di  Simonetta Leardi

LE DONNE DI ENRICO VIII
(28-6-1491 - 28-1-1547)

11 GIUGNO 1509   sposa CATERINA D'ARAGONA (1485-1536) (madre di Maria Tudor)
25 GENNAIO 1533 sposa in segreto ANNA BOLENA (1507-1536) (madre di Elisabetta) 
19 MAGGIO 1536 sposa ANNA di SEYMOUR (1518-1537) (madre di Edoardo VI)
6 GENNAIO 1540 sposa ANNA di CLEVES ( (1520 - 1557)
8 AGOSTO 1540 sposa CATERINA HOWARD (1521 - 1542 )
12 LUGLIO 1543 sposa CATERINA PARR (1520 - 1548)

PROLOGO

La tradizione popolare ricorda le sei mogli di Enrico VIII più per come morirono che per come vissero. La loro storia è quella di sei donne molto diverse l'una dall'altra, per quanto le loro vicende si intreccino nella realtà storica. Diverse le origini sociali (alcune, come Caterina d'Aragona, nobili, altre semplici dame di corte), diversi i caratteri, le religioni professate.

Ad ognuna è attribuito uno stereotipo femminile: la donna tradita, la tentatrice, la buona, la sorella, la figura materna. Ma, come spesso succede, la verità è molto più complessa della leggenda. L'elemento che le unisce fu il loro identico destino di mogli di Enrico VIII, la cui carriera matrimoniale resta nella normalità se guardata nell'ottica del comportamento delle famiglie reali del tempo. Certo il passaggio da una moglie all'altra non fu senza difficoltà.
 
Dopo il primo matrimonio con Caterina d'Aragona, che durò vent'anni, seguì un periodo turbolento durante il quale spesso si trovarono sulla scena contemporaneamente due donne che erano o che erano state regine d'Inghilterra. Per tutta la vita Enrico VIII, volitivo, autoritario, ebbe la felice dote di sapersi innamorare: felice soprattutto dal suo punto di vista, visto che riusciva ad assicurarsi l'oggetto della sua passione con relativa facilità. (Dei suoi sei matrimoni quattro furono dettati dall'amore, uno da un affetto che sconfinava nell'amore; l'unico che fu celebrato per mere ragioni di stato fu un fallimento.) I motivi di queste unioni, che potrebbero essere interpretati diversamente a seconda della visuale storica scelta, furono senz'altro differenti, ma in una cosa restano simili: la libera scelta, ognuna di queste donne scelse liberamente di unirsi in matrimonio con il re d'Inghilterra. Ma non per tutte fu una scelta felice.

CATERINA D'ARAGONA

Quando si tenta di tracciare la biografia di un personaggio vissuto in epoca ancora medievale ci si scontra con la difficoltà di reperire notizie sulla sua vita, soprattutto se si tratta di un personaggio di sesso femminile. E' così che dell'infanzia di Caterina d'Aragona abbiamo notizie frammentarie, quasi che la sua esistenza acquistasse l'importanza di essere narrata solo nel momento in cui divenne principessa di Galles. Caterina nacque il 16 dicembre 1485, figlia minore di Isabella e Ferdinando d'Aragona, ad Alcala de Henares. Il nome le veniva dalla bisnonna materna, la principessa inglese Caterina di Lancaster. Al sangue reale spagnolo e portoghese si aggiungeva il sangue dei Plantageneti: Isabella d'Aragona discendeva infatti due volte da Giovanni di Gaunt sia dal primo matrimonio di questi con la cugina Bianca di Lancaster sia dal secondo con Costanza di Castiglia (anche Ferdinando aveva sangue dei Plantageneti in quanto discendente da una figlia di Enrico II).

I primi anni della fanciullezza di Caterina furono avventurosi e talvolta difficili perché la corte dei sovrani spagnoli era ancora in gran parte un campo mobile. L'educazione di Caterina non comprese solo lo studio della Bibbia e del Messale, ma anche i classici, Prudenzio e Giovenco, sant'Ambrogio e sant'Agostino, san Gregorio, san Gerolamo, Seneca e gli storici latini; alla fine parlava il latino classico con scioltezza.
L'importanza di Caterina si rivelò solo nel momento in cui si rese utile alla causa paterna: neutralizzare, attraverso un'alleanza matrimoniale, il nemico di sempre, la Francia. Queste le prime ipotesi di matrimonio tra il figlio di Enrico VII.

Arturo principe di Galles, e la figlia di Ferdinando, Caterina, datano fin dal 1487, benché l'Inghilterra non rappresentasse certo uno dei partiti migliori, dal momento che la dinastia dei Tudor non era ancora stabilizzata. Nell'aprile 1488 il dottor Rodrigo Gonzalva de Puebla ebbe l'incarico di stendere la bozza di un contratto di matrimonio con i rappresentanti del re inglese. Ma, a quei tempi, un fidanzamento era cosa assai diversa da un matrimonio. Di certo non c'era nulla finché esisteva qualche scappatoia attraverso cui uno degli interessati poteva defilarsi all'ultimo momento, se ciò conveniva agli interessi di stato. Le trattative ufficiali iniziarono alla fine del 1496, poco prima dell'undicesimo compleanno di Caterina.
A questo punto, tenendo conto dei mutamenti avvenuti sulla scena politica internazionale nei sette anni trascorsi, il matrimonio risultava ancora di reciproco interesse per le due parti. La cerimonia ufficiale di fidanzamento ebbe luogo a Woodstock. Sebbene un fidanzamento tra principi mantenesse un grado di incertezza fino all'ultimo, per i motivi che si sono visti, in teoria la cerimonia era solenne e vincolante. Da quel momento Caterina fu ufficialmente chiamata principessa di Galles.

La prima delle cerimonie nuziali che dovevano legare Arturo e Caterina ebbe luogo il 19 maggio 1499 nel palazzo di Bewdley, nella contea di Worcestershire. Il ruolo di de Puebla, in veste di rappresentante di Caterina, prevedeva non solo che egli prendesse la destra del principe nella propria e sedesse alla destra del re nel corso del banchetto, ma anche che simbolicamente infilasse una gamba nel letto nuziale, secondo la consuetudine. Per cautelarsi contro spiacevoli sorprese, nell'autunno del 1500, Ferdinando insistette perché un secondo matrimonio per procura venisse celebrato non appena il principe avesse raggiunto la maggiore età. Poco dopo il quattordicesimo compleanno di Arturo...fu celebrato il secondo matrimonio, precisamente nel castello di Ludlow, ai confini del Galles. Dopo varie vicissitudini che contribuirono a procastinare l'arrivo di Caterina in Inghilterra, finalmente, il 2 ottobre 1501, la flotta che scortava la principessa di Galles entrò nel porto di Plymouth. Il 12 novembre Caterina d'Aragona entrava trionfalmente a Londra.

I preparativi per lo spettacolo organizzato nella City erano iniziati già due anni prima. Sei quadri viventi erano stati predisposti lungo il tragitto da Southwark attraverso la City; ognuno aveva due diversi livelli di lettura. Il popolo doveva essere colpito e divertito dalla magnificenza dello spettacolo, che alludeva alla potenza della monarchia Tudor, ma ogni scena aveva anche un significato più complesso, che rimandava al passato e al radioso futuro della giovane coppia. Il matrimonio ebbe luogo due giorni dopo, 14 novembre, nella cattedrale di San Paolo. La disposizione dei posti al banchetto che seguì la cerimonia è significativa: Caterina sedeva alla destra del re, mentre il principe Arturo era ad un tavolo separato, riservato ai bambini, con il fratello Enrico e le sorelle.

Il banchetto ebbe luogo nel castello di Baynard, storica residenza londinese della casa di York. Durante il banchetto e per tutto il periodo dei festeggiamenti, data la sua esile figura, Arturo non ebbe un ruolo specifico. In una sola cerimonia il principe ebbe una parte di primo piano: la celebrazione della prima notte di nozze. Al termine del banchetto, dunque, la principessa di Galles venne formalmente messa a letto con il consorte da una folla di cortigiani; gli spettatori quindi si ritirarono in una stanza esterna e gli sposi furono lasciati a giacere insieme per la notte. Resta dubbio tuttavia se allora, o in un altro momento, il matrimonio venisse consumato.

Per una di quelle ironie della sorte di cui è piena la storia, la questione dell'amplesso (se mai ve ne fu alcuno) sarebbe divenuta di importanza capitale circa trent'anni più tardi. Al riguardo non esistono testimonianze dirette dei protagonisti, e bisogna certamente ignorare i pettegolezzi che vennero fatti circolare molti anni dopo. Resta solo la parola di Caterina secondo la quale il matrimonio non fu mai consumato. 

Una terza persona si sarebbe trovata in futuro nella posizione di poter esprimere un'opinione personale sulla delicata questione: il secondo marito di Caterina, Enrico VIII.
I casi erano due: o aveva trovato la moglie vergine alla prima notte di nozze (cosa di cui si era vantato), oppure no. Caterina non era una testimone imparziale, ma a sostegno della sua tesi resta il fatto che Enrico non la smentì mai quando ella affermava che al secondo matrimonio "era giunta pura fanciulla".

Tornando all'inverno del 1501 e ai brevi mesi di vita matrimoniale, occorre sottolineare l'immaturità fisica di Arturo, anche se ciò non significa che egli non avesse raggiunto la pubertà. Ma ciò che rende verosimile che le nozze non siano state consumate, indipendentemente da tutte le speculazioni successive, è il fatto che vi si opponevano le consuetudini del tempo. In un'epoca in cui, per ragioni di stato, i matrimoni avvenivano spesso tra bambini o ragazzi a metà strada tra l'infanzia e l'adolescenza, il momento in cui il matrimonio veniva consumato era scelto con cura. Una volta celebrate le nozze, potevano trascorrere anni prima che tra gli sposi vi fossero rapporti sessuali completi. 

Ritornando alla giovane coppia, era stato stabilito che, dopo il matrimonio, Caterina restasse a Londra, mentre il principe avrebbe continuato a crescere nel castello gallese di Ludlow. Ma il progetto non venne portato a compimento a causa di un problema con la dote di Caterina. La dote di una fanciulla di stirpe principesca consisteva, di solito, in una somma di denaro che il padre si impegnava a versare al momento del matrimonio in cambio dell'impegno, da parte della famiglia dello sposo, di assicurare il futuro mantenimento della sposa attraverso la cessione di parte delle rendite del marito. Ferdinando aveva promesso duecentomila corone all'atto del matrimonio, ma ne aveva versata solo la metà, con la scusa che, di fatto, parte dell'importo era già passato alla corona inglese sotto forma di vasellame prezioso e gioielli.

Come tutti i sovrani del tempo, Enrico VII era costantemente a corto di denaro liquido, di conseguenza non gradì il cambiamento. La sua risposta fu quella di mandare Caterina a Ludlow, dove la principessa avrebbe dovuto usare i propri beni per mantenere l'adeguato tenore di vita a cui tanto tenevano gli spagnoli. E a Ludlow, capitale delle Marche del Galles, distante circa duecentocinquanta chilometri da Londra, Caterina e il suo seguito trascorsero l'inverno. Quell'anno la primavera ai confini del Galles fu particolarmente fredda e umida; le malattie imperversarono. Verso la fine di marzo del 1502 la fragile salute del principe Arturo cominciò a declinare. Il principe soffriva forse di tubercolosi. Probabile che quella appunto fosse la causa della sua morte. Arturo morì il 2 aprile. Caterina, in quel momento a sua volta gravemente ammalata, diventava principessa vedova di Galles.

La notizia della morte del principe raggiunse la corte l'indomani, 3 aprile. Il Consiglio convocò il confessore dei re incaricandolo di riferire la notizia. Restava un figlio, Enrico duca di York, che presto avrebbe assunto il titolo di principe di Galles. La morte del principe Arturo pose fine al breve periodo in cui la monarchia Tudor aveva goduto del lusso di due eredi alla corona. Caterina era diventata ora un problema di stato, anzi, di due stati. Le due famiglie interessate al suo destino, quella d'origine e quella d'acquisto, erano preoccupate dai problemi pratici posti dal suo futuro, inclusa naturalmente la questione della dote.
La soluzione più ovvia era che Caterina sposasse, o quanto meno si fidanzasse, con quello che era ora il principe di Galles. L'idea venne alle due famiglie quasi contemporaneamente. Data la scarsità di denaro nelle casse della Spagna, Ferdinando propose, per ovviare al problema di pagare la seconda rata della dote, di considerare la somma già versata per il primo matrimonio come già inclusa nella dote per le seconde nozze. Questa prospettiva non era del tutto invisa al re inglese, che sapeva di trovarsi in vantaggio per due buoni motivi. Innanzi tutto aveva la principessa di Galles già sotto mano alla corte inglese, in secondo luogo il principe Enrico, che alla fine del luglio 1502 aveva undici anni, era ormai maturo per contrarre uno di quei fidanzamenti che potevano essere opportunamente rotti prima che giungesse il momento della conferma definitiva.

Oltre a ciò, rendere una somma che gli era già stata versata era per Enrico VII un gesto impensabile. A questo punto la questione, teoricamente così semplice, si faceva assai complicata. Ferdinando si propose di verificare se il matrimonio era stato consumato perché ciò che più premeva al re di Spagna era ancora la sorte della dote di Caterina: se il matrimonio era stato consumato, la principessa di Galles, essendo rimasta vedova, aveva il diritto di chiedere indietro le centomila corone versate come prima rata.

All'inizio del luglio 1502 Ferdinando era ormai certo che il matrimonio non era stato consumato. Su queste basi ordinò al duca de Estrada, suo rappresentante, di negoziare il nuovo matrimonio. 

Stando alle istruzioni ricevute, Estrada doveva innanzi tutto chiedere il ritorno di Caterina in Spagna. Ma si trattava quasi certamente di una finzione diplomatica. Assai più rilevanti erano le istruzioni date a Estrada riguardo al mantenimento della principessa e del suo ampio seguito. Perché Caterina era costretta a vivere della propria dote quando avrebbe dovuto essere mantenuta dalle rendite delle proprietà ereditate dal marito? Il rifiuto di Enrico VII di provvedere alla nuora e la pretesa che ella fosse mantenuta dal denaro spagnolo erano intollerabili. Iniziava così il triste periodo in cui Caterina d'Aragona si trovò stretta tra la povertà del padre da un lato e l'avarizia del suocero dall'altro. Il contratto di fidanzamento tra il principe Enrico e Caterina fu siglato il 23 giugno 1503.

Per il nuovo matrimonio era però necessaria una speciale dispensa. Secondo la legge canonica, infatti, vi era un impedimento: la precedente unione aveva creato affinità tra Caterina e Enrico. Era come se Caterina, grazie al matrimonio, fosse divenuta vera e propria sorella di Enrico, invece che cognata. Fratelli e sorelle non potevano sposarsi in quanto collaterali di primo grado. Ma a creare tale affinità era l'unione sessuale tra marito e moglie, non la cerimonia di nozze. Se invece il matrimonio non era stato consumato, era necessaria una dispensa diversa, relativa alla cosiddetta "onestà pubblica". Un matrimonio che non fosse stato consumato restava pur sempre un matrimonio di fronte all'opinione pubblica e il fatto andava riconosciuto perché le seconde nozze fossero ritenute valide. 

Poiché queste dispense garantivano l'incontestabile validità di un matrimonio e, cosa più importante, la legittimità della prole, di solito ci si preoccupava più del futuro del secondo matrimonio che dei fatti riguardanti il primo. Per questo motivo, interpellando il Vaticano a proposito delle seconde nozze della figlia, il re spagnolo chiese, e ottenne, una dispensa in cui si alludeva al fatto che il primo matrimonio era stato "forse" consumato. Proprio questo piccolo, innocuo, avverbio avrebbe causato una notevole quantità di problemi in futuro. Il nocciolo del discorso era espresso dal fatto che il diritto alla successione dei figli che nascessero da Caterina ed Enrico dipendeva dall'inoppugnabile validità del contratto. In tal modo il dottor de Puebla poteva ottenere condizioni più vantaggiose riguardo alla dote. Quel genere di dispensa (per l'unione tra cognati) era poco comune, ma non certo inedita.

C'erano vari testi biblici sull'argomento: in particolare un passo del Levitico, che vietava all'uomo di prendere in moglie la vedova del fratello e un passo del Deuteronomio che invece esplicitamente lo prescriveva tra i doveri del fratello minore. I due testi, la parola "forse" e gli eventi della notte di nozze, sarebbero stati analizzati a lungo venticinque anni più tardi, ma nessun interesse suscitarono al momento; ancora una volta i giovani fidanzati non erano che pedine di una partita di cui la posta si poneva in termini di potere politico. 

In quel momento, però, Caterina d'Aragona non costituiva più il miglior partito disponibile, come era stato quindici anni prima, all'epoca del primo fidanzamento con Arturo. Nell'estate del 1505, con l'avvicinarsi del quattordicesimo compleanno del principe Enrico, cominciarono a circolare delle voci su un tentativo di Enrico VII di legare la propria casata con quella degli Asburgo. Date le prospettive, il 27 giugno 1505, il giorno prima di compiere quattordici anni, il principe di Galles ripudiò formalmente la sua promessa a Caterina.

Già prima di questo avvenimento la situazione della principessa di Galles era critica, dato che il fidanzamento con Enrico non aveva in alcun modo migliorato il suo tenore di vita, al contrario, aveva reso più pressanti le insistenze di Enrico VII che chiedeva la consegna del resto della dote. Per la maggior parte del tempo Caterina era rinchiusa a Durham House, medievale residenza dei vescovi di Durham nel quartiere dello Strand. Nella primavera del 1504 riferiva di non avere neppure il denaro per dar da mangiare al suo seguito. Tuttavia la situazione non era nettamente definita: re Enrico manteneva deliberatamente un atteggiamento ambiguo nei confronti del fidanzamento che il figlio, dietro suo consiglio, aveva ripudiato.
Data la riluttanza del re a pagare le spese di Durham House, Caterina si era trovata a passare molto tempo a corte o nelle residenze minori del sovrano, dove le capitava di tanto in tanto di incontrare i figli del re. Per diversi anni, dunque, Enrico (futuro VIII) ebbe modo di frequentare Caterina, anche se la frequentazione non fu deliberata, ma semplice indiretta conseguenza della parsimonia di Enrico VII e del suo tentativo di obbligare Ferdinando a pagare il debito tenendone in ostaggio la figlia. 

Nella primavera del 1509 Caterina cedette. Il 9 marzo, in una lettera al padre, ammetteva di non poter più sopportare le meschine persecuzioni di Enrico VII. Il mese successivo si cominciò a organizzare il suo rientro in patria. Poi, improvvisamente, un avvenimento inatteso cambiò la situazione a suo favore: il 21 aprile, dopo breve malattia, re Enrico VII si spense. Erano passati quasi sette anni dalla morte del principe Arturo. Il 1 giugno 1509, sei settimane dopo la morte di Enrico VII, il nuovo re, Enrico VIII sposava Caterina d'Aragona nell'oratorio della chiesa del convento attiguo al palazzo di Greenwich. Lui aveva quasi diciott'anni, lei ventitré. La cerimonia si svolse in forma privata e senza sfarzo, com'era d'uso. Caterina vestiva di bianco, i lunghi capelli sciolti sulle spalle, come si addiceva a una sposa vergine. Parlando della notte di nozze re Enrico amava vantarsi di aver trovato la moglie "fanciulla"; anni dopo avrebbe cercato di far passare per sbruffonate quelle sue affermazioni giovanili.

Il giorno di San Giovanni una seconda e più fastosa cerimonia celebrava pubblicamente l'unione: per volontà del re, Caterina veniva incoronata insieme al consorte nell'abbazia di Westminster. Il fatto che il matrimonio fosse celebrato così velocemente venne spiegato con la motivazione che in quel modo non si sarebbe dovuta restituire la dote di Caterina (ora finalmente disponibile); inoltre, in quel momento, l'Inghilterra aveva bisogno di assicurarsi l'appoggio del re d'Aragona contro la Francia. Di grande importanza era anche il futuro della dinastia dei Tudor: se Enrico fosse morto chi avrebbe preso il suo posto? 

La verità è sicuramente più romantica. Anche se tutte queste ragioni in favore del matrimonio con Caterina possono aver avuto un certo peso, in sostanza esse servirono a giustificare una decisione già presa da Enrico: decisione dettata da motivi sentimentali, non politici. Presa la decisione, non fu difficile trovare argomenti a sostegno di un'unione concordata già da sei anni e che aveva evidenti vantaggi sia da un punto di vista pratico, (una moglie adulta era sicuramente più indicata di una più giovane), sia sul piano diplomatico. Non era difficile innamorarsi della graziosa Caterina, soprattutto per un giovane cui era stata recisamente negata ogni altra occasione di idillio sentimentale.
Come Caterina, Enrico aveva trascorso gli anni della formazione in un regale isolamento, privo di compagnie femminili, obbligato a condurre gran parte delle conversazioni in presenza del padre. Caterina era l'eccezione: in quanto sua consorte (nonché principessa di Galles) aveva potuto trascorrere abbastanza tempo con lui. Ora il principe era diventato re ed era libero. Per la regina Caterina la nuova vita aveva tutti gli elementi di una favola a lieto fine, compreso il matrimonio con un principe giovane e bello. 

Se ci si vuol fare un'idea dell'uomo che Caterina sposò nel 1509, bisogna abbandonare lo stereotipo popolare di Enrico VIII, il burbero re, grasso e irascibile sovrano degli ultimi anni. Se poche regine manifestarono le qualità intellettuali di Caterina, pochi re ebbero le straordinarie doti fisiche del giovane Enrico. Il principe aveva ereditato i tratti fisici degli antenati materni di York.
Come Edoardo IV, Enrico VIII aveva il vantaggio di un aspetto veramente regale, o almeno quello che la fantasia popolare riteneva tale. Era un'epoca in cui la persona fisica del sovrano costituiva il centro della corte, che a sua volta era il centro della nazione. Enrico VIII ebbe la fortuna di destare l'ammirazione dei sudditi fin dall'infanzia per l'aspetto e il portamento da vero principe. Come la moglie Caterina (e molti principi e principesse rinascimentali) Enrico VIII aveva ricevuto anche un'educazione estremamente accurata; era un lettore avido, di acuta intelligenza. Il dibattito teologico lo interessava vivamente. Altre sue passioni erano la musica e i masque. 

Riguardo alla vita matrimoniale di Enrico VIII e Caterina d'Aragona vale la pena soffermarsi sul complesso cerimoniale di corte. Era uso che re e regina avessero ognuno il proprio appartamento e il proprio personale che doveva provvedere alla pulizia e all'ordine dei locali. C'era una sala da pranzo comune; per il resto i loro appartamenti erano uguali. Lo schema variava da un palazzo all'altro, a seconda delle dimensioni; in genere ogni appartamento era composto dalla sala di ricevimento, detta sala privata da cui si accedeva alla camera da letto, il guardaroba, una sala da colazione, l'oratorio, lo studio o biblioteca, il gabinetto o camera della seggetta.
Gli appartamenti si trovavano in genere sullo stesso piano e le rispettive camere da letto erano quanto più vicine possibile. In questo genere di vita non esisteva riservatezza, come del resto appare chiaro dalla disposizione delle stanze e in generale dall'architettura dell'epoca, ma il concetto moderno di privacy sarebbe stato del tutto incomprensibile per un sovrano del sedicesimo secolo. Quando re Enrico decideva di passare la notte con la moglie, le cortine del letto venivano aperte, si mandava a prendere la veste da camera, lo si aiutava a indossarla e vari paggi e addetti alla camera da letto venivano convocati per scortarlo con le torce accese fino alla camera della regina. Tutto ciò non era per nulla imbarazzante: era una prassi che avevano seguito i re che lo avevano preceduto e la stessa che avrebbero seguito quelli che fossero venuti dopo di lui. Ci sono buoni motivi per credere che Enrico affrontasse quel percorso con regolarità. Il re aveva bisogno di eredi e, come era suo dovere, Caterina concepì poco dopo le nozze. 

Il 31 gennaio 1510 dette alla luce una bambina di sette mesi, nata morta. Il 27 maggio Caterina era di nuovo incinta di circa sette settimane. Alla fine di settembre vennero ordinate iarde di velluto rosso per la stanza del figlio del re. E il primo gennaio 1511 nacque un maschio, che fu chiamato Enrico, come il padre e innumerevoli avi. Il principe fu battezzato il 5 gennaio (madrina era l'arciduchessa Margherita). Poche settimane dopo i libri dei conti del re, dov'erano registrate le spese per i velluti di cui si era fatto largo uso per festeggiare la nascita, riportarono le spese per il panno nero usato nel funerale del principe.
Era vissuto solo cinquantadue giorni. La causa della morte non fu mai dichiarata, ma in un'epoca di elevatissima mortalità infantile una vicenda come quella, per quanto tragica, non era inusitata. Sotto ogni altro aspetto la relazione tra Enrico e Caterina pareva felice. Non si era ancora materializzato l'erede che doveva rimpiazzare il principe morto, ma la fertilità della regina era fuori discussione: era rimasta di nuovo incinta nella primavera del 1513, poco prima della partenza del re per la Francia, anche se aveva perso il bambino in ottobre.

All'inizio di febbraio del 1515 Caterina dette alla luce un altro maschio, nato a termine, come scrisse al padre, un principe "che non è vissuto a lungo dopo la nascita". Non bisogna giudicare queste sfortunate vicende secondo i criteri moderni. Si è stimato che nelle famiglie aristocratiche inglesi sopravvivessero in media due bambini su cinque. Data l'altissima mortalità infantile, dunque, ciò che veramente contava era la capacità di concepire. Negli ultimi sei anni la regina era rimasta incinta almeno quattro volte e non aveva ancora trent'anni. 

Nel maggio del 1515, pochi mesi dopo la morte del secondo figlio, la regina, com'era suo dovere, rimase incinta un'altra volta. Anche se l'iniziale passione si era inevitabilmente trasformata in un sentimento più simile all' affetto, nella prima decade del suo regno, Enrico VIII si dimostrò fedele alla moglie. Certamente non ebbe amanti regolari. Le varie voci di scappatelle sentimentali, neppure molto numerose, sembrano riferirsi a corteggiamenti galanti alla maniera rinascimentale: relazioni che seguivano un modello di approccio ardente ed eloquente, ma non implicavano necessariamente il rapporto fisico.

Il 18 febbraio 1516, alle quattro del mattino, Caterina dette alla luce una bambina, cui fu dato nome MARIA. Il travaglio era stato lungo e difficile, ma la neonata era sana, addirittura robusta. Come sempre quando in una famiglia reale c'era un bambino in arrivo, tutti si aspettavano un principe e la nascita di una femmina comportava un immediato ridimensionamento di tutte le cerimonie e dei festeggiamenti previsti. Ma il re era comunque soddisfatto data la fiduciosa certezza che altri figli sarebbero presto seguiti (certezza non irragionevole, considerate le circostanze). Egli disponeva ora di una nuova utilissima carta da sfruttare nel gioco delle alleanze matrimoniali. 

La nascita della principessa fu dunque interpretata fin dal primo momento, anche da Enrico, non come una sorta di fallimento, ma come un evento positivo, o quanto meno promettente. Verso la fine dell'inverno del 1518, presumibilmente intorno all'ultima settimana di febbraio, Caterina fu di nuovo incinta. L'annuncio pubblico del futuro lieto evento fu dato intorno all'inizio di luglio. Il 18 novembre avvenne la tragedia. Il principe tanto atteso era una principessa, per altro nata morta. Il dolore della regina non fu certo alleviato dalla notizia che poco prima del triste evento il re aveva messo incinta una dama di corte, Bessie Blunt. Caterina non fece commenti, anzi, con il resto della corte, partecipò ai festeggiamenti organizzati dal re per celebrare la nascita del bambino, che, per crudele ironia della sorte, era un maschio forte e sano.

Enrico conosceva Bessie da qualche anno, poiché la ragazza era giunta a corte giovanissima nel 1513 ed era presto diventata una delle sue compagne di danza preferite. La ragazza non aveva mai avuto il ruolo di riconosciuta amante del re; né lo aveva, a quel tempo, nessun'altra donna di corte. Dopo tutto, nell'ottobre del 1518 la regina era incinta di otto mesi: il re evidentemente aveva esercitato il suo diritto a cercar consolazione della lunga astinenza. 

Al bambino venne dato il nome del padre e il cognome che per tradizione denunciava al mondo la sua condizione di bastardo reale: Fitzroy. Questo atteggiamento di Enrico nei confronti del figlio naturale non era di per sé eccezionale in un'epoca in cui re e nobili di ogni rango reputavano proprio dovere provvedere ai bastardi che mettevano al mondo. A poco a poco il problema della successione cominciò a ossessionare la corte inglese. Certamente Caterina non abbandonò immediatamente le speranze, dato che il re continuava a giacere con lei, ma non si poteva più continuare a ignorare l'evidenza: anche ammettendo che la regina rimanesse di nuovo incinta, che probabilità c'erano che desse alla luce un figlio vivo?

Dopo il 1518 la corte, il re e infine la regina cominciarono a guardare in faccia la realtà: Enrico VIII non aveva e probabilmente non avrebbe mai avuto un erede maschio legittimo. La situazione era tale da suscitare notevoli paure in un paese in cui la memoria della guerra civile e delle lotte tra diversi pretendenti al trono non era certo sepolta in un lontano passato. 

Le diverse soluzioni al problema dinastico tentate dopo il 1530, con tutto ciò che esse comportarono, non devono far dimenticare che almeno fino al 1525, e in qualche misura anche dopo, la soluzione cercata coinvolgeva sempre la principessa Maria e il suo futuro sposo. Ma occorre anche considerare che l'unico precedente di successione femminile nella storia inglese risaliva ai tempi di Enrico I, il quale aveva lasciato i propri domini alla figlia Matilda. La questione restava quindi discutibile perché tra Matilda e il cugino Stefano si era scatenata una guerra civile che aveva infine portato sul trono non Matilda, ma il figlio di questa, Enrico II. 
La successione era dunque passata da nonno a nipote. Questo fatto è fondamentale per comprendere i successivi sviluppi della storia di Enrico VIII e Caterina d'Aragona: i vari tentativi messi in atto dimostrano che egli si impegnò per anni nel tentativo di trovare una soluzione all'interno del matrimonio con Caterina d'Aragona. Improvvisamente Enrico decise di elevare di rango Henry Fitzroy. 

Le cerimonie relative ebbero luogo in due momenti distinti. La prima, che si svolse il 7 giugno, riguardava la nomina di Henry Fitzroy a cavaliere dell'ordine della Giarrettiera: al bambino venne assegnato il secondo stallo nel coro della cappella di San Giorgio, a Windsor, immediatamente accanto a quello del sovrano. Due settimane dopo il bambino fu ufficialmente creato duca di Richmond (il titolo, che veniva dalla nonna di Enrico VIII, era stato usato in passato per designare Enrico VII prima dell'ascesa al trono). A quel titolo furono aggiunti quelli di duca di Somerset e conte di Nottingham, anch'essi con implicazioni reali. Un decreto reale stabiliva la supremazia del duca di Richmond su tutti i duchi esistenti o futuri, tranne quelli di legittima discendenza diretta da re Enrico o dai suoi legittimi eredi. Quindi il bambino partì per il nord del paese, per essere allevato secondo la complessa etichetta che si reputava adeguata al suo rango. 

A questo riguardo resta comunque aperta la questione di quali fossero le reali intenzioni di Enrico riguardo al futuro di Henry Fitzroy. Una cosa è certa: il re per il momento non intendeva togliere nulla alla figlia Maria, anzi, fece un passo che parve indicare una sua propensione a riconoscerle il rango di principessa di Galles. Negli ultimi tempi a corte si era cominciato a chiamare Maria con questo appellativo, anche se il titolo non le era mai stato conferito ufficialmente. Come il principe Arturo all'epoca di Enrico VII, Maria fu mandata a Ludlow, capitale delle Marche del Galles, in qualità di amministratrice nominale del regno gallese. Maria aveva ora sia i mezzi sia, ufficiosamente, lo status riconosciutole dal titolo con cui in genere le si rivolgeva il suo Consiglio: "Sua grazia il principe nostra signora", ma non ebbe mai ufficialmente il titolo di principe (o principessa) di Galles, né mai così venne chiamata in alcun documento ufficiale. Ciò nonostante molti videro nel suo trasferimento a Ludlow un'ulteriore dimostrazione che il sovrano la considerava propria erede. 

Se dunque Enrico non aveva intenzione di delegittimare la figlia, che cosa significava il riconoscimento attribuito a Henry Fitzroy? L'ipotesi che Henry Fitzroy potesse un giorno succedergli chiarisce l'atteggiamento che Enrico manteneva allora nei confronti di Caterina. Il fatto che prendesse in considerazione l'idea di riconoscere Henry Fitzroy come proprio erede non può che significare che egli non avesse al momento nessuna intenzione di risposarsi con un'altra donna che potesse dargli un figlio maschio. 

Ma un giorno accadde un fatto che doveva cambiare completamente il corso della storia. Nella primavera del 1526 il re si innamorò. L'oggetto della passione era una graziosa fanciulla dagli occhi neri che si chiamava...

ANNA BOLENA "la rivale"

La passione del re per ANNA BOLENA esplose improvvisa, tale era il carattere del sovrano. Enrico aveva allora trentacinque anni: regnava da diciassette. Per le aspettative di vita del tempo, era entrato nella mezza età, ma restava facile preda di entusiasmi giovanili e di quelli che lui considerava giovanili appetiti. Era un uomo ancora vigoroso, ancora bello, dalla corporatura ancora atletica.

Nonostante tutto il suo giovanile vigore, tuttavia, aveva ben poco in comune con il giovane principe vissuto all'ombra del padre che si era innamorato di Caterina d'Aragona. Al suo posto c'era un sovrano risoluto, a volte spietato, che reputava suo naturale diritto decidere in ogni cosa secondo la propria volontà, che non amava incontrare ostacoli di sorta sul suo cammino ed era incline a trattare duramente quanti, uomini o donne, riteneva gli avessero posto di fronte degli ostacoli.
La passione di Enrico per la dama di compagnia di Caterina era al momento segreta, ma non lo rimase a lungo. Anna Bolena faceva parte del seguito della regina e viveva a corte; si è già parlato della mancanza di privacy, si aggiunga l'inevitabile curiosità con cui cortigiani (e ambasciatori) guardavano a ogni aspetto della vita del sovrano, anche se, apparentemente, la vita di corte continuava come sempre.
Il re e la regina dividevano ancora un letto e una tavola, come avevano sempre fatto e come avrebbero fatto ancora per qualche tempo, come si vedrà. La verità era che Enrico VIII non intendeva più risolvere la questione della successione con il matrimonio della figlia e l'eventuale passaggio del trono d'Inghilterra al genero o a un nipote. 

La relazione con Anna Bolena doveva uscire dalla clandestinità e nel maggio del 1527 Enrico chiese il divorzio dalla regina. Il termine divorzio viene qui usato impropriamente, perchè questo significa un atto che implica l'esistenza di un vincolo matrimoniale precedente il divorzio stesso. Quello che il re voleva era una dichiarazione di invalidità del matrimonio con Caterina (annullamento, diremmo oggi). Tale dichiarazione avrebbe comportato non solo che nel 1527 lui non era sposato, e che quindi poteva contrarre matrimonio, ma anche che non era mai stato sposato in precedenza e dunque Caterina tornava a essere la vedova di suo fratello Arturo e riprendeva il titolo di principessa di Galles.

Le drammatiche conseguenze del divorzio di Enrico VIII da Caterina d'Aragona, cioè il rapporto che esso ebbe con lo scisma d'Inghilterra, hanno spesso offuscato il fatto che l'intera vicenda si sarebbe potuta svolgere in modo relativamente indolore, se certe circostanze fossero state diverse. Una di queste circostanze fu indubbiamente l'influenza che il nipote di Caterina, Carlo V, esercitava sul papato.

"My tribulations are so great, my life so disturbed by the plans daily invented to further the king's wicked intention, the surprises which the king gives me, with certain persons of his council, are so mortal, and my treatment is what God knows, that it is enough to shorten ten lives, much more mine." Lettera di Caterina d'Aragona a Carlo V, Novembre 1531

Quando esattamente il re cominciò a essere tormentato da quegli scrupoli di coscienza che lo indussero a mettere in dubbio la validità del suo matrimonio con Caterina, non è dato sapere con certezza. La spiegazione ufficiale che fu addotta fa risalire ad "un'ispirazione" di Enrico la lettura di un brano del Levitico (20:21) dove vi aveva trovato un versetto che esplicitamente affermava che sposando Caterina egli avesse compiuto un atto contrario alla volontà di Dio. "E se un uomo prenderà la moglie di suo fratello, è cosa obbrobriosa: avrà scoperto le vergogne di suo fratello". Altrettanto chiaramente era indicata la punizione che Dio infliggeva a chi commetteva simile offesa: "essi saranno senza figli".

E' da supporre che le cose siano cominciate in tutt'altro modo: con l'insorgere della passione per la giovane Anna Bolena si era riaccesa nel re l'insoddisfazione per la mancanza di figli maschi che con il passare degli anni era sfumata in una forma di passiva accettazione. Grande importanza è attribuita dalle fonti al negarsi di Anna e alla conseguente frustrazione del re, frustrazione che lo avrebbe indotto a gettare a mare il matrimonio (e tutto il resto) pur di averla. Certamente per diversi anni Anna non consentì al sovrano rapporti sessuali completi. Ma la linea di condotta non sempre era chiara in queste faccende ed è probabile che con il tempo al sovrano venissero concesse libertà sempre maggiori. 

A questo punto converrebbe chiedersi che cosa offriva Anna Bolena al sovrano, e la risposta è semplice: una speranza per il futuro, speranza che assumeva la forma ben definita di un figlio maschio. Il primo passo del re verso il divorzio fu dunque la passione per Anna Bolena, il secondo passo fu il ricorso al Levitico. Quel passo della Bibbia diventava all'improvviso così rilevante perché si accordava inconfutabilmente con il disappunto del re nei confronti del proprio matrimonio, disappunto che la relazione con Anna Bolena aveva riacceso. Dio lo aveva punito negandogli un erede; dunque Enrico doveva aver errato in qualche cosa. Se avesse riparato al suo errore, Dio avrebbe cancellato la dura condanna e avrebbe ricompensato il suo (di nuovo fedele) servitore. I dettami della coscienza e i dettami del desiderio trovavano così felice accordo. Gli uni e gli altri imponevano a Enrico di liberarsi di Caterina. Questa mirabile coincidenza di coscienza e desiderio non significa che il re non fosse sincero, al contrario, a partire dal 1527, Enrico credette fermamente di aver errato agli occhi di Dio sposando Caterina.
Ciò non significa che egli fosse sempre sincero in ogni affermazione al riguardo: era pur sempre un uomo politico con uno scopo da perseguire. Certe sue dichiarazioni suonano infatti estremamente ipocrite: come quando si disse pronto a risposare Caterina, se si fosse potuto dimostrare che la loro unione non costituiva peccato. 


E' anche vero che nella testa di Enrico tale affermazione non aveva nulla di ipocrita: egli era convinto che una cosa simile non si sarebbe mai potuta dimostrare. Purtroppo la regina Caterina rimase dall'inizio alla fine altrettanto fermamente convinta di essere la sua legittima sposa: il matrimonio con il giovanissimo principe Arturo (fratello di Enrico) non era stato consumato, era arrivata vergine alle nozze con Enrico e da molti anni era sua moglie (nonché madre della sua unica figlia legittima, Maria).
Papi, avvocati della Chiesa, prelati, nobili, politici, da Londra alla Spagna, da Parigi a Bruges, da Bruxelles a Roma si mobilitarono per scovare ogni possibile argomento pro e contro la validità di quel matrimonio. Per contrasto, le rispettive posizioni delle due persone che quel matrimonio aveva unito erano in fondo estremamente semplici, ma erano anche diametralmente opposte. Il terzo passo compiuto dal re fu mettere in moto il vero e proprio processo di divorzio. 


Nel maggio 1527 il cardinale Wolsey, in qualità di legato pontificio istituì un'indagine sulla validità del matrimonio del re. Si trattava di una forma di tribunale straordinario istituito dal IV Concilio Vaticano nel 1215, che contemplava la possibilità di interrogare la persona o le persone imputate di pubblica infamia e di risolvere la vertenza con una sentenza. Wolsey tuttavia cominciò a studiare il caso in segreto, senza informarne la regina: cosa contraria alla procedura. I risultati di quelle indagini preliminari convinsero il cardinale che il caso non sarebbe stato di così facile soluzione come l'innamorato sovrano pareva credere. La ferrea convinzione del re che il suo matrimonio fosse contrario alla legge divina non poteva comunque risolvere i non pochi punti controversi della questione.
Il primo problema era posto dallo stesso versetto del Levitico cui il re faceva riferimento: il testo latino della Bibbia allora in uso non parlava di figli maschi, ma di prole in generale. Al re era piaciuto credere che la parola fosse stata erroneamente tradotta dal greco. Questa tesi era però infondata. Più insidiosa appariva una pagina del Deuteronomio (25:5-7) in cui esplicitamente si affermava che il dovere del cognato verso la vedova del fratello che non avesse figli era "andare da lei e prenderla in moglie, affinché il nome del fratello morto non fosse cancellato da Israele"; pene severe dovevano essere inflitte a chi non agisse secondo la legge. 


Questo secondo testo opponeva una insormontabile difficoltà alla tesi che sosteneva che il matrimonio di Enrico era avvenuto contro la legge di Dio - quale specificata dal Levitico - legge che nessun papa poteva ignorare. Non solo, infatti, Enrico si era comportato verso la vedova di suo fratello come quel secondo testo biblico prescriveva, ma poiché il Deuteronomio, essendo il secondo libro della legge, segue il Levitico, si poteva a buon diritto sostenere che esso fosse una sorta di chiosa al primo. A tutto ciò si aggiunga il fatto che un appello così diretto alla legge divina attaccava, quanto meno implicitamente, l'autorità del pontefice: se il papa non poteva trovare il modo di aggirare quella legge (superiore), ciò significava che il suo potere aveva dei limiti. Viste le circostanze, Wolsey, nella sua posizione di ecclesiastico e di rappresentante dell'autorità papale, preferì rimettere l'intera questione a un vizio di forma nella dispensa originale (anche se si sarebbe potuto sostenere che il Deuteronomio valeva soltanto per gli ebrei). La tesi di Wolsey non contestava la facoltà del papa di concedere dispense, ma avanzava dubbi sulla correttezza di una specifica dispensa e sull'operato di un pontefice preciso: Giulio II e la dispensa del 1503. Ma in quel momento portare il caso a Roma era impensabile. 

Dopo la vittoria di Pavia del 1525, le truppe imperiali, calate a Roma nel maggio del 1527, avevano messo a ferro e fuoco la città e imprigionato papa Clemente VII. L'impossibilità di far intervenire il pontefice lasciava aperta una soluzione apparentemente rapida e indolore: fare approvare all'unanimità dai vescovi inglesi un verdetto di invalidità del matrimonio di Enrico. Ma su questo terreno Wolsey e il re incontrarono un formidabile ostacolo nella coscienza del vescovo di Rochester John Fisher, il quale insisteva che il matrimonio era valido. La regina non tardò a ricevere l'umiliante notizia dei maneggi che avvenivano alle sue spalle. Caterina reagì chiedendo immediatamente aiuto all'imperatore suo nipote perché da un lato protestasse presso Enrico, dall'altro usasse tutta la sua influenza per ottenere che il caso fosse rimesso all'autorità del pontefice.

Fin dall'inizio, dunque, il re e la regina si trovarono su fronti opposti anche riguardo a questo punto: Enrico comprensibilmente teneva a che la questione fosse risolta in Inghilterra, ricorrendo all'autorità vicaria di Wolsey o a quanti altri mezzi fossero necessari; la regina, altrettanto comprensibilmente, sperava di trasferire il caso a Roma, dove riteneva di poter contare su una maggiore imparzialità. 

Al pari di Wolsey, la regina, che non era un'ingenua, aveva intuito l'importanza della dispensa del 1503. Se un'obiezione si poteva levare contro il suo secondo matrimonio, questa stava nella natura di quella dispensa, che contro il suo parere era stata concessa per un matrimonio "forse" consumato. Era stato re Ferdinando a pretendere quella formula ambigua, pur sapendo benissimo che la figlia era ancora vergine: il re aveva creduto opportuno, allora, chiedere la dispensa più ampia possibile per compiacere gli inglesi. Un matrimonio non consumato richiedeva tuttavia un altro tipo di dispensa, cioé la dispensa dall'impedimento di pubblica onestà; in altre parole: poiché agli occhi dell'opinione pubblica la coppia era stata sposata, anche in assenza di unione carnale, il fatto andava riconosciuto da un'apposita dispensa.

Apparentemente all'epoca delle seconde nozze quella dispensa non era stata richiesta. Caterina pregò il nipote di approfondire la questione. Il 22 giugno Enrico comunicò alla moglie i suoi scrupoli relativi all'unione che durava ormai da quasi vent'anni. Enrico aveva deciso di affrontare Caterina nel suo studio privato: temeva il colloquio e sperava forse che l'intimità dell'ambiente valesse in qualche misura a mitigare il colpo. 

Ma si era sbagliato. Con tutta la delicatezza possibile il re spiegò che "certi dotti e pii signori" gli avevano comunicato che lui e la regina vivevano nel peccato. Probabilmente sperava di riuscire a persuaderla a ritirarsi spontaneamente, reputando che quella esplosiva notizia la turbasse quanto aveva turbato lui. Ma evidentemente aveva commesso un errore di valutazione: non fu quella l'ultima volta nel corso della interminabile contesa in cui lo spirito indipendente di Caterina si oppose alle aspettative del re. Anche la regina, però, commise un errore, essendo convinta che fosse da imputare a Wolsey la richiesta di divorzio; ma é un errore comprensibile: accusare Wolsey era molto meno doloroso che riconoscere la responsabilità del consorte.

Durante l'estate aveva cominciato a circolare voce che il re avesse intenzione di ripudiare la regina perché il suo matrimonio si era rivelato condannabile (ossia teologicamente inaccettabile) e intendesse sposare invece una principessa francese. Le autorità della City ebbero ordine di far tacere quelle voci e il 15 luglio venne data pubblica lettura di una lettera regia in cui si definivano sediziose, false e calunniose tali dicerie e si ingiungeva al popolo di cessare quella condotta rozza e insolente. In quel periodo i momenti più felici erano per Enrico quelli passati a ispezionare vari trattati sul tema del divorzio, almeno tre dei quali, tra cui un'opera intitolata "Librum Nostrum", apparvero fin dal 1527. E quando era costretto a separarsi temporaneamente da Anna, le scriveva:

"My mistress and friend: I and my heart put ourselves in your hands, begging you to have them suitors for your good favour, and that your affection for them should not grow less through absence. For it would be a great pity to increase their sorrow since absence does it sufficiently, and more than ever I could have thought possible reminding us of a point in astronomy, which is, that the longer the days are the farther off is the sun, and yet the more fierce. So it is with our love, for by absence we are parted, yet nevertheless it keeps its fervour, at least on my side, and I hope on yours also: assuring you that on my side the ennui of absence is already too much for me: and when I think of the increase of what I must needs suffer it would be well nigh unbearable for me were it not for the firm hope I have and as I cannot be with you in person, I am sending you the nearest possible thing to that, namely, my picture set in a bracelet, with the whole device which you already know. Wishing myself in their place when it shall please you. This by the hand of loyal servant and friend. H.Rex"

"No more to you at this present mine own darling for lack of time but that I would you were in my arms or I in yours for I think it long since I kissed you. Written after the killing of an hart at a xj. of the clock minding with God's grace tomorrow mightily timely to kill another: by the hand of him which I trust shortly shall be yours. Henry R".

"Mine own sweetheart, these shall be to advertise you of the great loneliness that I find here since your departing, for I ensure you methinketh the time longer since your departing now last than I was wont to do a whole fortnight: I think your kindness and my fervents of love causeth it, for otherwise I would not have thought it possible that for so little a while it should have grieved me, but now that I am coming toward you methinketh my pains been half released.... Wishing myself (specially an evening) in my sweetheart's arms, whose pretty dukkys I trust shortly to kiss. Written with the hand of him that was, is, and shall be yours by his will. H.R."

Non potendo per il momento risolvere la propria situazione, Enrico si preoccupava di appianare la strada al futuro matrimonio mettendo chiarezza in quella di Anna Bolena. Durante l'assenza di Wolsey re Enrico inviò a Roma un emissario con la richiesta di dispensa per il secondo matrimonio.
Per quanto riguarda Anna Bolena, la richiesta era formulata in modo da coprire ogni possibile obiezione futura riguardo al suo stato coniugale al momento del matrimonio: contemplava infatti sia il vero e proprio fidanzamento ufficiale, sia una eventuale promessa segreta. La dispensa che infine venne concessa nel dicembre del 1527 copriva una quantità di situazioni diverse. Ma essendo esplicitamente sottoposta alla condizione che il sovrano fosse libero dal primo matrimonio era del tutto inutile.
Nonostante l'irremovibilità della regina, nel 1528 il matrimonio con Anna non sembrava del tutto improbabile. In dicembre il papa era sfuggito alla prigionia romana. Dopo lunghi maneggi diplomatici, Inghilterra e Francia erano di nuovo ufficialmente in guerra contro l'Impero. E, sebbene la guerra fosse in effetti di brevissima durata, la situazione generale non lasciava ben sperare per Caterina, la cui più grande speranza riposava nell'aiuto dell'imperatore (Suo fratello, Carlo V).


 
In febbraio due abili diplomatici, Edward Fox e Stephen Gardiner, segretario di Wolsey, si recarono a Roma con la speranza di ottenere una procura decretale che consentisse di risolvere la questione in Inghilterra. Portavano una lettera di Wolsey che con dovizia di superlativi cantava le lodi di Anna Bolena, esaltando le provate, eccelse virtù della gentildonna in questione. In breve: il re non stava chiedendo di sposare la sua amante. Il 1528 vide l'oggetto della segreta passione del re uscire dall'ombra per dimostrare che possedeva qualcosa in più che una graziosa figura. Tanto per cominciare, Anna nutriva un reale interesse per la religione, in particolare per quella religione che grazie alla predicazione di Lutero si andava rapidamente diffondendo sul continente come reazione alle clamorose mancanze e corruzioni del clero. In questo re Enrico non la seguiva.

I dieci anni di differenza tra loro in termini religiosi valevano una generazione. Enrico era cattolico nel profondo dell'animo, e tale sarebbe rimasto per tutta la vita, anche se in seguito, deluso dalla Chiesa, doveva orientarsi verso una politica di radicale riforma religiosa. Anna, invece, era intimamente protestante. 

Il cardinal Campeggio giunse a Londra il 7 ottobre. Anna Bolena ed Enrico VIII esultavano. Il cardinal Campeggio era per molti versi l'uomo ideale per il difficile ruolo di conciliatore in quella scottante faccenda essendo un esperto in diritto. Quello che il re ed Anna auspicavano era la possibilità che il divorzio non fosse necessario convincendo la regina Caterina a ritirarsi in convento di sua spontanea volontà e lasciando che la posizione coniugale del consorte venisse ridefinita una volta venuta a cadere ogni opposizione da parte sua. In quella luce, l'intera questione assumeva connotazioni assai diverse.
Nel corso del primo colloquio con il cardinal Campeggio il re aveva rifiutato, com'era prevedibile, la proposta di Clemente VII di concedere una nuova dispensa per il matrimonio con Caterina. Non era certo quello cui mirava. Ma se la regina si fosse ritirata in convento, tutta la questione prendeva un'altra piega. Con il permesso del re il cardinale si recò tre volte dalla regina. La più importante di queste visite, dal punto di vista della regina, fu probabilmente quella in cui ella rese piena confessione al cardinale, giurando tra l'altro di essere giunta vergine al matrimonio con Enrico.

Dal punto di vista del re, invece, l'aspetto più rilevante delle visite del cardinale fu il netto rifiuto che la regina oppose alla proposta di entrare in convento. Campeggio si era recato da lei accompagnato da Wolsey. L' espediente, che le veniva suggerito con piena approvazione del pontefice, le venne presentato in questi termini: per evitare l'insorgere di difficoltà riguardo alla successione (con il possibile strascico di lotte intestine) ella doveva entrare in una comunità religiosa e prendere i voti di castità. La proposta fu accolta da Caterina con irritazione. Disse dunque al legato pontificio che non c'era cosa al mondo che stimasse più della coscienza e dell'onore del re, ma aggiunse che da parte sua non provava alcuno scrupolo riguardo al proprio matrimonio, ma anzi si reputava vera e legittima moglie del re, suo consorte.

"In this world I will confess myself to be king's true wife, and in the next they will know how unreasonably I am afflicted". Caterina d'Aragona 1532

Dal punto di vista della vita materiale, la sua esistenza sarebbe stata senz'altro assai più confortevole se avesse accettato. Quanto al rango, nessuno avrebbe potuto esserle più tangibilmente riconoscente di Enrico: avrebbe trascorso il resto dei suoi giorni onorata e riverita come una sorta di figura madre della famiglia reale. Si può aggiungere che la vita che l'aspettava in convento non era molto diversa dall'esistenza costellata di pratiche pie che ella già conduceva. Ma il matrimonio con Enrico era l'unica certezza della vita di Caterina, a parte naturalmente la fede in Dio. Una figlia di re cattolici non poteva ammettere di essere soppiantata da una donna non solo più giovane, ma di rango infinitamente inferiore, anche se era troppo intelligente e troppo raffinata per dirlo.
Enrico avrebbe evitato di dichiarare illegittima sua figlia se la madre si fosse mostrata più compiacente? Va detto che per la Chiesa i figli nati da matrimonio non valido non erano necessariamente considerati illegittimi se l'unione dei genitori era avvenuta in buona fede, come indubbiamente era il caso di Caterina e Enrico. Tuttavia, quella restava una delle possibili conseguenze del divorzio. Inoltre, fin tanto che Maria conservava lo stato di figlia legittima, i suoi diritti avrebbero costituito grave minaccia per i figli del secondo matrimonio. Questo era il vero pericolo. 


I consiglieri di Enrico fecero tutta una serie di maldestri tentativi per risolvere in modo soddisfacente l'ambigua posizione della principessa. L'idea che la regina potesse entrare in convento non venne immediatamente abbandonata, quanto meno dal pontefice. Il 28 dicembre Clemente VII inviò un altro messaggio a Campeggio in cui affermava che "gli sarebbe stata cosa assai gradita che la regina fosse indotta a entrare in qualche ordine religioso", convenendo che pur trattandosi di pratica alquanto insolita, la soluzione aveva il vantaggio di arrecare danno a una sola persona. Ma in Inghilterra re Enrico non tardò a rendersi conto che non avrebbe potuto contare sulla scomparsa della regina dietro i cancelli di un convento.

Una delle caratteristiche più singolari (quanto meno per la sensibilità moderna) del classico triangolo, Enrico, Anna, Caterina, é il fatto che la vita di corte continuava placidamente, in apparenza per nulla turbata dalle tempeste che agitavano l'animo dei protagonisti. Non é neppure chiaro quando la vita coniugale del re e della regina si fosse effettivamente interrotta. Certo è che il re continuava a pranzare negli appartamenti della moglie a suo piacimento. A detta dell'ambasciatore francese, nell'autunno del 1528 dormiva ancora con lei. Tutto confermerebbe l'ipotesi di una cessazione dell'intimità fisica a partire dal 1526, dovuta a varie cause concomitanti, tra cui l'indifferenza del re e la precaria salute della regina. Ciò non significa che cessasse tra loro ogni rapporto. Restava la terribile intimità formale della vita di corte. 

Nel frattempo Anna Bolena aveva ottenuto un proprio appartamento e un proprio seguito di dame d'onore. Il re, secondo quanto annotava Campeggio, aveva ormai preso l'abitudine di baciare Anna Bolena in pubblico e di trattarla apertamente come fosse sua moglie. Con l'arrivo del cardinal Campeggio fu necessario garantire alla regina una propria rappresentanza legale: negarle una difesa significava volgere in farsa quello che doveva essere un serio esame di un caso complesso. Tra i difensori di Caterina il più coraggioso e combattivo si sarebbe rivelato il vescovo di Rochester John Fisher, il quale già l'anno precedente ne aveva sostenuto la causa schierandosi contro la tesi di invalidità del matrimonio. C'erano poi alcuni stranieri, due esperti di diritto canonico che l'ambasciatore spagnolo aveva fatto venire dalle Fiandre e il confessore spagnolo della regina.

Uno dei primi problemi che i difensori di Caterina dovettero affrontare fu quello sorto a proposito del breve riguardante la dispensa del 1503. Mentre il primo documento di Giulio II concedeva la dispensa per un matrimonio che fosse stato "forse" consumato - e dunque si prestava all'obiezione che in caso contrario la dispensa non valeva - il successivo breve era stato redatto in termini assai più ampi. La formula usata, "altre non citate ragioni", includeva infatti tanto la consumazione, quanto la non consumazione del matrimonio. 

Copia di questo documento, molto pericoloso per la causa del sovrano, era giunta dalla Spagna con il materiale inviato da Carlo V in seguito alla richiesta di aiuto di Caterina. Naturalmente Wolsey e i consiglieri del re misero subito in dubbio l'autenticità del documento e pretesero di vedere l'originale che si trovava in Spagna. Ma se il breve era autentico, veniva a cadere il punto di forza dell'argomentazione del re agli occhi della Chiesa: cioé che per quanto fosse in potere del papa di concedere dispense di matrimonio, la dispensa del 1503 non si applicava al caso specifico del matrimonio di Arturo e Caterina, e dunque non poteva considerarsi valida.
All'inizio la regina rifiutò di richiedere l'originale in Spagna, temendo, a buon diritto, ciò che sarebbe potuto accadere al documento una volta giunto in Inghilterra. Quando infine accettò, in privato fece quanto era in suo potere per vanificare gli effetti di ciò che pubblicamente chiedeva. L'originale non pervenne mai in Inghilterra; fu infine inviata una copia autenticata.

Il giorno stesso in cui consegnò il breve, 7 novembre, Caterina ricevette la visita dei suoi cosiddetti consiglieri, Warham e Tunstall. I due inviati esposero il motivo della visita: si trattava del breve. La regina aveva tenuto segreto il documento. Il breve poteva essere un falso, ma se la regina avesse dichiarato la sua esistenza a tempo debito, avrebbe risparmiato al re molto incomodo. Caterina respinse quell'accusa dichiarando di non aver rivelato l'esistenza del breve (probabilmente giunto dalla Spagna circa sei mesi prima) semplicemente perché non sapeva di doverlo fare. La battaglia personale e legale di Caterina, tanto in contrasto con l'atteggiamento remissivo che il re si aspettava, era affiancata dalla sua intatta popolarità presso la popolazione. 

Nell'immaginazione pubblica Anna Bolena cominciava ad apparire come la donna malvagia che aveva rubato il marito alla donna buona. In novembre, a Bridewell Palace, nel tentativo di prevenire irritanti manifestazioni di dissenso, il re rese una lunga dichiarazione pubblica. Tessendo le lodi della regina asseriva: "Se risulterà che la regina é mia legittima consorte, nulla mi potrà essere più grato e desiderabile, tanto per il sollievo della mia coscienza, come pure per tutte le belle qualità e doti che io le riconosco oltre al suo nobile lignaggio, ella é donna di grandissima gentilezza, umiltà e venustà; e in tutte le qualità caratteristiche dell'aristocrazia, ella non ha confronti. Se dunque dovessi nuovamente prendere moglie, sceglierei lei tra tutte le donne. Ma se verrà stabilito in giudizio che il nostro matrimonio é contrario alla legge di Dio, molto soffrirò, separandomi da tanto nobile signora e amorevole compagna."

Il re e Anna Bolena trascorsero il Natale del 1528 nel palazzo di Greenwich. Anche la regina era presente, ma Anna Bolena occupava ormai un appartamento accanto a quello del re. Il tribunale venne aperto alla fine di maggio, in un'atmosfera di generale disagio. Più grave motivo di disagio era l'incertezza riguardo al comportamento della regina nei confronti del tribunale. Il 6 marzo Caterina aveva chiesto al papa di avocare il caso a Roma. Non si poteva dunque dare per certo che la regina avrebbe obbedito alle convocazioni del tribunale. Campeggio e Wolsey avevano convocato il tribunale in base al mandato ricevuto da Clemente VII l'anno precedente.

Ma con il passare del tempo, il papa aveva ricominciato a considerare politicamente desiderabile la protezione dell'imperatore. Tutto ciò significava che i due legati avevano di fatto interessi divergenti. Mentre Campeggio doveva arrivare a un verdetto che non rischiasse di compromettere la politica a lungo termine del papato, quali che fossero le scelte di Clemente VII, per Wolsey era necessario arrivare ad un verdetto in favore dello scioglimento del matrimonio: egli era il fedele servitore del suo sovrano, non del papa, e il verdetto doveva dimostrarlo. 

Il tribunale si riunì la prima volta il 31 maggio 1529. Era stata scelta per le sedute l'aula del Parlamento di Blackfriars. Dei lavori, che durarono due mesi, restano pochi atti frammentari e talvolta contraddittori nei dettagli. Il metodo usato dal tribunale consisteva essenzialmente nell'interrogatorio dei testimoni, procedura già usata all'epoca della inquisitio ex officio di due anni prima. Questa volta però furono convocati tanto il re quanto la regina. La data stabilita era il 18 giugno, tre settimane dopo l'apertura dei lavori.

La linea di condotta della regina continuava a destare preoccupazioni, né valse a smorzarle il colloquio preliminare del 16 giugno con il cardinal Campeggio. Caterina alloggiava allora al castello di Baynard, dove, triste coincidenza, avevano avuto luogo non solo il banchetto che aveva celebrato il suo matrimonio con il principe Arturo nel 1501, ma anche la discussa prima notte di nozze. In quella occasione, alla presenza dei suoi consiglieri, l'arcivescovo Warbam, il vescovo Tunstall e il suo confessore spagnolo, Jorge de Anthequa, nonché di altri notabili, Caterina ribadì che il matrimonio con il principe Arturo non era stato consumato né la notte delle nozze, né mai in seguito e che "dagli abbracci del primo marito era giunta a questo matrimonio vergine e intatta" . Chiese inoltre che il suo caso fosse giudicato dal papa a Roma e non dai legati del papa in Inghilterra.

Due giorni dopo rinnovò le sue dichiarazioni al cospetto del tribunale, tra l'altro negando che questo avesse diritto di giudicare il suo caso; dichiarò inoltre che l'aver accettato di presentarsi a rispondere in nessun modo doveva essere inteso da parte sua come un atto di riconoscimento dell'autorità del tribunale, né doveva pregiudicare il suo diritto a portare il caso a Roma. E pretese che quanto aveva affermato e richiesto venisse debitamente verbalizzato e sottoscritto dalla corte. A loro volta i giudici le chiesero di tornare tre giorni dopo per ascoltare la loro decisione. 

Il 21 giugno, lunedì, ebbe dunque luogo la scena, immortalata da Shakespeare, in cui la regina si gettò ai piedi del re chiedendo pietà. Quel giorno l'aula del Parlamento di Blackfriars era affollata di spettatori venuti ad assistere ad un evento senza precedenti nella storia dell'isola. Il re e la regina sedevano su seggi sormontati da baldacchini di broccato d'oro (quello della regina un poco più basso rispetto a quello del re), ma da come si svolsero i fatti in seguito si può dedurre che si trovassero alquanto discosti l'uno dall'altra e che tra loro vi fosse parte degli spettatori. Il re parlò per primo. Partendo ancora una volta da un certo scrupolo riguardo al matrimonio che "gli pungeva la coscienza", Enrico nel suo discorso ripercorse le tappe ufficiali dell'insorgere del dubbio: le incertezze sollevate dall'ambasciatore francese riguardo alla legittimità della principessa Maria, l'invito del suo confessore a studiare il passo del Levitico. E ribadì quanto aveva già affermato il novembre precedente a Bridewell: se la validità del matrimonio fosse stata confermata, con piacere avrebbe ripreso con sé la regina quale sua legittima sposa. 

Considerando quanto era ormai dominante a corte la presenza di Anna Bolena, tale asserzione dovette suonare più falsa che mai alle orecchie dei presenti. Quando il re annunciò che tutti i vescovi inglesi condividevano i suoi dubbi, tant'é vero che avevano firmato una petizione per porre la questione sotto inchiesta, John Fisher protestò violentemente, dichiarando che lui non aveva firmato nessun documento del genere e rimproverando all'arcivescovo Warharn di aver aggiunto il suo nome senza esserne stato autorizzato. Il re non si lasciò scomporre: nel suo discorso Enrico si preoccupò anche di assolvere Wolsey dalla responsabilità di aver sollevato la questione del divorzio. La tattica era giusta: Wolsey doveva figurare quale giudice imparziale. 
Toccava ora alla regina. Secondo l'ambasciatore francese, Caterina per prima cosa rivolse al re una supplica, alla quale questi rispose con argomenti prevedibili: era stato il grande amore che le portava a impedirgli di agire fino a quel momento; era suo grandissimo desiderio che il matrimonio fosse dichiarato valido; se non gradiva che il caso fosse portato a Roma era solo perché temeva l'ingerenza dell'Imperatore (dei tre argomenti, quest'ultimo almeno corrispondeva a verità). Ma fu la scena seguente che si impresse in modo indelebile nella mernoria di tutti i presenti. 


Inaspettatamente la regina lasciò il suo seggio e aprendosi la strada tra la folla degli spettatori, si avvicinò al re e gli si gettò ai piedi. Secondo il resoconto del cardinal Campeggio, il re la sollevò immediatamente da terra e la scena si ripeté: la regina si inginocchiò una seconda volta e il re non poté far altro che farla alzare di nuovo e ascoltare le sue appassionate parole. La voce di Caterina era insolitamente profonda per una donna di corporatura così minuta. Va inoltre sottolineato il coraggio di cui ella dette prova osando proferire quelle parole in pubblico (dopo tutto, l'ira del re significava morte).

Il discorso della regina suona come l'estrema espressione di disperazione di una moglie che si vede abbandonata per un'altra donna dopo una vita di dedizione al marito per l'unica colpa di essere invecchiata prima di lui.
"Sire, per l'amore che c'é stato tra noi vi supplico, rendetemi giustizia e diritto, abbiate compassione e pietà di me, poiché io sono una povera donna, una straniera, nata al di fuori del vostro regno. Io non ho amici qui e ancor meno difensori imparziali. Vengo a voi come a colui che amministra la giustizia all'interno di questo paese... Prendo Iddio e il mondo intero a testimone che sono stata per voi una moglie fedele, umile e obbediente, sempre compiacente ai vostri desideri e al vostro piacere... sempre paga e soddisfatta di tutte le cose in cui voi trovavate diletto e svago... Ho amato tutti coloro che voi amavate, solo per amor vostro, che ne avessi da parte mia motivo o no, che essi fossero miei amici o miei nemici." 


Era pronta, disse ancora la regina, a essere messa da parte qualora se ne fosse trovato legittimo motivo. Vi fu anche un cenno alle tragedie che avevano vissuto insieme: "Da me avete avuto diversi figli, anche se é stata volontà di Dio di chiamarli fuori da questo mondo". Il punto del discorso che certamente colpì più in profondità Enrico fu quando lo chiamò a testimone della propria verginità: "E chiamo Iddio a mio testimone che quando mi avete avuta ero vergine, né mai toccata da uomo. E se questo sia vero o falso, lo chiedo alla vostra coscienza."
Il re non rispose. Mai del resto l'aveva smentita pubblicamente su quel punto, né mai l'avrebbe fatto in seguito. Quando ebbe finito, la regina si alzò, fece una profonda riverenza al consorte e appoggiandosi al braccio del suo usciere lentamente lasciò l'aula. L'usciere del tribunale la richiamò ben tre volte. Alla fine il suo accompagnatore, a disagio, si azzardò a dirle: "Signora, vi hanno richiamata." "Non importa, questo tribunale non é imparziale nei miei confronti. Non intendo restare." E se ne andò. 


Dopo queste vicende, la regina lasciò il castello di Baynard e lungo il fiume scese a Greenwich. Là una sera, pochi giorni dopo la drammatica udienza, le fece visita Wolsey, accompagnato da Cavendish. Il cardinale era stato mandato dal re perché cercasse di convincere la regina a rimettere l'intera questione nelle mani del sovrano, se non voleva essere condannata da un tribunale. Caterina non volle che la conversazione si svolgesse in latino, cosa che effettivamente avrebbe impedito a molte persone del suo seguito di seguire il colloquio. Non aveva nulla da nascondere, che tutto il mondo sentisse ciò che diceva. Alla fine del colloquio nulla era mutato. Caterina non intendeva cedere.

Il 25 giugno, venerdì, la regina non si presentò alla convocazione del tribunale e fu dichiarata contumace. In sua assenza, venne presentato un elenco di argomenti da chiarire, relativi al matrimonio del re. Questi andavano da una serie di accertamenti del tutto oziosi, tipici di ogni indagine giudiziaria (per esempio, fu chiesto al re se il principe Arturo era suo fratello) alla delicata e fondamentale questione del rapporto tra Caterina e il principe Arturo. A questo proposito, tra le obiezioni all'unione di Caterina con Enrico si postulava che il precedente matrimonio della regina fosse stato consumato con "copula carnale", giacché la coppia aveva convissuto per qualche tempo, fino alla morte di Arturo, "da tutti considerati e creduti marito e moglie e sposi legittimi". Sembra tuttavia che quando questa obiezione specifica venne presentata a Enrico perché la firmasse, fossero omesse le parole "con copula carnale"

Ancora una volta, Enrico non era disposto a rendersi complice di un'aperta menzogna. Il 28 giugno di nuovo la regina ignorò la convocazione del tribunale. Quel giorno l'assenza la sollevò dall'imbarazzo di dover ascoltare le testimonianze di vari cortigiani a proposito di quella sua prima notte di nozze al castello di Baynard, ventotto anni addietro. Nel corso di altre sedute diverse persone testimoniarono che Arturo e Caterina erano vissuti insieme come marito e moglie, dormendo nella stessa camera.
Poco credito va dato a queste deposizioni; a distanza di quasi trent'anni era impossibile dimostrare se fosse o non fosse stato consumato il primo matrimonio di una donna che in seguito era stata per vent'anni moglie di un altro. La cosa migliore era attenersi al carattere che tutti riconoscevano alla regina: era donna così virtuosa, devota e santa che non si poteva crederla capace di mentire. Questo fatto (unito all'atteggiamento sfuggente del re a questo proposito) resta ancora la prova migliore. 

Il 28 giugno, al termine del dibattimento, la regina venne convocata per il 5 luglio. La convocazione giunse a Greenwich tre giorni prima della data stabilita, ma anche quel giorno Caterina non si presentò. E nonostante fosse nuovamente dichiarata contumace, la regina non comparve più davanti al tribunale, che continuò a riunirsi fino alla fine di luglio. Nel frattempo la difesa si era messa alacremente al lavoro per trasferire il caso a Roma. Favorì non poco la causa di Caterina anche il processo di riavvicinamento in atto tra papa e imperatore, ratificato infine dall'accordo di Barcellona, con il quale la figlia naturale di Carlo V andava sposa al duca di Parma, nipote del papa. 
Date le circostanze non era facile per il papa sottrarsi alla richiesta di Caterina di trasferire il caso a Roma. A metà luglio dunque il papa accolse l'istanza di trasferimento del caso a Roma. La decisione del pontefice troncava brutalmente tutte le speranze del re di ottenere il divorzio entro la fine dell'estate, speranze che Wolsey era andato incoraggiando. Tuttavia, prima che la notizia giungesse in Inghilterra, il tribunale ebbe modo di ascoltare tutta una serie di cavillosi pareri legali a favore dell'uno o dell'altro partito. 

Sabato 23 luglio si tenne l'ultima sessione. Re Enrico assistette da una delle gallerie sovrastanti gli scanni dei legati pontifici. Ma il verdetto che aveva atteso a lungo non venne. Fedele agli ordini di Clemente VII, il cardinal Campeggio prese tempo. Dichiarò che il caso era troppo importante perché si potesse decidere alcunché senza sentire il parere della Curia. Sfortunatamente la Curia era in vacanza (la lunga vacanza estiva italiana) e dunque il tribunale veniva aggiornato all'ottobre. In ogni caso, la sera prima era giunta la notizia che il papa intendeva avocare il caso a Roma.

Finivano così due mesi di sottigliezze teologiche, contese legali e aneddoti salaci. Ma quanto a liberarsi della moglie, Enrico non aveva fatto un solo passo avanti. La vicenda e il suo esito sfavorevole al re ebbero tuttavia una conseguenza palese: la caduta di Wolsey. 

Nell'autunno del 1529, in concomitanza con la scomparsa di Wolsey da corte, si registrò l'arrivo di un nuovo alleato di Caterina. Il nuovo ambasciatore spagnolo, Eustace Chapuys, aveva tutti i requisiti per condurre la sventurata regina attraverso la palude dei dibattiti e delle polemiche che seguirono il trasferimento del caso a Roma. Qualcuno aveva avuto l'idea di spostare il dibattito dall'ambito della legge canonica a quello della teologia. A tal fine era d'uopo sentire il parere dei teologi di tutte le più importanti università d'Europa. Chapuys era dottore in diritto canonico ed era stato giudice in un tribunale ecclesiastico a Ginevra. Ciò nonostante, la situazione di stallo cui si era giunti riguardo al divorzio comportava che, almeno all'apparenza, il re e la regina continuassero a vivere insieme. L'obbligo della frequentazione non servì ad allentare la tensione. La regina approfittava di ogni occasione offertale dalle cerimonie ufficiali per insistere con il re sulla questione della sua verginità all'epoca del matrimonio. Ciò che la regina non poteva e non voleva vedere, e in ogni caso non avrebbe potuto capire, era che tutto ciò non contava ormai nulla. Il re aveva deciso che il suo matrimonio era contrario alla legge divina e le reiterate proteste di Caterina non servivano che ad esasperarlo. 

Alla fine dell'anno Chapuys scriveva che la regina cominciava a perdere le speranze. Chapuys era convinto che non avrebbe resistito ancora a lungo. Ciò nonostante, almeno pubblicamente, Caterina non cedeva: che si facesse e si dicesse tutto quello che si voleva, lei era e restava moglie di Enrico VIII e regina d'Inghilterra. L'appello alle università d'Europa, quel brillante espediente di cui il re andava tanto fiero, produsse in verità risultati prevedibili: la maggior parte degli studiosi dette parere favorevole agli interessi politici del proprio sovrano. Gli italiani restarono divisi, nonostante le somme distribuite da Cranmer e da altri agenti del re perché si pronunciassero in favore del divorzio. L'università di Parigi emise parere favorevole al divorzio perché Francesco I si era convinto che conveniva fomentare ogni motivo di attrito tra Enrico VIII e l'imperatore.
Le università della Spagna si espressero negativamente. A Oxford e Cambridge la maggioranza appoggiava il re. Nulla era sostanzialmente mutato. In pratica, il re e la regina mantenevano una sorta di accordo secondo cui avrebbe fatto fede la decisione del papa. Intanto, in giugno, il re esprimeva la sua esasperazione al temporeggiare del pontefice: "Nessun principe mai fu trattato da un papa come vostra santità tratta noi." 

Considerando che due anni prima lo stesso papa aveva emesso una procura decretale perché il caso fosse giudicato in Inghilterra e che poi aveva cambiato parere per motivi politici e non dottrinali, l'ira del re non era del tutto ingiustificata. Venne inviata a Roma una petizione, redatta da un assistente del re e firmata da un gran numero di nobili e prelati, in cui si supplicava il papa ad agire per il bene e la pace d'Inghilterra. Ma il papa esitava. La sua cautela scatenava la collera di Enrico e non leniva i patimenti della sua sfortunata consorte, ma faceva l'interesse della Chiesa, cui non conveniva contrastare apertamente una delle grandi potenze implicate.

Il re d'Inghilterra però stava cominciando a prendere in considerazione una soluzione che non contemplasse l'intervento del papa. Già in passato Enrico aveva alluso al pericolo dello scisma: gli inglesi potevano addirittura passare al luteranesimo se al loro re veniva negato il divorzio. Tuttavia, al re conveniva che il suo secondo matrimonio fosse benedetto dal pontefice per evitare il rischio che in futuro qualcuno osasse metterlo in discussione. Ma se la sospirata benedizione del papa si faceva tanto attendere, fino a che punto il re era tenuto a riconoscere la sovranità di Roma? 

Nel dicembre del 1530 il papa chiese che Anna Bolena venisse allontanata da corte; nel gennaio del 1531 proibì espressamente al re di sposarsi finché la causa del divorzio era sub judice a Roma: tutti i figli eventualmente nati da tale matrimonio sarebbero stati dichiarati illegittimi.

Enrico non si sentiva più libero nel suo regno, libero soprattutto dalle ingerenze papali. La teoria della supremazia del re non nacque nella testa di Enrico VIII perfettamente formata.

Il Parlamento che nell'arco di sette anni avrebbe compiuto una vera e propria rivoluzione religiosa fu convocato la prima volta il 3 novembre 1529 con obiettivi del tutto diversi. Tommaso Moro, il nuovo cancelliere del regno, era impegnato a cercare di sradicare il luteranesimo, mentre Thomas Cromwell, l'astro nascente al servizio del re, era tutto preso dalla questione finanziaria: le insufficienti entrate della Corona infatti costituivano al momento un grave e pressante problema. 

Cromwell intravvide un sistema per risolvere le difficoltà finanziarie del sovrano e al tempo stesso ridurre il clero alla sottomissione: far balenare davanti agli occhi dei prelati l'accusa di praemimire, cioé di connivenza con il papa ai danni dell'autorià regia. Il clero, convocato nel gennaio del 1531, davanti all'accusa tremava: non tutti forse avevano chiaro di che si trattasse, ma nessuno dubitava quale sarebbe potuta essere la pena. Per liberarsi da un'eventuale accusa di complicità con Wolsey, votarono lo stanziamento di centomila sterline a favore del re.

Fu inoltre ratificato il nuovo titolo del sovrano: capo supremo della Chiesa e del clero di Inghilterra. Questo era indubbiamente un primo passo di allontanamento da Roma. 

Il Parlamento si comportò meno vilmente: rifiutò di ratificare il titolo. Lo stesso Enrico, del resto, non era ancora deciso a proseguire per quella strada fino alle estreme conseguenze. Enrico vide la regina Caterina per l'ultima volta nel luglio 1531. Dopo ventidue anni di matrimonio, non vi fu nessun addio: il re si limitò a lasciare Windsor, dove la corte alloggiava in quel periodo, per andare a caccia a Woodstock con Anna, e la regina seppe della sua partenza da altri.
Più tardi, quando Caterina gli inviò una cortese lettera di rimprovero, lamentando che di solito prima di una partenza le permetteva almeno di salutarlo, dette libero sfogo alla sua esasperazione. "Di' alla regina," urlò al messaggero di Caterina, "che non voglio i suoi addii." E che non gli inviasse più nessun messaggio. Ignorando la proibizione, la regina rispose con una lunga lettera che riprendeva da capo i vecchi argomenti sulla validità del loro matrimonio. Ciò scatenò un'altra sfuriata del re. Alla fine di maggio un serio tentativo di convincere la regina a sottomettersi con dignità ai voleri del re venne compiuto dal duca di Norfolk, ma non sortì alcun effetto. Ai ragionamenti del duca la regina oppose il solito fermo rifiuto. 

Quando il tribunale designato a pronunciarsi sull'istanza di Caterina si aprì a Roma in giugno (ma venne subito aggiornato a ottobre) gli avvocati del re obiettarono che il sovrano non poteva essere chiamato a testimoniare fuori dai confini del suo regno. In Inghilterra, Enrico espresse tutto il suo infuriato disprezzo al nunzio pontificio: mai avrebbe accettato che il papa si facesse giudice in quella questione (il divorzio); quanto alla minaccia di scomunica "non mi impressiona per nulla, perché non mi importa un fico di tutte le sue scomuniche." Che il papa a Roma facesse quel che voleva: "Io qui farò ciò che credo meglio." 

A questo punto una nutrita delegazione di nobili, ancora capitanata da Norfolk, si recò dalla regina per consigliarle di chiedere la sospensione del processo a Roma e il trasferimento del tribunale in territorio neutrale. Non ottenne nulla. La regina, fingendosi sorpresa per l'ora tarda rispose che solo il papa aveva l'autorità di giudicare il suo caso. E per quanto essi si affannassero a dimostrare che ormai il re aveva in effetti autorità suprema nelle faccende spirituali quanto in quelle temporali e che dunque era bene rimettere ogni cosa nelle sue mani, ella rimase ferma sulle proprie posizioni.

Giunse dunque ordine di trasferire la regina e tutta la sua corte in una delle ex residenze di Wolsey, The More, nei pressi di Richmansworth, in Hertfordshire. Il gesto del re era grave, ma non necessariamente punitivo, almeno dal punto di vista della vita materiale. The More mostrava segni di abbandono, ma si trattava pur sempre di un luogo splendido. La regina manteneva inoltre il numeroso seguito cui la sua posizione l'aveva abituata: erano quasi duecento le persone al suo servizio, comprese le numerose dame di compagnia, tra cui la sua vecchia amica Maria de Salinas. 

Ma quando un'altra delegazione, con esponenti del clero e della nobiltà, le fece visita a The More invitandola ad accettare che il caso fosse risolto in Inghilterra, ancora una volta la regina seppe mantenere tutta la sua dignità. Da The More la regina fu mandata a Bishop's Hatfield, il palazzo del vescovo di Ely; soggiornò anche per qualche tempo nel castello di Hertford. Infine, nella primavera del 1533, fu trasferita ad Ampthill, nel Bedfordshire, imponente fortezza con grandi torri di pietra e un'ala di ingresso che si diceva costruita dal cognato di Enrico IV con i proventi delle guerre contro la Francia. 
Per due anni dunque Caterina venne relegata in esilio in campagna, mentre re Enrico cercava di abituare il paese e il resto del mondo all'idea che lady Anna sarebbe presto divenuta sua moglie. Mentre la regina si trovava ad Ampthill, grandi mutamenti avvenivano nel paese: la riforma religiosa e la dottrina della supremazia del re avevano ormai imboccato una strada relativamente indipendente dalla questione del divorzio. 

Nel marzo del 1532 era stata presentata in Parlamento una proposta di legge per limitare gli introiti che il Vaticano ricavava dalle sedi vescovili inglesi. Fino a quel momento ogni vescovo di nuova nomina era tenuto a versare al papa l'annata, cioé le rendite di un anno della diocesi. La nuova legge riduceva tali contributi a un mero cinque per cento delle rendite annue e stabiliva che qualora il papa per ripicca si fosse rifiutato di consacrare i vescovi, la consacrazione sarebbe avvenuta senza il suo consenso. La legge tuttavia non sarebbe divenuta operativa fino a nuovo ordine del re: in questo modo Enrico si trovava in mano un forte strumento di pressione nei confronti del papa, il quale evidentemente temeva la perdita di così consistenti introiti.
Pochi giorni prima era apparsa la cosiddetta Supplica contro i vescovi ordinari, ispirata da Cromwell. Si trattava di una lunga lista di lagnanze contro il clero che trovavano vasti consensi tra la popolazione che viveva assillata dalle decime e dalle imposte d'ogni sorta pretese dal clero e terrorizzate dall'uso arbitrario che questo faceva dell'arma della scomunica. Thomas Cromwell redasse la Supplica nella forma in cui venne presentata al re, prima di sottoporla all'approvazione del clero. 

La sostanza era questa: tutta la legislazione ecclesiastica doveva da quel momento in avanti ricevere l'imprimatur reale; per quanto riguardava il passato, la legislazione in vigore sarebbe stata sottoposta a revisione, tenendo presente che la si intendeva emanata dall'autorità del sovrano, non da quella del pontefice. L'assemblea dei vescovi, presieduta dal cardinale Warham, in un primo momento rifiutò di accogliere proposte tanto radicali; ma dovette infine capitolare di fronte alle minacce.

La cosiddetta Sottomissione del clero avvenne il 15 marzo 1532. Altrettante pressioni ricevette il Parlamento. Thomas Cranmer venne inaspettatamente nominato arcivescovo di Canterbury, sebbene la sua carriera fosse del tutto insufficiente a giustificare una posizione tanto prestigiosa. 

Verso la fine della prima settimana di dicembre Anna rimase incinta. Con il passare dei giorni, la questione del matrimonio acquistò nuova urgenza. La cerimonia delle nozze, nelle famiglie reali del tempo, si svolgeva privatamente. Non vi fu dunque nulla di strano nella rapida cerimonia segreta che ebbe luogo intorno al giorno di San Paolo (25 gennaio). Il re e la sua signora erano finalmente marito e moglie. Per il momento la notizia rimase segreta. La segretezza aveva le sue ragioni. A parte il fatto che Anna non era ancora entrata nel quinto mese, quando, come s'è visto, il rischio di aborto o la possibilità di un errore si consideravano superati, restava il fatto che il re, anche se si era risposato, non aveva ancora ottenuto il divorzio.
Anche il fatto che il re avesse contratto un secondo matrimonio quando il primo non era ancora stato sciolto aveva una sua logica, per quanto assurda. Se infatti la prima unione non era valida, Enrico poteva considerarsi scapolo. Ma data la necessità che il figlio di Anna apparisse in tutti i sensi legittimo agli occhi dei sudditi, questa tesi non fu mai sostenuta fino in fondo. (In ogni caso l'impedimento di pubblica onestà imponeva lo scioglimento del matrimonio con Caterina, con la quale agli occhi del mondo Enrico era sposato e dalla quale aveva avuto figli.) Il divorzio doveva dunque essere sancito pubblicamente. 

Per dare all'avvenimento la minor pubblicità possibile, il tribunale venne istituito nella cittadina di Dunstable, in Bedfordshire, non lontano da Ampthill, dove al momento era alloggiata la regina. All'inizio di aprile, quando Anna stava per entrare nel quinto mese di gravidanza, venne data ufficialmente notizia del matrimonio del re, discretamente evitando di indicarne la data esatta. Il 9 aprile una delegazione si recò dalla regina Caterina a Ampthill per portarle la notizia: l'uomo che considerava ancora suo consorte era sposato da due mesi con lo scandalo della Cristianità; di conseguenza ella tornava allo status di principessa vedova di Galles. Indignato dalla notizia del secondo matrimonio del re, Chapuys pensava che l'imperatore sarebbe dovuto intervenire con la forza. Ma l'imperatore decise di non imbarcarsi in quella cavalleresca operazione di soccorso. La pietosa situazione della matura zia, lassù in Inghilterra, non toccava, né mai aveva toccato, i suoi sentimenti. Caterina, com'è ovvio, si rifiutò di comparire a Dunstable e, come già a Blackfriars quattro anni prima, fu dichiarata contumace. Era assente anche il re, tutto preso dai preparativi per l'incoronazione di Anna Bolena. Ma a leggere gli atti del processo nessuno sospetterebbe che la situazione fosse quella che era. 

Se il nuovo matrimonio del re rispondeva se non altro a una forma di logica, per quanto contorta, la condotta e le parole dell'arcivescovo Cranmer in quella occasione non hanno scusanti di sorta. Lo stesso individuo che si apprestava a incoronare la nuova moglie del re a Londra, a Dunstable minacciava di scomunicare Enrico VIII se non avesse allontanato da sé la regina Caterina. 
Il 23 maggio Cranmer emise la prevedibile sentenza: il matrimonio di Enrico VIII e Caterina d'Aragona non era valido. Concluso il processo, da Dunstable Cranmer andò a Londra dove esattamente una settimana dopo posava la corona sulla testa di Anna Bolena. Il primo giugno 1533 Anna Bolena, all'epoca incinta di sei mesi, fu dunque incoronata regina. 
Il giorno della sentenza di Dunstable, Caterina aveva rifiutato di essere relegata allo status di principessa vedova di Galles appellandosi al fatto che era stata incoronata e consacrata regina.

  L'undici luglio 1533, con apposita bolla, papa Clemente VII dichiarò nulla la sentenza di Cranmer e ordinò a Enrico di allontanare Anna, poiché ogni figlio nato da quella unione sarebbe stato dichiarato illegittimo; il re veniva inoltre scomunicato, anche se il provvedimento per il momento era sospeso. Tutto ciò però non recava alcun vantaggio alla causa di Caterina. L'unico che avrebbe potuto fare qualcosa era l'imperatore, il quale, tuttavia, non aveva nessuna intenzione di prendere le armi. Caterina restava così imprigionata in una sorta di limbo senza speranza. Ma con l'indomita ostinazione di sempre continuava a rifiutare il titolo di principessa di Galles, ormai senza eccezioni attribuitole, cui l'incoronazione di Anna l'aveva costretta. Il compito di indurla ad accettare il titolo era stato affidato al suo ciambellano, Mountjoy. Era presente anche Griffith Richards, il gentiluomo che aveva accompagnato Caterina in tribunale nel 1529 e al cui braccio ella aveva lasciato la sala. Mountjoy non ebbe modo di esporre le argomentazioni che s'era preparato. Come pronunciò il temuto titolo, Caterina rispose seccamente che lei non era la principessa vedova di Galles, ma la regina e vera moglie del re. Infine Caterina ribadì che era stata incoronata e consacrata regina e che aveva dato al re legittima prole.

  L'imbarazzata delegazione le fece notare che Anna Bolena era ora incoronata e consacrata regina d'Inghilterra. Come potevano esserci due regine? Caterina alzò le spalle: forse che ciò la riguardava? Altrettanta indifferenza incontrò l'avvertimento che tanta ostinazione irritava il re. Caterina rispose che preferiva disobbedire al re piuttosto che a Dio. E di fronte alla minaccia che il re le avrebbe confiscato i beni e, peggio ancora, avrebbe trattato duramente la figlia a causa della scortesia della madre, dichiarò che né la figlia, né le proprietà, né qualunque altra avversità e dispiacere potesse venirle, l'avrebbero indotta a cedere in quella causa e a mettere a repentaglio la sua anima. 
L'indomani, quando le presentarono il verbale da firmare, cancellò con la penna le parole Princess Dowager e dichiarò che avrebbe preferito essere moglie di un povero mendicante ed essere certa della salvezza, piuttosto che regina del mondo intero. In ogni caso Caterina non aveva perduto il suo acume. Se, come asserivano, lei non era la moglie del re, non poteva neppure essere annoverata tra i sudditi di Enrico VIII. A tale osservazione si sarebbe potuto rispondere che re Enrico aveva potere su di lei in quanto vedova di suo fratello; ma non era facile insistere su questo punto di fronte a una principessa di sangue reale di una potenza straniera. 

Tumultuosi eventi avvenivano in Inghilterra nella primavera di quell'anno: liberi da imposizioni straniere, il re e Cromwell poterono dedicarsi alla riorganizzazione della struttura ecclesiastica del paese. Nel marzo 1534 il papa finalmente emise sentenza favorevole a Caterina, dichiarando che il matrimonio con Enrico era sempre stato ed era tuttora valido. Il re naturalmente la ignorò. Come la bolla del luglio precedente, anche questa volta la decisione del papa poco giovava a Caterina. Le erano stati riconosciuti i suoi diritti, ma chi li avrebbe fatti rispettare? 

L'imperatore era impegnato a difendere i suoi domini dalla minaccia di Solimano il Magnifico. Re Francesco non aveva nessuna intenzione di immischiarsi nelle faccende inglesi. Clemente VII morì sei mesi dopo aver dichiarato valido il matrimonio di Caterina.

L'anno seguente, quando il suo successore Paolo III (Alessandro Farnese) suggerì che la Francia imponesse il rispetto della sentenza pontificia con le armi, Francesco I per tutta risposta propose invece di dare la principessa Maria in sposa al suo terzo figlio. Il che non era esattamente la stessa cosa.

Poco prima della nascita di Elisabetta, la regina Caterina era stata trasferita a Buckden, residenza del vescovo di Ely, nello Huntingdonshire. Non era una sistemazione sgradevole: il palazzo consisteva di un vasto edificio centrale, costruito nel secolo precedente, con una bella torre e ampi appartamenti; c'erano spaziosi alloggiamenti per la servitù. Un fossato correva tra la torre e la vicina chiesa, elemento che probabilmente aveva giocato nella scelta della residenza; al di là si stendeva un piccolo parco. La nuova dimora non recò alcun conforto a Caterina, che alla prima occasione ribadì il suo sdegnato rifiuto del titolo che si voleva imporle. 

Nel dicembre 1533 Suffolk la trovò ferma come sempre sulle sue posizioni. Ma quale risonanza poteva avere la sfida proveniente da quel microcosmo lontano dalla corte, rispetto all'ondata di nuove leggi che in quel periodo venivano approvate? Di quelle leggi la più gravida di conseguenze per il paese fu il cosiddetto Atto di Supremazia (approvato da Enrico VIII venne successivamente abrogato da Mary nel 1554 e reintegrato da Elisabbetta I nel 1559) che riconosceva il sovrano inglese come capo supremo della Chiesa d'Inghilterra.

"Albeit the king's majesty justly and rightfully is and ought to be the supreme head of the Church of England, and so is recognized by the clergy of this realm in their in their convocation, yet nevertheless for corroboration and confirmation thereof, and for increase of vietue in Christ's religion within this realm of England, and to repress and extirp all errors, heresies, and other enormities and abuses hereto fore used in the same; be it enacted by authority of this present Parliament, that the king our sovereign lord, his heirs and successors, kings of this realm, shall be taken, accepted; and reputed the only supreme head in earth of the Church of England, called Anglicana Ecclesia; and shall have and enjoy, annexed and united to the imperial crown of this realm, as well the title and style thereof, as all honours, dignities, pre-eminences, jurisdictions, privileges, authorities, immunities, profits, and commodities to the said dignity of supreme head of the same Church belonging and appertaining; and that our said sovereign lord, his heires and successors, kings of this real have full power and authority from time to time to visit, repress, redress, reform, order, correct, restrain, and amend all such errors, heresies, abuses, offences, contempts, and enormities, whatsoever they be, which by any manner spiritual authority or jurisdiction ought or may lawfully be reformed, repressed, ordered, redressed, corrected, restrained, or amended, most to the pleasure of Almighty God, the increase of virtue in Christ's religion, and for the conservation of the peace, unity, and tranquillity of this realm; any usage, custom, foreign law, foreign authority, prescription, or any other thing or things to the contrary hereof notwithstanding.  The Supremacy Act, 1534"

Tuttavia, dal punto di vista della regina Anna, della regina Caterina e della principessa Maria, più immediate e rivoluzionarie conseguenze ebbe l'Atto di Successione, la cui terza versione, per simbolica coincidenza, reca la data 23 marzo 1534, la stessa del decreto papale in favore di Caterina. Costretti a giurare obbedienza alla nuova legge, i sostenitori del vecchio ordine sarebbero venuti a trovarsi in grave difficoltà.
L'Atto di Successione stabiliva formalmente la validità del matrimonio tra re Enrico e la regina Anna e il diritto dei loro eredi legittimi alla successione. Neppure ora la principessa Maria era esplicitamente definita illegittima, anche se i termini dell'Atto sembravano indicarlo. L'omissione era forse una precauzione dettata dal senso pratico di Cromwell: era prudente non sottovalutare l'elevato tasso di mortalità infantile e d'altro canto non conveniva danneggiare le prospettive matrimoniali di Maria sul mercato europeo. Il valore di una figlia naturale era dopo tutto di gran lunga inferiore a quello di una figlia senza altre qualifiche aggiunte. Ciò non toglie che la legge privasse di fatto Maria del titolo di principessa, come privava sua madre di quello di regina. 

Nel maggio del 1534 l'arcivescovo Lee di York e il vescovo Tunstall di Durham si recarono a Buckden per sottoporre il giuramento all'ex regina. Caterina, risoluta come sempre, per tutta risposta lesse il verdetto del papa. I due prelati ne uscirono non solo esausti, ma oltremodo seccati dalle solite recriminazioni e proteste riguardo al divorzio, ripetute da Caterina. Il re si era risposato. Ora era a capo della Chiesa d'Inghilterra. Stancamente cercarono di farle capire che le conveniva adattarsi alla posizione di vedova del principe Arturo. Ma per Caterina, che non aveva altro cui pensare la questione restava viva e dolorosa.

Quanto alla sicurezza personale di Caterina, quali che fossero i timori spesso espressi da Chapuys, non si può pensare che il re meditasse di farle del male, considerando anche il fatto che la sua salute, nel gennaio 1534, era già decisamente preoccupante. Con la morte di Caterina la situazione avrebbe preso tutt'altra piega. Ma c'erano altri per cui la situazione stava prendendo una piega assai più pericolosa. In caso di bisogno l'Atto di Successione poteva trasformarsi in una vera e propria trappola mortale. Il rifiuto di prestare il giuramento che l'Atto richiedeva prevedeva la pena della detenzione a vita, ma se veniva provato che qualcuno era andato oltre, negando che il re fosse a capo della Chiesa, per costui c'era la condanna a morte. Negare al re il titolo che ora gli competeva, infatti, era considerato alto tradimento. Nella trappola caddero parecchie persone e intere comunità religiose che rifiutarono di giurare. 

Tra maggio e giugno dell'anno seguente numerose persone furono condannate a morte. Il gesto del papa, che nominò cardinale il vescovo Fisher quand'era in carcere, fece infuriare il re: il vescovo fu decapitato il 22 giugno. Il 6 luglio toccò a Tommaso Moro. Quell'ondata di esecuzioni, talvolta particolarmente barbare non fece che accrescere l'impopolarità della donna che nella immaginazione popolare ne era la vera responsabile: Anna Bolena. 
Caterina si trovava ora al castello di Kimbolton, nei pressi di Huntingdon, dove era stata trasferita dopo il soggiorno a Buckden. Ma l'esilio impostole dal re e le precarie condizioni di salute l'avevano privata di ogni peso politico: Caterina non era più il simbolo attorno al quale si raccoglievano le opposizioni, in patria come all'estero. Il castello di Kimbolton era stato costruito solo sessant'anni prima dalla vedova del primo duca di Buckingham, ma si trovava in stato di grave abbandono; Caterina non avrebbe voluto esservi trasferita.

Non tutti i contatti con il mondo esterno erano cessati. I due medici di Caterina, oltre a occuparsi della sua salute, mantenevano occasionali contatti epistolari con Chapuys. Ma il tenore di vita di Caterina era drasticamente mutato: era sempre vissuta in ambienti e con abitudini regali, ora si trovava in una situazione che ricordava piuttosto l'esistenza in un convento. Degli splendidi oggetti che un tempo la circondavano rimanevano quelli di carattere religioso. I suoi magnifici gioielli erano da tempo passati ad Anna Bolena; nell'oratorio, la sua stanza più privata, vi erano statue di santa Barbara, santa Margherita con la corona e la croce, santa Caterina con la ruota e un crocifisso di fattura spagnola. Solo l'acquasantiera d'argento istoriato, con le iniziali H e C incise sotto una corona reale, ricordava la gloria passata e i tempi del matrimonio. Tutto ciò era tollerabile. La vera sofferenza per Caterina stava nel rinnovato divieto di vedere la figlia, anche quando Maria era malata. Chapuys non ebbe mai il permesso di visitare la sua regina. 

Nel luglio 1534, preoccupato per la salute di Caterina, l'ambasciatore decise di farle visita comunque. Radunati un centinaio di spagnoli partì per Kimbolton. Ignorando il messaggio del re che gli ordinava di desistere, si fermò solo quando Caterina lo invitò a obbedire all'ordine del re. Tuttavia una trentina di persone della compagnia continuarono il viaggio. Chapuys nel frattempo rientrava a Londra con quanta più ostentazione possibile, perché tutti vedessero che l'ambasciatore spagnolo aveva tentato invano di raggiungere la regina Caterina. Aveva tuttavia preferito mantenere un'apparenza di rapporti cortesi con il re per l'eventualità in cui una visita alla regina divenisse veramente urgente e necessaria. Quella occasione venne diciotto mesi più tardi. 

Per tutto l'autunno del 1535 le condizioni di Caterina andarono peggiorando. A Natale sembrava non vi fossero più speranze. Il 31 dicembre, infine, sir Edmund Bedingfield da Kimbolton informò Thomas Cromwell che la principessa vedova di Galles si trovava in grave pericolo di vita: il medico temeva che, anche se vi fosse stata una breve ripresa, la fine fosse ormai vicina. Il medico aveva visto giusto: Caterina ebbe una breve ripresa all'inizio del 1536, che le consentì di ricevere il fedele Chapuys e la vecchia amica Maria de Salinas, che erano accorsi a Kimbolton. A Caterina non bastarono le forze per scrivere di suo pugno l'ultima lettera al re: la dettò a una delle sue dame. Fino all'ultimo, ebbe a cuore la salute spirituale del marito.

"My most dear lord, king and husband, the hour of my death now drawing on, the tender love I owe you forceth me, my case being such, to commend myself to you, and to put you in remembrance with a few words of the health and safeguard of your soul which you ought to prefer before all worldly matters, and before the care and pampering of your body, for the which you have cast me into many calamities and yourself into many troubles. For my part, I pardon you everything, and I wish to devoutly pray God that He will pardon you also. For the rest, I commend unto you our daughter Mary, beseeching you to be a good father unto her, as I have heretofore desired. I entreat you also, on behalf of my maids, to give them marriage portions, which is not much, they being but three. For all my other servants I solicit the wages due them, and a year more, lest they be unprovided for. Lastly, I make this vow, that mine eyes desire you above all things. Katharine the Quene. (Ultima lettera di Caterina D'Aragona ad Enrico VIII, 7 Gennaio 1536)

La lettera cominciava con il tono della moglie che ammonisce il marito: "Mio carissimo signore, mio re, Mio sposo, nell'avvicinarsi dell'ora della morte... per l'amore che Vi porto non posso fare altro che supplicarvi che pensiate alla salute dell'anima Vostra, la quale dovreste anteporre a qualsivoglia urgenza del mondo e della carne. Per le quali invece avete gettato me in grandissime afflizioni e voi medesimo in grandissime sventure."
Chi può biasimarla per il tono della lettera? Era troppo tardi perché la collera del re potesse toccarla, perché ella dovesse piegarsi all'ordine di non scrivere, di non informarsi della sua salute. "Vi perdono ogni cosa", dettò Caterina, "e prego Iddio di fare altrettanto." Quindi raccomandava al re Maria supplicandolo di essere per lei un buon padre. Anche il destino delle damigelle che le erano rimaste le stava a cuore: a loro spettava una dote; desiderava inoltre che tutti i suoi servitori ricevessero un anno di stipendio in più del dovuto. Era nella natura di Caterina rivolgere al re simili richieste: una donna sposata non poteva fare testamento, ma semplicemente proporre suppliche al marito. La chiusa è commovente: "Infine, giuro che i miei occhi desiderano posarsi su di Voi più che su ogni altra cosa. Addio." 

La ripresa fu breve. Il dolore le impediva di mangiare e di bere. Riuscì tuttavia a dire a Chapuys quanto gli era grata della visita: le sarebbe stato di gran conforto morire nelle sue braccia e non del tutto abbandonata. Parlarono più di due ore. Quando ripartì per Londra, la mattina del 6 gennaio, Chapuys confidava che Caterina, se pur per breve tempo, si sarebbe ripresa. Quella stessa sera, invece, vi fu una ricaduta. La sera, Caterina riuscì ancora a pettinarsi e legarsi i capelli da sola. Giunse finalmente anche quella fredda alba d'inverno: la regina ricevette i sacramenti. La sua fibra resistette ancora fino alle due. Quindi rese l'anima a Dio. 

Era il 7 gennaio 1536. Caterina aveva da poco passato i cinquant'anni. Morì tra le braccia di Maria de Salinas, che le era stata accanto nei giorni infelici di Enrico VII, in quelli gloriosi del matrimonio con Enrico VIII e in tanti altri, ore sempre meno serene, sempre più penose. A vegliare il corpo nella cappella di Kimbolton, insieme a Maria de Salinas, furono le tre dame che le erano rimaste. Subito si sparse la voce che il re l'aveva fatta avvelenare. Era inevitabile che accadesse, considerando che negli ultimi anni buona parte della corrispondenza tra Chapuys e la corte imperiale esprimeva timori per la sicurezza personale di Caterina. Tutto ciò rientrava nel costume del tempo: la morte dei personaggi di rilievo la cui scomparsa avrebbe fatto comodo a qualcuno era sempre accompagnata da sospetti del genere. In questo caso, tuttavia, l'accusa è assurda per il carattere di Enrico VIII. Il veleno gli ripugnava, era il metodo che non si confaceva al suo carattere: per togliere di mezzo chi osava sfidare la sua volontà Enrico ricorreva alla mannaia e al capestro delle esecuzioni pubbliche, preceduti, se possibile, dall'ammissione di colpevolezza e dal pentimento del colpevole. 

L'autopsia condotta sul cadavere dal candelaio del castello (cui ufficialmente competeva tale compito) rivelò una grossa escrescenza nera sul cuore, tutti gli altri organi apparivano sani e normali. Enrico non ne fu molto turbato. Il re decise che gli abiti di Caterina non sarebbero andati al convento francescano prediletto dalla regina. Né consentì che essi provvedessero al funerale. Quanto alla sepoltura nella cattedrale di St Paul (dove Caterina aveva sposato Arturo, che Enrico formalmente continuava a considerare suo sposo), sarebbe costata troppo. Infine, il re rifiutò di onorare ogni disposizione di Caterina fino a che non avesse visto com'erano abiti e pellicce. Gli asciugamani di fine lino d'Olanda, bordati di frange d'oro e di seta, furono consegnati al re; stessa destinazione ebbero il resto della biancheria di pregio e un tavolo ricoperto di velluto nero con borchie dorate. Una cassa di taglieri di legno, uno scrigno foderato di raso cremisi e ancora vari effetti della principessa vedova di Galles furono consegnati alla regina.

Per la sepoltura di Caterina, che avvenne finalmente tre settimane dopo la morte, il re scelse la bella e antica cattedrale di Peterborough, a circa trentacinque chilometri di distanza dal castello di Kimbolton. Durante il viaggio, il corteo funebre sostò per una notte all'abbazia di Sawtrey. Oltre a costare meno, il funerale avrebbe avuto meno risonanza lassù che non a Londra; ciò nonostante la gente accorse lungo tutto il percorso ad assistere al passaggio della regina Caterina. 

Il re aveva designato a seguire il feretro nel ruolo di prima e seconda piangente la più giovane delle due figlie di sua sorella Maria, Eleonor Brandon, e la giovane matrigna di questa, Katherine, ora duchessa di Suffolk, che era figlia di Maria de Salinas. Furono inoltre chiamati a partecipare al corteo numerosi poveri vestiti di nero, con il cappuccio calato sugli occhi e torce in mano, perchè la cerimonia avesse l'imponenza che il rango della defunta richiedeva. Era il funerale che spettava a una principessa di Galles, non a una regina. Per questo motivo Chapuys rifiutò di partecipare. Caterina fu sepolta sul lato nord-ovest del transetto. Chapuys scrisse all'imperatore: ecco a cosa si riducevano "i grandi splendori e l'incredibile magnificenza" con cui gli inglesi fingevano di aver voluto onorare la memoria della regina.

Di tutte le mogli di Enrico VIII, Caterina desta la maggiore compassione. Storicamente venne sempre descritta come una donna di mezza età, pia e gentile che tollerava le infedeltà del marito compreso il non facile compito di accettarne il figlio illegittimo e da allontanare quando scoppiò la passione verso Anna Bolena. Tuttavia questa rappresentazione trascura lo spirito testardo di Caterina, la sua ostinazione che la portò a rifiutare categoricamente di mettersi da parte. Caterina non dimenticò mai di essere la figlia di due grandi monarchi, Isabella e Ferdinando d'Aragona, e neppure la comprensione per la necessità di avere un erede maschio la spinse a cedere. Nonostante la sua pietà e la sua ortodossia fu responsabile della Riforma in Inghilterra.

Nessuna donna, prima o dopo, ha mai causato, seppur involontariamente, un simile cambiamento storico.

FINE

--------------------------

C E' ORA LA VITA E LA LOTTA DI ELISABETTA E MARIA TUDOR
(VEDI ELISABETTA I - E LA DATA DI TUTTI GLI EVENTI > > >

 

di  Simonetta Leardi

Bibliografia:
A. Fraser "Le sei mogli di Enrico VIII".
M.M. Rossi "Storia dell'Inghilterra", III vol, Sansoni ed. -  Firenze 1953. 
Storia Universale di Cambridge, Garzanti ed. VII vol
Stralci di articoli e enciclopedie varie.

PER RITORNARE ALLA TABELLA
USATE SEMPRE IL BACK