GRECIA - I SETTE SAVI

BIANTE, CHILONE, CLEOBULO, PITTACO, SOLONE,
PERIANDRO, TALETE

I primi grandi "saggi" nel mondo greco furono i SETTE SAVI . Che più che filosofi, erano i primi grandi pensatori, privi di qualsiasi nozione scientifica per interpretare ciò che vedevano attorno. Si dovettero per forza porsi l'interrogativo: cos'è questo mondo e quale principio lo regola.  Erano dunque uomini tesi a ricercare l'archè , che in greco significa "il principio originario" del Tutto.
Chi lo trovò nell'acqua, chi nel fuoco, chi nell'infinito, chi in un intelletto misterioso e assolutamente diverso dall'uomo. .
ESSI SONO RIMASTI SCRITTI NELLA STORIA   come "saggi" o "savi". E precedono i filosofi che ad Atene poi fonderanno le varie scuole filosofiche ed anche "L'ACCADEMIA.

ecco qui i 7....

BIANTE

BIANTE - Uno dei sette Savi della Grecia, nacque a Priene, città della Caria, e fiorì nel 566 avanti l'Era Volgare.
La sua reputazione fu assai grande e come ottimo cittadino e come profondo filosofo; fu stimato il più eloquente oratore del suo tempo, e tutti i suoi talenti furono impiegati nel difendere i poveri e gli afflitti. Sopra queste due classi ancora egli profuse le sue ricchezze, poiché in quanto a sé si contentò sempre del solo necessario. Non intraprese mai una causa che egli non avesse già riconosciuta per giusta; per cui era nato il proverbio "è una causa che si addosserebbe Biante" quando voleva caratterizzarsi per giusta ed eccellente.

Egli si dilettò molto della poesia; i suoi precetti di morale, e le sue istruzioni politiche e guerriere furono scritte in versi, i quali secondo alcuni autori, furono oltre duemila; ecco alcune delle sue massime:

" Procurate piacere a tutti: se voi vi riuscirete, troverete grandi soddisfazioni nel corso della vita. Il fasto ed il disprezzo che si mostra per gli altri non ha prodotto mai nulla di buono. Amate i vostri amici con discrezione; pensate che possono diventare vostri nemici. Odiate i vostri nemici con moderazione; perché può darsi che un giorno divengano vostri amici.

" Scegliete con precauzione le persone che volete per amici; abbiate per essi un'eguale affetto, ma distinguete il loro merito. Imitate coloro la cui scelta vi fa onore, e siate persuasi che la virtù dei vostri amici contribuirà non poco alla vostra reputazione. Non siate solleciti a parlare, poiché dareste segni di pazzia. Procurate, mentre siete giovani, di acquistare della sapienza; sarà questa l'unica vostra consolazione nella vecchiaia: voi non potete fare un migliore acquisto e questa è l'unica cosa il cui possesso sia certo, e che nessuno potrà rapirvi.

"La collera e la precipitazione sono due cose opposte alla prudenza. Gli uomini probi sono assai rari, i cattivi e i pazzi sono infiniti. Non mancate mai di adempiere quanto avete promesso. Parlate degli Dei in modo convenevole alla loro grandezza, e rendete loro grazie di tutte le buone azioni che farete. Non siate importuni; è meglio che siate obbligati a ricevere, che obbligare gli altri a darvi. Non intraprendete nulla inconsideratamente; ma quando avrete determinato di fare qualcosa, eseguitela con calore. Vivete sempre come se foste all'ultimo istante dei vostri giorni, e, insieme, come se doveste rimanere lungo tempo in vita. La buona salute è un dono della natura; le ricchezze generalmente sono effetto della sorte; ma la sapienza è la sola cosa che possa rendere un uomo utile.

La saggezza di Biante fu sempre conosciuta nei suoi discorsì, nei suoi scritti e nelle sue determinazioni. Egli era solito dire che preferiva giudicare una questione fra due suoi nemici, piuttosto che fra due suoi amici; ed eccone la ragione: nel primo caso, diceva egli, posso riconciliarmi con quello dei due miei nemici al quale la decisione sarà stata favorevole; nel secondo caso, posso perdere l'amicizia di quel mio amico al quale ho dovuto dar torto.
A questo proposito vien riferito, che un giorno si trovò obbligato a giudicare uno dei suoi amici al delitto del quale la legge infliggeva la pena di morte. Prima di proferire la sentenza si mise a piangere davanti a tutto il Senato: perché piangete voi? gli disse qualcuno; non dipende forse da voi il condannare o l'assolvere il colpevole? Piango, replicò Biante, perché la natura mi obbliga ad avere compassione degl'infelici; e piango perché la legge mi obbliga a non aver riguardo ai moti della natura.

Le ricchezze, da Biante non erano annoverate nel numero dei veri beni; egli le reputava superflue, e di cui si poteva fare a meno. Si trovò in Priene, luogo, come già abbiamo osservato, della sua nascita, nel tempo che questa disgraziata città fu presa e saccheggiata; tutti i cittadini portavan via tutto ciò che potevano, e fuggivano nei luoghi creduti più sicuri. Il solo Biante stava immobile, e sembrava guardare con indifferenza il disastro che in quel momento soffriva la sua diletta patria. Qualche suo concittadino si permise di domandargli perché ancor egli non pensava a salvare qualche cosa, come facevano gli altri. Ma io lo sto facendo, rispose Biante, poiché tutto quello che ho io porto meco, "omnia bona mea mecum porto".

L'azione che determinò la fine dei giorni di Biante non è meno illustre del rimanente della sua vita. Si era egli fatto portare nel Senato ove, con molto zelo, difendeva l'interesse di uno dei suoi amici; il calore della disputa aggiunse stanchezza all'età sua già veneranda per cui egli appoggiò la testa sul petto di un figlio della sua figlia che ivi lo aveva accompagnato. Quando l'oratore del suo avversario ebbe terminato il suo discorso, i giudici si pronunziarono in favore di Biante che spirò in quell'istante tra le braccia di suo nipote. Tutta la città gli fece dei magnifici funerali, e dimostrò uno straordinario rammarico per la sua morte: gli fu eretta una decorosa tomba sulla quale furono scolpite le seguenti parole: "Priene è stata la patria di Biante, che fu la gloria di tutta la Jonia, e che ha avuto dei pensieri più elevati di tutti gli altri filosofi." La sua memoria fu in si gran venerazione, che gli fu dedicato un tempio nel quale i Prienesi gli rendevano onori straordinari.

 

CHILONE

CHILONE - Molti uomini dotti della Grecia credettero, e con ragione, che il viaggiare potesse contribuire all'acquisto delle cognizioni, ed essi stessi si uniformarono a tale credenza. Chilone, uno dei sette Savi, la pensava diversamente, poiché secondo lui il tempo peggio impiegato era appunto quello speso nei viaggi. D'altronde fu ammirato per il genere ritiratissimo di vita che osservava, per la sua moderazione, e particolarmente per il silenzio dal quale rare volte si dispensava.

Egli è l'autore di quella massima secondo la quale "in ogni cosa bisogna correre lentamente" e su questa egli regolava la sua vita. Per giudizio unanime degli antichi scrittori la sua vita era un modello di virtù. Ma fra le virtù si includeva anche la superstizione. Egli, per esempio stimava che l'arte di indovinare non era impossibile all'uomo, il cui spirito, secondo la filosofia, poteva conoscere molte cose future. Si dice che una volta, dopo aver esattamente esaminata la qualità del terreno e la situazione dell'isola di Citera, esclamsse alla presenza di tutti: "Ah! Piacesse agli Dei che quest'isola non fosse mai esistita, o che il mare l'avesse sommersa sino da quando comparve; perciocché io prevedo che ella sarà la rovina del popolo di Lacedemone". Egli non s'ingannò; quell'isola fu presa qualche tempo dopo dagli Ateniesi, che la sottrassero a Sparta.

Ecco alcune delle sue massime che pronunziava perché fossero osservate:

"Tre sono le cose difficili; custodire il segreto, soffrire le ingiurie, ed impiegare bene il tempo. Non bisogna mai minacciar chicchessia, perché è una debolezza da donna. La maggior sapienza è saper frenare la lingua nei banchetti. Non si deve mai sparlare di nessuno; altrimenti siamo esposti a farci dei nemici e ad ascoltare cose spiacevoli. Conviene visitare gli amici più nel tempo in cui si trovano in disgrazia, che quando vivono nella felicità. E' meglio perdere che fare un guadagno ingiusto. E' cosa disdicevole il lusingare le persone che sono nell'avversità.

" Un uomo coraggioso deve sempre dimostrarsi affabile, e farsi piuttosto rispettare che temere. Colla pietra di paragone si prova l'oro e l'argento; e coll'oro e l'argento si prova il cuore degli uomini. Bisogna usare ogni cosa con moderazione, perché poi la privazione non ci sia troppo dolorosa. L'amore e l'odio non durano eternamente. Non bisogna desiderare le cose che sono troppo al disopra di noi; colui che garantisce un altro perderà sempre".

Quest'ultima sentenza sembrò a Chilone di tale importanza che la fece scolpire a lettere d'oro nel tempio di Apollo a Delfo. Chilone, sentendosi approssimare la morte, guardò i suoi amici radunati intorno a lui, e così loro parlò: miei amici, voi sapete che io ho detto e fatto tante cose durante i miei molti anni di vita; io ho ponderatamente esaminato ogni mia azione, e non trovo che abbia mai fatta cosa in cui mi possa pentire, se non, forse, in quell'unico caso che ora vado ad esporvi e che io sottopongo alla vostra decisione per sapere se ho bene o male agito. Mi sono trovato un giorno a giudicare uno dei miei buoni amici, che secondo le leggi, doveva essere punito di morte; io mi trovavo molto imbarazzato, poiché bisognava o violare la legge o far morire l'amico: Dopo avervi ben riflettuto trovai questo espediente: esposi con tanta accortezza tutte le migliori ragioni dell'accusato, che i miei colleghi non fecero ebbero difficoltà ad assolverlo, ed io lo avevo condannato a morte senza loro dir nulla. Ho soddisfatto ai doveri di giudice e di amico; nulladimeno sento qualche cosa nella mia coscienza che mi fa dubitare se il mio consiglio non fosse condannabile. Chilone, infine, sommamente stimato ma oppresso dalla vecchiezza morì a Pisa (città greca) per un eccesso di gioia fra le braccia del suo figlio che veniva allora coronato per aver vinto nei giochi olimpici, 597 anni avanti l'ora volgare. Dopo la sua morte, i Lacedemoni gli eressero una statua.

CLEOBULO

CLEOBULO - La patria di Cleobulo fu Lindo, città marittima dell'isola di Rodi. La natura lo aveva dotato di un aspetto molto avvenente e di una presenza assai nobile. Fu universalmente riconosciuto come uno dei setti Savi della Grecia, ma il meno importante, poiché tutta la sua sapienza si limitò a dare alcune massime per ben vivere. Eccone alcune:
" In ogni cosa bisogna avere ordine, tempo e misura. Non vi è nulla al mondo di più comune che l'ignoranza e i parolai. Conviene nutrir sempre sentimenti elevati, e non essere né ingrato né infedele. Prima di uscire di casa convien pensare a ciò che si va a fare; quando si rientra bisogna esaminare tutto ciò che si è fatto. Il parlar poco e l'ascoltar molto è una buona regola. Si deve consigliare sempre ciò che la riflessione ci ha persuaso essere la cosa più ragionevole. E' necessario non abbandonarsi ai piaceri.
La buona educazione dei figlioli è cosa indispensabile. Quando la fortuna è favorevole non conviene insuperbirsi, né lasciarsi opprimere quando ci volta le spalle. L'uomo deve scegliere una sposa della sua condizione; se è una di nascita più ricca e distinta della sua, egli avrà una padrona e altrettanti padroni quanti ne ha essa.
Un uomo non deve mai lodare né rimproverare la sua moglie in presenza di altri: nel primo caso vi è della debolezza; nel secondo della pazzia".

Cleobulo impiegò la sua gioventù a viaggiare nell'Egitto ove apprese la filosofia, secondo l'uso di quei tempi. Al suo ritorno si ammogliò con una fanciulla virtuosissima. Da questa unione nacque la celebre Cleobulina, che per la sua applicazione allo studio e per gli eccellenti insegnamenti di suo padre divenne così sapiente da imbarazzare i più abili filosofi di quei tempi, specialmente con gli enigmi. Cleobulo acquistò gran reputazione per la facilità con la quale proponeva e scioglieva gli enigmi.

Egli introdusse nella Grecia l'uso degli enigmi che aveva imparati in Egitto; è fra altri l'autore del seguente: "sono un padre che ha dodici figliuoli, ciascuno dei quali ha trenta figlie, ma di differente bellezza. Le une hanno la faccia bianca, le altre le hanno assai nera. Esse sono tutte immortali ma mi muoiono tutti i giorni".

La soluzione è: l'anno. Cleobulo seppe prudentemente trarre profitto da ogni sorta di vantaggi in una condizione mediocre ed in una vita aliena dalle cure del mondo.

Buon marito, fortunato padre, fu inoltrre un cittadino molto stimato. Egli morì in età di settanta anni, 564 avanti l' era volgare. I Lindiani, dispiaciuti di averlo perduto, gli elevarono un magnifico sepolcro con un epitaffio, per onorare eternamente la sua memoria.

 

PITTACO

PITTACO - Nacque a Mitilene, città dell'isola di Lesbo, e fu anche lui acclamato come uno dei sette Savi della Grecia. Nella sua gioventù fu molto coraggioso, bravo soldato, gran capitano e sempre buon cittadino. Riteneva per massima che bisognava adattarsi ai tempi e approfittare delle occasioni.

La sua prima impresa fu di far lega con il fratello di Alceo contro il tiranno Melancro che, avendo usurpato il sovrano potere dell'isola di Lesbo, fu da Pittaco sconfitto. Questo successo gli diede grande reputazione d'intrepidità. C'era da molto tempo una crudele guerra tra gli abitanti di Mitilene e gli Ateniesi per il possedimento di un territorio: l'Achillitide. I Mitilenesi scelsero Pittaco come comandante delle loro truppe. Quando le due armate furono l'una di fronte all'altra pronte a dar battaglia, Pittaco propose di terminare le ostilità con un combattimento particolare: chiamò a duello Trinone, generale degli Ateniesi che era sempre uscito vittorioso da ogni sorta di combattimento e che era stato più volte coronato ai giochi olimpici. Trinone accettò la sfida. Si decise che il vincitore serebbe rimasto, senza contrasti, unico conquistatore del territorio in questione. I due contendenti avanzarono soli in mezzo alle due armate; Pittaco aveva nascosto sotto il suo scudo una rete e si valse tanto destramente dell'occasione che inviluppò Trinone nel momento in cui non si dubitava più di nulla, e gridò "non ho preso un uomo, è un pesce." Pittaco lo uccise alla presenza delle due armate e restò così padrone del territorio.

L'età poi cominciò a moderare gradatamente l'ardore straordinario di Pittaco, che iniziò quindi a gustare la dolcezza della filosofia. I Mitilenesi, che nutrivano per lui un rispetto particolare, gli diedero il principato della loro città. Una lunga e faticosa esperienza gli fece riguardare con intrepida fermezza i diversi aspetti della fortuna. Dopo aver stabilito il miglior ordine nella Repubblica, rinunciò volontariamente al principato che da dieci anni teneva, e abbandonò gli affari pubblici per ritirarsi a vita privata.

Pittaco dimostrò gran disprezzo per i beni di fortuna, dopo averli un tempo desiderati. I Mitilenesi, per compensare i grandi servigi che a loro aveva resi, gli offrirono un luogo ameno, circondato di boschi e di vigne e attraversato da diversi ruscelli, oltre ai molti poderi le cui rendite sarebbero bastate a farlo vivere splendidamente nel suo ritiro. Visitò dunque il lugo prescelto per il dono e gli parve eccessivo e anche troppo impegnativo. Egli quindi prese il suo dardo e, lanciatolo a tutta forza, disse che si contentava dello spazio segnato dal punto in cui era giunto il suo dardo. I magistrati meravigliati della sua moderazione lo pregarono che ne dicesse il motivo; la risposta fu "Una parte è più vantaggiosa del tutto". Quella grande avrebbe solo angosciato i suoi giorni.

Pittaco era di figura molto deforme: aveva sempre male agli occhi, era grasso, molto trascurato nella persona e camminava male per le infermità che aveva ai piedi. La sua consorte era figlia del legislatore Dracone; questa donna era di un'alterigia e di un'insolenza insopportabile, disprezzava il marito a cagione delle sue deformità e della sua inferiore condizione sociale.

Un giorno Pittaco aveva invitato a pranzo molti filosofi suoi amici; quando tutto fu pronto, sua moglie, che era sempre di cattivo umore, andò a rovesciare la tavola e tutti i cibi che vi erano sopra. Pittaco, senza alterarsi, si contentò di dire ai convitati "è una pazza, bisogna scusare la sua debolezza". Questa gran disunione che aveva sempre regnato tra lui e sua moglie, gli aveva fatto concepire molta avversione per i matrimoni male assortiti. Un giorno un uomo gli domandò quale tra due donne dovesse prendere per moglie, osservando che una di esse era di condizione quasi uguale alla sua e l'altra assai superiore sia per le ricchezze che per la nascita. Pittaco, alzando il bastone al quale era appoggiato gli indicò un gruppo di fanciulli che si disponevano a giocare, e gli disse "va' da loro e segui il consiglio che ti daranno".

Il giovane ubbidì e, ascoltando ciò che dicevano i ragazzi, intese che questi, prima di iniziare una gara, cercavano di assortirsi per non essere né troppo deboli né troppo forti e reciprocamente ripetevano "scegli il tuo uguale". Ciò lo convinse a non pensar più alla donna ricca e nobile e a sposare invece quella di condizione quasi uguale alla sua.

Pittaco fu assai sobrio, egli beveva quasi sempre dell'acqua, quantunque Mitilene fosse ricca di vini eccellenti. I titoli delle sue opere sono stati conservati da Laerzio, che enumerò alcuni versi elegiaci, diverse leggi in prosa scritte per i suoi concittadini, delle Epistole e dei precetti morali, conosciuti col nome di 'adòmena' (cose dilettevoli). Egli morì all'età di 82 anni nel 570 circa avanti l'era volgare.

SOLONE

SOLONE - Quanto è stato detto in più momenti della storia intorno a Solone non è sufficiente per dare ai nostri lettori un quadro completo di tutto ciò che lo riguarda e che ci hanno tramandato i più accreditati antichi scrittori. Questo illustre sapiente della Grecia e benemerito Legislatore della sua patria è ben degno di esser conosciuto particolarmente. Solone è celebrato soprattutto come il fondatore della democrazia attica. Proibi la schiavitù per debiti (cosa molto comune) abolendo perfino i contratti stipulati prima della sua riforma. Fu lui a istituire, in aggiunta all'Aeropago, il consiglio popolare formato da quattrocento membri. Solone nacque in Salamina e fu educato in Atene e, per assersione di Filocle, fu figlio di Euforione, contro l'opinione di quanti altri scrivono su Solone.

Molti asseriscono invece che egli fu figliuolo di Esecestide, il quale, essendo originario di Codro, fu più di ogni altro nella sua città indicato come il più nobile e riverito cittadino.

La madre di Solone fu cugina di quella di Pisistrato, e per questo Solone amò costui come un fratello.

Avendo il padre, per essere stato troppo generoso, consumato tutto il patrimonio, Solone fu obbligato a diventare mercante, benché lo facesse solo per fare esperienza di molte cose nella vita, più che per arricchire; ed essendosi dato poi alla filosofia, soleva dire nella sua età avanzata che egli invecchiava imparando sempre cose nuove.

Solone, dopo aver compiuti i suoi studi filosofici e politici, viaggiò per la Grecia e specialmente in Egitto, divenuto in quel tempo il luogo più visitato da tutti i sapienti. Col suo studio, con le sue meditazioni e con la sua esperienza egli divenne eccellente oratore, poeta, legislatore ed anche buon guerriero. Come Talete, non si pose mai sotto alcun maestro. Egli è autore di quella bella e assai conosciuta massima: "Bisogna stare sul mediocre in ogni cosa".

Un giorno Solone si trovava a Mileto, ove la gran reputazione di Talete lo aveva indotto a recarsi. Dopo essersi trattenuto per qualche tempo con questo filosofo, gli disse: Io mi meraviglio, o Talete, che tu non abbia mai voluto ammogliarti; ora avresti dei fanciulli che prenderesti piacere ad educare. Talete non diede alcuna risposta sul momento. Alcuni giorni dopo incaricò un uomo di fingere di essere straniero e di venire a trovarli. Quest'uomo disse che veniva da Atene in quell'istante. Ebbene, gli disse Solone, che cosa c'è di nuovo colà? Nulla, che io sappia, rispose lo straniero, ma è andato alla tomba un giovane ateniese, la cui pompa funebre era accompagnata da tutta la città a motivo della sua nascita distinta e della reputazione di cui gode presso il popolo il padre di lui: quest'uomo, soggiunse il forestiero, è già da qualche tempo assente da Atene; i suoi amici hanno intenzione di dargliene la notizia con molto tatto per timore che il dolore non lo faccia morire.

"Oh sventurato padre! Esclamò Solone. E come si chiama? L'ho ben inteso nominare, rispose lo straniero ma non me ne ricordo; ma dicevano che fosse un uomo di una profonda sapienza. Solone, la cui inquitudine aumentava ad ogni istante, parve turbato; non poté trattenersi dal domandare se mai fosse costui Solone. Lo straniero rispose subito: sì, è proprio questo il suo nome. Solone fu preso da un'emozione così forte, che cominciò a lacerarsi gli abiti, a strapparsi i capelli e a percuotersi il capo; infine si abbandonò a quanto sogliono fare e dire le persone che sono oppresse da un eccessivo dolore.
Perché piangere ed inquietarsi tanto, gli disse Talete, per una perdita che non può essere riparata da tutte le lacrime del mondo? Ahimé! rispose Solone, questo per l'appunto è quello che mi fa piangere; piango un male che non ha rimedio. Alla fine Talete si mise a ridere dei diversi atteggiamenti di Solone: O Solone, mio amico, gli disse, ecco ciò che mi ha fatto temere il matrimonio; ne temevo il giogo, e conosco dal dolore del più saggio degli uomini, che il cuore, anche il più fermo non può sostenere le afflizioni che nascono dall'amore e dalla cura dei fanciulli. Non ti inquietare; tutto ciò che è stato detto non è che una favola inventata da noi".

Vi era stata per molto tempo tra Ateniesi e quelli di Megara una accesa disputa per contendersi l'Isola di Salamina. Finalmente dopo molte stragi da ambe le parti, gli Ateniesi che erano stati i perdenti dell'ultimo scontro, stanchi ormai di sparger sangue, ordinarono una punizione di morte contro il primo che osasse proporre la guerra per riconquistare Salamina, caduta in possesso dei Megaresi. Solone, non potendo sopportare una tale infamia, e vedendo che molti giovani ardevano di zelo guerriero per una tale impresa, ma che non ardivano dichiararlo per timore della legge, si finse privo di senno, e per la città già si era propagata la notizia che egli fosse impazzito.

Intanto, avendo egli stesso segretamente composti ed imparati a memoria dei versi elegiaci, si presentò nella pubblica piazza vestito di un abito lacero, con la corda al collo e con una berretta sudicia e logora sulla testa. Poi, montato sulla pietra del banditore, recitò, cantando i detti versi al popolo che era accorso in gran folla.
" Piacesse agli Dei, esclamò egli, che Atene non fosse mai stata mia patria; ah! io vorrei essere nato a Toleganda o a Sicina od in qualunque altro luogo più orribile, più barbaro e infame di questo; almeno non avrei il dolore di vedermi sulla strada mostrare a dito, dicendo: ecco un ateniese che si è vergognosamente salvato a Salamina. Vendichiamo tosto il ricevuto affronto, e riprendiamoci quello che tanto ingiustamente i nostri nemici ci hanno preso.

Queste parole fecero sì forte impressione sull'animo degli Ateniesi, che essi revocarono l'editto che avevano fatto; ripresero le armi, mossero guerra ai Megaresi, e l'isola di Salamina fu riconquistata e poi nuovamente perduta per le discordie cagionate ad Atene dagli opposti partiti di Cilone e Megacle, di cui seppero approfittare i Megaresi.

Il senno di Solone seppe anche portare rimedio ai mali da cui era afflitta la patria per tali divisioni, e li ricondusse alla calma, facendo esiliare da Atene il partito di Megacle, un disturbatore della quiete pubblica. Solone divise i cittadini in quattro diverse classi censuarie, secondo i beni che ciascuno in particolare allora possedeva. Permise che tutto il popolo potesse prender parte negli affari pubblici, eccettuati i soli artigiani che non potevano avere, secondo lui, sufficiente interesse per la patria, impegnati com'erano solo a guadagnare. Questi erano esclusi quindi dalle cariche e non godevano i medesimi privilegi degli altri del diritto elettorale.

Ordinò poi che i principali magistrati fossero sempre scelti fra i cittadini del primo ordine; che in una sedizione, colui che non avesse preso alcun partito fosse macchiato di infamia (desiderava la partecipazione attiva di tutti, per il buon governo); che se un uomo avesse sposata una donna di distinzione senza averne ottenuta prole, ella potesse separarsi dal consorzio del matrimonio; che le mogli portassero in dote ai loro consorti almeno tre vesti e alcuni necessari mobili anche di poco valore; che si poteva uccidere impunemente un adultero quando veniva sorpreso sul fatto: moderò il lusso delle donne ed abolì molte cerimonie che esse solevano osservare; proibì di dir male dei morti; permise a coloro che non avevano figli di nominare gli eredi che volevano, purché non fossero fuori di senno al momento del testamento; ed infine fece altri regolamenti di simile natura, che furono riconosciuti tutti ottimi per il buon governo della patria, e così validi che furono incisi su tavole.

La fama di Solone si era sparsa dappertutto. Creso, re di Lidia, lo chiamò a sé, ed egli ubbidì. Traversando la Lidia incontrava una gran quantità di signori con la loro corte, che spesso scambiava per il re medesimo. Finalmente si presentò a Creso che lo aspettava assiso sul suo trono, e che si era espressamente ornato di quanto aveva di più prezioso. Solone non parve meravigliato di tanta magnificenza. Creso gli disse: mio ospite, conosco la tua sapienza per fama: so che tu hai viaggiato molto; dimmi, vedesti tu mai persona più magnificamente vestita di me? Si, rispose Solone, i fagiani, i galli e i pavoni hanno qualcosa di più magnifico, poiché quanto hanno di splendido viene loro dalla natura, senza che si diano alcuna cura per adornarsi.

Una risposta così inaspettata sorprese Creso ma non l'avvilì; comandò ai suoi subalterni di mostrare a Solone tutti i suoi tesori, le sue preziose supellettili, ed infine tutti gli oggetti della sua già rinomata magnificenza e ricchezza: poi, fatto venire nuovamente Solone avanti di sé, gli disse: hai mai veduto un uomo più felice di me? Sì, gli rispose Solone, ho veduto Tello, cittadino di Atene, che visse da uomo dabbene, lasciò due figli molto stimati, con una sostanza proporzionata alla loro sussistenza, ed infine ebbe la felicità di morire con le armi in mano, riportando una vittoria per la sua patria. Gli Ateniesi gli hanno eretto una tomba nel luogo medesimo ove perdette la vita, e gli hanno reso dei grandi onori più che a un re.

Dopo dieci anni di assenza, Solone ritornò in Atene ove con gran dolore trovò i suoi concittadini agitati da discordie intestine, e la più gran parte delle sue leggi messe fuori d'uso. Con uguale amarezza osservò l'usurpazione che aveva fatto Pisistrato del supremo potere nella sua patria; perciò non potendo egli rimanere più a lungo spettatore di tanti disastri, si ritirò nell'isola di Cipro ove morì in età di 80 anni, nel 558 avanti l'era volgare.

Solone non fu nemico dei piaceri durante la sua vita. Amava i lauti conviti, la musica, e quanto può rendere la vita voluttuosa. Solamente aveva in odio quelle rappresentazioni teatrali nelle quali si annunziavano delle cose inventate a piacere; parlando di Tespi, che organizzava tali cose, si espresse in questo modo, con i suoi concittadini per dissuaderli di assistere alle rappresentazioni di questo autore del tragico così tanto riverito: "Se noi onoriamo e applaudiamo negli spettacoli la menzogna, la troveremo anche nelle nostre promesse più sacre". Fu osservato che nel suo codice non aveva parlato di parricidio; interrogato perché lo avesse omesso, egli rispose "perché non ho creduto potervi essere delle persone tanto scellerate da uccidere il loro padre e la loro madre".

Fra le sue massime ricordiamo la seguente: "Un uomo di 70 anni non deve temere più la morte, né deve più lagnarsi delle sciagure della vita".

PERIANDRO

PERIANDRO - Periandro si rese celebre per la sua tirannia. Pare quasi impossibile che un uomo il quale dava delle massime eccellenti di morale, dovesse poi condurre una vita viziosissima; e sembra egualmente incredibile che i Greci, testimoni della sua condotta, abbiano potuto onorarlo col nome di Sapiente.

PERIANDRO discendeva dalla famiglia degli Eraclidi; nacque in Corinto e divenne tiranno della sua patria. Prese in sposa LISIDE, figlia del principe di Epidauro. Dimostrò sempre molto amore per essa, e cambiò il suo nome di Lidide, in quello di MELISSA; da questo matrimonio ebbe due figli. Cipsele, il primogenito era tardo di ingegno e sembrava quasi stupido; ma Licofroone, il minore, era di ingegno elevato ed assai atto al governo del regno. Trovandosi Melissa incinta, alcune donne che vi avevano interesse, procurarono di dare ombra della condotta di lei a Periandro, e gli fecero dei rapporti che lo indussero nella più furiosa gelosia, in una lite, nell'atto ch'ella scendeva una scala, con un calcio che le diede nel ventre la rovesciò; cosicché precipitando dalla medesima restò morta con il figlio che portava.
Egli si pentì subito di questa atrocità, ed abbandonandosi alla più grande disperazione, sfogò il suo sdegno sulle donne che gli avevano fatto nascere questi sospetti; le fece prendere e bruciare vive.
PROCLEO, padre dell'estinta, essendo stato informato del crudele trattamento fatto alla sua cara figliola, mandò a cercare i suoi due nipoti che amava teneramente. Li tenne presso di sé per qualche tempo onde consolarsi; ed allorquando li rimandò, disse loro abbracciandoli: "Mie figlioli, voi conoscete l'uccisore di vostra madre".

Il maggiore non pensò al significato di queste parole; ma il cadetto ne fu sì vivamente commosso, che quando fu di ritorno a Corinto non volle mai più parlare a suo padre, né rispondere a ciò che esso gli domandava. Il padre fece molte interrogazioni a Cipsele, per sapere ciò che gli aveva detto Procleo; ma questi per la sua poco felice memoria aveva già dimenticato ogni cosa, Periandro, lo sollecitò tanto che finalmente Cipsele si ricordò delle ultime parole che aveva intese da Procleo raccontandole al padre.

PERIANDRO ben comprese ciò che si era voluto dire ai suoi figli. Procurò egli dunque di mettere l'altro suo figlio, Licofroone, nella necessità di ricorrere a lui; proibì a coloro che lo alloggiavano di non più tenerlo nella loro casa. Licofroone vedendosi così perseguitato, si presentò in molte altre case, ma dappertutto veniva cacciato per timore delle minacce del padre: trovò alla fine alcuni amici che ebbero compassione del suo stato, che lo ricevettero in casa col pericolo di attirarsi l'indignazione del re. Periandro fece pubblicare, che chiunque lo ricevesse o gli parlasse solamente sarebbe stato punito di morte.
Il timore di un sì rigoroso castigo, spaventò tutti i cittadini; nessuno osava parlargli o avere relazioni. Licofroone passava le notti sotto i portici delle case; tutti lo fuggivano, come se fosse una fiera. Quattro giorni dopo Periandro che lo vide quasi morto di fame e di miseria, fu commosso, gli si avvicinò e gli parlò in questi termini: "Licofroone, quale sorte é più desiderabile; quella forse di condurre una vita miserabile come fai tu, o quella di disporre della mia possanza e di essere interamente il padrone dei tesori che io posseggo? Tu sei mio figlio e principe della florida città di Corinto; se é accaduto qualche sinistro accidente, io ne ho dei risentimenti tanto più vivi in quanto ne sono causa io medesimo. In quanto a te poi, ti sei attirate tutte queste disgrazie irritando colui che dovevi rispettare; ma ora che tu conosci cosa sia l'ostinarsi contro il padre, ti permetto di ritornare in casa mia".

Licofroone, insensibile come una rupe ai discorsi di suo padre Periandro, gli rispose freddamente: "Voi medesimo meritate la pena di cui avete minacciato gli altri, poichè voi mi avete parlato". Quando Periandro vide che era assolutamente impossibile vincere la fermezza di suo figlio, prese il partito di allontanarlo dai suoi occhi, e lo rilegò a Corcira che era un paese a lui soggetto. Periandro irritato contro Procleo che credeva autore della disunione tra lui e suo figlio, levò molte truppe alla testa delle quali si pose egli medesimo per andare a fargli guerra. Tutto le riuscì felicemente. Dopo essersi reso padrone della città di Epidauro, lo fece prigioniero e lo custodì presso di sè senza dargli morte.

PERIANDRO qualche tempo dopo quando cominciava già a divenir vecchio, mandò a Corcira a cercare Licofroone per rinunziare in suo favore il sovrano potere, a pregiudizio del primogenito che non era atto alla condotta degli affari.
Ma Licofroone non volle dare risposta all'invito di Periandro; questi, che amava teneramente suo figlio, non si diede per vinto: diede ordine a sua figlia di andare a Corcira, sperando nella sua influenza sullo spirito di suo fratello. Dal momento che questa giovane principessa fu giunta presso Licofroone, lo scongiurò cercando di commuoverlo e vincere la sua ostinazione: "Volete, gli disse , che il regno tocchi ad uno straniero piuttosto che a voi? Nostro padre é vecchio e prossimo alla morte; se voi non venite presto, la nostra casa perirà certamente. Pensate dunque di non abbandonare ad altri le grandezze che vi aspettano e che legittimamente vi appartengono. Licofroone l'assicurò che finchè viveva il padre, egli non sarebbe ritornato mai a Corinto.

Quando la principessa tornò dal re, suo padre, gli narrò il rifiuto di Licofroone. Periandro a Corcira inviò una terza ambasciata per far sapere a suo figlio che egli poteva venire quando voleva a prendere possesso di Corinto; e che in quanto a lui aveva deciso di andare a terminare i suoi giorni a Corcira. Licofroone vi acconsentì; si disposero ambedue a cambiar paese. I Corciresi ne vennero avvertiti, e n'ebbero tanto spavento che trucidarono Licofroone per timore che Periandro andasse a dimorare fra di essi.

PERIANDRO disperato per la morte di suo figlio fece tosto prendere trecento figliuoli delle migliori famiglie di Corcira e li mandò ad Aliatte per farne degli eunuchi. Il vascello che li trasportava fu costretto ad approdare a Samo. Quando gli abitanti di questa città conobbero il motivo e il destino che si dava a questi infelici n'ebbero la più gran compassione; li consigliarono segretamente di ricoverarsi nel tempio di Diana: quando vi furono entrati, non vollero permettere ai Corinti di riprenderli, asserendo che i fanciulli erano sotto la protezione della Dea. Trovarono poi il mezzo di farli sussistere senza dichiararsi apertamente nemici di Periandro: mandavano tutte le sere i loro giovani a ballare vicino al tempio e questi ne approfittavano per gettare dentro il tempio delle focacce. I giovani corciresi le raccoglievano e se ne nutrivano.

PERIANDRO adirato di non aver potuto vendicare la morte di suo figlio come desiderava, determinò di non più vivere; ma siccome non voleva che si sapesse ove fosse il suo corpo, immaginò questa invenzione, per nasconderlo. Fece venire a sè due giovani ai quali mostrò una strada abbandonata ed impose loro di passeggiarvi nella notte seguente, di uccidere il primo che vi incontrassero e seppellire al momento il corpo del morto. Licenziò questi, e ne fece venire quattro altri, ai quali comandò pure di passeggiare nella stessa strada e di uccidere due giovani che avrebbero incontrato. Licenziati pure questi, ne fece venire un maggior numero ai quali impose egualmente di uccidere gli altri quattro e seppellirli sul luogo. Dopo che egli ebbe così disposto ogni cosa come desiderava non mancò di trovarsi all'ora prescritta nel luogo remoto, ove fu ucciso dai primi due che lo incontrarono.

Finito così tragicamente e in questo modo oscuro comunque i Corinti gli eressero una tomba sulla quale incisero un epitaffio per onorare la sua memoria. Egli morì in età di 80 anni, dopo aver regnato quarant'anni. Periandro non si rese illustre senza dubbio per le sue azioni indegne di un uomo, non chè di un sapiente; ma pure prescindendo da queste é ammirabile per i suoi morali precetti che senza prendersi molta pena di adempiervi egli stesso si contentava solamente di insinuare ad altri: eccone alcuni. Non si deve mai desiderare il denaro di ricompensa delle proprie azioni. Non vi è cosa più apprezzabile della tranquillità. Quelli che fanno del male meritano di essere puniti egualmente che quelli dei quali è noto che sono disposti a farlo. I piaceri sono passeggeri ma la gloria é eterna. Bisogna essere moderato nella prosperità e prudente nelle avversità. Non si deve giammai rivelare il segreto che ci é stato confidato. Non conviene guardare se i nostri amici sono nella felicità o nella infelicità; conviene per altro verso di loro i medesimi riguardi in qualunque stato si trovano.
PERIANDRO amava i sapienti; scriveva agli altri filosofi della Grecia per invitarli ad andare a passare qualche tempo a Corinto, ove giunti faceva loro la più grande accoglienza.
La sua vita come abbiamo letto è invece una vera contraddizione della sapienza degli altri 6 Savi. Ma la Storia ne riserverà altre di personaggi simili.

TALETE

TALETE - Mileto nella Jonia fu la patria di Talete, uno dei sette Savi della Grecia. Dapprima egli si occupò nella magistratura, e dopo averne coperti con splendore i principali impieghi, decise di abbandonare ogni pubblico affare per dedicarsi allo studio. Come molti suoi dotti predecessori, viaggiò per acquistare cognizioni, specialmente nella Fenicia e nell'Egitto. Sulle sponde del Nilo soggiornò nell'antica capitale per qualche anno conversando con i preti, della Città sacra di Menfi, depositari della scienza di quel tempo; si istruì nei misteri della loro religione, e si applicò particolarmente alla geometria e all'astronomia. Egli fece dei grandi progressi e nell'una e nell'altra scienza. In particolare la dimostrazione di diverse proprietà dei trinagoli e gli è anche attribuita l'introduzion nella tecnica nautica del metodo per misurare le distanze dalla spiaggia di una nave in alto mare. Noi sappiamo che sostenne all'inizio che la Terra era un disco (i suoi studi furono poi ripresi dal filosofo suo discepolo Anassimandro che formulò la prima teoria sulla forma della Terra come un disco al centro dell'universo). Interessanti anche le sue osservazioni sull'ombra meridionale di una grande stele (obelisco) piramidale.
Aggiunse all' astronomia delle ingegnose scoperte e fu il primo a intuire a cosa erano dovute le eclisse solari e lunari e con con qualche accuratezza a calcolarne la periodicità e quindi la prevedibilità contribuendo a renderle meno spaventose. Scoprì i solstizi e gli equinozi; ripartì il cielo in cinque zone è fissò l'anno a 365 giorni, divisione che raccomandò di osservare e che poi fu universalmente adottata.

Ad eccezione dei sacerdoti di Menfi, dove più che sacerdoti erano veri e propri scienziati, non si mise mai sotto alcun maestro; egli non fu debitore che alle sue esperienze e alle sue profonde meditazioni, delle belle cognizioni con le quali ha arricchito la filosofia. Dotato dalla natura di uno spirito elevato rifletteva molto e parlava assai poco. A questa particolarità univa una dolcezza di animo, rimarcata ancora da Giovenale con dei famosi versi.

TALETE terminati i suoi viaggi ritorno a Mileto eleggendo una vita ritiratissima non volle mai ammogliarsi. Aveva appena 23 anni quando la di lui madre lo sollecitò con grande impegno ad accettare un partito assai vantaggioso che si presentava. Ecco la risposta che Talete le diede: "Quando si é giovine non hai tempo di maritarti; quando si é vecchio é troppo tardi; e quando si è di media età non si deve aver tempo sufficiente per poter pensare alla scelta di una sposa.
Talete di tre cose soleva ringraziare gli Dei: di esser nato ragionevole, anzichè bestia; uomo, anzichè donna; greco anzichè barbaro.

L'opinione che egli aveva della Divinità era quella di una intelligenza che non aveva avuto mai principio e che non avrebbe mai fine. Un uomo gli domandò un giorno, se noi possiamo nascondere le nostre azioni agli Dei: gli rispose che perfino i nostri più intimi pensieri sono a loro noti.
Egli fu il primo fra i greci che insegnasse l'immortalità dell'anima. Diceva che la cosa del mondo più grande è il luogo, perchè contiene tutti gli esseri; che la più forte é la necessità, perchè essa ci fa riuscire in ogni cosa; che la più pronta é lo spirito; perchè in un istante percorre tutto l'universo; che la più saggia è il tempo, poichè scopre le cose le più oscure; ma che la più dolce e la più amabile è di fare la propria volontà.

TALETE fra le cose le più difficili egli reputava quella di conoscere se stesso: egli fu l'inventore di quella bella massima "Impara a conoscere te stesso". Che fu poi incisa su di una lamella d'oro e consacrata nel tempio di Apollo. Non ammetteva differenza tra la vita e la morte: gli fu allora più volte domandato perchè non si faceva ammazzare, ed egli sempre rispose "Perchè la vita e la morte essendo la stessa cosa, nulla può determinarmi a prendere un partito piuttosto che un altro".
In fisica non meno che in morale ebbe delle idee affatto originali. Egli credette che l'acqua il primo principio di ogni cosa; e perciò, secondo il suo sistema la Terra era un'acqua condensata, e l'aria un'acqua rarefatta: ammetteva che tutte le cose perpetuamente si cangiassero in altre, ma che in ultima analisi si sciogliessero in acqua. Gli effetti della calamita e dell'ambra gli fecero credere che tutto fosse animato; anzi ammise che in tutto l'universo esistevano degli esseri invisibili i quali ondeggiavano nello spazio.

TALETE fu sempre tenuto in grande venerazione, per cui il di lui parere era sempre ricercato su gli affari più importanti. Creso dopo aver intrapresa la guerra contro i Persiani, si avanzò alla testa di una forte armata fino al fiume Alis, ma si trovò imbarazzato per passarlo perchè mancanti di ponti e di battelli, ed il fiume non era guadoso. Talete s'incontrò in quel momento e lo assicurò, ch'egli avrebbe somministrato l'occorrente per far attraversare il fiume alla sua armata: fece scavare un gran fosso in forma di mezzaluna che incominciava da una delle estremità del campo e terminava all'altra; il fiume si divise per questo mezzo in due bracci, i quali essendo ambedue guadosi tutta l'armata passò senza alcuna difficoltà.

"TALETE, essendo già molto vecchio, si fece portare un giorno su di un terrazzo per godere lo spettacolo delle giostre nell'anfiteatro. L'eccessivo calore del sole gli cagionò un'alterazione così violenta che improvvisamente morì nel luogo stesso all'età di 96 anni. Gli abitanti di Mileto gli celebrarono degli splendidi funerali; e la sua memoria fu sempre onorata non solo come quella di un gran sapiente, ma come il fondatore della Scuola Jonica".

(Note: su questa antica opera, da dove abbiamo attinto questi testi, l'età di Talete non è esatta. Non è nota la data di nascita, ma oggi, l'eclisse solare di Sole, che lui ha immortalato nei suoi studi (oggi tramite le simulazioni al computer) sappiamo che sul luogo quindi su questa coordinata (Menfi) il fenomeno si é verificata esattamente il 28 maggio dell'anno 585 a.C.. Da altre sue fonti sappiamo che durante il suo viaggio in Egitto era un uomo di circa quarant'anni, ed essendo morto nel 546 a.C. non poteva avere oltre 80 anni, e non 96 come afferma questo autore del '700)

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