MARGARET THATCHER

LA DAMA DI FERRO
Un solo credo: “Mettere in discussione l’indiscutibile”

di Giacomo Franciosi

Margaret Thatcher è per molti un mito, per tanti un esempio, per altri un odiosa esperienza, per tutti è la Lady di Ferro. E' la prima donna Primo Ministro del Regno Unito (e non solo), è il Primo Ministro che ha vinto ben tre elezioni consecutive (1979, 1983,1987) ed è stata il primo vero grande scossone liberale nella vecchia e cara Europa.
La storia volle lei a Downing Street e contemporaneamente Ronald Reagan alla Casa Bianca, in un formidabile asse liberale.

Margaret Hilda Roberts (cosi’ da nubile) nasce il 13 ottobre del 1925 a Grantham (Lincolnshire) figlia di un droghiere e di una sarta, consegue la laurea in chimica ad Oxford (cosa non da poco viste le umili origini) ed esercita nel campo della ricerca dal 1947 al 1951, nel 1953 implementa i suoi studi divenendo avvocato fiscalista.

La sua trafila nel partito conservatore (gli storici Tory) nel 1959 la vide eletta alla camera dei comuni di Westminster per Finchley distretto a nord di Londra, fu l'inizio di una scalata al potere che la porterà in pochi anni ai vertici della politica britannica.

Nel 1970 Margaret Thatcher sale agli onori della opinione pubblica divenendo ministro per l’istruzione nel governo conservatore di Heat, ruolo che le valse l’appellativo non certo lusinghiero di ladra di latte (Milk snatcher) in virtù dei tagli alle razioni di latte gratuito per le scuole materne.

Dal 1974 al 1979 in Gran Bretagna sono nuovamente i laburisti con Wilson prima e Callaghan poi a risiedere al n.10 di Downing Street: sono anni di recessione economica, di sindacalismo feroce, di malessere sociale, inflazione stabilmente a doppia cifra e disoccupazione alle stelle.
Nel 1976 il paese vive una sorta di bancarotta virtuale, un collasso nel valore della sterlina conduce il governo a richiedere un prestito al Fondo Monetario Internazionale a fronte di pesanti garanzie.
Nel contempo nel 1975 Margaret sale alla segreteria del partito conservatore divenendo leader dell’opposizione alla camera dei comuni e, conseguentemente, candidato Primo Ministro alle politiche del maggio 1979.

Inverno 1978, cumuli di immondizia straripano per strada, l'elettricità è razionata tre giorni a settimana, la settimana lavorativa viene ridotta a tre giorni, l'Inghilterra è debitrice dell’International Monetary Fund. Gli inglesi sembrano rassegnati a restare "l’uomo malato d’Europa“.

Nel Giugno 1979, Margaret Thatcher, vince le elezioni con uno scarto di 43 seggi e dichiara ecumenica: "Dove regna discordia, mi si lasci portare armonia, dove regna disperazione, mi si lasci portare speranza.“

I primi 3 anni sono disastrosi il prodotto interno lordo inglese crolla dell’11%, il paese è ancora annichilito, socialmente in conflitto, ma nell’aprile del 1982 accade l’impensabile. Un distaccamento militare argentino atterra sulle isole Falkland sgominando facilmente la simbolica presenza dei 16 Royal Marines.
Questa guerra mai-dichiarata durò 72 giorni e causò circa 1000 morti (236 inglesi e 655 argentini) molti dei quali innocenti coscritti gettati in mezzo alla battaglia dalla junta argentina. La guerra ha avuto un costo di almeno 2 miliardi di dollari.
Da un punto di vista politico questa stessa guerra andò a sostegno della rielezione di Margaret Thatcher e affossò quella di Leopoldo Galtieri che fu successivamente costretto a dimettersi. Un primo passo sulla strada del ripristino della democrazia in Argentina.
Margareth Thatcher ricorda nelle proprie memorie: "Chi si trova in guerra, non si può far distrarre da complicazioni diplomatiche, deve superarle con ferrea volontà.“ Attribuendosi così il successo sulle pastoie burocratiche che il foreign office molto più cauto di lei, continuamente le procurava.

Alle politiche del 1983 sull’onda del successo Falkland che fomentò l’orgoglio nazionale britannico vinse per la seconda volta trionfalmente le elezioni. Il 12 ottobre 1984 L'IRA fa esplodere una bomba nel Grand Hotel di Brighton sede del congresso del Partito Conservatore. L'attentato che costa la vita a cinque persone manca il suo obbiettivo: Margaret Thatcher. La quale a poche ore dal drammatico evento non rinuncia dimostrando tutta la sua grinta, il suo nerbo (non a caso il soprannome Lady di ferro) a prendere la parola allo stesso congresso.

Il suo secondo mandato spinse sull’accelleratore delle riforme, dando vita a una delle più importanti svolte nella storia economica dell'Occidente: quella della vittoria del privato sul pubblico, dell'individualismo sul pansindacalismo, della meritocrazia sull'egualitarismo. Quando iniziò la sua opera era sola contro tutti.
Avviò un processo di privatizzazioni poi imitato in tutto il mondo e per ciò venne indicata al generale ludibrio dalla dominante cultura di sinistra.
Combattè la sua storica battaglia contro il sindacato dei minatori per ridimensionare lo strapotere delle Trade Unions, e per ciò venne vilipesa come la nemica numero uno delle classi lavoratrici.
Quando decise di vendere tutte le case di proprietà pubblica ai rispettivi inquilini, fu denunciata perché dilapidava il patrimonio nazionale.

In un periodo storico dove vigeva uno statalismo dilagante, il suo assunto che le funzioni dello Stato in una moderna società democratica e liberale devono essere drasticamente ridotte, viene oggi ripetuto quasi pappagallescamente da pressochè tutti i governi.
Il suo successo è indicato del resto anche dalla diffusione del termine “thatcherismo” per indicare la strada del liberismo .
Risvegliò nei suoi concittadini il loro senso alla responsabilità individuale, mettendo fine alle stravaganze di uno stato assistenziale che, quando nacque, aveva preso l'impegno di assistere tutti “dalla culla alla tomba”.

Il suo primo grande scontro fu con i sindacati, allora legati a doppio filo al partito laburista, custodi implacabili quanto ottusi di anacronistici privilegi e principali responsabili del declino industriale della Gran Bretagna. Scioperare era la regola, più o meno come lo era in quell'epoca in Italia: si scioperava per la paga, per l'orario, per solidarietà con altre categorie, per risolvere contrasti tra una Union e l'altra: negli anni Sessanta, per esempio, tutti i cantieri navali rimasero fermi per settimane a causa di uno scontro tra fabbri e falegnami su chi doveva fare i buchi per le viti che univano le parti metalliche delle navi a quelle di legno. Margaret Thatcher mise fine a tutto questo con una legge che dichiarava lo sciopero illegale se non veniva previamente approvato a voto segreto dalla maggioranza dei lavoratori e rendeva i capi sindacali civilmente responsabili dei danni provocati da agitazioni non conformi alle regole.

Ma, soprattutto, mostrò la sua determinazione nella vertenza per la chiusura delle miniere di carbone che ormai da moltissimo tempo operavano in perdita e, da grande risorsa quale erano state fino al 1950, si erano trasformate in una palla al piede dell'economia.
Il leader del sindacato dei minatori Arthur Scargill, demagogo marxista vecchio stile, saltò sulle barricate e proclamò che mai e poi mai avrebbe tollerato un simile sopruso in nome del mercato. La lotta fu senza esclusione di colpi, con il governo che impose per oltre un anno severe restrizioni al consumo di carbone a tutta la nazione e il sindacato che non esitò (anche se la cosa si seppe molto dopo) a farsi finanziare dalla Libia per poter continuare a pagare un sussidio agli scioperanti.
Perfino nel partito conservatore ci fu chi espresse una certa simpatia per i minatori. Ma Maggie sapeva che su quello sciopero si giocava tutto, e fu inflessibile: alla fine gli scioperanti, dopo oltre un anno di barricate iniziarono, regione dopo regione, a cedere.

La regola che lo Stato non era più disponibile a sussidiare aziende non suscettibili di risanamento fu affermata una volta per sempre. Da allora, non solo il potere delle Trade Unions nelle imprese è stato tagliato, ma le nuove generazioni di lavoratori hanno cominciato a rendersi conto che con il sindacato si perdeva, e nella loro stragrande maggioranza hanno cessato di iscriversi, celebri quanto drammatiche gli scontri tra la polizia a cavallo e i minatori.

Una volta riformate le relazioni industriali, con un notevole rafforzamento del management nei confronti della base, la Thatcher avviò con la vendita di British Telecom nel 1984, il primo grande programma europeo di privatizzazioni. Alla British Telecom seguirono in rapida successione British Gas, British Airways, la Jaguar, la Rover e buona parte delle aziende di pubblico servizio, comprese alcune ferrovie (ma non le poste, che nel Regno Unito funzionano benissimo e fanno perfino un consistente utile).
Il risultati che ne seguirono furono: una consistente riduzione del debito pubblico, la restituzione di efficienza e competitività a imprese che rappresentavano più del dieci per cento del PIL e davano lavoro a un milione e mezzo di persone, dominavano i settori vitali dei trasporti, dell'energia, delle comunicazioni, dell'acciaio e della cantieristica navale.
Prima che arrivasse il ciclone Maggie, in queste imprese si annidavano i germi del parassitismo pubblico, con la sua mancanza di incentivi a lavorare sodo, ad applicare gli ultimi ritrovati tecnologici, insomma ad aumentare la produttività.

Oggi British Telecom e British Airways, liberate dalla zavorra di centinaia di dirigenti privi di iniziativa e di decine di migliaia di dipendenti in esubero, sono tra le aziende più efficienti del mondo nei rispettivi settori, diventando addirittura un punto di riferimento per i concorrenti.
Le privatizzazioni non sono state, naturalmente, indolori, e hanno portato con sé problemi legali e di personale. Si creò una piccola classe di azionisti, il governo spinse verso il mercato mobiliare anche in virtù dei prezzi estremamente competivi da esso fissati. Si capì e in quel senso l’inghilterra si mosse, che si era passati ad una economia di servizi ad un terziario avanzato, il cosiddetto Big Bang della City, cioè la totale liberalizzazione dei mercati finanziari che ha dato a Londra un vantaggio pressoché incolmabile sulle altre piazze.
In materia fiscale si attuò una consistente riduzione delle tasse, fardello insostenibile per famiglie ed imprese, nonché disincentivo agli investimenti, al consumo, al risparmio.

Ovviamente la cura Thatcher ha anche il suo rovescio, che i suoi innumerevoli avversari si sono sempre affannati a mettere in luce.
Su alcune sue privatizzazioni non mancò chi tra i suoi stessi compagni di partito definì il tutto come vendita dell’argenteria di famiglia, l’accusa mossa al thatcherismo fu quella di essere indifferente alle disuguaglianze, o addirittura approvarle.

Nel 1987, la Lady di Ferro si impose nuovamente alle elezioni politiche, battendo ogni record, un terzo mandato per un primo ministro nel XX secolo.
Gli ultimi anni del suo governo, sono anni dominati dall'ideologismo di un Europa sempre più unita, forte, la Germania è pronta a riunificarsi, cosa che la Thatcher ha sempre osteggiato, e si gettano a livello europeo le basi per il trattato di Maastricht che delineerà l’ attuale UE.

Il forte euroscetticismo della lady di ferro, gli valse non poche antipatie all’interno del suo stesso partito, il quale temeva di cascare in un isolazionismo improduttivo.
Ma la situazione nel corso del 1990 si rese insostenibile a causa dell’introduzione di una tassa: La Poll Tax, tributo che un individuo doveva versare indipendentemente dal suo reddito, dai beni posseduti, e dalle tasse pagate, Questo tributo venne ritenuto iniquo e regressivo e la sua imposizione accese focolai di rivolta nelle strade e nelle piazze di tutta la City e non solo.
Il 22 novembre 1990 accade quello che forse era nell’aria già da un po’, MargaretThatcher presenziando ad un vertice europeo a Versailles visse le ore più drammatiche della sua carriera politica, il suo destino in seno ai Tory dipendeva da uno scrutinio all’interno del partito stesso, dopo l’insanabile frattura dovuta alle dimissioni del ministro degli esteri Geoffrey Howe come risposta all’intransigenza thatcheriana sul fronte dell'Unione Europea e a causa di un completo isolamento del paese nei preliminari della conferenza che sancirà da lì ad un anno il trattato di Maastricht.

Fu questa anche l´unica volta nella storia britannica in cui un primo ministro fu costretto a dimettersi a causa d´un semplice insuccesso diplomatico in relazione alla politica europea. E ciò prova quanto grande sia il peso dei rapporti con la Comunità Europea nello Stato celebre per il suo euroscetticismo.
Le immagini della lady di ferro visibilmente commossa e del marito sull’uscio del n.10 di Downing Street, le sue parole di saluto rotte dal pianto, testimoniano la fine di un’era, ben 11 anni, che da grande malato qual’era, hanno reso la Gran Bretagna un paese imitato, precursore dei tempi, agile e dinamico, ed hanno consegnato Margaret Thatcher alla storia come uno tra i più grandi statisti del XX secolo.
E come mi capitò di leggere in un bimestrale dedicato interamente alla figura di Ronald Reagan dopo la sua scomparsa, riporto qui di seguito la conclusione di un articolo quanto mai veritiero sulla situazione politica odierna: "Un Europa sazia e disperata, fiera di un modello sociale insostenibile, rassegnata al declino, renitente e vile, che in maggioranza, nella vicenda irachena ha preferito “battere in ritirata”. Le cancellerie del vecchio continente sono piene di politici accomodanti e rinunciatari. Ronald Reagan è morto, e Margaret Thatcher “non abita più qui”.

L'8 aprile 2013 all'età di 87 anni, Margaret Thatcher spira, schiacciata dal peso degli anni e da disturbi fisici che l'avevano particolarmente colpita nell'ultimo decennio.
La notizia diviene breaking news su tutti i siti di informazione, telegiornali, radio etc..., in alcune piazze dell'Inghilterra e della Scozia una folla festante si ubriaca esibendo striscioni con scritto “the bitch is dead” (non traduco volutamente per rispetto alla memoria della sig.ra Thatcher).

Dopo oltre 20 anni dalla sua uscita di scena si torna a dibattere su questa figura cosi' forte, cosi' straordinaria, Margaret Thatcher la figlia del droghiere che ha cambiato la Gran Bretagna.
Di fronte ad un Italia schiava di parassitismo di stato, di spesa pubblica enorme e infruttuosa, di prebende, paralizzata da veti incrociati di minoranze risibili e cancrenose, di fronte a ciò la figura di Margaret Thatcher brilla di una luce forte, fortissima direi.
La necessità che vi sia una persona pronta con coraggio a tirare dritta per la sua strada, senza compromessi, mediazioni al ribasso e sorda a difendere piccole nicchie di potere. Pronta a aggredire e riformare sindacati vetusti e fuori dal tempo, pronta a ridimensionare movimenti ridicoli e stupidi, annichilire attivismi su fantomatci diritti civili contrari alla vera civiltà, quella cattolica romana su cui l'Italia si fonda.
La domanda che viene posta in Italia è la seguente: ”Una Thatcher avrebbe funzionato per il nostro paese”?
La risposta è a mio avviso affermativa, l'integrità, il coraggio, l'onestà e la caparbia ideale di questa grande donna sarebbero state una sveglia non da poco per un paese addormentato come l'Italia, un paese seduto da oltre 30 anni su una montagna di miliardi di euro di debito (oltre 2000) figli di una spesa pubblica la cui metà è essenzialmente convogliata in assistenzialismo parassitario e clientele corrutive. Un paese con una produttività nulla, una disoccupazione alle stelle e una pressione fiscale reale al 52% del Pil, una barca senza timone destinata a certo naufragio.

Margaret Thatcher resta un faro ideale e un esempio caratteriale. La supremazia dell'individuo e della responsabilità individuale contro la "paraculaggine" italiana fatta di No corporativi e condita da quel senso di deresponsabilizzazione che si annida nella spesa pubblica e nel ruolo pervasivo, intrusivo e violento dello stato italiano e delle sue leggi, una violenza che si manifesta sul lavoro dei cittadini e quindi sulla capacità di creare nuova ricchezza.
“La società non esiste”, esistono solo gli individui, uomini e donne e la loro unione, quella di uomo e di una donna che formano la famiglia". Questa una sua famosa frase pronunciata anni fa da Margaret Thatcher.

di Giacomo Franciosi


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