FEDERICO II

UN ILLUMINATO, CODIFICO' ( E SOGNO') UNO STATO MODERNO
MA ....C'ERANO I PAPI


LA FIGURA DI FEDERICO II

Nelle precedenti puntate abbiamo appena conosciuto il "bambino" e il "ragazzo" FEDERICO II, posto sotto la tutela del Papa. Morto INNOCENZO III, all'improvviso iniziamo a conoscere il "vero" Federico, quello che, quando maturo, scriverà al giovane figlio Corrado una lettera di rimprovero ammonendolo che "i principi devono essere più di ogni altra persona suscettibili di disciplina". E scriveva questo non perché voleva fare il pedagogo, ma scriveva chi aveva imparato troppo nella fanciullezza; chi avendo dovuto comporre la sua disciplina del suo animo tutto da sé, sapeva quanto sia difficile la formazione di una compiuta personalità.

E la personalità di FEDERICO II è una delle più complesse della storia.
Nato da padre tedesco e da madre normanna, egli ha la fierezza, la durezza e l'alterigia della razza germanica e l'ardire, lo spirito d'iniziativa e il temperamento avventuroso dei Normanni; cresciuto in Italia, fra gente di stirpe latina, greca ed araba, ha degli Italiani il senso pratico e positivo, dei Greci la scaltrezza e l'istinto della dissimulazione, degli Arabi la sensualità.
Vissuto in un periodo di transizione, in un tempo in cui tramonta un'epoca ed una nuova sorge, Federico ha del medievale e del moderno, può essere considerato come l'ultimo imperatore del Medioevo e il primo principe del Risorgimento.

Al pari dei suoi predecessori egli ha un altissimo concetto della dignità imperiale e della propria autorità, ed è per questo che dedica tutta la sua attività a quello che è lo scopo della sua vita e a quella che crede la sua missione: abbattere la teocrazia papale e dare alla potestà civile l'indipendenza e la supremazia; ma a differenza degli imperatori che lo hanno preceduto è contrario all'ordinamento feudale e vuole una monarchia forte, quasi assoluta, in cui sia accentrato il potere e, pur vivendo nell'ambito delle idee e dei principi della Chiesa, tende a studiare razionalisticamente i problemi della scienza e le verità della fede, e della religione non fa il fine ma lo strumento della sua politica; da ultimo Federico non fa, come gli altri sovrani tedeschi, della Germania il centro dell'impero, ma stabilisce questo in Italia e precisamente in Sicilia, e da qui governa i suoi vasti domini.Restaurare l'autorità regia in Sicilia, dove nei primi anni del suo regno la nobiltà ha scosso e indebolito il prestigio della corona, rendere la potestà imperiale indipendente dal Papato, abbattere i comuni e unificare l'Italia sotto lo scettro della casa Sveva: ecco il programma politico di Federico II.

Di questo grande sovrano dà il Prutz un giudizio che in gran parte accettiamo e che ci piace riportare perché rappresenta l'opinione (molto onesta e obiettiva, e per questo la riportiamo) degli storici tedeschi: "In un triste isolamento ("ho imparato la quasi continua lamentazione deserta" dirà) privo di qualunque congiunto che volesse prendersi cura di lui e sostituirgli i genitori persi in tenera età, il giovine Federico aveva continuato a vivere in un ambiente travagliato da intrighi personali. Collocato in mezzo alle lotte di partiti appassionati, lui si vedeva, secondo i capricci della fortuna, in balia ora di questa, ora di quell'altra fazione e costretto a coprire, con il giovane suo titolo reale, l'ingordigia e l'ambizione, i capricci e gli arbitrii di chi momentaneamente era giunto a capo della pubblica cosa.

Tali vicende le dovette sopportare da MARCOVALDO di ANWELTER, da COPPARONE che per più tempo -nonostante bambino- lo aveva trattato come un prigioniero, e da DIEPOLDO di Acerra, e nel frattempo lui aveva dovuto convincersi come il Papato che dominava il mondo intero ed il cui rappresentante, dopo la morte della madre Costanza, era divenuto suo tutore e reggente del regno, non fosse in grado di porre termine all'eterno litigare delle fazioni, ed al procedere disordinato dei Grandi ambiziosi, né sapesse fare rispettare i suoi diritti.
(in grado di farli rispettare Innocenzo lo era, ma il piccolo Federico non doveva essere imperatore, perché "con tale elezione il Regno di Sicilia si sarebbe unito all'Impero, unione dannosa alla Chiesa" - stritolata in mezzo, guai!)

"Quale insegnamento poteva desumere, per l'avvenire, da tali fatti e circostanze quel giovine fornito di così tante alte doti? Certamente anzitutto la massima che non conveniva rivelare agli uomini i propri pensieri: che giovava anzi nascondere, dissimulare i vari propositi e le brame dell'animo; che degli uomini non bisognava fidarsi, ma premettere sempre che i loro atti, le loro omissioni nascondevano qualche fine particolare; che in generale era necessario tenere d'occhio il proprio vantaggio e farvi concorrere anche gli altri uomini, fosse pure contro la loro volontà.
Se Federico II in seguito ci si presenta come maestro nell'arte di celare il vero suo fine e di sfruttare sotto pretesti fallaci le forze altrui, bisogna attribuirlo alle circostanze, in mezzo alle quali egli si era fatto grande, acquistando una maturità precoce in ogni cosa relativa alla politica.

"Freddo calcolatore, che giudicava uomini e cose esclusivamente alla stregua del suo vantaggio, difficilmente accessibile ad ogni sentimento gentile che poteva distrarlo dalla sua politica brutalmente egoista, FEDERICO II era sempre pronto a liberarsi, con ampie concessioni, dalle difficoltà che in un dato momento lo stringevano, ma in pari tempo era risoluto a ritirarle appena glielo permettesse un'occasione propizia, e ad ignorarle come nulle e non avvenute.
"Può darsi che, oltre le circostanze della Sicilia subite ed attraversate da Federico II, questo lato del suo carattere fosse pure ed in particolar modo sviluppato per l'esempio datogli da GUALTIERO di PALEAR, arcivescovo di Troia, e per molti anni cancelliere del regno siciliano; quest'uomo di stato siciliano stette più d'ogni altro vicino al giovine sovrano, anche perché nessun rivolgimento di partiti non riusciva mai a scartarlo completamente; invariabilmente il versatile prelato sapeva riconquistare qualche posto e rendersi indispensabile a coloro che per il momento tenevano il potere.
"Ma almeno il cuore del giovane sovrano si era aperto a sentimenti gentili e affettuosi, tanto più rigoglioso sviluppo prendeva il suo intelletto precoce, che di giorno in giorno si rendeva più versatile e più indipendente. Non pochi impulsi certamente lui trasse dall'ambiente in cui si fece grande, ove si incontravano Occidente ed Oriente e dove la civiltà cristiana con la coltura degli Arabi e dei Bizantini si univa in un quadro splendido, rigoglioso, svariato.

Il duomo ed i castelli edificati dai suoi predecessori normanni, lo splendore dei loro palazzi circondati da giardini voluttuosi, l'abbandono orientale verso i godimenti sensuali, qualità da generazioni già acquistate dai Siciliani, tutto insomma aveva affascinato in modo irresistibile il vivo intelletto del ragazzo ardente, che non riuscì mai a liberarsi da quelle impressioni.

Per tempo e per ragioni politiche lo avevano unito in matrimonio con COSTANZA D'ARAGONA, molto piú anziana di lui, vedova del giovine re Emerico d'Aragona e destinata anzitutto ad essere, al nuovo consorte, compagna nelle cure del governo e subito il giovine sovrano aveva rinnovato l'abitudine mezzo turca insinuatasi in Sicilia dall'epoca normanna, quella cioè dell'harem.
Oltre questo, i rapporti frequenti con rappresentanti colti e talora dotti dell'Islamismo gli ispirò delle idee religiose che lo rendevano estraneo alle vedute ecclesiastiche del suo tempo, e gli conferirono, in materia di religione, quella indifferenza che pareva di altri tempi più illuminati. A torto si è detto che segretamente lui professasse le dottrine di Maometto, ma non è meno vero che, nonostante il corretto contegno ecclesiastico talora da lui ostentato, Federico non poteva passare per fedele cristiano nel senso che l'epoca sua attribuiva a quel termine. All'indifferenza religiosa corrisponde d'altro canto in Federico la predilezione per le scienze esatte, per la matematica, per le scienze naturali, per la medicina, tutte discipline nelle quali egli vantava non poche cognizioni ed alle quali sempre tornava, per distrarsi dalle cure eccitanti e debilitanti del governo.

"Per appagare queste sue inclinazioni scientifiche, doveva necessariamente rivolgersi ai Maomettani, e come faceva l'intero occidente, così doveva anche lui farsi istruire dagli scienziati arabi. Quanto godeva nella discussione spiritosa e vivace dei problemi filosofici agitati da quei dotti! Si era reso padrone perfino della difficile lingua, parlata del resto in molte parti della Sicilia, ma si serviva pure con facilità di quella greca, della latina, della francese, e la sua corte a Palermo era uno dei centri principali dove si curava la nascente lingua italiana, accogliendo con vivo interesse e promuovendo con gentile pensiero la poesia di questo paese. Lui stesso poetava "in volgare"!
(Dante ammirato da tanta letteratura che dalla Sicilia sulla penisola si riversava affermò a un certo punto: "tutto quello che c'è in giro, scritto prima di noi, sembra tutto provenire dalla "scuola siciliana". Doveva quindi averne vista parecchia per parlare così).
(vedi CASOLE LA CLUNY D'ITALIA)

Mentre le armi affermavano il diritto imperiale, le lettere rinascevano, ponendo le basi di quella successiva scuola toscana che sarebbe stata il secondo gradino della rinascita culturale italiana. Sia ben chiaro: non vogliamo qui dare un'immagine celestiale di Federico II di Svevia: fu uomo senza dubbio spregiudicato, facile, come abbiamo visto, al giuramento fasullo, se questo rientrava nei suoi piani, e ben deciso a difendere con ogni mezzo il suo potere. Ma fu anche, lo ribadiamo, un uomo, come ne capitano ogni tanto nella storia, avanti di qualche secolo. E come tutti i precursori pativa del contrasto tra l'epoca in cui viveva e le sue aspirazioni. Religioso lo era senza dubbio, come furono tutti gli uomini medievali; ma nel contempo assertore di uno Stato civile, svincolato da un'autoritÓ religiosa invadente e troppo amante del potere terreno. Fu senza dubbio dissoluto e libertino.

Ma, a prescindere dal fatto che la prima pietra va scagliata solo da chi Ŕ senza peccato, non scordiamoci che il dispregiativo "libertino" ha sempre la sua origine dall'irrinunciabile "libertÓ".
"Invano però si cercherà nel carattere di Federico, tanto ricco e versatile, un indizio della sua origine germanica. Vi si mescolano elementi siciliani, greci, arabi, vi manca ogni tratto tedesco. E ciò non deve sorprendere, poiché trascorse gli anni in cui l'uomo è maggiormente accessibile ad ogni specie d'impressioni, in mezzo ad un ambiente addirittura ostile all'elemento germanico.
"I condottieri tedeschi, che erano venuti con suo padre in Sicilia per reprimere e contenere il movimento nazionale e che più di una volta furono poi in armi contro Federico stesso ed il suo governo siciliano, non potevano certo considerarsi come persone atte ad ispirargli un giusto concetto della Germania, né una vera inclinazione verso i Tedeschi.

Se Federico, in un momento critico volle rivendicare e far valere i suoi diritti, quasi dimenticati, alla corona germanica i motivi che lo spinsero non erano per nulla estranei ai criteri nazionali, ed agli interessi della Germania.
Tutto al contrario, come suo padre Enrico VI, desideroso di conquistare quel punto d'appoggio, senza il quale non si sarebbe potuto mai effettuare il dominio universale degli Hohenstaufen, aveva voluto sfruttare la Sicilia in pro della Germania, così Federico II, bramando di dare sviluppo alla nascente potenza siciliana, voleva mettere la Germania al servizio del suo regno meridionale.
Per la Germania Federico II rimase uno straniero, anche quando ne fu incoronato; nella piena ignoranza delle condizioni particolari di questo paese, senza dimostrare interesse alcuno per il suo avvenire, privo persino della voglia di conquistarvi un'influenza qualsiasi, egli sovrano fin da principio (fu incoronato re di Germania da suo padre a 1 anno) non mirava ad altro fuorché a trarne la maggior somma possibile di risorse per effettuarne disegni d'ordine ben diverso.
"Dedicato tutto a questo fine ristretto ed egoistico, egli non esitava a sacrificare a potenze contrarie, avverse precisamente alle istituzioni più vitali e più promettenti, che fossero germogliate sul campo della vita tedesca.
Ne soffersero particolarmente le città germaniche e conseguenza inevitabile di tale sistema di governo furono la diminuzione dei beni della Corona germanica, delle prerogative monarchiche, lo sviluppo completo dell'autonomia territoriale nazionale, lo smembramento maggiore della Germania.
"Non senza rammarico i tedeschi possono contemplare la sorte che al loro paese nativo volle preparare Federico II, il cui regno contiene il germe d'ogni sventura che cadde sulla Germania nei decenni seguenti. Eppure bisogna ammirare la forza gigantesca di quell'intelletto sovrano, che con il crescere dei pericoli e delle passioni della lotta, si va esplicando in modo sempre più imponente e tale da incutere spavento e stupore persino agli avversari vittoriosi.

Federico II ci si presenta quale carattere dispotico, grande nel volere e nel potere. Sembra estraneo quasi al suo tempo, superiore ai concetti meschini dell'epoca, libero pensatore, mente illuminata, primo monarca che afferrasse bene il concetto dello stato e tentasse, con energia inesorabile e grandiosa, di farlo conoscere a tutti. Due secoli lo separano da Ottone III, che lui ricorda per la mancanza di carattere nazionale, ma la differenza che, malgrado quel punto di contatto, corre tra l'uno e l'altro, rivela l'immenso progresso compiuto dal mondo in quel lasso di tempo; rivela quale mutamente si fosse operato nelle basi della coltura intellettuale, morale, politica, ecclesiastica.

D'altro canto le lotte di Federico II e la sua sconfitta, dopo un cimento veramente titanico, mostrano quanto lontano era il mondo dalla meta, cui accennava Federico II, e quanto fosse lunga, faticosa, intricata la via, che gli rimaneva da percorrere. Si sarebbe tentati di dire che Federico II nacque cinquecento anni troppo presto; egli sarebbe stato meglio al suo posto nel XVII o nel XVIII secolo, fra gli autocrati illuminati di quei secoli; nei loro collaboratori inesorabili prepotenti, ma pieni di genio, egli avrebbe incontrato degli intelletti affini al suo".

INCORONAZIONE IMPERIALE DI FEDERICO II

Il governo personale di Federico II comincia dopo la morte di INNOCENZO III, al quale succede il 18 luglio 1216 con il nome di ONORIO III, il cardinale CENCIO SAVELLI (già precettore di Federico), mite d'animo e non dotato dell'energia, della perspicacia e dell'ambizione che erano state proprie del suo predecessore.
Fino allora lo Svevo (aveva ora 20 anni) era stato un docile strumento nelle mani del grande Pontefice, tanto docile che lo aveva opposto a Ottone IV; ma, scomparso dalla scena del mondo Innocenzo, Federico mutò atteggiamento e iniziò l'attuazione del suo programma politico che, per la potenza del defunto Papa e per la gratitudine che a lui lo legava, aveva tenuto nascosto.

Federico aveva 6 anni quando Innocenzo insegnava con la "deliberatio" che l'Impero appartiene alla Chiesa e con le dottrine della "traslazione" e dell'"avvocazia" dimostrava che l'imperatore è investito del suo potere dal Papa. Con quel pezzo di carta Innocenzo cancellava per sempre i diritti di Federico all'Impero, rompeva la tradizione anticlericale degli imperatori svevi e infrangeva il pericolo dell'unità italo-tedesca. E per qualche anno trionfò, favorito anche dalle lotte in Germania di Filippo e Ottone, che appoggiò alternativamente, fu deluso da entrambi, e si decise infine a incoronare il suo protetto (credendolo plasmato) in compenso della ostentata devozione alla Chiesa, degli innumerevoli privilegi agli ecclesiastici. Alla morte del suo protettore, Federico inizia timidamente i primi passi di una politica autonoma, per poi colpire tutta la politica separatista di Innocenzo, soprattutto quando fece eleggere il figlio re di Germania.

Cominciò con il venir meno all'impegno di tener divisa la corona di Sicilia da quella di Germania. Suo intento era di riunire i due regni e di assicurare alla sua famiglia la successione ereditaria nell'impero. Per meglio raggiungere questo scopo, guadagnò a sé i principi ecclesiastici tedeschi, concedendo loro nuove franchigie, fra cui la rinunzia alla prerogativa regia di confiscare la loro eredità e d'introdurre nei loro principati nuovi dazi e nuove monete; ottenuto il loro consenso, Federico tolse al figlio Enrico la corona di Sicilia (concessa nel 1212) e, chiamatolo in Germania, prima lo nominò duca di Svevia poi, convocata una dieta a Francoforte nel 1220, lo fece eleggere dalla Curia Re dei Romani e suo correggente.

Non mancò il Pontefice di protestare; ma Federico lo acquietò imponendo alle città ribelli di Narni e Spoleto di ritornare sotto l'obbedienza della Santa Sede, promettendo a questa larghe concessioni e attestando devozione alla Chiesa, scrivendo al Papa: "Cessino le vostre preoccupazioni sulla riunione della Sicilia all'impero, perché, anche se la Chiesa non avesse alcun diritto a quel reame, noi stessi glielo daremmo se dovessimo morire senza eredi legittimi".
Né questa fu la sola assicurazione data dal sovrano al Pontefice. Affidata la reggenza della Germania, in nome del minorenne Enrico VII, all'arcivescovo ENGERLBERTO di Colonia e tornato in Italia, Federico, molto accortamente, da Verona scriveva a Onorio III:
"Veniamo ai piedi della Vostra Santità, fidando nel vostro paterno affetto,
e sperando che sarà da Voi raccolto il frutto dell'albero piantato, nutrito e coltivato dalla Chiesa".

LE COSTITUZIONI AUGUSTALI

A Roma, il 22 novembre del 1220, Federico insieme con la moglie Costanza ricevette con grande solennità dalle mani del Pontefice nella basilica di S. Pietro la corona imperiale e quel giorno stesso pubblicò le "costituzioni augustali" in cui decretava che fossero nulli gli atti di chi si trovasse colpito dalla scomunica, che non dovessero gli ecclesiastici essere giudicati dai tribunali laici, che fosse messo a bando dell'impero chi invadesse i possessi della Chiesa e che i settari fossero condannati alla confisca dei beni e al perpetuo esilio.
A queste costituzioni fece seguito un editto con il quale si restituivano alla Santa Sede i beni matildini e si incaricavano gli ufficiali imperiali di aiutare quelli pontifici a rimettere la Chiesa nel possesso di quei beni.
"Era questa -scrive il Bertolini- la prima volta che lo Stato metteva a disposizione della Chiesa le sue forze, perché potesse usarle contro i propri nemici; e fu dovuto a questo se le eresie non riuscirono allora a far breccia; e se ancora per tre secoli si riuscì a mantenere in Occidente l'unità religiosa".

E chi avrebbe mai pensato allora, che il sovrano, il quale, aveva esaltato la Chiesa come nessun altro imperatore aveva fatto prima di lui, poi dovesse morire messo al bando della Chiesa, e suscitare contro di sé tale odio da parte del papa da avvolgere nei secoli di fosca luce la sua memoria? Lo stesso Alighieri, nonostante sostenitore dell'impero, non riuscì a sottrarsi al pregiudizio infamante di Federico II, e lo cacciò nell'inferno, onta serbata a lui solo, fra tutti gl'imperatori d'Occidente.

Queste concessioni furono rafforzate dalla promessa di dare al regno siciliano un'organizzazione amministrativa indipendente da quella dell'impero e di intraprendere presto la crociata bandita da Innocenzo parecchi anni prima e per i quali si fissava ora come termine l'estate del 1221.

RESTAURAZIONE DELL'AUTORITA SOVRANA NEL REGNO DI SICILIA

Ma ad altre cose aveva da pensare Federico II e fra queste stava al primo posto la restaurazione della sua autorità nel regno di Sicilia, che negli otto anni di sua assenza era caduto in balia dei baroni, che avevano innalzato non autorizzate fortezze, si erano impadroniti delle terre demaniali e delle prerogative regie, trattavano tirannicamente le popolazioni ed erano per tutte queste cose la causa dei gravi disordini.

Entrato nel reame, Federico istituì a Capua una corte suprema e stabilì che nessun barone e nessuna comunità era consentito conservare possessi e privilegi di cui non fosse in grado di presentare i titoli legittimi, che dovevano essere abbattuti i castelli abusivi innalzati in quegli anni e che l'esercizio della giustizia criminale fosse rimesso nelle mani del sovrano.
Queste disposizioni colpivano un gran numero di nobili della Puglia, della Calabria e della Sicilia, i quali per difendere tutte le loro illegali ruberie, si misero in aperta lotta con Federico.

"Ma - scrive il Lanzani- la resistenza dei vassalli meridionali non aveva nessuno di quei grandi intenti, come oltre la Manica, dove la lotta della feudalità contro il sovrano poneva la prima base della libertà britannica; qui invece era l'arbitrio individuale, l'interesse privato che si rivoltavano contro l'autorità governativa; era una specie, dirò così, di "brigantaggio nobilesco", che per parecchi anni riuscì a distogliere Federico da altre imprese, ma fu infine sopraffatto dalle forze che disponeva il rappresentante della legge e il difensore del diritto generale". "Fu il primo il conte DIEFOLFO che dovette riconsegnare le sue terre e ritornarsene con il fratello in Germania. Al conte d'Aquila furono tolte Sessa, Teano ed altre territori. Ultimo a resistere, fu il conte di Molise e di Celano, il più grande vassallo del regno; ma nel 1224 anche quel feudo fu riunito al dominio reale. Non valsero ai Genovesi le concessioni ottenute da Federico I e da Enrico VI; essi pure dovettero uscire da Siracusa.

Federico già si accingeva non solo a recuperare tutte le antiche prerogative della corona siciliana, ma ad istituire in quelle province un nuovo ordine di cose, per cui il re diventava di fatto Signore e moderatore dei suoi popoli; che non vi fosse uomo o ceto o comunità che potesse sottrarsi all'esercizio dei suoi poteri.
E neppure gli ecclesiastici, ai quali tanta strapotere e arroganza era venuta dal sostegno di Innocenzo III, furono risparmiati da quei primi provvedimenti. I vescovi, che avevano fomentato le rivolte di quella nobiltà detta sopra, furono cacciati dalle loro sedi; l'abate di Montecassino privato del diritto di giustizia criminale; sottratta al cardinale di S. Adriano la cittadella di Aree: spogliato della contea di Sora, Riccardo fratello di Innocenzo III".
"Anche contro i Saraceni siciliani Federico dovette lottare e trovò accanita resistenza, perché anche quelli nell'anarchia si erano resi padroni di tutta la Val di Mazzara,. Ma alla fine anche di questi ribelli il sovrano ebbe ragione e l'emiro Ben-Abid, caduto prigioniero, fu appeso alle forche con i suoi due figli. Dal momento che la ribellione di musulmani poteva ripetersi, Federico trasferì e trapiantò settantamila Saraceni dalla Sicilia nella terraferma, assegnando loro la città e il territorio di Lucera. Costoro tuttavia ebbero libertà di culto, rimasero sotto i loro capi, costruirono fortezze, ebbero molti privilegi e formarono una potente colonia militare, che rimase fino in ultimo, devota e fedele alla dinastia Sveva, cui fornì numerosi ed agguerriti contingenti nell'esercito.


Più tardi, nel 1247, i Musulmani rimasti in Sicilia furono anche questi trasferiti nell'Italia meridionale, tra Napoli e Salerno, nella città che da loro prese il nome, tuttora conservato, di Nocera dei Padani.
Queste operazioni per restaurare la sua, sovranità nel regno siciliano impedirono a Federico di mantener la promessa che aveva fatto, di partire, cioè, per la Terrasanta, non più tardi dell'estate del 1221 e di riunirsi alla sua avanguardia, la quale, già partita nel 1217, aveva liberato dagl'infedeli Damietta. Questa città però, l'8 settembre del 1221, ricadde nelle mani dei Musulmani, e il Pontefice, allora, tornò ad insistere perché Federico sollecitasse la sua partenza. Vane furono le sollecitazioni del Pontefice; all'imperatore non mancarono scuse e, nell'aprile del 1222, incontratosi a Neroli con il sovrano, il Papa riuscì soltanto a farsi promettere da Federico di convocare un congresso per discutervi della situazione della Terrasanta e prendere accordi per la crociata".

"Il congresso ebbe luogo nel marzo del 1223, a Ferentino e fu fissata all'estate del 1225 come ultimo termine per la spedizione. A Ferentino fu pure deciso il matrimonio dell'imperatore - che era rimasto vedovo di Costanza - con JOLANDA, figlia di GIOVANNI di BRIENNE, re di Gerusalemme; e queste nozze, che furono poi celebrate a Brindisi nel novembre del 1225, fecero credere al Pontefice che questa volta la spedizione non si sarebbe più differita, avendo Federico tutto l'interesse di muoversi per mettere la mano sopra un regno sul quale con il matrimonio aveva acquistato dei diritti ereditari".

"Ma le speranze di Onorio III andarono deluse: erano in grande attività, è vero, i preparativi e un centinaio di galere erano nei porti meridionali pronte a prendere il mare e si lavorava ad allestire navi da trasporto per la spedizione; ma giunto il termine stabilito, Federico non si mosse. Motivi, importantissimi per lui, scaturiti dalla sua politica, lo trattenevano in Italia.
Un punto del suo programma era costituito dall'unificazione della penisola e non poteva di certo attuarla questa politica lasciando in piedi le libertà comunali e rispettando il trattato di Costanza.

IL PAPA, L'IMPERATORE E I COMUNI

Deciso a condurre di nuovo all'obbedienza i comuni lombardi, Federico cogliendo l'occasione offertagli dalle eresie e dalle lotte intestine dei partiti, era intervenuto negli affari interni dei comuni, sostenendo sempre i Ghibellini e perseguitando gli eretici, ed aspettava che la sua politica producesse nell'Italia settentrionale frutti tali da permettergli di abbattervi le libertà municipali".
"Rimproverato dal Pontefice, che aveva dovuto lasciare Roma per i torbidi suscitati da RICCARDO CONTI, cui il Papa aveva negato aiuto per riconquistare la contea di Sora, Federico tirò fuori come scusa il rifiuto dei re di Francia e d'Inghilterra di aiutarlo nell'impresa e il 25 luglio del 1225, tuttavia recatosi a San Germano, s'impegnò con giuramento di partire per l'Oriente non più tardi del 15 agosto del 1227 e accettò di versare, come pegno, centomila once d'oro e di tener pronte cinquanta navi da trasporto e cento galere.
Se non avesse mantenuto la promessa sarebbe stato scomunicato.

Vincolato dal giuramento, l'imperatore cercò di trarre partito dalla spedizione per ridurre all'obbedienza i comuni lombardi e con il pretesto di passare in rassegna le forze dei crociati e discutere sui provvedimenti da prendersi per assicurare la pace dell'impero convocò per la Pasqua del 1226 a Cremona, città a lui devota, una dieta alla quale invitò l'aristocrazia feudale, i vescovi, i magistrati delle città e il figlio Enrico VII.

I comuni però non si lasciarono ingannare e, compresi i veri propositi imperiali, stabilirono di difendere contro il nipote del Barbarossa le loro libertà".

IL RINNOVO DELLA LEGA

Il 6 marzo del 1226 nella chiesa di San Zenone in Mosio, nel mantovano, si radunarono i deputati di Milano, Bologna, Piacenza, Verona, Mantova, Brescia, Faenza, Vercelli, Lodi, Bergamo, Torino, Alessandria, Vicenza, Padova, Treviso, Crema e Ferrara e quelli del marchese di Monferrato e del conte di Biandrate e rinnovarono per venticinque anni la lega lombarda.

Giurati i patti, le milizie della lega occuparono i valichi alpini per impedire il passo ai principi tedeschi, ed Enrico VII, che era sceso con un esercito per la valle dell'Adige fu costretto a retrocedere dalla resistenza opposta dai Veronesi. Federico, non avendo sotto di sé forze sufficienti, non fu in grado di compiere nello "stile barbarossiano" la vendetta e si limitò a San Donnino di annullare il trattato di Costanza e di mettere al bando dell'impero i comuni lombardi riunitisi in lega; nel frattempo il vescovo di HOLDESHEIM lanciava sopra gli stessi comuni l'anatema.

Onorio III, cui premeva la crociata, intervenne nel conflitto come mediatore e nel principio del 1227 riuscì a pacificare i contendenti, facendo revocare il bando e ristabilire lo "status quo ante".
Era questa una sconfitta diplomatica di Federico; ma l'imperatore non aveva abbandonato la partita e contava, per l'avvenire, sui dissensi dei comuni, nove dei quali, Modena, Reggio, Parma, Cremona, Asti, Pavia, Lucca, Pisa e Savona, parteggiavano per lui. Quest'ultima da qualche tempo sperava, con l'aiuto di Federico di rendersi indipendente da Genova e invece trovò la sua rovina.

Nonostante gli aiuti ricevuti dal conte TOMMASO di Savoia, i Savonesi furono sconfitti nel maggio del 1227 e LAZZARO di GIRANDONE, podestà di Genova, entrato a Savona, distrusse le mura, le torri, il molo, rese inservibile il porto e innalzò una fortezza per impedire ai vinti di ribellarsi.
Unico contatto con il mondo per Savona era il mare, non esisteva nessuna strada collegata con le province vicine.
Inoltre Genova privò ai Savonesi il diritto di eleggere il podestà. Di ritorno da Savona l'esercito vincitore entrò trionfalmente a Genova e il giorno 24 giugno 1227 il podestà celebrò la vittoria con grandi feste e la corte riccamente imbandita, che fu rallegrata dall'intervento dei trovatori provenzali.

ONORIO III non vide questa guerra che metteva i fratelli contro i fratelli né la lotta che di lì a poco doveva rinascere tra il Papato e l'Impero; lui morì il 18 marzo del 1227.

ELEZIONE DI GREGORIO IX

Gli fu dato come successore il cardinale UGOLINO dei CONTI di SEGNI, parente di Innocenzo III, che eletto il giorno dopo, il 18 marzo 1227, prese il nome di GREGORIO IX. Era già vecchio (82 anni), ma di una vitalità straordinaria (morirà a 96 anni!), di carattere fiero e tenace, di temperamento più energico del suo predecessore, e non amava i mezzi termini ed odiava la politica fatta di indugi, di tentennamenti e di compromessi. Era insomma un indomito battagliero.

GREGORIO IX si era già mostrato sotto i suoi predecessori un caloroso sostenitore degli interessi della Santa Sede; fautore, convinto, anzi fanatico della teocrazia, era tutto preso dal desiderio di far seguire alla politica accomodante di Onorio una politica forte nei confronti dell'impero e voleva seguire la via che aveva tracciato suo zio Innocenzo. Federico II, che già lo conosceva probabilmente fin da bambino, comprese di aver a che fare con un avversario molto pericoloso con il quale non era più possibile continuare nella scaltra politica fino allora sostenuta.
Occorreva rompere gli indugi, differire la rivincita sui comuni dell'Italia settentrionale e mantenere la promessa fatta ad Onorio; di partire per l'Oriente.

I preparativi furono affrettati e appena terminati i crociati si radunarono nella Puglia; il Pontefice, contento della sua decisione, scriveva all'imperatore: "Iddio vi ha messo in questo mondo come un cherubino armato di una spada fiammeggiante per mostrare a coloro che si smarriscono, la via dell'albero della vita". Ma l'impresa iniziava con gli auspici non buoni. I calori estivi del luglio-agosto 1227, e i luoghi malsani dov'erano accampati i crociati produssero una grave epidemia che iniziò a fare prima ancora di partire numerose vittime nell'esercito e costò la vita al marchese Luigi di Turingia e ai vescovi di Augusta e di Anjou.

Federico volentieri avrebbe rimandato la partenza ma, spinto dal Pontefice, fece ugualmente sciogliere le vele verso la Terrasanta.
S'imbarcò a Brindisi l'8 settembre del 1227: il giorno dopo pure lui assalito da una violenta febbre, cedendo alle preghiere delle truppe scoraggiate, tornò a dirigere le prore verso terra ed approdò ad Otranto. Gregorio IX ricevette la notizia del ritorno a terra dello imperatore mentre si trovava ad Anagni e, giudicando l'atto del sovrano come una ribellione alla Santa Sede, recatosi in duomo in compagnia di cardinali e di vescovi, lanciò la scomunica contro Federico.

Inizia il grande duello

Federico si affrettò a mandare ambasciatori che giustificassero presso il Pontefice l'abbandono a causa dell'epidemia; ma Gregorio IX non volle ascoltarli e mandò lettere in ogni parte del mondo cattolico, con le quali dava comunicazione dell'anatema, accusava l'imperatore di avere imprigionata la moglie Jolanda, di aver messo di proposito l'esercito in luoghi malsani per farlo decimare dalla pestilenza e di avere, con il pretesto dell'infermità, violato il giuramento ed abbandonato le insegne di Cristo.

Federico, sdegnato, rispose alle accuse papali molto aspramente con una lettera terribile che inviò a tutti i principi e nella quale si difendeva e dipingeva a foschi colori gli ambiziosi disegni della Curia romana. Scriveva:

"Pare che la fine dei secoli si avvicini, difatti l'amore che tutto domina e vivifica, si spegne non già nei ruscelli ma nelle fonti, non già nei rami ma nei tronchi e nelle radici. Non sono forse stati gli ingiusti anatemi papali che hanno oppresso e reso schiavo il conte di Tolosa ed altri principi? Non fu Innocenzo III che spinse i baroni inglesi a ribellarsi al loro re Giovanni? Ma, dopo che l'avvilito sovrano codardamente sottomise sé e il suo regno alla Chiesa romana, il Papa, per divorarsi tutto il paese, ridusse alla miseria anzi alla morte tutti quei baroni medesimi che prima aveva sobillati ed aiutati. Tale è la Chiesa Romana con cui purtroppo ho avuto a che fare. Questa ingorda sanguisuga usa parole dolci come il miele, fluide come l'olio; ma, mentre si dichiara madre e nutrice mia, agisce da matrigna ed è causa e radice di ogni male. Sono ovunque mandati legati che legano, sciolgono, condannano ad arbitrio loro; essi hanno cura non di spargere e far germogliare il buon seme della divina parola, ma d'impinguirsi d'oro, di mietere dove non hanno seminato, veri lupi vestiti da agnelli. Pieni di inutile sapere, degeneri, spregevoli, essi osano aspirare al possesso dei regni e degli imperi, mentre la Chiesa primitiva contava ogni giorno qualche nuovo Santo e risplendeva per la semplicità dei costumi e il disprezzo delle grandezze. Nel vedere oggi l'inguaribile avarizia dei sacerdoti romani chi non temerà che non rovinino le mura del tempio, cui sono date basi tanto diverse da quelle che pose il nostro Signore Gesù Cristo?
Quando l'impero romano, destinato a difesa della Cristianità, è assalito da nemici e da infedeli, l'imperatore brandisce la spada, conoscendo i doveri che il suo ufficio e il suo onore gli impongono; ma che c' è più da fare e da sperare se è proprio il padre di tutti i Cristiani, il successore dell'Apostolo Pietro, il vicario di Cristo quegli che spinge i nemici contro di noi?
Si riunisca pertanto il mondo intero per scuotere il giogo insopportabile e impedire il generale pericolo; perché non si sottrarrà alla generale rovina chi ora non soccorre l'oppresso e dimentica che corre pericolo la sua stessa vita quando è già in fiamme la casa del vicino".

Cominciava cosi il terribile duello tra il Pontefice e l'Imperatore, e i primi effetti della lotta si sentirono subito a Roma, dove la cittadinanza si divise di nuovo in due fazioni, di cui la ghibellina superava per numero e audacia la guelfa.
I primi tumulti sorsero nella capitale della Cristianità il lunedì di Pasqua (23 marzo) del 1228: quel giorno, avendo il Papa pronunciato una violentissima predica contro Federico e rinnovata la scomunica, i sostenitori dell'imperatore brandirono le armi e costrinsero Gregorio IX a fuggire da Roma e a rifugiarsi a Perugia.

Questo fatto costituiva un notevole successo per Federico; ma non era tale da assicurargli la vittoria. Aveva invece bisogno di mostrare ai suoi sudditi e ai principi cristiani che le accuse mossegli dal Papa erano calunnie, e non poteva dare una tale dimostrazione se non con il condurre in porto la crociata.
E a questa quindi si preparò con grande impegno verso la fine di aprile dello stesso anno 1228, non tenendo in nessun conto gli ammonimenti del Pontefice che gli vietava di partire se prima non si fosse piegato alla volontà della Santa Sede. Riunì le sue truppe a Barletta e alla folla che assisteva alla cerimonia, da uno splendido trono comunicò il suo proposito di recarsi in Oriente e le disposizioni prese durante la sua assenza e che i principi giurarono di rispettare e fare eseguire.
Secondo tali disposizioni, RAINALDO di Spoleto doveva assumere la luogotenenza; in caso di morte dell'imperatore gli doveva succedere il figlio ENRICO VII e, morendo questi senza eredi, il secondogenito CORRADO, che pochi giorni prima Jolanda aveva dato alla luce.
Gregorio IX seppe della partenza dell'imperatore mentre si trovava in Assisi. Il fiero Pontefice che prima tanto aveva fatto per invitarlo a compierla, ora per impedire al monarca scomunicato di offrire al mondo lo spettacolo di una crociata guidata da un principe colpito dall'anatema, anziché pregare per la vittoria delle armi cristiane, scongiurò il Cielo di colpire l'empio sovrano e di non far riuscire la sua sacrilega impresa.

L'imperatore partì da Brindisi il 28 giugno, con poche truppe, sicuro di essere agevolato nell'impresa dal sultano del Cairo, AL-KAMIL, con il quale correvano ottimi rapporti; con lui aveva preso accordi e perfino scambiato doni.
Quando nel settembre del 1228, sbarcò a San Giovanni d'Acri, trovò una freddissima accoglienza da parte dei Cristiani, i quali dichiararono di prestargli obbedienza solo a patto che egli motivasse i suoi decreti in nome di Dio e della fede (indubbiamente qualcuno era già "volato" sul posto prima di lui)

Infatti, a rendere ulteriormente difficile la posizione di Federico giunsero due frati francescani, inviati dal Pontefice, i quali rimproverarono severamente, a nome del Capo della Chiesa, i Cristiani d'Oriente di avere accolto un principe su cui pesava la scomunica.
L'imperatore, lasciato S. Giovanni d'Acri, andò ad accamparsi con l'esercito tra Cesarea e Giaffa e di qui si mise in relazione con il sultano AL-KAMIL, il quale con le sue milizie si trovava nella Licia meridionale, mandandogli - così racconta il Michaud nella sua "Storia delle crociate" - il conte TOMMASO di CELANO per dirgli che lui, "essendo già padrone delle più vaste province dell'Occidente, non era andato in Asia per far conquiste, ma soltanto per visitare i Luoghi Santi e prendere possesso del regno di Gerusalemme cui aveva diritto". Il sultano ricevette con molto onore gli ambasciatori di Federico; ma non rispose alle loro proposte; tuttavia inviò anche lui ambasciatori all'imperatore perché gli rendessero noto quale era il suo desiderio di pace e nel contempo di assicurargli che aveva la più grande stima per principe della Cristianità.

Si era allora nel cuore dell'inverno, per questo motivo, i due eserciti nemici, non avevano nessuna intenzione di dare il via a una battaglia. Entrambi preferirono iniziare dei pacifici colloqui nei quali il sultano del Cairo e l'imperatore offrirono vicendevoli prove di benevolenza.
Federico, il cui nome solo era bastato a spargere il terrore tra gl'infedeli, era oggetto del loro interesse e curiosità. Si parlava di lui e dei grandi regni che formavano il suo impero al di là dal mare. Federico (così lo descrissero le cronache musulmane) "era rosso di viso e calvo, di piccola statura, di vista debole; per cui gli Orientali dicevano di lui che se fosse stato uno schiavo, vendendolo non si prendevano nemmeno duecento dramme".
Tuttavia ammiravano le sue virtù guerresche, e la magnificenza imperiale e, alla corte del sultano, furono molto lodate le sue cognizioni di medicina, di dialettica, di geometria, e i Musulmani le onoravano, tanto più perché queste cognizioni loro le attribuivano alla cultura trasmessa dagli Arabi alla Sicilia. Dall'altra parte Al-Kamil non era meno degno di Federico di fermare l'attenzione sul suo sapere e quindi guadagnare la stima dei suoi nemici.

Al-Kamil , questo principe più d'una volta aveva dato prova di una moderazione che in Oriente si poteva considerare come un fenomeno straordinario; e i Cristiani non avevano certamente dimenticato che nell'ultima guerra lui aveva salvato dallo sterminio l'esercito prigioniero del re di Gerusalemme. Il sultano del Cairo si diceva che amava i dotti e coltivasse le lettere. Era così appassionato della poesia che, qualche volta, scriveva in versi ai suoi luogotenenti ed agli alleati; e questi, per ottenere più facilmente la sua amicizia o il suo favore, gli rispondevano allo stesso modo.
L'emiro FAKER-EDDIN, che Al-Kamil tempo addietro aveva mandato a Federico in Sicilia e che ora trattava la pace, conosceva benissimo le leggi e gli usi dell'Occidente. Era figlio di uno dei più dotti sceicchi d'Egitto, ed egli stesso si era acquistata grande fama di uomo di vasta cultura. Perciò nelle frequenti conferenze che avvennero fra Musulmani e Cristiani si parlò più della geometria d'Euclide, degli aforismi di Averroè e della filosofia di Aristotele che della religione di Gesù Cristo e di quella di Maometto.
Imitando quei re d'Oriente, che al tempo di Salomone avevano la consuetudine di mandare ai loro vicini qualche enigma da indovinare, Federico inviò più volte al sultano del Cairo problemi di geometria e di filosofia e il sultano, dopo aver consultato i più colti sceicchi, faceva dai suoi ambasciatori portare all'imperatore la soluzione, inviandogli a sua volta anche lui qualche problema. Quantunque Gerusalemme fosse il principale, anzi l'unico oggetto di quella crociata, non sembrava che il possesso di quella città stesse molto a cuore all'uno e all'altro sovrano.
Al-Kamil non vi vedeva che chiese e misere case diroccate, e Federico ripeteva sempre che bramava piantare il proprio stendardo sul Calvario solo per acquisirsi la stima dei suoi sudditi e avere il primato fra i principi cristiani".

Nonostante questa indifferenza ostentata da entrambi i sovrani per il principale oggetto delle loro trattative, queste intanto progredivano; progredivano tanto che già l'11 febbraio del 1229 tra i plenipotenziari dei due principi fu concluso un trattato, che Federico ratificò il 18 febbraio e pochi giorni dopo il sultano.

AL-KAMIL cedeva a FEDERICO la città di Gerusalemme al patto però che la moschea di Omar restasse proprietà dei Musulmani e questi potessero esercitare liberamente il loro culto; cedeva inoltre Betlemme, Nazareth e tutti i villaggi posti sulle vie che da Gerusalemme conducevano a Joppe e di qui ad Accona e s'impegnava di restituire tutti i Cristiani da lui fatti prigionieri.
Dal canto suo, Federico si obbligava ad aiutare il sultano contro tutti i suoi nemici e a non interessarsi della sorte di Antiochia, di Tripoli, di Tortosa o di altre città della Siria settentrionale. La pace tra il sultano e l'imperatore doveva aver la durata di dieci anni, cinque mesi e quaranta giorni a cominciare dal 24 febbraio del 1229.

La curia romana subito non si mostrò contenta di quella pace che, senza colpo ferire, metteva nelle mani dei Cristiani la Città Santa. Federico fu considerato come un "nemico della religione perché, invece di portar guerra agli infedeli, aveva loro portato la pace", fu chiamato "empio, violatore dei giuramenti, corsaro", e GREGORIO IX lo paragonò a quegli "empi monarchi che la collera del Signore aveva altre volte fatto sedere sul trono di David".

Federico intanto cercava di guadagnarsi il favore di GEROLDO, patriarca di Gerusalemme, e inviò presso di lui, per trattare, ERMANNO di SALZA, maestro dell'Ordine Teutonico; ma questi non ricevette buona accoglienza e allora l'imperatore senza indugiare decise lui di prender possesso della capitale del suo nuovo regno.
Partito da Joppe, dove si trovava, giunse a Gerusalemme il 17 marzo del 1229 e vi entrò fra il canto delle milizie tedesche che, per dimostrare il loro giubilo, la sera illuminarono le case. Il giorno dopo, nella chiesa del Santo Sepolcro avvenne la cerimonia dell'incoronazione: Federico si pose sul capo una corona d'oro e da Ermanno Salza fece leggere un'allocuzione in cui commemorava le cause che gli avevano impedito di liberare prima di allora la città.
Il giorno dopo, chiamato da Geroldo, giunse a Gerusalemme l'arcivescovo di Cesarea che andò a rovinare la festa lanciando l'interdetto sui Luoghi Santi, suscitando così lo sdegno dei pellegrini che sostenevano Federico. Che dopo avere ordinato che si fortificasse Gerusalemme, fece ritorno a Joppe poi ad Accona.

Qui lo raggiunse il patriarca Geroldo con lo scopo di spingere i crociati alla guerra; ma Federico si oppose, e dal momento che Geroldo spalleggiato dai Templari, insisteva nei suoi propositi, la riluttanza dell'imperatore irritò talmente il patriarca che lanciò l'interdetto pure su Accona.

Federico non rimase a lungo in questa città, che, pur appartenendogli, gli era nemica e, lasciati nei punti più importanti del regno gente a lui devota e fatte molte concessioni all'Ordine Teutonico che gli era fedele, il 10 maggio del 1229 si mise in mare alla volta dell'Italia, dove i suoi stati (il papa non aveva perso tempo mentre lui era assente) erano stati minacciati d'invasione dalle milizie pontificie.

LA PACE DI SAN GERMANO
LE COSTITUZIONI DEL REGNO DI SICILIA

Mentre FEDERICO II si trovava in Oriente, GREGORIO IX tentava di togliergli il regno siciliano. Come strumento dei suoi disegni si servì di GIOVANNI di BRIENNE, il quale, sebbene fosse suocero dell'imperatore, l'odiava avendogli questi usurpata la corona di Gerusalemme.
La casa di Giovanni vantava dei diritti sul regno di Sicilia: suo fratello maggiore, GUALTIERO, aveva sposato - come in altre pagine abbiamo detto - ALBINA, figlia di Tancredi di Lecce e da questo matrimonio era nato, un figlio che ancora viveva.
Dichiarandosi sostenitore dei diritti del nipote contro la casa Sveva, Giovanni di Brienne accettò dal Pontefice il comando di un grosso corpo di milizie, che con l'oro del Papa (quello che aveva raccolto con le offerte per la crociata) lui approntò con mercenari, e invase il regno. Le prime operazioni gli fruttarono dei rapidi successi: RAINALDO di Spoleto, luogotenente imperiale, fu chiuso a Sulmona; Gaeta, Sant'Agata e San Germano furono occupate e tutto il paese fino a Benevento fu percorso e devastato dagli invasori non proprio tanto "evangelici".

Le cose erano a questo punto quando, il 10 giugno del 1229, sbarcò a Brindisi Federico II, il quale, alla testa delle sue truppe il cui miglior gruppo era costituito dai Saraceni di Lucera, riconquistò in breve tempo i territori perduti, cacciò dal regno i mercenari del suocero e, non contento del risultato, nell'ottobre dello stesso anno penetrò nello stato pontificio e vi saccheggiò e incendiò Sora.

Gregorio IX chiamò in aiuto i Guelfi dell'Italia settentrionale, che tutto era meno che guelfo; lo abbiamo già detto più volte, era contro gli stranieri, ma era Ghibellino, ossia imperiale, vale a dire antipapale.
(Eppure -come vedremo- nel '39, il novantenne Papa, paradossalmente si assume la parte di protettore dei Comuni)

Infatti, essendo non Guelfi, pochissimi risposero all'appello e allora il Pontefice decise di riconciliarsi con il suo grande avversario che dal canto suo, temendo le conseguenze di una lotta a fondo con il Capo della Chiesa, non era contrario alla pace.
A farla concludere, oltre alla buona volontà degli intermediari concorse il fatto che nel febbraio del 1230 una terribile inondazione recò danni gravissimi a Roma e vi produsse prima la fame e poi la pestilenza.
I cittadini, pensando che quei malanni fossero un castigo mandato da Dio per punirli della loro condotta verso il Papa, richiamarono Gregorio e lo accolsero con grandi onori (da quel famoso lunedì di Pasqua, 23 marzo del 1228, il Papa era fuggito e rimasto a Perugia).

Il Pontefice rientrando trovò Roma afflitta dalla miseria e spingendo oltre la voce populo del "castigo divino", attribuì tutte le disgrazie alla diffusione degli eretici che imperversavano in ogni angolo, a Roma, in Italia e negli altri stati.
Quindi era una buona occasione per volgere gli sguardi ad altri nemici e combattere le eresie; si affrettò per concludere con l'imperatore la pace.

Questa fu conclusa a Ceprano il 23 luglio del 1230, e fu vantaggiosa al Papa. Questi si obbligava di togliere la scomunica a Federico e a tutti i suoi sostenitori; l'imperatore dal canto suo s'impegnava di perdonare tutti quei sudditi che avevano favorito la causa papale; di richiamare i fuorusciti; di restituire i beni ai nobili; di perdonare ai monaci e ai prelati; di conformarsi nelle faccende della Chiesa al diritto ecclesiastico; di non portare i sacerdoti davanti ai tribunali laici e di non gravarli con tributi straordinari.

La pace fu confermata da un incontro tra Federico e Gregorio che avvenne 28 agosto del 1230 ad Anagni, dove il Pontefice sciolse Federico dalla scomunica e dall'impegno di separazione delle due corone d'Italia e di Germania. Più che pace, quella di S. Germano era un armistizio, che tuttavia durò cinque anni. Sempre con gli stessi due protagonisti; soprattutto con il vitale ed energico Gregorio che non solo a quella data ci giunse quasi novantenne, ma campò per altri sei anni; in tempo, per dare e togliere ripetute scomuniche a Federico.

Intanto in questi cinque anni di pace (dove altro paradosso, Federico aiuta il Papa contro il Comune Romano - lo leggeremo più avanti) diedero l'opportunità al Pontefice di rivolgersi contro gli eretici di Roma dopo aver provveduto a risollevar la città dai danni e dalla miseria, restaurando il ponte dei Senatori, danneggiato dall'inondazione, distribuendo al popolo pane e denaro e edificando nel Laterano un ospizio per i poveri.

Per la lotta agli eretici nel 1231 affida l'Inquisizione agli Ordini Mendicanti (Domenicani), in particolare, e Francescani. In seguito con l'editto del senatore ANNIBALE, pubblicato nel 1237 fu istituito come magistratura statutaria il tribunale dell'Inquisizione e da questo furono in massa giudicati gli eretici e in massa arsi sui roghi fuori di Porta Santa Maria Maggiore.
I cittadini rimasero indifferenti dinanzi a questi spettacoli cruenti; mille anni prima c'erano i cristiani nelle arene, e ora cristiani c'erano nei roghi; insomma non è che era cambiato di molto il mondo.

Si guastarono invece i rapporti dei Romani con il Pontefice a causa di Viterbo. I Romani, pieni d'odio contro questa città, avevano deciso di farne un feudo del Campidoglio. Il papa invece prese sotto la sua protezione i Viterbesi, e questo atteggiamento causò la ribellione e lui, lesto a fuggire, si fece ospitare dalla cosiddetta "Città dei Papi" assediata dai romani, e da qui si mise ad invocare il soccorso dell'imperatore.

Federico, benché impegnato in altre cose, raccolse l'invito del Pontefice, e inviò in difesa di Viterbo un grosso corpo di milizie. I Romani, che stavano per assalire la città, furono (era l'ottobre 1234) sbaragliati.
La conseguenza di quella sconfitta fu il ristabilimento della sovranità papale in Roma (Bertolini)".

Torniamo all'Imperatore e al 1230. I cinque anni che seguirono alla pace di San Germano, furono relativamente (più avanti vedremo il perché) i più tranquilli del regno di Federico, e di questa tranquillità lui approfittò per portare a termine la restaurazione monarchica in Sicilia che aveva (prima della crociata) già iniziato, e per regolare i rapporti fra l'impero e i principi germanici (sempre più insofferenti a un re, sempre assente, che vive in Italia, nella lontana Sicilia).

COSTITUZIONE DI MELFI

Aiutato dall'arcivescovo GIACOBBE di Capua e da altri consiglieri e invano dissuaso dalla Curia romana, Federico diede un nuovo ordinamento al regno siciliano con le "Costitutiones Regni Siciliane" che furono poi pubblicate a Melfi nel 1237 ed hanno un'importanza straordinaria nella storia del diritto perché costituiscono il primo serio tentativo di stabilire in mezzo alla società feudale uno stato moderno. (Lo abbiamo già detto, Federico precorre i tempi di almeno 500 anni)

E' messa da parte da Federico la concezione feudale germanica; ritorna alla concezione romana dell'unità del potere sovrano e dell'eguaglianza giuridica dei cittadini e identifica lo stato con la persona del re, il quale, secondo lui, ha un carattere divino, è l'interprete della volontà di Dio e il ministro della giustizia.

* Solo il re ha il diritto di far le leggi e di abrogarle, di esercitare la giustizia:
* di tenere in armi un esercito per difendere lo stato e mantener l'ordine pubblico;
* di imporre tasse e riscuoterle;
* Nelle mani del sovrano è riposto ogni potere, che in parte e temporaneamente può essere trasmesso ad un funzionario delegato dal re e a lui completamente subordinato.
* Tutti i cittadini sono sottoposti alle medesime leggi e agli stessi oneri, anche gli ecclesiastici, i quali non possono sottrarsi alle imposte comuni e ai tribunali ordinari sia per le cause civili che per le criminali.
*Nessuno può farsi giustizia da sé e nessuno può portare armi all'infuori delle persone addette al servizio del sovrano;
* Sono proibite le guerre private ed è vietato il duello come prova nei giudizi;
* L'omicidio è punito con la decapitazione per i nobili e con la forca per gli altri.

La giustizia e le finanze dello stato furono amministrate da due organi,
* uno giudiziario - * l'altro finanziario.
* Il primo, detto "magna curia", formato da quattro giudici, è presieduto dal gran giustiziere; questi portava il titolo onorifico di "specchio della giustizia" e giudicava le questioni feudali più importanti, i delitti di lesa maestà, i conflitti di competenza tra uffici e magistrati; per le altre cause egli costituisce l'ultima istanza per gli appellanti.
* Il secondo organo era detto "magna curia rationum". Da questi due collegi dipendevano gerarchicamente nelle province i "giustizieri" per gli affari criminali e di polizia, e i "camerari" per gli affari finanziari; sotto di loro erano i "baili" che avevano funzioni giudiziarie e finanziarie.

"Le leggi compilate da Federico - scrive il Prutz - rivolgono particolare attenzione alle finanze. Pare anzi che tutte le istituzioni, non abbiano se non lo scopo di procurare a questo campo la maggiore produttività possibile, ed anche sotto questo aspetto i risultati ottenuti nello stato di Federico II furono superiori a quelli raggiunti da qualunque atto del medio evo. I proventi del re scaturivano in maggior parte dal demanio, sottoposto di provincia in provincia ad un procuratore assistito dai necessari funzionari subalterni. I beni (terreni, laghi, corsi d'acqua, miniere, saline, ecc) che costituivano il demanio erano ceduti in parte in affitto dietro il pagamento di una somma di denaro o di una parte dei prodotti ricavati, oppure erano direttamente coltivati o sfruttati per conto della casa reale. (Simili alle odierne "concessioni")

Ai redditi del demanio si aggiungevano quelli del monopolio, dal momento che il commercio del sale, del ferro, del rame e della seta greggia era tutto nelle mani dello stato. Per tutelare il monopolio occorreva un complicato e costoso sistema doganale e grandi magazzini di Stato: anche il commercio dei grani finì con l'essere talmente limitato da dover passare questo ad un monopolio dello Stato. (cioè il moderno "ammasso", inventato dai funzionati cinesi, e usato poi dagli arabi)

Corrispondevano alla maggior parte dei prodotti più importanti (oggi diremmo "strategici") dazi altissimi sull'esportazione, dazi che raggiungevano il 33 per cento sul bestiame e sui grani e che erano pagati non in denaro, ma in oggetti naturali. Per agevolare il controllo e risparmiare personale, questi articoli non potevano essere esportati se non da porte determinate.
(fino a pochi anni fa in Italia esistevano appunto nell'entrate delle città e paesi, le "porte daziarie", e all'interno o all'esterno ogni carico di merci doveva essere munito di una bolletta di entrata o uscita, pena sanzioni in danaro o requisizione della merce se sprovvista)

Commercio e comunicazioni erano altrettanto aggravati nell'interno del paese; un'imposta doveva essere pagata in base ad una istituzione sorta all'epoca normanna, per la maggior parte degli articoli di beni di consumo, in specie per la frutta, verdura, vini, salumi, formaggi, pesci, animali di cortile, canapa ecc. A ciò s'aggiungeva un'imposta fondiaria detta colletta, riscossa in origine solo nei casi di bisogno straordinario ma che poteva poi essere trasformata gradatamente in una contribuzione fissa e regolare.

"Tenendo fermo inoltre che anche i beni sequestrati erano devoluti al fisco e che, in seguito, quando si accendeva la lotta con la curia e cominciava la diserzione dei Grandi del paese, questi sequestri (oggi le chiameremmo "retate", "interventi repressivi programmati") furono esercitati su vasta scala, si dovrà convenire che i redditi del re di Sicilia erano i più svariati, entravano con maggiore regolarità ed erano per questo motivo senz'alcun dubbio superiori a quelli di qualsiasi principe di quell'epoca, giustificando così quella reputazione d'immensa ricchezza di cui godevano i re normanni.

Non a torto i contemporanei designavano Federico II come l'imperatore più ricco mai vissuto dopo Carlomagno. Eppure questa grande opulenza sua e del suo regno, e così tutti i suoi tesori, furono divorati dalla grande lotta che Federico dovette in seguito sostenere, dalla eccessiva tensione delle forze dei suoi sudditi che fece precipitare nella più squallida miseria quel regno così ricco e fiorente.

" La tendenza fiscale della legislazione di Federico II, emerge particolarmente dal modo in cui erano amministrati e distribuiti i proventi ricavati da così tanti settori e luoghi. Il regno intero era diviso in cinque distretti provvisti ognuno di una cassa centrale, nella quale erano versati tutti gli introiti, e questa "corte dei conti" faceva poi fronte a tutti i pagamenti versando nell'erario dello Stato soltanto le eventuali eccedenze. Non sappiamo se, temporaneamente almeno, l'erario abbia avuto, rispetto alle uscite, entrate maggiori, perché ai tempi di Federico, all'alta cifra delle contribuzioni corrisposero le grandi spese dello Stato.
Gli oneri del governo, oltre quell'insieme di spese certamente elevate della corte sontuosa e di quelle determinate dalla grandissima liberalità dell'imperatore, consistevano anzitutto nel mantenimento dei funzionari, tra i quali soltanto i giudici locali vivevano di una parte determinata delle spese giudiziarie.
"Non deve sorprendere la grande diffidenza che si manifestò contro tutto questo mondo di funzionari in questo complesso ingranaggio della costituzione e in tutto quest'organismo amministrativo. E nonostante un buon sistema di sorveglianza, non cessarono mai i lamenti sul carattere disonesto dei funzionari; le frequenti revisioni regolamentari, il controllo minuzioso esercitato da Corti speciali, fecero rapidamente sì scoprire i corrotti, ma non contribuirono a creare un ceto d'impiegati onesti.

"Vi era poi la flotta che causava grande spreco di denaro; lo sviluppo d'una forte marina stava particolarmente a cuore all'imperatore. Le principali stazioni marittime erano Messina, Napoli e Brindisi; qui si trovavano i maggiori cantieri navali e relativi magazzini provvisti di quanto occorreva per equipaggiare una considerevole armata. Dieci navi dovevano essere sempre pronte a spiegare le vele. Quali somme divorasse la marina, si può arguire dallo stipendio di 37.500 lire, paga enorme per quell'epoca, riscossa dall'ammiraglio che ne era a capo.
"Anche l'esercito terrestre costava forti somme: poiché, oltre i contingenti militari forniti obbligatoriamente dai vassalli, unica istituzione feudale che Federico II non distrusse, si provvedeva ad un corpo di truppe permanenti composte di mercenari, e occupavano una posizione speciale gli Arabi stabiliti a Lucera, che formavano una colonia militare favorita.
Militarmente poi il regno era diviso in due capitanati, del continente e della Sicilia, ognuno dei quali, a sua volta, era frazionato in un numero d'ispettorati delle fortezze.

"Che cosa dissero di questo governo o che cosa ne pensarono coloro che ne sopportarono il peso? Se, durante il breve, rigoroso governo di Enrico VI, tutto impegnato ad una guerra di conquista, si lamentava del dominio dello straniero, quello del Normanno di nascita -così diceva e si sentiva Federico II- portava a un grado ben superiore i contrassegni della tirannia straniera. Il "normanno" per molti era e restava un germanico. E a calcare la mano sul "barbaro" ci pensarono pure i Papi.

Tuttavia i suoi sudditi ubbidirono al suo ferreo governo, ma anelarono sempre ad essere sollevati. Il modo poi in cui Federico II, scoppiata la lotta con il Papato, dovette usare la sua potenza, rese il suo governo completamente (esclusi i ceti da lui privilegiati) insopportabile. L'imperatore godeva appena un po' di simpatia e di affetto in quelle città fortunate che per tanti motivi ottenevano un grande sviluppo, quindi benessere un po' a tutti, ceti alti e bassi. Negli altri, l'aristocrazia del paese, capitanata dai grandi baroni, più che ad averci lasciati dei giudizi sul governo federiciano, ci hanno lasciato i tanti tentativi di rivolta e parecchie cospirazioni.
Insomma il nuovo sistema di governo non riuscì a mettere salde radici né arrecare quindi, nel momento decisivo, quel vantaggio, che il suo creatore e rappresentante, nel concepirlo, si era prefisso di ottenere".
Forse il momento decisivo potevano essere, ma non lo furono, e lo vedremo subito.

 

Nella pace firmata a S. Germano (del 23 luglio del 1230) tra il Pontefice e Federico II, anche le città della Lega Lombarda erano state incluse.
Con quella pace pareva che un'era nuova dovesse aprirsi per l'Italia poiché i tre grandi contendenti - Papa, imperatore e comuni - avevano posato le armi ed erano venuti agli accordi; ma quella di S. Germano non era stata una pace vera, con una carta non aveva eliminato in un giorno le cause del dissidio.
Queste permanevano ed erano profonde e soltanto le armi avrebbero potuto risolvere la situazione.
I tre contendenti stavano sempre di fronte; ma in posizioni nettamente distinte come al tempo di Alessandro III, Barbarossa, Comuni.
E tutti palesavano nell'agire delle profonde contraddizioni.
Il Pontefice aspirava, non meno di prima, al predominio della Santa Sede e se, costretto dalle necessità del momento, stipulava un trattato con l'eterno rivale, poi più tardi ne accettava gli aiuti (come a Viterbo). Si teneva in intimo contatto con la Lega Lombarda, i cui Comuni potevano se manovrati bene costituire potenziali alleati contro l'impero, e nello stesso tempo stroncava a Roma quelle stesse aspirazioni che tenevano vivi i comuni settentrionali.

Federico II era più che mai deciso di ridurre all'obbedienza i comuni lombardi e come mezzo per attuare i suoi propositi non disponeva soltanto delle sue forze del regno di Sicilia, di Germania e delle città italiane del nord a lui fedeli, ma anche di quelle che le erano nemiche ma che avevano all'interno suoi partigiani - i Ghibellini - che sostenevano la causa imperiale e lottavano contro quelli a favore della causa papale. E i Comuni, fedeli o nemici, alla fine, erano fermamente tutti risoluti a non perdere i diritti sanciti nel trattato di Costanza; ma spesso la risolutezza, la volontà e la loro forza erano insidiate e indebolite dalle discordie interne dei due grandi partiti, il GUELFO e il GHIBELLINO, e dalle guerre municipali che in quel tempo mettevano Cremona contro Milano e Mantova, Bologna contro Modena, Parma contro Piacenza e Reggio, Padova contro Verona, Verona o Padova contro Vicenza, Venezia contro Ferrara, senza contare quelle che imperversavano tra Pistoia e Lucca e tra Firenze e Siena.

Le città erano sempre divise apparentemente in due, ma spesso erano come quelle clessidre, travasata una parte, basta un tocco, si capovolgono e inizia lentamente un altro travaso.
Così nelle città, bastava un nulla, e subito ricominciava il trasformismo; si svuotavano di sostenitori imperiali e all'improvviso si riempivano di partigiani papali, oppure arrogantemente volevano essere autonome, ma in quest'ultimo caso appena sorgevano contrasti interni, o una o l'altra fazione era pronta a chiamare il papa o l'imperatore per farsi aiutare a sconfiggere gli avversari; e questo fino al prossimo capovolgimento.

Stando così le cose la pace di San Germano non poteva considerarsi che come una tregua, e come tale certamente la consideravano il Papa, l'imperatore e le città, che aspettavano solo il momento propizio per romperla.
"In mezzo a tanti interessi in contrasto e a tante lotte, coloro che pensavano ad una pace vera e duratura erano i due ordini di S. DOMENICO e di S. FRANCESCO, i primi più dei secondi, che si servirono di eloquenti e persuasivi predicatori per "disarmare, atterrire gli spiriti" (moderni) delle popolazioni. Notissimi fra questi predicatori furono S. PIETRO MARTIRE, S. ANTONIO di PADOVA, fra ROLANDO di CREMONA, FRA LEONE che pacificò i cittadini di Piacenza, FRA GHERARDO che mise la concordia fra gli abitanti di Modena e fece sì che a Parma fossero richiamati i fuorusciti e si riformasse lo statuto, municipale. Ma colui che si acquistò notorietà maggiore fu il domenicano… fra GIOVANNI DA SCHIO, conosciuto col nome di fra GIOVANNI DA VICENZA.

"Iniziò - scrive il Sismondi - le sue prediche a Bologna l'anno 1233; e ben presto i cittadini, gli abitanti delle vicine campagne e soprattutto le persone addette ai piccoli impieghi e all'artigianato, attratti dalla sua eloquenza, gli si accalcarono attorno, portando croci e bandiere in mano e, disposti non solo ad ubbidire alla voce dell'apostolo di pace, ma ancora ad eseguirne i suoi ordini. In mezzo a questa folla così profondamente commossa dai suoi sermoni si vedevano tutti coloro che a Bologna nutrivano antiche animosità, odi e rancori, andare a deporli ai suoi piedi e giurare pace verso i loro acerrimi nemici. Gli stessi magistrati gli presentavano gli statuti della città affinché li riformasse come meglio credeva togliendo tutto quanto poteva essere la causa di nuovi contrasti, liti, rivolte.

"Frate Giovanni si recò in seguito a Padova, preceduto dalla sua fama. Andarono a incontrarlo fino a Monselice i magistrati con il carroccio; e fatto salire il predicatore su questo sacro carro, lo accompagnarono in trionfo nella loro città, che a quel tempi era la più potente della Marca Trivigiana. Tutto il popolo, si riversò nel grande Prato della Valle, ascoltò la predica della pace, applaudì agli inviti della riconciliazioni, che cancellarono all'istante le passate inimicizia, e poi chiesero a frate Giovanni di riformare i loro statuti; quello che poi lui fece in moltissime altre città; si recò infatti, a Treviso, a Feltre, a Belluno, ed ottenne gli stessi successi a Camino, Conegliano, Romano di San Bonifacio; ed i signori, come le città, lo scelsero arbitro delle loro contese; le repubbliche di Vicenza, Verona, Mantova e Brescia, dove si recò, gli diedero questo privilegio; in ogni luogo fu pregato di riformare gli statuti municipali, di mutarli a suo giudizio, aggiungendo o togliendo tutto quello che lui riteneva giusto: finalmente gli fu in ogni luogo chiesto d'intervenire alla solenne assemblea dei popoli lombardi, che lui convocò per il giorno 27 agosto 1233 nella campagna della Paquara, in riva all'Adige, tre miglia distante da Verona.

"Mai era stata tentata un'impresa così nobile ed alta come era quella di pacificare venti popolazioni nemiche con il solo suscitare i sentimenti religiosi, con i soli motivi del cristianesimo, con il solo uso della favella; un così grande spettacolo non si era mai visto agli occhi degli uomini. Le intere popolazioni di Verona, Mantova, Brescia, Padova e Vicenza si trovarono radunate nella campagna di Paquara, ed i cittadini di queste repubbliche avevano alla loro testa i propri magistrati con il carroccio. Gli abitanti di Treviso, Venezia, Ferrara, Modena, Reggio, Parma e Bologna vi erano giunti con i loro stendardi; i vescovi di Verona, Brescia, Mantova, Bologna, Modena, Reggio, Treviso, Padova, il patriarca d'Aquileia, il marchese d'Este, i signori da Romano e quelli della Venezia vi erano pure loro intervenuti con i loro vassalli.

"Frate Giovanni si era fatto preparare in mezzo alla piazza un pulpito altissimo dal quale, se crediamo agli storici contemporanei, la rimbombante sua voce, che sembrava venire dal cielo, fu - si disse- miracolosamente udita da tutti i presenti. Prese per testo le parole della scrittura, "io vi dono la mia pace, io vi lascio la mia pace"; e dopo avere con eloquenza fino allora mai udita, fatto uno spaventoso quadro dei mali della guerra, dopo avere dimostrato che lo spirito del Cristianesimo era uno spirito di pace, facendo valere l'autorità della Santa Sede di cui era investito, in nome di Dio e della Chiesa ordinò ai Lombardi di deporre le loro animosità; dettò un trattato di pacificazione universale, per assicurare la cui esecuzione fece sposare al marchese d'Este una figlia d'Alberico da Romano; invocò l'eterna maledizione per i sovvertitori di questa pace; invocò le distruttive pestilenze sulle loro greggi e dannò i loro mercati, le loro messi, i loro vigneti ad una perpetua sterilità.

"Fin qui i comportamenti di frate Giovanni andavano esenti da ogni sospetto, né si poteva ancora accusarlo di cupide od ambiziose mire; pareva che il suo zelo non mirasse ad altro che alla gloria di Dio e all'amore degli uomini; ma l'assemblea pose fine alla gloriosa sua carriera. L'entusiasmo da lui eccitato, la pace universale che aveva concluso, gli fecero concepire troppo alta opinione di se stesso; si credeva nato non solo per pacificare, ma anche per governare gli uomini.
Tornato in Vicenza subito dopo l'assemblea, entrò nel Consiglio del comune, e chiese che gli fosse affidato un illimitato potere nella repubblica, con i titoli di duca e di conte.
Intanto si spargeva la voce in giro (chissà da chi lo possiamo solo immaginare) che questo sant'uomo aveva con le sue preghiere fatto tornare in vita i morti, che aveva guarito moltissimi infermi; ed il popolo analfabeta e credulone, lontano dal nutrire sospetti intorno alle intenzioni del santo, gli affidò tutta la sua autorità sperando di vedere diviso tra tutti i cittadini le cariche e gli onori, la giustizia e la perfetta eguaglianza.

Fra Giovanni prese a riformare gli statuti della città, ma la sua opera non è che soddisfaceva molto. Poi da Vicenza si recò pure a Verona, e anche qui chiese ed ottenne la suprema signoria, in forza della quale fece tornare in città il conte di San Bonifacio, allora esiliato; chiese ostaggi alle fazioni nemiche; mise guarnigioni nei castelli di San Bonifacio, d'Illasio e di Astiglia; accusò che erano eretici sessanta cittadini delle principali famiglie di Verona e li condannò lui stesso facendoli bruciare sulla pubblica piazza; poi pubblicò molte leggi e statuti."Intanto i Vicentini non tardarono ad accorgersi che il nuovo signore, invece di accrescere i privilegi del popolo, si stava creando e accrescendo una propria signoria; a questi dubbi si aggiunsero i timori dei Padovani, che consigliavano di scuotersi da dosso un così vergognoso giogo. Mentre fra Giovanni si trovava a Verona, il podestà di Vicenza, UGUZIO PILIO, introdusse in città i nemici dei signori da Romano e le milizie padovane per fortificarsi contro il nuovo sovrano.

Un altro monaco, frate GIORDANO, priore di San Benedetto a Padova, che anche lui con lo stesso sistema aveva nel governo di questa città ottenuto dei poteri, geloso forse della gloria o della potenza del suo confratello, incoraggiava malumori a Vicenza.
Frate Giovanni messo sull'avviso, accorse con alcuni soldati per reprimere i sediziosi, si era impadronito del palazzo del podestà e già era in preda al saccheggio, quando giunsero a Vicenza le milizie padovane, scacciarono i soldati di frate Giovanni, e lui fatto prigioniero. Per intercessione del Papa fu ben presto rimesso in libertà, ma la sua prigionia aveva ormai distrutto il suo predominio sia a Verona come in Vicenza, fu costretto a restituire gli ostaggi che aveva ricevuto e le fortezze dove aveva creato dei presidi. Si ritirò a Bologna, dopo aver perso ogni gloria, ma purtroppo dopo avere innescato nelle città della Lega tante guerre; più di quante la laceravano prima che desse inizio alle sue predicazioni".

Ma a Roma è quello che volevano! La pace di S. Germano - come si è detto - non era stata che una tregua: l'anno prima i deputati di dodici città, riunitisi il 2 dicembre a Milano, avevano dichiarato nemiche Modena, Parma e Cremona che parteggiavano per l'impero; e l'anno dopo la pace, la Lega Lombarda, convocato un parlamento a Bologna, stabiliva di armare un esercito di diecimila fanti, tremila cavalli e millecinquecento balestrieri, di vietare ai comuni che si nominassero podestà ghibellini, di chiudere ai Tedeschi i valichi delle Alpi e di respingere ad ogni costo qualsiasi attacco degli imperiali.
Questo dimostrava chiaramente come i Lombardi non credevano alle promesse della pace del 23 luglio 1230, dubitavano - non a torto - delle intenzioni pacifiche dell'imperatore. Se non ci fossero stati altri motivi, le decisioni prese nel convegno di Bologna sarebbero state sufficienti a provocare lo scoppio delle ostilità tra la Lega e Federico, perché l'imperatore fin d'allora avrebbe mosso guerra ai comuni.

LA RIVOLTA DEL FIGLIO DI FEDERICO (ENRICO VII)
RIBELLIONE E MORTE DI ENRICO VII

Ma ci fu l'improvvisa ribellione di suo figlio Enrico VII, in Germania, e tutte a lui furono rivolte le attenzione e l'attività dell'imperatore. Non si conoscono i veri motivi dell'atteggiamento del giovane Enrico contro Federico, che dagli storici si attribuisce alla gelosia del principe contro il fratellastro CORRADO, prediletto dell'imperatore, o agli indugi del padre nel cedergli una delle due corone o al desiderio del giovane di formarsi un regno indipendente o, infine, ai consigli di tutti coloro che in Germania erano malcontenti della politica imperiale e facevano facilmente presa sul debole carattere di Enrico.
Perdonato a Civitate, presso Aquileia, dal padre che lo aveva minacciato di gravi punizioni per non essersi presentato alla dieta di Ravenna del 1° novembre del 1231, Enrico nella dieta di Boppart del settembre del 1234 si dichiarò ribelle a Federico, ma non trovando appoggi in Germania, cercò e trovò alleati in Italia nei comuni della Lega Lombarda con la quale il 18 dicembre di quello stesso anno stipulò un accordo. In virtù di questo i Lombardi si impegnavano di riconoscere Enrico loro re, di combattere per lui dentro i confini d'Italia e di non aiutare nessuno contro di lui; il ribelle, dal canto suo, riconosceva i comuni della Lega, dichiarava suoi nemici i loro nemici, specie i Pavesi e i Cremonesi, si obbligava a non far pace senza il consenso degli alleati, rinunciava a qualsiasi credito che l'impero potesse reclamare dai Comuni e prometteva di non esigere da loro né tributi né pegni né milizie.

Le due parti si obbligavano di mantener fede all'accordo per mezzo del giuramento, il quale doveva essere rinnovato se, trascorsi dieci anni, Enrico non avesse ancora ottenuto la corona imperiale. Avuta notizia della ribellione del figlio, Federico marciò verso la Germania dove Enrico con un esercito aveva dato l'assalto alla città di Worms. Ma al comparire dell'imperatore l'esercito del ribelle si sbandò ed Enrico, abbandonato da tutti, implorò il perdono (1235) e questo fu concesso; ma essendosi accorto che l'ingrato figlio continuava a tramare, Federico lo spedì in Puglia, prigioniero nel castello di S. Felice; dopo cinque anni nel 1240 a Nicastro, e dopo altri due anni il ribelle cessava di vivere mentre stava per essere nuovamente trasferito al castello di Martorano.

Punito il figlio, Federico la sua attività la impiegò nel pacificare la Germania; ad Ottone il giovane, figlio di Ottone IV, concesse, come ducato ereditario, Brunswich, Gisler e la contea di Stade e nella dieta di Magonza del 15 agosto 1235, riuscita imponentissima per il numero degli intervenuti - ottantacinque principi e prelati, dodicimila cavalieri e i deputati delle città lombarde ghibelline - fece compilare una nuova costituzione. L'anno dopo Federico si preparò a scendere in Italia contro quelle città della Lega per punirle dell'accordo stipulato con il figlio ribelle.
Nell'estate del 1236 Federico muoveva alla volta dell'Italia e per la valle dell'Adige giungeva a Trento; qui gli andarono incontro i più potenti signori di parte ghibellina dell'Italia settentrionale, i fratelli ALBERICO ed EZZELINO da ROMANO, Sulle vicende e su questa famiglia diamo un breve accenno, poi riprenderemo i fatti di Federico.

ORIGINI E VICENDE DEGLI EZZELINI

(vedi anche la biografia completa QUI)
Il fondatore della casa dei da ROMANO che nel secolo XIII si rese così tragicamente celebre, fu un certo Ezzelo, che nel 1036 scese nella penisola al seguito di Corrado II. Era un povero cavaliere tedesco che come riferisce un cronista padovano, non possedeva altro all'infuori del suo cavallo; ma il premio dei servigi resi all'imperatore ricevette in feudo le terre di Onara e di Romano, nella Marca Trevigiana, alle quali poi si aggiunsero Bassano, Marostica ed altri territori."Anche i signori di Romano e di Onara finirono per appartenere a quella minore nobiltà, sorpresa un bel giorno e minacciata dalle vittorie borghesi. Eppure fu appunto in mezzo a questi sovvertimenti della nuova vita popolare che seppero anche loro cogliere le occasioni per ingrandirsi e porre gli elementi della loro prevalenza nella Marca Trevigiana.

Troviamo infatti che EZZELINO II, detto "IL BALBO", nipote dell'avventuriero disceso con Corrado, muta in quello di cittadino il diritto di "Signore" esercitato dai suoi predecessori a Bassano, è inoltre aggregato alla cittadinanza di Vicenza, di Padova, di Treviso, comanda con Anselmo di Dovara le milizie della Lega contro il Barbarossa. D'allora in poi il casato dei Romano cerca d'intervenire in tutte le faccende, in tutte le contese interne ed esterne della città della Marca; e rende sempre più frequenti le sue relazioni con gli altri feudatari di quelle contrade, con i signori di CAMINO, con i MONTECCHI, con i CAMPOSAMPIERO, con i SAN BONIFAZIO, con gli ESTENSI.


"Con tutti questi, secondo che dettano o i privati interessi o la forza degli eventi, si combinano alleanze, si stringono parentele, oppure si fa guerra; la guerra si può dir continua, normale; le inimicizie vengono da ogni parte esercitate in tutte le maniere, con le devastazioni dei territori, con le aggressioni, con i tradimenti, con gli scorni, con gli stupri (Lanzani)".

Romanzesca è l'origine dell'inimicizia tra le famiglie dei Romano e dei Camposampiero e risale al tempo di Ezzelino II, suocero di Tisolino di Camposampiero. Un figlio di quest'ultimo, di nome Gherardo, doveva sposare Cecilia, orfana di Manfredi, ricco signore di Abano; ma Ezzelino, saputa la cosa, corruppe i tutori di lei e fece ottenere al proprio figlio la mano della fanciulla. Del tradimento Gherardo si vendicò: pochi mesi dopo, recandosi la sposa nelle proprie terre sulla riva destra del Brenta, si appostò in agguato presso il castello di Sant'Andrea, assalì e scompigliò la scorta di lei e, catturata violentata e disonorata, la rimandò al marito, che ovviamente la ripudiò.

"Sotto EZZELINO III, detto "il Monaco" - scrive il Lanzani - le ambizioni, le rivalità, le vendette di quella turbolenta famiglia mettono sottosopra tutta la Marca Trevigiana. Erano i tempi in cui si era riversata sull'Italia la peste guelfa e ghibellina, e la Marca era travagliata dalle guerre di Padova con Verona, di Treviso con Vicenza. Ezzelino prese parte a tutte, assecondato talvolta dalla buona sorte, altre volte respinto dalle milizie nemiche nelle sue terre e assediato nei propri castelli, ma non si era mai perso d'animo nell'avversa fortuna, sicuro sempre del fato della sua casa, e quando le armi non erano sufficienti, era capace di ricorrere agli inganni ed ai tradimenti per avere la supremazia sugli avversari. Fra questi il più potente, e però il più inviso, era il MARCHESE d' ESTE. Il primo campo di battaglia dei due rivali fu Verona. Delle due fazioni che avevano diviso la città, il marchese sosteneva quella del conte di SAN BONIFAZIO.

EZZELINO si schierò con i MONTECCHI. Ma nella lotta che ne seguì la fortuna arrise così tanta al Marchese Estense, che poco mancò che il casato dei Romano fosse obbligato a rinunciare per lungo tempo a qualunque disegno di vendette o di maggiori ingrandimenti. Infatti, nel 1207 i Montecchi furono cacciati insieme con il loro partigiano, e la carica di podestà di Verona fu data allo stesso marchese".
Poco dopo, aiutato dai SALINGUERRA, potente famiglia di Ferrara, Ezzelino riuscì a impadronirsi di Verona; ma non vi rimase a lungo, perché AZZO d' ESTE, alla testa di un fortissimo esercito reclutato nella Marca Trevigiana, in Lombardia e in Romagna, rientrò il 28 settembre di quell'anno nella città, e dopo un sanguinoso combattimento nelle vie, ne scacciò il rivale; poi mosse quindi su Vicenza che si arrese e stava per marciare su Bassano quando Ottone IV, calato in Italia, mise fine alla guerra.

Della sconfitta patita EZZELINO si rifece più tardi, ingrandendo i suoi domini nella Marca Trevigiana quando scoppiò la lotta tra Innocenzo III ed Ottone IV. Nel 1221, stanco delle lotte, si ritirò tra le mura di un convento lasciando la signoria ai suoi due figli EZZELINO IV ed ALBERICO.
Sotto Ezzelino IV i Romano raggiunsero il più alto grado di potenza. Prode nelle armi, spietato coi nemici, fedele con gli amici, abilissimo negli intrighi, tenace negli odi, fermo nei propositi, egli era uomo pieno di ambizioni, bruciato dal desiderio di assicurarsi il primato fra i signori della Marca.
Erano passati pochi anni da quando era succeduto al padre quando le contese interne di Verona gli offrirono l'occasione d'intervenire nelle faccende di questa città.

I Montecchi avevano cacciato un'altra volta il conte di San Bonifazio: questi si rivolse per aiuto al marchese d' Este, quelli chiesero il soccorso di EZZELINO che, accorso nel 1226 con le sue milizie, sconfisse per ben due volte l'Estense e rimase a Verona con la carica di podestà, dignità che nel medesimo tempo il fratello ALBERICO conseguiva in Vicenza.

Due anni dopo, nel 1228, vediamo Ezzelino muover guerra ai Camposampiero e portar via loro il castello di Fonte. Nella lotta, a difesa dei Camposampiero entrarono i Padovani. Assediato a Bassano e non in grado di resistere alle forze nemiche, dietro consiglio del Padre e della repubblica di Venezia, restituì Fonte alla famiglia rivale e giurò obbedienza e fedeltà a Padova, ma l'anno dopo, ottenuta la cittadinanza di Treviso, trascinò questa città a conquistar Feltre e Belluno, vassalle dei Padovani, provocando così tra Padova e Treviso una guerra che ebbe fine per l'intromissione della Lega Lombarda.Ma non appena terminava una guerra se ne accendeva un'altra.

"A Verona era successo ad Ezzelino nell'ufficio di podestà il veneto GIUSTINIANI. Si propose costui di rappacificare gli ordini cittadini; ma i Montecchi trovarono che lui favoriva gli avversari e la città andò di nuovo sottosopra. Si combatte dentro le mura; il podestà Giustiniani viene espulso, Ezzelino fa prigioniero il San Bonifazio. I fuorusciti chiedono aiuto ai Padovani e accorre il marchese con milizie di Mantova; dappertutto combattimenti, assedi, devastazioni; infine si fa in mezzo nuovamente la lega, la quale ottiene che tutti si restituiscano a vicenda i prigionieri, e che Brescia, Mantova, Verona, Treviso, Padova, Ferrara, stringano tra loro pace e concordia, accogliendo in alleanza anche i Romano. Senonché anche i confederati lombardi erano naturalmente indotti a favorire gli interessi guelfi ed a combinare pertanto più accordi più sinceri con gli avversari dei Romano. Era il tempo in cui le cose dell'impero sembravano rimettersi bene nell'alta Italia, e la fiducia era rientrata nell'animo dei Ghibellini.
E' per questo motivo che Ezzelino, il quale soltanto per guadagnar tempo non aveva respinto l'intervento dei confederati, allorquando fu intimata una dieta federale a Bologna, ricusò di comparirvi a prestare il giuramento di fedeltà, e si dichiarò con Salinguerra contro la lega.
Fu questo il segno di nuova guerra nella Marca. I Mantovani vanno contro Verona e ne incendiano le borgate; da una parte muovono contro i Romano le milizie di Padova, da un'altra quelle di Vicenza. Ma i Padovani sono sconfitti in battaglia dai Trevigiani guidati da Alberico. Ezzelino già vittorioso dei Mantovani ad Opeano, accorre da Verona, batte i Vicentini, s'impadronisce del castello di San Bonifazio.

Federico, lieto di quei successi e che le vittorie dei Romano tenessero aperto ai suoi vassalli tedeschi il varco d' Italia, aveva preso i suoi aderenti in grande protezione, li incoraggiava con privilegi, minacciava i loro nemici. Non vi era punto della Marca, ove non ci fosse guerra e scompiglio, quando echeggiò il grido di pace del domenicano GIOVANNI di SCHIO. E conosciamo bene il risultato delle predicazioni e dei trionfi del frate di Vicenza: e sappiamo che l'incendio delle contese civili e municipali tornò a divampare subito dopo la pacificazione di Paquara (Lanzani).
(Pace e incendi, che abbiamo accennato sopra prima di iniziare questa breve sintesi, sugli Ezzelino e che ritroveremo ancora in altre pagine, quando cadranno in disgrazia).

GUERRA TRA FEDERICO E LA LEGA LOMBARDA

Da Trento, dov'era giunto nell'estate del 1236, Federico con le milizie germaniche e con quelle che gli aveva condotte Ezzelino, scese a Verona, dove entrò il 16 agosto di quell'anno e di là, ingrossato il suo esercito con le forze fornitegli dai Montecchi, si spinse oltre il Mincio per unirsi alle milizie di Modena, di Cremona, di Pavia, di Reggio, poi invase il territorio di Mantova e quello di Brescia, saccheggiandoli e devastandoli.
Delle città della Lega, Milano mosse il suo esercito, forte di cinquantamila uomini, a protezione della linea dell'Oglio; Padova e Vicenza, approfittando dell'assenza di Ezzelino dalle sue terre e da Verona, inviarono sul territorio di questa città le loro milizie comandate dal marchese d' Este. Imitando la tattica del nemico, Federico II a sua volta marciò velocemente su Vicenza, sprovvista delle sue migliori soldatesche ed, essendosi la città rifiutata di aprirgli le porte, le prese d'assalto. Fiaccamente difesa, Vicenza fu conquistata (1 novembre del 1236) e Italiani e Tedeschi gareggiarono tra loro nel saccheggiarla.Era a questo punto la guerra contro i comuni della Lega, quando giunse dalla Germania la notizia che il duca d'Austria si era ribellato. Non volendo che l'incendio, oltre le Alpi, prendesse proporzioni più vaste, desideroso di spegnerlo, Federico partì per la Germania, lasciando in Italia un corpo di Tedeschi e di Pugliesi ed affidando ad Ezzelino l'incarico di continuare le operazioni contro i Comuni.

L'improvvisa partenza di Federico diede animo ai Guelfi. Il conte di S. Bonifazio, alleato con i Mantovani, assalì e massacrò il presidio cremonese del borgo di Marcaria; i Padovani diedero il governo ad un consiglio di sedici tra i più illustri cittadini, presieduto dal podestà GHISLIERI e consegnarono il gonfalone del comune al marchese AZZO D'ESTE, cui affidarono pure l'incarico di difendere la Marca. Ma la maggior parte dei sedici parteggiavano segretamente per l'imperatore e, mentre l'Estense si trovava fuori Padova, il podestà si accorse che i suoi consiglieri avevano iniziato in segreto trattative con i nemici.

Convocati, chiese a loro il giuramento di fedeltà, che fu prestato nelle mani dello storico ROLANDINO, cancelliere del comune; avendo però il Ghislieri comandato di recarsi a Venezia per ricevere dal Doge i nuovi ordini, uno solo ubbidì mentre tutti gli altri, riparati nelle proprie fortezze, si ribellarono alla parte guelfa.
La defezione dei nobili più influenti sgomentò il popolo (anche se non era la prima volta) il quale, allo scopo di provvedere alle sorti delle città, riunitosi in assemblea, nominò un nuovo podestà nella persona di MARINO dei BADOERI, veneziano. Ma la sostituzione del Ghislieri non fu di alcuna utilità alla città, né le giovò la resistenza che, nel febbraio del 1237, il nuovo podestà oppose alle truppe di Ezzelino. Non pochi erano, nella città, i fautori dell'impero e questi fecero sì che il governo ritornasse nelle mani dei nobili ghibellini che si affrettarono, com'era naturale, a scendere a patti con Ezzelino, offrendogli di consegnargli la città purché fossero rispettati lo statuto e gli antichi diritti del comune nonché le persone e le proprietà dei cittadini e la liberazione dei prigionieri.
Accettati i patti, il 24 febbraio Ezzelino, alla testa delle truppe imperiali, entrò a Padova, baciandone, prima di porvi piede, la porta.

L'atto del vincitore sembrò una promessa di pace, ma non fu proprio per niente una pace.
EZZELINO, resosi padrone di Padova, ricompose il consiglio del comune con persone fedeli ai suoi voleri e indicò come podestà il CONTE di TEATINO, napoletano; mise in città una guarnigione di Tedeschi e di Saraceni dell'esercito imperiale; si fece consegnare ostaggi dalle principali famiglie di parte guelfa, che chiuse nelle sue fortezze o mandò nell'Italia meridionale; confiscò i beni e fece abbattere le case di tutti coloro che per sfuggire al tiranno avevano abbandonata la città, e, infine, fece imprigionare l'abate GIORDANO di S. Benedetto, venerato dal popolo e considerato dai Guelfi quasi loro capo.

Caduta Padova nelle mani di Ezzelino, anche Treviso cadde in suo potere e in brevissimo tempo il signore di Romano si poté dire arbitro di Verona, di Vicenza, di Bassano, di Pavia e di Treviso e costituì una minaccia gravissima per la Lega Lombarda.FEDERICO II intanto aveva ottenuto dei rapidi successi in Germania, il duca d'Austria era stato debellato, e convocata a Spira una dieta nel giugno del 1237, e aveva provveduto (messo in carcere il primogenito) alla successione facendo eleggere il secondogenito CORRADO re dei Romani.

Composte le faccende tedesche, nell'agosto del 1237 l'imperatore ricomparve in Italia. Conduceva con sé duemila nuovi cavalieri germanici, ai quali unì presso Verona diecimila Saraceni fatti venire dalla Puglia, le milizie di Ezzelino e quelle delle città amiche dell'impero. Era un esercito poderoso quello che si preparava a combattere contro la Lega e molti dei nemici dell'imperatore ne furono atterriti. Il conte di SAN BONIFAZIO passò dalla parte di Federico, Mantova fece atto di sottomissione e in compenso ebbe l'amnistia per i suoi cittadini, la conferma di tutte le consuetudini e privilegi e il diritto di eleggere il proprio podestà; Bergamo, in cui erano prevalsi i nobili, seguì l'esempio di Mantova.L'imperatore iniziò le ostilità penetrando nel territorio bresciano, dove espugnò fra altre località il castello di Montechiari. La sua strategia era quella di tagliare innanzitutto le comunicazioni tra Brescia e Milano, e per effettuarlo puntò verso Pontevico dove pose il campo. Il suo piano però fallì per la rapidissima mossa dell'esercito della Lega che, passato l'Oglio, gli sbarrò il passo a Manerbio, occupando una posizione decisamente molto vantaggiosa.
Per quindici giorni i due eserciti rimasero a guardarsi, separati da un fiume paludoso. Era novembre del 1237; l'inverno si avvicinava e rendeva difficili le operazioni di guerra; per giunta l'esercito di Federico essendo così numeroso, cominciava a difettare di vettovaglie. Due scelte poteva fare Federico: o andare nei quartieri d'inverno ad aspettare la primavera o dare battaglia subito.

Ma sia una che l'altra presentava dei gravi inconvenienti. Sospendere le ostilità significava dar tempo agli avversari di rafforzarsi e correre il pericolo di perdere i vantaggi conseguiti; attaccare era lo stesso che andare incontro ad un insuccesso per le ottime posizioni che occupava il nemico. Federico stabilì di dar battaglia in un luogo favorevole al suo esercito e, fatta sparger la voce che andava a Cremona per passarvi l'inverno, abbandonò il campo e passò l'Oglio.

LA BATTAGLIA DI CORTENUOVA

I collegati caddero nell'inganno. Due giorni dopo la partenza dell'imperatore, sicuri che fosse andato a Cremona, lasciarono Manerbio e si misero in cammino per tornare alle loro città; ma la mattina del 27 novembre del 1237, giunti fra Guinzano e Cortenuova, si videro assaliti dalle truppe imperiali che avevano risalito la riva destra dell'Oglio fino a Soncino.

Pur trovandosi in una posizione sfavorevole e in condizioni di evidente inferiorità, costretto ad accettar battaglia, l'esercito della Lega, riordinatosi alla meglio presso Cortenuova, fece fronte agli imperiali. Formavano l'avanguardia dell'esercito di Federico, i Saraceni, i quali furono i primi ad assalire e per quanto il loro assalto fosse violento, i collegati combattendo accanitamente, lo respinsero. Sopraggiunto l'imperatore con il figlio Enzo, con Ezzelino e con il meglio dei suoi cavalieri, fu rinnovato l'assalto contro le milizie dei comuni, ma anche questa volta non cedettero e la battaglia, con grande strage da ambo le parti, durò a lungo e sarebbe durata ancora di più e senz'alcun vantaggio dell'uno e dell'altro esercito se, minacciate di fianco dai Bergamaschi (che erano già passati dalla parte del vincitore), le truppe della Lega non fossero state costrette a ripiegare su Cortenuova.

A proteggere il ripiegamento stava, all'entrata del borgo, di fronte al castello, stretta intorno al carroccio milanese, la "falange dei forti", una compagnia comandata da ARRIGO di MONZA e composta di giovani audaci e risoluti delle principali famiglie di Milano, i quali al pari dei guerrieri della morte che a Legnano avevano sconfitto il Barbarossa, avevano giurato di cadere anziché arrendersi. E i forti, sebbene premuti dall'intero esercito imperiale, si difesero con tale bravura che, sopraggiunta la notte, mantenevano ancora le loro posizioni.

Col calar delle tenebre la battaglia fu sospesa. Federico, che non voleva perdere il frutto del primo vantaggio, deciso a ricominciare il combattimento il giorno dopo, ordinò ai soldati di dormire con le armature addosso; ma i collegati, malgrado le loro prove di valore e la magnifica resistenza della falange dei forti, non erano in condizioni di sostenere una seconda battaglia; perciò il podestà di Milano diede ordine di ritirarsi approfittando della notte.Il terreno era molle, fangoso per le piogge novembrine abbondanti cadute e i carri dei bagagli e il pesante carroccio, non potendo procedere speditamente, avrebbero reso lenta la marcia ed esposto l'esercito in cammino ad un assalto che poteva riuscir disastroso. Fu deciso pertanto di lasciare a Cortenuova carri e carroccio, ma a quest'ultimo, prima di partire, i Milanesi tolsero tutti gli ornamenti, i vessilli, le insegne.
Sul far dell'alba Federico trovò il villaggio deserto e mandò la cavalleria all'inseguimento. Fu nella ritirata che i collegati ebbero le perdite maggiori; raggiunti dal nemico, subirono la sorte di tutti gli eserciti quando stanchi, sfiduciati e disordinati, si ritirano. Il numero dei morti fu grande e non meno grande quello dei prigionieri; fra questi si contarono trecento nobili di Milano, di Alessandria, di Novara e di Vercelli e il podestà stesso di Milano, ch'era PIETRO TIEPOLO, figlio del doge di Venezia.

A diecimila calcola il numero dei morti e dei prigionieri Pietro delle Vigne nella lettera spedita ai principi germanici per annunziare la vittoria imperiale e non ci sembra una cifra esagerata. Sarebbe stata però più grande se i superstiti, sbandati e spietatamente inseguiti dai Bergamaschi, non fossero stati aiutati da PAGANO DELLA TORRE, signore guelfo della Valvassina, il quale li accolse nei suoi territori, li fece ristorare e poi lui stesso li accompagnò a casa, guadagnandosi la gratitudine dei Milanesi; e che fu con questo gesto la prima entrata in scena della grandezza dei TORRIANI. Dopo la giornata di Cortenuova, FEDERICO II andò a collocare i quartieri d'inverno a Cremona. Credeva di aver dato con quella vittoria un colpo decisivo alla Lega Lombarda e volle trionfare alla maniera degli antichi imperatori romani.

Teatrale fu l'ingresso che egli fece nell'amica Cremona, né poteva mancare quello ch'egli considerava il maggior trofeo: il carroccio. Questo fu trascinato da un elefante che reggeva una torre sulla cui sommità sventolava lo stendardo imperiale; mentre sul carroccio, nudo di ornamenti, all'alto dell'antenna, stava legato il podestà, con un laccio al collo; intorno e dietro di lui molti prigionieri, anche loro con il capestro; venivano dopo le milizie che avevano preso parte alla battaglia, i cavalieri italiani e tedeschi dalle armature scintillanti e da ultimo, circondato dai Grandi, Federico a cavallo con la corona in testa. Triste fu la sorte riserbata a PIETRO TIEPOLO: dopo avergli inflitta quest'ignominia nell'ingresso a Cremona, l'imperatore lo mandò in varie prigioni della Puglia e, infine, lo fece morire sul patibolo, attirandosi (era il figlio del Doge) l'odio della Repubblica di Venezia.

Il carroccio milanese, accompagnato da una lettera imperiale, fu spedito a Roma perché fosse di monito al Pontefice, il grande protettore dei guelfi, e attestasse ai Romani la sua potenza. Per decreto del Senato fu collocato nel Campidoglio come, ai tempi -felici della capitale del mondo- era di solito fare con le spoglie dei vinti. Milano però non era stata conquistata. Era tuttavia pronta a giurare fedeltà all'imperatore.
Ma l'imperatore la voleva conquistare e punire, non dimentico di Barbarossa, e come lui ostinato.
I risultati li vedremo subito.

La vittoria di Cortenuova nel 27 novembre del 1237, non diede a Federico II i risultati che lui sperava; alcuni comuni si sottomisero, è vero, e la stessa Milano, che era la città più importante della Lega, chiese di far pace con l'imperatore, dichiarandosi pronta a giurargli fedeltà, a consegnargli tutti i tesori e le bandiere e a fornirgli diecimila uomini per la crociata; ma Federico, accecato dal successo ottenuto con le armi, voleva che Milano si arrendesse incondizionatamente e le iniziate trattative furono interrotte.

Le dichiarazioni dei legati milanesi, i quali dissero di preferir piuttosto la morte con le armi in pugno al giogo del tiranno, facevano prevedere una ripresa più aspra della guerra. Altre città come Brescia, Alessandria, Piacenza e Bologna, seguirono l'esempio della grande sorella e tutte si prepararono a difendere accanitamente le loro libertà.
Milano, che sapeva di esser la prima a dover patire le offese imperiali, non indugiò a prepararsi alla resistenza: rafforzò le mura e le torri, mettendole in condizioni di opporre una valida difesa agli assalti del nemico, riordinò le sue milizie, fece copiose provviste di vettovaglie per essere in grado di sopportare un lungo assedio e distrusse da se medesima i ponti sul Ticino.

Mentre fervevano i preparativi da parte delle città della Lega, Federico II non stava inoperoso, ma otteneva con la forza la sottomissione delle minori città dell'Italia settentrionale, radunava milizie presso i comuni e i signori che gli erano fedeli e chiamava dalla Germania il figlio Corrado con nuove truppe.

Quando fu convinto di disporre di forze sufficienti riaprì le ostilità. Sua determinazione era quella di isolare Milano, togliendole l'aiuto di Alessandria e Brescia.
Ridotte all'impotenza queste due città gli sarebbe stato più facile avere ragione della metropoli lombarda. Contro Alessandria mandò il marchese LANCIA, che mise a ferro e a fuoco il territorio, ma non riuscì a far piegare gli abitanti dell'eroica città che aveva, molti anni prima, saputo tenere in scacco l'infuriato Barbarossa; contro Brescia marciò lui stesso con il grosso dell'esercito, cingendola d'assedio il 3 agosto del 1238.

Ma l'assedio di questa città non fu fortunato. I Bresciani, consapevoli delle conseguenze che una vittoria imperiale avrebbe prodotto per le sorti della Lega, certi che la loro libertà sarebbe finita per sempre e alle istituzioni comunali sarebbe successo il governo assoluto del superbo monarca, difesero con grandissimo accanimento la loro terra, coadiuvati dalle perfezionate macchine guerresche di cui un ingegnere loro concittadino, di nome CLAMANDRINO, li aveva dotati.
Invano per tre mesi Federico II si ostinò sotto le mura di Brescia (e ne erano passati dodici di mesi da quando era sceso in Italia). Avvicinandosi l'inverno e rendendo la stagione piovosa disagevole alle sue truppe la permanenza intorno alla città, il 9 di ottobre l'imperatore bruciò le macchine e, levato il campo, si ritirò con tutte le milizie nella fedele Cremona.

Era, questo, per Federico, uno scacco gravissimo, che non solo rincuorava i comuni della Lega, ma faceva uscire dall'incertezza altre potenti città, che avevano interesse di schierarsi contro l'imperatore, faceva trionfare il partito guelfo in Roma e faceva sì che il Pontefice si dichiarasse apertamente contro il monarca. GREGORIO IX aveva ragione di temere una vittoria definitiva di Federico. Questa avrebbe causato non solo la fine del potere temporale ma anche la stessa indipendenza della Santa Sede e il Pontefice lo sapeva da qualche tempo. Se non si era messo prima contro Federico il motivo lo si deve ricercare nella posizione sfavorevole in cui Gregorio IX si era per un po' di tempo trovato e nella potenza del suo rivale, contro cui sarebbe stato imprudente schierarsi.

Lo scacco subito dall'imperatore sotto Brescia, aveva fatto comprendere al Pontefice che quello era il momento buono per scendere in aperta lotta contro Federico. L'indugio avrebbe potuto essere di vantaggio al nemico secolare e danneggiare gravemente gl'interessi della Curia romana.
I pretesti per romperla con il sovrano non mancavano e uno validissimo lo forniva la questione della Sardegna. Al tempo dell'assedio di Brescia, Federico II aveva sposato il figlio naturale ENZO con ADELASIA, unica erede delle giudicature sarde di Torre e di Gallura e vedova del pisano Uberto Visconti, e lo aveva nominato re di Sardegna. Questo titolo dato al figlio del sovrano più che il rifiuto opposto da Adelasia al Pontefice, il quale le aveva proposto di sposare un guelfo della famiglia PORCARIA, aveva irritato moltissimo Gregorio IX, che vedeva con quel matrimonio sottratta l'isola alla sovranità della Santa Sede.

II Pontefice protestò vivamente contro quelle nozze, ma l'imperatore rispose che l'Italia, come tutti sapevano, gli apparteneva tutta ("Italia haereditas mea et hoc notum, est toto orbi"), e lui era fermamente risoluto di riunirla sotto il suo scettro. Era una sfida e questa fu raccolta dal bellicoso 93 enne Pontefice, il quale, anche senza di essa, avrebbe rotto lo stesso gli indugi e ne è prova l'alleanza che, nel novembre del 1238, lui stipulò con Genova e Venezia con la quale le due potenti repubbliche s'impegnavano a non concludere alcun patto con l'imperatore senza consenso del Pontefice.
Era la domenica delle Palme, ossia il 20 marzo del 1239. L'imperatore si trovava a Padova quando Gregorio IX, in pieno concistoro, scomunicò Federico II, sciogliendone i sudditi dal giuramento di fedeltà, ponendo l'interdetto nei luoghi da lui abitati e minacciando di deposizione quegli ecclesiastici che in sua presenza celebrassero i sacri riti.

Il Pontefice dichiarava di scomunicare il sovrano perché questi, violando i giuramenti, metteva in pericolo la libertà e i diritti della Chiesa e suscitava a Roma ribellioni contro la Santa Sede; perché impediva al cardinale di Preneste di restaurare nelle terre degli Albigesi la fede cattolica; perché nel regno di Sicilia lasciava che rimanessero vacanti venti sedi vescovili e due abbazie, perché si impadroniva dei beni della Chiesa, perché gravava di tributo gli ecclesiastici, perché li faceva giudicare da tribunali laici, perché li faceva imprigionare, esiliare ed anche mandare a morte; perché, venendo meno ai patti, tratteneva ancora molti beni dell'Ordine dei Templari e degli Ospitalieri; perché perseguitava i guelfi, favoriva i Saraceni e si opponeva alla restaurazione della chiesa di Sora; perché tratteneva prigionieri il nipote del re di Tunisi, che doveva andare a Roma per battezzarsi, e un ambasciatore del re d'Inghilterra; perché aveva occupato terre della Santa Sede nelle diocesi di Ferrara, Bologna e Lucca e sottomessa alla propria signoria la Sardegna; perché, infine, opponeva ostacoli alla liberazione della Terra Santa e alla restaurazione dell'impero latino e con le parole e le azioni faceva dubitare della sua fede.
Gregorio IX si fermava qui, ma come abbiamo visto c'era di tutto. Più di cosi non poteva andare.

"Dopo questa scomunica - scrive il Prutz - scoppiò la grande lotta destinata a decidere dei destini dello Stato e della Chiesa medioevale, lotta in cui a vicenda entrambi dovevano rovinarsi per fare spazio all'insorgere di nuove potenze dopo che si erano rivelati impossibili, lo Stato universale e la Chiesa universale.
Che anche le parti avessero piena coscienza dell'importanza della imminente lotta, che non contemplassero più la possibilità di una pace, che comprendessero invece ciascuno di dover vincere o perire, lo dimostrano le dichiarazioni scambiate allora e in seguito dal Papa e dall'imperatore, dichiarazioni in cui a vicenda si dicono privi d'ogni diritto ed in cui ciascuno si presenta quale rappresentante di pretese intangibili, cercando, con grosse parole e frasi roboanti, di convincere il mondo del loro buon diritto.
Quanto sembrano gentili e moderati i documenti che si erano scambiati Enrico IV e Gregorio VII, Federico I ed Alessandro III, al paragone di quelle diatribe piene di furore appassionato, di odio indomabile, che ormai a vicenda si scambiavano Federico II e Gregorio IX.

Il mondo assistette ad uno spettacolo inaudito, che non gli era stato presentato. nemmeno durante la lotta per le investiture. Contro il protettore riconosciuto dalla Chiesa ed in lettere apostoliche, che presso i fedeli volevano essere accolte con piena autorità, il rappresentante terrestre di Dio scagliava le accuse più terribili, le più feroci contumelie e le più audaci minacce.
Quei documenti rimarranno monumenti imperituri di presunzione sacerdotale e di un'ambizione, che si scrivevano e si mettevano in atto per nascondere, sotto le bibliche frasi intorno alla missione della Chiesa, passioni prettamente mondane; di un'ambizione che si fece scudo con accuse in parte esagerate, in parte menzognere, per spogliare di ogni loro diritto e precipitare in vergognosa servitù lo Stato, il suo capo ed i suoi componenti.
Emerse ormai con evidenza il contrasto inevitabile, ad ogni mediazione, ad ogni conciliazione refrattario, nel quale doveva terminare e terminò, giusta la natura delle cose umane, l'evoluzione ecclesiastica e politica dell'età di mezzo. tutta dominata dall'idea di un regno universale.
Perfino i contemporanei, accesi anche essi da ardore della lotta che era scoppiata, finirono per accorgersi del significato degli sconvolgimenti a cui assistettero; riconobbero subito trattarsi di ben altra cosa da quella che avevano rivelato i decreti furibondi del Pontefice, quei discorsi fanatici, animati da odio feroce, con i quali schiere di frati predicatori e questuanti si agitavano per sobillare i popoli contro l'imperatore.

Sotto l'impressione degli eventi che stiamo per narrare, i popoli compresero quale fosse stato il loro errore, quando, come finora, avevano creduto di promuovere il bene proprio, aggrappandosi all'idea del regno universale, e credendo di trovare in esso la maggior garanzia di prosperità politica.
Al contrario, si convinsero che le conseguenze fatali, sorte dall'aspirazione a effettuare il concetto universale, non potevano essere sviate se non col sacrificio di quel concetto, applicandosi ogni popolo a costituire, di sua, iniziativa, una comunanza politica sua propria.
Sorse la coscienza nazionale: di fronte all'impero universale caduto in sfacelo, di fronte all'universale Chiesa che ne rivendicava il patrimonio, sorsero gli Stati nazionali, traendo da loro stessi ragione e diritto di esistenza.
Quantunque la curia romana combattesse in FEDERICO II "il re della pestilenza"; quantunque considerasse addirittura come fatti dimostrati e annunciasse al mondo, come tali, le maggiori calunnie contenute nelle accuse e nelle insinuazioni dirette contro l'imperatore, essa non poteva alla lunga ingannare, con questi mezzi il mondo intero; anzi, senza saperlo ed agli occhi di tutti i contemporanei, la curia stessa, procedendo nel modo descritto, formulava una critica schiacciante riguardo alla politica sino a quel momento dalla Santa Sede praticata.

Per molti anni essa era stata strettamente alleata, sia nelle cose ecclesiastiche come in quelle politiche, con il sovrano, che ora andava additando come "feccia del genere umano"; lo aveva lasciato passare come campione predestinato dei cristiani contro gli infedeli ed aveva affidato alle sue mani la lotta che doveva salvare la Terrasanta; lo aveva considerato come protettore della fede e si era servita del suo braccio temporale per impedire l'estensione delle eresie; mediante le sue armi fece sottomettere i Romani rivoltosi; aveva (esteriormente e con poca sincerità) appoggiato i diritti di lui di fronte ai Lombardi, e condannato più di una volta la resistenza da questi opposta all'imperatore, come un delitto "contro l'interessi di tutti i cristiani".

"Le accuse, che ormai la Chiesa scagliava, da quei fatti erano smentite; e se erano fondate, tanto maggiore era la colpa della curia, che per anni ed anni si era lasciata da un simile indegno alleato, caricare di debiti di gratitudine.
Chi dunque era cambiato? Federico alla Chiesa non aveva né ricusato l'ubbidienza né dichiarato una guerra; qualunque cosa di lui si pensasse a riguardo delle sue idee personali sul cristianesimo, nessuna delle imputazioni fattegli a tale proposito è stata dimostrata, ed all'invenzione menzognera di preti maligni va attribuita esclusivamente quella frase che si diceva lui avesse pronunciato: che erano "tre i furfanti che, con le pretese rivelazioni trassero in inganno il mondo intiero: Mosè, Cristo e Maometto".
Agli occhi dell'osservatore imparziale tutte queste insinuazioni ipocrite erano, in modo semplice quanto efficace, confutate dal contegno ecclesiastico assolutamente corretto, da tutti conosciuto, da nessuno contestato, che l'imperatore tanto più s'impegnava ad osservare, per non dare motivo a censure o malignità.
Difatti, i motivi che determinarono la Chiesa a mutare la politica fino allora osservata, i motivi che l'indussero a romperla con Federico II con modi che fin dall'inizio escludevano ogni possibilità di riconciliazione; i motivi che lo spinsero ad iniziare, contro Federico che prima aveva protetto e poi accolto come alleato, questa lotta che dai mezzi usati si rivelava destinata ad annientarlo, nulla avevano a che fare con il vero carattere della Chiesa, nulla con l'alta sua missione né con i sacri suoi fini; sotto il manto di una lotta, che si pretendeva iniziata per la libertà della Chiesa, si combatté esclusivamente per questioni d'influenza temporale, solo per gl'interessi del potere profano.

"Gli ultimi successi riportati da Federico II, la vittoria di Cortenuova, l'acquisto della Sardegna in seguito all'unione di Enzo con Adelasia, avevano portato la potenza dell'imperatore ad un punto, che minacciava di schiacciare la Chiesa; lo smacco, toccato all'imperatore sotto le mura di Brescia e seguito da nuova sommossa dei Lombardi, porgeva alla curia, per un attacco contro la potenza del monarca, un'occasione così favorevole come forse per molto tempo invano l'avrebbe aspettata.
Come già fece ai tempi di Federico I e di Alessandro III, così anche in questo nuovo frangente la curia cercò di nascondere le sue mire interessate sotto la luce abbagliante di aspirazioni liberali a favore della nazione italiana.
Il che tanto più facile doveva riuscirle, quanto maggiori si diffondeva lo scontento, l'eccitazione contro il dominio straniero con quel desiderio appassionato di conquistare la libertà nazionale oppressa da Federico, il quale piegava sotto il suo giogo tutta l'Italia ed aveva imposto, al suo regno ereditario, i ceppi dell'ordinamento burocratico e dispotico che abbiamo descritto.
In ogni tempo la curia ha saputo mettere a profitto quei sentimenti. Come protettrice dell'indipendenza nazionale italiana la curia aveva cominciato a prendere la direzione degli affari temporali della penisola; appoggiandosi a questo stesso titolo, Gregorio VII aveva radunato contro l'elemento germanico tutte le forze dell'Italia, e perfino dove la grave delusione, preparata loro da Alessandro III, i Lombardi ancora non si erano perfettamente convinti dell'incompatibilità degli interessi nazionali e teocratici, errore che in seguito piangeranno caro e che ha essenzialmente contribuito a condannare, per molti secoli la penisola italiana a trascinare la trista esistenza di un paese, privo di libertà nazionale ed afflitto dal regime egoistico di casate straniere.
Ma anche la mente dell'imperatore era ammaliata da altrettante simili illusioni (vedi poi in fondo nel successivo capitolo)


"Abituato a contemplare le condizioni politiche dell'epoca sua e le questioni di potenza che ne scaturivano esclusivamente dal punto di vista della monarchia siciliana e da quello dell'impero mondiale, che egli si era prefisso di creare, Federico non aveva senso né per il diritto né per l'importanza dell'evoluzione municipale, e fatalmente disconosceva la vera forza di una borghesia sorta dall'associazione libera e divenuta dopo una lotta di venti anni, l'alleata migliore dell'avo, Federico I.
Invece di rinnovare senza alcuna riserva la pace di Costanza e di assicurarsi in tal modo l'alleanza dei comuni dell'alta Italia, che di fronte alla Chiesa teocratica avevano con lui in comune i più importanti interessi; invece di privare in questo modo il Papato dell'appoggio principale per l'agitazione nazionale, Federico spinse i comuni lombardi sul campo dei suoi avversari i quali, senza quel soccorso, difficilmente avrebbero potuto vincerlo".

"Ma quanto meno la distribuzione di partiti rispondeva ai veri loro interessi, tanto maggiori furono la passione e l'accanimento con cui ognuno difendeva la propria causa, tanto minore lo scrupolo nella scelta dei mezzi per farla trionfare. Evidentemente l'imperatore si trovava in svantaggio, non disponeva di quella somma di argomenti e di motivi che nutriva e sussidiava l'agitazione dei suoi antagonisti, né valse a controbilanciare questa sua inferiorità, l'unità del criterio direttivo che costituiva il vantaggio del partito imperiale".

Dal punto di vista ecclesiastico, nazionale, politico, Roma chiamava alle armi i Lombardi per annientare Federico; disponevano degli argomenti più solidi, degli impulsi più forti per dimostrare la necessità di atterrarlo, e pareva che a ciascuno di essi la vittoria riservasse come premio un compenso particolarmente desiderato. Nulla di tutto ciò Federico poteva promettere ai suoi; per quanto grandi fossero le ricompense, con cui egli di solito rimunerava i servizi prestati, il guadagno propriamente detto rimaneva sempre a lui solo, e non pochi che si armavano in suo favore, temevano che, dopo la vittoria, quando cioè l'imperatore avrebbe avuto il pieno potere e quando liberamente il suo dispotismo si sarebbe potuto compiere, essi avrebbero visto scemare i loro privilegi e i loro territori".

"Soltanto nella fortuna Federico II poteva dirsi in un certo modo sicuro dei suoi seguaci: ma appena quella l'abbandonava, doveva sempre temere di vederli disertare dalle sue bandiere e passare nel campo degli avversari vittoriosi".


FEDERICO II CONTRO I GUELFI DELL'ALTA ITALIA E CONTRO ROMA

La scomunica fu confermata il Giovedì Santo, il 24 marzo 1239, pubblicata e fu ordinato a tutte le chiese del mondo cristiano di esporla alla luce dei ceri, accompagnati dal suono grave del rintocco della campana "dolens" (quella che accompagnano i funerali).
Federico II ne ebbe notizia a Padova, dove era rimasto quasi tutto l'inverno, credendo di essere riuscito a pacificare la famiglia dei Romano con il
marchese d' Este, il cui figlio Rinaldo aveva unito in matrimonio con Adelaide, figlia di Alberico.
Non volendo che la notizia della scomunica per bocca di altri fosse appresa dai Padovani, l'imperatore radunò i cittadini nel palazzo del comune e fece da PIER DELLE VIGNE confutare i motivi della scomunica contenuti in una bolla papale, dichiarando poi egli stesso che se lui si fosse meritata la sentenza sarebbe stato pronto a riconoscere e riparare i propri torti, ma, poiché il Pontefice lo aveva scomunicato per colpe che non aveva commesso, se ne sentiva maggiormente addolorato ed offeso.

Iniziò allora una violentissima polemica fatta con lettere e circolari in cui GREGORIO I1 e FEDERICO II si accusavano a vicenda, o tentavano di dimostrare false le accuse ricevute, o cercavano sostenitori alla propria causa. L'imperatore inviò un'epistola ai Romani con i quali si lagnava perché non rispondevano alle offese lanciate al loro sovrano, sempre impegnato alle sorti della gloriosa città.

Poi scrisse ai re e ai principi d' Europa, chiamandoli a giudicare il contegno del Pontefice e il diritto imperiale, coprendo di contumelie il Papa "protettore degli eretici lombardi", ed esortando i principi medesimi a sostenere "la causa del più grande sovrano cristiano, perché tutti devono portar acqua alla propria casa quando brucia quella del vicino".
Li invita a far causa comune con lui, "non perché egli non abbia la forza di respingere le offese del Papa, ma perché è in gioco l'onore di tutti i re quando è colpito l'onore di uno di essi"

Ribattè il Pontefice (con l' "Ascendit de mari bestia balsfemiae") replicò Federico (con "Levate in circuito oculus vestros"; e un'altra senza firma che gira come libello è la "Collegerunt pontigices et farisei"). La guerra fatta a base di violentissime epistole durò un bel pezzo e con esse Gregorio IX voleva dimostrare che non era sceso in lotta contro l'impero, ma contro l'imperatore, e Federico, dal canto suo, che lottava non contro la Chiesa, ma contro il Papa. Dei tanti scritti riportiamo quella del cancelliere imperiale Pier delle Vigne:

L'ORAZIONE DI PIER DELLE VIGNE AL PAPA

"Si riunirono in consiglio i Pontefici e i Farisei contro l'imperatore romano loro signore e dissero: -Che dobbiamo fare se egli così trionfa dei suoi nemici? Se lo lasciamo fare egli sottometterà tutto il glorioso popolo lombardo e subito verrà, secondo l'imperiale costume, a toglierci ogni potere, a scacciarci dalle nostre sedi, a sterminare tutta la nostra gente. Egli darà ad altri agricoltori la Vigna del Signore e noi, condannati senza giudizio, saremo precipitati nell'abisso d'ogni male. Resistiamo perciò fin da ora, prima che la piccola scintilla provochi l'inesorabile incendio e la lieve malattia attacchi le midolla. Non aspettiamo altre repliche, affiliamo le nostre lingue, scocchiamo le nostre frecce, vibrandole in modo da ferire e recare vero danno e abbattere il nostro nemico e far sì che non possa più risorgere e si convinca della vanità dei suoi sogni". Così oggi i Farisei, seduti sulla cattedra di Mosè, si sono stoltamente levati contro l'imperatore dei Romani, accusandolo di colpe immaginarie, calpestandogli ogni suo diritto, talmente accecati dalla malvagità del loro animo da condannare un principe innocente e giusto e da stravolgere quella potestà delle somme chiavi. Il padre dei padri, che si vanta d'esser il servo dei servi di Dio, mutatosi in un sordido aspide, lasciata da parte ogni giustizia, non ammessa alcuna discolpa dell'imperatore, rigettato qualunque consiglio, lanciò ad un tratto, come un sasso dalla fionda, la mala parola; e, gridando: "ciò che ho scritto ho scritto" si allontanò dalla via della pace. Ma tu che ti chiami vicario di Cristo, successore di Pietro, umile pescatore, perché mai, acceso d'ira, fuggi da quel che condusse il Re del Mondo a vestir la forma di un servo? Dimmi, ti prego: cosa disse ai suoi discepoli, risorgendo dai morti, quel maestro di tutti i maestri? Non disse: "Prendete armi, scudo e spada", ma: - "Con voi sia la pace". E pace suona l'angelico inno, e nient'altro che pace e amore il Figlio dell'Eterno Re lasciò ai suoi diletti quando tornò da dov'era venuto; e volle che, dopo la sua dipartita, a queste due cose essi si attenessero. Ora, poiché tu affermi di essere il vicario di Cristo e il successore di Pietro, tu non dovresti abbandonare la loro via, ma le tue azioni dovrebbero concordare con i loro atti e dovrebbe il Pontefice seguir le orme del Galileo.
Chiamato da Cristo, Pietro gettò la rete ed ogni sua cosa, poiché aspirava al tesoro della patria celeste, tutto possedendo e nulla avendo. Tu invece tendi soltanto a divorare e ad ingoiare tutto, così che l'intero mondo non basta a soddisfare il tuo ventre vorace. Pietro, giunto alla porta speciosa, disse allo zoppo: "Bada che io non possiedo oro né argento". - Tu invece, appena ti pare che diminuisca il mucchio dell'adorato oro, ti metti a zoppicar con lo zoppo, ricercando con ansia le ricchezze di questo mondo. Se vai predicando la povertà perché non fuggi la ricchezza che invece esalti? Pietro, quantunque tormentato da crudele fame, non volle cibarsi di vivande immonde. Tu invece non vivi che per mangiare e sopra tutti i tuoi vasi si legge a caratteri d'oro: "Bevo, bevi". E, a mensa o dopo il pasto, ripeti così spesso queste parole che, quasi rapito al terzo cielo, parli ebraico, greco e latino; e quando il vino ti ha riempito la pancia ti sembra di essere portato su le ali dei venti. Soltanto allora tu vedi sottomesso a te il Romano Impero; soltanto allora i re della terra ti offrono i loro doni, e grandi eserciti si schierano dinanzi a te e tutte le genti s'inginocchiano ai tuoi piedi. Pianga, sì, pianga la Madre Chiesa poiché il pastore del gregge del Signore è diventato un lupo rapace. Egli divora il grasso del gregge ma non lega ciò che è sciolto, non ricompone ciò che ci dissolve. Amante dello scisma, capo ed autore di scandalo, padre d'inganni, pare insegnare i diritti e l'onore del principe romano, ha deposto ogni timore dell'Altissimo, rigettata ogni vergogna degli uomini, protegge gli eretici, i nemici di Dio e di tutti i fedeli di Cristo. E per nascondere meglio la malvagità del suo animo li favorisce sotto la maschera della pietà, dichiarando di aiutare i Lombardi affinché l'imperatore non li mandi a morte o li giudichi più severamente di quanto non richiede il suo diritto. Ma l'astuzia della scaltra volpe non riuscirà mai ad ingannare la sagacità del cacciatore. Sta scritto che all'ombra di Pietro erano sanate le più grandi malattie. Tu invece non miri che a far versare sangue innocente, non miri che a far guerreggiare tra loro i popoli. Eppure ti fu detto: "Custodisci, pascola i miei agnelli", e perciò il diritto e la verità non dovrebbero essere oppressi da arbitrio o furore. Ma i tuoi pensieri, l'animo tuo sono solo rivolti ai beni mondani, solo intesi a far tesoro in terra delle cose terrene. E intanto i tesori della Chiesa sono poco o non sono mai usati per sollevare le miserie dei poveri! E mentre, immemore della povertà di Pietro, che soltanto la sua rete possedeva, tu innalzi case e palazzi con le offerte dei fedeli destinati a ricuperare la Terrasanta, la nostra Gerusalemme, dove Cristo volle soffrire e morire, giace in potere dei cani, sotto il giogo dei Saraceni; un giorno florida, oggi siede deserta, piange come tortora, invocando il Re dei Re, il Romano imperatore, unica sua speranza per salvarsi.
E tu, empio Erode, che difendi gli Eretici, figli della perdizione e dell'errore, non solo temevi di recarti là, ma mettesti a soqquadro terra e mare affinché quell'ammirabile Cesare, luce del mondo e specchio immacolato, non riuscisse a soccorrere la terra di Dio. Ma rinsavisci oramai: non ti opporre più al principe difensore della Chiesa; pensa alla povertà di Silvestro e alla generosità di Costantino. Il figlio dell'Eterno Re disse che settanta volte si deve perdonare al peccatore; e tu non vorrai risparmiare l'innocente che domanda pace? Accogli dunque benignamente il figlio che desidera ritornare nel grembo materno della Chiesa, che pur senza colpa, chiede perdono; altrimenti quel forte nostro leone, destatosi dal suo finto sonno, con il solo suo terribile ruggito trarrà tutti i corpulenti tori dai confini della terra e, rotte le corna dei superbi, governerà la Chiesa con la giustizia".

La lotta tra Gregorio IX e Federico II non poteva limitarsi - come difatti non si limitò - agli scritti polemici. Il Pontefice cercò di trovare aderenti in Francia e in Inghilterra contro l'imperatore, ma non pare che ne trovasse molti, e non fu neppure accolta la proposta che fece al re di Francia di dar la corona imperiale al fratello ROBERTO D'ARTOIS; cercò, ma con scarsi risultati, di accrescere il numero dei suoi sostenitori in Germania, dove però soltanto il duca d'Austria tornò a ribellarsi. Tentò poi, per mezzo di agenti segreti, di sollevare contro il suo nemico le popolazioni dell'Italia meridionale, ma un principio di sommossa fu subito represso.

Erano questi i prodromi della guerra che necessariamente doveva avere come principale teatro l'Italia. Per il Pontefice parteggiavano nell'Italia centrale, la maggior parte delle città dell'Umbria e della Toscana, nella settentrionale la Lega Lombarda e le repubbliche di Genova e di Venezia, poi si erano aggiunti PAOLO TRAVERSARI che si era impadronito di Ravenna, il conte di SAN BONIFAZIO, il MARCHESE D'ESTE ed ALBERICO da ROMANO, il quale (con un impensabile voltafaccia) con l'aiuto del signore di CAMINO, si era impadronito, in nome dei Guelfi, della città di Treviso.
Dalla parte di Federico stavano Padova, Vicenza, Verona, Mantova, Cremona, Modena, Reggio, Parma, Pisa, il fedele EZZELINO da ROMANO, il valoroso SALINGUERRA, capo del partito ghibellino di Ferrara.
La guerra assunse un carattere violento nell'Italia settentrionale. Qui FEDERICO verso la fine del 1239, marciò con le sue armi per tentare di risolvere militarmente la questione. Cominciò dalla Romagna dove si rese padrone dei due castelli di Piumazzo e Crevalcore; poi improvvisamente entrò in Lombardia e verso la metà di settembre giunse a Pieve di Locate, a venti miglia da Milano.
All'avvicinarsi di Federico, i Milanesi, manovrati allora dal suddiacono GREGORIO di MONTELUNGO (legato Pontificio !) presero le armi, andarono ad accamparsi a Campognano, ad otto miglia fuori dalla città e, rotti gli argini del fiume Olona, costrinsero gl'imperiali a ritirarsi sul Ticino.

Federico sperava di impadronirsi con la sorpresa di Milano; caduta questa speranza ed avvicinandosi l'inverno, si ritirò a Cremona, quindi scese in Toscana. Qui la sua permanenza non fu senza profitto: a Pisa rappacificò le famiglie dei Visconti e della Gherardesca, ricevette la sottomissione di Siena, che, essendo in lotta con Firenze, sperava (ed è questo il gioco perverso maggiormente praticato) di ricevere contro la rivale gli aiuti dell'imperatore, e, raccolto un nuovo esercito, verso la fine dell'inverno del 1240 invase lo stato pontificio. Parecchie città dell'Umbria, fra cui Foligno e Viterbo, gli aprirono le porte e seguirono l'esempio Corneto, Civitacastellana, Sutri, Montefiascone, Orte e Toscanella.
Avvicinandosi a Roma, Federico II invitò con lettere il Senato e il popolo a mandargli i più autorevoli cittadini assicurando che voleva dare e conferire loro le più nominali dignità e l'amministrazione delle province. Sperava così di volgere a suo favore i Romani, fra i quali contava non pochi sostenitori capeggiati dai Frangipani (tempo addietro papale); e ci sarebbe riuscito se il Pontefice non avesse stretto insieme alla sua causa l'animo della cittadinanza con un'impressionante cerimonia religiosa.

Era il 22 febbraio del 1240. Quel giorno il 95 enne GREGORIO IX riunì gli arcivescovi, i vescovi, gli abati, tutto il clero, e alla testa della processione fece il giro delle vie, preceduto dalle reliquie della Croce e dalle teste degli Apostoli e seguito da un'infinita marea di popolo. Giunto nella basilica vaticana, il Pontefice, lacrimando, si tolse la tiara dal capo e con mano tremante la depose sui teschi di S. Pietro e S. Paolo, esclamando: "Difendetela voi, o Santi, la città che i Romani lasciano alla mercé dei nemici !"
A queste parole e alla vista del vecchio Papa piangente il popolo si commosse, s' inginocchiò, ricevette la benedizione pontificale e disse di volere difendere il suo Pastore. Alla commozione seguì l'esaltazione subito ravvivata dai frati domenicani e francescani che in tutte le chiese predicarono la guerra santa contro l'eretico imperatore. Gli animi furono talmente infiammati che ecclesiastici e laici vollero ricevere dallo stesso Gregorio la croce, simbolo della guerra contro Federico.

Lo sdegno dell'imperatore fu enorme, solo due anni prima aveva inviato a Roma il carroccio dei Comuni, e aiutato il papa a riconquistare Roma, e ora trovava papa e romani contro di lui, e lo stesso Gregorio protettore dei Comuni.
Federico ordinò che ad ogni romano crocesegnato, che fosse caduto in potere degli imperiali, si stampasse sulla fronte con un ferro rovente il segno della croce, poi, non potendo con le forze di cui disponeva sperare di impadronirsi di Roma, levò il campo e andò a Spoleto; qui lasciato un presidio di quattrocento Tedeschi, marciò verso l'Italia meridionale e pose l'assedio a Benevento, città papale.
Il motivo che aveva fatto allontanare Federico da Roma non consisteva soltanto nell'esiguità delle forze, ma anche nel difetto di denaro, che rendeva critica la posizione dell'imperatore in un momento in cui non gli era possibile radunare un poderoso esercito con le milizie pugliesi e saracene sparse nell'Italia centrale per tenerne a freno quelle popolazioni. Le forze ghibelline del nord sue alleate a stento erano sufficienti a contenere l'impeto dei Guelfi. Ed infine non poteva fare affidamento ad eventuali truppe tedesche che nei confini orientali della Germania stavano tendendo fronte anche alla nuova minaccia dei mongoli.

Assillato dal bisogno di denaro, appena giunto nel suo regno, Federico II convocò un parlamento che si tenne a Foggia nell'aprile del 1240, al quale convennero anche i rappresentanti delle città demaniali e in cui furono emanate disposizioni e imposte nuove tasse per impinguare l'erario già esausto.
Mentre l'imperatore nel mezzogiorno si adoperava a radunar forze, nell'Italia settentrionale la situazione per lui si faceva critica. Ferrara, dopo quattro mesi di assedio era costretta a capitolare e, contro i patti della resa, fu orribilmente saccheggiata dall'esercito guelfo "papale": l'ottuagenario Salinguerra, che invano l'aveva difesa, carico di catene fu mandato e rinchiuso nelle carceri di Venezia, dove vi morirà quattro anni dopo.

Alla perdita di Ferrara, che costituiva un grave colpo per Federico, seguirono alcuni attacchi guelfi nelle stesse città ghibelline, come Cremona, Parma, Reggio e Modena, e alcuni tentativi dei nemici di Ezzelino contro il potente signore ghibellino, tentativi che, andati a vuoto, provocarono da parte di Ezzelino feroci rappresaglie che sono entrate perennemente nell'immaginario collettivo di alcune città, come Vicenza.

Reclamando la situazione dell'alta Italia la presenza dell'imperatore, Federico, nell'estate dello stesso anno 1240, con un esercito reclutato nel mezzogiorno e rafforzato da contingenti ghibellini della Toscana e della Romagna, marciò verso il nord per restaurarvi il suo dominio. I suoi primi sforzi furono fatti contro la città di Ravenna, che cadde nelle mani del monarca svevo il 22 agosto del 1240. Più difficile fu per Federico avere ragione di Faenza, la quale, difesa da formidabili fortificazioni, da un popolo ostinato e da un capo valoroso, qual era il podestà MICHELE MOROSINI, veneziano, oppose valida resistenza per ben otto mesi. Stremati dalla fame, i Faentini cercarono di mandar fuori i vecchi, le donne e i bambini, ma questi furono ricacciati dentro dal nemico; allora chiesero di arrendersi a patto di aver salva la vita e di andare dove decideva l'imperatore; ma le loro richieste non furono accolte. Federico pretendeva la resa a discrezione e l'ottenne il 14 aprile del 1241.

Tuttavia l'imperatore non abusò della vittoria: agli eroici cittadini lasciò la vita, le sostanze, né volle deportarli, purché gli giurassero fedeltà e gli promettessero di non parteggiare più per i suoi nemici; e, comunicando la vittoria al fedele Ezzelino, scriveva:
"Noi stimiamo esser vendetta gloriosa il perdonare quando si potrebbe invece punire; ed ai felici titoli del nostro trionfo scriviamo il dar la vita ai soggetti e ai condannati perché possano sperimentare come nulla vi sia di più dolce, di più.giusto e di più benigno della sovranità imperiale a cui si sono risottomessi. Del resto il vero il Sacro Impero non ama il sangue e le stragi; il suo trono è illuminato dalla Divina Potenza, è cinto di misericordia e verità, è circondato dalla pace e dalla giustizia. Perciò noi, che accettiamo la conversione dei fedeli, ci ostiniamo nel domare l'ostinazione dei ribelli. Esulta dunque con noi per la resa di Faenza tu che sei così pieno di zelo e di fede per la nostra causa, tu che sopporti fatiche e affronti pericoli per domare i nostri ribelli e ristabilire la pace e la giustizia".

Alla resa di Faenza seguirono quella di Cesena e quella di Benevento, dove Federico fece smantellare le mura e disarmare i cittadini.
Nonostante le ristrettezze finanziarie in cui si trovava lo svevo, che per far fronte alle spese aveva perfino dovuto emettere scudi di cuoio a costo forzoso, la guerra procedeva a favore dell'imperatore.
I suoi successi però erano insidiati da un'abile mossa del Pontefice, il quale, accogliendo ora una proposta di Federico, fatta fin dall'inizio della contesa, di portar questa davanti il giudizio di un concilio generale, aveva convocato a Roma tutti i principi temporali a lui favorevoli e i maggiorenti della Chiesa, per il 31 marzo del 1241.
Su tale concilio Federico non faceva nessun assegnamento, né si aspettava un giudizio equo, e quindi decise di impedirlo e vietò ai vescovi e ai signori d'Italia di recarsi a Roma. Ai comuni e ai signori della sua parte, pena il bando, fu ordinato di opporsi al passaggio degli ecclesiastici diretti a Roma, se occorreva imprigionandoli e togliendo loro bagagli, denaro e cavalli; AMEDEO di Savoia, vicario imperiale in Piemonte, fu incaricato di custodire i valichi delle Alpi per non far entrare gli ecclesiastici.
Gregorio IX non si diede vinto e poiché sapeva che un buon numero di prelati avevano preso la via di Genova mandò in questa città JACOPO PECORARIO cardinale di Preneste e OTTONE cardinale di S. Niccolò per fare imbarcare i prelati su navi genovesi e condurli a Civitavecchia.

Il 25 aprile del 1241 una flotta genovese comandata da GUGLIELMO OBRIACHI, sulla quale avevano preso posto numerosi prelati della Francia e della Spagna, salpò dal porto di Genova e puntò le prore verso le coste del Lazio. Ma per ordine di Federico, la flotta siciliana e quella pisana, al comando di Re ENZO, incrociavano nelle acque fra la Corsica e la Toscana per impedire il passaggio alle navi genovesi e, quando queste superando l'Elba furono giunte tra le isolette del Giglio e Montecristo, le assalirono, ne distrussero molte e ne sequestrarono ventidue, catturando quattromila prigionieri.
Caddero inoltre nelle mani dei Siciliani e dei Pisani, in questa battaglia combattuta il 3 maggio 1341, e impropriamente passata alla storia col nome di battaglia della Meloria, più di cento prelati, tra cui i due cardinali legati di Francia e d'Inghilterra, Gregorio cappellano del Papa, gli arcivescovi di Bordeaux e di Rouen e i vescovi di Pavia, di Tortona e di Asti, che, insieme a numerosi legati pontifici e agli altri prigionieri furono poi mandati nelle carceri di Napoli.
La vittoria riportata presso l'isola del Giglio, da Federico attribuita al favore della Provvidenza fu un grave colpo per i sostenitori del Pontefice e ovviamente fece rialzare la testa a tutti i Ghibellini e alle città imperiali. Così in Lombardia i Pavesi inflissero una grave sconfitta alle milizie di Milano; a Roma anche qui tornò alla ribalta la fazione ghibellina e questa volta con un autorevole alleato il cardinale COLONNA; in Germania il partito guelfo abbandonò l'idea di eleggere un antiré e cessarono pure le agitazioni promosse dagli ecclesiastici.

Per Federico, quello era il momento più favorevole per tentare una seconda volta l'impresa di Roma, e quindi non indugiò molto ad approfittarne. Ma la sua fortuna, andava e veniva, spesso divertendosi, ingegnandosi a cercargli nemici che venivano perfino da un mondo fino allora del tutto sconosciuto.

Seguito da un fortissimo esercito, marciò sulla capitale, ma giunto a Spoleto, fu raggiunto da un trafelato messaggero e fermato da una gravissima notizia: una marea immensa di barbari asiatici minacciava d'invadere la Germania e di distruggere con essa l'estremo baluardo della civiltà occidentale.

LA CALATA DEI MONGOLI

"Proprio nei giorni in cui la guerra dinastica tra Filippo di Svevia e Ottone IV prendeva finalmente una piega favorevole al primo, si era prodotto un grave sconvolgimento geopolitica nelle lontanissime steppe dei Mongoli, nel cuore dell'Asia. I Mongoli, in precedenza frazionati ed indeboliti da lotte interne ed esterne, erano stati uniti sotto un unico scettro dal potente TEMUCCIN-GENGIS KAN, che iniziò a trascinare le orde in continue spedizione di conquista, e simili ad un fiume in piena si rovesciavano sui paesi attraversati uno dopo l'altro.

Nell'arco di due decenni, l'interno dell'Asia, dai confini dell'India fino a quelli dell'impero bizantino, dall'altopiano persiano fino al cuore della Russia, tutto si era trasformato in un solo regno, la cui terribile forza d'espansione minacciava non solo l'Oriente ma l'occidente.
Sotto il nipote di Temuccin, BATU, che nella divisione dei grandi territori aveva ricevuto le regioni europee ed asiatiche del confine, al nord del mar Caspio, il diluvio delle popolazioni mongoliche si riversò sulle pianure dell'Europa orientale, travolgendo con una forza irresistibile chiunque tentava di porvi argine.
La Russia cadde in preda a schiavitù secolare; l'Ungheria fu inondata, nonostante una strenua difesa; schiacciato nella sanguinosa battaglia di Moki sul Saio, dalla superiorità numerica, il bellicoso popolo magiaro soccombette alle orde di Batu, ormai circondate dalla aureola dell'invincibilità; tutti i paesi fino al Danubio furono trasformati in un deserto, e perfino l'Illiria e la Dalmazia, ebbero a soffrire degli orrori dei predoni mongoli e delle loro scorrerie.
Re Bela, fuggiasco, ormai privo di patria, abbandonò il suo regno cercando riparo presso l'ardimentoso suo alleato, il duca FEDERICO d'Austria.
Ma per quanto coraggioso, e nemmeno insensibile alle lettere del Pontefice che aveva esortato anche lui a brandire le armi contro Federico, fu proprio lui a inviare i portatori delle brutte notizie all'Imperatore, implorando soccorsi, e dichiarandosi pronto a cedere a lui la sua corona e il regno come feudo.

Federico avrebbe voluto ascoltare le preghiere e le suppliche del re d'Ungheria, ma nella situazione in cui era, con la burrasca in corso, con la guerra scatenata dal Papa, ad onta del pericolo imminente dell'Europa e della civiltà cristiana, perdurava l'inimicizia del Pontefice, e gli era impedito di fare il suo dovere di imperatore e di protettore di tutti i cristiani. Quindi bisognava a quel punto rendere responsabile della potenziale critica situazione la curia romana.

Per quanto sarebbe stata spiacevole e pieno d'incognite l'accorrere in Germania, la situazione in Italia permetteva a Federico la possibilità di un rivolgimento fortunato.
Il terribile pericolo dal quale era minacciato l'occidente, essendo in gioco interessi così universali, non poteva mancare di impressionare anche l'animo di Gregorio IX, ed era lecito supporre che il Pontefice, per il bene generale, sarebbe giunto ad un giusto accordo con l'imperatore, per poter costui correre a nord-est per coprire la Germania e lo stesso regno italico.

Poteva Gregorio IX assumersi la responsabilità di avere con il suo contegno inconciliabile spianato la via alla calata dei Mongoli, fino nel cuore dell'Europa, e di avere così votato a sicura distruzione i centri dell'antica civiltà?

Le circostanze esercitavano una forte pressione sull'animo di Gregorio IX che non poteva, di fronte al pericolo rappresentato dai Mongoli, chiudere l'orecchio alle esortazioni pacifiche dell'imperatore (che fra l'altro, giunto a Spoleto, quasi vicino a Roma) che aveva deposto le armi e dichiarava di voler fare la pace.

Del resto anche Federico, curando i propri interessi conveniva una conciliazione, era da anni che cercava una via d'uscita, e questa era una di quelle. Gregorio però se n'accorse e davanti alle proposte di pace che gli giunsero da parte dell'imperatore, per quanto questa conciliazione l'esigessero la situazione dell'occidente e il grave pericolo della Germania, lui tentennava, non si faceva vivo, non rispondeva.

Un'altra volta l'accidentale fortuna di Federico, si trasformò in sfortuna.
Le nuove notizie che giungevano erano queste: il mongolo BATU, dopo aver sbaragliato gli Ungheresi sul fiume Saio, invece che a ovest si era diretto a nord in Polonia, e lasciando le rive delle Vistola, si era incamminato verso quelle dell'Odor. Qui affrontato il 9 aprile 1241 l'esercito della Silesia, capitanati dal duca ENRICO il PIO, a Liegnitz, lo aveva sconfitto. Nonostante la vittoria, BATU rimasto molto impressionato dall'eroica resistenza dei vinti, forse convinto di trovarne altri di quel calibro, o perché (e questa è una delle ragioni più valide) in patria era morto il khan OGODEI e subito dopo il figlio di Gengis Khan, decise di rinunciare ad altre conquiste sui territori germanici, per tornarsene verso le steppe dell'Asia (forse convinto il nipote di GENGIS KAN di succedere sul trono dello sterminato impero Mongolo)
Giunta questa "bella" notizia dello "scampato pericolo", l'ostinazione del Pontefice tornò ad essere dura e non volle più dare alcun ascolto alle parole concilianti dell'imperatore.
Non era certo un buon atteggiamento nei confronti di tutti i popoli cristiani in generale e ai Tedeschi in particolare, così gravemente minacciati dalle orde di un'invasione barbara, che forse avrebbe distrutto il lavoro di tante generazioni e le antiche sedi della civiltà europea.
Eppure i due rappresentanti della suprema autorità terrestre e con uno di loro che si definiva anche autorità spirituale, a vicenda si combattevano per una questione d'influenza temporale, mostrando di non avere nessun interesse dei cristiani occidentali, affidati alla loro protezione.

In un simile caso, ai due litiganti, di cui uno sordo, quale vantaggio poteva scaturire? A cosa serviva il Papato e l'Impero? Pontefice ed Imperatore, disconoscendo i propri doveri in una simile critica situazione, si spogliavano dei titoli, che fino allora erano stati loro accordati; scendevano da quel piedistallo di autorità nominale, al quale erano stati chiamati a salire per il bene dei Cristiani occidentali.

La battaglia di Liegnitz fu una lotta nazionale, decisiva al pari di quella data nei campi di Chàlons e di Poitiers, ove gli Unni, gli Arabi, anziché sconfitti, furono arrestati solo dall'energia della resistenza e indotti a rinunciare ai disegni di ulteriori conquiste.
ENRICO di SILESIA ed i valorosi suoi compagni, morendo da eroi sull'insanguinato teatro della loro prodezza, non erano riusciti a conquistare la vittoria, ma avevano tuttavia venduto cara la propria pelle davanti alla superiorità numerica dei nemici, fino al punto che questi non si sentirono la forza di superare un'altra resistenza di quel genere e volsero le spalle alle contrade germaniche.
Simultaneamente, l'esito della sanguinosa battaglia di Leignitz distrusse come per incanto, le antiquate idee dominanti del papato e dell'impero che fino allora aveva tenuto in soggezione il popolo germanico, e a questo fece prendere coscienza il valore di una difesa ottenuta con le proprie forze e lo spinse un passo più avanti verso una molto più salda costituzione nazionale.

Invece in Italia, tra i capi dello Stato e della Chiesa, nessuna influenza esercitarono i terribili eventi narrati su quella lotta titanica, rimasero entrambi sordi alla grave esortazione in essi contenuta.
Sotto l'impero dell'orrore sparso dovunque dai Mongoli, Federico II aveva fatto il pontefice proposte di pace; ma potevano le sue offerte essere sincere se contemporaneamente lui entrava in rapporti coi Romani scontenti, invitandoli a costringere, mediante una rivolta, Gregorio IX a concludere la pace?
Il suo modo di procedere, dunque differivano di poco da quelli del suo avversario, che nonostante tutti i cristiani la chiedevano, Gregorio IX faceva dipendere la pace dalla completa sottomissione dell'imperatore agli ordini della Chiesa.

Nessuna delle due parti può essere prosciolta da colpe e da gravi responsabilità. Al mondo non fu risparmiato lo spettacolo della civiltà europea minacciata dai mongoli, mentre continuava, intorno alle mura dell'eterna città, la lotta tra papa ed imperatore, e mentre nell'interna Roma era gia divampata tra i partigiani dell'uno e dell'altro un'orribile guerra civile, che aveva pure ridestato l'antica inimicizia tra gli ORSINI guelfi, ed i COLONNA ghibellini.

Imperterrito, né commosso da nessuno degli orrori, che da lontano e da vicino lo circondavano, sempre persuaso che faceva bene e adempiva al suo dovere verso la Chiesa ed i popoli affidati alla sua tutela, Gregorio IX dall'altezza del Laterano contemplava le truppe occupanti, vedeva devastare e saccheggiare la campagna romana.

MORTE DI GREGORIO IX

L'animo suo, induritosi in mezzo alle passioni della lotta, non accolse mai l'idea della pace e della riconciliazione, neppure quando gli giunse davanti la morte che, sotto l'influenza dell'aria estiva malsana, riuscì a spezzare la fibra così robusta del vegliardo sovraccarico di anni. Gregorio IX rese l'ultimo sospiro il 21 agosto 1241, in mezzo agli orrori e alla devastazione, da lui stesso scatenati contro l'Italia (Prutz)".

Fu per Federico un altro colpo di "fortuna" la morte di Gregorio IX ?
Proprio per nulla, anzi, con il successore (dopo l'insignificanta elezione di Celestino IV) inizia una vera e propria ostinata persecuzione, fino alla sua morte
ed è il prossimo periodo che andiamo a narrare.

La morte di Gregorio IX - la fortuna per Federico andava e veniva- pareva che dovesse far finalmente cessare la guerra tra il Papato e l'Impero. Federico, forse per far credere che non contro la Chiesa aveva lottato, ma contro il Papa, posò le armi e andò ad accamparsi a Tivoli e per provare con i fatti di essere animato da intenzioni pacifiche mandò liberi a Roma, perché partecipassero al conclave, i due cardinali fatti prigionieri alla battaglia dell'isola del Giglio, facendosi però promettere - e la promessa fu mantenuta - che, dopo l'elezione, sarebbero tornati in prigione.
Da dieci soli cardinali era costituito il conclave, che avvenne nel Settizonio. Sembrava che lo scarso numero dei porporati dovesse render più sollecita l'elezione del nuovo Pontefice e invece non fu facile per mettersi d'accordo, perché alcuni sostenevano la scelta di un Papa moderato, altri, insistendo sull'opportunità di un Pontefice che continuasse la politica intransigente di Gregorio, proponevano che si eleggesse il cardinale ROMANO, vescovo di Porto, ostile a Federico II.
Dopo due mesi di discussioni, non potendo più tollerare la clausura del Settizonio, diventata insopportabile per il caldo e le malattie, i due partiti si accordarono, stabilendo di eleggere un Papa di transizione. La scelta cadde sul cardinale GOFFREDO da CASTIGLIONE, che prese il nome di CELESTINO IV ma che infermo com'era, lasciò il soglio, dopo pochissimi giorni della sua elezione: morì il 10 novembre del 1241, prima ancora di essere consacrato.

Rimasta nuovamente vacante la sedia apostolica, i cardinali, forse per timore di un secondo, più lungo conclave, forse per mostrare che la vicinanza dell'imperatore toglieva loro la libertà di decidere sulla scelta, abbandonarono Roma e si ritirarono una parte ad Anagni, e una parte nei loro castelli.
Per circa due anni la Santa Sede rimase senza Pontefice, e Roma restò in balia delle fazioni, delle quali la ghibellina dovette subire le persecuzioni feroci degli avversari che si rivolsero specialmente contro i Colonna.
Per ben due volte Federico II comparve davanti a Roma, devastando ville e poderi e sfogando la sua ira contro numerose proprietà dei suoi nemici; ma questo suo modo di fare, anziché intimorire i Romani a lui contrari, maggiormente li incitava, provocando altrettante rappresaglie.

Ma non solo a Roma. Questo è un periodo di feroci lotte intestine nel resto d'Italia: si riaccendono e ardono gli odi; nessuno più si cura degli interessi della propria città, ognuno pensa solo a far trionfare il proprio partito; Guelfi e Ghibellini si contendono la supremazia nelle città ed assistiamo a costanti e sanguinose lotte tra comune e comune.
Nella Marca Trevigiana, Ezzelino pareva che avesse inaugurato il regno del terrore. Si era con la sua audacia e con la sua ferocia reso così temuto che, nel gennaio del 1242, i guelfi PIETRO di MONTEBELLO ed UGUCCIONE PILEO di Vicenza gli si sottomisero e giurarono fedeltà all'imperatore. Nella primavera del 1243, recatosi a Padova, consegnò al carnefice, per sospetto di congiura, RANIERI BONELLI e fece morire, tra i supplizi ALMERICO de' TADI. Nè Ezzelino si accontentava di sbarazzarsi di tutti coloro che sospettava nemici: portava le armi fin oltre il Piave, saccheggiando le campagne degli avversari e tenendo sempre sul chi vive la repubblica di Venezia.

Nella Lombardia le milizie di Milano combattevano contro i Comaschi e i Cremonesi, quelle di Cremona contro i Bresciani. Genova, fedele alla causa guelfa, sosteneva le lotte che continuamente le muovevano i suoi numerosi nemici. Erano queste Alessandria, Tortona, Asti, Novara, Pavia, Cremona, Parma, Pisa, i signori della Lunigiana, i marchesi di Monferrato, di Ceva, del Carretto, del Bosco, i Malaspina, Savona, Albenga e parecchie altre città che si erano ribellate alla repubblica ligure, alle quali si aggiunse GUGLIELMO SPINOLA, costretto, dopo la perdita del suo castello di Ronco sulla Scrivia, a far causa comune con i ghibellini.
Queste lotte si protrassero con varie vicende fino al 1243, anno in cui finalmente Genova riuscì ad ottenere una pace dai marchesi di Monferrato, di Ceva, e del Carretto che ritornarono nelle file dei Guelfi.

Nella primavera di questo stesso anno, consigliati dal malcontento di tutta la cristianità per il soglio Papale vacante, i cardinali si riunirono in conclave ad Anagni e dopo brevi scambi di vedute, il 24 giugno 1243, elessero SINIBALDO dei FIESCHI che prese il nome di INNOCENZO IV (53 enne).

Apparteneva il nuovo Pontefice alla famiglia genovese dei conti di Lavagna, devota alla causa imperiale; ma i suoi sentimenti ghibellini si erano tramutati in guelfi dopo la rotta delle galee della sua città presso l'isola del Giglio. Il nome preso era, infatti, tutto un programma di non dubbio significato e, se si deve credere allo storico Galvano Flamma, all'annunzio dell'elezione Federico II esclamò: "Perdidi bonum amicum quia nullus papa potest esse ghibelinus".

Il mondo era convinto che, assunto al trono il nuovo Pontefice, dovesse avvenire la pacificazione tra il Papato e l'Impero; ma s'ingannava; assistiamo ad una abile schermaglia tra le due maggiori autorità per acquistar tempo e lasciar che la situazione cambiasse a proprio vantaggio.

Federico si mostra animato dalla migliore volontà di pace; al Pontefice scrive:
"Il nome d' Innocenzo vi fu dal Cielo destinato ad indicare che per Voi ciò che è nocivo scomparirà e sarà mantenuta l'innocenza"; in Germania, annunciando il fausto evento, fa sapere prossima la riconciliazione, e in tutte le chiese del regno ordina che sia cantato il Te Deum; inoltre invia ad Anagni una delegazione per confermare al Papa la sua devozione alla Chiesa. Della rappresentanza facevano parte il gran cancelliere PIER delle VIGNE, il celebre giureconsulto TADDEO di SESSA, il genovese ANSALDO de' MARI ammiraglio di Sicilia, e GERARDO di MALBERG, gran maestro dell'Ordine Teutonico. Essi avevano anche l'incarico di iniziare trattative di pace e di proporre il matrimonio di Tina nipote del Pontefice e Corrado, figlio ed erede dell'imperatore.

Il Papa non poteva rifiutarsi di iniziare i negoziati, ma le sue richieste mostrarono subito come era difficile che giungessero a dare buoni risultati. Innocenzo IV chiedeva che l'imperatore liberasse i prigionieri; restituisse subito tutti i beni che aveva portati via alla Chiesa; che concedesse amnistia e pace a tutti i fautori ed alleati della Santa Sede; che accettasse di sottomettere ad un concilio di grandi laici ed ecclesiastici la decisione delle vertenza che Federico aveva con la Chiesa.
Accettati questi patti, sarebbe stato assolto dalla scomunica. Ma, per Federico, accettarli voleva dire rinunciare al suo programma politico ed abbattere il prestigio della monarchia non solo di fronte al Papato ma anche di fronte ai Comuni; pertanto rifiutò e chiese a sua volta che il Pontefice richiamasse il legato che nella Lombardia predicava la guerra contro di lui. Quanto ai beni ecclesiastici occupati, proponeva di restituirli ma voleva che la Santa Sede glieli ritornasse sotto forma di feudi.
Sebbene i punti di vista delle due parti non erano proprio per nulla conciliabili le trattative continuarono; ma il Pontefice non si asteneva dal commettere azioni ostili all'imperatore: nell'ottobre del 1243 esortava i Lombardi a continuare la guerra; a Bertoldo di Aquileia che aveva spedito truppe contro Treviso inviava aspri rimproveri e, per mezzo del vescovo, riusciva a fare insorgere Viterbo contro Federico II.

"Per domare la città ribelle, che dal Pontefice aveva ricevuto grosse somme, e liberare il presidio imperiale ridotto a mal partito, l'imperatore con un buon gruppo di milizie mosse contro Viterbo, che fu assalita il 10 novembre. I Viterbesi però resistettero nel modo migliore e quando si decise a ritirare la guarnigione, questa, nonostante la libera uscita concessa dagli abitanti, fu proditoriamente assalita e in gran parte massacrata.
Ce n'era d'avanzo perché la guerra ricominciasse con maggiore violenza, eppure nemmeno allora il mondo disperò della pace, anzi sembrò molto vicina. Il 31 marzo del 1244, alla presenza del Pontefice, di Baldovino imperatore di Costantinopoli, del senatore di Roma e di numerosi prelati, i plenipotenziari imperiali Pier delle Vigne e Taddeo di Sessa sottoscrivevano un trattato con il quale Papa ed Imperatore perdonavano reciprocamente ai sostenitori della Chiesa e dell'Impero, e Federico si obbligava di rimettere in libertà i prigionieri, di annullare le confische, di restituire le terre sottratte alla Santa Sede, accettando la mediazione di Innocenzo nella contesa con i comuni lombardi.

"Le condizioni contemplate dal trattato non dovevano però aver mai esecuzione; né l'imperatore né il Pontefice avevano interesse di eseguirle e l'uno e l'altro non pensavano che a prendere tempo per mettere in atto i loro disegni. Scopo di Innocenzo IV era quello di ridare al Papato la supremazia sull'Impero, servendosi, per raggiungere questo fine, delle armi dei comuni italiani e del favore dei principi cristiani. Per continuare però efficacemente la lotta gli occorreva libertà d'azione e sicurezza assoluta, cose che non aveva a disposizione rimanendo in Roma, insidiato dalle soldatesche imperiali padrone di quasi tutta la campagna romana di quasi tutta la campagna.
Decise di recarsi in un luogo sicuro, poi riacquistata tutta la libertà personale, in grado di poter convocare un concilio generale e far valere in Europa la supremazia della Chiesa sull'Impero. Inviò un francescano, di nome BAIOLO, a Genova, chiedendo ai suoi concittadini che lo aiutassero a fuggire da Roma e gli concedessero asilo nella sua patria. Quando seppe che ventidue galee genovesi erano giunte a Civitavecchia, Innocenzo IV che si trovava a Sutri, dove si era recato con il pretesto di avvicinarsi a Federico, allora a Pisa per concludere della pace, la notte del 27 giugno del 1244, rivestito delle sue armi e accompagnato da pochi uomini fidati, cavalcò con grande velocità verso Civitavecchia dove giunse all'alba

"Innocenzo trovò sulle galee genovesi il podestà stesso e tre conti del Fiesco, poi i nipoti, venuti ad incontrarlo. Ogni galea aveva sessanta soldati e centoquattro marinai; e tutta la flotta era predisposta per una salda difesa nel caso che fosse assalita; ma il podestà riponeva la sua maggior fiducia nel profondo segreto conservatosi intorno a questa spedizione, di cui non si era data notizia ad altri che al "Consiglio di credenza". Si trattava infatti di attraversare quello stesso mare dove tre anni prima erano stati fatti prigionieri i prelati francesi, che, portati da un'altra flotta genovese, andavano al Concilio.

"Federico come già detto era a Pisa, e nel precedente anno i Pisani con ottanta galee e cinquantacinque di quelle dell'imperatore erano andati ad oltraggiare Genova.
Innocenzo non si trattenne a Civitavecchia più di ventiquattr'ore, per dar tempo ad alcuni cardinali di raggiungerlo, e quindi con il favore di un vento favorevole passò senza incontrare nessun ostacolo tra l'isola del Giglio e la Meloria, tanto funeste al suo partito, éd arrivò in cinque giorni a Portovenere, e di là, dopo cinque altri giorni, entrò trionfante a Genova in mezzo alle acclamazioni dei suoi concittadini; le galee erano adorne di drappi d'oro e tutta la città fu partecipe della gioia di Innocenzo, vedendolo fuori di pericolo (Sismondi)".

Quando l'imperatore venne a sapere della fuga di Innocenzo, gli mandò a Genova il conte di Tolosa con nuove proposte; ma queste non furono accolte. Il Pontefice, allora infermo, ospite del convento di S. Andrea, già pensava di recarsi in Lione, città che, per la sua posizione e per la libertà di cui godeva, si prestava benissimo ad esser sede del concilio.

CONCILIO DI LIONE

Innocenzo, dopo alcuni mesi di dimora in Genova, si rimise in viaggio e, attraversati i territori dei marchesi del Carretto e di Monferrato, di Asti e del conte dà Savoia, attraverso il passo del Moncenisio, giunse il 2 dicembre del 1244 a Lione e nel gennaio dell'anno successivo, con un'enciclica indirizzata ai re, ai principi, ai prelati e ai capi di tutti gli ordini religiosi, indisse un concilio da tenersi per la festa di San Giovanni.

Il concilio fu aperto il 28 giugno del 1245 nel monastero di San Giusto e vi parteciparono centocinquanta vescovi, in gran parte della Francia, della Spagna e dell'Inghilterra. Pochi erano quelli dell'Italia e della Germania. Erano presenti al concilio alcuni legati imperiali tra cui figuravano Pier delle Vigne e Taddeo di Sessa.
Nel discorso inaugurale Innocenzo IV dichiarò che da cinque dolori egli era in special modo afflitto: dalla decadenza morale dell'alto clero, dell'invadenza dell'Islamismo, dello scisma greco, dall'invasione mongola e dall'ostilità alla chiesa di Federico II.
Rivoltosi all'assemblea, dopo aver paragonati i suoi dolori alle ferite di Gesù Cristo, pronunciò le parole di Geremia: "O voi che passate, volgetevi dunque e guardate se vi sia sofferenza eguale al dolore da cui sono stato colpito", quindi si soffermò a parlare delle colpe dell'imperatore e delle persecuzioni con le quali lui affliggeva la Chiesa.

In difesa del monarca si levò il famoso TADDEO di SESSA, il quale ribatté una dopo l'altra tutte le accuse mosse al suo sovrano nel cui nome rinnovò le proposte di pace: promise l'immediata restituzione dei beni ecclesiastici e il risarcimento dei danni patiti dalla Chiesa e, in cambio dell'assoluzione, dichiarò che l'imperatore era pronto a marciare con tutte le sue forze contro i Mongoli, a liberare la Terrasanta e a difendere l'impero latino di Bisanzio.
E quando il Pontefice domandò quali garanzie poteva dare di tante promesse, Taddeo fece i nomi dei re di Francia e d'Inghilterra; ma Innocenzo IV rispose che non voleva come garanti gli amici della Chiesa perché correva il rischio di farseli diventare nemici se l'imperatore, com'era abituato, avesse mancato alle promesse.

La seconda seduta del concilio si tenne il 5 luglio 1245. Il Pontefice con maggiore accanimento rinnovò le accuse contro il monarca, rimproverandogli specialmente la fondazione della città saracena di Lucera, i commerci che lui aveva con i paesi arabi, i rapporti che teneva con i dotti musulmani, ed infine, se la prendeva pure con quelle donne saracene che erano addette al servizio della corte.
Anche questa volta Taddeo di Sessa fece un'appassionata difesa dell'imperatore; non solo confutò ad una ad una, le accuse, ma ne rivolse alcune contro lo stesso Pontefice, citando le promesse papali non mantenute ed affermando che il commercio con i musulmani era meno censurabile della tolleranza accordata a Roma ad usurai ed ebrei.

Ma l'abile difesa del giurista imperiale era destinata a rimanere sterile di risultati in un concilio in gran parte decisamente ostile a Federico. Taddeo di Sessa, che non ignorava i sentimenti degli intervenuti, cercò di ritardare le decisioni conciliari chiedendo che fosse accordato all'imperatore un termine sufficiente per poter dare ai suoi rappresentanti nuove istruzioni o presentarsi egli stesso all'assemblea.
I legati dei re di Francia e d'Inghilterra appoggiarono caldamente la richiesta del giureconculto e fu accordata a Federico una dilazione di dodici giorni, fissandosi per il 17 luglio 1245 la terza sessione.

L'imperatore si trovava allora a Torino e qui ricevette notizia di quanto si era detto e stabilito a Lione. Comprendendo che la sua presenza non avrebbe per nulla cambiato gli umori dell'assemblea, mandò a Lione GUALTIERO D'OCRA, il vescovo di Frisinga e il gran maestro dell'Ordine Teutonico, ma non giunsero a tempo per partecipare alla terza seduta.
Questa avvenne nel giorno stabilito. Taddeo, appoggiato dagli ambasciatori di Francia e d'Inghilterra, chiese ancora tre giorni di proroga; ma non furono concessi; allora il giureconsulto imperiale dichiarò incompetente a decidere quel concilio, in cui molti vescovi erano assenti e non avevano mandato i loro procuratori; quel concilio al quale la maggior parte dei sovrani cristiani non avevano inviato i loro ambasciatori; quel concilio in cui i più degli intervenuti erano mossi da partigianeria.
Né a questa dichiarazione si limitò Taddeo: egli osò appellarsi ad un concilio che fosse veramente generale ed imparziale e ad un futuro Pontefice animato da sentimenti più equi.
Fra i prelati solo il patriarca di Aquileia ardì levare la sua voce, affermando che due non una soltanto erano le colonne che sostenevano il mondo; ma il Pontefice, indignato, lo minaccio di togliergli l'anello.

TERZA SCOMUNICA E DEPOSIZIONE DI FEDERICO II

Dopo fu letta la sentenza già preparata prima, nella quale si rinnovavano contro Federico le accuse d'infedeltà alla Santa Sede, di cui -precisavano- come Re della Sicilia lui era solo un vassallo; violazione dei trattati altre volte stipulati con la Curia; di sacrilegio; di tirannide e di eresia.
La sentenza si chiudeva con queste parole:

"Noi dunque, che, sebbene indegni, rappresentiamo in terra Nostro Signore Gesù Cristo; noi, ai quali nella persona di S. Pietro furono rivolte queste parole: "tutto ciò che avrete legato in terra sarà legato in Cielo"; noi, insieme con i cardinali nostri fratelli e con il sacro Concilio, abbiamo deliberato intorno a questo principe che si è reso indegno dell'impero, dei suoi regni e di ogni onore e dignità. Per i suoi delitti e per le sue iniquità Dio lo respinge e più non tollera che sia re o imperatore. Noi facciamo soltanto conoscere e denunciamo che, a motivo dei suoi peccati, è respinto da Dio, è privato dal Signore di qualsiasi onore e dignità, e frattanto anche noi di ciò lo priviamo con la nostra sentenza.
Tutti quelli che sono legati a lui da giuramento di fedeltà sono da noi in perpetuo sciolti e resi liberi da tale giuramento; e noi vietiamo loro espressamente ed assolutamente con la nostra apostolica autorità di prestargli obbedienza come imperatore o re o per qualunque altro titolo da lui preteso. Coloro che l'aiuteranno o favoriranno come imperatore o re, incorreranno ipso facto nella scomunica. Quelli cui nell'impero spetta l'elezione dell'imperatore eleggano pure liberamente il successore di questo; riguardo al regno di Sicilia, sarà nostra cura provvedervi e nel modo più conveniente con il consiglio dei cardinali nostri fratelli".

Quando il Pontefice ebbe pronunziata la sentenza di scomunica e deposizione e i cardinali, ripetutala, ebbero rivolti a terra i ceri che tenevano in mano accesi, Taddeo di Sessa, percuotendosi il petto, gridò:
"Questo è il giorno della collera, delle calamità e della sciagura ! Or gioiranno gli eretici, non avranno più freno i Carismìi e d'ogni parte irromperanno le orde mongoliche !". Ed uscì dal concilio.
"Ho fatto il mio dovere. Dio provveda al resto secondo la Sua volontà", rispose Innocenzo IV intonando Te Deum mentre le campane di Lione suonavano a distesa.
"Il concilio era finito. Esso - scrive il Grogorovius - diede il colpo fatale all'antico impero germanico; ma la Chiesa n'ebbe in pari tempo bruciata la mano dal suo proprio fulgore. I due princìpi, che erano stati fin qui i motori della civiltà, dell'autocrazia imperiale e della teocrazia papale, cedono il posto ad altri princìpi più consoni all'indipendenza ed alla libertà delle nazioni.
Il papato continuerà ancora a comandare alle anime, però alla condizione che esso abbandoni le antiche velleità d'imperare anche sui re e sulle nazioni".

GUERRA CIVILE IN GERMANIA - - MORTE DI FEDERICO II

Lo storico Matteo Paris narra che Federico II, quando ebbe notizia della sentenza di Lione, esclamò: "Questo Pontefice mi ha dunque tolta la corona ! Dove sono i miei gioielli? Mi si rechino subito !". E fatto aprire lo scrigno che conteneva le sue corone, ne prese una e se la pose in capo, dicendo minacciosamente: "No; la mia corona non è ancora perduta; né gli attacchi del Papa né i decreti del concilio hanno potuto levarmela. Ed io non la perderò senza Spargimento di sangue".
E sangue fu sparso; ma l'imperatore non ne ricavò vantaggio.

Le conseguenze della sentenza di Lione furono disastrose per Federico, sia in Germania sia in Italia. In Germania i suoi non pochi avversari, quelli stessi che parecchi anni prima avevano incitato il figlio Enrico alla ribellione, indignati contro il sovrano per aver lasciato il regno esposto alle minacce dei Mongoli, sotto la guida di SIGFRIDO di EPPENSTEIN, arcivescovo di Magonza, proclamarono re, nel maggio del 1245, il langravio di Turingia ENRICO RASPE. Morto questi il 12 febbraio del 1247, gli fu dato come successore il conte GUGLIELMO d' OLANDA, contro il quale il re Corrado (il figlio di Federico) lottò accanitamente per difendere la sua corona e ridare pace alla Germania dilaniata dalla guerra civile.

ASSEDIO DI PARMA

In Italia la cose andarono peggio: una spedizione di Federico contro i Milanesi ebbe esito infelice; da Reggio, insorta per opera di una fazione capeggiata da un nipote del Papa appartenente alla famiglia dei FOGLIANI, fu cacciato re ENZO; Parma, fino allora fedele all'imperatore, gli si ribellò per istigazione di un BERNARDO dei ROSSI, cognato del Pontefice. Erano queste le prime battute della ripresa della lotta. Federico II si trovava a Pavia quando seppe dei moti di Parma. Premendogli di mantenere la sua sovranità sulla città ribelle, vi piombò improvvisamente con le sue milizie, ne cacciò Bernardo dei Rossi e vi creò podestà il pugliese TEBALDO FRANCESCHI.
"Non contento - scrive il Sismondi - di suscitare nemici a Federico nelle città, lombarde, animandole a difendere contro di lui la propria libertà, il Papa tentava di ribellargli i suoi sudditi delle due Sicilie, ai quali spediva due cardinali con lettere indirizzate al clero, alla nobiltà ed al popolo delle città e delle campagne.
"Si meravigliano molti - diceva a loro il Papa nelle lettere- che, oppressi come siete da vergognosa servitù ed aggravati nella persona e nei beni, abbiate trascurato di procacciarvi in qualunque modo, come hanno fatto le altre nazioni, le dolcezze della libertà. Ma la Santa Sede vi ha scusati, vedendo il terrore che sembra ormai essersi impadronito il vostro cuore sotto il giogo di un nuovo Nerone e, per voi sentendo pietà e paterno affetto, pensa agli aiuti che possano recare sollievo alle vostre pene o forse anche procurarvi il bene di un assoluto affrancamento .... Cercate dal canto vostro come potreste rompere le catene della schiavitù, e far fiorire nel vostro Comune la libertà e la pace. Si sparga una volta tra le nazioni la voce che il vostro regno, così famoso per la sua nobiltà e per l'abbondanza dei suoi prodotti, ha potuto, con l'aiuto della Divina Provvidenza, unire a tanti vantaggi anche quelli di una stabile libertà".

"Un certo che di nobile e liberale -aggiunge ancora il Sismondi- ispirano i concetti di questa lettera, ma ci fa rimanere dubbiosi intorno alla giustizia della causa del Pontefice e dei Guelfi e allo scopo che si proponevano. Ma quand'anche la libertà, e non una sregolata indipendenza, fosse stato effettivamente il desiderio dei Pugliesi e dei Siciliani ribellati, furono certo indegni di una così nobile causa per i modi utilizzati per acquistarla, restringendosi a vili cospirazioni, nelle quali presero parte perfino i primi amici e confidenti di Federico.
I due figliuoli del gran giustiziere DI MORRA, tutti i SANSEVERINI e i tre fratelli della FASANELLA e molti altri avevano nel 1244 cospirato con i Frati Minori per uccidere a tradimento il proprio principe.
Federico aveva, dietro i primi sospetti di questa congiura, fatto imprigionare molti frati nell'istante medesimo in cui il Papa fuggiva da Roma. Ciononostante la sentenza del Sinodo e l'esortazione dei cardinali legati, riaccesero la solita congiura, che avrebbe facilmente avuto attuazione se uno dei complici, GIOVANNI di PRESENZANO, angosciato dai rimorsi, non rivelava il segreto a Federico. Quando seppero imprigionati alcuni dei loro compagni, i Di Morra, ed i Fasanella si salvarono nello stato del Papa, altri s'impadronirono delle rocche di Capaccio e della Scala, dove furono stretti e presi dopo lungo assedio. Un solo fanciullo della casa Sanseverino fu salvato da un domestico della famiglia. Quasi tutti i congiurati, condannati a pena capitale, rivelarono prima di morire che il Papa era partecipe della loro congiura.
Innocenzo non solo non smentì la parte avuta nella congiura, che si ricollegava a precisi disegni politici d'invasione del Regno, e nell'aprile stesso scrisse a tutti che presto sarebbero stati liberati dal loro Nerone e che quest'opera di redenzione sarebbe stata fatta dai nobili del Regno.

L'imperatore, dando notizia di quest'ignobile macchinazione a tutti i re e principi d'Europa con una lettera circolare, che forse fu l'ultima scritta da PIER delle VIGNE, la chiude con queste gravi parole:
"Chiamiamo a testimonio il Giudice Supremo che non senza vergogna abbiamo ciò palesato, perché non avremmo creduto mai di dover vedere o sentire attestato simile delitto; non avremmo pensato mai che i nostri amici, i nostri Pontefici, ci volessero vittima di così cruda morte. Lungi da noi per sempre tanta abominazione ! Lo sa Iddio che, dopo l'iniqua procedura dal Papa intentata contro di noi nel concilio di Lione, non abbiamo mai voluto acconsentire alla sua morte o a quella di alcuno dei suoi fratelli, quantunque caldamente richiesti da persone zelanti del nostro servigio; limitandoci a confutare le ingiurie e a difenderci dagli altrui attentati con la giustizia e non con le vendette".

Questi ultimi avvenimenti, la mediazione inutilmente chiesta a LUIGI IX di Francia e i vani tentativi fatti di farsi assolvere dalla scomunica fecero comprendere a Federico II che l'unico mezzo per risolvere la contesa col Pontefice era rappresentato dalle armi. Oramai, data l'ostinazione di Innocenzo IV che voleva ad ogni costo abbattere la casa Sveva, era in gioco la stessa esistenza della dinastia degli Hohenstaufen.
Federico - scrivono - tentò un gran colpo: marciare su Lione e costringere il Pontefice alla pace. Di là sarebbe andato in Germania dove aveva convocato una dieta per il 24 giugno del 1247.
Aveva fatto spargere la voce (lui o lo credevano gli altri) che si recasse a Lione per umiliarsi davanti al Papa e purgarsi delle gravi accuse di miscredenza e di eresia che gli erano state mosse. Con un esercito raccolto nell'Italia meridionale Federico si mosse dalla Puglia, e attraverso la Toscana e la Lombardia, si recò nel Piemonte. Ma quando fu a Torino una gravissima notizia gli giunse che, gli fece cambiare i piani: Parma si era nuovamente ribellata.
Artefici della rivolta erano state tre famiglie, quelle dei ROSSI, dei LUPI e dei CORREGGESCHI, congiunte del Pontefice, le quali per avere abbracciato il partito guelfo avevano abbandonato la città rifugiandosi con altri fuorusciti a Piacenza, lasciando a Parma alcuni magniloquenti frati predicatori per incitare il popolo alla sedizione.

Il 16 giugno del 1247 tutti i fuorusciti parmensi, comandati da GHERARDO da Correggio, erano avanzati fino al Taro presso il quale era andato loro incontro con un corpo di nobili e popolani il podestà imperiale ENRICO TESTA. Ma abbandonato da non pochi dei suoi uomini che segretamente erano d'accordo con i Guelfi, il podestà era stato sconfitto, lasciando la vita sul campo cosicché i Guelfi si erano impadroniti di Parma ed avevano nominato podestà lo stesso Gherardo da Correggio.
ENZO, figlio di Federico e re di Sardegna, assediava in quei giorni Quinzano, nei dintorni di Brescia. Avuta la notizia della ribellione di Parma, bruciò le macchine da guerra, tolse l'assedio, e si affrettò verso il Taro sperando di sottomettere i ribelli. Qui fu raggiunto dall'imperatore. Deciso di riconquistare ad ogni costo Parma che in mano al nemico minacciava di tagliargli le comunicazioni con la Lunigiana e la Toscana, partito da Torino, vi era giunto con il suo esercito ingrossato a Cremona da un corpo di milizie di Ezzelino.
Ma per tentare un colpo di mano era troppo tardi: Parma aveva avuto il tempo di rafforzarsi e di provvedersi di vettovaglie; il legato pontificio GREGORIO di MONTELUNGO vi si era chiuso con mille e seicento soldati di Milano e Piacenza e rinforzi aveva inviato da Mantova il conte di San Bonifacio, il quale con un altro gruppo di Mantovani invadeva il territorio di Cremona per costringere i Cremonesi che militavano con Federico a lasciar le insegne imperiali per correre in difesa della loro città; mentre il marchese d'Este correva in aiuto di Parma con un corpo di Ferraresi.

Federico pose il suo campo ad occidente della città e intanto il suo esercito s'ingrossava ogni giorno di più con dei nuovi rinforzi.
"Erano giunti - citiamo ancora il Sismondi - dalla Puglia molti Saraceni a piedi ed a cavallo; Ezzelino da Romano vi era arrivato con le milizie di Padova, di Verona, di Vicenza; i Ghibellini accorrevano da tutte le città d'Italia sotto le bandiere di Federico; pareva che la guerra dovesse riaccendersi con maggior forza dopo essere stata per lungo tempo sopita; ma sia che le forze ghibelline non fossero tali da poter impedire ai nemici di battere la campagna, o che a Federico mancassero le macchine per l'assedio, fatto è che né diede l'assalto alle mura, né venne a battaglia con Bianchino di Camino ed Alberico da Romano, i quali con dei gruppi guelfi si erano trincerati nella parte settentrionale di Parma sull'altra riva del Po.

"Tutte le fazioni in questa campagna militare si ridussero ad alcune scaramucce con i Saraceni i quali cercavano d'impedire che fosse vettovagliata la città, oltre a impadronirsi uno dopo l'altro dei castelli del territorio parmigiano, tranne Colorno. Sistematicamente li distrussero, in modo che squadre di soldati guelfi, quando tentavano delle sortite, nel percorrere le campagne, non trovavano nulla da portare in città, onde i cittadini cominciavano a soffrire la fame ed i viveri si vendevano a carissimo prezzo".

Adirato per la resistenza che opponevano i Parmigiani, Federico II tentò d'intimorirli e piegarli con atti di ferocia simili a quelli commessi dall'avo Barbarossa sotto le mura di Crema. Aveva con sé quasi mille ostaggi di Parma: nella speranza di far cedere gli assediati, organizzò lo "spettacolo": fece decapitare nel prato di Flazano, davanti le mura, quattro di questi ostaggi dichiarando che ogni giorno n'avrebbe fatti uccidere altrettanti fino a che la città non si fosse arresa. Però né gli assediati per questa minacce si sbigottirono né Federico riuscì a continuare gli "spettacoli", perché i Parmigiani furono tenuti all'oscuro delle minacce imperiali da severe disposizioni impartite dai capi e d'altro canto i Pavesi ghibellini che militavano nelle file di Federico lo invitarono a smettere quelle esecuzioni, dicendogli "Noi siamo venuti per combattere contro i Parmigiani con le armi non per fare i carnefici.

Avvicinandosi l'inverno e non accennando a finire la resistenza, l'imperatore che non voleva allontanarsi dalla città assediata e nel medesimo tempo voleva dare al suo esercito quartieri invernali più comodi e sicuri, fece costruire ad occidente di Parma un campo trincerato lungo un miglio, lo munì di bastioni di terra e di palizzate, lo circondò di larghi fossati in cui immise l'acqua di un canale detto naviglio e lo dotò di ponti levatoi. Con il materiale dei villaggi distrutti, fece edificare case, un mercato, chiese, cinque larghe strade e un palazzo; vi mise la sua corte, e affermò di volervi trasferire la popolazione di Parma dopo aver conquistato la città e subito distrutta. La nuova città ebbe il nome augurale di "Vittoria".
Ma il nome non portò fortuna al campo trincerato, la cui guarnigione, durante l'inverno, si era alquanto assottigliata per essersi molti capi ghibellini ritirati con le milizie nelle loro città. Correva il febbraio del 1248. I Parmigiani, ridotti alle strette, tentarono un colpo disperato. Il 18 di quel mese, approfittando dell'assenza di Federico che era andato nelle vicinanze a cacciare con il falcone, gli abitanti della città assediata, usciti in massa, come una furia assalirono improvvisamente Vittoria e dopo una breve mischia ma accanita se ne resero padroni.
Perirono nella disperata lotta molti illustri personaggi, come il marchese LANCIA e TADDEO di SESSA che cadde da eroe con le armi in pugno. Del corpo del famoso giureconsulto i Parmigiani fecero uno scempio, perché credevano che Taddeo avesse consigliato al suo sovrano gli atti di crudeltà commessi contro gli ostaggi.

Le cronache fanno ascendere a circa duemila i morti dell'esercito imperiale e a circa tremila i prigionieri. Immenso fu il bottino che cadde nelle mani dei vincitori: armi e macchine da guerra in abbondanza, il carroccio cremonese, la cassa imperiale contenente molto denaro, gioielli, vasi preziosi, le corone e il suggello dell'imperatore. Vittoria fu poi data alle fiamme.
Ai bagliori dell'incendio accorse Federico; ma era troppo tardi; i resti del suo esercito era in fuga e da questo fu quasi travolto lui stesso fin dentro le mura di Cremona.
La vittoria dei Parmigiani vendicò la giornata di Cortenuova ed abbatté per sempre la potenza di Federico nell'Italia settentrionale, offrendo animo ai Guelfi, che ripresero la lotta con maggiore accanimento nella primavera del 1248.

Nonostante le numerose forze raccolte e qualche successo ottenuto da Enzo, non fu più possibile all'Imperatore avere il sopravvento sui suoi nemici. La lunga permanenza dell'imperatore a Cremona e poi a Vercelli, - scrive il Lanzani - senza che la Lega lombarda fosse disturbata, mostra come Federico non poteva fare più assegnamento sulle forze disperse della sua fazione. Infatti, Pavia e Cremona a mala pena tenevano a freno Milano, Piacenza e Brescia, la quale ricuperava la terra di Pontevico.
Nel Piemonte l'imperatore aveva sempre come alleato il conte di Savoia, e Vercelli, staccatosi dalla Lega, dava asilo alla corte dello Svevo; ma perseverava nella ribellione il potente marchese di Monferrato, e la fedeltà del Carretto e del Pelavicino non controbilanciava l'ostinata inimicizia dei Genovesi e la defezione del Malaspina. Ezzelino teneva alta la bandiera ghibellina e con sempre più efferata tirannide raffermava la propria signoria dall'Adige al Brenta: ed era così temuto il suo nome che, allorquando il Pontefice si decise a scagliare direttamente contro di lui la scomunica, nella quale era già incorso con il suo Signore, non vi fu neppure un ecclesiastico che ardisse pubblicarla nei luoghi da lui dominati.
Ma quale fiducia poteva ispirare all'imperatore quel violento che, in quell'anno stesso, mentre continuava spietatamente la guerra contro i nemici dell'impero nella marca Trevigiana, scacciava il governatore ed il presidio imperiale dalla terra di Monselice?

Dopo la cacciata dei Guelfi da Firenze, era ghibellina la maggioranza della città toscane; ma anche la Toscana era sempre un terreno disputato; nei loro castelli del contado i fuorusciti fiorentini avevano ripreso forza e ardimento; a Montevarchi fu da loro assalita e distrutta una compagnia di ottocento cavalieri tedeschi comandata dal conto Giordano.
Assoluta fu, dopo i fatti di Parma, la prevalenza dei Guelfi nella Romagna. A capitanarli si era recato a Bologna il cardinale OTTAVIANO degli UBALDINI, il quale in breve tempo recuperò alla lega romagnola i suoi antichi baluardi, Faenza e Ravenna, e vi fece poi entrare per forza o per amore Imola, Forlì, Forlimpopoli, Cervia, Cesena.
Reggio e Modena appena bastavano alla propria difesa: Modena aveva perduto le terre di Nonantola, San Cesario e Panzano; da un momento all'altro poteva toccare la stessa sorte a Ferrara. Nel resto dell'Italia centrale le popolazioni erano dai fatti ampiamente incoraggiate alla riscossa, alla crociata contro i predoni d'Alemagna o di Lucera; e ad onta delle recenti repressioni, Federico non poteva aspettarsi pace e sicurezza nemmeno dal suo regno ereditario, la Sicilia, da lui prediletta come la pupilla dei suoi occhi.

"In breve le avversità di Federico divennero tali da abbattere o corrompere le più valorose nature: vassalli sleali, cortigiani traditori, popoli ribelli o pronti a rivolta, disastrose sconfitte non riparate da parziali successi di facinorosi partigiani, erario esausto, sfiducia nei fedeli, baldanza provocante ed impunita nella curia papale, nelle città italiane, nelle corti dei principi laici ed ecclesiastici di Germania, pubblici disastri. Federico vedeva andare a pezzi lo scettro afferrato con così forte mano. Inoltre altre sventure lo ferivano nei più vari affetti di consorte, di padre, di amico".

Oppresso dagli avvenimenti, Federico non fu più l'uomo di una volta: diventò sospettoso, temette che ovunque si congiurasse contro di lui, non ebbe più fiducia negli amici e nei consiglieri, prestò facilmente orecchio alle insinuazioni degli invidiosi che con le calunnie cercavano di disfarsi dei più potenti personaggi della corte per succedere loro nelle cariche.

MORTE DI PIER DELLE VIGNE

Forse vittima di vili calunnie fu pure PIER delle VIGNE, colui che - come canta l'Alighieri - "tenne ambo le chiavi Del cuor di Federico e che le volse, serrando e disserrando sì soavi".
Secondo quel che narra lo storico Matteo Paris, essendo l'Imperatore infermo, Pier delle Vigne andò da lui con un medico che aveva corrotto e gli offrì una bevanda avvelenata; ma Federico, sospettoso, porse al medico il calice e gli ordinò di bere parte del liquido. Sbigottito, il medico finse d'inciampare e lasciò cadere la coppa a terra. Sicuro che la bevanda fosse avvelenata, l'Imperatore fece raccogliere quanto si riuscì del liquido e la fece bere ad un condannato alla pena capitale, che morì sull'istante. Avute così le prove del delitto, il sovrano mandò al patibolo il medico e fece chiudere in una torre Pier delle Vigne, il quale si diede la morte sfracellandosi il capo contro le pareti della prigione.
Sulla colpevolezza del gran cancelliere imperiale non si hanno prove sicure. Vittima della calunnia fu comunemente creduto nella seconda metà del secolo XIII e come tale lo rappresenta Dante che, nella selva dei suicidi, gli fa dire:
"L'animo mio per disdegnoso gusto,/ Credendo col morir fuggìr disdegno,/ Ingiusto fece me contro me giusto".

LA BATTAGLIA DI FOSSALTA

Sventura più dolorosa che non fosse la perdita di uno dei suoi migliori consiglieri colpì Federico II nel 1249. Nella primavera di quell'anno un esercito bolognese, capitanato dal pretore FILIPPO UGONI e dal cardinale OTTAVIANO degli UBALDINI, e composto di tremila cavalli e duemila fanti forniti dal marchese d'Este, delle milizie cittadine di Porta Stieri, Porta San Procolo e Porta Ravegnana, di ottocento uomini d'armi e mille cavalli di Bologna, usciva in campo contro i Modenesi avanzando fino al Panaro.
A fronteggiare i Bolognesi, che già avevano passato il fiume ed occupato il ponte di Sant'Ambrogio, corse re ENZO con un esercito di quindicimila uomini formato con milizie meridionali, tedesche, reggiane, cremonesi e con i fuorusciti ghibellini di Parma, Piacenza ed altre città guelfe.
I due eserciti nemici si trovarono di fronte presso il torrente Fossalta, a tre miglia da Modena, e rimasero per alcuni giorni a guardarsi, senza osare di venire a battaglia; ma ricevuti duemila uomini di rinforzo, appartenenti alle milizie del quartiere di San Pietro, i Bolognesi attaccarono gli imperiali.

Era il 26 maggio del 1249. ENZO aveva diviso il suo esercito in tre corpi, due di linea ed uno di riserva, quest'ultimo formato di sole truppe modenesi; il pretore bolognese aveva diviso invece le sue milizie in quattro corpi con lo scopo di usare prudentemente le proprie forze conducendole successivamente alla battaglia e sostenere con truppe fresche quelle che dal nemico fossero state costrette a ripiegare; nel primo corpo aveva messo i fanti e parte dei cavalli estensi, nel secondo il resto della cavalleria del marchese d'Este e i duemila bolognesi di San Pietro, nel terzo le milizie delle altre tre porte ed ottocento cavalli bolognesi, nel quarto mille fanti, ottocento soldati a cavallo e novecento arcieri a piedi.

La battaglia, cominciata all'alba, durò accanita per tutti il giorno: invano i Bolognesi tentarono un aggiramento, invano uccisero il cavallo montato da Enzo; gli imperiali resistettero magnificamente fino a sera; ma alle prime tenebre questi cominciarono a ripiegare, poi, attaccati più furiosamente, si ruppero e, volte le spalle, si diedero alla fuga.
La notte, anziché favorire l'esercito in rotta, n'aggravò la situazione. Inseguiti dal nemico, gl'imperiali si smarrirono nella campagna intersecata da numerosi canali e un rilevante numero di soldati cadde nelle mani degli inseguitori. Tra i prigionieri vi furono molti gentiluomini modenesi, BUOSO di DOVARA, potente cittadino di Cremona, e lo stesso re Enzo.

"Lieto di una così grande vittoria, FILIPPO UGONI si mise in cammino per Bologna. "Giunto al castello d'Anzola - scrive il Sismondi - incontrò le milizie bolognesi, che informate dell'accaduto, gli andavano incontro per onorarne il trionfo con le trombe. Da questa terra fino alla città tutta la strada era affollata di gente curiosa di vedere tra i prigionieri il principe Enzo, in catene il figlio di un così potente imperatore e perché re egli stesso. Oltre questi motivi, la sua fresca età di venticinque anni, i biondi lunghi capelli dorati che gli scendevano fin sopra i fianchi, la gigantesca statura che emergeva su tutti gli altri prigionieri, la nobiltà e la maschia bellezza del viso su cui si vedevano vivamente espressi il suo valore e la sua sventura, lo facevano oggetto della universale ammirazione".

Il dolore di Federico fu grande nell'apprendere la disfatta e la prigionia del figlio prediletto. Offrì grosse somme per il riscatto, pregò, minacciò; scrisse fra l'altro ai magistrati bolognesi:
"Badate che alterne sono le vicende della fortuna e che, nonostante le molte tempeste da cui fu colto il nostro regno, noi abbiamo potuto con l'aiuto dì Dio, vincer la maggior parte dei nostri ribelli. Non è sopita, come vi sembra, la potenza del Romano Impero. Interrogate i vostri padri e vi diranno come l'avo nostro di felice memoria, l'invittissimo Federico Barbarossa, abbia vinto e scacciato dai loro tetti i Milanesi che pure erano più forti di voi. Vi sia di monito tale esempio: le vostre orecchie non ascoltino i perfidi consigli dei Lombardi, desiderosi di accomunarvi alla sorte per trascinarvi in un abisso dal quale nessuno potrà trarvi fuori. Se non volete perdere la nostra
grazia, rimettete in libertà il nostro amato figlio e tutti gli altri nostri fedeli, Medonesi e Cremonesi, che avete fatti prigionieri. Se obbedirete a quest'ordine, noi esalteremo la vostra città sopra tutte le altre della Lombardia; in caso diverso ci vedrete muovere contro di voi con un poderoso esercito; né i traditori della Liguria vi potranno liberare dalle nostre mani e sarete la favola e l'obbrobrio di tutti i popoli".

Famosa è rimasta la risposta dei Bolognesi, concepita nei seguenti termini:
"Il dardo non colpisce sempre dove mira, né sempre il lupo raggiunge la sua preda. Le cupe minacce non ci spaventano: noi non siamo come il giunco della palude che si piega al vento, né, come la brina che si scioglie al sole. Il re Enzo ci appartiene per diritto di guerra e lo terremo come prigioniero. A rintuzzare le vostre minacce impugneremo la spala e resisteremo da leoni, né alla vostra Altezza gioverà il numero degli armati, perché dove, sono molti nasce facilmente la confusione e talvolta succede che un cinghiale viene superato da un piccolo cane".

I Bolognesi non restituirono mai lo sventurato figlio al padre. Il Senato decretò che fosse tenuto in perpetua prigionia; ma volle che questa non fosse dura; provvide nobilmente ai bisogni dell'illustre prigioniero, gli assegnò un magnifico appartamento nel palazzo del podestà e i nobili bolognesi andarono a visitarlo ogni giorno per distrarlo con la loro presenza e temperarne la sventura. Sperando nella libertà ed assistendo alla rovina della sua casa, nella dorata prigione di Bologna l'infelice re visse gli ultimi ventitré, anni della sua vita.

La sconfitta di Fossalta per Federico e per i Ghibellini d'Italia fu certamente un grave colpo, eppure egli non disarmò ed ebbe ancora la fortuna dalla sua parte e di vedere la sorte delle sue armi rialzata, dalle vittorie riportate da Cremona su Bologna e Ferrara e la soddisfazione di sapere che il re Luigi IX e la regina Bianca di Francia facevano pressioni vivissime sul Pontefice in suo favore.

LA MORTE DI FEDERICO

Troppo però aveva lottato e molto sofferto e la sua potente fibra si era purtroppo logorata quando la sua volontà mostrava ancora la durezza dell'acciaio.
Nel dicembre 1250, trovandosi in un castello della Capitanata chiamato Ferentino di Puglia, Federico II fu colto da una violentissima febbre che in pochi giorni -il 13 dicembre- lo condusse al sepolcro.

Aveva 56 anni e da 30 era imperatore. Al suo letto di morte c'erano il figlio bastardo MANFREDI, l'arcivescovo di Palermo che gli recò i conforti della religione, il genero Riccardo di Montenegro e - se è vero - un giovane medico che in seguito doveva far parlare molto di sé: GIOVANNI da PROCIDA.

Per testamento Federico II lasciava tutti i possessi ereditari della famiglia al figlio CORRADO; all'altro figlio legittimo ENRICO il regno di Arelate o quello di Gerusalemme, ad arbitrio di Corrado, a Manfredi alcune contee, il principato di Taranto e la luogotenenza di Sicilia durante l'assenza del fratello maggiore. Se Corrado moriva senza figli il regno siciliano doveva passare ad Enrico e, se neppure questi lasciava prole, a Manfredi. Al nipote Federico erano assegnati i ducati di Austria e di Stiria, rimasti vacanti per l'estinzione della casa di Babenberg. Inoltre l'imperatore disponeva che fossero resi alla Chiesa tutti i suoi diritti e domini se il Pontefice avesse fatto altrettanto con l'impero, che i tributi del regno di Sicilia fossero ridotti quali erano sotto Guglielmo II, che alla chiese fosse risarciti i danni, agli ecclesiastici e ai Templari restituiti i beni, che fossero rimessi in libertà i prigionieri, esclusi quelli convinti di tradimento e, infine, che sarebbero stati offerte centomila once per il riacquisto del S. Sepolcro.
Federico Il fu sepolto nel duomo di Palermo, accanto al padre e alla madre, in un magnifico sarcofago di porfido sorretto da quattro leoni, nel quale furono messi la spada, il pomo imperiale e la corona.
In quella tomba, con l'ultimo grande imperatore germanico, caduto durante la lotta contro la teocrazia papale e l'affermarsi delle libertà nazionali dei Comuni italiani, fu sepolta per sempre la potenza imperiale in Italia.

Scriverà Gabriele Pepe, nel suo interessantissimo (confronto) "Carlo Magno e Federico II":
"Lotta medievale di Impero e Papato: per l'esito di questa lotta, l'Impero vinto dal Papa, fu per sempre allontanato dalla nostra storia; il Papato, incapace dell'unità guelfa d'Italia, staccò dal Regno dalla restante vita politica italiana, e così la futura storia unitaria d'Italia si preparò, per lunghi secoli, nella divisione territoriale delle due Italie.
Nello sforzo di realizzare il disegno dell'unità e di tagliare il nodo della storia medievale, quello dei rapporti con Feudo e Chiesa, Federico attirava nello Stato nuove forze sociali, distraendole dal servizio di gruppi nobiliari ed ecclesiastici, creava nel Regno, con la piccola nobiltà, lo Stato moderno, burocratico, e, in Germania, con gli ordini cavalleresco-religiosi, lo Stato principesco, militare.
Sulla politica di Federico, ammantata di ideologie anticlericali e imperialistiche, agiva la realtà storica di una nuova configurazione sociale europea, che trovò il principio della sua sistemazione nello Stato nuovo che Federico riuscì a codificare nel Regno già nel 1231 e che tento di codificare in Germania nel 1235.
Non seguì Federico predeterminate concezioni politiche, ma la sua politica e le sue ideologie, determinate dalle varie forze sociali del Regno e dai Papi, creano un complesso di posizioni spirituali, che avrebbero segnato per l'Italia e per l'Europa l'inizio della storia moderna.

"Federico lasciò un'eredità di ideologie che, insieme con altri movimenti del secolo, offrì materia alla formazione dello spirito scettico del Rinascimento e alla formazione dello Stato e della coscienza moderna. Vincitrice nel secolo XIII, la Chiesa sarebbe stata vinta nei secoli seguenti dalla corrosione che dei suoi istituti avrebbero fatta gli ideali laici, nati anche alla corte di Federico II".

"Carlo Magno in un'illusione di rinnovamento dell'antico stato romano, si scontra con quella struttura atomistica basata sul feudo contro la quale la sua opera unitaria, per quanto grande, per quanto coerentemente perseguita, finisce per uscirne sconfitta. Non solo alla morte del suo protagonista, ma con lui l'Europa medievale -con l'edificio che lui ha creato- riceve una sistemazione che pesa nella storia medievale e, per quello che nel presente permane di feudistico, di cattolico, di medievale, pesa anche sulla storia contemporanea. Ad esempio, vedremo come alla politica etico-religiosa di Carlo Magno risale l'attribuzione di funzioni statuali (tipica l'insegnamento) alla Chiesa, per strapparle alla quale ci sono voluti secoli di guerre e rivoluzioni; né è detto che comunque sia stata tolta alla Chiesa ogni funzione che spetta allo Stato".

Con Federico, con il feudalesimo carolingio trionfante, che sarà potere di nobiltà e clero, anche lui si scontrerà ma la difesa della sua politica unitaria - che è all'opposto di quella carolingia - lo costringerà a una modernità d'azione e di idee (forse non comprendendone egli stesso tutta l'originalità) che lo faranno precursore dei Signori del Rinascimento. Come il Principe di Machiavelli, "Federico fu un martire della lotta politica, se per il successo che non vide, dovette rinunciare alla vita morale".

Morto Federico, l'uomo che il prossimo anno ( proprio lui! INNOCENZO IV) autorizzerà l'INQUISIZIONE ad usare la tortura, scriveva "Esultino i cieli ! Si rallegri la terra, è morto il persecutore!"

Seguì il periodo del trionfo del Papa, ovviamente attribuito all'ineffabile misericordia di Dio. ("Dio è con NOI !!!")

HOME PAGE STORIOLOGIA