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KARL MARX
( Treviri 1818 - Londra 1883 )

* LE SUE OPERE

* L'IDEOLOGIA TEDESCA

* SOCIALISMO e CAPITALISMO (LIBERISMO)


* MANIFESTO DEL PARTITO COMUNISTA

* LE SOCIETA' NELLA STORIA


Figlio di un brillante avvocato ebreo che, insieme con la famiglia, si era convertito al protestantesimo per motivi politici, nonostante fosse rimasto su posizioni sostanzialmente agnostiche, Marx ebbe un'educazione improntata al liberalismo ed in un primo momento pensò di seguire la carriera paterna iscrivendosi a Giurisprudenza.

A Berlino, però, il contatto con il club dei Giovani Hegeliani (dei quali in seguito rinnegherà le posizioni) e con il pensiero di Hegel, lo portarono a maturare la decisione di abbandonare Legge e di iniziare a frequentare la facoltà di filosofia a Jena, dove si laureò con una tesi su Democrito ed Epicuro.

Data la politica reazionaria vigente in Prussia, decise che le sue posizioni politiche non gli avrebbero permesso di intraprendere serenamente la carriera universitaria e così divenne caporedattore della Gazzetta Renana, che fu in seguito interdetta dal governo. Proprio a causa dello scioglimento forzato del giornale, Marx fu costretto a trasferirsi a Parigi (1843), dove terminò la stesura della Critica della filosofia del diritto di Hegel.

Il 1844 fu l'anno in cui Marx abbracciò definitivamente l'ideologia comunista: ne sono testimoni i 2 saggi che pubblicò sul primo (e ultimo) numero degli Annali franco-tedeschi, redatto insieme con Ruge.

S empre nel '44 Marx strinse una profonda amicizia con Friedrich Engels e con lui cominciò ad interessarsi alle materie economiche, un interesse che sfociò nei Manoscritti economico-filosofici. Il soggiorno francese non durò comunque oltre: sotto la pressione del governo prussiano, Marx fu costretto ad abbandonare Parigi e si stabilì a Bruxelles. Qui, in collaborazione con Engels, scrisse La Sacra Famiglia (diretta contro Bauer ed i suoi discepoli) e maturò il definitivo distacco dalla filosofia tedesca con le Tesi su Feuerbach e, soprattutto, con l'Ideologia tedesca, pubblicata per la prima volta solo nel 1932, in URSS.

Nel 1848 la Lega dei comunisti, al cui primo congresso del 1847 Marx non aveva potuto partecipare, gli propose di stendere un documento teorico-programmatico: il frutto di questo lavoro fu il Manifesto del partito comunista, edito a Londra sempre in collaborazione con Engels. Ristabilitosi nel frattempo in Germania, Marx ne fu nuovamente espulso nel '49 e questa volta si trasferì a Londra, dove si ritirò dalla politica attiva dopo aver tentato di ricostituire la Lega dei comunisti.

Per Marx, la moglie Jenny e la loro numerosa famiglia, il soggiorno inglese si presentò carico di problemi economici: il suo lavoro al British Museum e la sua collaborazione col New York Tribune non sarebbero stati sufficienti al sostentamento se non fossero arrivati aiuti da Engels. Ciò nonostante Marx non interruppe la sua attività di studio e, nel 1866, iniziò a comporre il I libro del Capitale, che, dopo la sua morte, fu redatto da Engels, il quale si basò sui suoi appunti.

Nel frattempo (1864) era diventato la figura dominante dell'Associazione Internazionale dei Lavoratori, per la quale, nel 1870, scrisse due Indirizzi sulla guerra franco-prussiana. Del 1875 sono gli Appunti sul programma di Bakunin "Stato e Anarchia" e la Critica del programma di Gotha, una disanima nei confronti della decisione di unificazione dei socialisti tedeschi, per Marx poco rivoluzionaria.

Nel 1881 gli morì la moglie Jenny e Marx la seguì 2 anni dopo, lasciando nello sconforto Engels e tutto il movimento operaio internazionale.
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LE DATE IMPORTANTI DELLE SUE OPERE

1843 - Redige la Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico (in: Scritti filosofici giovanili) e La questione ebraica.
Sposa Jenny von Westphalen. Si stabilisce a Parigi per collaborare con Arnold Ruge all'edizione dei “Deutsch-Franzosische Jahrbucher”.
 
    1844 - Pubblica La questione ebraica e Per la critica alla filosofia del diritto di Hegel. Introduzione. Redige i Manoscritti economico-filosofici (in: Scritti filosofici giovanili). Inizio della collaborazione (e della profonda e duratura amicizia) con Fridrich Engels (1820-1895).
 
    1845 - Si sposta a Bruxelles. Con Engels pubblica La sacra famiglia e redige L'ideologia tedesca.
 
    1847 - Attivo nella Lega dei comunisti. Pubblica, in polemica con Proudhon, Miseria della filosofia. Su incarico de Il Congresso della Lega dei comunisti, redige (con Engel) il Manifesto del partito comunista.
 
    1848 - Pubblicazione (a Londra, febbraio 1848) del Manifesto. Marx è eletto presidente del Consiglio centrale della Lega dei comunisti (di cui fa parte anche Engels). Partecipazione ai moti rivoluzionari del 1848. Espulso dal Belgio, Marx dirige, a Colonia, la "Neue Rheinische Zeitung": è processato per diffamazione e per sedizione ma assolto. Espulso da Colonia, dopo tre mesi a Parigi si stabilisce a Londra, dove nei decenni successivi (durante i quali spesso viaggia sul continente) conduce un'intensa attività politica, pubblicistica e scientifica. Le condizioni economiche della sua famiglia (Karl e Jenny hanno parecchi figli, per lo più premorti ad entrambi) non sono mai buone (salvo nell'ultimo periodo) e spesso estremamente cattive.
 
    1850 - Pubblica Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850
    1852 - Pubblica Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte. 
    1857 - Redige i Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica (Firenze, Nuova Italia, 1968, 1970, 2 voll.). 
    1859 - Pubblica Per la critica dell’economia politica.
 
    1862 - Redige le Teorie sul plusvalore (anche Storia delle teorie economiche (Torino, Einaudi 1955-57, 3 voll.)) e altre parti de Il Capitale pubblicate dopo la sua morte.
 
    1864 - Partecipa ai lavori di fondazione dell’Associazione internazionale degli operai (I Internazionale) a Londra. Eletto a far parte del Comitato (poi: Consiglio) generale, nel decennio successivo vi svolge una parte di grande rilievo, come delegato tedesco ma anche come dirigente a livello internazionale, spesso in acerbo contrasto con altri dirigenti (in particolare Bakunin).

    1865 - Redige Salario, prezzo e profitto. 
    1866 - Pubblica il vol. I de Il Capitale. 
    1871 - Pubblica La guerra civile in Francia. 
    1872 - Si ritira dalle cariche nella I Internazionale (dissolta nel 1876). 
    1875 - Scrive la Critica al programma di Gotha
    1881 - Muore Jenny, moglie di Marx. 
    1883 - Morte di Marx.

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Karl Marx:
l'ideologia tedesca


 La critica dell'ideologia e la concezione materialistica della storia.

Nel 1858, lavorando al suo primo importante saggio di economia, Per la critica dell'economia politica, Marx così descrive questa prima fase del suo processo di formazione:

«Avevo cominciato lo studio di questa scienza a Parigi, e lo continuai a Bruxelles, dove ero emigrato in seguito a un decreto di espulsione del sig. Guizot. Il risultato generale al quale arrivai e che, una volta acquisito, mi servì da filo conduttore nei miei studi, può essere brevemente formulato così: nella produzione sociale della loro esistenza, gli uomini entrano in rapporti determinati, necessari, indipendenti dalla loro volontà, in rapporti di produzione che corrispondono a un determinato grado di sviluppo delle forze produttive materiali. L'insieme di questi rapporti di produzione costituisce la struttura economica della società, ossia la base reale sulla quale si eleva una sovrastruttura giuridica e politica e alla quale corrispondono forme determinate della coscienza sociale.»

Struttura... sovrastruttura: è una delle più importanti formulazioni marxiane in ambito teoretico, ciò che fa di questo pensatore un filosofo a pieno titolo. Questa coppia di concetti, infatti, può essere letta, nel solco della tradizione "metafisica" occidentale, come la continuazione di quella ricerca del fondamento che caratterizza tutta la storia della filosofia. In questo caso, si tratta di un vero e proprio ribaltamento prospettico, che pone la sostanza dell'esistenza non più "nel pensiero" degli uomini ma nella loro natura materiale, determinata dal lavoro e dai rapporti di produzione. Ma anche se la concezione idealista e metafisica tradizionale è ribaltata, ciò non toglie che il concetto di "fondamento reale" o "incondizionato" con cui Marx interpreta il ruolo dell'economia nei rapporti umani e nell'esistenza, risponda al medesimo interrogativo sull'"essere" dell'uomo che aveva da sempre guidato la ricerca filosofica.

« Il modo di produzione della vita materiale condiziona, in generale, il processo sociale, politico e spirituale della vita. Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza. A un dato punto del loro sviluppo, la forze produttive materiali della società entrano in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti, cioè con i rapporti di proprietà (che ne sono soltanto l'espressione giuridica) dentro i quali tali forze per l'innanzi s'erano mosse.»

I rapporti di proprietà costituiscono, nell'analisi economica marxiana, l'elemento centrale del rapporto di forza tra le classi. Occorre chiarire che, per Marx, contrariamente che per altri "socialisti" e "utopisti" del suo tempo, non è la proprietà in sé il fattore di ingiustizia sociale da combattere, ma la proprietà dei mezzi di produzione quando è separata da chi effettivamente li utilizza. In poche parole: il capitalista detiene le macchine dell'opificio con cui produce la merce da cui ricava il suo profitto; ma egli non lavora direttamente alle sue macchine, bensì impiega una forza-lavoro salariata alla quale non è destinato il profitto ricavato dal proprio lavoro ma solo una quota di esso (il salario), sufficiente al proprio mantenimento fisico. Questa separazione tra forza-lavoro (proletariato) e mezzi di produzione è l'anomalia sociale che genera, alla lunga, le rivoluzioni.

«Questi rapporti, da forme di sviluppo delle forze produttive, si convertono in loro catene. E allora subentra un'epoca di rivoluzione sociale. Con il cambiamento della base economica si sconvolge più o meno rapidamente tutta la gigantesca sovrastruttura. Quando si studiano simili sconvolgimenti, è indispensabile distinguere sempre fra lo sconvolgimento materiale delle condizioni economiche della produzione che può essere constatato con la precisione delle scienze naturali, e le forme giuridiche, politiche, religiose, artistiche o filosofiche, ossia le forme ideologiche che permettono agli uomini di concepire questo conflitto e di combatterlo. Come non si può giudicare un uomo dall'idea che egli ha di se stesso, così non si può giudicare una simile epoca di sconvolgimento dalla coscienza che essa ha di se stessa; occorre invece spiegare questa coscienza con le contraddizioni della vita materiale, con il conflitto esistente fra le forze produttive della società e i rapporti di produzione.»

Ma veniamo ora all'Ideologia tedesca.

«Il fatto è dunque il seguente: individui determinati che svolgono un'attività produttiva secondo un modo determinato entrano in questi determinati rapporti sociali e politici. In ogni singolo caso l'osservazione empirica deve mostrare empiricamente e senza alcuna mistificazione e speculazione il legame fra l'organizzazione sociale e politica e la produzione. L'organizzazione sociale e lo Stato risultano costantemente dal processo della vita di individui determinati; ma di questi individui, non quali possono apparire nella rappresentazione propria o altrui, bensì quali sono realmente, cioè come operano e producono materialmente, e dunque agiscono fra limiti, presupposti e condizioni materiali determinate e indipendenti dal loro arbitrio.»

È necessario chiarire che il presupposto generale di Marx è il principio secondo cui è nel lavoro che avviene la piena realizzazione dell'"essere umano". 

Egli scrive, nei Manoscritti del '44: «Certamente anche l'animale produce. Si fabbrica un nido, delle abitazioni, come fanno le api, i castori, le formiche, ecc. Solo che l'animale produce unicamente ciò che gli occorre immediatamente per sé o per i suoi nati; produce in modo unilaterale, mentre l'uomo produce in modo universale; produce solo sotto l'impero del bisogno fisico immediato, mentre l'uomo produce anche libero dal bisogno fisico, e produce veramente soltanto quando è libero da esso; l'animale riproduce soltanto se stesso, mentre l'uomo riproduce l'intera natura; il prodotto dell'animale appartiene immediatamente al suo corpo fisico, mentre l'uomo si pone liberamente di fronte al suo prodotto. L'animale costruisce soltanto secondo la misura e il bisogno della specie, a cui appartiene, mentre l'uomo sa produrre secondo la misura di ogni specie e sa ovunque predisporre la misura inerente a quel determinato oggetto; quindi l'uomo costruisce anche secondo le leggi della bellezza. Proprio soltanto nella trasformazione del mondo oggettivo l'uomo si mostra quindi realmente come un essere appartenente ad una specie. Questa produzione è la sua vita attiva come essere appartenente ad una specie. Mediante essa la natura appare come la sua opera e la sua realtà. L'oggetto del lavoro è quindi l'oggettivazione della vita dell'uomo come essere appartenente ad una specie, in quanto egli si raddoppia, non soltanto come nella coscienza, intellettualmente, ma anche attivamente, realmente, e si guarda quindi in un mondo da esso creato.» [Manoscritti economico filosofici del 44, Torino 1968, traduzione di Norberto Bobbio].

«La produzione delle idee, delle rappresentazioni, della coscienza, è in primo luogo direttamente intrecciata all'attività materiale e alle relazioni materiali degli uomini, linguaggio della vita reale. Le rappresentazioni e i pensieri, lo scambio spirituale degli uomini appaiono qui ancora come emanazione diretta del loro comportamento materiale. Ciò vale allo stesso modo per la produzione spirituale, quale essa si manifesta nel linguaggio della politica, delle leggi, della morale, della religione, della metafisica, ecc. di un popolo. Sono gli uomini i produttori delle loro rappresentazioni, idee, ecc., ma gli uomini reali, operanti, così come sono condizionati da un determinato sviluppo delle loro forze produttive e dalle relazioni che vi corrispondono fino alle loro formazioni più estese. La coscienza non può mai essere qualche cosa di diverso dall'essere cosciente, e l'essere degli uomini è il processo reale della loro vita.»

"La coscienza - scrive Marx - non è distinguibile da colui che la possiede": qui non si parla, dunque, come sostiene Ricoeur,  di due coscienze, una superficiale e una profonda, ma di un'unica coscienza che è l'essenza stessa dell'uomo. Marx non distingue quindi tra livelli di coscienza, ma tra livelli di rappresentazione: tra "coscienza" e falsa coscienza. Quest'ultima non è che la conseguenza di una alienazione intellettuale che provoca nell'uomo l'incapacità di distinguere la vera realtà da quello che è il "prodotto secondario" delle condizioni materiali di esistenza, l'"ideologia".
In Marx la "doppia realtà" è una operazione intellettuale consapevole e non una "doppia coscienza". Ristabilire la vera gerarchia dei valori per il nostro filosofo significa ristabilire un ordine di priorità, capovolgere, appunto, ciò che è stato sublimato, e non interpretare qualcosa di oscuro che si nasconde sotto un'apparenza più sensata e comprensibile.

«Esattamente all'opposto di quanto accade nella filosofia tedesca, che discende dal cielo alla terra, qui si sale dalla terra al cielo. Cioè non si parte da ciò che gli uomini dicono, si immaginano, si rappresentano, né da ciò che si dice, si pensa, si immagina, si rappresenta che siano, per arrivare da qui agli uomini vivi; ma si parte dagli uomini realmente operanti e sulla base del processo reale della loro vita si spiega anche lo sviluppo dei riflessi e degli echi ideologici di questo processo di vita. Anche le immagini nebulose che si formano nel cervello dell'uomo sono necessarie sublimazioni del processo materiale della loro vita, empiricamente constatabile e legato a presupposti materiali. Di conseguenza la morale, la religione, la metafisica e ogni altra forma ideologica, e le forme di coscienza che ad esse corrispondono, non conservano oltre la parvenza dell'autonomia. Esse non hanno storia, non hanno sviluppo, ma gli uomini che sviluppano la loro produzione materiale e le loro relazioni materiali trasformano, insieme con questa loro realtà, anche il loro pensiero e i prodotti del loro pensiero. Non è la coscienza che determina la vita, ma la vita che determina la coscienza. Nel primo modo di giudicare si parte dalla coscienza come individuo vivente, nel secondo modo, che corrisponde alla vita reale, si parte dagli stessi individui reali viventi e si considera la coscienza soltanto come la loro coscienza.

Questo modo di giudicare non è privo di presupposti. Esso muove dai presupposti reali e non se ne scosta per un solo istante. I suoi presupposti sono gli uomini, non in qualche modo isolati e fissati fantasticamente, ma nel loro processo di sviluppo, reale ed empiricamente constatabile, sotto condizioni determinate.»

CURATO DA MAURIZIO CHATEL

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SOCIALISMO e
CAPITALISMO (LIBERISMO)

DA MARX ALLA RIFONDAZIONE

Giovanni De Sio Cesari
( http://www.giovannidesio.it/ )

Indice : premessa -- Marx : la scienza -- Socialismo reale: la religione --
La rifondazione: la setta

PREMESSA

Nel secolo scorso due grandi movimenti mondiali si sono confrontati su tutti i piani possibili: il socialismo e il capitalismo.

Il socialismo (e il comunismo) parlava di uguaglianza, di giustizia sociale, di solidarietà, era dalla parte dei poveri e degli oppressi; il capitalismo (liberismo) invece esaltava la competizione, puntava sull'egoismo, era dalla parte dei potenti.
Per questo i giovani, i poeti, gli intellettuali, tutti quelli che avevano a cuore le sorti dell'umanità inclinavano sempre verso il socialismo.

Tuttavia alla fine del secolo il capitalismo (liberismo) si è dimostrato, potremmo dire “purtroppo”, la forma più adatta alla civiltà industriale: il socialismo in parte è confluito nel capitalismo stesso e nella sua manifestazione più coerente e radicale, il comunismo, si è dissolto.

In particolare il comunismo marxista è stato, in positivo o in negativo, il protagonista della storia del secolo scorso: nel nostro secolo invece è sparito come grande movimento storico anche nei paesi che si dicono ancora comunisti (Cina, Viet-nam tranne forse Cuba e Nord Corea) ed è rimasto una aspirazione di piccole minoranze politicamente ininfluenti.

Almeno per le prossime generazioni il socialismo può rimanere una bella e nobile ideale ma non ha nessuna possibilità di realizzazione nella realtà nei fatti.

Per un secolo quasi quindi Marx è stato il punto sul quale il mondo si divideva fra quelli che lo sostenevano e quelli che gli erano contrari: adesso il suo pensiero è fuori della realtà politica ma può dare suggerimenti, spunti, idee

Succede per Marx come per Mazzini o per Voltaire: ai loro tempi divisero il mondo ma ora sono un patrimonio comune: non siamo più contro o a favore di Mazzini, come i nostri antenati, ma giudichiamo storicamente Mazzini (e i liberali) insieme ai loro avversari reazionari, qualche volta anche riabilitandoli (come i Borboni di Napoli).

Però Mazzini e gli illuministi furono dei vincitori nella storia nel senso che le generazioni che vennero dopo di loro li acclamarono come propri maestri: la storia invece ha dato torto a Marx: le statue di Mazzini sono ancora ovunque ma non se ne vedono di Marx.

Ma questo nulla toglie al fatto che il pensiero di Marx rimane uno dei fondamenti della nostra cultura e della nostra civiltà.

Il termine di marxismo e di comunismo viene usato in molti significati diversi e tutti validi e non ha senso parlare di "vero" comunismo contrapposto a un "falso" comunismo: le parole importanti hanno sempre tanti significati diversi e non vi è certo un copyright sul termine.
Si definiscono comunisti e marxisti Stalin e Troztski, Togliatti e i sessantottini, Mao e Deng Xiaoping, (attuale dirigenza cinese ).

Fondamentale è la distinzione poi fra pensiero marxiano (proprio di Marx, d'altra parte con tante interpretazioni ) e il marxismo (cioè il movimento che si fa ad esso, estremamente vario).

In questa lavoro intendiamo mostrare brevemente l’evoluzione dal pensiero proprio di Marx fino a certe posizioni della cosi detta Sinistra Alternativa (S.A.) diffusa in tutto il mondo occidentale che, benchè tagliata ormai fuori dalla possibilità di governo, tuttavia mantiene un suo seguito vivace e attivo nella vita politica.

MARX : LA SCIENZA

La teoria di Marx non era un semplice pauperismo, incentrato sulle idee di giustizia e umanità (socialismo utopistico) ma voleva essere una disanima scientifica.
La sua opera fondamentale venne intitolata, non a caso. “il capitale” (non “il comunismo”) perchè Marx intendeva mostrare, attraverso una analisi scientifica dell’economia capitalista che essa necessariamente doveva dissolversi per le proprie contraddizione interne e strutturali , non superabili.

In sintesi, senza scendere nelle argomentazioni tecniche, Marx legò la sua dottrina alla previsione "scientifica" che i ricchi sarebbero stati sempre più pochi e sempre più ricchi (borghesi) e i poveri sarebbero stati sempre più numerosi e sempre più poveri (proletari) con la sparizione del ceto medio e dei lavoratori indipendenti.

Ma questa previsione non si è affatto verificata: anzi è avvenuto il contrario di quanto previsto da Marx.
In tutti i paesi capitalistici il ceto medio si è esteso fino a comprendere la grande maggioranza della popolazione e i lavoratori indipendenti sono sempre più numerosi di quelli dipendenti.

Non esiste quindi una lotta del proletariato contro la borghesia perchè le due classi, nel senso marxiano, non esistono più.
Le minoranze povere come gli emarginati, i giovani disoccupati, le famiglie monoredditi, gli emigrati, sono cosa diversa dal proletariato marxiano.

I lavoratori non si identificano più con i salariati proletari di Marx: la classe dei lavoratori ha cambiato profondamente i suoi i caratteri. In essa confluiscono gli operai e gli impiegati, i dipendenti e gli autonomi, i professionisti e gli artigiani e i piccoli imprenditori e anche i pensionati e disoccupati: praticamente la classe lavoratrice si identifica con la nazione nel suo insieme.

Resterebbero fuori solo i grandi industriali: la lotta di classe consisterebbe allora nella nazionalizzazioni delle grandi imprese: la cosa è stata fatta nel passato e ha dato risultati cosi negativi e catastrofici che tutti ora vogliono fare le privatizzazioni: non sarebbe certo nell'interesse generale cioè dei lavoratori.

La lotta di classe attualmente è un concetto privo di significato.
Il pensiero di Marx aveva una valore scientifico nel significato moderno del termine cioè non nel senso di verità assoluta (come fu inteso nei suoi tempi e dallo stesso Marx) ma di ipotesi che andava verificata nei fatti.

Nella scienza moderna, infatti, si riconosce che non si può giungere alla verità ultima e definitiva dei fenomeni, alla essenza cioè come nella scienza antica ma che le leggi scientifiche sono ipotesi che spiegano i fatti FINO AD ORA osservati .
Poichè nel caso di Marx la previsione si è dimostrata errata evidentemente anche la teoria era errata, come avviene nel campo delle scienze.
Ma il fatto che le previsione non si siano verificate non toglie al fatto che la teoria fosse scientifica: bisogna solo prendere atto che si tratta di una teoria superata , “falsificata”, come si dice, dai fatti

Essa comunque conserva una grande importanza culturale e costituisce pur sempre una delle componenti fondamentali della cultura moderna.

SOCIALISMO REALE: LA RELIGIONE

E poi venne nel ‘17 la Rivoluzione Bolscevica in Russia.
In realtà si trattava di qualcosa di profondamente diverso da quanto previsto “scientificamente” da Marx.
Non si trattava della crisi finale del capitalismo, dell’esplodere delle sua contraddizioni perchè il capitalismo in Russia era appena appena ai primi passi e l’economia era ancora sostanzialmente a carattere feudale. Non esisteva quindi una proletariato nel senso marxiano del termine ma una sterminata moltitudine di contadini intrinsecamente tradizionalisti, come avrebbe detto Marx.

Soprattutto non insorgeva, per il comunismo, il popolo nel suo complesso ma una minoranza esigua di rivoluzionari di professione che affermavano, e credevano effettivamente, di essere la autocoscienza del popolo.

La caduta del capitalismo era intesa da Marx come un processo spontaneo, irreversibile, sostanzialmente pacifico che sarebbe avvenuto quando i tempi sarebbero stati maturi. Non a torto si era detto che il “Capitale ” era il libro dei capitalisti: si aspettava il crollo ma fino a che esso non sarebbe avvenuto il capitalista poteva tranquillamente godersi la propria ricchezza fino al grande giorno della Rivoluzione: i capitalisti potevano tranquillamente credere in Marx.

Ma la Rivoluzione Russa era qualcosa di radicalmente diverso. Tuttavia si affermò che era una strada nuova, non prevista, si pensò anche che era un caso che la Rivoluzione fosse scoppiata in Russia e ci si aspettava che essa fosse dilagata rapidamente nel mondo capitalistico occidentale in America, in Inghilterra, soprattutto nelle Germania della crisi del dopoguerra.

Ma questo non avvenne: alla fine degli anni 30 apparve chiaro ed evidente che la rivoluzione comunista non si sarebbe estesa in tempi brevi fuori dalla Russia: di fatto essa poi si estese a paesi poveri ed arretrati come la Cina.

Invece in Russia si impiantò il regime staliniano: si sospettavano dappertutto complotti capitalistici, spie delle nemici, una città assediata che esigeva il massimo della disciplina, monastica più che militare.

Ma se i fatti avevano smentito la teoria scientifica marxiana, Il marxismo allora divenne allora una religione, la più grande religione del ‘900.

Allora tanta parte dell’umanità credette veramente che il regime sovietico avrebbe portato al mondo intero prosperità, giustizia pace. E ci voleva davvero una grande fede per credere che dagli orrori staliniani potesse nascere la società comunista prefigurata da Marx che è come dire che l’inferno in terra avrebbe prodotto il paradiso in terra.
Come pensare che un regime che aveva provocato carestie spaventose, che aveva mandato a morte la grande maggioranza dei propri stessi dirigenti in spaventosi processi farsa, che dappertutto aveva sparso il terrore come nessun altro nella storia, era premessa della liberta, della prosperità, della umanizzazione.

Ma in tanti ci credettero e i Don Peppone di tutto il mondo pensavano “ha da venì baffone” come di colui che avrebbe finalmente estirpato dal mondo una volta per sempre la ingiustizia e la povertà. E in tanti, in milioni, sacrificarono a questa fede terrena la loro vita e anche la verità e l’evidenza.

A un certo punto gli stessi regimi comunisti si resero conto della impossibilita di raggiungere la società preconizzata da Marx.

Allora la prospettiva del comunismo marxiano viene allontanato indefinitivamente nel tempo, diviene in pratica una richiamo teorico ufficiale ma in realtà si abbandonò il progetto concreto di instaurarlo, almeno in un futuro prevedibile.

Si passa allora a quello che viene definito “capitalismo di stato” e i paesi comunisti in qualche modo si omologano al resto del mondo.

L’evidenza e la verità erano divenute troppo forti perchè potessero ancora essere ignorate. Crollò allora la fede nel socialismo reale degradato a capitalismo di stato e il grande sogno del comunismo si spense lentamente nelle masse di tutto il mondo, lasciando un grande vuoto.

Il comunismo era rappresentato da Stalin e Togliatti, Mao o i Kmer rossi, da quel terzo dell’umanità che aveva abbracciato quel sistema che sembrava allargarsi all'Asia tutta, all'Africa, all'America Latina: "le campagne che assediavano le citta," si disse. Poi a un certo punto è stato detto che quello non era il "vero" comunismo marxista, si e' parlato di "strappo" (nel 68), di "esaurimento della spinta propulsiva".
Poi quel sistema è imploso improvvisamente dappertutto per decisone unanime degli stessi dirigenti (fatto forse unico nella storia) fra la soddisfazione dei popoli.

Nessuno si richiama ad esso ma si parla al più di una rifondazione mentre invece il modello liberistico non solo ha vinto la sfida ma ha preso dovunque il posto del comunismo (Cina, Russia, paesi dell'est).

LA RIFONDAZIONE : LA SETTA

Ma se i regimi comunisti ormai sono spariti o quasi dalla storia quella antica religione del comunismo non è affatto spenta: continua nei gruppi della Sinistra Alternativa, piccoli di numero ma estremamente attivi sul piano ideologico e delle manifestazioni politiche.

Già negli anni 60, e poi soprattutto con la contestazione del 68, quaranta anni fa ormai, si disse che non era finito il comunismo marxista ma solo una sua deviazione che non aveva niente a che fare con il vero pensiero marxiano.

Infatti quando si dissolsero i miti comunisti, la maggioranza dei comunisti con Berlinguer si posero come i “veri” democristiani (la definizione e’ di Pasolini) cioè quelli che volevano realizzare quello che i democristiani avevano promesso ma non realizzato e massima aspirazione il compromesso con DC stessa: la democrazia borghese divenne allora la democrazia e basta, il capitalismo divenne l’economia di mercato, e si fece lo strappo da "Mosca".

Ma la minoranza combattiva e motivata invece voleva rifondare il comunismo su nuove basi che non fossero quelle del socialismo reale: continuò sempre a vagheggiare una società alternativa ma in modo sempre più confuso e vago.

L'esigenza della rifondazione nasce dall'idea che il comunismo realizzato sia una cosa sostanzialmente diversa da quello che Marx intendeva: si dice qualcosa di vero ma si pone anche una grande questione che non può essere ignorata: perche mai tutti quelli che per due generazioni hanno detto, e sono stati universalmente creduti, di seguire Marx, perche mai tutti poi hanno costruito sistemi tanto diversi da quello marxista ?

Perche erano tutti dei malvagi, dei traditori opportunisti, spie della CIA? Chi mai ci crederebbero e comunque nello spirito di Marx sono le condizioni materiali e non la moralità degli uomini a fare la storia.

Non si accetta la spiegazione più elementare: il pensiero di Marx era inattuabile e per questo chi ha cercato ostinatamente di attuarlo ha costruito qualcosa di diverso, ha creduto di portare il paradiso in terra ma ha invece costruito solo l'inferno in terra.

Quando vi era il grande partito comunista guidato da Togliatti, il migliore, il discorso era chiaro: si contrapponeva alla democrazia borghese la dittatura del proletariato, al capitalismo la economia pianificata, all’America l’Unione Sovietica.

L’alternativa attualmente proposta invece non si capisce bene “cosa” sia, con quali “mezzi” attuarla (la rivoluzione e la via elettorale sembrano ambedue escluse), soprattutto “quando” (non pare in questa generazione). Alla fine raccoglie consensi da un piccolissimo gruppo di appassionati e dai molti scontenti (voto di protesta).

L’inquadramento della realtà non corrispondono a quello della gente (cioè di quelli (nella stragrande maggioranza) non particolarmente politicizzati): la gente ha il problema del mutuo, della precarietà, dell’aumento degli alimentari e la S.A. parla di Multinazionali, di Afganistan, della base di Vicenza, di fascismo.

I modelli cioè sono quelli di un altra società ALTERNATIVA e non corrispondono a quelli della società attuale: in altre parole si tratta di una filosofia che vagheggia una società che non esiste e non di un discorso politico che indica i mezzi per operare in quella che c'è.

I gruppi marxisti hanno quindi assunto l'aspetto di una setta che va sempre più rimpicciolendosi ma che resiste, coraggiosa e indomita. Come tutte le sette è chiusa in se, impermeabile al mondo esterno: ritiene che tutti gli altri, il 98% delle persone non ha capito nulla o che è corrotta, o che è succube di un inganno globale o della TV, che ogni avvenimento si spiega con il complotto dei capitalisti e della Cia. Afferma che la fine del mondo capitalistico è dietro l’angolo anche se poi se ne sposta continuamente la data come fanno i testimoni di Geova, sulla fine del mondo.

Anche le parole assumono significati diversi da quelli comuni e compare un frasario oscuro, incomprensibili ai non adepti.
Non avendo quindi proposte proprie, concrete ed effettive, ha sostenute le “buone” cause che però non c’entravano niente con il comunismo: il pacifismo il divorzio, i gay , l’anti consumismo.

Per colmo di assurdo sostengono pure HAMAS che è quanto di più lontano si possa immaginare dal comunismo e dalla sinistra in generale.

Tuttavia i gruppi marxisti della Sinistra Alternativa assolvono a una importante funzione nelle democrazie occidentali in cui sono comunque inseriti e partecipi: rappresentano infatti la voce dissenziente che mette in discussione i concetti dominanti, le prospettive condivise, la direzione stessa verso cui corre la società.
Costituiscono quindi una riserva essenziale di pensiero critico che va oltre le prospettive immediate e realizzabili, di tenere aperta cioè una alternativa logica alla necessita del momento.

Riveste cioè quelle caratteristiche che furono anche nella storia del passato proprie delle sette alle quali si devono anche molti sviluppi della civiltà e della cultura.

Giovanni De Sio Cesari
( http://www.giovannidesio.it/ )

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MARX : LE SOCIETA' NELLA STORIA
alla luce della storiografia contemporanea


introduzione - società primitiva - società agricole -
schiavismo - feudalesimo - società industriale -
previsioni marxiane - conclusione

 

INTRODUZIONE
Elemento essenziale del pensiero marxista è la concezione che le strutture ( i modi )di produzione determinino sostanzialmente le sovrastrutture ( la civiltà in tutti i suoi aspetti compresi quelli “ideali”). La storia umana viene quindi divisa in fasi a seconda dei modi di produzione prevalenti a ciascuna delle quali viene a corrispondere una società organizzata in un certo modo con propri valori (etici religiosi, artistici giuridici ecc), tutti dipendenti dalle struttura economica. Vengono distinte cinque tipi di società succedutosi nel tempo: primitiva, schiavistica, feudale, capitalista alla quale dovrebbe succedere quella comunista per ineluttabile processo storico.
Ovviamente Marx disponeva delle conoscenze storiche del suo tempo che erano abbastanza generiche e superficiali e limitate praticamente alla storia europea e non poteva ovviamente conoscere gli avvenimenti che sarebbero accaduti dopo la sua morte. Il fine di questo lavoro è esaminare quale valore può ancora mantenere la ripartizione marxiana alla luce dei progressi fatti dalla scienza storica e anche e soprattutto dell’esperienza storica d’ultimo secolo Alla luce della storiografia contemporanea possono ancora essere e valide e in quali limiti le fasi storiche individuate da Marx? E, soprattutto: contrariamente a quanto previsto dall’analisi marxiane, il capitalismo e la borghesia non si sono dissolti anzi sembrano aver conquistato il mondo intero: perché non è avvenuto ciò che sembrava ragionevole avvenisse?
Ovviamente la nostra è un’analisi con il “senno di poi”:
SOCIETA' PRIMITIVE
Nella schematizzazione di Marx il primo stadio dell’umanità viene denominato “primitivo”. Modernamente si tende ad evitare tale termine, denso di confusioni ed equivoci e si parla più esattamente di società di “raccoglitori e cacciatori”. I gruppi umani trovano nutrimento direttamente dai prodotti offerti dalla natura: sono quindi sparsi su un vasto territorio in piccolissime comunità, al massimo 30-40 persone. Si calcola che occorre circa a un chilometro quadrato per ogni individuo il che significa che l’Italia potrebbe ospitare teoricamente 300.000 individui ma in pratica essi sarebbero molti di meno. Non è possibile quindi la formazione di stati, la divisione del lavoro, l’accumulo di ricchezze che non esistono nemmeno, la stratificazioni sociale. Tuttavia, contrariamente a quanto pensava Marx, non si tratta di “orde primitive”, quasi simili a bestie ma di uomini completi e veri che hanno una loro cultura, spesso molto complessa: in particolare non è affatto vero che vi sia libertà sessuale o che viga il matriarcato, come credeva Marx. Anche il fatto che fosse una società di liberi ed uguali va visto anche con molti limiti: esistevano gerarchie. a volte rigide e complesse, potevano esistere anche gli schiavi ( prigionieri di guerra), a volte una tribù ne dominava un'altra.
Marx sembra ignorare però un altro stadio della società che non solo ha preceduto lo stadio agricolo ma ha accompagnato l’umanità fino a tempi recenti. Prima dello stadio agricolo bisogna considerare quello che modernamente viene definito la società di “ortocultura e allevamento”
In esso i gruppi umani apprendono ad allevare alcuni animali e insieme a seminare alcune specie di piante di valore alimentare: non siamo pero all’agricoltura perchè permane un nomadismo più o meno accentuato. Nondimeno si formano popoli abbastanza numerosi che periodicamente si spostano in cerca di nuovi territori e di prede entrando in conflitto con altri popoli nomadi o con le civiltà agricole. Si tratta di quei popoli che comunemente chiamiamo barbari, ben distinti dai primitivi. Essi costituirono un grave pericolo per le civiltà agricole perché tendevano a invaderne i territori: le società agricole erano in continua lotta con essi e talvolta soccombevano: avvenne per esempio con gli Ixos per gli antichi Egizii, con i Germani per l’Impero Romano, con i Mongoli per la Cina. Solo negli ultimi secoli lo sviluppo della tecnica ha permesso la costruzione di armi che hanno dato una sicura preponderanza agli eserciti delle civiltà agricole: fra le ultime invasioni barbariche possiamo ricordare quella di Tamerlano nel XV secolo che devastò il Medio Oriente e l’India.
SOCIETA' AGRICOLE
Dopo lo stadio primitivo Marx pone quello dello schiavismo che avrebbe caratterizzate le società antiche e sarebbe tramontato con il Medio Evo.
Modernamente pero si parla di società agricole che vanno da quelle più antiche (Egiziani, Sumeri) fino ai nostri giorni in cui essa cede il posto a società industriali
La base portante dell’economia resta infatti la agricoltura per i molti millenni che noi chiamiamo comunemente storia o civiltà. L’agricoltura si caratterizza per la antropizzazione della terra: questa non è più il dono della divinità, la grande nutrice dalla quale attingere liberamente i frutti. Non basta, come nell’orticoltura semplicemente seminare e raccogliere. Occorre mettere a cultura la terra: opere immani di irrigazione, di terrazzamenti, di disboscamento, di bonifica la cui durata va ben oltre al di la della vita stessa dell’uomo singolo e costituiscono il lavoro di generazioni che si succedono nello stesso luogo: intorno al Nilo e al Gange le generazioni di agricoltori si succedono ininterrottamente da oltre 5.000 anni.
Se il lavoro umano viene meno la natura riprende il sopravvento : cosi le città dei Maya e quelle di Ankor in Cambogia furono inghiottite dalla foresta e splendidi monumenti egizi di Tebe coperti dalle sabbie e di esse si perse persino il ricordo, Anche in Europa, con la crisi del medioevo, boschi e paludi ripresero il sopravvento sulle opere umane : il litorale, ad esempio, fra Ostia e Cuma anticamente intensamente coltivato, divenne paludoso fino a tempi recentissimi
C’è allora il bisogno delloStato, cioè di un ente superiore, istituzionalizzato che dia stabilità, che metta ordine all’interno, che organizzi i lavori, conservi le eccedenze per i momenti di penuria, difenda dalle incursioni esterne.
Sorge allora quella che comunemente noi chiamiamo la “civiltà”: organizzazione complessa della società basata sulla divisione dei compiti e con la costruzione di città, templi, strade, con il fiorire degli artigianato e anche dell’arte e della cultura.
Tutto ciò ha come presupposto economico la presenza di “eccedenze agricole”: i contadini cioè producono cibo non solo per se stessi ma anche per un certo numero più o meno ampio di persone non direttamente impegnati nella produzione del cibo: artigiani, commercianti, soldati, nobili, sacerdoti, funzionari dello stato. Nella società agricola quindi esiste una grande maggioranza di contadini (diciamo, indicativamente, intorno 90% in media ) e una minoranza che si occupa di altra attività, mantenuti dai primi. Poiché, per un processo naturale, i genitori tendono a conservare ai propri figli lo status sociale privilegiato si formano delle classi sociali più o meno rigide Troviamo quindi in tutte le civiltà agricole una divisione per classe sociale di cui la più numerosa e la meno ambita è quella contadina: è un fenomeno presente dalle prime civiltà come quella egizia fino alle soglie dei nostri giorni: contadini si nasce e lo si rimane se non si riesce a cambiare mestiere.
Si formano cosi delle classi sociali gerarchicamente disposte ciascuna con una propria funzione:nobili, sacerdoti, contadini,artigiani scribi in Egitto, patrizi e plebei in Roma, feudatari,clero e terzo stato nella Francia medioevale, “coppole e cappelli” nelle campagne del regno borbonico di Napoli.
In India abbiamo il fenomeno particolare delle caste: i popoli vinti non vengono fatti schiavi ma ad essi vengono demandati i compiti più ingrati e relegati a un basso livello sociale dal quale non possono più uscire: fin quasi ai nostri giorni abbiamo quindi una stratificazione sociale rigida di lontana origine etnica.
La struttura economica delle civiltà agricola è caratterizzata dal fatto che in qualche modo i contadini vengono spogliati di una parte dei loro prodotti che essi debbono consegnare ai magazzini dei Faraoni, ai signori feudali, ai proprietari terrieri o a chiunque altro. Il buon governo o il cattivo governo sono caratterizzati dal fatto che tale prelievo sia più o meno equo e sopportabile. L’ordine, la misura, la moderazione caratterizzano il buon governo, il disordine, la guerra, l’arbitrio la rapacità dei ceti dominanti il cattivo governo. Il contadino accetta il principio di dover consegnar una parte dei propri prodotti perché, comunque, ha bisogna dello Stato ma contesta la misura eccessiva, la differenza scandalosa di livello di vita, la prepotenza e la arbitrarietà: il buon governo stabilisce misure adeguate, assicura il loro rispetto: la società e la civiltà cosi possono fiorire.
Comunque la società contadina rimane pur sempre povera, le eccedenze agricole sono modeste, le carestie ricorrenti: le rivolte contadine scoppiano quando la situazione diventa difficile per incapacità e rapacità dei governanti, per guerre esterne, per disordini interni. Le rivolta hanno scarso successo e finiscono quasi sempre con l’essere represse nel sangue: le sette ereticali,medioevali , la jacquerie francesi, la rivolta contadina dei tempi di Lutero, i cosacchi di Pugaciov in Russia, i Turbanti Gialli o i Taiping in Cina. Infatti le rivolte non propongono un modello di società di stato alternativo. quindi l’eventuale successo è solo momentaneo: devono comunque ricostruire un ordinamento statale che spesso è peggiore di quello abbattuto.
SCHIAVISMO
Nel pensiero di Marx costituisce la caratteristica peculiare della produzione delle civiltà antiche : potremmo parlar modernamente quindi di un primo stadio delle civiltà agricole: ma la identificazione della produzione antica con quella schiavistica non è affatto corretta storicamente. Va rilevato che la schiavitù è stata presente sempre presente, fino a tempi recenti, in tutte le società umane sia pur con diversa rilevanza e che essa non fu affatto tanto ampia nella antichità, come spesso si crede.
Va chiarito innanzi tutto il concetto di schiavo che spesso è molto confuso: il termine viene spesso usato in senso lato per indicare una dipendenza molto forte ( schiavo della droga, della abitudini, del consumismo). Ma non basta la dipendenza per parlare di schiavitù perchè in ogni aspetto della vita sociale si trova la gerarchia e la divisione del lavoro. In senso proprio, secondo la famosa definizione di Aristotele, lo schiavo è una persona considerata un oggetto animato. Si tratta in genere di un prigioniero di guerra: il vincitore invece di ucciderlo la “ salva” ( latino “servus”) per usarlo per i suoi fini. Il suo trattamento può variare moltissimo secondo le circostanze e l’arbitrio del padrone: può essere adoperato per i lavori più faticosi, per gli spettacoli dell’arena (gladiatori), le donne usate sessualmente come prostitute, ma possono anche assumere ruoli importanti come precettori dei giovani, o anche addirittura assumere ruoli importanti come ministri di stato come avvenne per gli imperatori romani ( i liberti), per i principi mussulmani (i cristiani rinnegati) o per gli imperatori cinesi ( gli eunuchi di corte). In Egitto addirittura i Mammelucchi ,un tempo schiavi circassi, divennero una aristocrazia dominante.
Lo status dello schiavo comunque è sempre caratterizzato dal fatto che non ha diritti, nemmeno quelli familiari, è del tutto soggetto all’arbitrio del padrone.
Trattandosi in genere di nemici vinti o comunque di stranieri non vengono considerati e censiti come parte del popolo stesso.
Anche nelle società “ primitive” (cioè dei raccoglitori ) potevano esistere prigionieri di guerra ridotti a schiavitù: nel famose film “ Un uomo chiamato cavallo” .che è improntato a precisi studi antropologici, un prigioniero viene regalato dal guerriero, che lo ha catturato, alla madre perchè le faccia da “cavallo” .
Cosi pure nelle società barbare ( ortocultura) abbiamo numerosi schiavi catturati nelle continue guerre. Ma il fenomeno assunse maggiore rilevanza nelle società agricole dell'antichità. Non è facile però comprendere dalle fonti storiche quando si tratta propriamente di schiavi o semplicemente di persone con basso status sociale, subordinate ad altri.
Ad esempio nella Bibbia si parla di schiavitù in Egitto e poi in Babilonia: ma appare chiaro dal contesto del racconto che non si trattava di schiavitù nel senso proprio: in Egitto gli ebrei formavano una classe sociale con il compito di costruire mattoni ma conservavano i loro diritti familiari, la loro cultura, anche le proprie proprietà private. in Babilonia poi pare che avessero anche un status abbastanza alto: si definiscono schiavi perché, comunque, sono soggetti all’autorità di un sovrano straniero.
Nelle società antiche ( agricole) del mediterraneo dell’india della Cina e ae dell'America abbiamo pure schiavi ma questi hanno un ruolo molto marginale.
Con la civiltà greca e soprattutto con quella romana, invece lo schiavismo ebbe un grosso sviluppo assumendo un ruolo importante.
In particolare le guerre continue per la formazione e l’allargamento dell’Impero Romano produssero un numero abnorme di prigionieri di guerra, di schiavi che furono adibiti a più svariati compiti: molti costituivano la servitù di casa dei ricchi, altri impiegati nei lavori artigianali. Molti però lavoravano in campagna subordinati ai proprietari e agli uomini liberi. L’accrescimento della proprietà fondiaria in mani di pochi sempre più ricchi portò al latifondo che veniva coltivato soprattutto da schiavi. Il fenomeno fu molto contrastato, ad esempio. dalle riforme dei Gracchi, e poi dalle continue distribuzioni di terre ai veterani, dall’esaltazione della vita contadina ai tempi di Augusto e fu nel complesso negativo: anzi molti storici lo considerano proprio la causa più importante della decadenza dell’Impero Romano.
Infatti lo schiavismo era economicamente negativo come già gli scrittori romani più avveduti rilevarono: anche gli schiavi dovevano logicamente mantenersi. come tutti gli altri contadini e potevano solo consegnare ai padroni le eccedenze alimentari: ma la resa dei contadini liberi era sempre maggiore di quella degli schiavi, disinteressati alla produzione stessa.
Non possiamo quindi dire che lo schiavismo caratterizzasse le antiche civiltà: esso assunse importanza solo in un certo stadio dell’Impero Romano e fu fattore di debolezza e comunque non costituì mai la forza produttiva più importante.
Si osservi pure che, poichè i contadini costituivano intorno al 90% della popolazione, non sarebbe stato sostenibile una società con un numero tanto abnorme di schiavi.
Nel medioevo la schiavitù non ebbe termine come spesso si crede: ma tornò ad essere un fenomeno marginale.
Gli storici restano anche molto incerti sulla consistenza della schiavitù nell’alto medioevo: infatti il termine latino “servus” assunse un significato più ampio: in campo religioso i fedeli furono definiti “servi di Dio”, il papa quindi “servo dei servi di Dio”, i feudatari servi (vassalli) dell’imperatore e cosi via cosicchè il termine” servus” divenne quasi un appellativo onorifico.
Gli schiavi erano prigionieri di guerra che all’inizio venivano dal mondo slavo da cui il termine ”schiavo” ( il termine “servus” aveva assunto altro significato). Poichè lo schiavo è sempre uno straniero doveva essere di regola un non cristiano perchè il cristianesimo identificava tutto il popolo. Furono ridotti alla schiavitù i mussulmani di Lucera che erano state le truppe di Federico II, furono venduti anche come schiavi (vergognosamente) indiani portati da Colombo dalle Americhe. schiavi anche i mussulmani catturati sul mare (alcuni di essi lavorarono alla costruzione della reggia di Caserta a oltre la meta del 700).
Analogamente i mussulmani tenevano in schiavitù i cristiani catturati nelle loro scorrerie: ma se essi accettavano di diventare mussulmani venivano liberati e qualche volta raggiungevano anche alti gradi nell’amministrazione ; uno degli ammiragli della flotta turca di Lepanto, Uluc Alì (Luccialli), era un cristiano convertito di origine italiana.
Lo schiavismo dopo l’età romano tornò ad essere comunque un fenomeno marginale che infatti viene spesso ignorato: ebbe invece un risalto imprevisto nelle Americhe Quivi mancavano i contadini e quindi si ricorse a importare forzosamente mano d’opera dall’Africa: si trattava di non cristiani che anzi cosi venivano convertiti: tuttavia anche dopo la conversione rimanevano schiavi con grande vergogna per la coscienza cristiana del mondo occidentale. Pure in questo caso però i negri erano considerati degli stranieri: si riteneva che prima o dopo dovevano essere rimpatriati e in questo senso si mossero dapprincipio gli abolizionisti. Alla fine si tentò anche realmente di riportarli in africa con la costituzione della Liberia nel 1822: i risultati però furono disastrosi e quindi si arrivò all’ idea della equiparazione ai bianchi.
Comunque la potenza e lo sviluppo dell’America non va collegato al lavoro degli schiavi delle piantagioni ma a quello degli uomini liberi prima nella conquista del West e poi nello sviluppo industriale dell’est.
FEUDALESIMO
Marx pone il feudalesimo come uno stadio di organizzazione del lavoro che sta in mezzo fra lo schiavismo e il capitalismo e caratterizzante il medioevo nel quale il lavoro viene assicurato dai servi della gleba che sostituiscono gli schiavi del mondo classico Ma pur in questo caso non possiamo pensare che il feudalesimo sia una struttura tipica del medio evo come non lo fui lo schiavismo dell’antichità. Il feudalesimo dal punto di vista dell’organizzazione economica che divide servi della gleba e signori è il ritorno alle classi sociali come era stato in genere nell’antichità mentre lo schiavismo diviene un fatto puramente marginale, come abbiamo visto. Solo in una parte del medio evo sono presenti i servi della gleba e il feudo: c’è pure un medio evo barbarico e un medio evo comunale evo comunale in cui la servitù della gleba è assente e d ‘altra parte non si passa direttamente dal feudalesimo al capitalismo perchè in mezzo vi è lo sviluppo economico della’ Età Moderna che non è certo un fatto trascurabile.
Il feudalesimo è un fatto politico: la mancanza di un potere centrale fa si che ogni entità locale si regga autonomamente, riconoscendo solo genericamente un potere centrale: è un fatto che si è verificato in tutte le epoche quando il potere centrale entra in crisi: ad esempio in Egitto fra l’antico e il medio regno e, in India con la perdita di potere del Gran Mogol (con i marhaja), in Giappone durante l’eclissi della shogunato con i daymo e anche in età contemporanea con fenomeni come i “signori della guerra” in Cina dopo 1911, e quelli tuttora esistenti nella disgregazione della Somalia del dopo Barre.
Ciò che caratterizza il feudalesimo europeo è il fatto che la crisi politica del potere centrale che, in genere, si risolve in qualche poche generazione, durò invece molti secoli.
Ma nel feudalesimo le caratteristiche produttive sono sempre quella della società agricola: la grande maggioranza della popolazione lavora i campi e mantiene una minoranza che si dedica ad altre attività
SOCIETA' INDUSTRIALE
Alla società feudale Marx riteneva che sarebbe fosse subentrata la società caratterizzata dalla centralità del capitale che avrebbe portato a una nuova organizzazione del lavoro. L’opera maggiore di Marx, come è noto, si intitola appunto “Il Capitale:” intendendo che la sua comparsa caratterizzava l’epoca moderna sostituendo i modi di produzione feudali.
Ma realmente la caratteristica fondamentale della società moderna può essere rintracciata nel capitalismo ?
In effetti anche nel passato abbiamo forme di capitalismo abbastanza ampio: le città marinare importatrici di spezie, i comuni italiani e delle Fiandre produttori di panni, i grandi affari degli “ equites” romani, i mercanti arabi del medio oriente,la lavorazione della seta cinese di Suzhou (descritta. con grande meraviglia, anche da Marco Polo). In tutti questi casi la figura genericamente denominata del “mercante “ si serviva del lavoro subordinato di un gran numero di altri lavoratori per produrre e quindi distribuire dei prodotti. Si accumularono anche grandi capitali liquidi che permettevano di finanziarie grandi organizzazioni e di condizionare anche la politica: si ricordi ad esempio che i Medici si impadronirono del governo di Firenze e i Fugger fecero addirittura eleggere come imperatore Carlo Quinto; i meravigliosi palazzi che costeggiano Canal Grande a Venezia sono lo status symbol dei capitalisti del tempo.
In realtà la nostra società è caratterizzata dall’industrializzazione non dal capitalismo e nemmeno possiamo ritenere che sia il capitalismo a generare la società industriale.
La industrializzazione è la conseguenza degli spettacolari progressi della tecnica e della scienza : si dice che se un ‘antico romano fosse risorto nel 700 vedrebbe sarebbe molto meravigliato un mondo tanto diverso dal suo ma che se risorgesse ai nostri tempi penserebbe di essere fra gli dei: noi comunichiamo a distanza ci spostiamo volando, gli oggetti si muovono a nostro impercettibile comando: tutte caratteristiche che un romano attribuiva agli dei.
Se è vero che la società industriale ha avuto origine in un mondo capitalistico è anche vero che si è sviluppata in società anche con economie centralizzate dallo stato ( nei paesi del socialismo reale) e in tutte le combinazioni possibili di liberismo e dirigismo statale. Anzi, in teoria, nulla impedirebbe che la produzione industriale si sviluppasse in un sistema feudale come in uno schiavistico. Nell’avanzatissima produzione industriale del Giappone è ancora presente in qualche modo una componente feudale in quanto il lavoratore si identifica per la vita con una impresa; nei lager nazisti e nei Gulag sovietici abbiamo avuto operai coatti in condizioni di schiavitù inimmaginabili nemmeno nell’antichità romana.
I caratteri della modernità scaturiscono essenzialmente dal fatto che vi sono industrie.
Per fare l’esempio classico della alienazione da lavoro: come rilevato da Marx, l’operaio moderno, che lavora nelle fabbriche moderne, si sente alienato perché non vede il prodotto finito che comunque non gli appartiene e si limita a gesti ripetitivi e insignificanti mentre l’artigiano di un tempo metteva nel lavoro tutte le sue capacità e trovava la sua soddisfazione personale. Ma certo non è pensabile che la alienazione possa esser superata con un sistema socialista del lavoro : nulla cambia, psicologicamente, per l’operaio se la proprietà del prodotto apparterrà a un capitalista o allo stato o alla società: l’operaio si sentirà sempre una rotella di un processo di produzione che comunque non gli appartiene:è evidente che l’alienazione dipende dalla produzione industriale non dal sistema sociale ed economico.
Lo sviluppo tecnico scientifico sta cambiando la nostra società da agricola in industriale. Per migliaia di anni tutta la economia era basata sull’agricoltura e solo le sue modeste eccedenze permettevano altre attività. Nei nostri tempi invece l’agricoltura impegna un numero sempre minore di addetti: si è passati dal 90% a meno del 5% e soprattutto si produce più cibo di quanto possiamo effettivamente consumare. Nella società agricola la sopravvivenza alimentare era sempre il problema fondamentale: cattivi raccolti per motivi atmosferici e per vicende belliche mettevano in forse la vita delle popolazioni, anzi il numero degli abitanti di una regione era crudelmente regolato dalle possibilità di nutrizione: se la popolazione superava un certo limite allora la fame e le carestie e le guerre conseguenti la riducevano drasticamente. Il progresso medico ha interrotto anche questo tremendo meccanismo: la esistenza di efficaci mezzi anticoncezionali ci permette di programmare volontariamente le nascite.
Come abbiamo sopra notato. anche nel passato vi sono stati fenomeni simili alla produzione industriale: tuttavia si trattava pur sempre di prodotti per elites. La grande massa era troppo povera per acquistare qualcosa che andasse al di la delle stretto necessario per sopravvivere e d’altra parte i costi e le difficoltà di percorso permettevano soprattutto lo scambio di merci pregiate e costose ; le spezie d’Oriente, le sete della Cina, gli arazzi delle Fiandre non erano certo alla portata di tutti.
La povertà generale era una condizione strutturale ineliminabile perchè la produzione agricola richiedeva l’impegno della stragrande maggioranza della popolazione per produrre il minimo indispensabile alla loro sopravvivenza.
Lo sviluppo tecnico e scientifico ha permesso la produzione sufficiente di beni alimentari e poi una produzione teoricamente infinita di tutti i beni di consumo: il problema di ogni industria moderna non è la quantità di beni da produrre che può essere accresciuta indefinitivamente ma la collocazione sul mercato.
Possiamo quindi concludere che la industrializzazione è la conseguenza dello sviluppo tecnico scientifico e il capitalismo è uno dei modi di organizzarsi del modo di produrre industriale: la struttura del mondo moderno non è il capitalismo o il socialismo ma la industrializzazione.
PREVISIONI MARXIANE
Bisogna rendersi conto che l’orizzonte di conoscenze dei tempi di Marx poco dopo la prima meta dell’800 è molto diverso da quello nostro: Marx ha visto solo i primi sviluppi tecnici, la scienza non ha avuto ancora avuto il tempo di intervenire significativamente. Siamo ai primi telai meccanici, alle prima macchine: non esistono ancora aerei, auto, motori, radio televisore, telefoni e telefonini: non si usa ancora petrolio, energie nucleare, satelliti e computer, non esistono gli spettacolari progressi della medicina e della genetica.
Il mondo di Marx è ancor un mondo agricolo con qualche processo iniziale di produzione industriale: conseguentemente la visione di Marx del mondo moderno rimane sempre nella prospettiva di una società agricola.
Marx riconosce i meriti storici della borghesia di aver fatto progredire il mondo facendolo uscire dal feudalesimo ma ritiene che per motivi oggettivi la società capitalistica non potrà più reggersi a lungo: i ricchi diverranno sempre più ricchi e sempre più pochi mentre i poveri saranno sempre più poveri e sempre più numerosi, i ceti medi spariranno: alla fine la produzione non troverà più sbocchi adeguati in un processo auto-esaltante e irreversibile. Le previsioni marxiste sono state clamorosamente smentite della storia dell’ultimo secolo che ha visto invece crescere il ceto medio fino a costituire la stragrande maggioranza della popolazione e riducendo la povertà da un fatto generale a un fenomeno di emarginazione.
Marx, in realtà, osservò giustamente che le crisi del passato erano dovute a penuria di prodotti ma mentre quelli dell’età moderna sarebbero stati originati dall’abbondanza dei prodotti che non avrebbero trovato collocazione: concluse quindi che il crollo del capitalismo sarebbe stato dovuto sostanzialmente a un processo di sovrapproduzione che solo una società comunista avrebbe potuto radicalmente risolvere .
La previsione poteva sembrare ragionevole, “scientifica” come si esprimeva lo stesso Marx.
Anche potè sembrare plausibile, a quei tempi che, una volta che i prodotti sarebbero stati sufficienti per tutti, sarebbe anche venuto meno anche il “bisogno” e, con esso l’avidità e magari anche tutti gli altri mali che da sempre affliggono l’umanità. Si poteva quindi sperare in una società senza classi e senza differenze economiche: un ritorno alla società primitive in cui tutto è in comune ma con la fondamentale differenza che non ci sarebbe stato più la penuria propria dei primitivi ma abbondanza di ogni prodotto: una specie di paradiso in terra nel quale a ciascuno veniva dato secondo il bisogno e ciascuno dava secondo le sue possibilità.
Ma tutto ciò non si è verificato e non ci sono prospettive che si possa verificarsi in un futuro prevedibile: perchè ?
Con il senno di poi noi però possiamo chiaramente vedere tre fatti fondamentali a quei tempi non sufficientemente valutati.
Il primo fatto è che la industrializzazione non è un processo semplice e rapido. Fra la scoperta teorica, la applicazione pratica e la effettiva produzione generalizzata di beni possono passare molte generazioni; i cellulari sono in uso da pochi anni ma è a passato più un secolo dalle scoperte scientifiche delle onde elettromagnetiche e dalle invenzioni del telefono e della radio: solo alla fine degli anni 90 anni sono diventati di uso comune nel mondo industrializzato : quanto tempo ci vorrà perche si diffondano nel resto del mondo?
Sono occorsi millenni per far si che le terre fossero messe a cultura : occorreranno almeno secoli perche la industrializzazione possa espandersi nel mondo: fino ad ora ha raggiunto solo l’occidente e solo da poco si avvia anche in Oriente ( Cina ed India ).
Il secondo fatto è che non si raggiungerà mai la liberazione dal bisogno: l’uomo per sua natura, vuole sempre di più, vuole la ”luna”, come si dice, per cui a ogni progresso corrisponde un altro bisogno e cosi via all’infinito. Dice un proverbio ucraino che l’uomo è felice se sotto il suo letto vi è una un sacco di patate che duri tutto l’inverno: ma i contadini affamati si sono trasformati in uomini moderni che desiderano auto e telefonini e televisori e ogni altra cosa e sempre più perfezionata. Moralisti e filosofi deprecano che gli uomini vogliano sempre di più e che non sembrano mai accontentarsi di nulla: condannano il lusso esagerato, gli inutili e costosi oggetti dello status symbol, il consumismo, ammoniscono sulla importanza che l”essere” prevalga sull'“ avere “ e simili nobili concetti.
Il mondo intero pare dare loro ragione ma poi va per il suo verso: in realtà il consumismo è uno dei motori generali dello sviluppo economico nelle società industriali. Nella Cina del boom economico si diffondono l’abbigliamento griffato italiano, e a Shanghai si progetta e si costruisce in tempi di record un grattacielo sempre più alto del vicino per meri motivi di prestigio.
L’aumento della ricchezza non genera affatto la sazietà ,come presupponevano i filosofi socialisti dell’800, ma sempre nuovi bisogni. Anche la povertà relativa non sparisce mai: per essa intendiamo un livello economico molto inferiore a quello medio. Il crescere del reddito generale fa crescere anche il livello sotto il quale si è considerati e ci si sente effettivamente poveri: in questo senso vi sono moltissimi poveri in America ma il loro livello di vita sarebbe invidiabile in un paese dell’africa. e insperato in un passato abbastanza recente anche in Occidente.
Il terzo fatto è la interpretazione delle differenze economiche La società agricola è basata sulla penuria: i mezzi di sussistenza sono limitati, la produzione non può essere aumentata significativamente: questo significa che se da qualche parte alcuni usano o sprecano molte risorse, da qualche altra parte ci saranno molti a cui quelle risorse verranno a mancare. Se i ricchi mangeranno tanta carne da farsi venir la gotta questo significa che quella stessa carne non potrà essere usata come integrazione alimentari dei tanti poveri: se un nobile si farà costruire uno sfarzoso palazzo vorrà dire che i suoi contadini saranno stati privati di una maggior parte dei propri prodotti per nutrire le maestranze che avranno costruito il palazzo.
Diciamo insomma che la torta è sempre la stessa: se qualcuno ne mangia una fetta più grande qualcuno altro ne avrà una più piccola. Da qui la intrinseca ingiustizia della ricchezza, la immoralità del lusso.
Ma una società industriale non ha limiti di produzione quanto di collocazione dei prodotti. Il fatto che alcuni incrementino i propri consumi voluttuari, che si costruiscano case di vacanze non significa affatto che altri diventino più poveri: anzi, in realtà, sono proprio questi fenomeni che innescano il processo produttivo , che mettono in moto un meccanismo di sviluppo che alla fine migliora le condizioni di tutti. La produzione sviluppa la occupazione che a sua volta sviluppa la produzione in un processo auto esaltante.
Promuovendo le riforme in senso liberistico, Deng Xiaoping affermò che se il comunismo significa prosperità per tutto il popolo, allora non è contro il comunismo che alcuni diventino prosperi prima di altri e che aiutino gli altri a diventarlo: con il suo pragmatismo, alieno da ogni ideologismo e fanatismo, ha colto pienamente il senso del liberismo nella società industriale.
L’esperienza di tutto il 900 ha dimostrato al di la di ogni ragionevole dubbio, che il sistema più funzionale per sviluppare la industrializzazione è quello liberista. Tutti i paesi ad alto reddito sono liberisti ( capitalisti) e nessun paese ad alto reddito non è liberista: la sfida fra dirigismo statale ( socialismo reale) e capitalismo è terminata con la clamorosa vittoria del primo. L’esempio più evidente è la Cina: passando dal dirigismo al capitalismo ha iniziato un progresso economico stupefacente.ossiamo presumere che la causa fondamentale è che il sistema moderno è molto dinamico e che solo il liberismo può assecondare una tale dinamicità o si possono dare altre spiegazioni: ma comunque il fatto oggettivo resta e volerlo negare è chiudere gli occhi di fronte alla realtà.
CONCLUSIONE
Possiamo riconoscere a Marx il merito di aver analiticamente e sistematicamente mostrato i rapporti fra i modi della produzione e la civiltà in tutti i suoi aspetti: è un concetto che difficilmente potremmo modernamente rifiutare a prescindere da particolari e diverse angolazioni.
La ripartizione marxista per stadi ( primitivo, schiavistico,feudale, capitalistico e poi comunista ) però era mutuata da una tradizione Rinascimentale, ripresa poi dalla storiografia ottocentesca e non regge alla luce della moderna conoscenza storica e antropologica che invece riconosce quattrotipi di società ( raccoglitori, allevatori, agricoltori e a cui si aggiunge quella industriale ).
Soprattutto pero Marx non potè cogliere i caratteri della società industriale che nei tempi in cui visse era appena agli incerti inizi: non potè soprattutto osservare gli immensi progressi delle scienze e il loro impatto sulla società.
Per questi fattori le previsioni marxiste si sono rivelate assolutamente errate: il capitalismo non si è dissolto ma ha conquistato il mondo , il ceto medio non è sparito ma ha ssorbito la stragrande maggioranza della popolazione.
Può darsi che un giorno il sistema liberista risulti superato e uno di carattere socialista si mostrerà più adeguato: ma non sarà per questa generazione, nè per la seguente.
D’altra parte Marx prevedeva il comunismo come una fase successiva al capitalismo che nella sua concezione significava industrializzazione: ma il completamento delle industrializzazione è qualcosa che avverrà in un futuro non certo immediato.
Giovanni De Sio Cesari
( www.giovannidesio.it )

 

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IL MANIFESTO
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Il famoso “Manifesto del Partito Comunista” scritto nel 1848 da Engels e Marx, su incarico della Lega dei comunisti, fu pubblicato a Londra, e con “Il Capitale” divenne il programma politico della prima Internazionale (1864).

Ebbe amplissima diffusione. Vi si identificava la storia come storia di lotta fra le classi, prospettando i mezzi con i quali il proletariato poteva sconfiggere la borghesia e instaurare il comunismo.
“Questo testo, che termina col famoso incitamento “Proletari di tutti i paesi unitevi!”, inizia con l’evocazione di uno «spettro», termine che compare ben tre volte nelle prime due righe. La frase è una delle più citate dell'intera storia del pensiero politico. Ma non è stato mai sottolineato il significato dell’uso di un termine tolto dal linguaggio della “superstizione” medievale e della caccia alle “streghe”, contro le quali nei procedimenti giudiziari si usava anche la “prova spettrale”, l’asserita possibilità per il demone di impadronirsi anche del corpo del non consenziente” (Giorgio Galli, Storia delle dottrine politiche”, Il Saggiatore, 1985).


“Uno spettro si aggira per l'Europa: lo spettro del comunismo. Tutte le potenze della vecchia Europa si sono alleate in una santa caccia spietata a questo spettro. Il comunismo è ormai riconosciuto come potenza da tutte le potenze europee. E ormai tempo che i comunisti espongano apertamente a tutto il mondo il loro modo di vedere, i loro scopi, le loro tendenze, e che alla fiaba dello spettro del comunismo contrappongano un manifesto di partito... La storia di ogni società civile sinora esistita è storia di lotta di classi. Liberi e schiavi, patrizi e plebei, baroni e servi della gleba, membri delle corporazioni e garzoni, in una parola oppressori e oppressi sono sempre stati in contrasto tra di loro, hanno sostenuto una lotta ininterrotta, a volte nascosta, a volte palese: una lotta che finì sempre o con una trasformazione rivoluzionaria di tutta la società o con la rovina comune delle classi in lotta... La moderna società borghese, sorta dalle rovine della società feudale, non ha eliminato i contrasti tra le classi... L'epoca della borghesia si distingue tuttavia perché ha semplificato i contrasti tra le classi. La società intera si va sempre più scindendo in due grandi campi nemici:... la borghesia e il proletariato...

La borghesia ha avuto nella storia una funzione veramente rivoluzionaria. Dove è giunta al potere ha distrutto tutte le condizioni di vita feudali, patriarcali, idilliache... non ha lasciato tra uomo e uomo altro vincolo che il nudo interesse... non può esistére senza rivoluzionare di continuo gli strumenti della produzione, quindi i rapporti di produzione, quindi tutto l'insieme dei rapporti sociali...

Nel suo dominio di classe, che dura appena da un secolo, la borghesia ha creato forze produttive il cui numero e la cui importanza superano quanto mai avessero fatto tutte insieme le generazioni passate, (ma) le condizioni borghesi di produzione e di scambio, i rapporti borghesi di proprietà, la moderna società borghese che ha evocato come per incanto così potenti mezzi di produzione e di scambio, rassomiglia allo stregone che non può più dominare le potenze sotterranee da lui evocate.

Da qualche decina d'anni la storia dell'industria e del commercio non è che la storia della ribellione delle moderne forze produttive contro i moderni rapporti di produzione, contro i rapporti di proprietà che sono le condizioni di esistenza della borghesia e del suo dominio.
Le forze produttive di cui essa dispone non giovano più a favorire lo sviluppo della civiltà borghese; al contrario, esse sono divenute troppo potenti per tali rapporti (e) minacciano l'esistenza della società borghese.

Le armi con cui la borghesia ha abbattuto il feudalesimo si rivolgono ora contro la borghesia stessa. Ma essa non ha soltanto fabbricato le armi che le recano la morte; ha anche creato gli uomini che useranno quelle armi: i moderni operai, i proletari. Nella stessa misura in cui si sviluppa la borghesia, vale a dire il capitale, si sviluppa anche il proletariato (che) attraversa diversi gradi di evoluzione. La sua lotta contro la borghesia comincia con la sua esistenza... Di quando in quando gli operai vincono, ma solo in modo effimero. Il vero risultato delle loro lotte non è il successo immediato, ma l'unione sempre più estesa degli operai.

Questa organizzazione dei proletari in classe e quindi in partito politico viene ad ogni istante nuovamente spezzata dalla concorrenza che gli operai si fanno tra se stessi. (Ma) nei periodi in cui la lotta di classe si avvicina al momento decisivo, il processo di dissolvimento in seno alla classe dominante assume un carattere così violento... che una piccola parte della classe dominante si stacca da essa per unirsi alla classe rivoluzionaria... Come già un tempo una parte della nobiltà passò alla borghesia, così ora una parte della borghesia passa al proletariato... Tutte le classi che sinora si impossessarono del potere cercarono di assicurarsi la posizione raggiunta assoggettando tutta la società alle condizioni del loro guadagno. I proletari, invece, possono impossessarsi delle forze produttive sociali soltanto abolendo il loro modo di appropriazione attuale e con esso l'intero modo di appropriazione.

Tutti i movimenti avvenuti sinora furono movimenti di minoranze o nell'interesse delle minoranze. Il movimento proletario è il movimento indipendente dell'enorme maggioranza nell'interesse dell'enorme maggioranza.
Che relazione passa tra i comunisti e i proletari in genere? I comunisti non costituiscono un partito particolare di fronte agli altri partiti operai: (se ne) distinguono per il fatto, che nei vari stadi di sviluppo che la lotta tra proletariato e borghesia va attraversando, rappresentano sempre l'interesse del movimento complessivo.

I comunisti sono la parte più risoluta dei partiti operai di tutti i paesi, quella che sempre spinge avanti; dal punto di vista della teoria, essi hanno un vantaggio sulla restante massa del proletariato per il fatto che conoscono le condizioni e l'andamento e i risultati generali del movimento proletario. Le posizioni teoriche dei comunisti non poggiano affatto sopra idee o principi che siano stati inventati o scoperti da questo o quel rinnovatore del mondo. Esse sono soltanto espressioni generali dei rapporti effettivi di una lotta di classe che già esiste, di un movimento storico che si svolge sotto i nostri occhi.

I comunisti possono riassumere la loro dottrina in quest'unica espressione: abolizione della proprietà privata... Il primo passo nella rivoluzione operaia (è) l'elevarsi del proletariato a classe dominante, la conquista della democrazia. Il proletariato si servirà della sua supremazia politica per strappare alla borghesia, a poco a poco, tutto il capitale, per accentrare tutti gli strumenti di produzione nelle mani dello Stato, vale a dire del proletariato stesso organizzato come classe dominante, e per aumentare, con la massima rapidità possibile, la massa delle forze produttive.
Naturalmente sulle prime tutto ciò non può accadere, se non per via di interventi autoritari nel diritto di proprietà e nei rapporti borghesi di produzione, vale a dire con misure che appaiono economicamente insufficienti e insostenibili, ma nel corso del movimento sorpassano se stesse e sono inevitabili come mezzi per rivoluzionare l'intero sistema di produzione.
Quando, nel corso dell'evoluzione, le differenze di classe saranno sparite e tutta la produzione sarà concentrata nelle mani degli individui associati, il potere perderà il carattere politico. Il potere politico, nel senso proprio della parola, è il potere organizzato di una classe per l'oppressione di un'altra. Se il proletariato nella lotta contro la borghesia si costituisce necessariamente in classe, e per mezzo della rivoluzione trasforma se stesso in classe dominante, e, come tale, distrugge violentemente i vecchi rapporti di produzione, esso abolisce insieme con questi rapporti di produzione anche le condizioni di esistenza dell'antagonismo di classe e le classi in generale, e quindi anche il suo proprio dominio di classe.
Al posto della vecchia società borghese con le sue classi e coi suoi antagonismi di classe subentra un'associazione nella quale il libero sviluppo di ciascuno è la condizione per il libero sviluppo di tutti... I comunisti appoggiano dappertutto ogni moto rivoluzionario contro le condizioni sociali e politiche esistenti (e) lavorano all'unione e all'intesa dei partiti democratici di tutti i paesi. I comunisti sdegnano di nascondere le loro opinioni e le loro intenzioni. Essi dichiarano apertamente che i loro scopi non possono essere raggiunti che con l'abbattimento violento di ogni ordinamento sociale esistente.
Tremino pure le classi dominanti davanti a una rivoluzione comunista. I proletari non hanno nulla da perdere in essa fuorché le loro catene. E hanno un mondo da guadagnare.

Proletari di tutti i paesi unitevi!”


MARX Heinrich Karl - Filosofo, economista ed uomo politico tedesco (Treviri, 1818 - Londra, 1883). Dopo essersi laureato a Bonn con una tesi sulla filosofia di Epicuro, si dedicò quasi esclusivamente allo studio dell'economia e dei rapporti sociali; nel 1842 venne chiamato a dirigere il giornale Rheinische Zeitung (= Gazzetta Renana), edito a Colonia: il giornale fu soppresso nel 1843 e M. si trasferì a Parigi, dove cominciò a pubblicare i Deutsch-Franzósische Jahrbucher, in cui iniziò i suoi lavori socialisti con uno studio sulla Critica della filosofia del diritto di Hegel. In quest'opera gettò le idee fondamentali della sua dottrina: "...i rapporti giuridici e le forme dello stato non sono tanto uno sviluppo dello spirito umano, quanto una conseguenza dei rapporti materiali della vita".
A quest'opera seguì la Sacra Famiglia, critica dell'idealismo filosofico tedesco, scritta in collaborazione con Engels. Nel '45 M. venne espulso dalla Francia e dovette trasferirsi a Bruxelles, dove pubblicò nel 1847 e in lingua francese, la Miseria della filosofia, critica della Filosofia della miseria di Proudhon, e, nel 1848, un Discorso sul libero scambio.

Nel 1847, sempre a Bruxelles, entrò nella Lega dei comunisti, trasformandone l'organizzazione e fondando anche un' "Associazione degli operai tedeschi" riuscì a dare un vasto carattere internazionale alla Lega. Per enunciare i principi fondamentali del movimento comunista (egli prescelse questa parola perchè "socialismo" indicava un movimento borghese, non operaio) redasse, con Engels il Manifesto del Partito Comunista, pubblicato nel 1848 a Londra.

Arrestato e quindi espulso dal governo belga, ritornò a Parigi e poi a Colonia, dove fondò la "Neue Rheinische Zeitung", che ebbe vita dal 1° giugno 1848 al 19 maggio 1849 e fu l'unico giornale che difendesse le posizioni del proletariato. In seguito alla soppressione delle libertà democratiche e al soffocamento delle insurrezioni nel Baden e nel Palatinato al giornale fu vietata la pubblicazione.

Dopo un breve soggiorno a Parigi, M. trovò rifugio a Londra. Dopo il colpo di stato del dicembre 1851, M. pubblicò il 18 brumaio di Luigi Bonaparte e Le rivelazioni sul processo dei comunisti a Colonia. Dopo la condanna dei membri della Lega dei Comunisti si ritirò dall'agitazione politica e si dedicò agli studi di economia, di cui il primo frutto fu Per la critica dell'economia politica. Fascicolo primo (Berlino, 1859), nel quale è contenuta la prima esposizione sistematica della teoria marxista del valore.

Accanto agli studi rigorosi di economia M. non cessò mai del resto, di battersi, in articoli e pamphlets, contro i movimenti reazionari, come il bonapartismo o la politica prussiana. Nel 1864, a Londra, riuscì a far approvare una proposta che da tempo aveva formulato nella sua mente: quella di fondare un' "Associazione Internazionale degli Operai". L'associazione fu fondata, e fu la 1a internazionale, di cui lo stesso M. fu l'animatore fino al 1872. Nel 1867 pubblicò ad Amburgo il 1° volume del Capitale, la sua opera principale, in cui espose le linee fondamentali della sua critica alla società capitalista.
Dopo il congresso dell'Aia (1872) e il trasferimento del consiglio generale dell' Internazionale in America, M. ritornò ai lavori di carattere teorico, di economia ed anche di filologia.

Il pensiero di M, è svolto nella Critica dell'economia politica, in cui si afferma che i rapporti di produzione non dipendono dalla volontà degli uomini, ma corrispondono a un certo grado dello sviluppo delle forze produttive economiche, materiali. Secondo Engels due sono state le grandi scoperte fondamentali di M.: la prima è "la rivoluzione da lui compiuta in tutta la concezione della storia mondiale".
Egli sostenne "che la forza motrice della storia è la lotta di classe, che sono sempre esistite classi dominanti e classi dominate e che la grande maggioranza degli uomini è sempre stata condannata a lavoro duro e a una vita misera e povera e, infine, che la classe dominante, ha praticamente adempiuto la sua missione storica".

La seconda scoperta di M. sta nell'aver spiegato in modo esauriente i rapporti tra capitale e lavoro e la formazione del capitale come frutto del plus-valore.
Il pensiero di M. è mirabile per l'organicità e la concatenazione del suo sviluppo.

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