che accorrono sempre numerosi, il mago spiega la sua dottrina, fa sfoggio della sua immensa conoscenza sulla divinazione, sulla medicina e l'alchimia, anche se è costretto a sgombrare le menti dai legittimi dubbi e preconcetti; ben presto egli dà prova che le sue non sono soltanto parole, i successi ottenuti sono soprattutto in campo medico, dove compie quelli che si possono definire prodigi.

Guarisce un numero considerevole di persone, ritenute dalla medicina, senza speranza: il segretario del marchese de La Salle, colpito da cancrena; il cavaliere de Langlois, ipocondriaco e insonne, tormentato da continue emicranie; la signora Gertrude Sarasin, afflitta da una febbre biliare, da una sete inestinguibile e da uno stato isterico, a volte abulico. A tutti somministra le sue misteriose pozioni, a base di erbe ma la via percorsa non è soltanto quella della medicina alternativa, come diremmo noi oggi, infatti Cagliostro era persuaso che la maggior parte delle malattie ha sede nella nostra mente e, quando essa langue e soffre, danneggia inevitabilmente il corpo. Per questo infonde innanzitutto fiducia e conforto ai suoi ammalati, colloquiando con loro e mostrandosi estremamente comprensivo verso i loro problemi.
Le sue cure sono rivolte principalmente ai poveri e diseredati, per tutti ha una parola buona e non pretende nessuna ricompensa. Diventa un simbolo di salvezza, molti lo apprezzano per la sua abnegazione come il reverendo Zaigelius, il curato di Saint Pierre le Vieux ed è proprio lui ad esporgli l'ennesimo caso difficile, una povera donna incinta, Catherine Groebel che, data per moribonda dai dottori, dà alla luce un bel bambino, in seguito alle cure del mago.

La gente affolla sempre più la sua casa, che è diventata troppo piccola per contenere tutti i visitatori, tanto più che egli preferisce ricevere anziché spostarsi, per questo è costretto a cambiare dimora e va ad abitare in una casa detta " della Lanterna " o " della Vergine ", all'angolo della piazza d'Armes e della rue des Ecrivains.
La medicina ufficiale però è in agguato e aspetta un passo falso del rivale-stregone: è il caso del marchese de Cambis, che muore nonostante le cure di Cagliostro, in realtà quando egli interviene è già troppo tardi, la malattia è in fase avanzata e forse peggiorata grazie alle terapie precedenti dei dottori con tanto di laurea. Di questa morte verrà data la colpa a lui, ogni mezzo o mezzuccio viene usato per oscurare la sua fama ma è ancora presto perché l'illustre cada nell'ombra, l'eco dei suoi miracoli è arrivato a Versailles, a Parigi e ad altre città francesi.

Non meno eccelsa è la sua opera come indovino, nel castello di Saverne, dove spesso soggiorna, ospite dell'amico de Rohan, la sera del 29 novembre 1780, alla presenza del cardinale, annuncia la morte dell'imperatrice d'Austria, Maria Teresa, otto giorni dopo giunge la notizia del decesso. Inoltre, nelle tante riunioni da lui presiedute, predice i futuri avvenimenti politici che sconvolgeranno la Francia: la rivoluzione del 1789, la morte dei regnanti, la nascita della repubblica e la sua fine per mano di un nuovo Cesare.

La campagna denigratoria contro di lui continua inesorabilmente, aumentano le calunnie, le false testimonianze, i vecchi e nuovi nemici lo accusano di intrighi e addirittura di un complotto contro lo stato francese, si parla di una sua discendenza ebrea, bugia che è stata facile diffondere, a causa della sua conoscenza della Cabala e della sua misteriosa ricchezza. Un ulteriore episodio increscioso turba la mente del mago: un avventuriero italiano di nome Carlo Sacchi, da poco giunto in Alsazia, si fa assumere come aiutante e per tutta riconoscenza, diffonde maldicenze sul suo conto, vende degli intrugli a nome del Grande Maestro. Scoperto, il malfattore viene licenziato, poi, allontanato dalla città,
trova rifugio dall'altra sponda del Reno, nella città di Kehl, dove attua la sua vendetta: mette per iscritto tutte le cattiverie che la sua anima corrotta poteva suggerirgli, il risultato di questa nefanda confessione è un libello intitolato " Mémoire sur le comte de Cagliostro ".

A completare il quadro nefasto arriva la bancarotta di un nipote del principe de Rohan, lo scandalo si ripercuote su tutta la famiglia e la figura del cardinale non ne esce del tutto illesa, per cui anche la popolarità di Cagliostro ne subisce le negative conseguenze.
Ormai è tempo di voltare pagina, il terreno scotta sotto i suoi piedi e, nonostante possa sempre contare su un nutrito gruppo di fidati, decide di partire. Approfittando di una temporanea assenza di sua Eminenza, che si trova a Parigi, lascia definitivamente Strasburgo per recarsi a Napoli, dove è stato chiamato da un caro amico, il cavaliere d'Aquino, il quale ha espresso il desiderio di vederlo, sentendo l'approssimarsi della fine.

Il nostro abbandona il suolo francese in data 13 giugno 1783, in gran fretta.
Giunto nel regno borbonico, alloggia nel palazzo stesso di d'Aquino, cercando in ogni modo di strappare alla morte l'amico. Vedendo che tutto è inutile, prudentemente si reca all'ambasciata francese, per garantirsi il futuro, nel momento che verrà a trovarsi senza la protezione di nessuno. Vive quei pochi mesi nella massima discrezione e quasi solitudine. In realtà non si sente sicuro per il clima di autoritarismo che dettano le leggi borboniche e per il carattere autoritario e antiliberale della regina Maria Carolina. Questa, inoltre, in quanto sorella di Maria Antonietta, condivide con lei lo stesso risentimento nei confronti del principe de Rohan. Resta un'unica soluzione, andare via da quel luogo e, sebbene abbia fatto capire di volersi recare a Parigi, in realtà è diretto a Bordeaux.


Altri trionfi a Bordeaux e a Lione

Nel novembre del 1783 giunge nella città di Bordeaux, le sue mire tendono esclusivamente
a diffondere il suo Rito egiziano come rito unificatore della Massoneria; Bordeaux insieme con Strasburgo e Lione è una delle capitali delle province sotto l'influenza della Stretta Osservanza Templare. Lasciato l'hotel de l'Empereur, dove ha alloggiato temporaneamente,
Cagliostro si installa in una bella e sontuosa casa, affollata come sempre, perché, nonostante il suo scopo sia solo quello di contattare gli affiliati massoni, la sua fama di guaritore gli impone di continuare a operare nel campo della medicina. Questa circostanza gli crea altri nemici tra i medici, i quali chiedono all'unanimità di interdire l'esercizio abusivo di questa scienza al conte, ma ormai l'uomo è potente e per di più massone, le autorità bordolesi perciò lasciano cadere la richiesta nel dimenticatoio. 

Il Gran Cofto può agire indisturbato e la cerchia degli ammiratori si allarga sempre più, fra essi il visconte Duhamel, il conte Joseph de Fumel, il cavaliere de Rolland, il maresciallo de
Mouchy e Ray de Morande, che diviene il factotum del Maestro.
In questa città ha lasciato la sua impronta di pensiero un'ex affiliato della Massoneria, Martinez Pasqualis, il quale si allontanò da essa per creare la propria organizzazione iniziatica, mirante a reintegrare gli uomini nella condizione originale, quella in cui si trovava Adamo, prima del peccato originale. Per fare questo, Pasqualis si dava alla pratica spiritica, le cui sedute, a volte, incutevano un tale stato di paura nei partecipanti, che molti se ne erano allontanati. Cagliostro si rifà a questa esperienza tanto più che l'atmosfera suggestiva di tali evocazioni gli crea un sempre più crescente pubblico. Egli sogna di essere il capo universale di tutte le logge massoniche, esistenti nel mondo e per questo usa ogni mezzo, pur se rischioso. 

Ad interrompere la sua intensa attività è una malattia biliare che lo coglie nella primavera del 1784 e lo abbandona soltanto agli inizi di giugno; durante tale malanno e le febbri periodiche ha una visione ieratica, di cui egli stesso racconta: mentre giace nel letto, mezzo addormentato, due uomini lo afferrano, lo trascinano in un sotterraneo e poi in una stanza elegante e ben illuminata, dove si svolge una festa, tra i partecipanti riconosce alcuni fratelli massoni ormai morti. Ad un tratto gli viene data una lunga tunica e una spada, mentre una voce gli dice: " Ecco quale sarà la tua ricompensa, dovrai però lavorare ancora".
In quel sogno il mago dovette credere veramente se ripeterà il racconto, alcuni anni dopo, ai giudici, durante il processo del Sant'Uffizio.

In contemporanea, a Parigi, il suo amico de Rohan, ingenuo e credulone, sta per cadere vittima dei raggiri e degli intrallazzi della contessa Jeanne de la Motte, una presunta discendente dei Valois e sua protetta, che, per ringraziamento, lo dissangua con continue richieste di denaro. L'imbrogliona, non ancora soddisfatta della sua opera, fa credere a de Rohan di essere in confidenza con la regina e attua un inganno che sarà il primo di una lunga serie. Imbastisce un carteggio tra il cardinale e la regina, praticamente inesistente, ma tenuto in piedi da lei, il suo amante e il suo compiacente marito; nelle lettere Maria Antonietta dichiara di essere pronta a dimenticare l'astio nei confronti del prelato, se sarà il suo finanziatore in alcune spese troppo esose, il cardinale acconsente di buon grado, anzi è al settimo cielo, né si meraviglia di ciò, perché è noto a tutti l'amore della regina per il lusso e i gioielli. Al colmo dell'audacia, per rendere la faccenda ancora più veritiera, la contessa combina un incontro tra de Rohan e la regina, naturalmente al buio, nel parco di Versailles e precisamente nel boschetto di Venere. In questa messinscena chi interpreterà la parte della regina? I due coniugi hanno pensato anche a questo, una donna dalla straordinaria somiglianza con la sovrana, una prostituta di nome Nicole Leguay, che si presta al gioco dietro ricompensa di un titolo nobiliare, la baronessa d'Oliva, e di una somma di denaro.

 La notte è complice di tante malefatte e anche di questa truffa, il cardinale, convinto di aver incontrato veramente la regina, se pur per un attimo, è felicissimo e si allontana contento di tanto onore, ancora più propenso a soddisfare le richieste di Sua Maestà.
Questa sua dabbenaggine lo porterà a cadere nella trama di un disegno ancor più grande, quella dell'affare della collana, nel quale sarà implicato anche Cagliostro. Il Gran Cofto, nel frattempo, guarito, decide di recarsi a Lione, per conoscere un potentissimo discepolo di Pasqualis, Jean Baptiste Willermoz, che ingenuamente crede di sottomettere al suo volere.
Giunge a Lione il 20 ottobre del 1784, sotto il nome di conte di Fenice e si insedia nell'hotel de la Reine, nel quale convoca, pochi giorni dopo, l'uomo in questione, gli confida i suoi disegni, il suo desiderio di diventare capo di tutta la Massoneria, di voler istruire massoni, accuratamente scelti e di sperare che tutti gli prestino giuramento di fedeltà. 

Willermoz non è per niente d'accordo e oppone una forte resistenza, cosciente della sua veste, mai e poi mai potrebbe diventare un suddito del mago e soprattutto cedergli quella rete lionese, che ha faticosamente resa sua. Rompe ogni rapporto con lui, tuttavia egli ha un certo timore del conte, perché conosce i suoi eccezionali poteri. Dal canto suo Cagliostro, per nulla scoraggiato dal rifiuto, non perde tempo, contatta altri personaggi illustri della setta massonica e incontra nella loggia " La Saggezza " i più entusiasti sostenitori, i quali si adoperano a raccogliere fondi per la costruzione di un tempio, che dovrebbe essere il cuore del Rito egiziano. I suoi adepti, però, sono esigenti ed è costretto a soddisfare alcune loro richieste, come quella di esercitare ancora la medicina e tra i pazienti egli conosce anche il nipote del famoso cardinale Richelieu, il quale lo interroga sul suo futuro. Cagliostro, come al solito, non sbaglia una previsione. 

L'eco della sua mirabile capacità di chiaroveggenza arriva alle orecchie di Willermoz e ai rappresentanti della sua stessa loggia, che, avendo perduto uno dei più cari membri di essa, decidono di rivolgersi al mago, per rievocare la sua anima. Il Gran Cofto è ben felice di dimostrare le sue eccezionali qualità esoteriche, e, in una seduta spiritica, l'ombra del defunto Prost de Royer effettivamente appare. 
I mesi successivi vedono il mago impegnatissimo ad illustrare il suo Rito, la conoscenza della Cabala, il suo catechismo, tesi a curare l'anima, lo spirito e il corpo. Ma, come sempre ha fatto, decide ad un certo punto di andare via, precisamente in direzione di Parigi e tutto questo mentre i lavori per la costruzione del tempio, sono nella massima evoluzione; la consacrazione di " La Saggezza trionfante " avverrà il 25 luglio 1786, mentre egli si trova esiliato in Inghilterra, dopo le vicissitudini passate nella capitale francese.

Parigi e l'affare della collana

Quando Cagliostro giunge a Parigi, nel gennaio del 1785, attirato da un convegno massonico, che si terrà in febbraio, nella stessa città, il torbido intrigo intessuto dalla contessa de la Motte è già in atto. L'incontro nel boschetto di Venere del cardinale de Rohan con la "presunta " Maria Antonietta è avvenuto, poco tempo prima. Il prelato mette al corrente il mago di quanto sta accadendo e, nonostante venga messo in guardia da questi, continuerà ad essere trascinato nella losca trama, coinvolgendo con sé anche l'amico.

Intanto Cagliostro è andato ad abitare in un palazzo sito in rue Saint - Claude, dove incontra gli altri affiliati e prende contatti con alcuni rappresentanti del clero, per ottenere il benestare della Chiesa sul suo rito egiziano, fonda una nuova sede della loggia e non solo, mette a capo di una loggia femminile la moglie Serafina. Ormai è una personalità importante, nella città si parla solo di lui, si scrive di lui, si vendono oggetti con la sua effigie, busti e ritratti che lo raffigurano. E' una leggenda vivente, e come tutte le leggende, ciò che si racconta di esse è in parte inventato dalla fantasia dei narratori, come accadde per la famosa "cena degli spiriti". Si dice infatti che il Gran Cofto invitasse nella propria casa sei persone, le quali trovarono, con loro grande sorpresa, la tavola imbandita per tredici commensali, gli assenti sarebbero stati gli spiriti evocati dal mago, tra cui personaggi illustri come Voltaire, Diderot, Montesquieu e d'Alembert., le cose non andarono proprio così ma la cena ci fu, gli invitati erano, tra gli altri il cardinale e la stessa contessa de la Motte, che diede, in seguito, una versione molto romanzata di quella sera.

Nella seconda metà di agosto il fattaccio della collana esplode in tutta la sua roboante risonanza, questo meraviglioso monile, composto da 540 diamanti e del valore di 1.600.000 franchi, era stato creato dai gioiellieri Bassange e Boehmer per la favorita di Luigi XV, dieci anni prima; rimasta invenduta, i due gioiellieri cercavano invano un acquirente, che, però, trovarono nella persona del cardinale, tramite la contessa. Dato l'alto costo, de Rohan decide di comprarla a credito e regalarla alla regina, per ingraziarsi il suo favore perduto ma la collana non andrà mai al collo regale di Sua Maestà, bensì nelle mani dei de la Motte e dell'amante della contessa che si affrettano a smontarla e a venderne i diamanti separatamente. In seguito ad una rata rimasta insoluta, Bassange e Boehmer all'oscuro di tutto, informano la regina, la quale a sua volta è più ignara di loro. Costei, presa dall'indignazione, racconta tutto al re e lo convince ad istruire un processo contro i presunti colpevoli, vuole che si faccia luce sul misfatto e che il suo nome esca pulito di fronte all'opinione pubblica. 

De Rohan, la contessa, la d'Oliva e Cagliostro vengono arrestati e condotti nelle segrete della Bastiglia, qualche giorno dopo anche Serafina subirà la stessa sorte del marito ma verrà poi scarcerata nel mese di marzo. Lunghi mesi di detenzione li aspettano, fino all'apertura del processo, tenutosi alla fine di maggio del 1786. Durante lo svolgimento di esso è subito chiaro che non solo il popolo ma anche i giudici parteggiano per il cardinale e sono contro Maria Antonietta. Si avvisano i sentori del malcontento che serpeggia in Francia contro la corona e che porterà, come naturale sbocco, ai fatti del 1789 . Lo stesso Goethe ebbe a dire che il " processo della collana " fu il preambolo della Rivoluzione. La sentenza è comunque favorevole sia nei confronti di De Rohan sia nei confronti di Cagliostro, assolti per non aver commesso il fatto ma obbligati a lasciare Parigi, per ordine del re. Il primo sarà costretto a ritirarsi nell'abbazia di La Chaise-Dieu, il secondo ad allontanarsi dal regno. Pene severe vengono invece inflitte alla contessa e a suo marito latitante, mentre l'amante, pur riconosciuto colpevole di falso, viene condannato soltanto all'esilio perpetuo e alla confisca dei beni.

Alla notizia della scarcerazione del mago, la folla esulta e applaude compiaciuta i giudici salvatori del loro beniamino; è un doppio trionfo perché la regina austriaca è stata umiliata pubblicamente, il popolo non la ama ed è contento della sua sconfitta.
Intanto Cagliostro, ricongiuntosi alla moglie, parte per Dover, salutato da una moltitudine di gente grata e commossa.

Pone di nuovo il piede in Inghilterra, è il 17 giugno quando sbarca nel suolo britannico e l'accoglienza non è delle migliori, viene infatti sottoposto ad una severa perquisizione: i sospetti sulla sua partecipazione al " fattaccio " non sono ancora dissipati. Poco importa, la presunzione di Cagliostro è così illimitata che non sembra accorgersi delle probabili conseguenze e, deciso a non dimenticare, smuove le acque invece di quietarle, attraverso innumerevoli scritti su tutto quello che gli è capitato in Francia, sottolineando l'atteggiamento autocratico della corona e l'ignominia della Bastiglia, simbolo del dispotismo regale. Si può e si deve pensare a lui come un agitatore politico? Certamente coloro che l'aiutarono, nel suo carteggio, seppero usarlo per questo scopo. 

Le sue accuse contro il re e i suoi ministri ritorneranno come un boomerang, seppellendolo sotto le macerie dell'infamia e della calunnia. La corte di Francia che certo non se ne starà con le mani in mano a sopportare le denunce di Cagliostro, sguinzaglia un nugolo di spie che controlli l'attività del Maestro, assolda giornalisti compiacenti per rivelare il passato oscuro di Giuseppe Balsamo. Critiche negative e notizie straordinarie, supportate anche da documenti, proliferano sulle pagine dei giornali inglesi. A poco a poco intorno a lui si crea il vuoto, anche i più fedeli amici lo abbandonano, perdendo la fiducia che avevano.

Cagliostro lascia l'Inghilterra per non tornarvi mai più, è il 30 marzo del 1787. Giunge in Svizzera, nel cantone di Berna, dove viene accolto dai coniugi Sarasin, gli unici amici, in questo momento difficile. Tuttavia il declino è inevitabile, anche Serafina non è più convinta del marito e, prima di raggiungerlo in Svizzera, si abbandona a pesanti rivelazioni proprio con il peggiore denigratore del Gran Cofto, il giornalista corrotto Théveneau de Morande. Nemici…..calunniatori… approfittatori….lo scenario sembra ripetersi all'infinito e la fuga di Cagliostro continua finché giunge in Italia.


La tragica conclusione

< LA FORTEZZA DI SAN LEO

L'Italia non gli sarà meno nemica, poiché anche qui troverà diffidenze, pettegolezzi sul suo conto e si materializzerà il tradimento della moglie, che avrà tragiche conseguenze. Serafina è stanca di correre da una città all'altra, di pernottare ora in un albergo ora in un altro, vuole una vita tranquilla. In un primo momento si affida alle preghiere poi pretende di più: vuole tornare nella sua città natale, Roma, e in seno alla sua famiglia. 

Il loro viaggio, cominciato nel regno sabaudo, dal quale sua Maestà, Vittorio Amedeo, lo ha cacciato, prosegue attraverso tutta l'Italia settentrionale, Alessandria, Genova, Parma, Rovereto, Trento, in tutte Cagliostro cerca una conferma della sua scienza, ma più di ogni altra cosa vuole il benestare della Chiesa alla sua opera. Si mette in contatto con vari prelati, che più o meno l'appoggiano, tra questi, il vescovo di Trento, che scrive una lettera di presentazione al cardinale Boncompagni, in suo favore e, avutane positiva risposta, esorta il Maestro a non indugiare e a recarsi a Roma.

Il 27 maggio del 1789, Cagliostro arriva a destinazione e, in un primo momento, non volendo essere ospite dei suoceri, si sistema in un albergo di lusso che le sue finanze non potranno reggere e lungo, la Scalinata. Da lì è costretto ad andare ad alloggiare da uno zio di Lorenza, Filippo Conti, ma anche qui sorgono contrasti col padrone di casa. I genitori della moglie, che già lo odiano, fanno del tutto per allontanare la figlia da quell'uomo diabolico. Nel frattempo, Cagliostro è preso soltanto dalla sua idea che è quella di farsi ricevere dal Vaticano, affinché la sua Massoneria diventi cattolica e riconosciuta ufficialmente dal Papa. Sfortunatamente la sua figura non ha più credito agli occhi di tutti e gli viene negata l'udienza. Per tutta risposta, il suo atteggiamento, come al solito diventa provocatorio, aumenta le tenute delle logge, distribuisce copie del suo rituale e fa sfoggio dei suoi poteri occulti, attirando la nobiltà romana come mosche. 

A peggiorare le cose, giunge, in luglio, la notizia della presa della Bastiglia e il terrore che scuote tutta l'Europa assale anche il Vaticano e la classe aristocratica. Ricordando tutti la lettera che Alessandro Cagliostro aveva mandato al popolo francese, esortandolo con parole fiere alla sommossa, la sua presenza a Roma viene ritenuta una tattica rivoluzionaria. 

L'ultimo colpo glielo infligge proprio Serafina, ormai ostile a lui da alcuni anni, la quale, decisa a lasciarlo, lo denuncia alle autorità ecclesiastiche, nel mese di settembre. Due mesi circa gli restano ancora di libertà infatti il 27 dicembre, un picchetto di soldati si presenta alla porta di casa Conti e lo arresta, conducendolo poi, in carrozza, alla fortezza di Castel Sant' Angelo. Alla notizia della sua cattura, divulgata il 2 gennaio del 1790, adepti del suo rito e amici fuggono in ogni dove. Anche De Rohan, provato dalle mille vicissitudini e desideroso di rendersi amico di nuovo il Papato, preferisce mantenere un prudente silenzio.

La cella, dove Cagliostro langue solo e abbandonato da tutti, è buia e angusta, tanto da far scatenare in lui crisi di pazzia e desideri suicidi e, quando diventa ingovernabile, l'ordine è di incatenarlo. Il suo primo interrogatorio ha luogo nel maggio del 1790 e dura sei lunghe estenuanti ore, è il primo di una lunga serie che lo annienterà nel corpo e nello spirito fino alla conclusione del processo, il 7 aprile 1791. Le imputazioni a suo carico sono numerose e vanno dalla bestemmia alla magia, dall'affiliazione alla massoneria alla truffa, dal furto al falso, fino all'eresia.

Non è difficile immaginare le sofferenze a cui fu sottoposto, se sappiamo dei metodi coercitivi e obnubilanti della SANTA INQUISIZIONE e se conosciamo la sorte di altri personaggi illustri, vittime anch'esse di quella potente e diabolica macchina di terrore. Avvilito, stanco dei maltrattamenti e delle torture, Cagliostro confessa e, in ginocchio e col capo coperto, ascolta la sentenza emessa alla presenza di Sua Santità Pio VI.
La sua condanna a morte viene commutata nel carcere a vita ma lo scotto che deve pagare per questa concessione è umiliante, viene costretto infatti a percorrere un tratto di strada, in cui, con indosso un saio di tela grezza e in mano un cero, chiede pubblicamente perdono, alla mercé di un popolo sadico che lo deride e lo mortifica, mentre i suoi scritti e le insegne massoniche vengono gettate nel fuoco. 



Da Roma Cagliostro viene trasferito nella fortezza di San Leo....
...un'orrida costruzione a picco su un baratro, situata a nord della provincia di Pesaro e Urbino, nel cuore del Montefeltro, il 20 aprile del 1791. Momentaneamente sistemato in una squallida cella, viene infine collocato nel " pozzetto ", chiamato così perché sovrastato da una botola nel soffitto, munita di una vetrata dalla quale sorvegliare il prigioniero. Cosa accadde in quei pochi anni non è possibile sapere, ma è certo che il suo carattere indomito, nei momenti di lucidità, si manifestava con forti attacchi di furore, che gli costarono ulteriori maltrattamenti e che la sua "purificazione" si realizzò proprio in quel pozzo il quale, in qualsiasi epoca e tradizione, simboleggia metaforicamente la ricerca della Conoscenza e della Verità.

Nella notte tra il 25 e il 26 agosto del 1795 Cagliostro muore, una anno dopo Serafina, che aveva terminato i suoi giorni nel convento di Sant' Apollonia.
Di lui, in vita e in morte sono stati consumati fiumi di inchiostro; vere o false che siano le storie narrate, una è inconfutabile: nessuna prigione o violenza poté costringere al suo volere uno spirito ribelle e indipendente quale fu quello di Alessandro Cagliostro o, se preferite, di Giuseppe Balsamo.

PER FINIRE ...

Il Gran Cofto aveva, come sigillo emblematico del suo pensiero e della sua azione, un serpente ritto sulla coda, con una mela in bocca, trafitto da parte a parte da una freccia in modo da sembrare una S, mentre la freccia forma un I. Dunque il monogramma SI che sta per Superieur Inconnu (superiore sconosciuto). In tale sigillo, inoltre, si può vedere il numero 8, ritenuto il simbolo dell'equilibrio cosmico e ancora, la perfezione che precede la resurrezione. Numericamente, l'8 rappresenta l'infinito. Se il serpente di Cagliostro è da considerarsi un simbolo egiziano, esso è inteso a spiegare la sua professione di guaritore, poiché nell'antico Egitto il serpente era il dio della guarigione, secondo il principio che il veleno annulla il veleno ma anche presso i Greci troviamo due serpenti attorcigliati sul caduceo di Esculapio, dio della medicina; un serpente ancora compare sullo scudo di Athena e nel Partenone.

François Ribadaux Dumas dà un'altra versione, quella del serpente, simbolo del male…che morde la mela, ossia la scienza, ma viene punito per questo atto di tracotanza, con uno strale, da Dio, poiché solo Lui è il detentore della saggezza. Dunque la missione di Cagliostro, metaforicamente interpretata, è volta a punire il secolo XVIII, che si ritiene padrone delle scienze, del razionalismo e del materialismo.
I suoi maestri furono Simon Mago ed Ermete Trimegisto, samaritano e operatore di miracoli il primo, antichissimo sacerdote - Re dell'Egitto ( tre volte grandissimo ), fonte di ogni pensiero e sapere il secondo, al quale si attribuirono l'invenzione dell'alfabeto e della scrittura, le prime leggi sociali e un gran numero di scritti, conservati gelosamente dai sacerdoti egizi.
I libri di Trimegisto furono salvati dopo la presa di Costantinopoli (1453 ) e acquistati da Cosimo de' Medici, poi tradotti in latino da Marsilio Ficino.

Partendo da tali conoscenze, Cagliostro volse tutta la sua vita a combattere l'ignoranza, a debellare il male, le malattie, a raggiungere la verità assoluta e la perfezione. Valente alchimista, apprese la relativa scienza dagli Egiziani, arrivando a trasmutare i colori e addirittura la materia dei metalli. Secondo gli alchimisti tutte le cose della natura sono costituite fondamentalmente di una materia unica, che si manifesta differenziata e in diversi gradi di purezza. Fra esse l'oro è quello che rivela la perfezione suprema della natura. Poiché tutte contengono lo stesso principio, ogni materia, in teoria, può essere trasformata in oro. Per ottenere ciò, occorreva una sostanza sconosciuta che facesse da reagente, tale sostanza fu chiamata " pietra filosofale " o grande elisir. La pietra sciolta in acqua prendeva il nome di elisir di lunga vita, avendo, almeno secondo le credenze alchemiche, il potere di prolungare la vita indefinitamente e, mescolata ad altre sostanze, funzionava come una panacea, capace quindi di guarire ogni malanno. Balsami, unguenti, gocce, pillole, frutto di una sapiente mescolanza di erbe aromatiche e sostanze naturali, servivano inoltre a curare patologie più o meno gravi, niente magia perciò ma l'inizio della fitoterapia, oggi tanto decantata.

Di questi mezzi si avvalse Alessandro Cagliostro, i cui poteri non gli venivano solo dalla pratica e dagli studi ma anche dalla forza medianica insita in lui. A chi chiedeva spiegazione dei suoi prodigi, era solito rispondere: " In verbis, in erbis et in lapidibus." Era capace di leggere ogni tempo passato, presente e futuro; per arrivare alle predizioni o scrutare eventi di ogni epoca, si serviva di bambini al di sotto dei dieci anni, un " pupillo" se maschio, una "colomba" se femmina, prima opportunamente "iniziati" da lui con la forza delle mani, che imprimeva sul loro capo sugli occhi e sul petto. Essi venivano posti dietro un paravento e davanti ad una brocca di cristallo colma di acqua, in cui leggevano e vedevano fatti e persone, su richiesta del Maestro, che si trovava, in quel momento, al di là del paravento.

Perché Cagliostro sceglieva una creatura innocente e ingenua per i suoi riti? Ma proprio per la sua ignoranza di fronte al mondo e quindi, più garante della verità, senza creare sospetti, negli astanti, che ci fosse qualche ombra di artificio o mistificazione. Era sorprendente come, di volta in volta, ogni fanciullo o fanciulla riproducesse e raccontasse in maniera assolutamente reale, ciò che vedeva nel liquido cristallino. Molti scettici e increduli nei confronti di tali esperimenti, anche i più restii, dovettero ricredersi e arrendersi innanzi all'evidenza, e d'altra parte moltissime previsioni del Gran Cofto si avverarono; oltre a quelle già note riguardanti la rivoluzione francese, pronosticò la fine del papa che tanto si era accanito contro di lui, in capo ad un anno in effetti Pio VI fu spodestato da Napoleone e morì in esilio.

Ora, alla luce di tutti quei fatti, poteva Cagliostro rimanere indenne di fronte alla cattiveria e all'invidia dei suoi contemporanei? Certamente no, uno così incuteva paura, provocava disagio, sconvolgeva le menti, scombinava i disegni dei tradizionalisti e forse anche degli innovatori e quando un uomo suscita questi focolai è destinato ad essere cancellato dalla scena. Ciò, infine, che più desta stupore è che le persecuzioni e le mortificazioni rivoltegli, siano avvenute in un secolo che si proclamava " il secolo dei lumi " ma che, certamente trascinava ancora in sé i pregiudizi e le remore oscure delle epoche precedenti. Da chi allora, fu amato Cagliostro? Dal popolo, la classe più umile, quella che ottenne le guarigioni, i benefici, il denaro, la buona parola, il suo sorriso, il suo sguardo magnetico. La prova della sua immortalità? Egli continua a vivere nelle menti di chi ama la verità e proprio la Santa Inquisizione, contrariamente agli scopi che si era prefissa, accusandolo e torturandolo, innescò quel processo di riabilitazione e di rinascita trionfale, di fronte al mondo, dandogli lustro e arricchendolo di un alone di leggenda, come è accaduto per molti di quelli che essa perseguitò.

 Testo di Maria Pia Perrotta 

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