ARTHUR SCHOPENHAUER
bisogna andare oltre la saggezza della vita
andare oltre il dolore dell'esistenza
il pensiero senza l'azione non può sopravvivere


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a fondo pagina
"I DOLORI DEL MONDO"

Per Arthur Shopenhauer (1788-1860) l'essenza dell'universo è volontà, radice unica che si realizza nell'uomo e nelle cose, colta non già attraverso un sapere razionale ma attraverso un'intuizione immediata. 
La volontà si rivela come irrazionale e come bisogno, deficienza, quindi infelicità e dolore. Di questa infelicità cosmica l'uomo è drammatico centro: al suo dolore la natura resta indifferente.
Il dolore è nota costante dell'esistenza; e tuttavia, Shopenhauer ravvisa una possibilità di liberazione nella contemplazione estetica: in essa l'uomo diviene puro, disinteressato soggetto conoscente che, intuendo l'idea, si sottrae, sia pure soltanto per alcuni istanti privilegiati, al dolore dell'esistenza.

(vedi più avanti pagine di pensieri e frammenti "SUI DOLORI DEL MONDO" )

 

L'intuizione come strumento di conoscenza dell'essere, l'irrazionalità del tutto, l'indifferenza della natura al travaglio umano, l'arte come conoscenza e come liberazione dal dolore sono motivi che entreranno nella sensibilità e nella poetica del decadentismo.

L'attacco più forte al materialismo è la tremenda petitio principii, poichè all'improvviso ci si accorge che l'ultimo anello costituisce il punto di partenza e la catena è un cerchio. E ci si chiede come si può spiegare la mente con la materia, quando soltanto per mezzo della mente si può conoscere la materia?"

In breve la biografia di Schopenhauer
1788
Nasce a Danzica il 22 febbraio. Il padre Heinrich Floris esercita una attività commerciale. La madre Johanna Trosiener coltiva la letteratura ed emerse fra i più popolari romanzieri del tempo.

1793
La città libera di Danzica diventa prussiana e in conseguenza di ciò la famiglia si trasferisce ad Amburgo. Arthur S. ha cinque anni.

1797-1799
Per disposizione del padre - che erano animato da uno spirito cosmopolita che rimase un impronta anche del filosofo - dopo un viaggio in Francia, Arthur S. studia per due anni in un collegio a Le Havre.

1799-1804
Nell'arco di questa data con i genitori viaggia in Olanda, Inghilterra, Francia, Svizzzera, Austria, Germania.
Arthur continua gli studi ad Amburgo. Il padre Heinrich si augura che il figlio continui l'attività commerciale della famiglia, alla quale Arthur è profondamente avverso. Tuttavia entra nella casa commerciale del mercante amburghese Jenisch.

1805
Suicidio del padre di Schopenhauer, Heinrich. Nello stesso anno Johanna Trosiener si trasferisce a Weimar. Il suo salotto letterario è frequentato da uomini di cultura dell'epoca, in particolare da Goethe, Wieland, Klopstock ecc. Schopenhauer pur ancora in giovanissima età -17 anni- resta ad Amburgo a curare la ditta
paterna.

1807-1809
Schopenhauer decide di lasciare l'attività commerciale e di vivere con le rendite familiari, per dedicarsi interamente agli studi universitari . Si iscrive alla facoltà di medicina di Gottinga, ma subito dopo attratto dalle ricerche filosofiche passa alla facoltà di filosofia berlinese. Studi classici a Gotha e poi a Weimar, dove la madre lo introduce nell'ambiente letterario citato sopra.

1811
Negli studi berlinesi è attratto dalla fama di Fichte. Ma approfondendo ne rimane profondamente deluso. Diventa un radicale oppositore all'idealismo e all'"ottimismo" fichtiano.

1813
Pubblicazione della
Quadruplice radice del principio di ragione sufficiente, opera con la quale aveva ottenuta la laurea in filosofia a Jena nello stesso anno. In seguito questa prima versione viene profondamente rielaborata e riedita in nuova veste. Si incontra con Goethe e si interessa vivacemente alla sua teoria dei colori. Si delinea il progetto di una ripresa e di un approfondimento della teoria goethiana, che tende tuttavia ad assumere poi lineamenti autonomi ed in parte critici nei confronti della posizione goethiana. Alla fine dell'anno ritorna a Weimar, e nei suoi sei mesi di permanenza si incontra più volte con Goethe. Ma nel maggio del 1814, entra in rottura con la madre (che non incontrerà mai più) e lascia Weimar. Ha conosciuto nel frattempo l'orientalista Majer che lo introduce nelle filosofie e religioni orientali.
1814-1815
Vuole partire volontario nella guerra antinapoleonica, poi rinuncia e si ritira in una casa di campagna a Dresda. Qui oltre che svolgere una tesi dottorale in filosofia dedica il suo tempo e le sue energie a quell'opera che doveva riuscire come il suo capolavoro
1816
Le ricerche sul colore culminano con la pubblicazione dell'opera
La vista e i colori
1818
Pubblicazione del
Mondo come Volontà e Rappresentazione. L'opera era già pronta l'anno precedente, venne edita dall'editore Brokaus di Lipsia nel dicembre del 1818 ma con la data del 1819.
1819
Iniziato nel settembre del 1818, fino al maggio del 1819, Schopenhauer compie un viaggio in Italia. Visita Venezia, Bologna, Firenze, Roma, Napoli. E' costretto a rientrare per il fallimento dell'azienda paterna. Opponendosi alla madre riesce a salvare il suo patrimonio.
1820
Tiene senza successo lezioni all'Università di Berlino come libero docente. Aspro scontro con Hegel alla sua prima lezione. Vorrebbe insegnare, ma è costretto a sospendere il corso per mancanza di studenti.
1822
Nuovo viaggio in Italia. Visita Milano, Genova, Firenze- Riedizione in edizione latina del libro sul colore. Rientrato in Germania, a Monaco si ammala per alcuni mesi.
1824
Ritorna a vivere a Dresda. L'hanno dopo torna a Berlino, dove resta fino al 1831 e sono inutili i tentativi nel voler insegnare.
1831
A Berlino scoppia una grossa epidemia di colera. Schopenhauer abbandona la città e si trasferisce a Francoforte sul Meno dove trascorrerà il resto della sua vita. Da Berlino era fuggito poco lontano anche il suo acerrimo nemico Hegel, che muore appunto di colera.
1836
Pubblica
Sulla volontà nella natura

1841
Pubblica
I due problemi fondamentali dell'etica. Quest'opera raccoglie insieme il saggio La libertà del volere umano e il saggio sul Fondamento della morale. Quest'ultimo presentato al concorso bandito dalla Società Reale di Danimarca, viene duramente giudicato.

1843-1844
Pubblicazione dei
Supplementi al Mondo e della seconda edizione della stessa opera, nel 1844, che presenta diversi rimaneggiamenti. Tuttavia Schopenhauer affida ai Supplementi le modifiche e le estensioni tematiche più rilevanti.Ma anche questa edizione non ottiene successo.

1847
Seconda edizione, profondamente rimaneggiata, della
Quadruplice radice del pricipio di ragione sufficiente
1848 Proprio a Francoforte, durante le Rivoluzione liberali austriache e tedesche, si raduna l'Assemblea nazionale tedesca che elaborerà la costituzione detta appunto di "Francoforte". L'anno dopo il Parlamento è disperso

1849
Durante i tentativi insurrezionali liberaldemocratici, la repressione delle truppe austriache. Schopenhauer esalta la repressione. L'anno dopo cadono le ultime speranze dell'evoluzione democratica della Germania. Nella repressione poliziesca sono perseguitati i seguaci della sinistra hegheliana, poi esclusi dall'insegnamento.

1851
Pubblicazione con successo dell'opera
Parerga e Paralipomena, che raccoglie numerosi saggi caratteristici dell'ultima fase di pensiero del filosofo. La fama di Schopenhauer, all'inizio ignorato dalla critica e dal pubblico inizia a crescere sempre di più. Moltissimi giornali e riviste parlano di lui.

1856
L'università di Lipsia bandisce un concorso per un saggio sulla filosofia di Schopenhauer.

1858
Al suo 70mo compleanno riceve congratulazioni da tutti i paesi e da tutti i continenti. In Italia Francesco De Sanctis scrive e pubblica il dialogo "Schopenhauer e Leopardi".

1860
21 settembre - Una Morte serena si porta via la vita di Arthur Schopenhauer giunto all'età di 72 anni.
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SCHOPENHAUER IN ITALIA

L’interesse di De Sanctis per il pensiero di Schopenhauer è un caso quasi isolato nella cultura moderna italiana; perchè al di là di pensatori e studiosi appassionati, l’opinione dominante non era molto favorevole al filosofo tedesco. Lo schopenhauerismo è apparso “di fatto” a gran parte dell’opinione colta italiana grazie a Giovanni Papini, che ne “Il crepuscolo dei filosofi” (1906) lo ha definito come la «grande opera buffa della filosofia tedesca». Alla mancata fortuna di Schopenhauer in Italia hanno indubbiamente contribuito i neoidealisti Croce e Gentile. Quest’ultimi, infatti, pur esperti di cultura tedesca, hanno sempre mostrato per il «pessimismo» un sostanziale disinteresse o, peggio, una preconcetta opposizione contrapponendogli e preferendogli sempre le certezze metafisiche dello Spirito inteso come sostanza del mondo. Unica eccezione è il romanziere Italo Svevo che, come testimoniato dalla moglie Lidia, “sapeva a memoria” i testi del filosofo tedesco. Senz’altro l’influsso di Schopenhauer, è presente in opere come “Una vita” o “Senilità”.
Ma per essere sinceri Italo Svevo più che alla cultura italiana appartiene ad una cultura della “Mitteleuropa”.

Non sappiamo se Giacomo Leopardi riuscì a leggere il capolavoro di S. Il mondo come volontà di rappresentazione (uscito in data 1819 - che destò poco interesse e buona parte dei volumi finirono al macero), ma qualcosa doveva sapere, e un grande ammiratore sia di Leopardi che di Schopenhauer, fu indubbiamente Francesco De Sanctis, che scrisse il famoso "Dialogo".

Zurigo che nel 1858 ospitava una schiera di ferventi schopenhaueriani, al critico napoletano nel frequentarli deve essere venuta notizia della varia fortuna (anche se sul viale del tramonto) del filosofo tedesco, del carattere e dei gusti dell'uomo, della sua vita e delle sue compagnie di Francoforte.
E venne anche a sapere l'interesse che lui aveva destato a Schopenhauer. Ad avvertirlo fu Lindner, traduttore dei "Dialogo" allora pubblicato dal De Sanctis sulla
Rivista Contemporanea di Torino nel dicembre 1858.
Schopenhauer subito rispondeva al Lindner: "Mandatemi, mandatemi il dialogo per colmare subito la mia ardente curiosità. Qui in questa Abdera, è impossibile pensare che io possa procacciarmelo
" (lettera 14 febbraio 1859). E ricevuto, manifestava un caldo compiacimento.
"E' un importante progresso che l'Italia apre a me dinanzi. Io ho letto quel dialogo due volte attentamente, e debbo stupire nel riconoscre in qual alto grado questo italiano si sia impossessato della mia filofofia, e come bene l'abbia compresa. Egli non fa dei sunterelli e degli estratti dei miei scritti, come usano i professori tedeschi...senza vero intendimento e seguendo l'ordine delle pagine. NO: ma li ha assorbiti in succum et sanguinem, e li ha sulla punta delle dita per adoperarli dove occorre. E' inoltre convinto della verità, ed è pieno d'entusiasmo; ma crede di dover qua e là, per divertire il suo pubblico, mostrare un ghigno sarcastico...Lascio stare le invettive contro di me nella chiusa; le quali provengono da ciò che la Giovine Italia, come il canagliume democratico tedesco del 1848, non ha trovato in me il suo uomo. Forse l'autore è uno sbandito, che vive a Zurigo".(lett. 26 febb 1859: Briefe, edite da.Grisebach, Lipsia, Reclam, pagg. 403-406).

De Sanctis nel pubblicare il "Dialogo" (poi raccolto nei "Saggi") avvertiva "Il Dialogo è scritto a Zurigo il 1858; D. è l'autore, A. è un suo antico discepolo che viene da Napoli" (molti pensavano che leopardi venisse da Napoli). E nell'una e nell'altra edizione il De Sanctis chiariva in una nota: " Tutto quello che D. dice di Schopenhauer, opinioni, invettive, argomenti, paragoni, fino nei più minuti particolari, è tolto scrupolosamente dalle sue opere".

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Nella sua stupenda "Storia della Filosofia" (1926, New York) Will Durant, termina il ritratto di Schopenhauer con queste affermazioni:

"Fu bene che Schopenhauer abbia portato la filosofia ad affrontare la cruda realtà del male ed abbia volto il pensiero umano allo studio dei mezzi per alleviarlo. Dopo di lui la filosofia trovò piú difficile vivere nell'atmosfera irreale delle dispute metafisiche: i pensatori cominciarono ad accorgersi che il pensiero senza l'azione non può sopravvivere
Fu anche bene che Schopenhauer abbia aperto gli occhi degli psicologi dinanzi alla sottile e profonda e onnipresente forza dell'istinto. L'intellettualismo, cioè la concezione dell'uomo come animale soprattutto pensante e preoccupato di adattare i mezzi a scopi razionalmente scelti, cominciò a vacillare con Rousseau, ricevette un fiero colpo con Kant e morì con Schopenhauer. Dopo due secoli di analisi psicologica, la filosofia trovò, al di là del pensiero, il desiderio, e al di là dell'intelletto, l'istinto : nello stesso modo che, dopo un secolo di materialismo, la fisica trova, al di là della materia, l'energia.

Dobbiamo essere grati a Schopenhauer di aver rivelato a noi stessi il nostro intimo spirito, di aver dimostrato che i nostri desideri sono gli assiomi delle nostre dottrine filosofiche e di aver spianato il cammino al riconoscimento che il pensiero non deve essere semplicemente un calcolo astratto di eventi impersonali, ma un flessibile strumento di azione e di desiderio.

In fine, ad onta di esagerazioni, Schopenhauer ci insegnò ancora la necessità del genio e il valore dell'arte. Capì che il bene ultimo é la bellezza e che la gioia vera sta nella creazione e nell'adorazione del bello
Unì la sua voce a quella di Goethe e di CarlyIe per protestare contro il tentativo di Hegel, Marx e Buckle di negare che il genio sia un fattore preponderante nella storia umana: in un'epoca in cui l'idea di grandezza pareva spenta, Schopenhauer predicò ancora una volta il culto nobilissimo degli eroi.
E nonostante tutti i suoi torti, riuscì ad aggiungere un altro nome alla loro lista".

Schopenhauer non ebbe madre, nè moglie, nè figli, nè famiglia, nè patria. "Fu assolutamente solo, senza neppure un amico; e tra uno e nessuno si stende l'infinito" (Nietzsche: Shopenhauer come educatore, Londra 1910, p.122). Ebbe quasi un senso paranoico di grandezza sconosciuta; mancatigli il successo e la fama, egli si chiuse in se stesso, tarlo roditore della propria anima.
Ci fu un attimo in cui, venticinquenne, tutto preso dall'entusiasmo di Fichte per una guerra di liberazione contro Napoleone, egli pensò -correva l'anno 1814- di arruolarsi volontario, si procurò perfino delle armi. Ma la prudenza lo trattenne in tempo e si disse che "dopo tutto, Napoleone non faceva che esprimere, in modo chiaro e preciso, quell'intima sensazione e brama di una vita più piena, che i deboli mortali sentono, ma devono forzatamente dissimulare" (
Wallace, articolo su Schopenhauer nell'Enciclopedia Britannica). Invece di partire per la guerra si ritirò in una casa di campagna.
Schopenhaur dedicò tutto il suo tempo e le sue energie all'opera che doveva riuscire il suo capolavoro, Il mondo come volontà di rappresentazione.
Tre anni dopo, mandò il manoscitto all'editore, premettendo che non si trattava di vecchie idee rimesse a nuovo, ma di un insieme perfettamente coerente di pensieri originali "chiaramente intelleggibili, vigorosi e non privi di bellezza": un libro "che sarà in seguito la fonte e lo spunto di un centinaio di altri libri" (In Wallace: Vita, p.10). Sarà stato egotismo insolente, ma Schopenhauer fu assolutamente sincero.

Ciononostante il libro - stampato e pubblicato nel 1818, uscito con la data 1919, suscitò appena qualche interesse. Il mondo - dopo la bufera napoleonica e con la successiva Restaurazione- era ancora troppo povero ed esausto per legger volentieri considerazioni intorno alla sua miseria e al suo esaurimento.
Sedici anni dopo la pubblicazione, Schopenhauer venne a sapere che la maggior parte delle copie erano andate al macero, vendute come carta straccia. Nel suo saggio sulla fama, in Saggezza della vita egli cita, con evidente allusione al suo capolavoro, due osservazioni di Lichtenberger : «Opere come questa sono simili a specchi : se un asino vi si mira, non potete aspettarvi che essi riflettano un angelo » - e - « quando una testa e un libro vengono ad urtarsi, e l'uno o l'altra risuona perché vuoto, è questo sempre il libro? » ;
Schopenhauer continua con accento di vanità offesa : « Quanto più un uomo appartiene alla posterità, in altre parole all'umanità in generale, tanto più egli rimane estraneo ai suoi contemporanei : poiché, non essendo l'opera sua rivolta ad essi in modo particolare, ma solo in quanto essi fanno parte dell'umanità in generale, non si trova nelle sue pagine alcuno di quei tratti familiari di color locale che possa suscitare il loro interesse ». E qui diventa eloquente, come la volpe della favola: « Potrebbe un musicista essere lusingato dall'applauso scrosciante degli ascoltatori, se sapesse che quasi tutti sono sordi e vedesse una o due persone applaudire per nascondere la loro infermità? E che cosa direbbe se venisse a scoprire che quelle poche persone sono state spesso pagate per tributare al povero artista l'applauso più caloroso? In alcuni individui l'egotismo compensa la mancanza di fama; in altri individui, l'egotismo presta una generosa cooperazione alla loro fama già esistente".

In quest'opera Schopenhauer trasfuse tutto se stesso; i suoi lavori posteriori, quindi, non sono altro che commenti a quello; divenne talmudista del suo Torah ed esegeta delle proprie geremiadi. Nel 1836 pubblicò un saggio Sulla volontà della natura, il quale venne, fino ad un certo punto, incorporato nell'edizione ampliata di Il mondo come volontà e rappresentazione, apparso nel 1844.
Nel 1841 uscirono I due problemi fondamentali dell'etica e nel 1851 due importanti volumi di Parerga et Paralipomena, cioè letteralmente, « Prodotti secondari e resti », i quali furono tradotti in inglese come i Saggi. Per questa opera, che è il più leggibile dei suoi lavori, è pieno di sapienza e di spirito, Schopenhauer ricevette, come rimunerazione totale, dieci copie gratuite. L'ottimismo è difficile in simili circostanze. Un solo fatto venne a interrompere la monotonia della sua solitudine di studioso, dopo la partenza da Weimar. Da tempo sperava gli si presentasse l'occasione di esporre la sua filosofia in una delle grandi università germaniche : l'occasione si presentò nel 1822, allorché fu invitato a Berlino come « Privat docent ». Egli, deliberatamente, scelse, per le sue conferenze, le stesse ore in cui l'allora potente Hegel teneva le sue lezioni, sperando che gli studenti guardassero a lui e ad Hegel con gli occhi della posterità. Ma gli studenti non erano in grado di vedere tanto lontano, e Schopenhauer si trovò a parlare alle sedie vuote. E sembra che ci fu anche uno scontro verbale con lo stesso Hegel.
Si rassegnò, ma si vendicò poi con le amare diatribe contro di lui, che guastarono le ultime edizioni del suo « capolavoro ». Nel 1831 scoppiò a Berlino un'epidemia di colera tanto che Hegel e Schopenhauer fuggirono: ma Hegel, tornato troppo presto, fu colpito dal morbo e in pochi giorni morì. Schopenhauer non si fermò finché non ebbe raggiunto Francoforte, dove passò il resto della sua vita, che toccò i settantadue anni.

Da convinto pessimista, egli aveva evitato di cadere nell'illusione degli ottimisti : quella, cioè, di vivere con la penna. Aveva ereditato da suo padre la rendita parziale di un'azienda, che gli permetteva una modesta agiatezza, investendo il suo denaro con una prudenza non lecita ad un filosofo. Fallita la società nella quale era interessato, Schopenhauer, a differenza degli altri creditori, che si contentarono di riavere il settanta per cento dei loro crediti, pretese il pagamento integrale, e l'ottenne. Gli bastarono due camere presso una pensione, e là visse gli ultimi trent'anni della sua vita, senz'altra compagnia che quella di un cane, un piccolo barbone ch'egli chiamò Atma (il termine braminico per significare l'«Anima del mondo»); ma i burloni della città lo chiamarono il «giovane Schopenhauer ». Prendeva i suoi pasti generalmente al «Ristorante Inglese» : cominciando a mangiare, metteva sulla tavola, dinanzi a se, una moneta d'oro, che riponeva in tasca a pasto finito. Un cameriere, senza dubbio indignato, gli chiese alla fine il significato di quell'invariabile cerimonia. Schopenhauer rispose di aver promesso a se stesso di lasciar cadere la moneta nella cassetta dei poveri il primo giorno in cui avrebbe udito gli ufficiali inglesi, che colà pranzavano, discorrere di qualche cosa che non fosse di cavalli o di donne o di cani (Wallace, p.171).

Le università ignoravano lui e i suoi libri, quasi volessero confermare il detto di Schopenhauer, che in filosofia ogni progresso avviene al di fuori dei recinti accademici. - « Nulla - disse Nietzsche - offendeva tanto i dotti della Germania quanto la dissimiglianza di Schopenhauer nei loro confronti ». - Questi aveva, però, imparato ad essere paziente; confidava che, sebbene in ritardo, il riconoscimento sarebbe venuto. Ed infatti, con molta lentezza, venne. La classe media, formata da avvocati, medici mercanti, trovò in Schopenhauer un filosofo che offriva non semplicemente un gergo pretenzioso intorno a chimere metafisiche, bensì un intelligibile studio dei fenomeni della vita reale.
L'Europa, delusa negli ideali e negli sforzi del 1848, si volse, quasi applaudendo, a questa filosofia, che aveva espresso la disperazione del 1815. L'attacco della scienza contro la teologia, l'accusa dei socialisti contro la miseria e la guerra, l'importanza biologica nella lotta per l'esistenza, tutti questi fattori aiutarono a elevare finalmente Schopenhauer alla fama.

Era ancora in tempo per poter gioire della sua popolarità : leggeva con avidità tutti gli articoli che apparivano su di lui; chiedeva agli amici che gli mandassero qualunque brano di commento stampato che potesse capitare loro fra mano, offrendo di pagare le spese postali. Nel 1854 Wagner gli inviò una copia dell'« Anello dei Nibelunghi », accompagnandola con poche righe di apprezzamento per la sua filosofia della musica. Così il grande pessimista divenne, nei suoi ultimi anni, quasi ottimista : suonava assiduamente il flauto dopo pranzo e ringraziava il tempo di averlo liberato dagli ardori della gioventù. Veniva gente da ogni parte del mondo per vederlo, e nel 1858, compiendo egli i settant'anni, gli piovvero congratulazioni da tutti i paesi e da tutti i continenti.
Ma oramai non aveva che due anni da vivere. Il 21 settembre 1860, come al solito, si mise a tavola per la colazione, solo e apparentemente in buona salute. Un'ora dopo la padrona di casa lo trovò ancor seduto al suo posto, morto.

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Anche se fece di tutto per convincere se stesso di essere un ottimista, Schopenhauer è un filosofo profondamente pessimista. Ma nella sua epoca -quella epoca- non era il solo pessimista; c'era Byron in Inghilterra, De Musset in Francia, Heine in Germania, Leopardi in Italia, Puskin e Lermontov in Russia. Perfino fra i musicisti c'era Schubert, Schumann, Chopin e lo stesso ultimo Beethoven.
Quando rinunciò a partire per la guerra, e si ritirò saggiamente in campagna, era già l'anno 1815, e quello era il tempo della Santa Alleanza. A Waterloo si era combattuto, la rivoluzione era spenta e il « Figlio della Rivoluzione » marciva su una roccia nel lontano oceano... Qualche cosa dell'apoteosi della volontà di Schopenhauer fu dovuta a quella magnifica e sanguinosa apparizione della volontà fattasi carne nel piccolo Corso; e qualche cosa della sua disperazione di vivere venne dalla patetica lontananza di S. Elena. Volontà, alla fine disfatta, e sola vincitrice di tutte le guerre, la tetra Morte. I Borboni erano ritornati, i baroni feudali avevano preteso le loro terre e il pacifico idealismo di Alessandro aveva inconsapevolmente generato una lega per la soppressione di ogni progresso. Il grande periodo era passato «Ringrazio Dio - disse Goethe, - di non essere giovine in un mondo così profondamente disfatto».

Tutta l'Europa giaceva prostrata. Milioni di baldi uomini erano periti; milioni di ettari di terreno erano stati trascurati o giacevano incolti; in ogni parte del Continente la vita doveva ricominciare da capo e riconquistare lentamente e faticosamente quell'agiatezza economica che era stata inghiottita dalle guerre.
Schopenhauer sedicenne, viaggiando attraverso la Francia e l'Austria nel 1804, fu colpito dal disordine e dal sudiciume dei villaggi, dalle miserabili condizioni dei contadini, dall'inquietudine e dalla miseria delle città. Il passaggio degli eserciti di Napoleone e degli alleati aveva lasciato cicatriti sanguinose su tutte le contrade. Poi venne il resto. Mosca in cenere, e perfino Inghilterra, l'orgogliosa vincitrice della lotta, pur senza aver subito distruzioni di sorta, gli agricoltori erano rovinati dalla caduta del prezzo del grano; e gli operai delle industrie stavano provando tutti gli orrori del nascente ed incontrastato sistema di organizzazione del lavoro. La smobilitazione degli eserciti accresceva la disoccupazione. « Ho udito da mio padre - scrisse Carlyle - che negli anni in cui la farina di avena raggiunse il prezzo di dieci scellini a « stone » aveva visto i lavoratori recarsi di nascosto ai ruscelli per bere, invece di mangiare, ansiosi solo di celare gli uni agli altri la propria miseria »
(Froude: Life and letter of Tomas Carlyle, I, p. 52).

Mai la vita era apparsa così vuota e miserabile. E' vero, la Rivoluzione era spenta; e con essa anche la vita pareva avesse abbandonato il cuore dell'Europa. Il nuovo paradiso, chiamato Utopia, il cui chiarore aveva temperato il crepuscolo degli dei, si era allontanato in un nebuloso avvenire, dove soltanto gli occhi della giovinezza potevano scorgerlo; gli spiriti maturi, che a lungo si erano lasciati attrarre da quel miraggio, ora se ne allontanavano, disgustati di quella beffa giocata alle speranze degli uomini. Il giovane solo può vivere nel futuro, come solo il vecchio può vivere nel passato; ma la maggior parte degli uomini deve vivere nel presente, e il presente era rovina.

Quante migliaia di eroi e di entusiasti avevano combattuto per la Rivoluzione! In tutta Europa il cuore della gioventù si era volto verso la giovane Repubblica ed aveva vissuto in quella luce e in quella speranza, finché Beethoven strappò la dedica della sua Sinfonia Eroica all'uomo che aveva cessato di essere il Figlio della Rivoluzione, per diventare il genero della Reazione. Quanti ancora avevano combattuto per la grande speranza e avevano creduto con tormentosa incertezza a quella fine? Ed ora questa era la fine vera : Waterloo e S. Elena e Vienna; e sul trono della Francia prostrata ancora un Borbone, che nulla aveva imparato, e nulla dimenticato. Questa era la gloriosa soluzione di tante speranze e di tanti sforzi, quali la storia umana non aveva ancora registrato. Quale commedia doveva apparire una simile tragedia a coloro che sentivano la propria risata un poco amareggiata dalle lacrime !

Molti fra i miseri ebbero, in quei giorni di delusione e di sofferenza, il conforto della speranza religiosa; ma una larga parte delle classi superiori avevano perduta la loro fede e guardavano il mondo in rovina senza alcuna visione consolatrice di una vita migliore, in cui i mali orrendi del presente si sarebbero dissolti nella giustizia finale e nella bellezza. Invero, era un po' difficile credere che un mondo così miserabile, quale lo videro gli uomini del 1818, fosse retto dalla mano di un Dio intelligente e benevolo!
Mefistofele aveva trionfato, ed ogni Faust giaceva nella disperazione. Voltaire aveva seminato tempesta e Schopenhauer doveva far maturare la messe.

Raramente il problema del male era stato scagliato con maggiore violenza e maggiore insistenza in faccia al filosofo e al religioso. Da ogni tomba di soldato, da Boulogne a Mosca e alle Piramidi, si levava muta un'interrogazione alle stelle indifferenti. Per quanto tempo ancora, o Signore, e perché?
Questa calamità quasi universale era forse la vendetta di un Dio giusto contro l'età della Ragione e dell'incredulità? Era un richiamo perché lo spirito penitente si inchinasse dinanzi alle antiche virtù della fede, della speranza e della carità? Così pensavano Schlegel e Novalis e Chateaubriand e De Musset e Southey e Wordsworth e Gogol; ed essi ritornarono all'antica fede, come tanti figliuoli prodighi, felici di rientrare nella casa paterna. Ma altri diedero una risposta più dura : il caos dell'Europa altro non era che il riflesso del caos dell'universo : che nessun ordine divino poteva esistere, ne alcuna speranza celeste; che Dio, se Dio esisteva, era cieco e il male covava sulla faccia della terra. Così dissero Byron, Heine, Lermontof, Leopardi e il Nostro filosofo.

L'UOMO.

Schopenhauer nacque a Danzica il 22 febbraio 1788. Suo padre era un mercante noto per la sua abilità, di temperamento impetuoso, di carattere indipendente e amante della libertà. Quando il figlio ebbe cinque anni, si trasferì da Danzica ad Amburgo, perché la sua città, nel 1793, perdette la libertà in seguito alla sua annessione alla Polonia. Il giovine Schopenhauer crebbe, perciò, in mezzo agli affari e alla finanza, seguendo il padre anche in Francia dove per due anni intraprese i primi studi, a Le Havre; e sebbene abbandonasse presto la carriera mercantile, nella quale il padre l'aveva spinto, gli rimase sempre una certa ruvidezza di modi, una tendenza realistica della mente, insieme con la conoscenza del mondo e degli uomini; fu l'opposto di quel tipo di filosofo accademico che egli disprezzava. Il padre poi morì, pare, suicida, nel 1805. La nonna paterna era morta pazza.
« Il carattere o la volontà » dice Schopenhauer - « è ereditato dal padre; l'intelligenza dalla madre » ( S. Il mondo come volontà e rappresentazione, Londra, 1883, III, 300).

Sua madre era intelligente, ed emerse fra i più popolari romanzieri del tempo; ma fu donna anche di carattere. Era stata infelice col prosaico marito, e quando egli morì ella passò a liberi amori, trasferendosi a Weimar, dove l'ambiente era più adatto a quel genere di vita. Quando poi decise di risposarsi il figlio si oppose al nuovo matrimonio di sua madre; e le sue dispute con lei gli ispirarono una larga parte di quelle mezze verità sulle donne, con le quali egli doveva condire la sua filosofia. Una lettera a lui diretta dalla madre rivela lo stato dei loro rapporti : « Tu sei pesante ed insopportabile, ed é difficile vivere con te; tutte le tue buone qualità sono oscurate dalla tua presunzione e sono inutili per il mondo, perché non sai reprimere la tua tendenza a criticare gli altri » (In Wallace: Vita di Schopenhauer, Londra, senza data, p. 59).
Così stabilirono di vivere separati : egli si sarebbe recato da lei come ospite in mezzo agli altri ospiti : fra loro, doveva esserci quella cortesia che lega due estranei, e non l'odio di parenti. Goethe, che amava la signora Schopenhauer perché ella gli concesse di condur seco la sua Cristiana, fece peggiorar le cose, dicendo che suo figlio sarebbe diventato un uomo di grande fama: la madre non aveva mai udito che due geni potessero esistere nella stessa famiglia. Alla fine, durante una disputa più violenta del solito (anche per questioni patrimoniali), la madre giunse a buttare il figlio e rivale giù per le scale; ma questi rispose aspramente, dicendole che la posterità l'avrebbe ricordata solo perché egli era suo figlio.

Subito dopo Schopenhauer lasciò Weimar e sebbene sua madre abbia vissuto ancora ventiquattro anni, egli non la rivide mai più. Anche Byron, ancora fanciullo nel 1788, pare abbia avuto la stessa sfortuna con la propria madre. Entrambi furono portati al pessimismo in gran parte da questa circostanza; un uomo che non ha conosciuto l'amore della madre, - e peggio, ne ha conosciuto l'odio, - non può vedere il mondo con occhio benigno.
Frattanto, Schopenhauer era passato attraverso il « gymnasium » e l'università ed aveva imparato assai più di quanto avesse letto sulle loro pergamene. Le delusioni che ebbe a sopportare in amore e nel mondo inasprirono il suo carattere e la sua filosofia (Cfr. Wallace, 9.). Divenne di umor tetro, cinico e sospettoso : era ossessionato da timori e da malate fantasie; teneva chiuse sotto chiave le sue pipe, non affidò mai il suo viso al rasoio di un barbiere, dormiva con pistole cariche al suo fianco, temendo qualche ladro notturno, inoltre non poteva sopportare i rumori, scrisse perfino un saggio: "il rumore è una tortura per tutti gli intellettuali.... Sono stato per lungo tempo dell'opinione che la somma di rumori che un individuo può sopportare indisturbato sta in proporzione inversa alla sua capacità mentale e può, perciò, essere considerata come una certa unità di misura... Il rumore mi ha causato un tormento quotidiano per tutta la vita" (Il Mondo.c.v.r...pa. 199: Saggi "Del rumore").


LA FILOSOFIA SI SCHOPENHAUER
SAGGEZZA DELLA VITA.

"Si consideri, prima di tutto, l'assurdità del desiderio dei beni materiali. Gli stolti credono che, se potessero ottenere anche soltanto la ricchezza, i loro desideri sarebbero del tutto appagati : un uomo di molti mezzi si suppone abbia il potere di soddisfare ogni desiderio. Molta gente è spesso rimproverata per la brama del denaro, ch'essa predilige sopra ogni altra cosa : tuttavia, questa brama è naturale ed inevitabile, poiché il denaro, come un instancabile Proteo, è sempre pronto a convertirsi nell'oggetto su cui si sono fissati per un istante i loro mutevoli e multiformi desideri. Qualunque altra cosa può soddisfare un «unico » desiderio; solo il denaro è buono in modo assoluto... perché esso rappresenta, in astratto, la soddisfazione di ogni brama » ("Saggi", "La saggezza della vita", p.47)). Ciò nonostante, una vita consacrata all'acquisto della ricchezza sarebbe totalmente perduta, se non si conoscesse il modo di convertire la ricchezza in felicità; e questa è un'arte che richiede cultura e saggezza. Una successione di imprese nel dominio dei sensi non soddisfa mai a lungo; si deve comprendere il fine della vita e non solo l'arte di acquistare i beni. Gli uomini sono mille volte più intenti a di
ventar ricchi che ad acquistare una cultura; sebbene sia fuori di dubbio che un uomo in quanto " è " contribuisce assai più alla sua felicità che in quanto egli " ha " » (ib. p.11).

« Un uomo che non sente bisogni intellettuali è
chiamato "filisteo" (ib.p.41); egli non sa come impiegare il suo tempo - « dificilis in otio quies » (La pace nell'ozio è difficile), egli erra da luogo a luogo, ricercando avidamente nuove sensazioni; e infine, è raggiunto da quella Nemesi del ricco ozioso o dell'epicureo cinico, che si chiama « ennui » (ib.p.22).

Non la ricchezza si deve conquistare, dunque, ma la saggezza. « L'uomo impetuoso sforzo di volontà (e che ha il suo centro nel sistema generativo) ed è nel tempo stesso la creatura eterna, libera e serena della conoscenza pura (avente il suo centro nel cervello)» (ib p.262). Meraviglioso a dirsi, il sapere, benché nato dalla volontà, è tuttavia capace di padroneggiarla. E la sua possibilità di indipendenza appare subito nel modo diverso con il quale esso risponde, in certi casi, ai dettami del desiderio. Qualche volta l'intelletto rifiuta di obbedire alla volontà per es.: quando tentiamo invano di fissare la nostra mente su qualche cosa, o quando invano si chiede alla memoria qualche cosa che le avevamo affidato. Allora, la collera della volontà contro l'intelletto rende molto chiara, in questi casi, la sua relazione con esso, e la differenza tra i due. D'altra parte, irritato a sua volta da quella collera, l'intelletto, spontaneamente ed inaspettatamente, risponde talvolta parecchie ore dopo o anche al mattino seguente a quanto gli era stato richiesto » (ib. p.439).
" Da subordinato ribelle, l' intelletto può farsi dominatore. « In conseguenza di antecedenti riflessioni, o di necessità riconosciute, può l'uomo accettare o compiere freddamente l'atto più estremo e più terribile per lui: suicidio, supplizio, duello, o imprese tali da porre in pericolo la sua vita, e contro le quali, generalmente, tutta la sua natura animale si ribella. In queste circostanze si rivela fino a qual punto la ragione ha soggiogata la natura animale » (il M.V.R., I p.112).

"Il potere dell'intelletto sulla volontà porta ad ulteriori sviluppi: il desiderio può essere moderato o vinto dal sapere : e soprattutto da una ,filosofia deterministica, che riconosce ogni cosa come l'inevitabile risultato di quella antecedente. Di dieci cose che suscitano in noi la noia, nove non potrebbero farlo se noi le studiassimo nelle loro cause e conoscessimo perciò la loro necessità e la loro vera natura... Poiché, ciò che la briglia e il morso sono per un cavallo riottoso, é, nell'uomo, l'intelletto per la volontà » (ib., II, p.426). « Ed è tale per necessità intrinseca ed estrinseca; nulla piu ci dona quiete quanto una cultura raffinata » (ib. I, p. 396). Più conosciamo le nostre passioni, e meno esse potranno dominarci; e « nulla potrà maggiormente proteggerci » (Consigli e massime, p 51). « Si vis tibi omnia subjicere, subjice te ratio » ("Se vuoi sottomettere il mondo a te stesso, comincia a sottometterti alla ragione" Seneca).

"La più grande di tutte le vittorie non é quella del conquistatore del Mondo, bensì quella del vincitore di se stesso. Così la filosofia raffina la volontà. Ma essa deve essere intesa come esperienza e pensiero; e non come semplice lettura o studio passivo. L'accettare costantemente il pensiero degli altri può ridurre e sopprimere il nostro; e alla fine paralizzare in noi la facoltà di pensare... È tendenza di molti studiosi una specie di fuga vacui (assorbimento nel vuoto) dalla « povertà della loro propria mente, la quale é attratta a forza dal pensiero degli altri... E' pericoloso leggere intorno ad un argomento, prima di averlo meditato noi stessi... Quando leggiamo, un'altra persona pensa per noi; cioé noi non facciamo altro che seguire il suo processo mentale. Avviene così che, se un individuo trascorre gran parte del suo tempo nella lettura, egli perde gradatamente la capacità di pensare... La coscienza del mondo può essere considerata come una specie di testo, di cui la riflessione e lo studio formano il commento. L'uomo dotato di profonda riflessione e di forza intellettiva, ma di poca cultura, fa pensare ad uno di quei libri che portano su ogni pagina due righe di testo e quaranta di commento» (ib, II, p. 254).

"Il primo consiglio è, dunque : la vita prima dei libri; e il secondo il testo prima del commento. Leggere gli autori piuttosto che gli espositori e i critici (vedi in fondo). Soltanto dagli autori possiamo ricavare pensieri filosofici; quindi, colui che si sente attratto alla filosofia deve ricercare i suoi immortali insegnamenti nel quieto santuario delle loro opere (ib.,XXVII). Un'opera di genio vale mille commenti. Entro questi limiti, la ricerca di una cultura, sia pure attraverso i libri, è ottima cosa, inquantoché la nostra felicità dipende da ciò che abbiamo nella testa e non già da ciò che abbiamo nelIe tasche. La stessa gloria è follia: la testa degli altri è un luogo troppo meschino per albergare la nostra vera felicità» (Saggezza della vita, p. 117).

«Un individuo non è mai gran cosa nel concetto di un altro: ognuno, in fondo, deve star solo: ciò che importa e la personalità di colui che sta solo... La felicità che ci viene da noi stessi e più grande di quella che ci viene dai nostri simili... L'aspetto del mondo dipende soprattutto dal modo con cui un uomo lo guarda... Posto che tutte le cose che esistono o che si manifestano esistono solo nella coscienza dell'individuo e a lui solo si manifestano, ne segue che l'essenziale per l'individuo e la formazione della sua coscienza... Perciò Aristotele diceva con grande verità : Esser felici significa essere « orgogliosi » (ib., pp.27-9).

"La via per uscire dai mali di una volontà sconfinata é l'intelligente contemplazione della vita attraverso le opere dei grandi uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi : soltanto per l'osservazione di intelletti devoti quei sommi hanno vissuto. Una mente disinteressata s'innalza come un profumo al di sopra delle colpe e delle follie della volontà » (Ib. p. 34-108).

"La maggior parte degli uomini non sa mai innalzarsi al di sopra delle cose, poiché le considera dal punto di vista del desiderio : da ciò la loro miseria; solo considerandole dal punto di vista della conoscenza si raggiunge la libertà.
Quando una causa esterna o una disposizione interiore ci solleva improvvisamente fuori dal dominio della volontà, liberando l'intelletto dalla schiavitù di essa, la nostra attenzione non é più a lungo attratta dall'oggetto della volontà, bensì considera le cose indipendentemente dalle loro relazioni con questa, cioé senza interesse personale, ma da un punto di vista puramente obiettivo, e ad esse si consacra interamente, in quanto sono idee e non cause. Avviene allora che la pace, la quale, benché lungamente agognata, sempre fuggiva da noi allorché eravamo schiavi del desiderio, ora viene a noi spontaneamente, e con lei la felicità. E' questo lo stato privo di sofferenza, che Epicuro stimava come il bene sommo; simile allo stato degli dèi, e che ci rende per il momento liberi dal miserabile impero della volontà : é una tregua alla penosa servitù della volontà : la ruota di Issione per un istante si é arrestata » )in M.V.R. p. 254
(Issione, secondo la mitologia classica, avendo tentato di conquistare Giunone, fu condannato ad esser legato ad una ruota in perpetuo movimento)

Più che rimandare il lettore a opere su Schopenhauer, invitiamo a leggere Schopenhauer stesso (come del resto lui ci suggerisce). La sua opera principale (eccetto la I parte) non presentano difficoltà alla lettura ed è densa di pensiero: così tutti i "Saggi" sono preziosi e attraenti. Quanto alla biografia, la migliore ci risulta essere quella di Wallace.

Ottima, di Laterza, l'opera "Il mondo come volontà e rappresentazione", con 73 pagine di introduzione di Cesare Vasoli. Che è poi la ristampa integrale dell'edizione apparsa nel 1928 a cura di Paolo Savj-Lopez.

Chiudiamo con un pensiero di S. che riprende da Platone (De Rep. 7) che qui in fondo ci sta bene:

"Coloro che vanno fuori dalla caverna e hanno contemplato la vera luce solare e le cose davvero esistenti (nel nostro caso le idee), rientrando nella caverna con i loro occhi non più abituati all'oscurità, non sanno più distinguere le cose, si muovono goffamente, ed essi vengono perciò derisi dagli altri che dal buio della caverna non si sono mai allontanati"

 

Da un antica pubblicazioni proponiamo qui
pensieri e frammenti di Schopenhauer

Pensieri e Frammenti

"I DOLORI DEL MONDO"

L'esistenza umana ha certo come suo ultimo scopo il dolore: ove così non fosse, dovremmo dire che le manca la ragione d'essere al mondo. Ed invero, come ammettere che l'infinito dolore scaturente dalla miseria, di cui è intessuta la trama d'ogni vita quaggiù, non sia se non una mera accidentalità, e non piuttosto che ne costituisca la finalità? Ogni singolo malanno, preso in sè, si presenta innegabilmente come fatto d'eccezione; ma in linea generale è regola la sventura.
Non altrimenti d'un ruscelletto che fluisce via dolcemente fino a quando qualche ostacolo non ne sommuova la placida onda, anche la vita, così nella natura umana come in quella dei bruti, trascorre quasi incosciente e disattenta, se nulla contrasta alla volontà. Allora soltanto si risveglia l'attenzione quando la volontà sia stata attraversata, e le due forze contrarie abbiano dato di cozzo. Tutto quello che si oppone alla nostra volontà, che l'ostacola o le vuole resistere, tutto quello, cioè, che ci riesce dispiacente o doloroso, noi lo avvertiamo all'istante e con perfetta chiarezza. Basta la lieve sofferenza causataci da una scarpa troppo stretta a farci dimenticare lo stato di florida salute in cui ci troviamo: così non ci conforta il generale prosperare dei nostri affari, mentre ogni pensiero concentriamo , su di una quisquilia per la quale rimaniamo in angustie. - Dunque, il benessere e la felicità sono al tutto negativi, e il dolore soltanto è positivo.

Nulla è per me più assurdo di quei sistemi metafisici, e sono i più, che intendono il male come alcun che di negativo; denso soltanto, anzi, è positivo, dal momento che si fa sentire ... Il benessere, la felicità, lo stato di soddisfazione sono per contro, negativi, poichè non fanno che annullare un desiderio e porre termine ad una pena.
Non basta : quasi sempre i piaceri ci riescono inferiori alle aspettative che ne avevamo, mentre le afflizioni l'oltrepassano e di molto.
Per avere una pronta soluzione del problema se il piacere si avvantaggi sul dolore, o se almeno l'uno o l'altro riescano a compensarsi, non c'è che da istituire un confronto fra l'impressione che prova l'animale che ne sta divorando un altro, e l'impressione di quello che vien divorato.

* * *
In ogni disavventura, in ogni sofferenza, una grande consolazione, pronta al sollievo di tutti, è data dal considerare lo stato di quanti si trovano ad essere anche più infelici. Ma che può questa consolazione contro la somma dei dolori?
L'umanità può paragonarsi ad un gregge che pascola tranquillo nel prato, mentre il beccajo va scegliendo con lo sguardo in mezzo all'armento i capi da macellare; nei nostri giorni felici noi non sospettiamo nemmeno quale sciagura in quell'ora stessa ci stia apprestando il destino - malattia, persecuzione, disastro, mutilazione, cecità, pazzia e via dicendo.

In ogni cosa che vorremmo far nostra, troviamo resistenza e contrasto; tutto ha una propria volontà nemica che occorre soggiogare. Nella vita dei popoli la storia non registra che guerre e tumulti; gli anni di tranquillità sembrano quasi brevi soste, intermezzi, casi fortuiti. Al modo stesso la vita degli individui è una lotta incessante, e non solo contro mali astratti, come la miseria e la noia, ma di uomo contro uomo. In ogni occasione ci si trova di fronte a un nemico, e tutta la vita è una guerra senza quartiere, nella quale si procombe coll'armi ancor strette in pugno.
Al vivere, già per sè tribolato, s'accompagna anche il precipitare del tempo che ne sospinge senza lasciarci prender lena, incalzando ognuno alle spalle colla sferza dell'aguzzino. - Quelli soltanto cui il tedio abbia assalito si salvano dalla sua persecuzione.

* * *
Eppure, come tolto alla pressione atmosferica il nostro corpo andrebbe in sfacelo, non diversamente ove il peso della miseria, della pena, delle illusioni, e degli inutili conati fosse portato via d'un tratto dalla vita dell'uomo, egli ne salirebbe in tanto eccesso di superbia da scoppiarne in frantumi, o per lo meno arriverebbe alla più stramba insensatezza, per toccare anche la pazzia furiosa. - E' sempre necessario ad ogni persona un certo carico di Pensieri, di affanni, di infelicità, come è indispensabile la zavorra al bastimento per mantenere l'equilibrio e far buona rotta.
Lavoro, fatica, pena e miseria: è ben questa la sorte che alla maggior parte dei viventi è riservata durante tutta l'esistenza. Eppure, se bastasse formulare un desiderio per vederlo esaudito, di che sarebbe fatta la vita, a che sarebbe impiegato il tempo? Mettete un po' l'umanità in un paese di cuccagna, dove tutto germinasse spontaneo, dove le allodole se ne volassero belle e arrostite in bocca a chi avesse appetito, dove ogni uomo trovasse al primo angolo di via la donna dei suoi pensieri, e la potesse avere subito disposta alla sua brama, ebbene: vedreste gli uomini morirvi di noia, o impiccarsi per la disperazione, mentre altri cercherebbero motivi di contesa, si scannerebbero, si assassinerebbero, insomma si procurerebbero ben più tristi amarezze di quante non ne prodighi loro madre natura attualmente. - Talchè ad una razza cosiffatta nessun'altra scena più appropriata, nessuna esistenza più degna.
Nei nostri primi anni di vita noi rimaniamo di fronte al destino che ci aspetta come i bimbi davanti a un sipario calato nell'impaziente e lieta attesa degli avvenimenti, che saranno rappresentati. Questo perchè nulla possiamo prima sapere! Per chi conosce già la trama della commedia, i bimbi sono martiri innocenti condannati non alla morte, ma alla vita, e che, meschini loro ! ignorano tuttavia la loro sentenza. Eppure ciò non toglie che tutti augurino a sè stessi una tarda età, vale a dire una condizione che si potrebbe esprimere in questo modo: « L'oggi è una mala giornata, ed ogni giorno che verrà sarà anche peggiore - fino a che non sarà venuto l'ultimo: il pessimo! »

* * *
Quando ci si rappresenti alla mente, se pure in modo approssimativo, il cumulo di mali, di affanni e di sofferenze d'ogni genere, cui il sole dà luce nel suo corso diurno, si dovrà pur convenire nell'augurio che quest'astro non avesse per la terra maggior virtù di suscitar vite di quel che non n'abbia per la luna; meglio sarebbe infatti che, al pari di quel pianeta, anche la superficie terrestre si trovasse ancora allo stato di ghiaccio.
Anche può ritenersi la vita come un episodio che interrompe senza scopo la beata tranquillità del nulla. Comunque, perfino il fortunato cui l'esistenza riesca quasi sopportabile, col progredire degli anni si forma sempre più chiara la persuasione che la vita è per tutto un d'isappointment, nay, a cheat; in altre parole, ch'essa si presenta come, un'enorme mistificazione, se non peggio come una vera ciurmeria...
Uhi fra potuto vedere due o tre generazioni, si trova ridotto nella identica disposizione di spirito di quello spettatore che abbia preso posto in una baracca di saltimbanchi da fiera e che si fermi ad assistere per due o tre volte di fila alla stessa pantomima: l'effetto essendone calcolato per un'unica rappresentazione, ogni illusione s'è dileguata insieme alla novità.
C'è invero da smarrirsi a voler considerare lo sciupio di energie che si ha nell'universo; le innumerevoli stelle fisse, ad esempio, che scintillano nell'infinito dei cieli al solo scopo di illuminare dei mondi nei quali, quando noti vi è di peggio, a giudicarne almeno dal bel campione sul quale viviamo, si perpetua il fastidio.
Non v'ha nato di donna che meriti d'essere invidiato, e invece quanti sono veramente degni di compassione!
La vita è un compito che bisogna laboriosamente adempiere: sotto questo rispetto, il vocabolo de-functus è una bella parola.
Pensate per un momento che la funzione procreativa non risponda ad un bisogno, nè includa alcuna voluttà, e non sia nulla più di un atto di riflessione e di ragionamento: forse che l'umanità continuerebbe a vivere sulla faccia della terra? O piuttosto ogni vivente non sarebbe stato penetrato di tanta pietà per la generazione ventura da risparmiarle il peso dell'esistenza, o per lo meno non sarebbe rimasto dubitoso prima di addossarglielo a sangue freddo?
Ma è un inferno questo mondo, ed in esso gli uomini si differenziano in anime tormentate e in demoni tormentatori.
Mi si dirà che la mia è una filosofia sconsolata - e questo non per altro se non perchè io dico la verità, mentre le anime timorate amano sentir ripetere: che la tradizione del peccato originale mi riconcilia coll'Antico Testamento, poichè quella, per quanto presentata sotto il velo dell'allegoria, a me appare come la sola verità metafisica dei libri sacri. Ed infatti, la vita nostra sembra proprio l'effetto immediato di una grave colpa e di un peccaminoso desiderio....
Vi sarebbe caro aver sempre a vostra guida una bussola perfetta, per potervi orientare nella vita senza timore d'ingannevoli miraggi? Abituatevi a considerare la terra come un luogo di penitenza, come un reclusorio, a penal colony, come già l'avevano chiamata i più antichi filosofi (Clero. Alex. Strom. L. III. C. 3, p. 390) e alcuni fra i padri della Chiesa (Augustin. De civitate Dei L. XI. C. 23). In ogni tempo la filosofia, il Brahmanesimo come il Buddismo, Empedocle come Pitagora, si sono confermati nell'identico concetto; Cicerone (Fragmenta de philosophia, vol.. 1.2, p. 316, ed. Bip.) ricorda che gli antichi sapienti nell'iniziazione ai misteri insegnavano: nos ob aliqua scelera suscepta in vita superiore, poenarum luendarum causa natos esse. Vanini - quel Vanini il quale han trovato più comodo dannare al rogo che confutare - esprime la medesima idea in una forma assai recisa quando dice: Tot, tantisque homo repletur miseriis ut, si christianae religioni non repugnaret, licere auderem: si daemones dantur, ipsi in hominem corpora transmigrantes, sceleris poenas luunt. (De admirandis naturae arcanis, dial. L, p. 353). Che più? Anche nel Cristianesimo, a volerlo comprendere bene, la vita è considerata come la conseguenza di un fallo, di una caduta. Ove ci si renda famigliare questa persuasione, non vorremo aspettarci dalla vita se non quanto essa può dare; e invece di giudicare come accidenti imprevisti ed eccezionali le sue contrarietà, le sofferenze, i guai, gli affanni grandi o piccini, penseremo che così dev'essere, ben sapendo che quaggiù ognuno ha la sua croce da portare, ed ognuno la porta a modo suo. In mezzo ai tormenti del reclusorio, uno dei più atroci, è certo cagionato dalla società che vi si trova. Avviene lo stesso nella società degli uomini, e per me lo dica chi ne meriterebbe una migliore. Un'anima superiore, un genio, bene spesso si trovano commossi dal medesimo sentimento che proverebbe un nobile prigioniero di Stato nel ritrovarsi in carcere circondato da delinquenti volgari; e come lui cercano di isolarsi. Ma per la gran massa, una simile concezione del mondo induce l'abitudine di considerare come naturali, e per questo senza sentirsene contrariati, quelle che si chiamano le imperfezioni umane, cioè l'abietta conformazione dell'ingegno e dell'anima nell'universalità degli uomini, e che quasi sempre appare evidente nei tratti della loro stessa fisionomia....
La persuasione che il mondo, e l'uomo di necessità, sono tali da demeritare l'esistenza, ci fa l'un l'altro indulgenti; che vorreste aspettarvi di meglio da una razza di cotal genere? Io, per me, arrivo persino a pensare che noi non ci dovremmo chiamare nelle reciproche relazioni: Signore, Eccellenza, o similmente; ma piuttosto: compagno d'affanni, soci malorum, fratello in duolo, my fellow-sofferer. Può sembrare questa un'espressione stravagante, in realtà sarebbe la più adatta, poichè farebbe apparire qual'è veramente il prossimo nostro, richiamandoci alla necessità della tolleranza, della pazienza, dell'indulgenza, dell'amore versoi nostri simili, a cui nessuno potrebbe sottrarsi e di cui per conseguenza ciascuno da sua parte è debitore agli altri.

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Se fino a mezzo il suo cammino la vita è una insaziata aspirazione alla felicità, quando essa declina al tramonto invece è mai sempre oppressa da un angoscioso senso di sgomento, poiché a quell'ora tutti, chi più chi meno, hanno dovuto persuadersi essere la felicità una vana chimera, mentre il dolore soltanto è vero. Per questo, gli uomini di criterio rivolgono i loro desideri ad evitar di soffrire piuttosto che a procacciarsi intensi godimenti, creandosi in certa guisa uno stato invulnerabile. - Nella mia fanciullezza non potevo sentir squillare il campanello di casa senza provarne una subita gioia, e dicevo fra me: « Bene, per bacco! C'è qualche novità! «Cogli anni, ammaestrato dalla esperienza del vivere, lo stesso rumore mi metteva quasi in apprensione, tanto che mi chiedevo: « Ahimè! Che ci sarà di nuovo? »

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Nell'età senile, passioni e desideri si spengono le une appresso degli altri, man mano che l'obietto di ciascun sentimento perde le sue attrattive; la sensibilità si attutisce, la facoltà di percezione si fa le più debole, le immagini si annebbiano, le impressioni non si stampano più nella coscienza e si dileguano senza lasciar traccia di sè, i giorni precipitano l'uno sull'altro, nulla più riesce interessante, tutto nella vita perde di colore. Sotto il peso degli anni, l'uomo non cammina che barcollando o si ricantuccia a riposare, divenuto ombra di sè stesso, quasi fantasma di quello che fu. Ecco la morte: che le resta da uccidere? Un giorno l'assopimento si muta in sonno, ed i suoi sogni.... ah! ecco il problema, su cui ha già delirato Amleto nel famoso monologo. Io dico che fin da ora sogniamo.

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Chiunque si sia ricreduto delle giovanili illusioni, se abbia fatto tesoro dell'esperienza propria ed altrui, se conosca la storia del passato e sia al corrente degli avvenimenti del giorno, se non abbia ottenebrata la mente da radicati pregiudizi, deve giungere a questa conclusione: che il mondo umano è in balìa del caso e dell'errore, dai quali, fuor d'ogni senso di pietà, è dominato e retto a capriccio, la follia e la malvagità aiutando coll'incessante roteare del loro scudiscio.
In tal modo, quel poco di bene che può nascere fra gli uomini può venire alla luce solo a prezzo d'infiniti contrasti; se c'è un'idea nobile e saggia a grande stento troverà il modo di farsi conoscere, di farsi comprendere, d'essere attuata; mentre che l'assurdo ed il falso nel campo delle idee, l'oscenità e la volgarità in quello dell'arte, la malizia e la furberia nella vita pratica, godono di un trionfo assoluto e continuo. Un pensiero elevato, un'opera superiore appaiono come eccezione, come un caso imprevisto, strano, inaudito, senza esempio, come un areolito, prodotto da tutt'altro ordine di cose di quello che ci governa. Se poi guardiamo alla sorte dei singoli, vediamo che la storia di ogni vita è sempre la storia di una sofferenza, giacchè, qualunque via si è scelta, non si avrà che una ininterrotta serie di rovesci e di sventure, da ciascuno gelosamente nascosti, come chi ben sa che, lungi dall'ispirare simpatia o compassione, ogni altro ne gioirebbe, tanto la gente, nei momenti in cui ne sia priva, si compiace in considerare i malanni d'altrui.
Onde è ben difficile trovare un uomo il quale, giunto al termine della sua vita, se voglia essere ad un tempo sincero e ponderato, si auguri di ricominciare da capo e non preferisca invece infinitamente precipitare nel nulla.

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Non vi è cosa stabile nella instabile vita: nè infinito dolore, nè eterno piacere, nè impressione che resista, nè entusiasmo che non si spenga, nè alta concezione che permanga come norma all'intera esistenza. Tutto si dissolve nel torrente degli anni. I minuti, atomi infiniti delle piccole cose, frammenti d'ogni nostra azione, sono le tignole che rodono ogni impresa nobile e audace.... Nulla si piglia sul serio nella vita; il fango non ne vale la pena. Noi dobbiamo ritenere la vita come una continua menzogna, nelle cose minime come in quelle importanti. Ha promesso? non manterrà, salvo che non voglia far vedere come poco desiderabile fosse ciò cui si agognava: o è la speranza che si fa gioco di noi, o è la cosa sperata. Ci ha donato -------------
alcun che? Fu soltanto per potercelo riprendere. La lontananza, come per arte di magia, ci fa intravedere dei paradisi; ma ecco che si dileguano come miraggi, non appena ci siamo lasciati prendere dalla malia.
La felicità è dunque sempre o nell'avvenire o nel passato; e il presente è simile ad una lieve nuvoletta che il vento trasporta al di sopra del piano solatìo: innanzi a lei, dietro a lei tutto rifulge nel sole; essa soltanto proietta sempre per dove passa un'ombra.

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L'uomo non vive che nel presente, e questo, mentre da una parte si perde irremissibilmente nel passato, dall'altro s'inabissa verso la morte; la vita di ieri, ove non influisse sul presente colle sue conseguenze che sono il risultato della volontà in azione, sarebbe del tutto morta, finita: dovrebbe dunque essergli indifferente che questo passato fosse fatto di gioia o di martirio. L'istante attuale sfugge ad ogni presa, e senza posa si tramuta in passato; l'avvenire, poi, è quanto mai incerto e senza durata.... E come meccanicamente il camminare non è altro se non una caduta sempre impedita, la vita non è che una morte sempre sospesa, una morte rimandata; e la nostra attività psichica è sempre unicamente una lotta contro la noia. Alla fine, però, la morte ottiene la sua ragione e trionfa; poichè noi le apparteniamo per il fatto stesso d'esser nati, ed essa non fa che trastullarsi colla preda prima di farne suo pasto. Eppure noi abbiamo durante tutta la vita tante cure, tante precauzioni per prolungarci l'esistenza fino all'estremo, così come facendo le bolle di sapone si cerca di gonfiarle quanto più e quanto più a lungo si possa, ad onta della certezza che finiranno collo scoppiare.

* * *
La vita non ci vien già offerta come un dono, di cui non abbiamo che a rallegrarci; anzi, essa è un dovere, un compito che occorre adempiere a prezzo di molto lavoro; ne proviene uno stato di universale, miseria, una fatica senza posa, una concorrenza spietata, una lotta che non conosce tregua, una sempre
vigile attività, che richiede il massimo sforzo di ogni energia fisica ed intellettuale. Milioni di uomini, uniti in nazioni, concorrono a costituire il pubblico bene, ogni individuo essendovi spronato in vista del suo personale vantaggio; ma coloro che soccombono vittime del benessere sociale si contano a migliaia. Quando per folli pregiudizi, quando per tenebrose mene politiche, si suscitano guerre fra le genti, occorre che il sudore e il sangue del popolo scorrano a rivi per dar corpo alle fantasticherie di pochi o per pagare il fio delle loro colpe.
In tempo di pace, prosperano le industrie e i commerci, si fanno meravigliose invenzioni, i mari sono solcati da bastimenti che da ogni parte del globo portano cose pregiate, migliaia di uomini sfidano la morte sui flutti. Ogni cosa si agita, vi è chi pensa, vi è chi lavora, in una indescrivibile operosità tumultuosa.
Ma qual'è lo scopo ultimo di tanto affaccendarsi? Di mantenere in vita, durante un breve spazio di tempo, degli esseri effimeri e tormentati; di mantenerli in una vita che nella migliore ipotesi si riduce ad una sopportabile miseria e ad un'assenza relativa di dolore, minata sempre dalla noia; di provvedere, poi, alla riproduzione di tale razza, e di perpetuare nei secoli lo stesso detestabile ambiente.

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Per quanto ci si adoperi a sopprimere la sofferenza, non si potrà ottenere nulla di meglio che di farle mutare aspetto. Essa comincia a manifestarsi sotto forma di bisogno, di necessità, di angoscioso desiderio, di quanto è indispensabile alla vita materiale. Se, a costo di sforzi penosi, si riesca ad allontanare il dolore da questo lato, eccolo che si trasforma, ed assume mille diverse figure a seconda dell'età e delle circostanze: ora è l'istinto sessuale, ora è la passione amorosa, o la gelosia, l'invidia, l'odio, l'ambizione, la paura, l'avarizia, le malattie, e chi più ne ha più ne metta. Se poi non trova proprio altra via aperta, prenderà il greve e tetro mantello della noia e della sazietà, per debellare le quali occorrerà fucinar nuove armi. E quando pure si riesca, non senza lotta, a vincere, il dolore ritornerà alle sue metamorfosi antiche, e la musica riprenderà su egual tono.

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La necessità di assicurarsi l'esistenza è la gran molla che spinge ogni vivente all'azione, e che ne mantiene desta l'operosità. Ma dopo quello, non si sa più che fare. E allora l'uomo rivolge ogni suo sforzo ad alleggerire il peso della vita, a renderlo sempre meno opprimente, ad ammazzare il tempo, che è quanto dire a sfuggire alla noia. Ed eccolo, fuori della preoccupazione delle immediate esigenze fisiche o morali, liberate le spalle da ogni altro fardello, riuscir di peso
a sè stesso e reputare gran ventura ogni ora trascorsa, per quanto in fondo sia sempre un'ora sottratta a quell'esistenza, a prolungare la quale ci si affanna con tanto zelo. La noia non è già piccolo malanno: qual senso di disperazione riesce a dipingere sul viso!
Essa induce gli uomini, che pure così poco amore si portano, a ricercarsi con tanto desiderio: essa è la scaturigene prima dell'istinto di sociabilità.
Lo Stato, considerandola come una calamità pubblica, con saggia prudenza si adopera per tenerla lontana. Ed infatti è tale flagello che, non meno della fame suo estremo opposto, saprebbe trascinare gli uomini a qualunque eccesso: il popolo vuole panem et circenses.
Il crudele sistema penitenziario di Filadelfia, basato sulla segregazione e l'inoperosità, fa della noia tale supplizio che molti condannati preferiscono sottrarvisi col suicidio. Come la miseria è il perpetuo pungolo per le classi umili, la noia lo è per quelle elevate. Nella vita dei popoli civili, il dì festivo rappresenta la noia, gli altri giorni della settimana la miseria.

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La vita umana oscilla come un pendolo tra il dolore e la noia, che ne costituiscono in verità i due estremi elementi. Ed è strano come gli uomini si son trovati costretti a riconoscere questo fatto: poichè avendo immaginato l'inferno come il luogo di ogni dolore e tormento, di che potevan fare il paradiso? di noia, per l'appunto.

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Fra gli esseri della creazione, l'uomo è il più sprovveduto: non è che un assoluto volere, un desiderare insaziato, un complicato e continuo abbisognare. Ed ecco in che modo è lasciato vivere sulla terra, abbandonato alle sue poche risorse, incerto d'ogni cosa fuor che della sua miseria e della necessità che l'opprime.
Ed in mezzo a tanti impellenti bisogni, ogni giorno riapparenti, la smania di vivere occupa tutta la sua esistenza. Insieme è angustiato da un altro tormento: dall'istinto di perpetuare la specie. Per sopravvivere agli infiniti pericoli che da ogni parte e sempre lo minacciano, gli è d'uopo della massima prudenza, e di una sempre vigile attenzione. Egli segue il suo cammino con passo incerto, guardandosi attorno con sguardi paurosi, per timore d'ignoti pericoli e di ostilità senza numero. Andava così un tempo, attraverso le solitudini selvagge, così prosegue oggi fra tanto progresso di civiltà; nessuna sicurezza per lui:
Qualibus in tenebris vitae; quantisque periclis Degitur hoc aevi, quodcumque est! (Lucrezio, II, 15).
La vita è un mare seminato di scogli e di vortici, dai quali l'uomo si può salvare solo per virtù di circospezione somma, e a prezzo di molti affanni, sebbene non gli sia ignoto che, quando pure i suoi abili sforzi abbian saputo sfuggire al pericolo di quei passi, egli non potrà mai sottrarsi al terribile, completo, inevitabile, irrimediabile naufragio: la morte, che sembra precorrere la sua prora.
Verso tanto disastro tende questa faticosa navigazione, e riesce per lui ben più spaventevole di tutti gli scogli che ha potuto evitare.

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Noi avvertiamo il dolore, ma non l'assenza di dolore; l'inquietudine, ma non la mancanza d'inquietudine; il timore, ma non la sicurezza. Proviamo desiderio e brama come fame e sete; ma tutto finisce colla soddisfazione, così come più non esiste per la nostra sensibilità il boccone inghiottito. Salute, giovinezza e libertà, questi tre sommi beni della vita, non li riconosciamo per tali fino a che li possediamo: li apprezziamo perduti, giacchè essi pure sono beni negativi. Similmente non ci accorgiamo d'aver vissuti giorni felici se non allora che ad essi ne siano susseguiti altri di dolore.... Quanto più le soddisfazioni si accrescono, tanto più ci facciamo insensibili: il piacere abituale non è più piacere. All'opposto è questo un motivo per cui si affina la nostra sensibilità della sofferenza, in quanto ogni abitudine soppressa si tramuta in una causa di pena. Le ore volano più rapide per quanto più piacevoli; d'altrettanto appaiono eterne quelle piene di tristezza, perchè non il piacere è positivo, ma il dolore; ed è la presenza del dolore che noi avvertiamo. La nozione del tempo è la noia che ce la offre, la distrazione ce la toglie. Questo prova che la nostra esistenza è tanto più felice quanto meno si fa sentire, donde consegue che meglio varrebbe esserne liberati. Non è possibile pensare ad una gioia estrema se non come conseguenza di un'estrema sofferenza; perché in nessuna cosa si può trovare un godimento sereno e continuato, e solo si riuscirà a trarne qualche distrazione o la soddisfazione di una piccola vanità. Di modo che i poeti si trovano costretti ad ingolfare i loro eroi in avventure travagliate ed emozionanti, per poterli poi tirar fuori a salvamento: epopea e dramma ci raffigurano infinite tribolazioni di uomini in lotta, e la trama di ogni romanzo, da sua parte, è intessuta degli spasimi è delle torture del misero cuore umano. Lo stesso Voltaire, il felice Voltaire, che pure sortì da natura tanti privilegi, non dissente da me quando scrive: « La felicità non è che un sogno, mentre il dolore è realtà » ed aggiunge: « Da ottant'anni oramai ne faccio esperienza; e non ho trovato di meglio che chinare il capo rassegnato, considerando che le mosche sono state fatte per essere mangiate dai ragni, e gli uomini per essere consumati dalle disavventure ».

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La vita di ogni uomo, considerata da lontano e dall'alto, nel suo complesso e nei suoi aspetti più notevoli, ci appare sempre come uno spettacolo tragico; ma se si scende ai particolari, assume il carattere di una commedia.
Il vivere quotidiano con le interminabili sue piccole angustie, la sempre pronta lusinga del momento, i desideri e le preoccupazioni della settimana, le contrarietà di ciascun'ora provocate dal caso che gode nel farsi beffe di noi, costituiscono altrettante scene della commedia umana.
Ma le aspirazioni ognora deluse, i tentativi riusciti vani, le speranze che l'avverso destino calpesta senza pietà, gli errori che funestano l'intera esistenza, aggiuntovi un cumulo di sofferenze, e la morte come epilogo: ecco la eterna tragedia. Si direbbe che il fato abbia voluto aggiungere lo scherno alla disperazione della vita, quando l'ha intessuta di tanti elementi tragici, mentre poi ci è negato di poter sostenere almeno la dignità di personaggi da tragedia. Per contro nella vita noi rappresentiamo inevitabilmente la miseranda parte del guitto.

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Non è credibile come stupida e vuota d'interesse si presenti la vita di quasi tutti gli uomini a guardarla negli altri; e come, a viverla, si dimostri insensibile e tetra. Essa è soltanto tortura, aspirazioni impotenti, barcollamento di sonnambulo attraverso le quattro età dell'esistenza fino al limite della morte; con una gran corte di pensieri banali. Gli uomini si possono paragonare ad orologi caricati che camminano senza coscienza dei loro moto; ad ogni vita che si schiuda è una carica che si rinnova acciò abbia a ripetere il suo vecchio e frusto ritornello di organetto eterno, frase per frase, battuta per battuta, con qualche lieve variazione appena avvertita.
Ogni essere, ogni viso, ogni vita umana è un nuovo sogno, un effimero sogno dell'infinito spirito della natura, dell'insaziata e perpetua smania di vita; è una fuggitiva imagine di più ch'essa disegna a capriccio sulla eterna pagina dello spazio e del tempo, lasciandole un lampo d'esistenza e tosto cancellandola per far posto ad altri capricci. Non per tanto, ed è questo uno degli aspetti della vita che più dà materia di pensare e di riflettere, è d'uopo che la volontà di vivere, violenta e impetuosa, paghi ognuna di queste evanescenti immagini, ognuna di queste vane fantasie, a prezzo di atroci ed infiniti dolori e di una amarissima morte, per tanto tempo temuta e sopraggiunta alla fine. Questa è la ragione per cui alla vista di un cadavere ci facciamo improvvisamente pensosi.

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Dove mai avrebbe potuto Dante trovare il modello e la materia al suo inferno se non nel nostro mondo reale'? Eppure, gli è proprio un inferno quello ch'egli ci ha scolpito. Al contrario, quando ha voluto descrivere le beatitudini celesti s'è trovato di fronte a difficoltà insormontabili, appunto perchè nel nostro inondo non c'è niente di consimile. Invece dei gaudi del Paradiso, egli è stato costretto a scodellarci un cumulo di belle cognizioni che avrebbe imparate lassù dai suoi antenati, dalla sua Beatrice, e dai suoi santi. Vedete bene che razza di mondaccio è questo !

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L'inferno del mondo è più tristo dell'inferno di Dante, almeno in questo che quaggiù ognuno è costretto ad essere demonio al proprio vicino: sopra di tutti vi ha un arcidiavolo, il conquistatore, che allinea centinaia di migliaia d'uomini gli uni di fronte agli altri e lor grida: « Il vostro destino è quello di soffrire, è quello di morire: suvvia ! fucilatevi ! cannoneggiatevi! » ed essi lo fanno!

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Se ogni uomo potesse considerare gli indicibili dolori e tormenti che affliggono di continuo la sua vita, se ne ritrarrebbe sgomentato. Se poi si conducesse il più convinto tra gli ottimisti attraverso gli ospedali, i lazzaretti, i teatri anatomici, dentro le prigioni, i luoghi di pena, i tuguri degli schiavi, sui campi di battaglia e nelle Corti d'Assise, se gli si aprissero tutti i bugigattoli, entro cui si rintana la miseria per sottrarsi ad impietose curiosità, se gli si lasciasse spingere lo sguardo dentro la muda dove Ugolino muore di fame - oh! allora per certo anche egli finirebbe a riconoscere che gioiello sia questo migliore dei mondi possibili.
Questo mondo, campo di carneficina, dove individui tormentati da mille ansietà non resistono in vita che divorandosi gli uni gli altri, dove ogni bestia di rapina diventa il vivo sepolcro di mille altri esseri, e non resiste in vita se non a costo di un lungo seguito di martiri, dove la sensibilità alle sofferenze aumenta coll'affinarsi della psiche, e tocca di conseguenza il più eccelso grado nell'uomo, questo è il mondo che gli ottimisti hanno voluto adattare al loro sistema, e gabellarcelo a priori come il migliore dei mondi possibili. L'assurdità è stridente.
Mi dicono: Ma guardate attorno a voi la sovrana bellezza dell' universo rifulgente nel sole; ammirate queste montagne, queste valli, questi torrenti, queste piante, questi animali, e che so io! Ma dunque il mondo è una lanterna magica? Indubbiamente è un bello spettacolo da vedere, ma prendervi parte è tutt'altro affare!
Dietro l'ottimista, ecco l'uomo delle cause finali; e questi mi fa l'apologia del sapiente ordinamento d'ogni cosa che impedisce agli astri di darsi di cozzo durante la loro corsa, che vieta alla terra di confondersi con il mare in una immensa poltiglia ed ha la cura di tenerli ben distinti, che provvede a che il mondo non rimanga tutto rappreso in un eterno ghiaccio, o non vada disgregato per il troppo calore, che grazie all'inclinazione dell'eclittica non consente una primavera eterna e dà modo ai frutti di poter maturare, e via dicendo....
Ma tutte queste cose non sono clic semplici conmditioncs sine quibus non. Perchè se un mondo deve esistere, se i suoi pianeti debbono durare, non foss'altro che il tempo necessario a che il raggio di una remota stella fissa possa giungere fino ad essi, e se essi non debbono sparire, come i figli di Lessing, immediatamente dopo la nascita, era ben necessario che le cose non fossero così mal fabbricate da minacciare una sùbita rovina delle armature fondamentali. Del resto, andiamo pure in fondo a quest'opera tanto lodata, consideriamo gli attori che recitano su questa scena così solidamente impiantata: vedremo apparire il dolore insieme alla sensibilità e farsi tanto maggiore quanto più l'intelligenza si svolge; vedremo desiderio e sofferenza andar di pari passo, complicarsi senza limite, fino a clic si giunge alla vita umana, la quale non offre che argomento di tragedia o di commedia. Siamo sinceri: dopo tutto questo si rimane poco disposti ad intonare l'Alleluia degli ottimisti.

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Se un dio ha creato il mondo, io non vorrei essere quel dio; la miseria del mondo mi strazierebbe il cuore.

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Quand'anche volessimo pensare ad un creatore diabolico, avremmo pur sempre il diritto di rinfacciargli, additandogli l'opera sua: « Come mai osasti interrompere la tranquillità sacra del nulla per far nascere un tale ammasso di sciagure e d'affanni? »

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Considerando la vita nel suo valore obiettivo, è lecito il dubbio ch'essa sia da preferirsi al nulla; anzi io sono del parere che se l'esperienza e la riflessione potessero dire la propria su l'argomento, deciderebbero senz'altro in favore del nulla. Se si provasse a bussare alle pietre sepolcrali per chiedere ai morti se amassero venir risuscitati, essi scuoterebbero la testa.
Anche Socrate manifesta l'identico pensiero nell'Apologia di Platome, e perfino l'amabile e gaio Voltaire è arrivato a dire: « Si ama la vita, ma il nulla ha pur esso il suo buono », e altrove: « Io non potrei dire quello che sia vita eterna, ma questa è una gran brutta canzonatura!".

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Volere è soprattutto soffrire, e poichè vivere è volere, la vita intera è per sè stessa dolore. E tanto più l'essere soffre quanto è più alto nella scala animale.... La vita umana, poi, è una lotta incessante per l'esistenza, combattuta colla certezza di rimanerne sopraffatto. O anche, è una continua caccia, nella quale, ora cacciatori, ora selvaggina, gli esseri accendono disputa accanita fin sull'estreme reliquie dei caduti; una storia naturale del dolore che si potrebbe così riassumere: desiderare insaziato, continuato patire, lottare senza riposo; poi la morte; e così sempre nei secoli dei secoli, fino a che questo nostro pianeta non si sfasci in frantumi.

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FRAMMENTI

“Chiunque noi siamo, e qualunque cosa possediamo il dolore ch’è essenza della vita non si lascia rimuovere”

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“L’infelicità è per il nostro animo il calore che lo mantiene tenero”

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“L’amore autentico è sempre compassione; e ogni amore che non sia compassione è egoismo”

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"L’uomo è l’unico animale che provoca sofferenza agli altri senza altro scopo che la sofferenza come tale”

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“Il giudizio universale è il mondo stesso”

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“La vita umana è un continuo oscillare fra il dolore e la noia”

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"Ogni giubilo eccessivo nasce sempre dall’illusione di aver trovato nella vita qualcosa che è impossibile trovarvi, e cioè la pacificazione definitiva del tormento”

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“Nella monogamia l’uomo ha troppo sul momento e troppo poco nel tempo; per al donna è il contrario”

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“Il perpetuarsi dell’esistenza dell’uomo non è che una prova della sua lussuria”

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“Ogni innamoramento, per quanto etereo voglia apparire, affonda sempre le sue radici nell’istinto sessuale. [...] Se la passione del Petrarca fosse stata appagata, il suo canto sarebbe ammutolito”

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“La malinconia attira, il tedio respinge”

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“La vera vita del pensiero dura soltanto fino al confine delle parole: oltre il pensiero muore”

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“Ciò che ha valore non viene stimato, e ciò che è stimato non ha alcun valore”

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“Dei mali della vita ci si consola con al morte, e della morte con i mali della vita. Una gradevole situazione”

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“Si può essere saggio solo alla condizione di vivere in un mondo di stolti”

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“...alla fine tutti quanti siamo e restiamo soli”

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“Io non ho scritto per gli imbecilli. Per questo il mio pubblico è ristretto”

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“È la cattiveria il collante che tiene insieme gli uomini. Chi non ne ha abbastanza si distacca”

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“Il filosofo non deve mai dimenticare che la sua è un’arte e non una scienza”

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“Gli uomini completamente privi di genio sono incapaci di sopportare la solitudine”

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“Se noi potessimo mai non essere, già adesso non saremmo”

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“Alla natura sta a cuore solo la nostra esistenza, non il nostro benessere”

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“Più si invecchia, meno quel che si vede, si fa e si vive lascia traccia nello spirito: non fa più alcuna impressione, siamo ormai insensibili”

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“Più ristretto è il nostro campo di azione, di visuale e di relazioni, e più siamo felici”

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"Veniamo adescati alla vita dall’illusorio istinto del piacere: e veniamo mantenuti in vita dall’altrettanto illusoria paura della morte”

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“Ogni sera siamo più poveri di un giorno”

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“Dal punto di vista della giovinezza la vita è infinita; dal punto di vista della vecchiaia è un brevissimo passato”

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“Si può dire quello che si vuole! Il momento più felice di chi è felice è quando si addormenta, come il momento più infelice di chi è infelice è quando si risveglia”

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“A parte poche eccezioni, al mondo tutti, uomini e animali, lavorano con tutte le forze, con ogni sforzo, dal mattino alla sera solo per continuare ad esistere: e non vale assolutamente la pena di continuare ad esistere; inoltre dopo un certo tempo tutti finiscono. È un affare che non copre le spese”

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“Per non diventare molto infelici il mezzo più sicuro è di non pretendere di essere molto felici”

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“Tutti gli uomini vogliono vivere, ma nessuno sa perché vive”

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“L’amicizia, l’amore e l’affetto degli uomini li si ottiene solo dimostrando loro amicizia, amore e affetto. [...] Per sapere quanta felicità può ricevere una persona nella sua vita, basta sapere quanta ne può dare”

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“La solitudine rende oggettivi; la compagnia rende sempre soggettivi”

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“Il giustificato sprezzo degli uomini ci porta a rifugiarci nella solitudine. Ma il deserto di questa a lungo andare dà angoscia al cuore. Per sfuggire al suo peso, dunque, bisogna portarsela in società. Bisogna cioè imparare ad essere soli anche in compagnia, a non comunicare agli altri tutto ciò che si pensa, (a non) prendere alla lettera quello che dicono, al contrario, ad aspettarsi molto poco da loro, sia moralmente che intellettualmente”

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“La malvagità, si dice, la si sconta nell’altro mondo; ma la stupidità in questo”

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“Ciò che rende gli uomini socievoli è la loro incapacità di sopportare la solitudine e se stessi. [...] Tutti i pezzenti sono socievoli, da far pietà”

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“Il denaro è la felicità umana in abstracto; perciò chi non è più capace di goderla in concreto si attacca al denaro con tutto il suo cuore”

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“Dopo che ogni sofferenza fu bandita nell’Inferno, per il Paradiso non restò altro che la noia: ciò dimostra che la nostra vita non ha altre componenti che la sofferenza e la noia”

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“Se è stato un Dio a creare questo mondo, non vorrei essere lui: la sofferenza nel mondo mi spezzerebbe il cuore”

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“Chi ama la Verità odia gli dèi, al singolare come al plurale”

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“Il grande dolore che ci provoca la morte di un buon conoscente e amico deriva dalla consapevolezza che in ogni individuo c’è qualcosa che è solo suo, che va perduto per sempre”

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“Chiunque ami un altro essere quasi come se stesso, sia il figlio, la moglie o un amico, se questo essere gli sopravvive muore solo a metà: chi invece non ha amato altri che se stesso vuota il calice della morte fino in fondo”

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“Noi ci consoliamo delle sofferenze della vita pensando alla morte, e della morte pensando alle sofferenze della vita”

 


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