BIOGRAFIE E SCRITTI

DON STURZO
( IL "SINISTRO" PRETE )
Nel 1900 fonda Democrazia Cristiana - in seguito il Partito Popolare

Di Don Sturzo - nelle pagine che seguono - gli scritti:
( vere e proprie profezie - molto attuali )
* "Statalismo" del 19 gennaio 1947
* "Maggioranza e opposizione" del 7 aprile 1951
* "sul "Liberismo" del 6 ottobre 1951
* sul "Sinistrismo economico" del 27 marzo 1955
* sul "Mezzogiorno e industrializzazione" del 19 dicembre 1954
* "Libertà e autolimitazione" del 9 agosto 1955

* "Fiscalismo, statalismo, pauperismo" del 9 aprile 1959


Più che semplici interventi quelle di Don Sturzo sono delle "profezie" di ciò - dopo che il "rompiscatole" era sceso nella tomba- accadrà in seguito in Italia, con le allegre "Partecipazioni Statali", e gli allegri "aiuti" con soldi pubblici anche alle grandi industrie private. Un assistenzialismo che dagli anni Settanta in poi creeranno lo spaventoso "buco nero" del debito pubblico, che non riusciranno a eliminare i figli e neppure i nipoti di quella irresponsabile generazione.
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Per Mussolini, Don Sturzo, era un "sinistro prete", un pericoloso concorrente, da esiliare.
Per la DC del dopoguerra un "rompiscatole" un "catto-comunista", da isolare per poter aprire - con la partitocrazia- quella strada dello statalismo endemico, figlio dell'assenza di un concreto ricambio di potere.
Del resto, già nel '52, Pio XII dopo il suo "geddiano successo" del '48, osservava: "l’Azione Cattolica, per la quale sono stati fatti tanti sacrifici, non è più nostra"
La nuova DC, dopo essersi appoggiata all'Azione Cattolica in breve tempo era diventata - all'ombra di una croce sul suo scudo-simbolo - il "campo dei miracoli" degli improvvisati "rampanti" politici scesi a Roma, spesso dalle piccole province "bianche", clientelari, feudi elettorali usati dentro il partito come arieti. Cosa poteva fare Don Sturzo? Se nel '23 Mussolini lo aveva emarginato perchè lo temeva, nel '45 dopo il suo rientro lo avevano preso per matto, un "rompiscatole", un catto-comunista".
Persino La Pira giunse a dire che "tornando dall'esilio, Don Sturzo era rincretinito", solo perchè il prete ribelle - nel tentativo di creare in Italia una società cristiana e socialista, seguitò a fare nei suoi ultimi anni una durissima critica allo statalismo, al demagogico populismo, a bacchettare i politici in cerca del potere per il potere.

Queste critiche sono, a distanza di anni, pagine di una grande modernità, o meglio delle profezie. E Don Sturzo non aveva ancora visto (morì nel '59) l'"allegro" Stato imprenditore (delle partecipazioni), quello assistenziale (degli industriali però, pubblici e privati), quello Stato che andrà a creare lo spaventoso "buco nero" del debito pubblico; senza moralità, senza trasparenza, senza responsabilità personale. In una sola generazione ha sperperato denari che forse non riusciranno a pagare nemmeno le prossime quattro generazioni di Italiani.

Don Sturzo insomma, aveva ragione !!! E con lui anche Dossetti (altro accusato di essere un "prete bolscevico") pure lui se non proprio emarginato, auto-emarginatosi perchè sdegnato: famosa la sua frase a un latifondista che si lamentava degli scioperi; "... ma chi spinge i braccianti a scioperare? I comunisti, o voi altri, col vostro sporco egoismo, col vostro desiderio di fare sempre più soldi sulla pelle degli altri?"

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Chi era Don LUIGI STURZO


Non era un figlio di proletari, ma da
famiglia baronale nasce a Caltagirone nel 1871
1894 Viene ordinato sacerdote
1896 Si laurea in teologia all'Università Gregoriana di Roma. 
Nello stesso anno con le tendenze che ci sono in atto in molti movimenti cattolici orientati sul sociale nel creare delle organizzazioni di assistenza, lui figlio di un barone (!!), fonda a Caltagirone una cassa rurale e una mutua coperativa (una novità allora, fastidiosa per i liberal conservatori)
1897 Fonda e fa uscire il primo numero del giornale "La croce di Costantino"; che diventa il foglio e il portavoce della sua ideologia sociale e politica. Si batte per le autonomie locali e per i ceti contadini, divenendo un protagonista del primo movimento cattolico; ha infatti fondato il 3 settembre 1900 la Democrazia Cristiana con ROMOLO MURRI (vedi più avanti); ma pochi anni dopo (vedi più avanti) è lui a fondare un nuovo partito cattolico: il "Partito Popolare".

(Ricordiamo che Don Sturzo è un combattivo, non si fa scudo di una comoda croce, e nel fondare il suo partito disse "E' superfluo dire perchè NON ci siamo chiamati "partito cattolico": i due termini sono antitetici; il cattolicesimo è religione, è universalità; il partito è politica, è divisione. Fin dall'inizio abbiamo escluso che la nostra insegna politica fosse la religione, e abbiamo voluto chiaramente metterci sul terreno specifico di un partito, che ha per oggetto diretto la vita pubblica della nazione".)

Si dedica alle battaglie amministrative con la carica di pro-sindaco della città natale e diventa anche vicepresidente dell’Associazione dei comuni d’Italia (1912).

 1913 - Critica sempre dal suo foglio il sostegno dato dai cattolici allo Stato liberale alle elezioni politiche del 26 ottobre (le prime a suffragio universale, con il "non expedit" sospeso che ha fatto entrare in Parlamento 20 deputati cattolici. Ma alcuni liberali sono stati eletti con il loro voto, in base al famoso "Patto Gentiloni", al solo scopo di contrastare un'avanzata delle sinistre, e con un programma che conteneva un vago accenno ai "principi di giustizia nei rapporti sociali").

Frattanto, dopo lo scioglimento nel 1904 dell'Opera dei Congressi (la maggiore organizzazione sociale cattolica) e la scomunica contro il modernismo (*) (corrente che tendeva a conciliare i dogmi cattolici con la filosofia e la scienza moderna) avevano infranto la corrente democratica ispirata al pensiero e all'opera di
ROMOLO MURRI (vedi l'intera opera qui > > (1870-1944) e di GIUSEPPE TONIOLo (vedi l'intera opera qui > > (1845-1918), sicchè il reingresso dei cattolici nella vita politica dello Stato italiano dopo le elezioni, avvenne da posizioni piuttosto moderate e confessionali (diciamo timorate dalle alte gerarchie).

(*) Con il decreto Lamentabili, che condannava 65 posizioni chiave del movimento modernista e con l'enciclica Pascendi dominici regis ("sugli errori del modernismo") di Papa PIO X, entrambi del 1907, il modernismo fu condannato in blocco e definito "compendio di tutte le eresie", senza alcuna attenzione alle differenziazioni interne, che pur erano emerse. Si aggiunse poi nel 1910 il "giuramento anti-modernismo"; imposto a tutti i sacerdoti.  Nonostante ciò, essi venivano ormai affermandosi come una forza di massa fortemente radicata nella società civile, svolgendo una funzione di opposizione al liberismo di governo e di controllo sociale contro il socialismo, entrando in esplicita competizione con quest'ultimo per l'egemonia sulle classi subalterne.

1915 - Morto l'anno prima Pio X e con sul soglio Benedetto XV, Don Sturzo viene nominato segretario dell'Azione Cattolica.
1918-19 - Partecipa alla fondazione del Partito Popolare Italiano e ne assume la segreteria nazionale, carica che coprirà fino al 1923.

NEL FONDARLO LANCIA L'APPELLO "A TUTTI GLI UOMINI LIBERI E FORTI",
E TRACCIA LA COSTITUZIONE, FINALITA' E FUNZIONAMENTO DEL PARTITO,
TOCCANDO NEL PROGRAMMA I VARI TEMI, SOCIALI, DI POLITICA INTERNA ED ESTERA.

SE LO LEGGIAMO, CAPIREMO MEGLIO IL SUO PENSIERO
(VEDI IL TESTO PIU' AVANTI)

Sulla linea del partito, aconfessionale, Don Sturzo afferma la necessità di non caratterizzare la nuova formazione politica in base alla scelta religiosa dei suoi aderenti, e (inizialmente) prevale sulla mozione di Padre Gemelli (direttore della rivista "Vita e pensiero") secondo il quale "il partito deve dichiarare esplicitamente l'impostazione cristiana del suo programma, pur confermando la scelta dell'autonomia dall'autorità ecclesiastica".

Nei due anni che seguono, assistiamo: ai fermenti del "biennio rosso", contrapponendosi ai socialisti nasce il Fascismo, Mussolini prende il potere, e forma un governo anche con l'aiuto dei Popolari ma con una corrente (proprio quella di Don Sturzo) insofferente al fascismo.

1923 - 12 APRILE - Al Congresso di Torino del Partito Popolare, Don Sturzo fa prevalere la tesi antifascista e l'uscita dei ministri cattolici dal governo Mussolini.
Ma commette un grosso errore cadendo nel tranello che gli ha teso Mussolini. Don Sturzo non gradisce l'appoggio dato al governo fascista da una propria corrente interna di destra, e pur ammettendo che "questo governo può portare del bene alla patria" rifiuta una seria convergenza con Mussolini. Alla fine nelle due correnti si é d'accordo di agire con un'ambigua tattica di collaborazione non condizionata (formula "né opposizione, né collaborazione"). Ma l'intesa  dura poco, una settimana. Alcuni vogliono uscire dal governo e fare opposizione, mentre altri (la corrente di destra) intende rimanerci e collaborare.  La doppiezza del Congresso non sfugge a Mussolini.

17 APRILE - Mussolini convoca i rappresentanti, i ministri e i sottosegretari del PPI. Appoggiato da questa piccola corrente di cattolici di destra, non si lascia sfuggire l'occasione: fa partire subito una campagna feroce e sprezzante (e qualche spedizione punitiva in alcune sedi dei popolari che chiama "traditori") contro DON STURZO, che il 10 luglio sarà costretto a fornire chiarimenti, che Mussolini ora esige "chiari, precisi, inequivocabili" dopo le ambigue dichiarazioni fatte a Torino; inoltre alcuni segnali a favore gli arrivano dai cattolici di destra. Mussolini invita i Popolari, e il segretario Don Sturzo, a chiarire o a dimettersi.
Mussolini ha già deciso, ma la scena la vuole ufficiale. Don Sturzo è ormai costretto ad abbandonare il governo. Poi, attaccato dalla corrente di destra e dagli ambienti ecclesiasistici conservatori, è anche costretto a dare le dimissioni da segretario del Partito Popolare, ormai all'interno lacerato.
 
23 APRILE - Il partito Popolare lascia il governo, ma non tutti sono d'accordo.
La protesta di Don Sturzo nasce fondamentalmente dal non voler dare il suo appoggio alla riforma elettorale presentata da Acerbo che prevede il sistema maggioritario contro quello ostinatamente sostenuto dal segretario del PPI: proporzionale.
 
24 APRILE - Il PPI  si è spaccato in due, e la sua componente di destra dà vita al Partito Nazionale Popolare, guidato da Egilberto Martire che il giorno stesso s'incontra con Mussolini.

19 MAGGIO - Mussolini incontra anche Alcide De Gasperi, e il trentino (tanto odiato da M. quand'era a Trento) non oppone rifiuto a priori ai progetti mussoliniani di riforma elettorale. E' il colpo di grazia che mette alle corde e isola del tutto Don Sturzo.

 3 LUGLIO - Il gruppo dei Cattolici Nazionali, dopo oltre un mese di discussioni, fanno anche di più: il 3 luglio firmano un manifesto dove offrono il pieno consenso al governo Mussolini e al suo progetto di riforma elettorale.
 Mussolini sempre abile ha condotto prima all'inizio una delicata operazione chirurgica, e alla fine (chiedendo le dimissioni di Don Sturzo) ha proposto ai popolari dissidenti il taglio netto con il "sinistro prete"; ha del resto dalla sua parte una corrente, anche se piccola, che si è espressa chiaramente a suo favore e lui ora può affermare che Don Sturzo era l'uomo sbagliato dentro un partito di "cattolici che invece desiderano il bene dello Stato".
 

Gli elettori delle due correnti cattoliche s'interrogano, molti non ci capiscono più nulla, la massa si sente (per tradizione o per fede conclamata) cattolica e basta e non comprende del tutto chi è fascista e chi popolare. Ma era quello che voleva Mussolini, e ora ha il piccolo gruppo che l'appoggia e lo usa come un ariete, vuole insomma dare l'impressione che tutti i cattolici d'Italia, ovviamente i "migliori", sono con lui.
E per far questo, lui consumato giornalista, usa la propaganda. Dà l'impressione che tutti i cattolici si sono schierati al suo fianco, convincendo così, i titubanti, gli scettici, gli agnostici. (Ma anche le gerarchie Vaticane. Infatti fin dal prossimo anno Mussolini inizia -anche se ancora segreti- rapporti con la Santa Sede per giungere a una conciliazione, e a sua volta la Chiesa non ha mancato occasioni per pronunciarsi (anche se intercalato da qualche contrasto, ma non di Mussolini) in modo distensivo.

24 AGOSTO - Nel quadro di una lunga serie di atti di violenza e di devastazione contro le sedi dei cattolici donsturziani che si oppongono alla legge Acerbo, si inserisce l'episodio dell'uccisione di DON GIOVANNI MINZONI, ad Argenta nel Ferrarese. Molta indignazione a parole, ma il corso degli eventi non muta.

Il 14 NOVEMBRE, anche il Senato approva la legge Acerbo con 165 voti favorevoi e 41 voti contrari.

1924 - 25-26 GENNAIO - Si sciolgono le Camere per le elezioni del 6 aprile. Esce il manifesto elettorale del PPI (nei scorsi mesi, piuttosto calmo, ma ormai lacerato)  che riprende le tradizionali linee programmatiche del partito, ma accentua i toni antifascisti, abbandonando l'atteggiamento in precedenza tenuto nei confronti del governo di Mussolini ed espressso con la formula "né opposizione, né collaborazione".

Il 6 APRILE, in un clima di violenze (Matteotti dirà poi anche in un clima di brogli e palese illegalità) si svolgono le elezioni con la "Legge Acerbo". Molti cattolici confluiscono nel famoso "listone". I Popolari da 100 seggi scendono a 39.
Osteggiato dal fascismo, invitato a "mollare", "per non creare imbarazzi" a Roma, Don Sturzo emigra a Londra e quindi a New York dove si stabilisce, fino al suo rientro in Italia dopo la guerra.

Il  30 dello stesso mese Matteotti denuncia i brogli. Il 10 luglio scompare. Il 16 agosto è rinvenuto il suo cadavere. Nel frattempo già dal 27 di maggio l'opposizione  non partecipa più ai lavori della Camera, dando vita all"Aventino". (vedi l'anno in questione). Per l'intero secondo semestre del '24, per il "Delitto Matteotti", il fascismo entra in una profonda crisi, nel Paese ma anche nelle file del partito medesimo. Il 3 gennaio del 1925, Mussolini in un famoso discorso si assume la "responsabilità morale, politica e storica" di quel delitto; e da quella situazione piuttosto critica ne esce invece rafforzato. Alcuni cattolici aventiniani abbandonano l'ostruzionismo. Poi con i successivi Patti Lateranensi (11 febbraio 1929) tutto il mondo cattolico darà il suo consenso al fascismo, indicando perfino Mussolini come "l'uomo della Provvidenza".
Al plebiscito di pochi giorni dopo (24 marzo 1929) Mussolini farà il pieno di voti: diritto al voto 9.460.737, votanti 8.661.820, SI a Mussolini, 8.517.808. Dunque cattolici compresi, salvo pensare che erano solo 135.773 i cattolici in Italia (che erano appunto i voti del NO al fascismo)


1925  28 GIUGNO - Si apre a Roma l'ultimo congresso dello striminzito PPI, con Don Sturzo dall'esilio che manda un messaggio. Per alcuni ormai incomprensibile e poco realista. L'Italia ha ormai o brutalmente o consenziente, voltato pagina, i programmi liberali tutti nel cestino, quelli della sinistra ridicolizzati.
Don Sturzo spera ancora in qualche segno della Provvidenza, ma questa non solo non si muove, ma ha già scelto un altro uomo.


Gaetano Salvemini, laico e rigoroso intransigente, strinse amicizia con Don Sturzo, e nelle sue memorie, di lui scrisse "Don Sturzo non è clericale. Ha fede nel metodo della libertà per tutti e per sempre. E' convinto che, attraverso il metodo della libertà, la sua fede prevarrà sull'errore delle altre opionioni per forza propria, senza imposizioni più o meno oblique".

Questo perchè Don Sturzo aveva nella sostanza del suo pensiero due componenti fondamentali e interdipendenti. Una era la superiorità dello spirituale sul temporale. L'altra riteneva che la Chiesa come istituzione dovesse tenersi libera e distante dalle questioni politiche.  Per lui era la Provvidenza divina a intervenire e a regolare le cose del mondo.
(Ma la Provvidenza gli fece un brutto scherzo, e nel '29, nel giorno della Madonna di Fatima, inviò sulla terra "l'uomo della provvidenza" per risolvere l'antica questione della riconciliazione Stato-Chiesa, cosa che non era riuscita a nessuno da quel famoso 20 settembre 1871).

Quello che è avvenuto dopo, lo sappiamo dalle altre pagine di "storiologia": affermazione del Fascismo, il Regime, la conquista dell'Impero che mandò in deliquio gli italiani compresi gli antichi avversari, poi dolori e sangue con il risveglio brutale della realtà della guerra, con gli italiani prima a morire all'estero, poi nella stessa penisola, e in alcuni casi dall'8 settembre 1943 al 25 aprile 1945, a scannarsi perfino sul proprio pianerottolo di casa.

1945 - Finita la guerra Don Sturzo rientra in Italia, riprendendo la vita politica attiva.
Ma ha mutato radicalmente l'indirizzo. Fin dal periodo della
Rerum Novarun di Leone XIII. (Sturzo allora aveva 20 anni), e dei primi movimenti cattolici che cercavano di armonizzare gli opposti interessi delle classi sociali, il giovane prete aveva sviluppato una sua particolare critica e condanna del capitalismo di sfruttamento; reclamava una politica sociale aperta ai ceti meno abbienti. Cioè tutto un complesso di posizioni ideologiche, politiche ed economiche, ben preciso. Una chiara visione interclassista, che però mise in allarme i cattolici conservatori, ritenendola infarcita di marxismo - Questa corrente, nel secondo dopoguerra, spregiativamente verrà chiamata "catto-comunista" e Don Sturzo il "bolscevico bianco".

Invece Don Sturzo, si scagliò violentemente non solo contro i partiti di sinistra, ma contro le stesse rivendicazioni dei lavoratori; ostile a ogni intervento pubblico e statale, nel campo economico, e quindi irritato della svolta conservatrice della nuova Democrazia Cristiana. In questa Don Sturzo - proprio lui fra i fondatori con De Gasperi - si mantenne indipendente ma non gli risparmiò feroci critiche. Ora era più a destra che a sinistra. Ed infatti nel...

1952 -  Pio XII, molto preoccupato dagli eventi non più uguali a quelli del '48 (con GEDDA, allora artefice della vittoria del '48 con i famosi Comitati Civici), cercò proprio Don Sturzo. Il Papa avrebbe voluto la costituzione di un’unica lista per le elezioni comunali romane, e sollecitò di tentare la formazione di un blocco di centro-destra, incaricando proprio Don Sturzo di condurre l’operazione.
 
Ma Papa Pio XII e Gedda, che nel frattempo era diventato Presidente generale dell’ACI, dovettero subire il rifiuto di tutti i Presidenti dei rami dell’ACI, e cioè 
Gli dissero NO, Carretto (Giac), Badaloni (Maestri Cattolici), Miceli (Gioventù Femminile) e Carmela Rossi (Donne Cattoliche), come pure la Fuci e i Laureati Cattolici; e questo perché l’operazione Sturzo coinvolgeva l’elettorato di destra. Soltanto Maltarello, presidente degli Uomini di Ac, si dichiarò favorevole".

A questo punto merita un certo rilievo la 47a udienza concessa nuovamente a Gedda, avvenuta il 17 giugno 1952, dopo il totale fallimento di questa "Operazione Sturzo". E  così scrive... 
LUIGI GEDDA nelle sue memorie...; "Gli chiedo (al Papa) se dobbiamo continuare ad appoggiare la Dc con i Comitati Civici ed Egli approva questo orientamento, ma consiglia di non attaccare le destre perché non diventino a loro volta anticlericali"
Gedda trova però il Papa "molto triste" e, osserva che "l’Azione Cattolica collabora non con la Chiesa ma con la Democrazia Cristiana", e gli parla di "amare scoperte", arrivando ad affermare che "l’Azione Cattolica, per la quale sono stati fatti tanti sacrifici, non è più nostra".

Infatti in questo periodo (dopo soli tre mesi) matura pure il "ribaltamento" del pensiero di Carlo Carretto (Giac) che il 17 ottobre 1952 rassegna le dimissioni — una trasformazione che si deve soprattutto "....all’influenza degli uomini della Democrazia Cristiana che lavoravano per un’intesa con i comunisti, e in particolare (ma senza ascoltarlo troppo) con GIUSEPPE DOSSETTI.


(la DC dal '47 giunta al '52, ormai esprimeva due anime De Gasperi e Dossetti (Quella del partito di governo e quella degli ideali)- Ma la stessa prima anima si era già espressa nel 1923, nel Partito Popolare, mettendo alle corde Don Sturzo una prima volta, e la seconda volta dopo il suo rientro in Italia. Di conseguenza bisognava nel '52, mettere alle corde anche Dossetti) 

 A Carretto succede Mario Rossi, che "[...] portò nella Giac la tendenza a considerare la politica estranea alla disciplina ecclesiale dell’Azione Cattolica, conferendole invece un’impronta di tipo marxista conforme al socialismo sopravvissuto al fascismo nel suo Polesine"; ma anche lui, nel giro di due anni, viene costretto alle dimissioni con quasi tutti i dirigenti centrali della GIAC.

1953 - Di Don Sturzo non si sente più parlare, anche se viene nominato senatore a vita.
1959 - Don Sturzo muore  a Roma l'8 agosto, all'età di 88 anni. Un percorso lunghissimo, visto che era nato nell'anno della fine del potere temporale della Chiesa.
Ma anche Dossetti abbandona la politica attiva, deluso dai politici "mestieranti", che deludevano la "povera gente". Turbolenti i rapporti con De Gasperi, accusato di far politica di "basso profilo" a scapito di una politica con grandi slanci morali.
Poi per non indebilire il leader democristiano e favorire, così la destra di Gedda, si ritirò dalla politica, si chiuse in un convento e prese i voti. La Dc dopo essersi liberata di Don Sturzo, ha messo la museruola anche a Dossetti.


Anche Dossetti lo accusarono di marxismo, perchè era affascinato dal modello del PCI nelle "regioni rosse", più sensibile ai problemi sociali.

E qui ci viene in mente il cardinale Manning in Inghilterra (vedi Leone XIII e la sua "Rerum Novarum" ) che occupandosi dei problemi sociali fu accusato dalla chiesa e dagli industriali di fare del socialismo; ma ai suoi nemici lui rispondeva sempre dicendo "No signori, io faccio del Cristianesimo!"

GIUSEPPE DOSSETTI, un grande personaggio! E' morto il 14 dicembre del 1996, quindi ha visto la nascita e la morte ingloriosa della Democrazia Cristiana, e con essa molti altri partiti che con la DC era connivente.
Dossetti, come Don Sturzo, aveva capito molto! E dicevano quello che si dice oggi -anni 2000- quando qualche saggio poco ascoltato, mette
in guardia contro i pericoli di un neo-liberismo sfrenato, sfruttatore e corrotto, che si è sostituito (in modo più elegante e furbesco - leggi finanziarie ombra, monopolisti senza nome ecc. ecc.) ai tanti regimi dittatoriali comunisti morti di consunzione naturale nell'Europa dell'Est. Un neo-liberismo che si dedica a creare un solo "valore": il valore dei soldi e delle "patacche" che spesso hanno più valore di chi le possiede; anzi costoro (corrotti e corruttori) spesso hanno un prezzo più basso delle stesse "patacche".
A Dossetti non gli perdonarono una frase irriguardosa rivolta a un proprietario che si lamentava degli scioperi dei braccianti: "ma chi spinge i braccianti a scioperare? I comunisti, o voi altri, col vostro sporco egoismo, col vostro desiderio di fare sempre più soldi sulla pelle degli altri?"

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Don Sturzo e Dossetti dicevano allora che quei politici improvvisati e rampanti erano dei "mestieranti", oggi è peggio: alcuni sono diventati solo "cose", appunto "patacche"; ma purtroppo anche pericolosi per la loro carica eversiva, che spesso giustificano in nome della volontà popolare (e che altrettanto spesso con uno spot la invitano di "andare al mare", per poi così agire nell'ombra, indisturbati. Poi in seguito verrà di peggio. A pagare come sempre gli Italiani.
Inutile qui farne la storia. Sono fatti che noi tutti stiamo vivendo.


RITORNIAMO A DON STURZO

18 gennaio 1919


L'APPELLO AL PAESE DI DON STURZO
LA FONDAZIONE DEL PARTITO POPOLARE
IL PROGRAMMA, LE FINALITA'

"APPELLO
A TUTTI GLI UOMINI LIBERI E FORTI"


(nello stesso giorno (18 gennaio 1919) che si apriva a Parigi la conferenza per la Pace, Don Sturzo, a Roma, da una camera d'albergo dell'albergo santa Chiara, lanciava questo appello al Paese e tracciava il programma del suo nuovo Partito Popolare; poi nel successivo Congresso di Bologna del 14-16 giugno, illustrava la Costituzione e le finalità del nuovo Partito.



APPELLO AL PAESE

18 gennaio 1919

"A tutti gli uomini liberi e forti, che in questa grave ora sentono alto il dovere di cooperare ai fini supremi della patria, senza pregiudizi né preconcetti, facciamo appello perché uniti insieme propugnino nella loro interezza gli ideali di giustizia e di libertà. E mentre i rappresentanti delle nazioni vincitrici si riuniscono per preparare le basi di una pace giusta e durevole, i partiti politici di ogni Paese debbono contribuire a rafforzare quelle tendenze e quei princìpi che varranno ad allontanare ogni pericolo di nuove guerre, a dare un assetto stabile alle nazioni, ad attuare gli ideali di giustizia sociale e migliorare le condizioni generali del lavoro, a sviluppare le energie spirituali e materiali di tutti i Paesi uniti nel vincolo solenne della "Società delle Nazioni".

E come non è giusto compromettere i vantaggi della vittoria conquistata con immensi sacrifici fatti per la difesa dei diritti dei popoli e per le più elevate idealità civili, così è imprescindibile dovere di sane democrazie e di governi popolari trovare il reale equilibrio dei diritti nazionali con i supremi interessi internazionali e le perenni ragioni del pacifico progresso della società.
Perciò sosteniamo il programma politico, morale patrimonio delle genti cristiane, ricordato prima da parola augusta e oggi propugnato da Wilson come elemento fondamentale del futuro assetto mondiale, e rigettiamo gli imperialismi che creano i popoli dominatori e maturano le violente riscosse; perciò domandiamo che la società delle nazioni riconosca le giuste aspirazioni nazionali, affretti l'avvento dei disarmo universale, abolisca il segreto dei trattati, attui la libertà dei mari, propugni nei rapporti internazionali la legislazione sociale, la uguaglianza del lavoro, le libertà religiose contro ogni oppressione di setta, abbia la forza della sanzione e dei mezzi per la tutela dei diritti dei popoli deboli contro le tendenze sopraffattrici dei forti.

Al migliore avvenire della nostra Italia - sicura nei suoi confini e nei mari che la circondano - che per virtù dei suoi figli nei sacrifici della guerra ha con la vittoria compiuta la sua unità e rinsaldata la coscienza nazionale, dedichiamo ogni nostra attività con fervore d'entusiasmi e con fermezza di illuminati propositi.
A uno Stato accentratore tendente a limitare e regolare ogni potere organico e ogni attività civica e individuale, vogliamo sul terreno costituzionale sostituire uno Stato veramente popolare, che riconosca i limiti della sua attività, che rispetti i nuclei e gli organismi naturali - la famiglia, le classi, i Comuni - che rispetti la personalità individuale e incoraggi le iniziative private. E perché lo Stato sia la più sincera espressione del volere popolare, domandiamo la riforma dell'istituto parlamentare sulla base della rappresentanza proporzionale, non escluso il voto alle donne, e il Senato elettivo, come rappresentanza direttiva degli organismi nazionali, accademici, amministrativi e sindacali, vogliamo la riforma della burocrazia e degli ordinamenti giudiziari e la semplificazione della legislazione, invochiamo il riconoscimento giuridico delle classi, l'autonomia comunale, la riforma degli enti provinciali e il più largo decentramento nelle unità regionali.

Ma sarebbero vane queste riforme senza il contenuto se non reclamassimo, come anima della nuova società, il vero senso di libertà rispondente alla maturità civile dei nostro popolo e al più alto sviluppo delle sue energie: libertà religiosa non solo agl'individui ma anche alla Chiesa, per la esplicazione della sua missione spirituale nel mondo, libertà di insegnamento senza monopoli statali; libertà alle organizzazioni di classe, senza preferenze e privilegi di parte; libertà comunale e locale secondo le gloriose tradizioni italiche.
Questo ideale di libertà non tende a disorganizzare lo Stato ma è essenzialmente organico nel rinnovamento delle energie e delle attività che debbono trovare al centro la coordinazione, la valorizzazione, la difesa e lo sviluppo progressivo. Energie che debbono comporsi a nuclei vitali che potranno fermare o modificare le correnti disgregatrici, le agitazioni promosse a nome di una sistematica lotta di classe e della rivoluzione anarchica, e attingere dall'anima popolare gli elementi di conservazione e di progresso, dando valore all'autorità come forza ed esponente insieme della sovranità popolare e della collaborazione sociale.

Le necessarie e urgenti riforme nel campo della previdenza e della assistenza sociale nella legislazione del lavoro, nella formazione e tutela della piccola proprietà devono tendere alla elevazione delle classi lavoratrici mentre l'incremento delle forze economiche del Paese, l'aumento della produzione, la salda ed equa sistemazione dei regimi doganali, la riforma tributaria, lo sviluppo della marina mercantile, la soluzione del problema del mezzogiorno, la colonizzazione interna del latifondo, la riorganizzazione scolastica e la lotta contro l'analfabetismo varranno a far superare la crisi del dopoguerra e a tesoreggiare i frutti legittimi e auspicati della vittoria.

Ci presentiamo nella vita politica con la nostra bandiera morale e sociale, ispirandoci ai saldi princìpi del cristianesimo che consacrò la grande missione civilizzatrice dell'Italia; missione che anche oggi, nel nuovo assetto dei popoli, deve rifulgere di fronte ai tentativi di nuovi imperialismi, di fronte a sconvolgimenti anarchici di grandi imperi caduti, di fronte a democrazie socialiste che tentano la materializzazione di ogni idealità, di fronte a vecchi liberalismi settari che nella forza dell'organismo statale centralizzato resistano alle nuove correnti affrancatrici.

A tutti gli uomini moralmente liberi e socialmente evoluti, a quanti nell'amore della patria sanno congiungere il giusto senso dei diritti e degli interessi nazionali con un sano internazionalismo, a quanti apprezzano e rispettano le virtù morali del nostro popolo, a nome del Partito popolare italiano facciamo appello e domandiamo l'adesione al nostro programma.

Roma, 18 gennaio 1919
La Commissione Provvisoria: on. avv. Giovanni Bertini, avv. Giovanni Bertone, Stefano Cavazzoni, conte Giovanni Grosoli, on. dr. Giovanni Longinotti, on. avv. Angelo Mauri, avv. Umberto Merlin, on. avv. Giulio Rodinò, conte avv. Carlo Santucci, prof. don Luigi Sturzo, segretario politico

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PROGRAMMA DEL PARTITO POPOLARE ITALIANO

I. Integrità della famiglia. Difesa di essa contro tutte le forme di dissoluzione e di corrompimento. Tutela della moralità pubblica, assistenza e protezione dell'infanzia, ricerca della paternità.

II. Libertà di insegnamento in ogni grado. Riforma e cultura, diffusione dell'istruzione professionale.

III. Riconoscimento giuridico e libertà dell'organizzazione di classe nell'unità sindacale, rappresentanza di classe senza esclusione di parte negli organi pubblici del lavoro presso il Comune, la Provincia, lo Stato.

IV Legislazione sociale nazionale e internazionale che garantisca il pieno diritto al lavoro e ne regoli la durata, la mercede e l'igiene. Sviluppo del probivirato e dell'arbitrato per i conflitti anche collettivi del lavoro industriale e agricolo.
Sviluppo della cooperazione. Assicurazioni per la malattia, per la vecchiaia e invalidità e per la disoccupazione. Incremento e difesa della piccola proprietà rurale e costituzionale del bene di famiglia.

V. Organizzazione di tutte le capacità produttive della nazione con l'utilizzazione delle forze idroelettriche e minerarie, con l'industrializzazione dei servizi generali e locali. Sviluppo dell'agricoltura, colonizzazione interna del latifondo a coltura estensiva. Regolamento dei corsi d'acqua. Bonifiche e sistemazione dei bacini montani. Viabilità agraria. Incremento della marina mercantile. Risoluzione nazionale del problema del mezzogiorno e di quello delle terre riconquistate e delle province redente.

VI. Libertà e autonomia degli enti pubblici locali. Riconoscimento delle funzioni proprie del Comune, della Provincia e della Regione in relazione alle tradizioni della nazione e alle necessità di sviluppo della vita locale. Riforma della burocrazia. Largo decentramento amministrativo ottenuto anche a mezzo della collaborazione degli organismi industriali, agricoli e commerciali del capitale e del lavoro.

VII. Riorganizzazione della beneficenza e dell'assistenza pubblica verso forme di previdenza sociale. Rispetto della libertà delle iniziative e delle istituzioni private e di beneficenza e assistenza. Provvedimenti generali per intensificare la lotta contro la tubercolosi e la malaria. Sviluppo e miglioramento dell'assistenza alle famiglie colpite dalla guerra, orfani, vedove e mutilati.

VIII. Libertà e indipendenza della Chiesa nella piena esplicazione del suo magistero spirituale. Libertà e rispetto della coscienza cristiana considerata come fondamento e presidio della vita della nazione, delle libertà popolari e delle ascendenti conquiste della civiltà nel mondo.

IX. Riforma tributaria generale e locale, sulla base della imposta progressiva globale con l'esenzione delle quote minime.

X. Riforma elettorale politica con il collegio plurinominale a larga base con rappresentanza proporzionale. Voto femminile. Senato elettivo con prevalente rappresentanza dei corpi della nazione (corpi accademici, Comune, Provincia, classi organizzate).

XI. Difesa nazionale. Tutela e messa in valore della emigrazione italiana. Sfere di influenza per lo sviluppo commerciale del Paese. Politica coloniale in rapporto agli interessi della nazione e ispirata a un programma di progressivo incivilimento.

XII. Società delle nazioni con i corollari derivanti da una organizzazione giuridica della vita internazionale: arbitrato, abolizione dei trattati segreti e della coscrizione obbligatoria, disarmo universale.

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PREMESSA
* Ricordiamo qui, che a Parigi il 28 aprile si è costituita la Società delle Nazioni.
* Il 6 giugno Mussolini ha esposto il programma dei Fasci di combattimento, accusando non solo Wilson (come ha già fatto Salvemini) di applicare i principi della pace democratica solo in funzione antitaliana, ma accusa anche i socialisti di avere un atteggiamento pacifista in politica estera e di propagandare idee dissolutrici della disciplina sociale all'interno.
* Il 10 giugno infine, nasce la "questione di Fiume"; nelle spartizioni la città è negata all'Italia.
* Il 5-8 ottobre si svolge a Bologna il XVI congresso nazionale del PSI. Prevalgono i massimalisti, in vista della presa del potere da parte del proletariato, in contrasto con la linea riformista. I socialisti camminano verso la spaccatura di Livorno del gennaio 1921, con una corrente che darà vita al Partito Comunista Italiano.


COSTITUZIONE,
FINALITA' E FUNZIONAMENTO DEL PARTITO POPOLARE ITALIANO
(Discorso di Don Sturzo al Primo Congresso dei Popolari a Bologna - 14-16 giugno 1919)

"Il Partito popolare italiano si presenta in congresso nazionale dopo quasi cinque mesi di vita come un partito maturo delle sue sorti e sicuro del suo avvenire. Mai come oggi ci siamo sentiti uniti e forti in una idea madre, che tutte le altre contiene in sé e di sé valorizza: l'idea di potere liberamente, con le nostre forze e con la nostra responsabilità, partecipare alla vita della nazione, per darvi un impulso nuovo, per cooperare, in un'ora supremamente difficile, alla salvezza della nostra Italia da oppressioni interne e straniere, per sventolare quella bandiera di libertà e di giustizia, che agli altri partiti non è dato poter fare, per intima contraddizione programmatica e pratica, ma che noi possiamo, nella più pura concezione della vita, anche pubblica, ispirata ai supremi princìpi del Vangelo.

Così nacque, nelle trepide discussioni del dicembre scorso, il nostro partito; e così fu segnato nei punti programmatici e nell'appello del gennaio (vedi sopra - Ndr.) quando pochi iniziatori, interpreti del pensiero di una corrente irrefrenabile, si fecero da soli, sicuri dell'esito, promotori del nuovo partito.
Voi che oggi siete qui convenuti a Bologna, rappresentate il vasto, cordiale, fiducioso consenso, che da un capo all'altro del nostro Paese esplose dall'animo di quanti aspiravano a un partito, che non avesse legami col passato, che non sognasse materialismi etico-sociali, né anticlericalismi di maniera; né si attardasse in concezioni equivoche di appoggio a quell'ombra di vita quale è il vecchio liberalismo nello sfacelo di ordinamenti sorpassati, nel dissolvimento di una compagine sociale fittizia; ma che per sé stante traesse dalle idealità cristiane la sua ispirazione e dalla balzante realtà politica e sociale il suo orientamento pratico e la sua forza organizzativa.
Nel campo della borghesia professionista e studiosa, per il lungo e perseverante infiltramento di una filosofia anticristiana e materialista, per l'influenza massonica negli studi e negli ordinamenti statali, per una amoralità sistematica nel campo degli affari e nella economia capitalistica, è stato alimentato il pregiudizio anticlericale e laico, che in molti si è fermato a una concezione antitetica col sentimento nazionale e con la supremazia statale, elevata a primo etico della vita pubblica. In altri il pregiudizio è arrivato fino alla lotta antireligiosa non solo negli elementi educativi e morali ma persino nelle manifestazioni di gerarchia e di culto.
Bisognava rompere il cerchio assiderante che metteva quasi fuori della
vita pubblica coloro che non accettavano e contrastavano questa ambientazione di pensiero, con l'accusa di antipatriottismo, e che negava a coloro che apertamente professano la religione cattolica e cercano di trarre da essa ispirazioni pratiche di vita sociale, ogni diritto di essere e di rappresentare una massa organizzata nelle grandi assise della nazione.
D'altra parte i continui monopoli di fatto di ogni organismo del lavoro affidato o concesso ai socialisti e alle organizzazioni sindacali e cooperative e il prepotere di esse nella vita pubblica alimentavano la tendenza a confondere con il più grosso materialismo economico e con la più accesa lotta di classe il diritto alle conquiste economiche e politiche del proletariato.
Occorreva rompere gli indugi, in un momento di profonda trasformazione storica della società, e polarizzare verso una sintesi politica le correnti cristiane di pensiero e di azione e le organizzazioni sociali e le forze proletarie, e distinguerle in uno sforzo di autonomia, e per contenuto e per tattica, da precedenti tentativi o da altri partiti, che con sintesi parziali tentavano guadagnarle o assorbirle.
Il titolo `Partito popolare italiano' volle essere la sintesi nominale di questo pensiero, e racchiuderne il contenuto, e volerne la specificazione e la personalità; perché nel concetto di popolo si volle trovare quella integrazione sostanziale di unità nazionale e di ragione sociale, di libertà insieme e di organizzazione, di forza politica e di valore morale, che segna le conquiste ascensionali della storia umana, da quando tutti gli uomini furono chiamati popolo eletto, plebe santa, popolo cristiano.

L' ANIMA CRISTIANA

È superfluo dire perché non ci siamo chiamati partito cattolico: i due termini sono antitetici; il cattolicismo è religione, è universalità; il partito è politica, è divisione. Fin dall'inizio abbiamo escluso che la nostra insegna politica fosse la religione, e abbiamo voluto chiaramente metterci sul terreno specifico di un partito, che ha per oggetto diretto la vita pubblica della nazione.
Sarebbe illogico dedurre da ciò che noi cadiamo nell'errore del liberalismo, che reputa la religione un semplice affare di coscienza, e cerca quindi nello Stato laico un principio etico informatore della morale pubblica; anzi è questo che noi combattiamo, quando cerchiamo nella religione lo spirito vivificatore di tutta la vita individuale e collettiva; ma non possiamo trasformarci da partito politico in ordinamento di Chiesa, né abbiamo diritto di parlare in nome della Chiesa, né possiamo essere emanazione e dipendenza di organismi ecclesiastici, né possiamo avvalorare della forza della Chiesa la nostra azione politica, sia in parlamento che fuori del parlamento, nella organizzazione e nella tattica del partito, nelle diverse attività e nelle forti battaglie, che solo in nome nostro dobbiamo e possiamo combattere, sul medesimo terreno degli altri partiti con noi in contrasto.

Con questo noi non vogliamo disconoscere il passato di quella azione elettorale, che dal 1874 in poi le organizzazioni cattoliche italiane, sotto diversi nomi, con adattamenti locali e con limiti imposti nel campo elettorale politico, poterono tentare e svolgere - non solo sotto il concetto di difesa dei princìpi religiosi contrastati da una politica anticlericale, che imperversava come politica nazionale, che temeva l'influenza della Chiesa e del papato nella vita italiana - ma anche con una formazione iniziale e pratica di un contenuto sociale e amministrativo che è servito a maturare un vero e vasto programma di riforme politiche, quale è stato formulato oggi dal Partito popolare italiano. E si deve anche riconoscere che l'aspro e difficile cammino, compiuto in 40 anni di tentativi e di sforzi nella vita pubblica italiana dalle organizzazioni cattoliche, senza la vera figura di un partito politico, in condizioni impari e con tutte le diffidenze e i pregiudizi antipatriottici creati da una scuola anticlericale, è valso a far rivalutare nella coscienza di tutti il dovere morale di partecipare
alla vita pubblica della nazione, senza restrizioni, per portarvi quello spirito cristiano di riforme sociali, economiche e politiche che possano contrastare al materialismo e al laicismo di cui è imbevuta la società presente, che ne ha fatto così triste esperimento in cinque anni di cataclisma, e che ne vede gli effetti in quella conferenza di Parigi che si sperò invano dovesse segnare il trionfo di princìpi morali e spirituali nel mondo.

Oggi era maturo un atto, che, senza costituire una ribellione, fosse invece l'affermazione nel campo politico della conquista della propria personalità, e potesse chiamare a raccolta quanti, senza nulla attenuare delle proprie convinzioni religiose da un lato, e senza menomazioni esterne nell'esercizio della vita civica e politica dall'altro, potessero convenire in un programma e in un pensiero politico, non di semplice difesa ma di costruzione, non solo negativo ma positivo, non religioso ma sociale.
Così, nell'appello lanciato ai liberi e ai forti, i promotori hanno inteso chiamare non solo quelli che hanno militato fin oggi e militano ancora nelle organizzazioni cattoliche o nelle leghe sociali cristiane o in qualsiasi altra forma di associazione economica o religiosa, le quali hanno finalmente visto valorizzato nel campo politico quel contenuto ideale e pratico che era ragione e forma della loro attività; ma anche coloro che, non militando nelle unioni di azione cattolica sia pure per diffidenze o per pregiudizi diffusi e non controllati nell'ambiente nel quale sono vissuti, consentono e mentalmente e praticamente al programma e alle finalità del Partito popolare, e trovano nel campo politico la polarizzazione naturale delle proprie tendenze e delle proprie convinzioni. Agli uni e agli altri, già entrati fidenti nel partito, e oggi uniti in questa prima grande affermazione nazionale, io dico che, con la loro adesione, essi cementano quella unità politica che deve essere fatta di convergenze ideali, di animosa fattività, di spirito di lotta e di ferrea disciplina.

AFFERMAZIONI PROGRAMMATICHE

Da questa concezione sintetica e da questa visione politica è venuto fuori lo schema del nostro programma. Esso è riassunto nell'appello che lo precede, e ha un significato teorico e una portata pratica che è bene esaminare. Non rifarò certo l'analisi dei punti del nostro programma, né lo illustrerò nella portata particolare delle singole affermazioni. Solo mi preme constatare che un programma politico non è né un elenco di proposizioni dogmatiche, né una lettera morta, come fissata in un ordine testamentario, che è al di fuori di noi stessi. Il programma è anzitutto una realtà, e come tale è vivente e si evolve, si specifica, crea attorno a sé la battaglia come teoria e come pratica, e segna nel suo sviluppo il cammino e il progresso del partito.
Le stesse verità etiche contenute nel programma, la stessa ispirazione cristiana che pervade la visione concreta dei problemi e delle soluzioni ivi accennate, che sono il profondo pensiero della umanità specialmente dopo la predicazione del Vangelo, non possono divenire contenuto specifico e pratico di un programma politico, se non quando sono posti come problemi reali e presenti nella vita pubblica del momento che si attraversa, e prospettati sotto l'angolo visuale caratteristico dell'attività di un partito.

Così, mentre la integrità della famiglia attraverso i secoli ha avuto lotte e polemiche religiose, filosofiche o morali, e per i cattolici nella sua specifica ragione religiosa è un soggetto di fede dogmatica e di disciplina morale, diventa nel campo delle attività legislative un problema politico, il fondamento etico di una ricostruzione sociale, quale noi vogliamo attraverso una legislazione che meglio ne tuteli lo sviluppo, la forza morale, la ragione sociale e organizzativa della nazione.

In questo senso il nostro programma sarà da noi elaborato e concretizzato nella vita quotidiana di studi, di lotte, di polemiche, di contributo legislativo, di attività, di trionfi e di sconfitte; e tutto contribuirà a renderci sempre più vicini
alla realtà della vita, non attraverso puri schemi mentali o ordini del giorno, che assolvano allo sforzo verbale di un adattamento alla media delle nostre assemblee, ma attraverso opere ricostruttive e sforzi pratici per l'attuazione concreta nella realtà.
Ecco perché io credo che il congresso oggi non possa entrare nel dettaglio dei dodici punti del programma: trasformeremmo l'assemblea stessa in una vana accademia e ripeteremmo vecchi errori di nominalisti e di concettualisti; ma accettati, come di fatto, la linea sintetica e il valore morale del programma del partito, occorre invece cominciare la elaborazione di esso di fronte alla realtà contingente quale oggi ci viene messa dinanzi. Pertanto sono stati messi all'ordine del giorno del congresso tre temi: quello sociale, quello politico, e quello tattico, come tre punti nei quali cercheremo di trovare la convergenza del nostro programma al momento che si attraversa, per valorizzarlo nella pratica: non come la semplice concezione del filosofo che trova la legge astratta dal concreto della vita; ma come la visione sintetica dell'uomo politico che porta nel concreto della vita la convinzione dei suoi princìpi formulati in una concezione astratta o meglio ideale.

Qualcuno osserva che nel programma vi sono affermazioni o enumerazioni di problemi, e non le soluzioni pratiche. Non poteva essere diversamente; mentre i princìpi etico-politici derivanti dai due punti fondamentali del programma, giustizia e libertà, sono le affermazioni che trasportano la teoria nel campo della realtà politica, così il contingente politico, che è attuazione, troverà la sua soluzione mano mano che si presenta o che si pone, sotto forme e contenuto diverso; per cui non possiamo che trovare una linea di approssimazione, una via di tendenze, una soluzione temporanea, che chiami altre approssimazioni, altre tendenze, altre soluzioni, nel divenire perenne che è la vita, nel continuo intersecarsi di forze contrastanti e di elementi contradditori pur ispirati a princìpi fermi e solenni, che danno la guida della luce nel mondo.

Il nostro programma, concepito così come ragione dinamica di un intero organismo, sarà il punto di partenza oggi alle nostre discussioni nei temi specifici posti in congresso come nel fatto è stato il punto di partenza all'azione pratica che abbiamo iniziato nei pochi mesi della nostra attività.

L'ORGANIZZAZIONE

E' a tutti noto quale sia stata la nostra azione di partito dal 18 gennaio a oggi: quasi cinque mesi di incessante lavoro, per potere arrivare a questa prima nostra affermazione nazionale con una maturità che deve, lo spero, renderci fiduciosi del nostro avvenire. Il nostro primo compito era l'organizzarci al centro e alla periferia, e posso riassumere i dati che a tutt'oggi risultano, come una approssimazione della realtà perché molti elementi sono sfuggiti per mancanza di corrispondenza, altri non si sono potuti apprezzare direttamente per difficoltà di conoscenza, per imprecisione di rapporti, per facili deficienze che in un'azione rapida e vivace non potevano affatto mancare. In ogni capoluogo di provincia, in forma provvisoria, per incarico del centro o per designazione di convegni e di assemblee locali, è stato costituito un comitato o una commissione di propaganda; su 69 province solo in undici mancano i comitati e vi sono dei corrispondenti.

Questo organismo importante e delicato assumerà dopo il congresso forma definitiva e carattere costituzionale, con norme già deliberate e rese pubbliche; in modo da dare a tali centri l'autorità e la rappresentanza che viene dalla regolare elezione fatta dalle sezioni esistenti nella provincia.
Tanto più interessa che questi organismi siano definitivi e rappresentino direttamente le forze organizzate, in quanto che alla vigilia delle elezioni generali politiche (che speriamo siano fatte con lo scrutinio di lista e a rappresentanza proporzionale) (del 16 novembre - Ndr.) s'impone la coordinazione delle forze, che può essere fatta localmente dai centri provinciali. In tali organismi si è dato posto ai rappresentanti del gruppo dei consiglieri provinciali iscritti al partito, per coordinare la loro azione a
mministrativa alle direttive politiche del partito.

Ai comitati provinciali si allacciano le commissioni o comitati collegiali o intercollegiali, che non hanno una funzione specifica e autonoma, ma che possono solo servire da elemento coordinatore e di propaganda alla dipendenza dei comitati provinciali. Gli organismi però che sono la forza e la base del partito, e che devono da soli o uniti compiere una vera funzione politica, sono le sezioni comunali.
Fin oggi il numero delle sezioni approvate arriva a 850; e gli iscritti tesserati a 55.895, però alla segreteria centrale vengono segnalate dall'ufficio stampa molte altre sezioni (circa 200) che non hanno ancora mandato il verbale né ottenuta l'approvazione. Così l'ufficio contabile segnala 106.135 tessere inviate, dietro richiesta, a comitati, a sezioni e a incaricati e ogni giorno arrivano lettere di regolarizzazione. Se si pensa che è stato difficile improvvisare dei propagandisti del partito e se si rileva che ogni giorno affluiscono al centro richieste di conferenzieri e di organizzatori, sì da non dare il tempo a rispondere; se si rileva il numero dei comizi, convegni locali e provinciali tenuti in questi pochi mesi di attività; se si rileva l'adesione data al partito da 20 giornali quotidiani e da 51 settimanali; se si nota il movimento di lettere e telegrammi, oltre 7.000; e ciò con pochi uomini e con pochi mezzi, si può di sicuro dire che la formazione del partito era matura nella coscienza popolare, e che solo mancava la prima scossa per richiamare alla nuova attività politica una parte cospicua del nostro Paese.

Anche dalle terre redente sono venute voci di simpatia e di adesione, e alla presenza nel congresso degli amici di Trento facciamo plauso. Essi rappresentano quel glorioso Partito popolare trentino che a noi ha dato un nome e una storia.
Ed è bene notare che questa semplice e schematica organizzazione di partito in comitati e sezioni valorizza ed è valorizzata dal movimento sociale-cristiano che fa capo alle due confederazioni, quella dei lavoratori e quella delle cooperative, e alla federazione nazionale della mutualità .
Questi grandi organismi, che raccolgono un numero straordinario di forze morali ed economiche, sono certo autonomi e per se stanti e non dipendono organicamente dal partito; ma non si può disconoscere che dei rapporti pratici vi devono essere, e vi sono, nel campo sociale, economico e politico, per la sintesi spirituale del programma, e per la coordinazione dei mezzi. Per questo, senza perdere la loro autonomia e caratteristica speciale, nel consiglio nazionale del partito vengono fra gli aggregati scelte quelle persone che siano esponenti di tali organizzazioni e che saranno tramite di coordinazione e di intese; per questo, nel lavoro pratico e programmatico, si ha cura di procedere con accordi e con intese, che rendano possibile la valorizzazione delle forze e degli organismi sociali nella vita politica del Paese.

A completare la nostra organizzazione di partito abbiamo costituito il gruppo parlamentare del Partito popolare, con diciannove aderenti e con speciale regolamento, che ne fissa la disciplina e i criteri di azione e di responsabilità, sì da potere così formare un organismo distinto, e con propria vitalità, però non avulso dal partito, ma soggetto alla medesima disciplina sostanziale e formale.

TATTICA ELETTORALE

Era evidente che la prima azione di un partito, che sorge purtroppo in periodo quasi elettorale, dovesse essere quella della preparazione morale e pratica alla grande battaglia che segnerà per noi una vera prova del fuoco, non perché il partito possa esaurire le sue energie in una battaglia elettorale, ma perché le ripercussioni locali e generali di una lotta elettorale, combattuta con criteri direttivi, al di sopra di interessi particolari, per forza di cose saranno forti e profonde. Per di più il Partito popolare italiano, se doveva tener conto della forza derivante dalle organizzazioni cattoliche, dalle unioni e leghe aderenti che hanno dimesso ogni movimento elettorale e se non poteva ignorare il passato prossimo delle lotte, dei compromessi e delle alleanze fatte, e le condizioni di difficoltà locali in cui si è svolta ogni attività precedente nel campo della vita pubblica, doveva però come primo passo della sua esistenza, e per la responsabilità che aveva assunta, staccare la nuova azione dal passato e marcare la ragione autonoma, nazionale e positiva del suo carattere.

Pertanto la commissione provvisoria, sia nei primi comunicati dati alla stampa sia nelle circolari alle sezioni ed ai comitati provinciali, insistette validamente perché nessun impegno venisse preso per determinare candidature locali, nessun vincolo venisse convalidato da successive azioni, nessuna sezione nascesse come prodotto di orientazione predeterminata verso precise soluzioni elettorali. Elaborazione, questa, molto difficile nel vario e multiplo sviluppo di organizzazioni popolari economiche e professionali, che direttamente o indirettamente a mezzo di speciali organismi elettorali non bene determinati, viventi spesso per l'autorità di persone e per il valore di tradizioni più che per consenso spontaneo delle forze organizzate, avevano fino a ieri legami con nomi e con situazioni locali al di fuori di una vera concezione e sintesi di partito.

Era dovere della commissione provvisoria imprimere una caratteristica per sé stante alle nostre forze elettorali e dar valore alla elaborazione di una coscienza politica nazionale, più che secondare le piccole posizioni locali e la visione particolare dei bisogni di province e di collegi. Sforzo non lieve che si è compiuto, al punto che da quasi ogni angolo delle nostre sezioni si ripete oggi il voto di una tattica rigida di partito e si ha il senso che sia ormai finito il tempo delle investiture politiche date da pochi per combinazione di corridoi e di sale, alle quali sia estraneo il corpo elettorale organizzato; e che ormai sia da tutti compresa la responsabilità del partito, non frazionata per collegi e province, ma unica nella nazione, come quella di un vero corpo vivente, coerente in se stesso, dall'un capo all'altro della penisola, pur nella grande varietà delle condizioni e delle energie delle diverse regioni.

Occorreva e occorre che più del successo materiale venisse da tutti valorizzato quello morale, e che più che l'effimera organizzazione elettorale si avesse una forza fatta di convinzioni profonde, con una personalità viva operante. Questi sono stati la cura e il lavoro di cinque mesi, e noi veniamo al congresso preparati in modo da potere decidere del problema tattico senza avere assunto impegni generali o particolari con altri partiti o con singole persone e avendo spinto le sezioni e i comitati alla valutazione della propria reale efficienza, per potere sostenere nostre candidature sia per la conquista immediata sia per quelle affermazioni che, se fatte o ambientate bene, valgono non di rado meglio di una vittoria. Non possiamo dire, né del resto sarebbe opportuno, in quanti collegi si potrà oggi affrontare la battaglia con candidati nostri, non abbiamo nemmeno la valutazione del modo come la battaglia sarà combattuta; solo possiamo affermare che un partito nuovo e giovane come il nostro che ha un avvenire avanti a sé, ha una vita popolare che freme, e non deve sciupare le sue forze in sterili tentativi, quando la sua è una responsabilità civica di primissimo ordine, e quando a esso sono volte tante aspettazioni nell'ansia di un momento così aspro per la patria nostra.

I PROBLEMI DELL'ORA

Consci di questa nostra posizione e responsabilità, fin dal primo sorgere abbiamo iniziato la più viva battaglia che si sia fin oggi combattuta per le nostre riforme costituzionali, a favore del collegio plurinominale con sistema proporzionale. Le affermazioni teoriche, che facevano capo all'associazione proporzionalista di Milano, furono col nostro passo portate su terreno politico, per una attuazione immediata, e alla nostra affermazione seguirono quelle degli altri partiti. Però taluni di questi, e più che i partiti talune coalizioni e consorterie, ben noti in Italia, mentre a voce mostravano e mostrano di volere la riforma, all'ombra discreta del governo le cospirano contro. L'urgenza delle elezioni, ieri a giugno oggi a ottobre, è l'argomento principale di questi anonimi oppositori che per il temuto ritardo delle elezioni affacciano non si sa quali conseguenze dannose per la nazione.
A noi è agevole compito l'insistere con ogni mezzo; ed è stato bene ohe la prima affermazione del gruppo parlamentare del partito sia avvenuta proprio sulla rappresentanza proporzionale, e che il nostro amico onorevole Micheli, quale relatore, abbia dato il suo nome al progetto di legge che è avanti la Camera, come a segnare la nostra prima battaglia di partito, per il risanamento morale dei costumi politici e per l'inizio delle più vaste riforme istituzionali da noi invocate.

L'altra attività del partito vi è nota. Con sobrietà e con fermezza esso ha detto la sua parola con la circolare dell'11 maggio sulle grandi questioni internazionali e nazionali che si dibattono a Parigi, levando per primo la parola della coscienza cristiana ferita dal rinnovarsi e ingigantirsi di imperialismi economici a danno della umanità; mentre prima aveva protestato contro la violazione del principio di autodecisione invocato da Fiume e contro i più vitali interessi della patria nostra.
I tentativi di un bolscevismo di maniera, tendente a portare in Italia una dittatura di classe e un depauperamento economico, ebbe la nostra parola ammonitrice nell'appello del 9 aprile; mentre alle classi dirigenti si ricordava il dovere di sane ed urgenti riforme che il popolo oppresso dal disastro economico e dal malgoverno politico invoca a gran voce. E a questo fine era stata già diramata la circolare del 3 aprile sul problema agrario, che incombe sulla nostra vita nazionale come il principale problema di produzione e di distribuzione della ricchezza, problema che deve essere risolto per salvare il Paese dalla crisi economica che minacciosa avanza.

Per i problemi pressanti dell'emigrazione e della tutela degli ex combattenti si sono stretti rapporti col Consorzio nazionale di emigrazione e lavoro e con il Segretariato nazionale cooperativo; e non vi è stata pubblica manifestazione di interesse collettivo a cui il partito sia rimasto estraneo. Esso ha infatti portato la sua voce al congresso nazionale del pubblico impiego in Roma, in quello dei professori secondari di Pisa, in quello contro la tubercolosi a Genova, in quello della 'Tommaseo' a Modena, affermando dappertutto quei princìpi che rispondono alla concezione del nostro programma nella pratica elaborazione della vita.
A questa elaborazione abbiamo chiamato anche la donna, costituendo i gruppi femminili nelle nostre sezioni e studiando i problemi che la riguardano, perché anche la donna deve oggi contribuire con le sue forze sane e con la sua indole animatrice al formarsi della nuova società che sorge.

A completare il nostro lavoro, segnato a rapidi tocchi in questa relazione e a rispondere alle necessità della formazione politica delle nostre masse abbiamo fatto appello alla stampa e in diverse riunioni tenute con i direttori dei giornali quotidiani aderenti al partito si è visto quale forza da utilizzare abbiamo con noi. Però era necessario non solo sviluppare la propaganda con opuscoli e stampe già diffuse a migliaia, ma avere un organo di partito.
Ed è già venuto alla luce il primo numero del
Popolo Nuovo, accolto da generale favore come una voce continua e forte che indirizzi e guidi nell'aspra e difficile lotta.
Dobbiamo infine salutare con entusiasmo la scuola dei propagandisti sorta a Roma e il fascio universitario del partito sorto a Bologna, indice delle nuove vivaci forze giovanili intellettuali, ohe portano insieme il sacro fuoco della gioventù e la più elevata elaborazione di cultura.

Il CONGRESSO

Il compito della commissione provvisoria del partito è oggi compiuto: l'ultimo suo atto era la preparazione del congresso e non già di un congresso di parata, ma di una vera e propria assemblea costituente. Per questo abbiamo redatto un regolamento molto preciso, in cui traspira un senso di alta disciplina e abbiamo fissato pochi temi sintetici, che diano la caratteristica del partito, e valgano a far prendere posizione netta e chiara nel dibattito degli interessi nazionali e delle tendenze politiche nel Paese. Certo nessuno potrà presumere di aver fatto un lavoro privo di mende e di imperfezioni; e il rilievo sarà facile a quanti, e dal punto di vista generale e da quello locale, troveranno che si poteva fare in modo diverso e con risultati migliori. Quel che preme si è che il lavoro fatto fin oggi, con tante attività e con sì vive speranze in ogni parte, non sia svalutato da mosse inopportune, ma possa invece essere valorizzato da un congresso che deve esserne la più alta ed insieme sincera espressione e deve poterlo sintetizzare sì da renderlo valutabile anche dagli estranei, e tale da poter destare energie sopite, vincere diffidenze ingiustificate, superare difficoltà non dome, accendere entusiasmi profondi.

A quelli che non solo vogliono un programma audace e un'azione d'avanguardia qual è designata dal nostro partito ma, temendo che gli elementi che lo formano manchino oggi di quella coesione intellettiva e morale che arriva alla parte pratica di attuazione di metodi e di atteggiamenti, prevedono deviazioni e compromessi, io dico alto e sereno che la forza dinamica di un partito è fatta di fiducia non di preconcetti, di assimilazione non di repulsione, di simpatia non di esclusivismi. Così si elabora la coscienza di un partito organizzato simile a quella del nostro spirito, che nel contrasto e nella contraddizione delle sue energie e passioni, arriva a dominarsi e dominare, a sviluppare le sane tendenze, a vincere gli ostacoli, ad affrontare la vita.

Siamo oggi alla prima prova, molti di noi non si conoscono; altri si sono visti solo designati alla nostra mente nel passato prossimo o remoto quando le stesse concezioni odierne venivano a noi sotto un angolo visuale diverso. Quante teorie oggi ammesse e sostenute da noi furono ieri oggetto di contrasto e di biasimo! Come oggi è mutata la situazione politica e sociale del Paese! Come certi problemi ieri posti in
primo piano, oggi sono superati e risoluti! Tutto si rifà e si rinnova nella coscienza pubblica.
E il Paese aspetta questa parola: nell'aspra lotta dei partiti avversi, nella difficoltà pratica di conquistare posizioni rese formidabili dal lungo incontrastato dominio di coalizioni massonico-liberali, capitalistiche e socialiste dopo il fallimento di una politica nazionale e internazionale equivoca, incerta, debole, contraddittoria, nell'avvento di classi organizzate, nella trasformazione della economia pubblica, nella
crisi fatale di ogni ordinamento che oggi manchi alla sua ragion di essere, anche il Partito popolare italiano deve dire: ecco, sono presente all'appello.

E benché ciascuno abbia un modo di concepire il nostro partito; e fra noi sia diversa la valutazione del nostro stesso programma, delle nostre energie, del nostro compito immediato e dei nostri metodi, pure la realtà sarà più forte di noi; e il nostro partito deve anch'esso subire la prova della realtà e della lotta, e se sapremo restare al nostro posto di combattimento, potremo dire innanzi alla propria coscienza di avere assolto il nostro dovere di cittadini in un'ora che si presenta per la patria estremamente difficile; ma potremo insieme aver conquistata e coordinata quella intima energia che oggi è sparsa in mille nuclei polarizzati verso di noi, che ancora a noi, al nostro pensiero sociale, alla nostra dinamica politica sono, se non estranei, diversi. L'avvento del nostro partito fu sognato molti anni addietro come una vera forza popolare di evoluzione e di conquista; oggi possiamo chiamarla una realtà vivente cui è segnato un avvenire.
E a questo avvenire inneggio dal cuore nel momento solenne nel quale, fiducioso di aver compiuto il mio sforzo di sognatore e di uomo d'azione, consegno al congresso il mio mandato e quello di tutta la commissione provvisoria, che insieme con me nei primi difficili passi ha guidato e reso maturo alla vita il Partito popolare italiano.

Bologna, 14-16 giugno 1919
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NOTA: Alle elezioni politiche del 16 novembre, il PSI diventa il primo partito italiano con il 32,4% dei voti e 156 deputati (solo 27 i riformisti) ; il Partito Popolare di Luigi Sturzo è il secondo con il 20,6 % dei voti e 100 deputati. Mussolini che si era presentato a Milano con la lista dei fasci di combattimento, ha una cocente delusione, non ottiene neppure un seggio.
Per la prima volta dopo l'unificazione nazionale i raggruppamenti della destra e della sinistra nati nel periodo risorgimentale non avranno la maggioranza parlamentare e il governo di Nitti dovrà reggersi per qualche mese sull'appoggio dei Popolari. Poi per forti contrasti con i Popolari, e un tentativo di rimpasto, getta la spugna e torna al potere dopo sei anni, Giolitti.

Tuttavia i socialisti, durante l'inaugurazione della nuova legislatura (1° dicembre) sentendosi forti, abbandonano la Camera inneggiando alla Repubblica Socialista.
Ma non fanno solo questo; nel paese promuovono azioni e iniziano gravi tensioni sociali, scioperi, occupazioni di fabbriche, serrate degli industriali, rivendicazioni economiche, incidenti nelle campagne fra contadini e proprietari di fondi. E' il cosiddetto "biennio rosso" che segna però la crisi del PSI e, l'anno dopo, avviene la scissione di una corrente, la massimalista, che andrà a formare nel gennaio del '21, il Partito comunista.
Ad approfittare della caotica situazione sono i pochi seguaci dei Fasci di combattimento, che usando la violenza contre le "bande rosse", diventano in breve tempo i paladini della legalità nelle industrie, e i protettori della borghesia agraria.
A Mussolini - che era uscito sconfitto dalle elezioni - i socialisti con i loro contrasti, con le loro incertezze e con le azioni non coordinate, e non sempre motivate quelle promosse (dalle rivendicazioni economiche si è passati a inneggiare alla repubblica Socialista), non potevano fare regalo migliore !!!.
Ad appoggiarlo, i militari, i milioni di reduci disoccupati, la classe media, la borghesia agraria, e soprattutto gli industriali che a ragione, temono in Italia una svolta bolscevica, le espropriazioni, il collettivismo, il controllo operaio sulla produzione, la fine del liberismo.

A Mussolini gli basteranno soli pochi mesi per uscire dalla sconfiita del '19; nelle elezioni del maggio del '21, ha già 35 deputati fascisti e 10 nazionalisti. Il 7-11 novembre fonda il Partito Nazionale Fascista. Inizia la inarrestabile "marcia" verso il potere, per poi fare l'anno dopo quella trionfale su Roma.
I Popolari, al Congresso del 20-23 ottobre a Venezia, in funzione antifascista si pronunciano a favore di una collaborazione addirittura con i socialisti; l'operazione non riesce anche perchè la corrente di destra non ha condannato esplicitamente il movimento fascista.

Ciò che accadde dopo, con Mussolini al Governo, l'abbiamo già narrato all'inizio nella biografia. Don Sturzo, a Torino nell'aprile del '23, cade nel tranello che gli ha teso Mussolini.
Due mesi dopo, il 25 giugno, i burrascosi rapporti ebbero un'improvvisa svolta: Il "Corriere d'Italia", giornale cattolico, ospita un articolo di monsignor Pucci, probabilmente ispirato dal Vaticano, che invita Don Sturzo "a non creare problemi". Pochi giorni dopo un gruppo cattolico pubblica un manifesto esortando i cattolici a sostenere il governo Mussolini.
Il 10 LUGLIO Don Sturzo ("per desiderio della Santa Sede") rassegna le dimissioni di segretario politico del PPI. L'Osservatore Romano è lieto di apprendere la notizia delle dimissioni, affermando che esse "possono contribuire alla pacificazione degli animi, e a scongiurare il pericolo di offese contro il clero e le organizzazioni cattoliche".
Per Mussolini -l'anticlericale che si firmava sulla "Lima" l'eretico"- è il primo successo sulla Chiesa; nel '29 lo completa, ed è trionfale.

A Don Sturzo, dopo un furioso attacco di Mussolini dal suo giornale (lo chiama il "prete sinistro") non gli rimaneva che prendere la via dell'esilio. Sperava presto di far ritorno in Italia (così scriveva a Salvemini da Londra) credendo nell'appoggio di Amendola, Gronchi, De Gasperi. Soprattutto quando vi fu (per il delitto Matteotti) l'abbandono della Camera per l'Aventino. Purtroppo si sbagliava; una buona parte dei cattolici, dall'Aventino scesero e si affiancarono alla politica fascista; soprattutto per non essere esautorati come deputati (destituzione che invocava perfino il Corriere della Sera).

(Sturzo al card. Bourne, 15 giugno 1925; citato da P.Alatri, "Luigi Sturzo nel centenario della nascita", in SS XIII (1972), p. 211)

Don Sturzo fece vaghi appelli dall'estero, ma ormai in Italia erano rimasti in pochi a contrastare l'inarrestabile marcia di Mussolini e del Fascismo.

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LETTERA DALL'ESILIO
(Datata Londra, 18 gennaio 1925, questa lettera fu indirizzata da Luigi Sturzo
ai suoi amici nel settimo anniversario della fondazione del Partito popolare)


"Amici, oggi, lontano da voi, nel difficile momento che si attraversa il ricordo del giorno della nascita del Partito popolare italiano, sette anni fa, è per me di commozione soave e triste, piena di amarezze e di speranze.
Noto: il nostro partito è sempre avversato da tutti gli altri partiti e da tutte le correnti politiche, da allora a oggi, sempre, ora vi si accaniscono contro anche degli ex amici: il coro è completo. Se non è questo il segno di bontà, non vi è simile nel mondo.
Bisogna approfondirne il significato: il Partito popolare sorse rivendicando la libertà nel campo sociale contro il monopolio socialista; nel campo scolastico, amministrativo, economico e religioso contro il monopolio democratico-liberale e il centralismo di Stato. Infine esso ha dovuto rivendicare le libertà politiche contro il regime fascista. La sua missione a favore di una libertà vera lo rende inviso a quanti vogliono la libertà per sé, o mascherandola col monopolio statale, o col monopolio di classe, ovvero annullandola con la dittatura di partito.

Però, mentre nella lotta per le libertà sociali, amministrative, economiche, scolastiche e religiose in confronto a socialisti e demo-liberali, vi era un terreno comune sul quale potere lottare; cioè: il terreno di eguaglianza dell'esercizio dei diritti politici; questo terreno manca del tutto nella lotta contro il fascismo.
Sicché, la posizione di antitesi tra fascismo e popolarismo oltre che derivare dai princìpi, deriva dalla ragione stessa del Regime, dalla sua esigenza totalitaria, dalla sua negazione di ogni diritto di esistenza dei partiti di opposizione, dall'annullamento della Costituzione e dalla impossibilità di esercitare liberamente i diritti civili e politici. Per questa ragione coloro che ancora cercano dei punti di contatto, sul terreno politico e parlamentare, col fascismo, fanno opera vana e rinnegano di fatto i princìpi di libertà, sui quali è fondato e solo può vivere il Popolarismo. Se ancora vi sono di questi illusi, è bene che il partito li lasci cadere, foglie secche di un albero ancora verde, che passa il suo inverno, per preparare la sua primavera.

Oggi, dunque, è l'inverno politico del Ppi; ma «sotto la neve il pane» dice il proverbio. Nessuno sciupio di forze, nessuna mossa discutibile, nessun gesto inutile: il raccoglimento, lo studio, la preparazione. Essere, anzitutto, se stessi: cioè rigidi assertori di libertà, aperti negatori del regime fascista, vigili scorte di moralità pubblica, ranghi disciplinati di uomini di carattere e di fede.
Il pensiero, la meditazione, lo studio, la prova del dolore e del sacrificio, l'esempio del carattere, la forza della convinzione valgono assai di più di cento conferenze o di mille articoli di giornale, costretti alla mutilazione o dosati con 99 di lode al governo per poter contenere quell'uno di biasimo, che
perde ogni valore.

L'esempio dei giorni aspri del I Risorgimento deve farci convinti che nessuna forza armata o potere di principi o di dittatori valgono a contenere la diffusione delle idee e a impedire che si affermino in istituti politici quando esse sono mature. E non occorrono i molti a questo fine.
Dice Dante: "
Quando si parte il giuoco della zara, / Colui che perde si riman dolente, / Ripetendo le volte e tristo impara; / Con l'altro se ne va tutta la gente. "
È chiaro: la gente, tutta la gente, va appresso al vincitore: lasciamo che vada. Riconosciamo che sul terreno politico abbiamo perduto: non è questo un segno che non avevamo forza o arte pari a guadagnarci la vittoria. Ma è vile chi è convinto della bontà delle proprie idee e abbandona il campo per debolezza o per mancanza di fiducia. Bastano i pochi che abbiano fiducia, pazienza e costanza; anzitutto fiducia.
Una delle debolezze del Ppi è stata la non completa fiducia in se stesso. Era naturale che un partito divenuto grande appena nato, per l'apporto di molta attività sociale preesistente, non potesse subito acquistare quella coscienza politica e quella unificazione ideale che forma la vera personalità di partito.

Tutti i sette anni della esistenza del Ppi sono stati un travaglio continuo per potersi individuare, per caratterizzare la propria politica, per segnare la sua nota specifica in confronto agli altri partiti, per acquistare la completa fiducia in se stesso. E malgrado tutto e perdendo per strada compagni di lotte e posizioni notevoli, è riuscito a essere quel che veramente è e doveva essere, un partito indipendente, schiettamente ed esclusivamente politico, di carattere, democratico e di ispirazione cristiana; e che sulla Libertà prepara il suo avvenire. Quanti sono arrivati, presto o tardi, a questa concezione, hanno acquistata fiducia nel partito (al di sopra di ogni contingenza); gli altri invece, mancando di questa concezione, hanno perduto fiducia nel partito, o non l'hanno avuta mai (cosa più esatta); e sono andati a riporre la loro fiducia in altri partiti o in altri uomini, non importa se questo siano il fascismo o Mussolini, il liberalismo o Giolitti, ovvero i socialisti o i comunisti russi. Altri invece si sono ritirati dalla politica, cercando di trovare nell'Azione cattolica quel minimo di morale politica che possa in loro conciliare i doveri di cittadini, senza gli incomodi della lotta politica.

Tutto fa sì che coloro che sono rimasti sulla breccia hanno l'obbligo di saper resistere a ogni tentativo di adattamento, a ogni suggestione di sfiducia, a ogni fretta per una qualsiasi soluzione, e hanno l'obbligo di saper difendere la propria bandiera e i propri ideali, perché in questi, e solo in questi, essi hanno fiducia.
Se l'aspra prova di oggi porta a questo saldo sentimento, assai meglio che non il favore dei primi anni, non possiamo che riconoscerne l'utilità e il vantaggio. Il Partito popolare non è sorto né per un giorno, né per una situazione transitoria, né per una questione particolare: è sorto per esprimere sul terreno politico un programma vasto, coerente, realistico, utilissimo al Paese. I motivi ideali di questo programma non sono venuti meno, anzi sono aumentati. Anche i motivi morali, anzi specialmente i motivi morali. Né alcuno che sia in buona fede può non guardare con tristezza e preoccupazione il tentativo del governo di coinvolgere la Chiesa col regime fascista e di rendersela solidale, attraverso favori e vantaggi.

Il Partito popolare non ha compiti e responsabilità religiose, sa bene quali sono i limiti della sua azione pratica; ma ha il diritto e il dovere di non dare la sua adesione a un sistema politico che vuole fare della religione uno strumento di dominio, mentre tende alla deificazione della Nazione-Stato, e alla confusione dello Stato col governo e del governo con il partito e del partito con una persona.
Non c'è concezione più pagana e più ripugnante allo spirito di civiltà e ai princìpi del cristianesimo.
In tutte le nostre azioni, solo il sentimento del dovere ci deve guidare; senza preoccuparci né dei vantaggi politici, né delle soddisfazioni personali, né delle probabilità di riuscita.
Il resto è nelle mani della Provvidenza: Melius est sperare in Domino quam in Principibus.
Un affettuoso saluto a tutti.

Luigi Sturzo
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Don Sturzo rimase in esilio fino al 1945, in un completo isolamento dagli ex amici, e da "Roma". Ma anche quando tornò in Italia, l'isolamento decretato dalla DC continuò fino alla sua morte, avvenuta nel 1959. E se con Mussolini Don Sturzo non trovò nessuna tolleranza, al ritorno dall'esilio, nell'utopistico tentativo di creare in Italia una società cristiana e socialista, trovò poca tolleranza nei suoi stessi "amici" politici democristiani, tutti impegnati a far germogliari i semi dello statalismo, sempre a preoccuparsi delle leggi economiche e mai a procedere sulle riforme sociali, dimentichi del grande patrimonio di valori e principi, e che pur professandosi cattolici, davano l'impressione di non aver mai letto la
Rerum Novarun di Leone XIII.

Finiamo qui, ma occupioamoci ancora di lui, con i suoi interventi dopo il suo rientro in Italia, dal 1947 al '59....
sullo statalismo, sul Mezzogiorno, sulla moralità pubblica, sulla libertà.
Più che scritti sono delle profezie di una Italia che stava - negli ultimi anni di vita di Don Sturzo - entrando nel vorticoso tunnel delle spese pubbliche assurde, e non contenta, con l'irresponsabilità (per accontentare i vari "feudi" iniziò a entrare nel "buco nero" del debito pubblico per creare solo, spesso inutili, "cattedrali nel deserto".

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Gli scritti di Don Sturzo
( delle vere e proprie profezie )

E non aveva ancora visto nulla! (anni '70 e '80). Lui però aveva già diagnosticato la malattia e ne prescriveva la cura. Ma non fu ascoltato.
Ci voleva l'avvento e la sfida dell'economia globalizzata, perchè statalismo e garantismo (oggi e ancor più domani) fossero spazzati via. Per il futuro però saranno dolori. Salvo l'eliminazione radicale
di quella "gramigna" che era abituata a chiedere e ottenere: disinvolte svalutazioni della Lira, personali piani di sviluppo, interventi di (falsi) salvataggi, pretestuose costruzioni di "cattedrali nel deserto"; aziende apparentemente libere ma che vivevano con i favori diretti o indiretti dello Stato.
Purtroppo se in quell'era detta liberista, fu lo Stato (spesso incompetente) a fare il monopolista, oggi con la globalizzazione è il privato liberista -spesso non si sa neppure il nome, se italiano o estero- a creare i monopoli; e sempre più spesso a rifornire il mercato interno con la loro produzione fatta all'estero da poveracci sfruttati con paghe da fame.


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GLI SCRITTI del Dopoguerra

"Statalismo" del 19 gennaio 1947 (da "Il Popolo")
"Maggioranza e opposizione" del 7 aprile 1951 (da "Il Mondo")
"Liberismo" del 6 ottobre 1951 (da "La Via")
"Sinistrismo economico" del 27 marzo 1955 (da "Il Giornale d'Italia")
"Mezzogiorno e industrializzazione" del 19 dicembre 1954 (da "Il Popolo")
"Libertà e autolimitazione" del 9 agosto 1955 ( da "Il giornale d'Italia")
"Fiscalismo, statalismo, pauperismo" 9 aprile 1959
("Il Giornale d'Italia")


Più che semplici interventi sono delle "profezie" di ciò che - con il "rompiscatole" ormai sceso nella tomba - accadrà dopo, con le allegre "Partecipazioni Statali", e gli allegri "aiuti" con i soldi pubblici anche alle grandi industrie private. Un assistenzialismo che dalla fine degli anni Sessanta in poi andrà a creare lo spaventoso "buco nero" del debito pubblico; che non riusciranno a pagare i figli e neppure i nipoti di quella irresponsabile generazione.
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"Statalismo" del 19 gennaio 1947 (da "Il Popolo")


"Dopo ventidue anni di assenza, nel mio laborioso adattamento mentale alle condizioni presenti della nostra Italia, non posso sopportare l'aria greve e soffocante dello statalismo.
Una triste eredità che ci viene, è vero, dal periodo dell'unificazione, ma che è stata intensificata nel periodo fascista e che ora incombe su tutti come una necessità fatale.
Quel che più disturba chi è vissuto per sì lungo tempo in Paesi liberi, dove non è mai esistita la concezione di uno Stato (con la S maiuscola, ente anonimo sempre presente e sempre opprimente), è la constatazione che gli italiani si sono talmente adagiati all'idea di uno Stato-tutto, e che nessuno ha più ritegno di invocare provvedimenti e interventi statali per la più insignificante iniziativa".

"Quando ho sentito che per nominare un direttore musicale alla Fenice di Venezia si doveva interessare il sottosegretario di Stato alla presidenza, e che per aumentare il capitale a un ente cinematografico in crisi ci volevano gli aiuti del Tesoro, e che ci siano persino sale cinematografiche di Stato, mi sono domandato se gli italiani non abbiano perduto la testa e se lo statalismo non sia diventato una mania.
Mi è stato risposto che si tratta di residui dell'epoca fascista che dovrebbero essere liquidati al più presto. Ma di liquidazione sul serio se ne vede poca. Da per tutto ci sono commissari governativi-antifascisti (ma spesso ex fascisti) al posto dei fascisti - ma sempre commissari - arbitri di enti statali parastatali, soprastatali... tutti con tanto di marchio di fabbrica: lo Stato".

( Per capire questa intricata tela di ragno vedi anche:
BENEDUCE E "LA GRANDE ABBUFFATA" nel Dopofascismo )

"Costoro ci stanno bene e non se ne vanno; le amministrazioni autonome di tali enti non vengono nominate (anche l'accademia di Santa Cecilia dopo più di tre anni dalla caduta del fascismo ha ancora il suo commissario); i ministri sono oppressi da affari personali (sì da aver poco tempo per quelli pubblici), perché tutto il mondo vuole un piccolo o grande commissariato, un posto nei gabinetti o nei sottoscala, ma un posto in qualcuno dei tanti uffici dipendenti dallo Stato, perché tutto il mondo italiano vuole dipendere dallo Stato".

"La colpa del fascismo è grande, ma la colpa dell'antifascismo non è meno grande. Socialisti e comunisti, essendo già dall'aprile 1944 al potere, si sentono (e perché no?) padroni dello Stato, e quindi il centralismo statale con loro e per loro fa passi da gigante. Ci voleva il ministero della post-bellica per fare pendant a quello della cultura popolare del fascismo. I milioni volano come l'acqua; non ci sono più controlli regolari, il ministro è arbitro assoluto. Si dice che l'on. Sereni favorisca le iniziative a tipo comunista; sarebbe sciocco se non le favorisse; così farebbe un ministro socialista, repubblicano o democristiano; con la piccola differenza che il primo si sente padrone, perché ha la piazza dietro le spalle, gli altri sarebbero un po' più timidi, perché avrebbero la piazza davanti agli occhi.
Ora sappiamo che il ministro della post-bellica va studiando un progetto monstre per trasformare un servizio occasionale che dovrebbe finire presto, in un ministero permanente, che abbia sotto di sé sanità, assistenza sociale, assicurazioni e chi più ne ha più ne metta, sì da statizzare completamente i servizi assistenziali".

"Altra statizzazione che si medita è quella dell'assistenza emigratoriale; altri controlli che si preparano sono diretti ad asservire le cooperative; fascismo, fascismo puro; statalismo soffocante, rosso invece che nero; ma statalismo. Tutto ciò non disturba i sonni dell'italiano medio, che sarebbe felice se lo Stato potesse togliergli le preoccupazioni della vita. Il fascismo passò allo Stato i segretari comunali; chi ha il coraggio oggi di farli rientrare nei ranghi propri? Lo Stato si prese tutti i maestri elementari, creando un accentramento invero simile e un grattacapo al ministero dell'istruzione, senza precedenti. Oggi nessun deputato azzarderebbe la proposta di far ritornare i maestri ai Comuni. Perderebbe la medaglietta; avrebbe le ire anche dei maestri cattolici che per non sembrare da meno dei loro colleghi, vogliono mantenere le "conquiste della classe".

"L'essere statale è una conquista di classe, perché lo Stato paga e i Comuni non pagavano; lo Stato classifica, sposta, decide ex cathedra; il Comune no, non poteva, perché viveva e vive la vita grama dei poveri, sottoposto anch'esso a una insopportabile ingerenza statale, che ne impedisce lo sviluppo e l'attività. E dire che siamo nel Paese delle "cento città", della vita municipale piena di grandezze e di ricordi, i cui monumenti "comunali" hanno l'impronta del genio, mentre quelli dello Stato burocratizzato hanno l'impronta della mediocrità e della insipienza".

"Per sopportare l'elefantiasi dell'accentramento, lo Stato ha preso in mano tutte le risorse del Paese; lo Stato ha gonfiato il suo Tesoro (oh! carta stampata che corrode il valore della nostra liretta, quando cesserai di inondare il Paese?); lo Stato getta milioni e miliardi dalla finestra per quella demagogia che è penetrata nelle ossa dei politicanti italiani. Così nulla si salva; né lo Stato, né gli enti statali e parastatali, moltiplicati all'infinito, né i Comuni, né i cittadini. E peggio di tutti stanno coloro che hanno "la fortuna" di essere impiegati dello Stato, di grado 2° o 7°, titolari o avventizi, generali o spazzini, insegnanti universitari o elementari, perché la loro lira è stabilizzata e i posti no. Infatti è così: nel vortice dell'accentramento e della statizzazione si perde il senso della realtà e del relativo per una specie di assorbimento nella potenza magica della politica e della economia unificate".


"In questa atmosfera di statalismo greve e sconcertante, nasce la Regione italiana. I dolori del parto sono assai lunghi e spasmodici. Si spera che non venga fuori un mostriciattolo; se verrà fuori una creatura vitale, si ha ragione di temere che lo statalismo sia lì pronto per ingoiarlo.
Agli amici democratici cristiani e agli altri che si battono nella commissione della costituente per la Regione andrà la gratitudine degli italiani pensosi delle sorti del nostro Paese.
Per essi riporto dall'appello al Paese, lanciato ventotto anni fa dai popolari nel costituire il loro partito, il periodo seguente: «A uno Stato accentratore tendente a limitare e regolare ogni potere organico e ogni attività civica e individuale, vogliamo sul terreno costituzionale sostituire uno Stato veramente popolare, che riconosca i limiti delle sue attività, che rispetti i nuclei e gli organismi naturali - la famiglia, le classi, i Comuni - che rispetti la personalità individuale e incoraggi le iniziative private».

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"Maggioranza e opposizione" del 7 aprile 1951 (da "Il Mondo")

"Alla vigilia di crisi e di elezioni una revisione della situazione dei partiti è d'obbligo; tanto più che dall'una e dalle altre si prevedono spostamenti e indicazioni che saranno validi per altri due anni fino alle elezioni politiche del 1953.
Nessuno può contestare alla Democrazia cristiana la posizione di maggioranza numerica (a parte il piccolo scarto nel Senato) e di partito responsabile della coalizione governativa. Quel che manca in Italia è un partito o una coalizione di partiti che possano dirsi, con la formula inglese, opposizione di Sua Maestà; cioè una minoranza costituzionale che sia in posizione di alternarsi al potere con il partito (o coalizione di partiti) che nella legislazione in corso tiene la maggioranza.
Invero nessuno considera minoranza costituzionale il Partito comunista al quale è alleato in sottordine il Partito socialista italiano; e nessuno in Italia, tranne gli interessati, avanza l'ipotesi che i rossi possano ottenere la maggioranza e impadronirsi del governo; perché, a parte altre considerazioni, verrebbe meno tanto l'ordine costituzionale quanto l'alternanza dei partiti al potere. Ed è questo uno dei motivi, se
non il principale, perché quell'italiano medio, che preferirebbe altri uomini e altre bandiere, vota Democrazia cristiana come il solo partito in grado di impedire l'avvento del comunismo. Fino a che tale pericolo esiste, il comunismo è di per sé un fattore decisivo a favore dell'attuale maggioranza.

Ecco perché siamo in cerca (mi ci metto anch'io e ne dirò le ragioni) di una minoranza costituzionale che possa creare un'opposizione legale e determinare col tempo l'alternanza al potere, pur cooperando allo stesso tempo con la Democrazia cristiana a tenere il comunismo lontano dal potere.
Certuni hanno pensato a una coalizione laicista che possa fare allo stesso tempo pendant con la Democrazia cristiana per tenere in iscacco i comunisti e pendant con i comunisti per tenere in scacco la Democrazia cristiana. Essi non si accorgono che son fuori della realtà. Il gioco parlamentare di altalena, eventuale e quasi distaccato dalle premesse e dalle conseguenze politiche, può capitare ed è capitato tanto ai democristiani quanto ai laicisti. Cito due passi: il primo quello dell'articolo 7 della Costituzione circa il concordato (democristiani e comunisti); il secondo quello dell'articolo 72 riguardo i divorzi autorizzati da tribunali esteri (laicisti e comunisti). Se un simile gioco fosse ridotto a sistema, pari a quello del gruppo irlandese alla Camera dei comuni nel secolo scorso, non potrebbe essere effettivo che per una visione unica alla quale vengano subordinati tutti gli interessi e tutte le divergenze dei partiti. Il laicismo, sia quello blando e benevolo di Manlio Lupinacci, sia quello radicale dei vari scrittori del Mondo, non è capace di creare una posizione unica di battaglia che trovi consistenza e forza nel Paese.

Ma c'è di più: come può il laicismo essere il minimo comune denominatore dei vari piccoli partiti italiani, a parte le tre denominazioni di massa: democristiani, socialisti e comunisti? Non certo per i resti del vecchio liberalismo rinverdito nel Cln del dopoguerra e arrivato con l'esarchia al governo; non esiste un vero partito liberale; esistono varie correnti più o meno personali che non hanno trovato fra loro quel minimo comune denominatore che li unisca, nonostante che tutti si dicano laici. Se nel periodo dalla fine Ottocento al primo quarto del Novecento i liberali poterono affrontare il socialismo in ascesa, ciò fu per l'apporto elettorale dei cattolici e poi per l'appoggio dei popolari ai governi di coalizione; non mai perché i gruppi e gruppetti liberali e demoliberali e liberodemocratici del tempo formassero un vero partito organizzato. Il frammentarismo dei liberali di ieri non è cambiato neppure oggi, dopo trent'anni di estromissione dalla direzione politica del Paese; è cambiata solo la posizione, divenuta oggi di critica e di attesa, dato che essi non possono contare che su 15 deputati e 10 senatori.

I resti del radicalismo italiano, riapparso sotto il nome di Partito di azione, si sono dispersi nei partiti di sinistra. Le punte monarchiche e "missine" hanno una pregiudiziale costituzionale che rende loro difficile partecipare, anche se lo volessero, alla coalizione laicista di una certa consistenza e serietà.
I repubblicani hanno una loro fisionomia storica alla quale non rinunziano e, secondo me, fanno bene per quel poco che di storico sopravvive nella politica italiana.
Restano i socialisti: questi potrebbero fare un partito forte, un laburismo italiano, laico s'intende senza bisogno di dirlo, se fossero capaci di prendere una posizione non classista e non marxista, realmente innovatrice. Purtroppo in Italia le masse operaie, che hanno avuto inoculato nel sangue, in trent'anni di socialismo prefascista, un rivoluzionarismo bolso insieme alla casistica bizantina che le ha frazionate, oggi si trovano alle prese sia con il rivoluzionarismo dei compagni comunisti che con le nuove casistiche dei Psi, Psu e Psli; essi non sono in condizione psicologica e politica di cambiare rotta di punto in bianco; occorrono anni e anni e più che altro il declino politico del comunismo, lo sfaldamento della Cgil perché abbia luogo una revisione politica che oggi è impossibile. Saragat è un pioniere che si arresta avanti la porta e non la infila, perché ha paura, voltandosi, di trovare il vuoto dietro di sé. Da qui il travaglio di trovare quell'accordo fattivo, che non sia un handicap per l'avvenire del partito unitario. Da qui anche la impossibilità per il partito nenniano a romperla con il comunismo, e la posizione d'obbligo della Cgil a mantenere le masse operaie ferme alla politica di Mosca.

Il laicismo non ha coagulato né coagulerà nessuna terza forza o nessun partito o coalizione permanente di partiti, così da divenire l'opposizione costituzionale alla Democrazia cristiana, e da creare lo stato d'animo nazionale di aspettativa per l'alternanza dei partiti di governo, quando il pericolo comunista sarà attenuato o allontanato. Il laicismo può essere una posizione culturale per gli intellettuali; una posizione religiosa per coloro che si rifanno alla tradizione dei ghibellini, dei liberi pensatori, dei liberali agnostici o anche mezzo-credenti che aspiravano, nel passato, alla eliminazione dell'ingerenza ecclesiastica nella vita dello Stato moderno. Posizioni storiche queste che possono dirsi già superate, in quanto i residui attuali fissati nel concordato non hanno creato né creano situazioni antagonistiche fra Stato e Chiesa, e in quanto la stessa funzione religiosa della Chiesa in pace con lo Stato non solo è un bene morale per la società, ma un bene valutabile politicamente per il Paese.

L'istanza laicista è posta da alcuni come limite precauzionale a una possibile attività clericale della Democrazia cristiana, cosa fin oggi più nella fantasia degli avversari che nelle istanze programmatiche del partito di maggioranza e nella condotta politica del governo. Del resto, nessun laicista ben pensante crede che oggi possa sferrarsi una campagna anticlericale, sia perché ne manca il substrato politico ed economico come quello che rese possibili le posizioni risorgimentali in merito: potere temporale, manomorta ecclesiastica, resti di giurisdizionalismo; sia perché da un lato non troverebbe reale appoggio nel Paese e dall'altro lato ne approfitterebbero solo i comunisti, per i quali l'apporto laicista sarebbe un'occasione favorevole per portare in Italia i metodi usati nei Paesi satelliti.

Tolto via il laicismo come minimo comune denominatore di un'opposizione costituzionale, resterebbe da formare un programma politico e parlamentare per creare la diga delle minoranze all'attività debordante di ogni maggioranza. Ma si dovrebbe puntare sulla rivalutazione della libertà di fronte al vincolismo e al dirigismo imperante; su una maggiore contrazione delle spese pubbliche dato lo sperpero che ne fanno sia lo Stato sia gli enti vecchi e nuovi nei quali imperano le burocrazie interessate; sopra una migliore disciplina parlamentare e una più sentita moralità nella vita pubblica.
Le minoranze hanno il diritto di prendere l'atteggiamento di Catone, solo quando anch'esse hanno le mani nette e il coraggio della verità; quando nulla hanno da perdere e nulla da guadagnare dal compito che loro deriva di controllo politico e parlamentare; quando non aspirano a partecipare a tutte le coalizioni governative per trarne vantaggi di partito e di persone.

Il principale, ma non l'unico, torto dei partiti di minoranza è che non hanno pazienza nell'attesa, perché non hanno fede nei loro ideali o non vogliono perdere i vantaggi del momento; così si spappolano e si dissolvono, o si contrastano e si frazionano. Il laburismo inglese attese quarant'anni per divenire partito di governo, incuneandosi fra i due colossi di allora: il conservatore e il liberale, e rigettando le esperienze delle coalizioni.
Forse i moderni ignorano che chi scrive fissò le linee del partito popolare in un discorso del 1905, pubblicato nell'anno seguente; e attese quattordici anni e lavorando sempre a tale scopo con fede e tenacemente, finché nel gennaio 1919 poté lanciare l'appello «ai liberi e ai forti» e condurre il partito alla vittoria del novembre 1919 (99 deputati al Parlamento).
Coloro che oggi credono che, il titolo di liberale valga a creare un alone di fiducia generale o che il laicismo possa destare gli entusiasmi degli italiani, sono degli illusi. Occorre una lunga preparazione, una chiara caratterizzazione politica; occorrono uomini che si sacrifichino per l'idea. Altrimenti, tutte le intese, anche elettorali, non faranno fare un passo alla chiarificazione della nostra vita pubblica.
E allora? La formula del 18 aprile, nata come formula anticomunista e applicata col metodo di un neo-giolittismo di maniera, creando una maggioranza senza opposizione costituzionale coerente ed efficiente, continuerà per altri due anni, e non potrà preparare nel parlamenta e nel Paese una soluzione atta a dare vitalità e robustezza alla democrazia della repubblica italiana.


"sul "Liberismo" del 6 ottobre 1951 (da "La Via")

"Secondo il prof. Ernesto Rossi io sarei un liberista manchesteriano di cento anni fa. Non c'è dubbio che io sia stato sempre coerente a un ideale temperatamente "liberista", fin da quando, sull'altra sponda, mi trovavo sulla medesima linea di Napoleone Colajanni, combattendo contro il dazio sul grano, e partecipando alla corrente guidata da Edoardo Giretti. Però, e prima e dopo il fascismo, in Italia e all'estero, ho sempre ammesso e, occorrendo, sostenuto apertamente, un equilibrato intervento statale a fini politici e sociali ben chiari e determinati.
Non c'è dubbio che l'azione statale, anche se volutamente limitata al solo regime fiscale, interferisca nel ritmo dell'economia privatista. Lo stesso effetto ha qualsiasi regime doganale, tanto a scopo fiscale che a scopo politico (nei rapporti con altri Stati). Quando poi sopraggiungono esigenze eccezionali per epidemie, terremoti, guerre, i provvedimenti statali incidono naturalmente in parte o anche in tutta la struttura economica del Paese; sta al governo e agli organi dello Stato temperare, regolare, correggere il corso degli affari, per dare ai cittadini il minore disturbo possibile.

Il liberismo puro è una concezione irrealistica, come è irrealistico il dirigismo puro, il comunismo puro e tutto quel che l'uomo idealizza al di fuori della realtà concreta.
Stando con i piedi sulla terra, possiamo parlare di indirizzo, di orientamento, di relatività; infatti la legge più adatta all'uomo politico, come all'uomo di affari e anche all'uomo comune, è quella di un sano relativismo. Quando lo Stato liberale era timido ad adottare leggi sociali, non solo noi democratici cristiani della fine Ottocento, ma anche molti altri di vario settore, a parte i socialisti, sostenevamo il diritto dello Stato a intervenire, per proteggere il lavoro contro lo sfruttamento, sostenevamo il diritto dell'operaio a organizzarsi e il dovere dello Stato a riconoscerne i sindacati e le leghe. Si trattava, è vero, di interventi di carattere giuridico-sociale. Ma, facendo un passo in avanti, accettavamo anche le municipalizzazioni, allo scopo di far diminuire i costi e calmierare i consumi.

Naturalmente l'esperienza "italiana", fatta spesso di facilonerie e di furberie, portò in molti casi, così nel campo della municipalizzazione come in quello della cooperazione, a elevare i costi e a fare sparire gli utili e i vantaggi che si speravano. Proprio come avvenne nel campo delle assicurazioni di Stato, che pur favorimmo nonostante certe riserve. Ma in teoria avevamo ragione e in pratica no.

Oggi il timido "intervenzionismo" della fine del secolo scorso è superato; il cosiddetto "dirigismo" di Stato è accettato da tutti, anche se si è arrivati a formare un migliaio di enti statali o parastatali. Lo Stato non si è limitato a regolare l'economia a mezzo degli interventi fiscali e doganali; ha prodotto con i suoi interventi due grossi monopoli intercomunicanti: il monopolio dello Stato, parte scoperto e parte sotto etichette varie, e il monopolio di grandi imprese apparentemente libere che vivono dei favori diretti o indiretti dello
Stato. Quando tali imprese vanno male, si annettono apertamente e subdolamente allo Stato, che così accresce il suo immenso "demanio" industriale, immobiliare e mobiliare. Di questo passo lo Stato, in forma caotica e incoerente, costituirà una nuova manomorta superiore a quella feudale dei monarchi o delle Chiese del Medio evo e quasi pari all'attuale manomorta sovietica.

La situazione italiana di oggi è di una incoerenza tale, che il prof. Rossi può denunziare la mala amministrazione statale, l'invadenza burocratica nella economia, il parassitismo a danno dello Stato, e allo stesso tempo scrivere contro i "baroni" o i "briganti" dell'elettricità o dello zucchero e in genere contro i "pirati" di terra e di mare della industria privata; con l'eccezione del cielo perché là non c'è nessun "pirata", dato che la nostra industria aviatoria non ha possibilità di contendere con quelle estere, che si aggiornano sempre di tutte le novità scientifiche succedentisi a ritmo accelerato.
L'assurdo dell'economia italiana sta nel fatto di essere apparentemente privatistica e di mercato, ma effettivamente controllata da uno Stato che pretende di dirigere e non dirige; mentre il privato cerca di farla al dirigente e al cliente e la fa a se stesso.

Fra gli elementi del caos economico che si è prodotto in Italia, il primo e il più grave è di natura psicologica. Gli operai, quelli che, lavorando o anche non lavorando, hanno la fortuna di un salario giornaliero assicurato, pensano che, se non paga l'imprenditore, pagherà lo Stato, sia direttamente sia sotto i fatidici nomi di Iri, Fim, Ilva, Ansaldo e simili; hanno così perduto il senso del rischio. Se sono licenziati, tentano le agitazioni sindacali, gli scioperi, l'occupazione delle fabbriche, sicuri che, novanta volte su cento, la spuntano. In tutti questi casi, casi di ogni giorno, il meno che si pensa è di rendere efficiente l'impresa e di evitare che l'impresa fallisca. Anche l'impresa in stato fallimentare deve vivere ed essere oggetto di salvataggio statale.

L'imprenditore, da parte sua, non solo entra in questo ordine di idee, ma usa dell'arma dei sindacati operai e delle deputazioni politiche di tutti i partiti per costringere ministeri e governo a intervenire.
La burocrazia non sta con le mani in mano, sia quella normalmente amica, pour cause, degli industriali, sia quella eventualmente interessata; sia anche quella impegnata dai ministri a trovare una soluzione temporanea che allontani il disturbo e rimandi la ricerca di rimedi più sostanziali. Se, ciò nonostante, non si riesce a salvare le imprese, le larghe braccia dello Stato sono là per rilevare tutte le Brede, tutte le Reggiane e tutte le Ducati di questo mondo, accrescendo la manomorta industriale statizzata.

Il prof.. Rossi domanda a bruciapelo se sia possibile il fallimento della Fiat. Io escludo l'ipotesi, non perché la Fiat non sia come tutte le cose umane, che possono andare bene o male, ma (a parte la solidità di quella impresa, che vorrei più contenuta e senza tante filiazioni), perché escludo che si debba a priori ipotizzare il caso di un salvataggio statale di un'impresa in fallimento. Fatta la ipotesi, viene creata di botto la psicologia del pubblico che lo Stato è obbligato a garantire tutte le imprese industriali che andranno male. Non ne resterà una in piedi. Se la Fiat, nonostante tutti gli aiuti e le protezioni avute, come ogni altra impresa industriale, andasse male, e io fossi qualcosa nel governo italiano (supposizione ieri irrealizzata e oggi irrealizzabile), sequestrerei tutti i beni degli azionisti della Fiat e di tutte le società alle quali partecipa la Fiat per fare fronte al disastro, manderei in galera tutti i responsabili del fallimento e metterei l'impresa in mano ad abili liquidatori. La nuova Fiat verrebbe su sana e valida, senza debiti e senza creditori. Quegli operai licenziati dovrebbero essere messi alla pari dei disoccupati, per i quali lo Stato provvede nei limiti delle sue possibilità, curando che nessuno muoia di fame, ma chiarendo che nessuno possa avanzare diritti contro lo Stato.

Questo atto di politica risanatrice porterebbe certo la ribellione dei sindacati, il voto di sfiducia dei deputati, la crisi ministeriale, ma sarebbe l'inizio dell'apertura degli occhi degli italiani che non vedono verso quale disastro si va incontro ammettendo a priori che nessuna impresa importante debba fallire.
E vero; Sturzo, l'organizzatore di contadini e di operai della prima gioventù, il sostenitore del sindacalismo giuridicamente riconosciuto, il sociologo storicista e spiritualista, l'uomo di azione sociale e cattolica, il politico democratico, sarebbe in questo caso dipinto quale nemico del popolo e sarebbe messo in stato di accusa.
Cinque anni fa, al mio ritorno dall'America, trovai l'improvviso provvedimento del blocco della mano d'opera nelle industrie. Proposi la creazione di una cassa autonoma per la disoccupazione con il concorso dello Stato, delle industrie e degli operai occupati, sicuro che, entro due o tre anni, tutta la mano d'opera licenziata sarebbe stata riassorbita, le industrie avrebbero prosperato della congiuntura, e avrebbero avuto maggiore possibilità per il riadattamento postbellico delle imprese. Forse ero ottimista nelle previsioni; ma l'altra strada, quella seguita, ci ha dato la perdita di cinque anni nella ripresa e ci ha portato al marasma presente.

Un'altra delle mie campagne (naturalmente senza risultati) tocca una delle piaghe più gravi: la nostra: economia nei rapporti con il sistema bancario. Quale economia, anche elementare, può stare in piedi con gli attuali interessi bancari attivi, che dal 7 per cento nominale vanno al 13 per cento normale, e arrivano a punte che superano il 18 per cento? Che dire poi se le banche pretendono (non si tratta di pochi casi) di associarsi ai profitti dell'impresa per quel 10, 20 o anche 30 per cento, che trasforma la banca in una compagnia di affari, e non si sa in certi casi se pubblici o privati? Mi fermo qui, perché gli organi dello Stato non ignorano questo e altro, dato che la gran parte delle banche sono statali o "irizzate" che è lo stesso.
La piaga italiana sta principalmente nella burocratizzazione generale: lo Stato, le aziende statali, le banche, gli enti statali o parastatali e perfino le grandi imprese industriali e agrarie sono tutte burocratizzate: la burocrazia vi comanda e vi impera.

L'impresa piccola e media, fisco permettendo, banca permettendo, sindacato permettendo, congiuntura permettendo, vive o vivacchia, secondo i casi, o va in malora con fallimenti risanatori. Ma il grosso, quello che Ernesto Rossi definisce dei "pirati", dei "briganti", dei "baroni", vive con l'aiuto diretto o indiretto dello Stato e con i favori della burocrazia, con il consenso non disinteressato dei partiti.
Quel poco che ci mette l'iniziativa privata da sola, al di fuori dei contatti, ibridi e torbidi con lo Stato, è merito di imprenditori intelligenti, di tecnici superiori, di mano d'opera qualificata, della vecchia libera tradizione italiana. Ma va scomparendo sotto l'ondata dirigista e monopolista.


Mi si domanda, perché, in tale situazione, continuo a perseguire idee e ricordi di un liberismo seppellito. Rispondo: il segreto della mia campagna non è strettamente economico. Io non ho nulla, non possiedo nulla, non desidero nulla. Ho lottato tutta la mia vita per una libertà politica completa, ma responsabile. La perdita della libertà economica, verso la quale si corre a gran passi in Italia, segnerà la perdita effettiva della libertà politica, anche se resteranno le forme elettive di un parlamento apparente che giorno per giorno segnerà la sua abdicazione di fronte alla burocrazia, ai sindacati e agli enti economici che formeranno la struttura del nuovo Stato più o meno bolscevizzato.
Che Dio disperda la profezia.

sul "Sinistrismo economico" del 27 marzo 1955 (da "Il Giornale d'Italia")

"L'apertura a sinistra, motto magico per non pochi della politica militante, parte dalla convinzione che solo a sinistra si trovi la soluzione dei mali sociali. Da qui gli altri motti: immobilismo del centro, reazione della destra, superamento della borghesia. Simile concezione del bene e del male nei rapporti sociali, così semplificata e così radicata nella mente e nel portamento politico dei socialisti tradizionali e del sindacalismo di sinistra, trova adesione in gran parte delle organizzazioni operaie a qualsiasi settore politico appartengano e in non pochi settori di quella classe politica che usa fare appello alla "base"; a parte coloro che, scrutando il vento che spira e non desiderando diminuire di popolarità, si orientano a sinistra, più a sinistra che è possibile, anche all'interno del proprio partito, per timore di essere scavalcati nel gioco delle preferenze elettorali. ,
Comunque sia, i centristi dell'epoca del Partito popolare e i difensori convinti delle posizioni di destra nella vita pubblica italiana di questo dopoguerra, sono ridotti al lumicino: oggi la corsa è a sinistra.
Ecco perché l'apertura a sinistra è per molti una frase di inusitate attrattive, mentre il centrismo non desta simpatia. La Dc, per definizione partito di centro, è stata più volte accusata di immobilismo e l'accusa è partita dagli stessi democristiani che, per convinzione e per occasione, sventolano la bandiera di sinistra. Non sarò io a fare l'elenco di quel che in dieci anni si è fatto in Italia sia nel campo della ricostruzione postbellica come in quello dei rapporti sociali e dell'assistenza. Le mie critiche sono state mosse dagli sbagli che il sinistrismo ha fatto fare ai governi, non dalle iniziative coraggiose dal dicembre 1945 in poi.
Non sono mancate giustificazioni alla collaborazione politica con il socialcomunismo per i due anni 1945-47 (la precedente collaborazione fu imposta dagli alleati); neppure sono mancate giustificazioni all'interventismo statale in settori che potevano essere facilmente lasciati all'iniziativa privata. L'errore, che si è andato sviluppando e al cui dilagare sembra non si possa opporre una diga efficace, è la cieca fede nello statalismo economico e la ostilità crescente all'iniziativa privata, ogni qualvolta tale alternativa venga presentata ai partiti e alle Camere.

Ne consegue che lo Stato ha sempre bisogno di maggiori mezzi per fare fronte alle continue richieste di intervento; maggiori mezzi che vengono sottratti all'investimento privato. E mentre viene scoraggiata l'attività dei cittadini, viene inflazionata quella degli enti creati nel passato e moltiplicati nel presente.
Tale processo segna curve di maggiore o minore efficienza secondo le oscillazioni prodotte da interventi di eccezionale portata: piano Marshall, prestiti interni ed esteri, Cassa mezzogiorno, enti agrari di riforma, Eni. Nel complesso, l'aumento della spesa pubblica non si arresta; l'interventismo statale rafferma l'iniziale statalismo delle democrazie moderne e conduce, per vie equivoche, al socialismo di Stato.

Credono gli amici della sinistra Dc che sia questa la via per il benessere del nostro Paese? E che ciò risponda ai più sani criteri di politica democratica e agli ideali stessi del loro partito?
Terrore fondamentale dello statalismo è quello di affidare allo Stato attività a scopo produttivo connesse a un vincolismo economico, che soffoca la libertà dell' iniziativa privata.
Se nel mondo c'è stato effettivo incremento di produttività che ha superato i livelli delle epoche precedenti e ha fatto fronte all'incremento demografico, lo troviamo nei periodi e nei Paesi a regime economico libero basato sull'attività privata singola o associata. Non si riscontra simile prosperità, diffusa in tutta la popolazione, sotto i regimi vincolistici delle monarchie assolute dell'ancien régime, né sotto dittature militari e popolari del secolo scorso e del presente.
E se la prima industrializzazione, teorizzata dal liberalismo economico, ci si presentò in termini di libertà spregiudicata e sfruttatrice, bisogna tener conto sia della reazione al vincolismo che s'andava scuotendo (statale e corporativo), sia dell'euforia della produzione capitalista. Fu allora che si sostenne la teoria dello Stato indifferente ai problemi etici e sociali e la più completa fiducia nel gioco economico.

Periodo superato questo in tutti i Paesi civili, sia con le leggi sociali che gli stessi liberali laici, insieme alle rappresentanze dei partiti cattolici di allora, adottarono sotto la doppia spinta proletaria ed etico-religiosa; sia con la formazione contrastata prima, vittoriosa dopo, dei sindacati socialisti e cristiani.

In questo processo, si passò dall'accentramento e dalla sterilità della ricchezza nelle mani delle classi nobili e delle manomorte alla distribuzione e produttività delle classi medie; la proprietà individuale e cooperativa si diffuse e si diffuse l'artigianato, il livello della vita economica si andò elevando, anche per le classi operaie, come mai nel passato vincolistico, sia il medievale e il rinascimentale sia il moderno fino alla prima metà del secolo scorso.
L'accesso delle classi lavoratrici alla piccola proprietà non è da oggi: ma oggi viene accelerato in forme più adatte alla struttura moderna, anche se questo fatto attenua in certa guisa lo slancio produttivo della grande azienda.
Quel che preoccupa, nel rinnovamento sociale presente accelerato e pur deformato dagli effetti delle due grandi guerre, è l'esagerato interventismo statale, fino a rifare una nuova manomorta di beni urbani e rurali, a creare un capitalismo statale di partecipazioni dirette e indirette alle aziende produttive, e a tentare un'industria di Stato privilegiata e garantita.

L'Italia ha provato nel passato regime il dirigismo, l'autarchia e la creazione dell'Iri a titolo provvisorio di liquidazione. Ma nulla è più duraturo del provvisorio; nulla è fuori della liquidazione che quella fatta dallo Stato a scopi politici.
Quella parte della nostra industria, inflazionatasi per gli affari mal condotti nella prima guerra mondiale, doveva ridimensionarsi e liquidarsi; lo Stato poteva, dal di fuori, favorire l'una o l'altra operazione con meno scosse possibili. L'operazione Iri sembrò saggia, salvò buone e cattive imprese; inflazionò le partecipazioni statali e creò un cattivo esempio per l'avvenire.

Trasferire il capitale privato allo Stato, e farlo operare nei larghi settori dell'industria, agendo come azienda privatistica nei contratti con i terzi: clienti, fornitori e operai; ma amministrando con la sicurezza che l'azionista unico o maggioritario ingoierà tutti i rospi e finirà per saldare tutti i deficit, porta danno al Paese, alla sua economia e alla stessa classe operaia.
Continuare nel sistema, credendo che lo Stato, cioè la pubblica amministrazione, possa correggersi, è follia; proprio quella follia che comunisti e socialisti di marca portano come soluzione del problema economico moderno; ma della cui soluzione non abbiamo un solo esempio che sia probante, neppure nella "felicissima Russia", neppure nei Paesi satelliti, fra i quali la Cecoslovacchia che, come Paese libero, conobbe i progressi agrari e industriali del primo dopoguerra, la Polonia e ancora più i Paesi baltici, che dopo la liberazione dal giogo degli zar di Pietroburgo si avviarono, in clima di libertà, verso una prosperità mai prima conosciuta.
Del resto, gli esempi di Paesi come l'Olanda, il Belgio, la Svizzera, il Lussemburgo, a non parlare dei maggiori: Stati Uniti d'America, Canada, Australia, Nuova Zelanda, e aggiungo anche l'Inghilterra e la Francia, pur tormentati come sono dal dirigismo del dopoguerra, e meglio ancora la Germania occidentale che in cinque anni ha ripreso vigore e forza, danno la prova di che cosa sia, nella prevalente economia privatistica, il benessere e lo sviluppo della classe lavoratrice, in collaborazione da pari a pari con i datori di lavoro.
Non manca l'intervento dello Stato in tali Paesi, intervento razionale nel campo fiscale, opportuno in quello creditizio, e anche, sotto forma dirigista, in certi settori di particolare difficoltà. Ma quando si arriva alle statizzazioni o nazionalizzazioni industriali (miniere di carbone in Inghilterra, elettricità in Francia e simili) se ne lamentano gli effetti deleteri, anche se possono registrarsi certi vantaggi immediati che si scontano strada facendo.
Ma altro è il tentativo di risolvere un dato problema con la statizzazione (noi abbiamo le ferrovie di Stato e la statizzazione o demanializzazione del sottosuolo); altro è andare soffocando le attività dell'economia privata attraverso l'inflazione degli enti sorretti da finanziamenti di Stato, da partecipazioni azionarie di Stato, da privilegi e monopoli di Stato.
Tali enti sono in balia delle fluttuazioni politiche. Non è il governo che gestisce: il governo influisce politicamente; non sono i partiti che gestiscono: i partiti influiscono politicamente; sono, è vero, i funzionari che gestiscono ma senza effettiva responsabilità, perché dietro di loro c'è il ministero competente per definizione ma spesso incompetente; non sono i privati chiamati alla gestione di tali enti ad assumerne le responsabilità, perché a ogni momento possono ricevere ordini palesi o segreti, dei quali nessuno risponde. Così si crea un capitalismo irresponsabile, poco e niente redditizio, che oggi va assurgendo a dirigente effettivo della vita economica del Paese.

I vantaggi dello Stato? nulli; anche nel settore fiscale lo Stato riceve meno di quanto dovrebbe, perché gli enti pubblici sono, fino al momento in cui scrivo, o privilegiati o evasori, e sempre evasori per la parte non privilegiata. Nessuna entrata attiva va allo Stato, tranne qualche briciola per ubbidire a certe percentuali fissate da leggi; in compenso le passività sono coperte al 100 per cento; e più passività si fanno (anche illegalmente e perfino dolosamente) e più lo Stato interviene. Non ho visto un solo amministratore portato avanti la Corte dei conti al redde rationem.

Quale maggior contributo politico della democrazia alla realizzazione del socialismo di Stato? e quale più efficace mezzo per lo slittamento verso il comunismo? Ci pensino i sinistroidi della Dc a tale prospettiva. Quando sento i Pella, i Campilli, i Fanfani e perfino i Vanoni parlare a favore dell'iniziativa privata, mi domando se le loro parole sono ancora valide, e se essi si rendono conto della rotta che si è andata prendendo in Italia attraverso lo statalismo economico sempre più invadente e alla fine irrefrenabile".
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sul "Mezzogiorno e industrializzazione" del 19 dicembre 1954 (da "Il Popolo")

"Il decennio dicembre 1944-'54 segna, nella storia del Mezzogiorno, la più marcata tendenza verso la industrializzazione. Non sono mancate in precedenza qua e là industrie nel Mezzogiorno e nelle isole, e, nel tipo del tempo, anche sotto i Borboni; neppure sono mancate iniziative a largo respiro e di importanza notevole; i nomi di pionieri quali Florio in Sicilia e Capuano a Napoli non vanno dimenticati; ma una vera politica diretta alla industrializzazione del Mezzogiorno non vi e stata mai.

La guerra seminò rovine dappertutto; i danni nel Mezzogiorno, specie nel settore industriale, furono relativamente maggiori di quelli del settentrione. I primi provvedimenti della ricostruzione industriale del 1943 e 1944 furono diretti principalmente al Mezzogiorno, perché dalla linea Sigfrido prima e dalla linea gotica in seguito, il resto del territorio era occupato dai tedeschi e dipendente dalla, più o meno nominale, repubblica di Salò.
La industrializzazione cominciò in Sicilia con la creazione della sezione industriale del Banco di Sicilia (28 dicembre 1944). Seguì a distanza di quasi un anno e mezzo la sezione industriale del Banco di Napoli (maggio 1946) che operò anche per la Sardegna fino alla costituzione di un banco proprio per quell'isola. Le varie leggi susseguitesi aumentarono i fondi, ampliarono le agevolazioni fiscali, costituirono gestioni speciali per le piccole e medie industrie, fino a che, sul fondo-lire dell'Erp, furono attribuiti altri miliardi sia direttamente sia a mezzo di obbligazioni.

In totale, nel decennio il Banco di Napoli direttamente e a mezzo dell'Isveimer prima della trasformazione, ha impiegato nel Mezzogiorno continentale 60 miliardi e 700 milioni; il Banco di Sicilia nell'isola 22 miliardi e 500 milioni; il Banco della Sardegna direttamente o a mezzo del Banco di Napoli 6 miliardi e 753 milioni. In totale oltre 90 miliardi.
Con la creazione della cassa del Mezzogiorno, si temette (e chi scrive ne fece speciali rilievi sulla stampa) un arresto alla industrializzazione, perché nella legge del 1950 si volle limitare l'intervento della cassa solo agli impianti di utilizzazione dei prodotti agrari, utilizzazione che nella pratica è stata anch'essa scarsa, non ritenendo che le centrali del latte e le centrali ortofrutticole realizzate in quattro anni possano dirsi un apporto efficiente nel campo della industrializzazione.

Però con la legge del luglio 1952 fu fondato l'Istituto del medio credito, fu resa possibile la trasformazione dell'istituto per lo sviluppo economico dell'Italia meridionale (Isveimer) e la creazione dell'istituto regionale per il finanziamento delle medie e piccole imprese in Sicilia (Irfis) e del Credito industriale sardo (Cis) con l'apporto di capitali e la partecipazione amministrativa della cassa del Mezzogiorno.
Il contributo della cassa alla industrializzazione non si è fermato qui, perché si è fatta intermediaria di prestiti esteri (Banca internazionale di Washington) sia a scopo industriale (vedi Akragas in Sicilia) sia per impianti idroelettrici collegati con la bonifica agraria. Anche le strade, le bonifiche integrali, gli acquedotti e le sistemazioni montane, scopi principali della cassa, servono a creare nel Mezzogiorno il clima per la industrializzazione. La sistemazione delle ferrovie meridionali, alla quale per la legge del luglio 1952 sono stati destinati 80 miliardi, è necessaria allo sviluppo dei trasporti senza i quali la industrializzazione resterebbe paralizzata.

Ciò nonostante vi sono tuttora pregiudizi da vincere, sia al sud che al nord di Roma, nonché nella stessa Roma della burocrazia e della politica. In primo luogo, il pregiudizio di una presunta concorrenza che, in un futuro imprecisabile, le imprese industriali meridionali farebbero a quelle del nord; pregiudizio che in un primo tempo ritardò e limitò i provvedimenti adottati dal governo e poi fece ripiegare sul tema delle piccole e medie industrie da agevolare e sviluppare nel sud, con esclusione delle altre (ci volle del bello e del buono a far mettere nella legge del 1950 un "prevalentemente" avanti a "piccole e medie industrie").

Ci troviamo ancora su questa linea, cominciata da leggi e ripetuta nell'ultimo provvedimento per il quale sono stati destinati a un fondo di rotazione per crediti di favore alle industrie del Mezzogiorno undici miliardi presi dal fondo-lire. Nel fatto varie industrie superiori alle medie sono sorte senza alcuna opposizione. La vera industrializzazione di determinati territori crea una rete di grandi, medie e piccole industrie, che vivono e si sviluppano nella reciproca cooperazione, diretta o indiretta, e nell'urto dinamico di interessi che dà la spinta alla naturale selezione e porta a una efficiente saturazione. Senza la grande industria, intisichisce la media (a meno che non divenga essa stessa grande per propizie continenze), e vivacchia la piccola.
E da notare che "piccola media e grande" sono qualifiche relative: potrà dirsi grande un'industria di Calabria o di Sicilia, che sarà detta media in Piemonte o in Lombardia, e sarà qualificata per media industria in America quella che in Italia si ritiene sia una grande industria.
I comunisti hanno fatto tale propaganda contro grandi complessi italiani, presentati come sfruttatori del Paese e del popolo, che a molti fa un certo senso tutte le volte che nei centri meridionali sorge una industria di non usuale dimensione. Perdipiù, si ha una specie di xenofobia non solo verso gli investimenti esteri, in prevalenza americani, ma perfino verso le imprese del nord che, si dice, calano per sfruttare il sud; e non si avverte che non si attua mai una vera industrializzazione, in zone ancora agricole e artigiane, senza l'apporto di industrie di altre zone e di altri Paesi, senza i pionieri estranei che ambientano i pionieri locali, senza i coraggiosi, gli intraprendenti, con tutti i vantaggi e gli svantaggi che comportano (nessuno rischia senza speranza di guadagnare).

Così fu industrializzata l'alta Italia con apporti e con uomini venuti dalla Germania, dal Belgio, dalla Francia, dalla Svizzera; così deve avvenire per il Mezzogiorno; e non vi è nulla di anormale, nulla di dannoso, nei limiti s'intende di quella politica vigilante e seria che non deve mancare, specie nei rapporti con l'estero.
Vi è un altro pregiudizio assai diffuso: il mancato concorso del capitale privato meridionale. Non illudiamoci che il Mezzogiorno abbia larghi risparmi da impiegare nelle industrie. L'agricoltura non solo è ancora arretrata, ma esige molti capitali, come del resto ne esige anche quella progredita; e l'agricoltura non dà usualmente larghi profitti. La piccola industria locale ha pochi margini, che servono all'ammodernamento, alla rinnovazione, all'ampliamento degli impianti. E vero, parecchio del denaro liquido del Mezzogiorno va a titoli di Stato, ma non si tratta in tale settore di cifre superiori al normale afflusso di altre regioni. Ciò nonostante, vi è una quota di risparmio che va timidamente alle industrie perché il meridionale ha timore del rischio industriale.

Trasformare la psicologia del risparmiatore è opera di decenni; solo da poco l'uomo medio del sud ha conoscenza di industrie grandi, medie e piccole che vivono e prosperano. Di fronte ha anche prove di piccole industrie che avendo utilizzato i prestiti di favore delle ultime leggi per ampliamento o per nuovi impianti si son trovate senza sufficiente circolante per portarli avanti. Fra vita prospera e vita stentata di imprese sotto occhio pochi si decidono a impegnarsi a fondo; ciò nonostante, il risparmiatore meridionale oggi rischia nell'industria più di prima, è un passo. Se si risolvesse, con legge apposita (pare che debba venire) il problema dei credito di esercizio industriale, estendendo il timido inizio della legge n. 135 di quest'anno (detta "legge Sturzo"), si farebbero ancora dei passi in avanti. E se si accettasse la mia proposta sulle esenzioni delle imposte di ricchezza mobile e sulle società per una quota di utili annuali da reimpiegare in impianti nuovi (specie nel Mezzogiorno), si svilupperebbe ancora di più l'attesa industrializzazione. E se il piano decennale Vanoni si realizzerà per l'apporto di investimenti esteri, nonostante la carica comunista e loro alleati (compresi gli immancabili utili idioti di Roma e fuori), se ne vedranno i vantaggi non solo per il Mezzogiorno ma per tutto il Paese.

Bisogna avere il coraggio di risolvere anche il problema della energia elettrica; e a ciò contribuisce la cassa per il Mezzogiorno con i prestiti internazionali; ma non basta. Anche il Mezzogiorno continentale e (se possibile) la Sardegna devono poter contare sul metano e sul petrolio come oggi vi conta la Sicilia e come domani sembra ci conterà l'Abruzzo, che già attende l'esito dei primi pozzi in corso di trivellazione.
Tutto ciò è merito del nuovo clima sviluppatosi nel dopoguerra e favorito dai democratici cristiani, da soli o insieme ai partiti coalizzati, decisi da un decennio a realizzare una politica meridionale nuova e confidente dell'avvenire, fatta attraverso difficoltà, opposizioni, malintesi, che si vanno superando, anche quando la propaganda avversa vi getta contro il discredito e fa leva sull'ignoranza e sui pregiudizi."

su "Libertà e autolimitazione" del 9 agosto 1955 ( da "Il giornale d'Italia")

"Non è la prima volta che il segretario del Partito interviene pubblicamente, e quasi di autorità, negli affari che spettano al governo; e a me, bigotto del parlamento, al quale pervia di interrogazioni, interpellanze, mozioni e voti di fiducia spetta il controllo politico del governo, fa una non gradevole impressione. Le fasi della crisi siciliana hanno dato occasione ad affermazioni addirittura incredibili sull'ingerenza direttiva e ordinativa dei partito nella formazione del Governo regionale.
Mai, prima di oggi, era comparsa la direzione del partito in simili fasi politiche, assumendo responsabilità e impegni che né lo statuto del partito prevede, né la posizione di un'assemblea eletta dal popolo e un governo che rappresenta l'intera regione potrebbero tollerare.
Si tratta di limiti invalicabili fra partito e governo, fra partito e parlamento, fra partito e amministrazioni pubbliche, fra partito ed enti statali, parastatali e simili. Non può concepirsi una pubblica amministrazione come l'opera dei pupi, dove ci siano i paladini che combattono contro i saraceni tenuti e tirati con i fili da sopra le quinte; e neppure come un convitto di corrigendi, messi in fila o messi in castigo dai prefettini, secondo gli ordini di un direttore.

La malattia non è da oggi; la malattia, come dissi al Senato, rimonta ai comitati di liberazione, i quali avevano il compito, in mancanza di organi parlamentari, di rappresentare politicamente il corpo elettorale. Ma, data la composizione eteroclita di quei comitati, invece di creare governi organici, crearono rappresentanze (delegazioni) di partito a cominciare dal governo centrale e finire alle più piccole amministrazioni locali.
Ciò doveva cessare appena costituite le rappresentanze popolari e, per i primi, i Consigli e le giunte comunali. Ma quale la mia sorpresa, e il mio disappunto, quando, al ritorno in patria, un giovane dc svelto e intelligente, nell'espormi le manchevolezze della amministrazione comunale del suo paese (un grosso comune), aggiunse che quel sindaco non ubbidiva alle ingiunzioni della direzione della sezione comunale della Dc. Non mi fu possibile persuaderlo che quel che egli chiedeva non era legittimo, né serio, né onesto.

Quel giovane non era stato mai fascista, neppure la sua famiglia era stata fascista; ma il virus fascista era penetrato nelle ossa anche della fresca gioventù italiana del 1946. Che dire degli altri? Non c'era più il partito unico; vi erano i comitati ciellenisti; oggi vi sono i partiti collegati, domani vi saranno le aperture perché altri partiti partecipino al comando (non lo chiamo potere, perché il potere legislativo e direttivo è del parlamento; il potere esecutivo e attivo è del governo); lo chiamo "comando", l'intrusione nel potere, quello che si riferisce ai partiti, che fanno di volta in volta da mosca cocchiera, da terzo incomodo e da padrone del vapore.
Naturalmente, dietro i partiti, tutti i partiti, ci sono gruppi di spinta e interessi personali. Ve ne sono anche dietro i governi, tutti i governi, ma con la differenza che il governo è un potere responsabile, e risponde al Paese e risponde anzitutto al parlamento; il partito è un potere non responsabile; non risponde nemmeno agli elettori che gli danno il voto, né ai sostenitori che gli danno i mezzi: un partito, per definizione, non ha mezzi propri.
E allora? C'è il rimedio: il dirigente del partito, (di tutti i partiti, nessuno escluso) godendo della libertà democratica la più illimitata, al punto da potere sfiorare il codice, deve sapersi autolimitare. L'autolimitazione è la contropartita della libertà illimitata. Lautolimitazione in regime di libertà è la regola generale per tutti gli organi della vita pubblica e per tutte le associazioni private che si occupano di pubbliche attività.

Che dire se il parlamento invade i poteri dell'amministrazione attiva? E se il governo invade il parlamento? Se la magistratura si sente superiore alla legge o se il parlamento rende inoperanti le sentenze del magistrato? Se il capo dello Stato tende a sostituire il governo o se il governo tende a ingerirsi nelle funzioni del capo dello Stato? Quale Babilonia!
Ma questi sarebbero peccadillos in confronto alla mancanza di senso di limite dei partiti al punto da qualificare come delegazione la partecipazione ai governi di "coalizione".

Due sono le soluzioni: o le direzioni dei partiti si rendono conto di lasciare ai propri deputati e senatori la responsabilità parlamentare e governativa che loro spetta, e si limitano a intervenire con opportuno senso di misura a ricordare loro i vincoli di partito e i deliberati dei congressi (di tutti i congressi, onorevole Fanfani, e non solo del congresso di Napoli); ovvero si promuove una legge che attribuisce ai partiti personalità giuridica e politica e responsabilità governativa.
È perciò che io, e con me gli italiani pensosi delle sorti del Paese, vogliamo riaffermato e rafforzato lo Stato di diritto in democrazia parlamentare, e non vogliamo affatto lo "Stato della partitocrazia".
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sul "Fiscalismo, statalismo, pauperismo" del 9 aprile 1959 (da "Il Giornale d'Italia")

"Prego il lettore di non meravigliarsi del "trittico"; il vero significato di statalismo, messo nel mezzo dei due malfattori: fiscalismo e pauperismo, è quello della «illegittima ingerenza statale violatrice delle libertà civili e politiche nelle quali sono incluse le libertà culturali (nel senso più ampio della parola; perciò anche religiose, educative, artistiche) e quelle economiche». Se si continua a confondere statalismo con intervento statale legittimo e anche doveroso, (come fanno ora tutti i polemisti di marca matteiana) non ci intenderemo più: parleremo due lingue polemizzando sul vuoto.

Ciò premesso, questo articolo ha lo scopo di portare un contributo al problema della disoccupazione; problema non solo di attualità e premente, ma del quale le opinioni e gli atti, contrastanti fra di loro, sono centro di controversie politiche e di speculazioni di partito.

Fiscalismo: nessuno può negare che l'Italia abbia il privilegio di essere ridotta a un cumulo di leggi, di diversa origine e regime, spesso sorpassate e incoerenti. Per correggerne gli effetti si ricorre alle esenzioni occasionali, a quelle permanenti per redditi o per categorie; ai privilegi fiscali a enti pubblici. Abbiamo una legislazione complicata e succinta; spesso del caso per caso; non poche volte, del caso demagogico e di profitto più o meno individuato, così da mancare un punto di orientamento per guardare dentro la voluminosa raccolta delle leggi, dei regolamenti e delle circolari (anche queste) riguardanti esenzioni.
Il ministro Taviani, se durerà in quel dicastero come è augurabile, potrà rendere un grande servigio al Paese, cercando fra l'altro di riordinare, semplicizzare e ridurre il settore delle esenzioni in rapporto ai criteri adatti alla situazione attuale dell'economia interna e di quella del mercato comune e degli scambi internazionali.

Il punto centrale della finanza statale non è e non può essere quello di ottenere dal contribuente quanto più gettito è possibile; perché lo Stato moderno tende a divenire il Moloch del mondo: più ha e più spende; più spende e più ha bisogno di avere; aumentando di anno in anno bilanci di spesa, debito pubblico, oneri di tesoreria, contributi e dotazioni per innumerevoli enti quasi sempre in bolletta.

Dall'altro lato, come è comoda la vita del cittadino quando si può rivolgere allo Stato, domandando posti, stipendi, sussidi, concorsi, pensioni, indennità, partecipazioni a imprese, costruzioni di fabbriche, saldi di deficit, accollo di fallimenti, e così di seguito! Come fa lo Stato, ora fanno anche le Regioni esistenti e faranno le Regioni da creare; nessuna meraviglia se molte Province e Comuni con le loro municipalizzazioni e i loro deficit fanno lo stesso.

Non è forse scandaloso che Milano pretenda dallo Stato miliardi per il Teatro della Scala? Nessuno nega che la Scala sia gloria italiana; ma i milanesi potrebbero amministrare da sé il loro teatro, senza ingerenze statali di nomine e di interventi finanziari, i quali servono solo a ingrossare le spese, a dare il capogiro ad amministratore e a impiegati: c'è lo Stato? ebbene, che paghi lo Stato.
Un ragionamento da spensierati, o peggio da profittatori. Avere mantenuto alla presidenza del Consiglio la sezione speciale spettacolo, teatro, cinematografia quale stralcio dal celebre Minculpas è stato un errore. Palermo e Napoli, Roma e Venezia, Genova e Milano, e così di seguito, vogliono il contributo statale altrimenti non possono pagare macchinisti e musicisti, ballerini e impiegati. Non parliamo di tutto l'insieme del servizio, ora affidato all'onorevole Magrì. Chiudo la parentesi scaligera augurando che i milanesi pensino a trovare sul posto i fondi necessari per tenere su una Scala meno costosa e più artistica, con la speranza che vecchi e nuovi musicisti italiani rinnovino a Milano e altrove i miracoli dei Bellini e dei Verdi.

Dunque statalismo da combattere: ecco un esempio fresco: una commissione presieduta dal prof. Mirabella deve precisare la natura, le dimensioni e la località di un impianto siderurgico da farsi dall'Iri nel Mezzogiorno d'Italia sulla base di un preventivo a orecchio di centoventi miliardi. Quando si pensa che l'impianto Agip di Ravenna cominciò con la previsione di trenta miliardi, da me validamente contestati; e poi; passando ai quaranta e ai sessanta, è arrivato agli ottanta miliardi, (e non è ancora fermato), mi dicano i Mirabella e C. se i centoventi del 1959 non saranno i duecento del 1962, anno fissato come inizio di probabile funzionamento a vantaggio di circa duemila o anche tremila operai del Mezzogiorno.

Come contributo alla disoccupazione di oggi assomiglia al "campa cavallo"; il contributo effettivo del 1962 lo sa solo Dio; la tecnica e l'economia internazionale avranno fatto tanto progresso da poter capitare all'impianto dei 120 miliardi quel che si dice stia succedendo a Ravenna per l'impianto Agip: settore gomma tecnicamente superato; settore fertilizzanti cessione di prodotti sottocosto. Speriamo che dopo la circolare Ferrari Aggradi, avremo bilanci e rendiconti chiari e comprensibili.

Certo, se potessimo conoscere i costi delle imprese Eni nostrane ed estere, impianto per impianto, senza passaggi di entrate e di uscite da un settore all'altro attraverso la finanziaria, e senza passaggi sottomano di cifre volatilizzate, si avrebbero dati più sicuri per comprendere quanto lo Stato ci rimetta sia per mancate entrate di gestione e tributarie, a parte i mancati incassi per esenzioni legislative e regolamentari, e per chiusura di occhi. Si è parlato di certi trafugamenti di gasoli e simili, nei quali sembra siano implicati concessionari Agip; dopo i primi accenni di stampa, non se ne parla più, non essendo affare giornalistico interessante, come il caso Montesi o il processo Pupetta Maresca.

Il punto centrale della mia richiesta è proprio questo: conoscere il rapporto fra imprese statali o statizzate e FiscoTesoro, per accertare quel che di vantaggioso pervenga o possa pervenire ai servizi pubblici dentro i limiti di spesa normale (paragonata a quella consimile fatta da privati) e quanto vada a carico ingiustificato del contribuente, e perciò da eliminare.
Purtroppo, non è questo solo il fattore che pesa sul contribuente e ne ostacola le iniziative; altri fattori economico-statalistici contrastano fortemente la nostra produttività, primo tra tutti il costo del denaro. Le banche sono in grandissima parte enti statizzati o addirittura statali o con partecipazione statale e per giunta, agli effetti dei tassi attivi e passivi, legati a un cartello politicamente imposto. Conseguenza: alto costo del denaro anche quando la liquidità bancaria sia arrivata come oggi a un livello preoccupante.
Certi giornali filo Dc hanno accusato gli industriali di lasciare giacere il denaro invece di prendere iniziative produttive; è facile fare della demagogia, quando fin oggi la politica italiana filosocialista ha scoraggiato l'iniziativa privata. Non ripeto quello che scrissi nel mio articolo «Ridare fiducia». Vi è rapporto obbligato tra fiducia nell'avvenire e maggiore iniziativa; tra libertà economica e maggiore iniziativa; tra fiscalità e maggiore iniziativa; certe regole non possono essere violate impunemente.

Spero che l'attuale ministro alle Finanze risolva una buona volta il problema della nominatività dei titoli, (già per conto loro risolta abbastanza bene dalle Regioni di Sicilia e di Sardegna) e cerchi di adottare, per quanto è possibile, il sistema americano che mi sembra garantisca abbastanza bene sia il privato che lo Stato. Non si preoccupi dello schedario in corso di compilazione oramai da un decennio, né della tradizione Vanoni, che oggi si ripristina (perché non dirlo?) un po' per la facciata. Dal canto loro, i dc di sinistra non se la prendano calda con la loro avversione verso "il capitale", come se vivessero un secolo addietro; si persuadano che l'economia moderna, comunque sia congegnata, non può attuarsi senza capitale; questo esiste ed esisterà come esiste ed esisterà il capitalista; al plurale, capitalisti saranno i privati o gli enti privati o misti; al singolare, invece unico capitalista sarà lo Stato, non importa se quello di Mosca o amici, ed è nelle nostre mani: ma il capitale, quello che fa l'economia moderna, tecnica e conquistatrice, è necessario perfino nella Roma governata da democristiani ovvero governata da socialcomunisti. Se il capitale frutta, se la produttività aumenta, se la industrializzazione si sviluppa, se la tecnica si impone, se la massa operaia è abile, istruita, coraggiosa, intraprendente, atta a comprendere quando potrebbe esigere aumenti e quando dovrebbe privarsene (come la classe operaia svizzera), la disoccupazione sarà vinta e il pauperismo debellato; al contrario, quando si vuole l'impossibile, alti salari, alti stipendi, alti costi, interventi statali a getto continuo, provvedimenti fiscali senza tregua; le campagne continueranno a essere abbandonate, la disoccupazione aumenterà e con essa il pauperismo endemico nelle zone depresse e nella periferia delle grandi città".

Quattro mesi
dopo Don Sturzo muore  a Roma l'8 agosto 1959, all'età di 88 anni.

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FINE


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