UGO FOSCOLO

  IL PROPRIO RITRATTO

"Solcata ho fronte, occhi incavati intenti,
crin fulvo, emunte guance, ardito aspetto,
labbri tumidi, arguti, al riso lenti,
capo chino, bel collo, irsuto petto;

membra esatte; vestir semplice, eletto,
ratti i passi, il pensier, gli atti, gli accenti:
prodigo, sobrio; umano, ispido, schietto;
avverso al mondo, avversi a me gli eventi.

Mesto i più giorni e solo; ognor pensoso,
alle speranze incredulo e al timore,
il pudor mi fa vile e prode l'ira;

cauta in me parla la ragion, ma il core,
ricco di vizi e di virtù, delira.
Morte, tu mi darai fama e riposo".

Note biografiche di 
di Maria Pia Perrotta

Composto, forse tra il 1801 e il 1802, il sonetto è, sotto il profilo analitico, una fiera confessione e una sincera descrizione di se stesso. Il Foscolo aveva capelli rossi e ricciuti, ampia fronte, occhi piccoli ma scintillanti, era ribelle, coraggioso, schivo, passionale, scontroso, malinconico, insofferente ad ogni forma di costrizione, tuonava con voce rauca contro gli oppressori. Non bello ma ricco di parola e di memoria, affascinante e trascinatore. Personalità carismatica ma complessa e difficile, fortemente tormentata dall'eterno contrasto tra sentimento e ragione, tra il desiderio di morte, intesa come liberazione e non come vile arrendevolezza, e l' anelito all'eterno, tra bisogno di pace personale e ribellione politica. Poeta per eccellenza, impavido soldato, fu colui che amò molte donne, trasfigurandole su un piano di divina bellezza, quella bellezza armoniosa, pura, che riteneva il conforto e la gioia ai mali degli uomini. 

IL CONTESTO STORICO

Quando scoppia la Rivoluzione Francese (1789)Ugo Foscolo ha undici anni e, trasferitosi da Zante a Venezia nel 1792, può seguire più da vicino il fermento che prende gli animi più sensibili dell'Italia settentrionale, quando il re del Piemonte, Vittorio Amedeo III, entra nella coalizione europea del 1793 contro la Francia. Dopo di lui si associano, in quella coalizione, gli altri Stati italiani, il Papato, la Toscana, Genova e Napoli. Soltanto la Repubblica aristocratica di Venezia ne rimane fuori. Due anni dopo, quel miscuglio di alleanze si scioglierà, mentre solo il Piemonte rinnova i patti con l'Austria a Valenciennes.

Nel 1796, nella sconvolta compagine europea, appare la stella di Napoleone, a cui è stato affidato il comando degli eserciti della Repubblica, schierati contro gli Austro - Piemontesi, in Italia. I Francesi, valicate le Alpi, sconfiggono ripetutamente i Piemontesi a Montenotte, Millesimo, Dego e Mondovì, costringendoli alla pace di Cherasco (28 aprile 1796) e alla pace di Parigi, per la quale il giovane generale ha via libera in Italia. E' poi la volta degli Austriaci ad essere sconfitti ,in più riprese, a Lodi, Lonato, Castiglione, dopo essere stati cacciati anche dalla famosa fortezza del Quadrilatero. Poi di nuovo, in un susseguirsi fatidico, ad Arcale e infine a Rivoli, fino all'armistizio di Leoben. Gli Italiani, di fronte a questa travolgente ondata, si esaltano ed accolgono Napoleone, trionfante, come liberatore. A Milano, sgombra dagli Austriaci, viene creato un governo provvisorio, col nome di Congregazione di Stato, composta da molti uomini illustri, tra cui il Parini ; nelle città di Bologna, Ferrara, Modena e Reggio nasce la Repubblica Cispadana. Il governo Veneziano continua nel suo atteggiamento di indifferenza innanzi agli importanti eventi, ma le idee innovatrici sono già penetrate nelle menti di molti veneziani, una di quelle menti è quella del giovane Foscolo.

IL CONTESTO FILOSOFICO-LETTERARIO

Il poeta vive una tumultuosa e non lunga vita a cavallo di due secoli, il XVIII e il XIX, molto diversi tra loro. Del primo porterà con sé la concezione materialistica e meccanicistica del mondo, come fu anche per Leopardi, e il gusto neoclassico. Del secondo assimilerà i valori di patriottismo, umanità, solidarietà e amore. Resosi consapevole di quel dissidio, si pone, ostinato, come arbitro del suo destino, operando delle scelte coerenti con il suo pensiero, che gli costeranno innumerevoli sofferenze e sacrifici sul piano umano ed economico.
Ateo convinto, egli vede l'universo come una realtà puramente materiale, dove tutto è
cadùco e destinato a finire, la stessa anima non è immortale, non vi sarà una rinascita dopo la morte. Da qui deriva una visione sconsolata dell'esistenza, dominata da un'arcana forza in cui l'uomo è trascinato dal moto inarrestabile degli eventi e delle cose, contro cui è inutile lottare. Sembrerebbe la fine di tutto ma le risorse infinite del Foscolo fanno luce
nelle tenebre: a sovrastare la precarietà del mondo, si erge la Poesia,
fautrice della Fama infinita, che contrasta la finitezza dell' Universo. Reagisce al freddo
razionalismo, creandosi una propria religione, quella delle illusioni, che hanno il potere
di innalzare l'uomo dal suo stato di pessimismo e di scetticismo per elevarlo al bello, all'eterno, ai valori spirituali.

L'amore per il passato, che serve per meglio vivere e sopportare il presente, lo allontana ancor di più dal razionalismo astratto del pensiero illuminista, che fu avversario della tradizione, soprattutto quella medioevale, nella quale vedeva oscurantismo, superstizione e ignoranza. La sua visione della storia si avvicina a quella del Vico, e da lui apprende pure il concetto di fantasia, per mezzo della quale si trasfigurano la realtà e il pensiero in poesia. Nella sua lirica si trovano tantissimi riferimenti mitologici, è il suo neoclassicismo, che non è uno stile elegante, volto solo ad arricchire esteriormente i propri contenuti, bensì un ritorno nostalgico alle origini greche della sua infanzia e un afflato spirituale, capace di ridare all'uomo la sua essenza interiore più vera. Il richiamo al classicismo è insomma per lui un'esigenza dello spirito. In una lettera del 1808 egli così scrive: "Non oblierò mai che nacqui da madre greca, che fui allattato da greca nutrice, e che vidi il primo raggio di sole nella chiara e selvosa Giacinto, risuonante ancora de' versi con che Omero e Teocrito la celebravano". 

Tuttavia il suo amor patrio, la sua partecipazione concreta alle lotte per la libertà, il suo coraggio nella vita e sul campo di battaglia, la sua penna ammonitrice, fanno di lui un padre ideale dell' Ottocento italiano, a lui si rivolsero, prendendolo ad esempio sublime, i grandi eroi, poeti e scrittori, protagonisti della nostro Risorgimento, come il Mazzini, il Garibaldi, il Pellico, il Carducci, il Berchet, il Ruffini e altri ancora.

 

BIOGRAFIA

(di Maria Pia Perrotta)

Niccolò Ugo Foscolo nasce a Zante ( Zacinto ), isola greca dello Ionio, il 6 febbraio del 1778, suo padre Andrea è medico di bordo della marina veneziana; sua madre Diamantina Spathis è una greca di 31 anni, 7 più del marito. E' il primo di quattro fratelli, dopo di lui nasceranno Rubina e Giovanni Dionigi. Giulio, l'ultimo verrà alla luce nel 1787, quando tutta la famiglia si è già trasferita a Spalato; lì Ugo frequenta il Seminario, dove attende agli studi con poco profitto e viene espulso, per aver picchiato due maestri; lo confesserà al Monti, con rimorso, non per l'atto compiuto quanto per aver perso le proficue lezioni di latino.

Sono comunque quelli gli anni più tranquilli fino al 1788, quando muore il padre.
La madre parte quasi subito per Venezia, mentre i figli sono affidati alle cure della nonna materna e delle zie di Corfù; Ugo va a stare con una zia di Zacinto. Lì trascorre alcuni anni nel paesaggio selvatico e ridente dell'isola, libero di correre e vagare, saziando il suo animo curioso e irrequieto; compirà le prime galoppate e imparerà a nuotare in quell'infinito mare azzurro. E' di quel periodo un episodio "scandaloso" riportato da Spiridione De Biasi, raccoglitore di memorie locali, secondo il quale Ugo cercò di forzare le porte del ghetto ebraico della città, perché non poteva ammettere che venissero usate certe discriminazioni. L'età del colpevole e l'intercessione della zia fecero in modo che il gesto non avesse conseguenze, ma l'accaduto serve a spiegare l'intima natura del poeta, che prepotentemente andava manifestandosi.

Il 1792 è l'anno dell'arrivo a Venezia ed anche quella città esplorerà con interesse e ammirazione. Frequenta la scuola laica di San Cipriano a Murano, dove ha come primo maestro Angelo Dalmistro, il quale gli trae dall'animo l'amore, già latente, per la poesia. I primi anni a Venezia sono di dura povertà ma di studio intenso: non ancora diciottenne conosce i classici greci, latini e italiani ed i filosofi del settecento, poiché, insieme con la vena letteraria, è comparso un profondo interesse sul mistero della vita e del destino dell'uomo, dopo il tramonto definitivo della fede cristiana. Elabora un Piano di studi in cui determina un sistematico programma di letture. E compone le prime poesie, nelle quali si intravedono i suoi modelli, Parini, Alfieri e Monti. Frequenta, anche se saltuariamente le lezioni di Melchiorre Cesarotti, grande patriota e traduttore di Omero e di Ossian.

Raccoglie i primi successi e come uomo e come poeta, s'aggira per le vie e i caffè, con un logoro soprabito verde, come un bohemien ed è ammirato dalle donne. Una di queste, Isabella Teotochi Albrizzi, colta e affascinante, che lo accoglie nel suo salotto letterario, suscita in lui una grande passione, la prima di una lunga serie di amori, spesso infelici. Nel frattempo aderisce alle idee rivoluzionarie e giacobine, con il risultato di rendersi sospetto al governo oligarchico di Venezia e di essere costretto a rifugiarsi sui Colli Euganei, dove inizia un romanzo d'amore in lettere , Laura (l'abbozzo del futuro romanzo epistolare "Le ultime lettere di Jacopo Ortis"), e termina la prima tragedia, il Tieste, di stampo alfieriano. L'opera è rappresentata con enorme successo il 4 gennaio del 1797, nel teatro di Sant'Angiolo e replicata per trenta sere consecutive. Il pubblico, che apprezza la tragedia, è composto da giovani, democratici e patrioti.

Il suo temperamento impetuoso non permette a lungo una vita dedita soltanto alla scrittura e alla contemplazione filosofica, è tempo che quello spirito ruggente esploda in qualche modo:

" il pensiero sta per divenire azione".

Preso, oltre che dalla poesia, anche dai capovolgimenti storici, abbandona Venezia, riparando a Bologna, nella Repubblica Cispadana, lì scrive l'ode "A Bonaparte liberatore", in cui esorta il francese a liberare l'Italia e si arruola come tenente tra i Cacciatori a cavallo. Ma pochi mesi durano le sue speranze: quando torna a Venezia, chiamato come segretario del Comitato del governo democratico, apprende del vergognoso trattato di Campoformio (17 ottobre 1797), con il quale il Bonaparte cede Venezia agli Austriaci, e fugge a Milano. Lì conosce Parini , stringe maggiori legami con Vincenzo Monti, della cui moglie, Teresa Pickler, si innamora vanamente; diviene infine redattore del "Monitore italiano ", soppresso molto presto per la spregiudicatezza con cui si giudica l'operato dei Francesi. Di nuovo a Bologna incomincia a scrivere "Le ultime lettere di Jacopo Ortis", interrotto per andare a combattere contro gli austro-russi, nell'esercito francese guidato dal Massena, in Emilia e in Romagna (1799); ferito a Cento, partecipa successivamente alla difesa di Genova. 

Nella città ligure ristampa l'ode a Bonaparte, accompagnata da una sdegnosa lettera, che ammonisce il primo console a non farsi attirare dalla tirannide e a cancellare l'onta di Campoformio. Le imprese militari e le vicende amorose, da quel momento, saranno un susseguirsi ininterrotto, senza che lui tralasci la penna e da infaticabile scrittore qual è, compone l'ode " A Luigia Pallavicini caduta da cavallo"(1800), dedicata ad una nobildonna amica, rimasta sfigurata in seguito ad un incidente. Tra un'impresa militare e l'altra, a Firenze conosce Isabella Roncioni , che ama inutilmente, perché promessa ad un altro e dopo pochi mesi a Milano, dove è ritornato, dopo la vittoria francese di Marengo, intreccia una nuova relazione con Antonietta Fagnani Arese, per la quale scrive l'ode "All'amica risanata".

Nel 1802, compone per incarico del governo, l'Orazione a Bonaparte, per i comizi di Lione, dove il primo console aveva convocato i delegati d'Italia, volendo trasformare la Repubblica cisalpina in italiana. Pubblica le Ultime lettere di Jacopo Ortis e nel 1803 le Odi e i celebri dodici sonetti. E' di quest'epoca il Commento alla Chioma di Berenice, poema di Callimaco, tradotto in latino da Catullo.

Dal 1804 al 1806 emigra nella Francia del Nord, presso la divisione del generale Pino, per lo sbarco in Inghilterra, progettato dal Bonaparte e mai realizzato. Conosce l'inglese Fanny Emerytt e da quella relazione nasce una figlia di nome Floriana, della cui esistenza sarà ignaro fino al suo trasferimento in Inghilterra. Ritorna a Milano e nel 1807 pubblica il carme Dei Sepolcri, scritto dopo aver appreso la notizia dell'editto di Saint Cloud, emanato dal governo francese ( giugno del 1804), il quale comandava che i cadaveri dovessero essere seppelliti fuori della città, in pubblici cimiteri, senza distinzioni di classe. Un anno dopo sarà professore di eloquenza all'università di Pavia, ma la cattedra sarà soppressa da Napoleone, ormai sospettoso di ogni forma di libero pensiero.

Da quella cattedra il Foscolo ha il torto di non proferire parole leziose nei confronti dell'imperatore e di richiamare gli Italiani, incitandoli alla rinascita e alla libertà. Nel contempo viene attaccato con satire ed epigrammi da maligni avversari e dal Monti, con cui rompe ogni rapporto. Risponde alle accuse, non rendendosi conto di prodigare troppi onori a coloro che non lo meritano, ma è consapevole della sua indole dignitosa fino all'estremo e rivolge al Monti queste memorabili e schiette parole: "Discenderemo entrambi nel sepolcro, voi più lodato certamente, io forse più compianto; il vostro epitaffio sarà un elogio; sul mio si leggerà che, nato e cresciuto fra tristi passioni, ho serbato la mia penna vergine di menzogne." 

Il 1811 vede nascere un'altra sua tragedia, l'Aiace, nella quale si intravedono allusioni antinapoleoniche, è di nuovo ramingo da Milano a Venezia, da Bologna a Firenze. Nuovi amori, nuove passioni: con la milanese Maddalena Bignami, con la contessa Cornelia Martinetti e a Firenze con Quirina Mocenni Magiotti. Nella villa di Bellosguardo, dove si è rifugiato, per trovare un po’ di pace, si dedica alla composizione dell'ultimo capolavoro, le Grazie e nel 1813 termina la terza tragedia, la Ricciarda, che ottiene maggiore successo della seconda.

All'annuncio della sconfitta napoleonica a Lipsia (1813), corre di nuovo in battaglia per la difesa dell'Italia. Porta, nel frattempo a compimento, la traduzione del Viaggio sentimentale dell'inglese Lorenzo Sterne e la Notizia intorno a Didimo Chierico, satira contro i letterati suoi avversari, in cui traccia un nuovo e più disincantato ritratto ideale di sé. Nel 1814 Napoleone abdica e la Lombardia è annessa all'Austria.

L'esilio

Viene invitato dal governo austriaco a collaborare alle iniziative culturali del regime, in un primo momento è incerto se accettare o meno, però alla vigilia del giorno in cui deve prestare giuramento di fedeltà agli invasori, non ha più esitazioni e lascia definitivamente l'Italia per andare in volontario esilio, prima in Svizzera e poi in Inghilterra. Si congeda dalla famiglia con una bellissima lettera, in cui scrive, tra l'altro:" L'onore mio e la mia coscienza mi vietano di dare un giuramento che il presente governo domanda per obbligarmi a servire nella milizia, dalla quale le mie occupazioni e l'età mia e i miei interessi mi hanno tolta ogni vocazione. Inoltre tradirei la nobiltà, incontaminata fino ad ora, del mio carattere col giurare cose che non potrei attenere, e con vendermi a qualunque governo. Se dunque, mia cara madre, io mi esilio, tu non puoi né devi né vorrai querelartene, perché tu stessa mi hai ispirati e radicati col latte questi generosi sentimenti; e mi hai più volte raccomandato di sostenerli". E' l'atto conclusivo della vita di un uomo, che non piegò mai la testa di fronte al tiranno e che preferì una terra straniera, per non barattare la sua libertà con le lusinghe e le ricompense dei nemici.

In Svizzera dimora fino al 1816, incalzato dalle ristrettezze finanziarie e dalle persecuzioni della polizia austriaca, unico sollievo sono le lettere di Quirina Mocenni,
che lo conforta col proprio affetto e lo aiuta economicamente. Decide comunque di approdare in Inghilterra e, prima di andarsene, riconoscente, scrive una commovente lettera alla donna, chiedendola in moglie. La risposta di lei ,che lo conosce nel profondo, forse più di qualunque altro, è sincera e nobile :"Tu perderesti il solo bene che ti resta, la libertà e l'indipendenza assoluta; io non potrei offrirti quel che vorrei di cui madre natura mi fu avara, e che l'età mi toglie. Vorrei piuttosto morire che essere cagione del tuo malcontento. Tu puoi trovare una compagna che sia degna di te, nobile, giovane, ricca, avvenente, amabile….io, non avendo nessuna di queste doti, ti sarei a carico come moglie".

A Londra trova migliore accoglienza, per la sua fama di autore dei Sepolcri e per non essersi piegato di fronte a Napoleone, acerrimo nemico dell' Inghilterra. Ciò nonostante la sua personalità singolare e i suoi scatti di ira, creano qualche perplessità nella imperturbabile e composta società inglese. Si raccontano gustosi episodi, accaduti nei migliori salotti, dove Foscolo, oltre a fare sfoggio della sua eloquenza, si abbandonava a gesti impulsivi come, quando, dopo aver perso ad una partita a scacchi, si strappava i capelli e faceva volare dal tavolo tutto quello che vi era sopra; oppure quando, preso dai suoi discorsi enfatici ed appassionati, camminava in lungo e in largo per la stanza, dimenandosi e gesticolando. Non di meno il suo aspetto arruffato, il suo sguardo di fuoco, creavano disagio nei malcapitati spettatori. Lo scrittore Walter Scott, ci dà un convincente ritratto del poeta, descrivendolo con l'ironia tipica degli Anglosassoni, in una pagina del suo diario, datata 24 novembre 1825: "A proposito di forestieri, a Londra albergava, un quattro o cinque anni fa, uno di quegli animali che sono Leoni (inteso, il termine, come celebrità letteraria)dapprima, ma che in un paio di stagioni diventano con regolare metamorfosi cinghiali (seccatori), un certo Ugo Foscolo, immancabile nella bottega dell'editore Murray e nei ritrovi letterari. Brutto come un babbuino e insopportabile presuntuoso schiamazzava, infuriava e disputava senza aver nemmeno un'idea dei principi secondo i quali gli uomini di giudizio ragionavano, e strepitava tutto il tempo come un maiale quando gli tagliano la gola". Ma il suo genio superava di gran lunga il suo carattere irascibile e, se alcuni lo abbandonarono per il suo caratteraccio, altri continuarono ad apprezzarlo per l'ingegno, che oscurava fortunatamente la sua indole bizzosa. La vita lussuosa della città, gli fa spendere più denaro di quanto possa permettersi, perciò è costretto a lavorare alacremente, per pagare i debiti.

Finalmente incontra la figlia Floriana, dalla quale ha tremila sterline, avute in eredità dal nonno, Foscolo le spende per la costruzione di una magnifica villa, che chiama Digamma - Cottage e fa arredare con gusto raffinato. Il sogno dura fino al 1823, poiché il numero dei creditori si fa pressante ed è costretto lasciare la villa per andare ad abitare in un modesto appartamento. Scrive incessantemente soprattutto opere critiche come il Discorso sul testo della Divina Commedia e il Discorso storico sul testo del Decamerone. Ridotto agli estremi, vende i suoi libri e dà lezioni private.

Rifiuta sdegnosamente l'aiuto sincero di alcuni amici e preferisce vagare sotto falso nome di quartiere in quartiere, per sfuggire ai creditori e all'arresto. La sua forte fibra e il suo morale cominciano a cedere e pensa di tornare a morire nella sua terra, ma il destino sta per compiersi, quello che lui ha temuto e profetizzato nei suoi scritti, sta per accadere. Trattenuto da varie incombenze, non riuscirà a partire e si ritira in un villaggio poco distante da Londra, Turnham Green, assieme alla figlia, che, devota e affettuosa, non lo abbandonerà mai fino alla morte.

Gli stenti, le delusioni, la nostalgia hanno ragione di lui, ammalato di idropisia, si spegne il 10 settembre 1827, alle ore 8 e tre quarti di sera. Viene seppellito nel cimitero di Chiswick. Davanti a quella tomba si inginocchieranno altri due "grandi",
Mazzini e Garibaldi. Essi, come tanti eroi del Risorgimento, lo riterranno un esempio e un maestro di grandi virtù, capace di accendere gli animi per la rinascita della propria terra.

Le sue spoglie dovranno attendere molti anni per poter riposare in patria: nel 1871,quando l'unificazione italiana è finalmente del tutto compiuta, vengono trasportate a Firenze e tumulate in Santa Croce, dove riposano accanto agli illustri, che egli ha celebrato nei Sepolcri.

LE ULTIME LETTERE DI 
JACOPO ORTIS

E' un romanzo travagliato come la vita dell'autore, che fu impegnato in quel lavoro per oltre un ventennio. Nel 1796 scrive una storia d'amore, "Laura, lettere", come dettava la moda del tempo, ispirata a Isabella Teotochi Marin, che mentre amoreggiava col Foscolo, sposò in seconde nozze il gentiluomo Giuseppe Albrizzi. 
Nel 1798 l'autore conduce la seconda stesura, con il titolo di "Ultime lettere di Jacopo Ortis" questa volta la donna ispiratrice è Teresa Pickler, moglie del Monti e amore non corrisposto, a cui si aggiunge la cocente delusione di Campoformio. 

Coinvolto negli eventi storici, è costretto a fuggire da Bologna, per l'arrivo degli Austriaci. Prima di partire, Foscolo affida la stampa all'editore bolognese Marsigli, il quale, pensando di voler finire il libretto e di venderlo, incarica un certo Angelo Sassoli di completarlo. L'opera viene riveduta e modificata, secondo le nuove esigenze politiche, e pubblicata sotto il nuovo titolo Vera storia di due amanti infelici, in due volumetti, col risultato di stravolgere l'intento e le idee dell'autore. Ritornati i Francesi, dopo Marengo, il romanzo viene ripubblicato con il titolo e il testo della prima edizione. Tutto fa credere che Foscolo abbia accantonato definitivamente il progetto, ma un giorno, passando per una libreria, egli indirizza lo sguardo sulla famigerata Vera storia di Sassoli, si precipita a Bologna, nella bottega di un certo Paviglione, dove accade una scenata furibonda, in cui costringe, con gesti plateali e minacciosi, l'uomo ad una pubblica smentita. 

Riprende la stesura, ispirandosi al suo amore contrastato per Isabella Roncioni e al dolore di patriota deluso. Nel lasso di tempo che intercorre tra la fuga da Bologna, le varie battaglie e la pubblicazione quasi definitiva della Ortis, depurato dalle manipolazioni, dimora a Milano ove conosce Antonietta Fagnani, sposata al conte Arese, con la quale vive una relazione agitata e clandestina, perché lei non è sincera e lui troppo impetuoso ed esigente. Tra litigi e rappacificazioni anche questo rapporto si conclude in modo burrascoso, indubbiamente tale esperienza lascia il segno e arricchisce, anzi rigenera lo stile poetico dell' uomo, finalmente libero da quel groviglio di passioni che la donna aveva provocato in lui.
Il libro finalmente viene dato alle stampe nel 1802, secondo lo spirito intenzionale
del suo creatore, piace moltissimo e viene tradotto in varie lingue.
Durante il periodo della partenza per l'esilio il poeta lo rimaneggia e lo pubblica a Zurigo nel 1816, con l'aggiunta della lettera del 17 marzo 1798, violentemente antinapoleonica.
La quarta e ultima edizione esce con pochi ritocchi, nel 1817, a Londra.

L'Ortis è un romanzo epistolare a carattere biografico, che trova radici nella tradizione narrativa europea del secondo settecento, la quale generò romanzi sentimentali di enorme successo. A quel tempo infatti erano nati due capolavori su questa scia: la Nouvelle Héloise di Jean Jacques Rousseau e I dolori del giovane Werther di J. Wolfang Goethe; fu soprattutto a quest' ultimo che si ispirò Ugo Foscolo (gli infelici protagonisti dei due romanzi, quello tedesco e quello italiano, si suicidano entrambi), che però volle sottolineare anche le differenze delle due opere, di cui la più sostanziale è il motivo politico e patriottico, che nel Werther non esiste. In una lettera al Bartholdy del 1808, il poeta diceva: " Werther e Jacopo sono per natura differentissimi; il primo sogna, il secondo dispera, sia dell' amore che della indipendenza della patria".

La trama

E' la storia dei due ultimi anni di vita (1797 - 1799) del giovane Jacopo, che ha una corrispondenza epistolare con un fedele amico, Lorenzo Alderani (il poeta e drammaturgo G.B.Niccolini ), al quale confida l'angoscia per la delusione d'amore e per la sorte toccata alla sua terra, venduta da Napoleone, all' Austria.
Jacopo, affranto, lascia Venezia, perché è nelle liste di proscrizione e si rifugia nei luoghi d'origine della sua famiglia, nei Colli Euganei, dove scrive e vive in solitudine, interrotta di tanto in tanto, dai rapporti con la gente del posto, a cui legge le " Vite "di Plutarco e assaporando la bellezza della natura circostante."Il sacrificio della patria nostra è perduto; e la vita, seppure ne verrà concessa, non ci resterà che per piangere le nostre sciagure e la nostra infamia." Il tormento interiore è lenito, quando conosce Teresa, una "fanciulla celeste", di buona famiglia, promessa in sposa a Odoardo, uomo buono ma freddo e privo di slanci, che lei non ama. Jacopo frequenta la casa di Teresa ma l'unione tra i due giovani non può concretizzarsi anche perché lei non vuole disubbidire al padre. In una delle loro passeggiate, visitano la tomba del Petrarca ad Arquà.

"Noi proseguimmo il nostro breve pellegrinaggio fino a che ci apparve biancheggiar da lungi la casetta che un tempo accoglieva  Quel Grande alla cui fama è angusto il mondo, per cui Laura ebbe in terra onor celesti. Io mi vi sono appressato come se andassi a prostrarmi su le sepolture de' miei padri, e come uno di que' sacerdoti che taciti e riverenti s'aggiravano per li boschi abitati dagl'Iddii. La sacra casa di quel sommo italiano sta crollando per la irreligione di chi possiede un tanto tesoro. Il viaggiatore verrà invano di lontana terra a cercare con meraviglia divota la stanza armoniosa ancora dei canti celesti del Petrarca. Piangerà invece sopra un mucchio di ruine coperto di ortiche e di erbe selvatiche, fra le quali la volpe solitaria avrà fatto il suo covile".


Per non turbare ulteriormente la donna amata, Jacopo lascia i Colli Euganei, va a Padova ove non trova pace al suo tormento e ritorna da Teresa, vicino alla quale ha brevi attimi di felicità, come quella del primo bacio."Dopo quel bacio io sono fatto divino. Le mie idee sono più alte e ridenti, il mio aspetto più gajo, il mio cuore più compassionevole. Mi pare che tutto s'abbellisca a' miei sguardi: il lamentar degli augelli, e il bisbiglio de' zefiri fra le frondi son oggi più soavi che mai; le piante si fecondano, e i fiori si colorano sotto a' miei piedi; non fuggo più gli uomini, e tutta la natura mi sembra mia" Poi ripiomba nella disperazione più cupa e pensa al suicidio, lo trattiene solo il pensiero di arrecare dolore alla madre. Ritorna a viaggiare per l'Italia e a Firenze visita Santa Croce : "Dianzi io adorava le sepolture di Galileo, del Machiavelli, e di Michelangelo; e nell'appressarmivi io tremava preso da brivido. Coloro che hanno eretti que' mausolei sperano forse di scolparsi della povertà e delle carceri con le quali i loro avi punivano la grandezza di que' divini intelletti? Oh quanti perseguitati nel nostro secolo saranno venerati da' posteri! Ma e le persecuzioni a' vivi, e gli onori a' morti sono documenti della maligna ambizione che rode l'umano gregge."

Giunge poi a Milano, dove incontra Parini, il vecchio saggio che gli parla con pacatezza e che cerca di fargli capire come è dura la strada scelta, la quale, se non sarà accompagnata dalla moderazione, potrà produrre effetti negativi e contrari agli scopi proposti .La virtù dell'uomo coraggioso è tale pure perché saggiamente viene messa da parte, aspettando tempi migliori, se ve ne saranno."Addio, mi disse, o giovine sfortunato. Tu porterai da per tutto e sempre con te le tue generose passioni, alle quali non potrai soddisfare giammai. Tu sarai sempre infelice. Io non posso consolarti co' miei consigli, perché neppure giovano alle mie sventure derivanti dal medesimo fonte."

Preso dal suo furore esistenziale, Jacopo continua la sua fuga da se stesso e dal mondo, a Ventimiglia, a Nizza, poi pensa di andare in Francia ma, pentito, torna indietro; passa per Alessandria, per Rimini. Apprende la notizia del matrimonio di Teresa e si fa strada in lui l'idea di togliersi la vita. A Ravenna visita la tomba di Dante. Ritorna sui Colli Euganei, si chiude nello studio, esaminando tutte le sue carte, che in parte distrugge. Si allontana di nuovo e va dalla madre, per un ultimo abbraccio, poi torna sui suoi passi e prima di morire, scrive due lettere, una a Lorenzo e una a Teresa. Al primo scrive tra l'altro: "E tu Lorenzo mio, leale ed unico amico, perdona. Non ti raccomando mia madre; ben so che avrà in te un altro figliuolo……Ah finché io non bramava che un amico fedele, io vissi felice. Il cielo te ne rimeriti! Ma e tu pure non ti aspettavi ch'io ti pagassi di lagrime. Pur troppo ti pagherei a ogni modo di lagrime! or tu non proferire su le mie ceneri la crudele bestemmia…" Alla seconda scrive:  "Torno a te, mia Teresa. Se mentre era colpa per te l'ascoltarmi, ascoltami almeno in queste poche ore che mi disgiungono dalla morte; le ho riserbate tutte a te sola. Avrai questa lettera quando io sarò sotterrato… Tu piangerai i miei giorni svaniti al pari di una visione notturna; piangerai il nostro amore che fu inutile e mesto come le lampade che rischiarano le bare dei morti. Oh sì, mia Teresa; dovevano pure una volta finir le mie pene." 

Infine mette in atto il suo lungamente meditato progetto e si uccide. Sarà Lorenzo a trovare il corpo insanguinato di Jacopo, al collo del quale scoprirà l'immagine della donna amata.

L'amicizia, la virtù, la bellezza, l'amore, il culto delle tombe, le tradizioni, la famiglia, l'esilio, la poesia, la natura, l'arte e la storia sono i temi proposti nell' opera, che saranno celebrati, in maniera più completa e sublime nei Sepolcri.
L'Ortis può essere considerato il primo romanzo moderno della nostra letteratura, che non ha una collocazione precisa come il romanzo di Manzoni e di Verga, in quanto nella sua scarsa omogeneità, rappresenta piuttosto una vibrante e vigorosa pagina introspettiva, di grande valore storico, che mette a nudo un animo appassionato e ribelle ad ogni forma di prevaricazione. I sentimenti "forti" espressi dall' autore con accorata e testarda convinzione, fecero del libro una reliquia cara ai patrioti del Risorgimento italiano, primo fra tutti il Mazzini che lo imparò a memoria, i quali lo lessero con trasporto e commozione, traendovi la forza necessaria, per portare avanti fieramente la causa nazionale della rivoluzione ottocentesca italiana.

 

DEI SEPOLCRI


E per immortalare i pensieri e gli affetti umani, Ugo Foscolo creò 
 "Dei Sepolcri", considerati universalmente il suo capolavoro. 



Li scrisse tra il marzo e i primi di settembre del 1806 in 295 versi endecasillabi sciolti, sotto forma di epistola, indirizzata all'amico Ippolito Pindemonte, che aveva scritto pure lui un carme intitolato " I Cimiteri" ed è l'unica sua opera che non subisca nel tempo correzioni e rifacimenti.


La prima edizione  "Dei Sepolcri"

 L'editto napoleonico di Saint - Cloud del 12 giugno 1804, emanato in Francia ed esteso in Italia nel 1805, decretava un'anonima sepoltura per tutti i defunti, a prescindere dallo stato sociale e dal contributo, che essi avevano dato sulla terra, in pubblici cimiteri, fuori delle città, con lapidi tutte uguali, senza titoli e sottoposte a censura. Il provvedimento scatenò accanite polemiche, incentrate soprattutto sul fatto che esso sembrava colpire il sentimento cristiano. 

A quelle discussioni partecipò anche il Foscolo, che in un primo momento fu favorevole a quella iniziativa, per la sua dottrina sensistica, ma poi si ricredette, mosso dalla sua coscienza di politico e patriota. Rifiutò quella pianificazione, pensando particolarmente alle tombe dei grandi, ritenendole il patrimonio più caro, che un paese possa tenere e conservare, a dispetto dell'opera distruttrice del tempo. 
Ad esse - proferiva - si rivolgeranno i cittadini nel momento della riscossa nazionale e da esse trarranno il coraggio e la forza per liberare la patria. I monumenti, inutili ai morti, sono invece utili ai vivi, in quanto producono sentimenti e affetti, trasmessi dalle persone giuste; solo coloro che hanno condotto una vita indegna e malvagia, devono sperare di essere dimenticati, perché non hanno insegnamenti da dare alle generazioni future .

Da una visione angusta e sconsolata della morte egli arriva alla celebrazione
universale della gloria terrena, in un crescendo di meditazioni sulla natura, sulla poesia, sull'amor patrio, sul dialogo tra i vivi e i morti, sugli eroi e tutti gli uomini operosi.
Si suole credere che il suo carme abbia preso spunto dalla poesia sepolcrale, allora molto in voga; certamente egli lesse gli scritti sulle tombe sia di autori italiani che inglesi, come il Saggio intorno al luogo del seppellire di Scipione Piattoli, I Cimiteri di G.B. Giovio oppure i Pensieri Notturni di Edoardo Young, le Meditazioni sulle tombe e le Contemplazioni di Giacomo Hervey, l'Elegia scritta in un cimitero di campagna di Tommaso Gray, ma i suoi motivi ispiratori furono molto più profondi e diversi: il rispetto e l 'ammirazione per uomini integri come il Parini vittima di una indegna sepoltura; il culto pietoso delle tombe familiari; il ricordo inossidabile per le glorie ospitate in Santa Croce; la visione di Firenze che diede i natali a Dante; i ricordi bellici di Maratona e della Grecia mitica di Achille e di Aiace; la triste e cruenta storia di Troia, le leggende di Elettra, di Ilo fondatore della città; l'amore per l'antichità e per Omero; il rispetto per il coraggio e il sacrificio di Ettore. Ma più di tutti il problema della morte. 
E' alla legge del Fato ineluttabile che il Foscolo non si rassegna e inventa la religione delle tombe, con la quale gli uomini vinceranno la fugacità della vita umana e con la loro poesia, creatura eterna, immortaleranno il nome dei trapassati.

Nei Sepolcri confluiscono idee scientifiche e filosofiche di indirizzo positivistico, storiche di tipo vichiano, politiche per la forte avversione a Napoleone e le simpatie britanniche; e morali per il monito che egli dettò agli Italiani. In questa luce il poeta acquista la posizione di "vate" della nazione italiana, che risorgerà proprio guardando alle tombe degli illustri, e si sentirà inoltre investito dello stesso compito di Omero, cioè quello di cantore dei miti e degli eroi.

Dopo aver ultimato il poemetto, l'autore ne seguì con cura la stampa, la cui prima edizione si ebbe a Brescia, presso la casa editrice Bettoni, nel 1807. Non gli mancarono le critiche e gli attacchi, in particolare quelle dell'abate francese Aimé Guillon, a cui il Foscolo rispose con l'opuscoletto Lettera a Monsieur Guillon su la sua incompetenza a giudicare i poeti italiani, nel quale, oltre a spiegare le sue idee, ci dà un estratto, come ebbe a dire lui stesso, del Carme:
" I monumenti, inutili ai morti, giovano ai vivi, perché destano affetti virtuosi lasciati in eredità dalle persone dabbene" (vv. 1-40).
"Solo i malvagi, che si sentono immeritevoli di memoria, non la curano" (vv.41-50).
"A torto, dunque, la legge accomuna la sepoltura dei tristi e de' buoni, degli illustri e degl'infami" (vv. 51-90).
" Istituzione della sepoltura, nata col patto sociale "(vv. 91-96).
" Religione per gli estinti derivata dalle virtù domestiche" (vv. 97-100).
" Mausolei eretti dall'amor della patria agli eroi" (vv. 101-104).
" Morbi e superstizioni dei Sepolcri promiscui nelle chiese cattoliche" (vv.105-114).
" Usi funebri de' popoli celebri "(vv.115-136).
" Inutilità de' monumenti alle nazioni corrotte e vili" (vv.137-150)
" Le reliquie degli Eroi destano a nobili imprese e nobilitano le città che le raccolgono" (vv. 151-154).
" Esortazioni agl'Italiani di venerare i sepolcri dei loro illustri concittadini; quei mo-
numenti ispireranno l'emulazione agli studi e l'amor della patria, come le tombe di Maratona nutriano ne' Greci l'aborrimento a' Barbari" (vv.155-212).
" Anche i luoghi ov'eran le tombe de' Grandi, sebbene non vi rimanga vestigio, infiammano la mente de' generosi" (vv.213-225).
" Quantunque gli uomini di egregia virtù sieno perseguitati vivendo, e il tempo distrugga i lor monumenti, la memoria delle virtù e de' monumenti vive immortale negli scrittori e si rianima negl'ingegni che coltivano le muse" (vv.226-234).
" Testimonio il sepolcro d'Ilo, scoperto dopo tante età da' viaggiatori che l'amor delle lettere trasse a peregrinar nella Troade" (vv.235-240).
" Sepolcro privilegiato dai Fati, perché protesse il corpo d'Elettra, da cui nacquero i Dardanidi, autori dell'origine di Roma e della prosapia de' Cesari signori del mondo"(vv.241-253).
" L'autore chiude con un episodio sopra questo sepolcro"(vv-254-295).

A parte i denigratori, il volumetto ebbe molti giudizi lusinghieri tra i contemporanei e i posteri. Silvio Pellico, dopo averlo letto, ne rimase entusiasta a tal punto da scendere in Italia dalla Francia, dove si trovava, per partecipare alla Carboneria. Il Carducci definì l'opera "la sola poesia lirica nel significato pindarico che abbia l'Italia", per le sue continue transizioni da un motivo all'altro, che però si agganciano a dei punti chiave. Benedetto Croce collocò il Foscolo tra i maggiori poeti dell'Ottocento e il De Sanctis chiamò i Sepolcri "la prima voce della nuova letteratura, l'affermazione della coscienza rifatta, dell'uomo nuovo".

I versi del carme infondono un senso di pacatezza e di appagamento in chi li legge, perché il poeta ha finalmente dato, ai suoi sentimenti contrastanti, una dimensione di compostezza e quiete interiore, che sono del tutto assenti nell'animo tormentato ed irrequieto di Jacopo; egli non pensa più al suicidio, perché si è riconciliato con la vita e, sopra di ogni altra cosa, con la morte, che non è intesa, ora, come la fine di tutto ma come una fase di transizione, dopo di essa, infatti, l'uomo continuerà a vivere e a perpetuare il ricordo di se stesso, attraverso l'intelletto e il cuore dei superstiti.

(di Maria Pia Perrotta)

Bibliografia
*Enzo Mandruzzato: " Foscolo " - Biblioteca Universale Rizzoli/ G. Floccia: " Storia della letteratura italiana " 
* Loffredo/ M. Pazzaglia: " L'ottocento " (testi e critica con lineamenti di storia letteraria)-
* Zanichelli/ Università degli studi di Napoli, facoltà di lettere e filosofia: dagli" Scritti in onore di N.Petruzzellis"-
* ed.Giannini, il capitolo: Foscolo e Rossetti, due esuli a confronto
* U.Foscolo: " Poesie e prose scelte " a cura di F.Biondolillo - Ed.Sc.Mondadori

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