GIULIO CESARE

CESARE:
101 a. C.  13 Luglio - Nasce a Roma
(si narra dopo un parto "cesareo" della madre moribonda durante le doglie)
in una modesta casa di Roma, nella popolare Suburra.
Il pafre annoverava tra gli antenati anche il primo e grande re romano, Romolo.
84 a. C. - Sposa la figlia di Cinna
77 a. C. - Fa il suo esordio politico con l'orazione contro Dolabella
76 a. C. - Viaggia in Grecia per studio
68 a. C. - E' questore
65 a. C. - Viene eletto edile
62 a. C. - Diventa pretore
60 a. C. - Nasce l'accordo con Pompeo e Crasso (1° Triumvirato)
59 a. C. - Viene eletto console
58 a. C. - Inizi la 1a guerra gallica
49 a. C. - Cesare passa il Rubicone
48 a. C. - Nella battaglia di Farsala sconfigge Pompeo
47 a. C. - Nuove campagne in Africa e in Oriente
46 a. C. - Celebra il trionfo a Roma
45 a. C. - Cesare vince a Munda - E' nominato "imperator"
44 a. C. - Cesare è ucciso, trafitto da ventitrè pugnalate il 15 marzo (Idi di Marzo)

IL RUBICONE - LA GUERRA CIVILE
LOTTA CON POMPEO,

IL PASSAGGIO DEL RUBICONE - POMPEO NELL' ITALIA MERIDIONALE - ASSEDIO DI BRINDISI - POMPEO FUGGE A DURAZZO - CESARE A ROMA - ASSEDIO DI MARSIGLIA - LA PRIMA GUERRA DI SPAGNA - RITORNO DI CESARE IN ITALIA - LA GUERRA IN ILLIRIA - SUCCESSO DEI POMPEIANI - BATTAGLIA DI FARSAGLIA - FUGA DI POMPEO IN EGITTO - MORTE DI POMPEO - TOLOMEO E CLEOPATRA - LA GUERRA ALESSANDRINA - BATTAGLIA DEL NILO E FINE DI TOLOMEO - BATTAGLIA DI ZIELA - "VENNI, VIDI, VINSI" - CELIO RUFO E MILONE - SECONDA DITTATURA DI CESARE - PROVVEDIMENTI DI CESARE - AMMUTINAMENTO DI TRUPPE IN CAMPANIA
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DAL RUBICONE ALLE IDI DI MARZO

IL PASSAGGIO DEL RUBICONE - CESARE PADRONE D'ITALIA

Terminata la guerra in Gallia, rientrato in Italia, CESARE con la sua legione aveva posto il campo a Ravenna. Il 1° marzo del 49 a.C. scadeva il suo mandato in Gallia, e dunque sarebbe dovuto tornare a Roma da privato cittadino; la prospettiva era d'essere esposto all'attacco dei suoi nemici, e in primo luogo, di Pompeo, che non avrebbe certo né ceduto né diviso con lui il potere.

CESARE reagisce poi con durezza, quando il console CLAUDIO MARCELLO ai primi di gennaio, appena prese le funzioni di console, propone al Senato il suo richiamo a Roma prima ancora del termine. Gli inviarono un ultimatum con un termine stabilito per deporlo dal comando dell'esercito.
Cesare rifiutando quest'ordine, inizia la sua ribellione.

Quando Cesare poi seppe che il Senato - dopo il suo rifiuto - lo aveva dichiarato nemico della Repubblica e MARC'ANTONIO, CASSIO, CURIONE E M. CELIO, fuggiti da Roma l'8 gennaio, erano giunti ad Arimino (Rimini).
Per Cesare la misura era colma; Cesare non poteva più aspettare e lasciare che i suoi nemici raccogliessero forze contro di lui. Era necessario rinnovare il gesto di Silla e presentarsi sotto le mura di Roma, non come nemico, non sotto le vesti di Coriolano, ma come giustiziere, per difendersi da coloro che per primi avevano violato la legge della patria.
CESARE non aveva con sé che una Legione: cinquemila fanti e trecento cavalli, né poteva aspettare che lo raggiungessero le truppe lasciate nella Transalpina; ma contava molto sulle due legioni che aveva cedute per la guerra contro i Parti e che avrebbero indubbiamente sposata la sua causa, contava su tutti i suoi veterani mandati in congedo, contava sul popolo, il quale lo considerava suo campione e sarebbe subito accorso sotto le sue insegne, e contava soprattutto sulla sua fortuna.

Senza perder tempo radunò i suoi legionari e, informati della situazione e dell'offesa recata a lui e al popolo, con parole di fuoco li persuase a seguirlo, poi si mise in marcia verso Arimino e giunse alla sponda sinistra del Rubicone (nella sponda destra sorge oggi Bellaria).
Qui si fermò: quel piccolo fiume pur povero d'acque segnava il confine tra l'Italia e la Cisalpina; nessun romano poteva passarlo in armi senza il permesso della Repubblica. Di là dal Rubicone pure Cesare era sì il proconsole delle Gallie, rivestito d'imperio, ma di qua dal corso sarebbe stato un ribelle.

Cesare parlò ancora ai suoi soldati, espose loro i pericoli cui andavano incontro, disse che, passando sulla sponda opposta, avrebbero dovuto proseguire con il ferro in pugno, poi, letto negli occhi dei suoi il fermo proposito di seguire ovunque il loro generale, esclamò: - "Alea jacta est" "il dado è tratto !" e spinse il cavallo nel fiume, seguito dai legionari.
Scrive Appiano che Cesare, prima di passare il Rubicone, affermasse:
"E' venuto il momento di rimanere per mia disgrazia al di qua del Rubicone o di passarlo per disgrazia del mondo".

Tito Livio commenta il gran passo con le seguenti parole rimaste famose:
"Alla testa di cinquemila uomini e trecento cavalli Cesare mosse contro l'universo"
.

All'alba del giorno dopo, il grande ribelle giungeva a Rimini e se ne impadroniva; e da Rimini si diffondeva rapidissima la notizia del suo arrivo insieme con un'altra più grave: che Cesare marciava su Pesaro e su Arezzo diretto a Roma.
Quella notizia produsse una grande impressione nella metropoli. Non si sapeva di quante forze disponeva il proconsole, le voci più disparate ed esagerate correvano sulle sue milizie e sulle sue intenzioni e si temeva che Cesare, penetrato a Roma, rinnovasse gli eccidi di Mario e di Silla.
Tutti gli sguardi erano appuntati su Pompeo e questi, il 17 gennaio del 49, anziché marciare alla testa delle sue truppe contro Cesare sostenne che si doveva abbandonare Roma e trasferire il governo nel mezzogiorno d'Italia, e dichiarò nemici della Repubblica i senatori e i magistrati che fossero rimasti in città.
Fu una fuga più che una ritirata; fuggirono i consoli, fuggì Pompeo, fuggì Catone, fuggì Cicerone che riparò a Formia; ma non tutti i senatori lasciarono la metropoli.
Cesare intanto da Rimini faceva un ultimo tentativo di risolvere la grande contesa pacificamente dichiarandosi disposto a ritornare nella Cisalpina se Pompeo si fosse recato in Spagna. Fallite però le trattative, iniziate privatamente, per l'opposizione del Senato, Cesare prese la storica decisione e si mosse dal Rubicone; ma non marciò su Roma; impadronitosi di Pesaro, Fano, Gubbio ed Osimo e ingrossato il suo esercito con le reclute che dovevano raggiungere Pompeo, scese verso l'Abruzzo. Poi risalì la stretta valle del Pescara

A Corfinio l'aspettava DOMIZIO ENOBARBO con il proposito di sbarrargli il passo; aveva trenta coorti con sé, ma non furono sufficienti a difendere la città che cadde in potere di Cesare insieme con Domizio, con Lentulo Spintero, Vitellio Rufo e Quintilio Varo.
Cesare fece allora comprendere che non intendeva imitare Mario e Silla, sbarazzandosi con la morte dei suoi nemici. Anziché uccidere Enobarbo o trattenerlo prigioniero, lo rimandò a Roma da Pompeo con tutti gli altri senatori caduti nelle sue mani, poi fece giurare alle coorti che non avrebbero brandito più le armi contro di lui e le inviò in Sicilia.
Era il 13 febbraio. Da quel giorno con la sua generosità Cesare si era assicurata la vittoria.
Alla testa di sei legioni ora marciava alla ricerca di Pompeo. Questi intanto si era rifugiato a Brindisi. Suo proposito era, poiché l'Italia era in potere del suo rivale e le città gli aprivano una dopo l'altra le porte, di trasferirsi in Oriente, dove contava molta amicizie, e di iniziare là la riscossa, mentre in Occidente lasciava la Spagna difesa dai suoi luogotenenti.

Da Brindisi. POMPEO aveva mandato a Durazzo i consoli, il Senato e parte dell'esercito, ed aspettava il ritorno delle navi per imbarcarsi con il resto delle truppe, quando giunse Cesare. Il proconsole delle Gallie invitò Pompeo ad un incontro, illudendosi ancora di convincerlo alla pace, ma il suo rivale rispose che nulla poteva fare senza l'autorizzazione dei consoli ed allora Cesare cinse d'assedio la città.
Ma per impedire a Pompeo la fuga bisognava chiudere il porto e Cesare non aveva navi per bloccarlo, perché tutta la flotta era in potere degli avversari. Cesare era però l'uomo che aveva scavato 28 chilometri di trincee dal lago Lemano al Giura e quindici chilometri di fossati intorno ad Alesia.
Concepì allora di chiudere il porto con una diga gigantesca iniziandone subito la costruzione, ma per la profondità dell'acqua fu costretto a sospenderla e fece continuare le opere di sbarramento con delle zattere munite d'ancora, coperte di graticci e di terra e difese da parapetti. Ma tutto questo lavoro non valse ad impedire la fuga di Pompeo, che appena disponibili le navi, prese il mare con le sue milizie e fece vela per Durazzo dove giunse il 17 marzo.

Il giorno dopo Cesare entrava a Brindisi senza colpo ferire e poiché non poteva inseguire il nemico sulle coste dell'Epiro, rimasto assoluto padrone d'Italia, si mise a fortificarne le coste, pose forti presidi a Brindisi, a Sponto, a Idrunto, a Taranto e a Turio, poi prese la strada per Roma.
Giunto nella capitale, Cesare convocò i senatori rimasti, espose loro le ragioni che lo avevano spinto a penetrare armato in Italia, affermò che era venuto per dare più forza alle leggi avendo di mira il benessere della Repubblica, si dichiarò pronto, a risolvere amichevolmente la contesa e propose che in seno al Senato si eleggesse una commissione che si recasse a trattare con Pompeo.
Ma nessuno dei Senatori volle assumersi tale incarico, temendo tutti le rappresaglie di Pompeo ai cui ordini avevano giù disubbidito nell'ascoltare Cesare.
Cesare allora decise di cominciare la conquista della province della Spagna. Occorrendogli molti denari per pagare le truppe chiese ed ottenne di prendere il tesoro segreto, composto - secondo Plinio - da quindicimila verghe d'oro. Solo il tribuno CECILIO METELLO tentò di opporsi; minacciato però di morte, tacque, e Cesare lasciato il governo di Roma al pretore M. EMILIO LEPIDO col titolo di prefetto dell' Urbe, e quello d' Italia a Marc'Antonio, partì per la Spagna.
Famose sono le parole pronunziate da Cesare all'atto della sua partenza, nelle quali è compendiata la situazione: "Andiamo a combattere un esercito senza generale; poi torneremo per combattere un generale senza esercito".

CESARE IN SPAGNA

Cesare prese la via delle Alpi, ma nel suo cammino verso la Spagna dovette sostare a Marsiglia, che, sobillata da DOMIZIO ENOBARBO, lì rifugiatosi dopo il fatto di Corfinio, si era dichiarata per Pompeo. Ma Cesare non poteva fermarsi troppo a Marsiglia. Conferì l'incarico perciò a TREBONIO e a DECIMO BRUTO di assediare la città con tre legioni e una flotta di dodici navi appositamente costruite ad Arelate (Arles); poi, preceduto da FABIO, si avviò verso la Spagna con sei legioni.
Qui POMPEO aveva sette legioni, cinque nella Citeriore comandate dai luogotenenti L. AFRANIO e M. PETREJO, due nell' Ulteriore con MARCO TERENZIO VARRONE.
Afranio e Petrejo erano accampati sopra un'altura presso la città di Ilerda (Lerida) sulla riva destra del Sicoris affluente dell' Ebro.
Quando Cesare giunse nella Spagna, Fabio era già tra il Sicoris e il Cinga, aveva sostenuto alcune scaramucce con i Pompeiani e costruiti due ponti sul primo fiume che assicuravano le comunicazioni e i rifornimenti.
Alcuni giorni dopo il suo arrivo, per lo sciogliersi delle nevi dei Pirenei i due fiumi improvvisamente s'ingrossarono, le acque, straripando, allagarono la campagna e i ponti andarono distrutti. Le truppe di Cesare si trovarono bloccate, in una critica situazione, destinate a perire di fame.
AFRANIO era così certo della prossima fine dell'esercito nemico che ne diffuse la notizia a Roma, dove i pochi partigiani di Pompeo ripresero animo e i molti senatori dubbiosi si schierarono con quest'ultimo. Fra questi c'era CICERONE, il quale si trovava a Cuma, aspettando che la fortuna si dichiarasse per l'uno o per l'altro dei due rivali. Saputa la notizia inviata da Afranio, si decise e, imbarcatosi, andò a raggiungere Pompeo.
Molti però si pentirono di aver prestato fede così presto ai Pompeiani di Spagna. Cesare aveva ricostruito i ponti, aveva ristabilite le comunicazioni e aveva approvvigionato il suo esercito e, mentre DECIMO BRUTO otteneva una vittoria sulla flotta di Massilia, lui riceva ambasciatori di cinque importanti città spagnole che giunsero a lui per fare atto di sottomissione.

Dunque le cose volgevano male per i due luogotenenti di Pompeo, i quali, temendo di essere assaliti alle spalle, decisero di abbandonare la loro posizione e ritirarsi nell'interno; ma Cesare, che vigilava, li inseguì tra i monti, dove, se avesse voluto, avrebbe potuto tagliare a pezzi le loro milizie. Cesare invece non volle spargere il sangue dei suoi stessi fratelli e preferì questa volta lui vincerli con la fame.
Afranio e Petrejo si accorsero ben presto che non avrebbero potuto continuare a resistere a lungo e, poiché le loro legioni avevano cominciato a fraternizzare con quelle di Cesare, il 2 agosto decisero di arrendersi.
Il vincitore secondo il suo costume, fu magnanimo con i vinti. Mandò liberi i due capi e congedò i soldati, moltissimi dei quali però vollero passare sotto le sue insegne.

Avuta così ragione dei Pompeiani della Spagna Citeriore, il proconsole mosse contro quelli dell' Ulteriore, la cui conquista gli riuscì più facile. Infatti, al suo apparire, una legione pompeiana passò subito dalla sua parte. Cordova, Gades, Siviglia, e Italica gli aprirono le porte e VARRONE, vista inutile anzi pericolosa ogni resistenza, si arrese pure lui.
La guerra in Spagna era finita più in fretta d'ogni più rosea previsione.

Lasciato il governo della Spagna a Q. CASSIO LONGINO, da Gades, per mare, Cesare si portò a Tarracona, poi per terra, a Narbo Martius e all'assediata Massilia, che, tormentata dalla fame e dalla peste, essendo DOMIZIO ENOBARBO fuggito, si arrese, consegnò le armi, le macchine guerresche, le navi e il denaro dell'erario al vincitore e ne ricevette un presidio di due legioni.
A Massilia, Cesare seppe che, durante la sua assenza, su proposta di LEPIDO, era stato dal Senato creato dittatore. .
Avuta nelle sue mani anche la colonia focese, Cesare fece ritorno in Italia. Passando per Piacenza punì con la morte dodici soldati che avevano istigato una legione ad ammutinarsi; giunto a Roma, vi esercitò la dittatura per soli undici giorni, durante i quali prese delle misure che le circostanze rendevano necessarie. Anzitutto occorreva risolvere la questione dei debiti, la quale aveva fatto scomparire il credito e il denaro, creando una situazione pericolosissima. I debitori volevano le "tabulae novae", che cioè i debiti fossero condonati; Cesare invece, con la sua legge "de pecuniis", stabilì l'annullamento degli interessi, imputando quelli pagati al capitale mutuato, ed autorizzò i debitori a saldare i loro debiti con terreni al prezzo di stima anteriore alla guerra civile. Questo provvedimento valse ad innalzare il credito. A far poi tornare in circolazione il denaro, giovò il divieto imposto ad ogni cittadino di tenere presso di sé più di sessantamila sesterzi.

Né questi furono i soli provvedimenti adottati da Cesare. Per ingraziarsi il popolo alleviandone la miseria e ad accrescere in Italia e fuori le proprie aderenze, ordinò una distribuzione gratuita di grano, concesse alle popolazioni di Gades e della Transpadana la cittadinanza romana e richiamò dall'esilio tutti i proscritti, eccettuati Milone e Cajo Antonio.
Poi si fece eleggere console con SERVILIO ISAURICO e, lasciate a MARC'ANTONIO sei legioni con l' incarico di raggiungerlo presto in Oriente, con altre sei partì per Brindisi. Qui s'imbarcò e raggiunse l'Epiro ma dopo un infruttuoso assedio di Durezza, dove si era rifugiato Pompeo con il suo esercito, puntò sulla Tessaglia.

LA VITTORIA DI FARSAGLIA

POMPEO in Oriente aveva approfittato dell'attività di Cesare in Italia e in Spagna, per radunare un esercito poderoso ed una flotta numerosissima.
Nove legioni costituivano il suo esercito; cinque le aveva condotte con sé dall'Italia, una, la "gemella", gli era venuta dalla Sicilia, un'altra dalla Macedonia, due erano state reclutate da Lentulo in Asia. Oltre queste truppe, altri soldati aveva raccolti nell' Epiro, in Tessaglia, nella Beozia, nell'Acaia e a Candia e due legioni gli doveva condurre dalla Siria Scipione. Numerosa era la cavalleria di cui disponeva Pompeo; settemila cavalieri romani ne formavano il nerbo, il resto era costituito di Cappadoci del re ARIOBARZANE, di Traci, comandati da SAFALE, figlio del re Coti, di Galati condotti dal vecchio re DEIOTARO, di Tessali e di Macedoni.

La flotta comprendeva cinquecento navi da guerra ed era posta agli ordini di BIBULO il quale aveva sotto di sé otto luogotenenti: SESTO POMPEO, LELIO, TRIASCO, CASSIO, MARCELLO, POMPONIO, LIBONE e OTTAVIO.
Le forze di Pompeo, erano di gran lunga superiori a quelle di Cesare, ma erano forze raccogliticce, soldati di molte nazionalità che non costituivano una salda compagine, che avevano metodi diversi di guerra e difettavano d'allenamento e di disciplina, mentre quelle di Cesare erano composte di veterani agguerriti che idolatravano il loro duce.
CESARE, eludendo la vigilanza della flotta avversaria, sbarcò sulle coste dell'Epiro il 4 gennaio del 48 a.C., s'impadronì di Erico e, passato nell' Illiria, prese Apollonia. Nell'attesa che MARC'ANTONIO lo raggiungesse per tentar con lui la conquista di Durazzo, si accampò sulle rive dell'Apsus. Ma le navi del suo luogotenente incontrarono la flotta di Pompeo che ne catturò trenta e Marc'Antonio dovette prolungare il suo soggiorno a Brindisi. Morto CALPURNIO BIBULO, Marc'Antonio forzò audacemente la squadra di Libone che incrociava davanti al porto e, sbattuto da una furiosa tempesta che causò gravi danni alle navi nemiche, riuscì a prender terra nell' Illiria, al promontorio Ninfeo.
Quasi un centinaio di miglia separavano il campo di Cesare dal punto in cui Antonio era fortunosamente approdato. Pompeo tentò d'impedire che i due eserciti nemici si congiungessero, ma non vi riuscì e, ritirandosi verso la sua base di Durazzo, trovò chiusa la via dall'esercito di Cesare, che con marcia fulminea per sentieri aspri e difficili si era messo fra i nemici e la città.
Costretti i pompeiani ad accamparsi sul monte Petra, Cesare concepì il disegno di bloccarli, recingendoli di trincee, ma i nemici avevano la via del mare aperta, dalla quale potevano ampiamente rifornirsi mentre lui non aveva dietro di sé che un paese montagnoso e sterile dal quale non poteva procurarsi che scarsissime vettovaglie.
Tuttavia Cesare si ostinò nell'impresa, assecondato mirabilmente dai suoi soldati, i quali, a corto di viveri, si ridussero, senza lagnarsi, a cibarsi di radici e qualsiasi cosa trovavano.
POMPEO, sebbene superiore di uomini, nulla fece per rompere il cerchio entro il quale il nemico lo andava chiudendo. Si limitava alla difesa e temporeggiava accortamente per logorare le forze avversarie e dar modo al suocero SCIPIONE di portargli in aiuto le due legioni della Siria. Informato però da due disertori delle condizioni in cui si trovavano i trinceramenti di Cesare, Pompeo decise un'azione offensiva ed assalita improvvisamente una trincea non ancora terminata, se ne impadronì.

A questo successo un altro poco tempo dopo se n'aggiunse. In un combattimento, dove s'impegnarono trentatre coorti di Cesare e sei legioni di Pompeo, queste ultime ottennero una facile vittoria e causarono sensibili perdite al suo rivale.
CESARE a quel punto capì che non avrebbe ridotto all'impotenza Pompeo finché a questo rimaneva aperta la via del mare. Occorreva perciò attirarlo lontano dalla costa e, per raggiungere questo scopo, levò il campo dalle vicinanze di Durazzo e prima andò ad Apollonia poi si diresse verso la Tessaglia.
Se Pompeo, dopo i suoi successi, fosse corso in Italia, impedendo con la flotta che Cesare lo seguisse nella penisola, forse la guerra tra i due rivali avrebbe presa una piega diversa; ma Pompeo fu ingenuamente convinto che Cesare fuggisse e iniziò a seguirlo.
Non era cosa facile raggiungere l'esercito di Cesare, stoico, capace di soffrire con lui, e abituato alle marce lunghe e faticose. Dopo quattro giorni Pompeo si rivolse contro DOMIZIO CALVINO, luogotenente di Cesare, che, accampato presso Eraclea Lincesti, impediva a METELLO SCIPIONE di congiungersi con Pompeo.
Ma Domizio, inferiore di forze, non aspettò l'arrivo del nemico e presa la via della Tessaglia, anche lui a marce forzate, velocemente andò ad unirsi a Cesare.

Congiunte le truppe con quelle di Metello, anche Pompeo penetrò in Tessaglia dietro le orme del suo rivale. Ormai credeva sicura la vittoria, di aver messo in trappola Cesare. Del medesimo avviso erano i suoi amici, i quali già facevano piani per l'avvenire, si dividevano i beni di Cesare e si disputavano la carica di pontefice massimo.

Cesare, dopo una marcia faticosa in mezzo a popolazioni ostili, si fermò nella pianura di Farsaglia che si stende sulla sinistra dell' Enipeo e qui impavido aspettò il nemico.
Disponeva di otto legioni ridotte che formavano un totale di venticinquemila fanti. Circa mille erano i suoi soldati a cavallo. Ma con quelle poche migliaia di uomini era certo di conseguire la vittoria contro un esercito doppio di forze. I suoi non erano i soldati sofferenti per le privazioni subite presso Durazzo; la lunga marcia anziché indebolirli li aveva resi più vigorosi e la battaglia che avevano dovuto sostenere a Gonfi aveva procurato una gran quantità di vettovaglie con le quali si erano abbondantemente rifatti dei precedenti digiuni.
Altissimo era il morale delle truppe ed erano impazienti di trovarsi di fronte ai soldati di Pompeo e di ingaggiare con loro battaglia. Il braccio e la mente funzionava benissimo

Pompeo, giunto a Farsaglia, pose il campo sopra un'altura. II suo esercito contava circa cinquantamila fanti ed ottomila cavalli e ostentava una grande sicurezza di vittoria. Fra i luogotenenti di Pompeo vi erano LABIENO, che aveva fatto la campagna della Gallia con Cesare, DOMIZIO ENOBARBO e MARCO GIUNIO BRUTO, figlio di Servilia, sorella di Catone e già amante di Cesare. Questo fatto fece credere agli storici che Bruto fosse figlio naturale del grande capitano; ma questa sembra una sciocca leggenda che ancora oggi trova credito.
GIUNIO BRUTO si vantava addirittura di discendere da quel Bruto che aveva con Collatino scacciato Tarquinio. Sebbene suo padre fosse stato ucciso da Pompeo all'inizio della guerra civile, lui aveva voluto seguire le sorti di quest'ultimo perché in lui vedeva la salvezza della Repubblica e perché con lui militava lo zio CATONE di cui aveva grandissima stima.

Il 9 agosto del 49 a.C. davanti alla tenda di Cesare, sventolò il gagliardetto scarlatto. Era il segnale della battaglia, e i due eserciti si schierarono nella famosa pianura dove si dovevano decidere quel giorno le sorti del mondo.

L'ala destra di POMPEO si appoggiava ad un affluente dell' Enipeo: la componevano le legioni della Cilicia e le coorti della Spagna e la comandava L. AFRANIO; il centro era costituito dalle legioni della Siria ed era comandato da METELLO SCIPIONE; alla sinistra stavano le due sue ex legioni che Cesare aveva cedute per la guerra contro i Parti, gli arcieri, i frombolieri e la cavalleria. Quest'ala era comandata da POMPEO, il quale aveva predisposto di rompere con i suoi cavalieri la destra di Cesare per poi avvolgergli l'esercito.

L'ala destra di CESARE era sotto il comando di MARC'ANTONIO, il centro sotto quello di LUCIO CALVINO e la sinistra comandata da SILLA.
Indovinando il piano di Pompeo, Cesare mise i suoi mille cavalli alla destra e sullo stesso lato, nella terza linea, sei coorti di fanti scelti armati di lancia e di spada che dovevano sostenere l'urto della cavalleria nemica e quindi impedirle l'aggiramento.

CESARE stesso si pose in quest'ala, alla testa della sua "fedelissima" X legione; posizione che costituiva la parte più delicata ed importante di tutto lo schieramento in battaglia.
CESARE non attese, ma volle prendere lui 1'iniziativa della battaglia e ordinò alla sua fanteria di avanzare. Precedute da un manipolo di coraggiosi, le prime due linee di fanti assalirono con sprezzo del pericolo i pompeiani che contennero l'urto dell'assalto a piè fermo.
A quel punto Pompeo comandò alla sua cavalleria di uscire. Avanzando al galoppo, l'enorme massa di cavalieri diede di cozzo sui mille cavalli di Cesare e li travolse, poi si buttò addosso all'ala destra nemica.
Ma ad un segno di Cesare, le sei coorti uscirono dai ranghi della terza linea ed affrontarono i cavalieri pompeiani. Una selva di aste dalle punte di acciaio scintillanti si parò davanti alla cavalleria nemica come una barriera insormontabile; poi seguì l'assalto degli astarii che fu sferrato con un impeto tremendo, poi avanzando minacciosi senza ostacoli, i cavalieri di Pompeo soccombenti voltarono le spalle e si misero in fuga, scoprendo così gli arcieri che erano destinati a compiere l'attacco della destra di Cesare. Di modo che assaliti da queste audaci coorti, in breve furono messi in rotta e la sinistra di Pompeo, scoperta anche quella, rimasta senza alcuna protezione, fu accerchiata senza via di scampo. La battaglia doveva ancora iniziare, ma l'esercito nemico non si era quasi neppure mosso.

Allora Cesare ordinò alla X legione ed alle milizie della terza linea di entrare in battaglia. L'esercito di Pompeo tentò di resistere, ma, assalito di fronte ed al fianco sinistro, cedette ed allora cominciò la strage.
Ma Cesare ordinò che si desse salva la vita ai romani che militavano nelle file del suo rivale e questi -soprattutto gli uomini delle due ex sue legioni- passarono sotto le insegne di Cesare.
La battaglia però non era ancora finita; alcune migliaia di scelti ausiliari si erano rifugiati negli alloggiamenti e Pompeo aveva dato disposizioni che si chiudessero le porte del campo e di prepararsi alla resistenza.

Appresa questa mossa di ripiego, Cesare, chiese ai suoi soldati un ultimo sforzo e, nonostante stanchi avendo combattuto per molte ore senza tregua, ugualmente si lanciarono con il grido di guerra, sull'ultima ancora di salvezza di Pompeo; che però non aspettò l'arrivo del nemico, lasciato le insegne, come un qualsiasi soldato disertore in fuga, montò sopra un cavallo, uscì dalla porta decumana e fuggì precipitosamente sulla via di Scotussa.

Senza più un capo, incapaci a difendersi, il campo cadeva in mano di Cesare. Che non si fermò neppure, ma lasciati a guardia del campo nemico due terzi delle truppe, con il resto si mise alle calcagna dei fuggiaschi, tagliò loro la via e li bloccò sulle montagne, prima ancora che calasse la notte.
All'alba del giorno dopo i pompeiani che non avevano più speranza di cavarsela, e anche indignati dalla fuga di Pompeo, si arresero.

Secondo il racconto di Cesare la battaglia costò ai pompeiani quindicimila fra morti e feriti, ma questa cifra forse è esagerata. Fra i morti fu trovato DOMIZIO ENOBARBO. I superstiti dell'esercito di Pompeo passarono ad ingrossare le file del vincitore e M. Giunio Bruto, che era riuscito a salvarsi, chiamato da Cesare, lo raggiunse e ne ricevette il perdono.

MORTE DI POMPEO

Pompeo, che aveva pre-annunciato prossima la disfatta di Cesare, dopo la sconfitta di Farsaglia con pochi fidati si recò a Larissa e riuscito a procacciarsi nella vicina costa una nave fece vela per Lesbo dove vi erano, sua moglie Cornelia e il figlio Sesto. Da Lesbo si recò in Cilicia, dove riuscì a radunare alcune navi e fu raggiunto da alcune decine di senatori e cavalieri. Lì apprese che la sua flotta era rimasta intatta e che Catone era partito per l'Africa. Tutto dunque non era perduto; ora occorreva solo trovare un rifugio sicuro; alla riscossa ci avrebbe pensato poi.

La regione che più di ogni altra gli offriva probabilità di sicurezza era la Siria. Qui avrebbe potuto mantenere il contatto con i suoi amici dell'Oriente, raccogliere un altro esercito, stringere alleanza con il re dei Parti e ritentare la fortuna delle armi; ma le città siriache gli fecero capire che lui non era un ospite gradito ed allora Pompeo decise di andare in Egitto sperando di trovarvi buona accoglienza per avere proprio lui fatto rimettere sul trono TOLOMEO AULETE.
Questi, morendo, aveva lasciato il regno ai figli TOLOMEO DIONISIO e CLEOPATRA, a patto che si sposassero, ma Potino, il tutore del quindicenne re, per poter meglio spadroneggiare aveva cacciato la sorella del suo sovrano. CLEOPATRA, rifugiatasi in Siria, con un piccolo esercito là allestito tentava di ritornare in Egitto, ma il giovane fratello con un numeroso esercito dislocato a Pelusio gli sbarrava il passo.
II momento non era certo dei più propizi per chiedere ospitalità ad un re giovinetto occupato nella guerra contro la sorella e completamente in balia del suo tutore e dei suoi generali, il cui animo, per la vittoria di Cesare, non poteva essere ben disposto verso il vinto; ma Pompeo non pensò a tutto questo e con duemila soldati e poche navi fece vela da Cipro e il 28 settembre del 48, vigilia del 59° anniversario della sua nascita, si presentò davanti a Pelusio e chiese ospitalità al sovrano d'Egitto.
Tolomeo inviò una barca con alcuni schiavi verso la nave con sopra POMPEO, il generale ACHILLA, SALVIO e L. SETTIMIO. I tre avevano militato sotto le insegne del vinto come centurione l'uno e di capo-coorte l'altro ed erano pure loro fuggiti da Fersaglia.
La richiesta di Pompeo dunque era stata accolta e quella barca veniva a prenderli per condurli alla riva. Si narra che Pompeo, come se presentisse il destino cui andava incontro, salutando la moglie, mormorasse i versi di Sofocle: "Chi si reca alla casa del tiranno lascia la libertà e corre verso la schiavitù".

Accompagnato da un suo liberto di nome Filippo, e dai suoi tre "amici", Pompeo scese nella barca che, spinta dai remi, si allontanò verso la riva. Quando fu giunto all'approdo, Pompeo si alzò per discendere. In quell'istante SETTIMIO, sguainata la spada, inferse un colpo tremendo a colui che era stato il suo generale, subito imitato da Salvio e da Achilla. Pompeo non reagì; al primo colpo si era già coperto il volto con la toga, e lasciò che il tradimento si concludesse fino in fondo.
Con una sciabolata gli fu tagliata di netto la testa e inviata a Tolomeo, mentre il corpo fu abbandonato sulla spiaggia.

Dalla nave, Cornelia, i figli e gli amici assistettero atterriti alla tragedia. L'infelice consorte avrebbe voluto accorrere al lido per ricuperare il corpo del marito, ma siccome la flotta di Tolomeo si preparava a muover contro le navi dei pompeiani, indubbiamente per catturarle, queste sciolsero le vele e si allontanarono, lasciando risuonare nell'aria le lamentose grida di Cornelia.
Così finiva la vita, tredici anni dopo il trionfo sui pirati e su Mitridate, colui che per qualche tempo era stato il padrone del mondo. Quel giorno stesso il suo cadavere fu bruciato dal fedele Filippo sopra un improvvisato rogo formato con i fradici rottami di una barca.

LA GUERRA ALESSANDRINA - IL RITORNO DI CESARE

CESARE intanto, ignaro di quanto era già accaduto, dava la caccia al suo rivale. Lasciata la Tessaglia, si era recato a Gnido e lì apprese che Pompeo da Cipro aveva fatto rotta per 1'Egitto. Allora con una quindicina di navi, ottocento cavalli e due legioni della forza di tremila e duecento uomini, fece vela per Alessandria.
Si narra che, appena sbarcato, da alcuni messi di Tolomeo, gli fu mostrata la testa di Pompeo che, così facendo, credeva il giovane re d'ingraziarsi il vincitore di Farsaglia. Cesare invece si mostrò addolorato, accolse presso di sé tutti i pompeiani d'Egitto, fece raccogliere le ceneri di Pompeo e ordinò che fossero inviate a Cornelia.
Sul luogo in cui era stato ucciso Pompeo, più tardi - scrive Appiano - fece erigere un tempio all'Indignazione.
In Egitto Cesare volle rappacificare TOLOMEO XII e CLEOPATRA, ma anche riscuotere la somma di diecimila talenti dovuti a Roma fin dal 59, ma che poi ridusse generosamente a duemila e cinquecento.
Invitò pertanto Tolomeo e Cleopatra, la quale non era ancora ventenne ed era famosa per la sua bellezza e la sua grazia, a comparire dinnanzi a lui e in omaggio alla volontà del genitore ordinò che si unissero in matrimonio; poi rese la libertà a Cipro e al governo di quell'isola pose i figli minori di Aulete, 1'undicenne TOLOMEO (poi XIII) e ARSINOE che contava poco più di sedici anni.
Non fidandosi degli Egiziani, Cesare trattenne presso di sé il primo Tolomeo e Cleopatra, occupò e fortificò la reggia e fece uccidere Potino che congiurava contro di lui.

LA GUERRA ALESSANDRINA (48-47 a.C.)

Gli avvenimenti dimostrarono quanto erano necessarie le misure precauzionali adottate da Cesare. ACHILLA difatti, sobillato da ARSINOE, lasciato un forte presidio a Pelusio, era corso ad Alessandria con l'esercito ed aveva posto l'assedio al quartiere dove i Romani, rinforzati da una legione inviata da DOMIZIO CALVINO, si erano trincerati.
Avendo saputo che se avesse lasciato libero il loro re, gli Egiziani avrebbero levato l'assedio, Cesare restituì loro TOLOMEO che andò fra i suoi protestando amicizia; ma, non appena libero, si mise a capo della rivolta e l'assedio continuò sotto la sua direzione.
Non avendo grandi forze a disposizione per fare delle sortite, per cinque mesi Cesare resistette validamente agli Egiziani che fecero di tutto pur di avere ragione del nemico, inquinando perfino con l'acqua del mare quella delle cisterne e tagliando i canali che portavano nel quartiere degli assediati l'acqua del Nilo. Ma a nulla valsero i loro sforzi, perchè i Romani respinsero sempre gli attacchi, si procurarono acqua per mezzo delle navi loro rimaste, e, quando Tolomeo intensificò la sorveglianza sul mare, scavarono all'interno profondi pozzi.

Nel marzo del 47, giunse la notizia che MITRIDATE di Pergamo, attraverso la Siria stava correndo in aiuto di Cesare, e si trovava alla frontiera orientale dell'Egitto. Mitridate conduceva un esercito forte di circa ventimila uomini. Giunto a Pelusio, diede l'assalto alla piazzaforte e se ne impadronì, poi, risalito il Nilo, lo passò a Menfi, mentre contro di lui correva Tolomeo con tutte le sue forze per combattere il nuovo nemico.
Appena apprese che Mitridate, espugnata Pelusio, avanzava su Alessandria, Cesare lasciò la città con un gruppo di legionari e, girato il lago di Marea, puntò verso il Nilo per congiungersi con il suo soccorritore.
Tolomeo aveva posto il suo campo in un luogo fortissimo, tra il fiume e una palude. Dalla parte del grande fiume era guardato da alcune navi della sua flotta, e il fronte verso la pianura era stato fortificato con profondi trinceramenti.
Da questa parte soltanto i soldati di Cesare potevano attaccare gli Egiziani, ma non era facile espugnare le trincee guardate dalla maggior parte delle truppe nemiche. Ma Cesare però trovò il modo di impadronirsi del campo del re.
Avendo osservato che tra il fiume e il campo correva un piccolo sentiero, ordinò ad un suo ufficiale di nome CAMULENO di spingersi in quell'angusta via con mille soldati e sorprendere il campo alle spalle. Lui avrebbe distratto da quella parte l'attenzione del nemico attaccando le trincee che guardavano la pianura.

Il piano di Cesare riuscì a meraviglia. Gli Egiziani, attaccati dai Romani, li fronteggiarono bene; ma ecco levarsi alle loro spalle, urli altissimi. Erano i mille di Camuleno, che sembravano diecimila, e penetrati come una furia nel campo, attaccavano alle spalle i difensori delle trincee.

Questi, minacciati da dietro, tentennarono. Approfittò Cesare dell'indecisione del nemico, dal davanti, alla testa di venti coorti fresche, assalì il trinceramento
con tutto l'impeto dei suoi uomini Gli Egiziani non resistettero al duplice urto poderoso e si dettero alla fuga disordinatamente.
Incalzati dai legionari, cercarono scampo nella palude e nel fiume; coloro che tentarono di fuggire attraverso la palude perirono nella melma, quelli che si erano buttati nel Nilo, parte riuscirono a raggiungere a nuoto le navi, parte annegarono.
Il giovane Tolomeo anche lui in fuga, riuscì a salire sopra una nave, ma questa era talmente piena di fuggiaschi, che in breve tempo s'inabissò trascinando tutti in fondo al limaccioso e profondo fiume.
Così finiva la cosiddetta "guerra alessandrina".

Cesare alla testa del suo esercito si mosse verso Alessandria. La fama della sua strepitosa vittoria lo aveva preceduto; gli abitanti avevano abbattuto le mura erette intorno alla reggia e al teatro e, vestiti in gramaglie per far mostra del loro pentimento, erano andati incontro al vincitore portando le immagini dei loro numi per placare la collera del console.
Seguito dalle sue legioni vittoriose, Cesare attraversò le vie della città in mezzo a due ali interminabili di folla supplicante, diretto alla reggia.
Sulla marmorea scala del palazzo ad aspettarlo c'era la bellissima Cleopatra, abbigliata in eleganti vesti di regina, circondata dalle sue ancelle, la quale lo accolse con un sorriso maliardo e gli pose sul capo una corona d'oro.
Cesare rimase ancora tre mesi in Egitto per dare assetto al regno; mise sul trono accanto a Cleopatra il fratello minore Tolomeo XIII (Neotero), incorporò Cipro alla provincia Cilicia, diede ai Giudei diritti pari ai Greci e punì l'infedele Arsinoe riservandolo per il proprio trionfo.

Nel luglio dello stesso anno 47, lasciate due legioni ad Alessandria, partì alla volta dell'Asia. Si recava contro FARNACE, sovrano del reame del Bosforo Cimmerio, che aveva iniziato una campagna per occupare il Ponto appartenuta al padre Mitridate, aveva già invaso la piccola Armenia e la Cappadocia. Dietro intimazione di DOMIZIO CALVINO di sgombrare dai paesi invasi, egli aveva abbandonato soltanto la Cappadocia, costringendo Calvino a dichiarargli guerra; ma rimasto con una sola legione, era stato sconfitto a Nicopoli.
Cesare unì alle sue scarse milizie che portava dall'Egitto le truppe di Calvino e le soldatesche di Deicotaro, re di Galazia, attraversò rapidamente la Siria, la Cilicia e la Cappadocia, piombò fulmineamente su Farnace che lo aspettava a Zela (o Ziela), e qui il 2 agosto subì una disastrosa sconfitta.

Cinque giorni durò la guerra con Farnace. Informando il Senato delle operazioni contro il re del Bosforo, Cesare si esprimeva laconicamente con le tre parole rimaste famose: "venni, vidi, vinsi" ("Veni, vidi, vici").
Dopo la vittoria di Ziela, Cesare mise sul trono del regno del Bosforo e parte della Galazia, MITRIDATE di Pergamo che così validamente lo aveva aiutato nella guerra alessandrina, il resto della Galazia lo lasciò a DELOTARO e restituì la Cappadocia ad ARIOBARZANE cui diede inoltre la piccola Armenia, poi si mise in viaggio per l'Italia dove vi giunse nel settembre.

Durante la sua lunga assenza (e con i vari colpi di scena accaduti durante la guerra, poi la misera morte di Pompeo) i giochi dell'ambiguità avevano sostituito quelli del circo, e molti fermenti si erano verificati nella penisola. M. CELIO RUFO, che Cesare aveva innalzato alla carica di pretore, aveva rimesso in campo la questione dei debiti riproponendo che il pagamento, libero degli interessi, fosse prorogato di sei anni, e che per un anno dovevano essere condonate agli inquilini le pigioni. Le sue proposte erano state respinte e, poiché lui con un gruppo di faziosi aveva cacciato dall'ufficio il pretore urbano C. TREBONIO, il console SERVILIO lo aveva sospeso dalla carica.
A quel punto, CELIO, chiamato da MASSILIA MILONE, si era recato nell'Italia meridionale per ribellarla a Cesare, ma a Turio era stato ucciso dalla stessa guarnigione. Milone, alla testa di una schiera di gladiatori, era sceso nell'Irpinia, ma, assediando una fortezza, un fatale sasso, lanciatogli contro da un assediato, gli aveva tolto la vita.

Di altri disordini erano stati causa altre due ex fidi di Cesare: CORNELIO DOLABELLA, genero di Cicerone, e MARC'ANTONIO. Quest'ultimo, dopo la famosa giornata di Farsaglia, era stato rimandato in Italia con una parte delle truppe. A Roma la notizia la lui portata della clamorosa vittoria e la fuga di Pompeo, aveva recato a Cesare grande fama, fatto aumentare i suoi sostenitori, molto di più che non la conquista della Gallia.
Il Senato lo aveva creato dittatore, lo aveva dichiarato inviolabile, gli aveva concesso il diritto di chiedere per cinque anni consecutivi il consolato, di muover guerra e concludere trattati di pace, di designare i magistrati, eccettuati i tribuni e gli edili plebei, e di assegnare le province pretorie.
Appresa ad Alessandria la sua nomina a dittatore, Cesare (a distanza) aveva creato maestro della cavalleria MARC'ANTONIO, sebbene questi per la sua ambizione, per la sua avidità e per i suoi costumi, fosse malvisto dal Senato e, in parte, dal popolo, di cui prima godeva il favore.
DOLABELLA aveva rimesso in campo le proposte di Celio sui debiti e le pigioni e, avvalendosi della sua carica di tribuno, aveva convocato l'assemblea del popolo per fare approvare le sue leggi. MARC'ANTONIO però, dietro incarico del Senato, aveva sciolto con le armi l'assemblea e questo fatto aveva lasciato strascichi di odi, suscitato molti malumori, si preannunciava un'altra anarchia.

Quando nel settembre CESARE si mise in viaggio verso Roma, sulla via di Taranto a Brindisi gli andò incontro CICERONE, che dopo la sconfitta di Farsaglia, aveva lasciato Pompeo e si era ritirato a Brindisi. Cesare, appena vide il famoso oratore, scese da cavallo e proseguì solo con lui per un buon tratto di strada affabilmente conversando.
Cesare giunse a Roma, e l'anarchia scomparve come per incanto; MARC'ANTONIO fu sospeso dalla carica di maestro della cavalleria, ma DOLABELLA non ebbe alcuna punizione, anzi la sua legge sulle pigioni fu da Cesare accettata, e gli affitti delle case furono condonati fino alla somma di duemila sesterzi a Roma e cinquecento in Italia. Al popolo fu fatta una straordinaria distribuzione di grano e di olio, dieci moggi del primo e dieci libbre del secondo a testa, più cento sesterzi, e una distribuzione di carne.

Dopo questi doni fatti al popolo, Cesare pensò agli amici e, per avere maggior numero di cariche da distribuire fra di loro, aumentò di due il numero dei pretori e di uno quello dei pontefici, degli auguri e dei custodi dei libri sibillini. Aumentò inoltre il numero al Senato con molti membri scelti fra i cavalieri e fra i centurioni del suo esercito, poi nominò consoli per gli ultimi tre mesi dell'anno 47 i suoi amici Q. FUFIO CALENO e PUBLIO VATINIO e pretore lo storico SALLUSTIO CRISPO che nel 50 era stato espulso dal Senato dai censori Appio Claudio Pulcro e L. Calpurnio Pisone sotto l'accusa di vita scostumata.
Proprio negli ultimi mesi dell'anno 47, a settembre, un grave ammutinamento era scoppiato fra le truppe nella Campania. Cesare aveva ordinato di trasferirle in Sicilia e tenersi pronte per scendere con lui in Africa alla fine di ottobre, ma le milizie chiedevano il premio e il congedo rifiutandosi di obbedire agli ordini del dittatore trasmessi dal luogotenente M. Gallio.

Cesare spedì SALLUSTIO in Campania per ridurre all'obbedienza le truppe ammutinata, ma il neopretore non solo non fu ascoltato ma minacciato dall'ira dei soldati dovette salvarsi con la fuga; poi gli ammutinati minacciosamente marciarono su Roma.
Quando giunsero alle porte della città, Cesare si presentò alle milizie e le arringò chiamandoli "quiriti" (cittadini) anziché "milites" come era sua abitudine quando parlava ai soldati; accordò poi loro il congedo sciogliendoli dal giuramento e promettendo che alla fine della guerra, al ritorno avrebbe pagato il premio con gli interessi.
La presenza di Cesare, il suo franco linguaggio e - dicono gli storici - l'appellativo inusitato di "quiriti", il quale sottilmente annunciava che da quel momento gli ammutinati non erano considerati più soldati e compagni del generale, impressionarono talmente le truppe che, smesso il contegno minaccioso, domandarono scusa, supplicarono Cesare di tenerli sotto le armi e si dichiararono pronte a seguirlo in Africa a combattere.

Tornate all'obbedienza le truppe, Cesare designò i magistrati per l'anno 46, nominò fra i suoi amici i governatori delle province, si fece eleggere console e scelse come collega M. EMILIO LEPIDO, rientrato da poco dalla Spagna Citeriore.

Poi, l' 8 ottobre dello stesso anno 47 (25 dicembre del vecchio calendario) GIULIO CESARE, da Lilibeo (Marsala) fece vela per la costa africana con sei legioni.

Questa, e quella successiva in Spagna, fatte per sbarazzarsi degli ultimi pompeiani; ma questi erano meno pericolosi di quelli che a Roma già tramavano una congiura.


E' l'ultimo periodo di CESARE !

LA GUERRA IN AFRICA - BATTAGLIE DI RUSPINA E TAPSO - SUICIDIO DI CATONE - TRIONFO DI CESARE - LA RIFORMA DEL CALENDARIO - ATTIVITÀ LEGISLATIVA DI CESARE - COMBATTIMENTO DI ULLA - BATTAGLIA DI MUNDA - MORTE DI GNEO POMPEO - ONORI DI CESARE - GRANDI DISEGNI DEL DITTATORE - LA CONGIURA DI BRUTO E CASSIO - LE IDI DI MARZO - ASSASSINIO DI CESARE
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LA GUERRA IN AFRICA

L'8 ottobre dello stesso anno 47 (25 dicembre del vecchio calendario) GIULIO CESARE, da Lilibeo (Marsala) fece vela per la costa africana con sei legioni, ma una tempesta disperse le sue navi e solo dopo tre giorni riuscì ad approdare presso Adrumeto (Susa) con tremila fanti e solo centocinquanta cavalli.
L'Africa era tutta per i pompeiani. Due anni prima CURIONE, mandatovi da Cesare, aveva sconfitto presso Utica PUBLIO ATTIO VARO, ma poi, era stato a sua volta vinto e ucciso da GIUBA, re di Numidia, il quale si era schierato a favore di Pompeo.
I pompeiani disponevano di notevoli forze: quattordici legioni, mille e seicento cavalli, centoventi elefanti e una flotta di cinquantacinque navi; oltre la numerosa cavalleria numidica. Se invece di rimanere inerti nella provincia africana i pompeiani avessero marciato verso l'Egitto e si fossero uniti a Tolomeo prima dell'arrivo di Mitridate, le cose forse avrebbero preso tutt'altra piega per Cesare.

Ma i pompeiani, se disponevano di forze numerosissime, mancavano di un capo abile. CATONE, che pur non essendo un gran condottiero, era molto prudente, aveva rifiutato il comando supremo ed era andato a comandare il presidio di Utica, dove vi era una forte corrente favorevole a Cesare, e METELLO SCIPIONE che era stato nominato comandante in capo, ma che nella campagna che andava ad iniziare fornì tante prove d'inettitudine. Cominciò la guerra con un errore. Invece di ritirarsi nell'interno come consigliava Catone, e lasciare che Cesare si logorasse o affrontasse in condizioni svantaggiose l'esercito nemico in Numidia, lui volle dargli battaglia sulla costa fidando nella superiorità del numero.

Cesare, fallito il tentativo di trarre dalla sua parte Considio che comandava il presidio di Adrumeto, si era spinto su Letti e Ruspina occupandole. A corto di viveri e costretto a provvedere vettovaglie per le rimanenti legioni che nel frattempo gli erano giunte, Cesare era uscito alla testa di trenta coorti dal suo campo per compiere una razzia. Era molto lontano da Ruspina, quando gli piombò addosso LABIENO con quarantamila fanti e numerosi cavalieri.

Costretto ad accettar battaglia in condizioni sfavorevolissime, Cesare seppe trarsi d'impaccio facendo -ancora una volta- risplendere le sue mirabili doti di condottiero. Nonostante il suo esercito fosse inferiore di numero e scarsissimo di cavalleria, impedì abilmente al nemico di accerchiarlo; in un modo molto semplice ma con una forte determinazione, sferrò come un ariete il suo attacco al centro, lo sbaragliò e si aprì in questo modo la via verso Ruspina.

Assalito ancora da LABIENO, che nel frattempo gli erano provvidenzialmente giunti notevoli rinforzi al comando di PISONE e PETREJO, Cesare respinse il nemico con un disperato assalto oltre le colline e rientrò nel suo campo, che fece rafforzare per poter resistere alle truppe di Labieno e a quelle di Metello Scipione, il quale, lasciata Utica, avanzava verso Ruspina.

Infatti, il giorno dopo davanti al campo romano comparve LABIENO; Cesare non voleva di sicuro farsi trovare dentro una città che poi quelli avrebbero assediata; o per coraggio o per strategica necessità, uscì e diede battaglia a Labieno in aperta campagna; in un combattimento, durato dal mezzogiorno al tramonto, lo sconfisse e gli inflisse gravissime perdite.

Dopo questi insuccessi, sebbene Labieno si fosse congiunto con Scipione, Cesare fu lasciato tranquillo e ne approfittò, aspettando con calma che i suoi luogotenenti gli conducessero truppe dalla Sicilia e dalla Siria.
Le cose prendevano buona piega per lui. L'inazione dei pompeiani faceva crescere il numero degli aderenti a Cesare; alcune città gli mandavano messi con offerte di vettovaglie, ad Utica i suoi sostenitori rumoreggiavano e il re Bocco di Mauritania, indotto da Sizzio, uno dei compagni di Catilina, muoveva verso il regno di Numidia.

Il 4 aprile del 46 a.C., quando ebbe presso di sé tutte le sue forze, CESARE decise di passare all'offensiva e mosse su Tapso.
METELLO SCIPIONE per non lasciare in balia del nemico la piazzaforte, dove aveva un forte presidio, corse in aiuto della città, ordinando, quando giunse nelle vicinanze, che fossero costruiti due campi per l'esercito. Giuba era con lui con i suoi Numidi.

Cesare come il solito, anticipava le mosse degli avversari, e anche questa volta, non diede il tempo ai pompeiani di ultimare i loro campi trincerati e li costrinse subito alla battaglia. Questa avvenne il 6 aprile.
METELLO pose alle due ali dello schieramento la cavalleria e sessanta elefanti; Cesare schierò il suo esercito su tre linee, mise alla destra la II e la X legione, alla sinistra l'VIII e la IX, le altre cinque al centro; contro gli elefanti e i cavalieri nemici pose gli arcieri e i frombolieri sapientemente mascherati.

Furono questi che, iniziando il combattimento, assicurarono a Cesare la vittoria Con tiri numerosi e ben aggiustati paralizzarono l'azione della cavalleria nemica, e misero in fuga gli elefanti che andarono a scompigliare le fanterie sul retro.
Mentre quelle di Cesare ben coordinate fecero poi il resto. Assaliti dalle legioni avversarie, i pompeiani, non potendo rifugiarsi nei campi ancora incompleti, quindi senza difese, staccionate, fossati, fuggirono precipitosamente sopra un'altura, dove però l'esercito di Cesare li raggiunse e assalendo un manipolo dietro l'altro, ne fece una alla volta un'orribile strage.

A cinquantamila uomini Plutarco fa ascendere il numero dei pompeiani uccisi quel giorno. METELLO SCIPIONE datosi alla fuga ebbe il tempo di salire a bordo di una nave e fuggire, ma, inseguito dai navigli avversari, per non cadere vivo nelle mani del nemico si diede la morte; Labieno, Atio Varo e Sesto Pompeo riuscirono a rifugiarsi in Spagna, dove Gneo era andato poco prima per ribellare a Cesare quelle popolazioni; Giuba e Petrejo cercarono rifugio a Zama, ma gli abitanti chiusero le porte in faccia al loro re. Allora entrambi decisero di battersi fino all'ultimo sangue, e, brandite le spade, si accanirono a lungo in un mortale duello nel quale Petrejo rimase ucciso, mentre il re di Numidia si fece poi uccidere da uno schiavo.

Rimaneva il presidio di Utica, ultimo baluardo dei pompeiani in Africa e sede dei senatori romani; quelli che avevano voluto seguire la sorte di Pompeo.
Appena avuta notizia della disfatta di Tapso, CATONE rafforzò le opere di difesa, deciso ad opporre una fiera resistenza al nemico. Ma a Utica - abbiamo detto - parte della popolazione era sostenitrice di Cesare, parte aveva seguito i pompeiani; ma sconfitti questi anche i cittadini che militavano contro Cesare gli divennero favorevoli e dichiararono di voler dare la terra al vincitore.

Visto che non c'era modo di salvare Utica, Catone fece mettere in salvo sulle navi i senatori e le loro mogli e figli. Lui rimase in città con il figlio; era deciso a non cader vivo nelle mani del suo nemico. La vita - ora che la repubblica era finita- la considerava una cosa inutile. Per la libertà lui si era battuto strenuamente; e con la libertà voleva morire.
Poi nel giorno che doveva essere l'ultimo della sua esistenza rimase calmissimo, ma i suoi amici avevano letto in quella calma il proposito del suicidio ed avevano sottratto la spada dalla sua camera.

Catone verso sera fece il suo solito bagno, poi andò a cena; finito il pasto s'intrattenne a ragionar con gli amici di filosofia, indi fece la sua consueta passeggiata e, ritornato a casa, si congedò dagli amici, abbracciò teneramente il figlio e si ritirò nella propria camera. Rimasto solo, si mise a letto e cominciò a leggere il Fedone di Platone per attingere forse conforto dall'esempio di Socrate. A un tratto, alzato il capo dal volume, cercò con gli occhi la spada e, non vedendola, chiamò il suo schiavo per riaverla; ma lo schiavo disse di non saper dove fosse. Catone chiamò gli altri schiavi e ordinò che gli portassero l'arma e, poiché nessuno si muoveva, diede un fortissimo pugno in viso a colui che gli stava vicino, gridando che erano tutti traditori e che lo volevano consegnarlo vivo nelle mani di Cesare.

Alle grida accorsero gli amici e il figlio, che lo scongiurarono, piangendo, che volesse desistere dal suo proposito; ma Catone non si lasciò persuadere e gli altri, usciti, gli mandarono la spada per mezzo di un fanciullo sperando che la vista di una persona in così tenera età infondesse nel suo animo la calma e il desiderio della vita.

Catone prese la spada, licenziò il fanciullo e continuò la sua lettura, poi si assopì. Si svegliò a metà della notte, chiamò uno schiavo e lo mandò al porto a vedere se tutti i senatori erano già partiti. Aspettò tranquillo che il servo tornasse e, appreso che soli alcuni dovevano ancora imbarcarsi e che soffiava un vento furioso, rimandò al porto lo schiavo. Cantavano i galli quando questi tornò ad assicurare il padrone che tutti erano partiti. Catone fece chiudere l'uscio, poi prese la spada e se la immerse nel ventre, in modo maldestro.

Infatti, non morì. Cadde a terra lamentandosi con urla lancinanti, i servi e gli amici accorsi - nel frattempo era svenuto - sperarono di salvarlo ricucendo l'ampia ferita; ma quando riacquistò i sensi, strappò le bende, si riaprì la ferita, trasse fuori le viscere e spirò.

Moriva con lui un uomo che nella generale corruzione aveva dato prova di carattere immutabile e di stoica impassibilità; e insieme con Catone si spegneva la libertà della Repubblica.

La guerra d'Africa era finita. In ricompensa dell'aiuto prestatogli Cesare diede al re Bocco la parte orientale della Numidia; a Sizzio diede il governo del territorio di Cirta, il resto della Numidia lo costituì in provincia col nome di Africa Nuova e di questa fece governatore SALLUSTIO CRISPO che durante la guerra aveva eseguito un fortunato colpo di mano all'isola di Cercina; poi CEASRE partì per Roma dove giunse il 25 di luglio.

TRIONFO DI CESARE - BATTAGLIA DI MUNDA

Giunta a Roma la notizia della vittoria di Tapso, il Senato decretò che in ringraziamento della vittoria fossero fatte per quaranta giorni supplicazioni agli dèi. A Cesare fu conferita la dittatura per dieci anni e la carica di prefetto dei costumi; gli si accordò la facoltà di designare i magistrati ordinari e straordinari, il privilegio di assistere alle assemblee senatorie sulla sedia curule e il diritto di dire il proprio parere, prima delle deliberazioni del Senato.
Non paghi il Senato e il popolo di avere onorato con tali cariche e tanti privilegi il vincitore, gli eressero una statua davanti a quella di Giove, raffigurante Cesare che calcava il globo e portante l'epigrafe "Al Semidio".
Tornato a Roma, Cesare celebrò, per quattro giorni alternati, il trionfo per le vittorie riportate in Gallia, in Egitto, in Asia e in Africa.

Le cerimonie del trionfo furono magnifiche: il carro dov'era il vincitore era tirato da quattro cavalli bianchi e scortato da settantadue littori. Dietro sfilavano i veterani cantando nenie variate e motti pungenti, di cui, in special modo, erano argomento gli amori tra Cesare e Cleopatra.

Il principale ornamento del trionfo furono i prigionieri di sangue reale: l'eroico Vercingetorige, Arsinoe, figlia di Tolomeo, e il figliuolo del re Giuba. Duemilaottocentonovantadue corone d'oro regalate da sovrani e da città furono mostrate al popolo insieme con i tesori, che costituivano la somma di sessantacinquemila talenti e servirono a pagare i premi promessi ai legionari: i tribuni e i prefetti della cavalleria ricevettero ottantamila sesterzi ciascuno, ogni centurione quarantamila ed ogni soldato ventimila.

CESARE distribuì al popolo denaro, frumento, olio e carne e gli offrì un banchetto di ventiduemila triclini. Sapendo che il miglior modo di acquistarsi il favore del popolo è quello di farlo divertire allestì giochi e feste che furono tutti celebrati con un grandissimo sfarzo: finte battaglie navali in un laghetto appositamente scavato presso il Tevere, caccia alle belve con l'impiego di quattrocento leoni; ma anche ludi funebri per onorare la memoria della figlia, moglie di Pompeo.
Una piazza della città fu intitolata a Cesare; fu inaugurato il tempio a Venere Genitrice, che il conquistatore aveva promesso in voto durante la battaglia di Farsaglia, e furono istituiti i "giuochi della vittoria di Cesare" da celebrarsi il 20 luglio di ogni anno.

Ma Cesare non pensò solo a far divertire le folle. Gli occorreva rafforzare il suo governo e renderlo duraturo; occorreva anche che quel popolo che lui abbagliava con le feste e che era abituato a vivere a spese dello Stato non costituisse più, come per il passato, un elemento di disordine, una forza a disposizione dei demagoghi. Dei trecentoventimila cittadini che vivevano a spese della Repubblica, più di un quarto ottenne terre nelle province; l'esercito fu suddiviso fra i municipi e le colonie, ai veterani furono distribuiti terreni; ai soli bisognosi limitate le distribuzioni di grano e i disoccupati furono impiegati nella costruzione di edifici pubblici.

IL CALENDARIO "giuliano"

Per dare un colpo alla potenza dei "pubblicani" e reprimere le angherie e gli abusi limitò l'appalto delle imposte alle indirette; per abbassare il prestigio del Senato introdusse persone non di rado spregevoli e invece di sterminare i suoi nemici volle accrescere il numero degli amici e portò a quaranta il numero dei questori e a sedici quello dei pretori per aver più cariche da distribuire ai suoi sostenitori.

Soppresse inoltre le sette religiose, fece coniare monete con la sua effigie, sostituì per i pagamenti alle verghe d'oro l'"aureus", moneta del peso di quasi otto grammi, e riformò, con l'aiuto del dotto astronomo SOSIGENE d'Alessandria, il calendario, regolandolo sull'anno solare, cui si attribuiva la durata di trecentosessantacinque giorni e sei ore anziché, come fino allora si era fatto, sul lunare.

Essendo il calendario indietro di tre mesi dall'anno solare, il 45, che fu detto anno della confusione, fu fatto di quindici mesi ed ebbe quattrocentoquarantacinque giorni e si stabilì che i dieci giorni che l'anno solare aveva in più del lunare fossero ripartiti, a cominciare dal 44, fra alcuni mesi al gennaio, all'agosto e al dicembre se ne aggiunsero due, uno ciascuno all'aprile, al giugno, al settembre e al novembre.

Per collocare le sei ore eccedenti, fu aggiunto -ogni quattro anni- al mese di febbraio un giorno, e fu chiamato bisestile l'anno che risultava più lungo degli altri di un giorno.
Chiamato "bis-sestus" perché s'intercalava un giorno dopo il sesto giorno antecedente alle calende di marzo, cioè sesto per la seconda volta, da cui "bisestile".
Il settimo mese (ex quintile) prese il nome di luglio (julius) da Giulio Cesera, e più tardi l'ottavo (ex sestile) prese il nome di agosto (augustus) da Augusto il quale apportò qualche altra correzione.
Con questa riforma del calendario (detto "calendario anno giuliano") la durata dell'anno e dei mesi diviene costante, fino alla riforma con il "calendario gregoriano" del 1582, quando furono soppressi 10 giorni che in sedici secoli si erano accumulati con i resti delle 6 ore.

Presi tutti questi provvedimenti, Cesare decise di dare nel corso dello stesso anno 45, il colpo definitivo ai pompeiani che avevano scelto la Spagna come teatro della loro resistenza, riuscendo ad associare alla loro causa gran parte della popolazione.
Nei ventiquattro giorni del suo viaggio Cesare compose un poemetto, l'"Iter", dove vi descriveva il viaggio stesso.

Appena giunto nella Spagna, Cesare cercò di trarre partito dalle numerose relazioni che vi aveva e da ambasciatori, giuntigli segretamente da Cordova, dove si trovava SESTO POMPEO (GNEO era all'assedio di Ulla), fu sollecitato di marciare su quella città su cui sarebbe stato facile piombare di sorpresa non essendosi ancora divulgata la notizia del suo arrivo. Contemporaneamente gli giunsero messi da Ulla che lo supplicarono di soccorrere la città assediata.

Cesare inviò sei coorti di fanti e un corpo di cavalleria, dando il comando di queste truppe ad un valoroso e prudente capitano spagnolo, di nome GIUNIO PACHECO. Questi fornì magnifica prova della sua abilità. Approfittando di un violentissimo uragano che rendeva più tenebrosa la notte, passò attraverso il campo nemico ingannando le sentinelle con il far credere che i suoi uomini appartenevano all'esercito di Gneo ed andavano a tentare un assalto di sorpresa contro la città.
Giunto con questo stratagemma alle porte di Ulla, fece il segnale convenuto, le porte gli furono aperte e, unite alle sue truppe le milizie della guarnigione, si gettò sugli assedianti causando delle gravissime perdite.
Mentre Pacheco recava soccorso ad Ulla, Cesare rivolgeva la sua attività a Cordova. Per far più presto fece mettere in groppa ad ogni cavallo assieme al cavaliere un fante e si presentò davanti le mura della città, il cui presidio, credendo che si trattasse di un assalto di sola cavalleria, fece una sortita, che si risolse in sanguinosa sconfitta; di alcune migliaia di pompeiani che erano usciti solo qualche centinaio riuscì a rientrare a Cordova.

Sesto Pompeo, impressionato da questo scacco, chiese urgenti soccorsi al fratello Gneo che corse subito in suo aiuto con tutte le sue truppe lasciando così libera Ulla.
Presso Munda, nella Betica, il 17 marzo del 45 a.C., avvenne la grande battaglia che doveva segnare la fine della guerra contro i pompeiani.
L'esercito di GNEO POMPEO si trovava in condizioni vantaggiose occupando un'altura ed era superiore di forze; disponeva di tredici legioni, schierate con la cavalleria alle ali e protette alla destra da alcuni pantani prodotti dallo straripamento di un ruscello che scorreva tra i due campi.

CESARE non aveva che venti coorti ed ottomila cavalli, forze troppo esigue in confronto delle pompeiane, le quali oltre le legioni avevano seimila fanti armati alla leggera ed altrettanti ausiliari; ma faceva assegnamento sull'esercito del re Bocco di Mauritania che, passato in Spagna, muoveva verso Munda, e sulla propria cavalleria.

Per invitare il nemico a scendere dall'altura Cesare avanzò con l'esercito fino a metà della pianura, ma Gneo non si mosse; si spinse ancora in avanti fino al ruscello e lo attraversò; ma il nemico rimase nelle sue posizioni. Allora Cesare si fermò. I pompeiani, credendo che i nemici avessero paura, mossero contro di loro. Questi non aspettarono il segnale del combattimento e la battaglia incominciò.

Dall'una parte e dall'altra si combatté con grandissimo accanimento: i pompeiani sapevano che dall'esito di quella lotta dipendevano le loro sorti e si battevano perciò disperatamente; i soldati di Cesare, abituati a vincere, volevano ad ogni costo avere ragione della resistenza che opponeva il nemico. Ma questi era sormontante per numero e favorito dalla posizione e il successo non tardò a delinearsi dalla sua parte.
Già le coorti di Cesare cedevano e qualcuna, scompigliata, volgeva le spalle, già le truppe nemiche, imbaldanzite, raddoppiavano gli sforzi per ricacciare gli avversari oltre il ruscello e sbaragliarli. Cesare vide perduta la giornata e tentò di rianimare i suoi. Sceso da cavallo, a capo scoperto, percorse il fronte di battaglia e incitò i legionari al combattimento, poi imbracciò uno scudo, impugnò la spada e si slanciò da solo verso la fronte nemica. Quando lui fu giunto a dieci passi dai pompeiani, attorno a lui caddero una pioggia di frecce; ma Cesare rimase impavido, aspettando che i suoi lo seguissero.

I soldati videro il loro generale tutto solo di fronte al nemico e si vergognarono del loro contegno; le schiere si ricomposero rapidamente, i fuggitivi rivolsero il viso ai pompeiani e le coorti ritornarono con un impeto inaudito alla battaglia.
In quel momento giunse la notizia che il re Bocco si avvicinava e i soldati di Cesare presero nuova forza d'animo.
A fronteggiare il nuovo nemico corse LABIENO con mille e cinquecento cavalieri pompeiani, ma questa mossa fu fatale all'esercito di Gneo, il quale, credendo che Labieno fuggisse, preso dallo sgomento, imitandolo, cedette di schianto.
Gneo, disperato, prontamente accorso nella prima fila, riuscì a ravvivare il combattimento, ma non a mutare le sorti della battaglia ormai decisa per il tremendo incalzare della X Legione, lanciatasi come una furia contro l'ala destra dei pompeiani in fuga.
Dopo nove ore di accanita battaglia il campo era ormai in mano di Cesare.
Lui perse un migliaio di uomini, mentre i nemici uccisi furono trentamila. Fra questi ultimi vi erano LABIENO e VARO.

GNEO POMPEO in fuga pure lui con pochi cavalieri si rifugiò a Cartea, dove s'imbarcò in una nave della sua flotta. Subito inseguito dai navigli di Cesare gli distrussero un terzo della flotta prima di prendere il mare aperto e fu costretto a ritornare sulla costa; sbarcato, si rifugiò in una caverna di una rupe, ma fu scoperto e ucciso.

SESTO, dopo la disfatta di Munda, si ritirò ad Ossuna; di là fuggì nella regione dei Celtiberi e trovò la salvezza oltre i Pirenei, dandosi alla guerriglia. Lo ritroveremo più tardi.
Cesare, lasciata parte dell'esercito ad assediare Munda, marciò contro Cordova e se ne impadronì, uccidendo - secondo quel che narrano gli storici - ventimila nemici, poi puntò su Ispali che si arrese.
Qui Cesare diede assetto alle cose di Spagna e nel settembre del 45 rientrò a Roma.
Cesare oramai poteva dirsi padrone di quasi tutto il mondo.

E proprio per questi grandi successi, che a Roma i suoi nemici
tramavano, congiuravano; gli onori di cui era stato ricoperto avevano rinfocolato gli odi, fatto nascere nell'animo dei suoi nemici il desiderio della vendetta.


Sta maturando la congiura.... che narreremo nel prossimo capitolo

IL RITORNO DI CESARE

La vittoria di Munda, appresa a Roma nell'aprile del 45, procurò a Cesare altri onori, altri privilegi ed altri diritti.
Cinquanta giorni di supplicazioni in ringraziamento per la vittoria furono decretati dal Senato, che stabilì anche che a perpetuare il ricordo della giornata di Munda ogni anno, nel giorno del 21 aprile, in occasione delle feste Palilie, fossero allestiti pubblici giochi. A Cesare si concesse di portare ovunque e sempre la veste trionfale e i calzari rossi dei re albani; gli fu innalzata, nel tempio di Quirino, una statua con l'epigrafe "Al Dio Invitto" ed un'altra in Campidoglio presso quelle dei re; gli fu dedicato un collegio di sacerdoti che da lui presero il nome di "Giulivi", gli fu dato il titolo di "Liberatore" e ai suoi discendenti quello d'Imperatore e come a Romolo era stato innalzato un tempio così in onore di Cesare ne fu eretto uno, il quale - ironia ! - fu intitolato alla Libertà.

Né fu tutto. Per volontà del popolo si stabili che la Repubblica donasse a Cesare una casa sul Palatino, che i governatori delle province dipendessero da lui, che nessuno accanto a lui potesse essere rivestito dell' imperio, che potesse creare anche i magistrati plebei e che avesse la carica di console per un decennio.

Il Senato e il popolo, che non erano più i vigili e fieri custodi della libertà repubblicana, si sceglievano un padrone, gli conferivano illimitata autorità, mettevano nelle sue mani l'arma del comando, lo deificavano e aprivano la porta alla monarchia.
E come se gli onori di cui lo avevano ricoperto non bastassero, lo chiamarono "Padre della Patria", diedero il suo nome (Luglio da Julius) al mese nel quale cadeva il giorno della sua nascita che fu dichiarato festivo, gli dedicarono statue in tutti i templi di Roma e nei municipi e fecero erigere in suo onore un terzo tempio che fu consacrato alla Concordia.

Tornato in Roma celebrò il trionfo per le vittorie riportate nella Spagna e poiché volle associarsi i luogotenenti Q. FABIO MASSIMO e Q. PEDIO, che con lui avevano egregiamente combattuto; così il trionfo ebbe la durata di tre giorni.
Fu uno dei suoi errori. Il popolo applaudì, ma i pompeiani, che in Italia erano ancora molti, non perdonarono a Cesare quel trionfo celebrato non sui barbari bensì su una parte di cittadini romani stessi.
Conveniva a Cesare, come aveva fatto dopo la guerra d'Africa, non ridestare con inutili pompe il ricordo della sanguinosa lotta civile; lui invece si credeva troppo forte; gli onori di cui era stato ricoperto lo avevano ubriacato consigliandolo a tutto osare, e, rinfocolati così gli odi, fece nascere nell'animo dei suoi nemici il desiderio della vendetta.

Ma alla vendetta che avrebbe potuto abbattersi sul suo capo, Cesare non pensava; pacificate le province, divenuto arbitro dei destini di Roma e del mondo, lui rivolgeva la mente ad imprese che solo il suo genio poteva concepire. Roma doveva essere la signora assoluta di tutte le genti; ma non tutte obbedivano a Roma; oltre il Reno e il Danubio vivevano numerosissimi popoli ancora liberi, che le sue legioni più di una volta avevano vinto in battaglia e sapevano tenere in rispetto; oltre le frontiere orientali c'era un altro popolo bellicoso che aveva sconfitto le armi della Repubblica ed ucciso Crasso, e questi erano i Parti; e c'erano altre regioni sconfinate dove si era spinto uno dei più grandi conquistatori dell'antichità: Alessandro Magno.

Cesare vagheggiava conquiste grandiose: soggiogare i Parti, penetrare nell'Ircania, fare del Caspio un mare romano, sottomettere la Scizia misteriosa, percorrere l'immensa Sarmazia, ed infine sgominare e sottomettere 1'indomita Germania.
Cesare pensava di rendere più rapide e più facili le comunicazioni tra l'occidente e l'Oriente tagliando 1' istmo di Corinto e quello di Suez, di aprire attraverso gli Appennini una grande strada militare che congiungeva Roma con l'Adriatico, di bonificare l'Italia centrale prosciugando il lago Fucino e le paludi Pontine per mezzo di un canale dal Tevere a Terracina, di estendere il censo a tutte le province misurandone il vastissimo territorio.

Voleva che Roma fosse la capitale degna di quest'immenso impero, allargandola ed abbellendola. Al Campo Marzio doveva essere sostituito il Vaticano il primo destinato a diventare un foro della metropoli con un tempio nel mezzo. (fu il primo dei Fori Imperiali - Foro di Cesare, con il tempio di Venere Genitrice)
La vita dell'intelletto doveva pulsare tutta a Roma. Per attirarvi i dotti stranieri stabilì di concedere la cittadinanza a tutti coloro che coltivavano ogni genere di studi; per far di Roma un centro di sapere, progettò di costruire una grande biblioteca sul Palatino e n'affidò la direzione a TERENZIO VARRONE, uno degli uomini più eruditi del tempo; per rendere la metropoli più bella decretò di costruire un immenso anfiteatro ai piedi della rupe Tarpea, un tempio alla Felicità e sostituire la Curia Ostilia con un'altra che da lui doveva prendere il nome di Curia Giulia.

Poi commise un altro errore che derivò in gran parte dalla sua natura generosa.
In guerra egli sapeva soffocare la voce del cuore ed essere spietato per assicurarsi la vittoria e l'obbedienza dei popoli conquistati; in pace si illuse di governare con la clemenza, di fare scomparire gli odi col perdono, di cattivarsi l'affetto dei nemici con la generosità.
Questa generosità invece era come un affronto al nemico vinto, il quale se ne sentiva umiliato e non poteva non bramare la riscossa, non poteva cacciare la visione di Catone suicida per la libertà e di Gneo decapitato; non poteva adattarsi a veder trionfare colui che aveva ucciso la repubblica ed ora troneggiava sulle sue rovine.

Cesare dunque s'illuse di poter pacificare gli animi con la clemenza; ordinò che fossero richiamati i fuorusciti pompeiani e li ammise nelle magistrature; non contento di ciò, quando nelle elezioni del dicembre del 45, riuscirono eletti fra i pretori M. GIUNIO BRUTO e C. CASSIO LONGINO, sostenitori una volta di Pompeo, Cesare diede loro delle cariche importanti conferendo al primo la pretura urbana, al secondo la giurisdizione sui forestieri. Vane generosità! I nemici, beneficati, meditavano la vendetta, i vecchi repubblicani non sapevano rassegnarsi al nuovo regime che di repubblicano aveva soltanto il nome e che nella sostanza era prettamente monarchico.
Mentre il malcontento dei nemici aumentava sempre di più, pur tenendosi nascosta ogni cosa nei petti, tutte queste servili creature di Cesare pareva che facessero di tutto per mettere in cattiva luce il dominatore.

Gli avevano dedicato templi e statue, gli avevano concessi diritti e privilegi, lo avevano fatto arbitro delle magistrature, avevano riunito nelle sue mani, tutti i poteri di cui prima andavano fieri il Senato e il popolo, lo avevano chiamato semidio, gli avevano dato facoltà di portare la veste trionfale e i calzari dei re albani; ora gli conferivano a vita la podestà censoria e la dittatura, estendevano per lui l'inviolabilità tribunizia fuori le mura di Roma, gli innalzavano un tempio con il nome di Giove Giulio, gli decretavano supplicazioni e giochi, gli accordavano il privilegio d'indossare la veste regia.

Né questo era tutto. Tornando Cesare un giorno dalle ferie latine alcuni suoi amici lo salutarono con il titolo di re; in occasione delle feste lupercali, al cospetto del popolo, MARC'ANTONIO gli offrì un diadema regale ornato d'alloro. Cesare finse di rifiutarlo ed ordinò che fosse appeso nel tempio di Giove. Il popolo applaudì la decisione di Cesare, mostrando quanto fosse ostile al titolo e alle forme regali. Cesare non trasse nessun insegnamento dal contegno del popolo.
Avendo i suoi amici incoronato con il diadema una sua statua che sorgeva nel Campidoglio, due tribuni della plebe, FLAVIO e MARCELLO osarono strapparlo e fecero arrestare e condurre in prigione coloro che avevano salutato Cesare re. Qualche giorno dopo Cesare depose dalla carica i due tribuni.
Intanto si affrettavano i preparativi per la guerra contro i Parti. Si concentravano nell'Illiria, nell'Acaia e nella Macedonia diecimila cavalli e sedici legioni. Dagli amici di Cesare fu messa in giro la voce che, consultati i libri sibillini, vi si era trovato scritto, che solo da un re sarebbero stati vinti i Parti.
Tutto ciò faceva capire ai repubblicani ed ai pompeiani che si voleva conferire a Cesare il titolo di re nelle province.
Re fuori, poi -questo temevano i suoi nemici- Cesare lo sarebbe divenuto prestissimo anche in Roma.
Allora decisero di vendicare la morte di Pompeo e di liberare Roma dal tiranno uccidendolo; era impossibile abbatterlo in altro modo.

LA CONGIURA

Anima di una congiura ordita contro il dominatore fu C. CASSIO LONGINO.
Era stato costui questore - come abbiamo visto in altre pagine - con CRASSO nella disastrosa spedizione contro i Parti; dopo la morte del triumviro aveva tenuto il governo della Siria; nel 52 era stato eletto tribuno della plebe; dopo la giornata di Farsaglia nella quale aveva combattuto ma dalla parte di Pompeo, invece di fuggire, lui si era sottomesso a Cesare ed era stato -bonariamente- nominato da lui luogotenente e, nel 45, divenne governatore della Macedonia.

Geloso di BRUTO, che era stato nominato pretore urbano, carica alla quale egli aspirava, animato più dal risentimento e da invidia che dall'amore della libertà, CASSIO seppe riunire intorno a sé i più accaniti nemici di Cesare.
Erano fra questi LUCIO TULLIO CIMBRO, DECIMO BRUTO ALBINO, PUBLIO SERVILIO CASCA, C. TREBONIO, LABEONE, e QUINTO LIGARIO, che, accusato nel 46 da Tuberone e difeso da Cicerone ("pro Ligario"), era stato assolto da Cesare.
Mancava però ai congiurati un capo che per le sue virtù e il prestigio s'imponesse e conferisse al misfatto un aspetto nobile e patriottico.

Fu scelto a capeggiar la congiura M. GIUNIO BRUTO.
Era questi filosofo, oratore, ardente patriota, nipote di CATONE, di cui aveva sposato la figlia Porcia, uomo dai costumi severi, dal carattere fermo, di specchiata onestà di cui aveva fornito luminosa prova governando la Gallia Cisalpina, e si pretendeva che fosse - come abbiamo detto altrove - discendente di quel Bruto che aveva vendicato la morte di Lucrezia.

Un delitto commesso in nome della libertà, da gente capitanata dal discendente di chi aveva dato i natali alla Repubblica non poteva non essere accetto al popolo.
E un giorno, nel febbraio del 44, sotto la statua di Bruto, il collega di Collatino, fu vista la scritta, vergata da ignote mani: "Ah ! se tu fossi ancor vivo !" e un'altra: "Perchè sei morto ?" e sullo scanno dove di solito sedeva il genero di Catone si lessero le seguenti parole: "Bruto, tu dormi", "Veramente tu non sei discendente di Bruto!".
Indotto da questi perfidi e maliziosi incitamenti e convinto di servire la causa della libertà, M. GIUNIO BRUTO dimenticò i grandissimi favori di cui Cesare l'aveva colmato, l'affetto profondo che il dittatore nutriva per lui, ed entrò nelle file dei congiurati.
Occorreva far presto. Il 18 marzo, il giorno dopo l'anniversario di Munda, Cesare doveva partire per la guerra contro i Parti come lui stesso aveva annunciato; il 15 di quello stesso mese doveva svolgersi un'assemblea del Senato e si vociferava che quel giorno L. AURELIO COTTA avrebbe proposto di dare a Cesare il titolo di re nelle province.

Fu scelto quel giorno per uccidere il tiranno.
Ma poco mancò che il disegno dei congiurati non andasse a vuoto. Qualcosa della congiura era trapelato e, d'altro canto, degli infausti presagi si erano verificati che consigliavano Cesare a stare guardingo.
A Capua - secondo quel che narrano Svetonio e Plutarco - si era trovata una tavola di bronzo con un'iscrizione greca in cui era detto che un discendente di IULO sarebbe stato ucciso da uno dei suoi prossimi. In quel mese di marzo i cavalli consacrati al passaggio del Rubicone e lasciati a pascolare in libertà si erano rifiutati di prendere cibo. Uomini di fuoco erano stati visti muoversi per l'aria; la mano di uno schiavo era stata avvolta da una fiamma senza che rimanesse scottata; nel corpo di una vittima offerta da Cesare alle divinità non si era trovato il cuore; durante un altro sacrificio, l'augure Spurina aveva detto a Cesare che un grave pericolo l'avrebbe minacciato per le idi di marzo (15 marzo); cento vittime sgozzate nei templi di Roma per ordine di Cesare non avevano dato presagi favorevoli e Calpurnia, moglie del dittatore, aveva una notte sognato di tenere Cesare ferito tra le braccia.

Cesare non era uomo da lasciarsi impaurire dai tristi presagi: ma il 15 marzo, pregato dalla moglie piangente, decise di non recarsi all'assemblea del senato che doveva avvenire nella Curia Pompea. Ma Decimo Bruto Albino, uno dei congiurati, preoccupato dell'assenza di Cesare, andò a trovarlo e lo indusse a recarsi all'assemblea.

Cesare uscì. Appena fuori di casa uno schiavo, al cui orecchio era giunta notizia della congiura, tentò di avvicinarlo, ma fu respinto; lungo la via il retore ARTEMIDORO di Gnido, al quale non erano ignoti i propositi dei congiurati, gli pose un foglio in mano in cui gli rivelava la congiura in ogni suo particolare, ma Cesare, premuto dalla folla degli amici e dai supplicanti che di solito lo seguivano nelle strade di Roma, non ebbe il tempo di leggerlo. Giunto nella Curia, Cesare andò a sedersi nella sedia curule, mentre C. TREBONIO e DECIMO BRUTO, per impedire a MARC'ANTONIO di soccorrere l'amico, lo attiravano fuori con il pretesto di dirgli cose che lo riguardavano.

Allora, come tra i congiurati era stato stabilito, TULLIO CIMBRO si avvicinò al dittatore e si mise a supplicarlo per il richiamo del fratello dall'esilio, e nel medesimo tempo si avvicinarono tutti gli altri congiurati mostrando di interessarsi alla sorte del proscritto e di volere unire le loro suppliche a quella di Tullio.
Cesare oppose un reciso rifiuto alla richiesta di Tullio e questi, mentre i suoi compagni si stringevano ancora di più attorno al dittatore, con una mossa improvvisa, afferrò la sua toga scoprendogli le spalle.
Cesare protestò dicendo che gli si faceva violenza, ma CASCA, tirato fuori un pugnale gli vibrò un colpo indirizzato alla gola.

Il dittatore in quel momento stava per alzarsi e la lama dell'assassino, strisciando, produsse solo una leggera ferita. Cesare, afferrando con una mano il braccio armato del feritore, prese con l'altra uno stilo da scrivere per difendersi ed esclamò "Scellerato Casca ! Che fai"
Stretto come da una morsa, Casca urlò invocando l'aiuto del fratello; gli altri congiurati sguainarono le spade e i pugnali, CASSIO ferì Cesare, al volto, mentre i senatori, sgomenti, indietreggiavano, inorriditi dal delitto che stava per esser commesso.
Ma Cesare resisteva, dibattendosi tra i ferri che si accanivano contro di lui da ogni parte, cercando di sfuggire alla stretta.
Ad un tratto, tra gli avversari, egli scorse M. GIUNIO BRUTO, il figlio di Servilia; l'uomo che egli amava come un figlio, il giovane che aveva beneficato e onorato. A quella vista un grande sconforto s'impadronì di lui.
"Anche tu, figlio mio !" - esclamò con voce angosciata.

Furono le sue ultime parole. Si coprì con un lembo della toga il volto, lasciò che le lame dei congiurati lo trafiggessero e, colpito ventitre volte, si abbatté ai piedi della statua di Pompeo, macchiandone di sangue il piedistallo.

Quando morì, Cesare non aveva che cinquantasei anni. Se il ferro dei congiurati non lo avesse spento e fosse vissuto un'altra decina di anni, forse diverso sarebbe stato il corso degli avvenimenti futuri e, i Parti soggiogati, la Scizia, la Sarmazia, la Germania conquistate e impregnate di civiltà romana, sarebbero venute a mancare quelle tremende invasioni barbariche che dovevano abbattere la potenza di Roma e ricoprire di tenebre il mondo.

Con Cesare alcuni congiurati erano convinti di spegnere la sorgente della tirannide; ma iniziatore della tirannide non era Cesare; la causa era che la libertà repubblicana era morta da qualche tempo e viveva solo nell'animo di alcuni idealisti come Catone e Bruto. C'era invece a Roma la più grande anarchia, contro la quale in questi ultimi anni Cesare tenacemente aveva operato riuscendo a ristabilire con una ferrea mano l'ordine.

Le motivazioni di questa anarchia erano
* rivalità e invidie personali;
* ambizione a riportare il potere nelle mani della classe senatoria aristocratica;
* volontà di questa classe di mettere fine ad una politica economica che danneggiava i loro affari (produzioni locali, prestiti a usura, gestione dei grandi commerci, alti prezzi dei loro terreni , ecc ecc.).
* brama a ripristinare le antiche libertà politiche. Ovviamente questa libertà era unicamente quella della classe privilegiata che voleva farsi le leggi che gradiva.
Ed era illusoria quest'ultima, poiché la classe aristocratica, essa stessa non era libera, era chiusa nei suoi interessi egoistici, e non aveva saputo in questi ultimi anni della storia di Roma, cogliere le nuove esigenze dei tempi e soddisfare le richieste di tanta parte del popolo, ed era rimasta ostinatamente legata ad un sistema politico che da qualche tempo non funzionava più.

Roma si era già avviata al regime monarchico con Mario, con Silla, con Pompeo, né era possibile ormai altra forma di governo, né si poteva desiderare di meglio che l'energico governo di un uomo il quale non pensasse a soddisfare la propria ambizione e a regnare con il sangue e rivolgesse le cure alla grandezza e al bene dello Stato ed alla concordia dei cittadini.
Quest'uomo era venuto; quest'uomo era Cesare il quale -lo abbiamo visto in tutti questi anni- si era tenuto lontano dalle vendette; poi con i suoi successi militari, con la vittoria su Pompeo, con la presa del potere, aveva beneficiato perfino i nemici politici, ma aveva fiaccato la potenza dell'oligarchia che era fuori dai tempi e dai luoghi, lui voleva estendere e consolidare la signoria di Roma nel mondo con le armi e con le leggi e, lasciava al popolo, che sempre aveva amato, gran parte dei propri beni.


I CESARICIDI
CHI ERANO, E COME POI FINIRONO

I cesaricidi furono non più di venti, gli aderenti alla congiura un numero variabile tra i 60 e gli 80. Tra di loro, tutti senatori, un consolare, Caio Trebonio, e numerosi pretori tra cui Cassio, Bruto e Casca.

 Le motivazioni dei congiurati erano profondamente diverse, come erano diverse le loro vicende personali. La congiura univa due diversi gruppi, uno di Pompeiani e repubblicani ed uno composto da alcuni Cesariani mossi da ragioni personali unite forse ad un certo lealismo verso la repubblica ; la mente di questi Cesariani delusi era Caio Trebonio, il quale aveva reconditi, se non inesistenti motivi personali per desiderare la morte di Cesare a differenza di tutti gli altri Cesariani aderenti alla congiura.

 Decimo Bruto, forse il più valido collaboratore di Cesare in Gallia dopo Labieno, determinante nella caduta di Marsiglia, pretore nel 44 a.c., proconsole in Gallia Cisalpina nel 43, console designato nel 42, poteva essere contrariato dall'essere escluso dallo scacchiere orientale dove il dittatore si sarebbe recato per una guerra della durata triennale. Galba, veterano della guerra gallica, pretore nel 54 si allontanò dal dittatore per la mancata nomina a console nel 48, proprio a vantaggio del suo nemico Servilio Isaurico, un ex Catoniano. 
Minucio Basilo, combattente in Gallia, a Farsalo, pretore forse nel 45, desiderava governare una provincia. Caio e Publio Servilio Casca aderirono probabilmente poiché si sentivano mal ricompensati dalla loro vicinanza a Cesare. 
Tillio Cimbro, tra i più noti sostenitori del regime cesariano, governatore designato della Bitinia per il 44, non riusciva ad ottenere la revoca dell'esilio del fratello. 
Caio Trebonio, console nel 45, governatore dell'Asia designato per il 44, avrebbe avuto un ruolo di primo piano nella guerra partica che Cesare si accingeva a compiere, veterano di Alesia, principale fautore della presa di Marsiglia, aveva avuto alcuni insuccessi contro i Pompeiani in Spagna anche se questa unica motivazione plausibile del suo distacco dal dittatore appare debole. 

Più chiare le motivazioni dei Pompeiani e dei Repubblicani, vindici di Pompeo e restauratori della repubblica. Tra di loro, oltre a Cassio e Bruto, Rubrio Ruga, Sesto Nasone, Quinto Ligario probabilmente reduci della battaglia di Tapso e graziati da Cesare (Ligario era stato graziato da Cesare due volte, dopo Farsalo e dopo Tapso). L'elenco si completa con Ponzio Aquila, che manifestava aperta ostilità per le tendenze monarcheggianti di Cesare, con Cecilio Buciliano ed un suo fratello anch'egli di nome Cecilio, Marco Spurio, e con i Catoniani Petronio, Antistio Labeone, Turullio e Cassio Parmense. 

Tra gli altri aderenti alla congiura o simpatizzanti con essa forse si annoverano Domizio Enobarbo, Cornelio Cinna, Popilio Lenate e Sesto Pompeo omonimo del più celebre ammiraglio. 
Il resto della vita di alcuni è lacunosa tranne il fatto confermato da Svetonio e Plutarco che pochi sopravvissero a lungo e tutti furono accomunati dalla fine violenta della loro esistenza. 
Svetonio, alludendo probabilmente ai soli capi della congiura, dice che non sopravvissero per più di tre anni alle Idi di Marzo e alla notizia dei più disparati destini aggiunge, per alcuni di essi, il naufragio.

 Il primo a morire fu Caio Trebonio, circa un anno dopo le Idi di Marzo, ucciso dal Cesariano Cornelio Dolabella nella provincia di Asia,che governava per una disposizione del dittatore resa esecutiva pochi giorni dopo la sua morte da un accordo tra Cicerone e Marco Antonio, che riteneva valide le nomine fatte dal dittatore. Poco dopo cadeva nella guerra di Modena Ponzio Aquila e nei postumi di quel conflitto veniva ucciso Decimo Bruto, che governava la Gallia Cisalpina beneficiando, come Trebonio, delle disposizioni di Cesare. 
Probabilmente anche Minucio Basilo muore nel 43, assassinato per cause quasi certamente estranee alle vicende politiche. 

Proscritti per volontà di Ottaviano, i Cesaricidi tentano di trovare rifugio in oriente, dove Cassio, Bruto e Tillio Cimbro governavano rispettivamente la Siria, la Macedonia e la Bitinia ; i primi per volontà del senato a maggioranza pompeiana che tolse quelle provincie ai Cesariani Dolabella e a Marco Antonio, il terzo era stato designato dallo stesso Cesare e pertanto la governava da più tempo.

 Servilio Casca, pretore nel 43 è il solo certo dei transfughi, dei quali non si conosce il numero. E' inoltre incerto se tra due proscritti uccisi dai triumviri di nome Ligario figurasse il cesaricida. 
Tillio Cimbro, al comando di una flotta, tenta di disturbare gli sbarchi delle forze triumvirali assieme a Staio Murco e a Sesto Pompeo. Poi Cimbro si ricongiunge con le legioni di Cassio e di Bruto che si schierano nella piana di Filippi ; oltre ai tre, anche Casca è menzionato da Plutarco nelle fasi della battaglia nel campo di Giunio Bruto. Mancando notizie certe, tuttavia da Appiano e Cassio Dione si deduce che la battaglia di Filippi fu una ecatombe per i cesaricidi che vi presero parte. I più scelsero il suicidio, oltre naturalmente, Cassio e Bruto, i fratelli Caio e Servilio Casca ed Antistio Labeone accomunati in questo da altri capi repubblicani. I superstiti certi della battaglia furono tre : Petronio, Turullio e Cassio Parmense. 

Petronio viene ucciso probabilmente nel 41 per ordine di Marco Antonio nella città di Efeso. Turullio e Cassio Parmense, il secondo durante la battaglia si trovava in Asia per conto di Bruto, riescono a riparare nei territori controllati da Sesto Pompeo, assieme al figlio di Cicerone. Dopo la disfatta di Sesto, i due cesaricidi superstiti passano in oriente al servizio di Marco Antonio, che in opposizione ad Ottaviano ha mutato la sua posizione verso i repubblicani, influenzato dal repubblicano Domizio Enobarbo, unico tra i presunti congiurati ad essere stato amnistiato perché secondo Svetonio innocente. Cassio si adopera come libellista, Turullio si occupa della costruzione della flotta del suo nuovo comandante, disboscando un bosco sacro trasformando l' eccesso di zelo in empietà. 

Dopo la sconfitta antoniana ad Azio, Turullio viene cinicamente sacrificato dall'ex triumviro ad Ottaviano, che vindice del suo padre adottivo lo mette a morte nell'isola Greca dove aveva disboscato il bosco sacro. 
In questo tempo, probabilmente ad Atene, veniva ucciso anche Cassio Parmense, ultimo dei cesaricidi a morire. Non erano trascorsi quindici anni dalle idi di Marzo.

Quando si sparse per la città la notizia della morte di Cesare, Roma rimase sbigottita. Molti, amici e sostenitori furono presi da panico, temendo le vendette, come al tempo di Mario, Silla; ora si sarebbero scatenati i pompeiani.
.
Ma anche i congiurati, e i loro sostenitori, non è che stavano meglio; quanto sarebbe durato lo sbigottimento, i timori, la commozione prima dello scoppio di una terribile guerra civile?

FINE

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