IPAZIA D'ALESSANDRIA 
filosofa, scienziata

Se chiedete a chi ha visto nelle Stanze Vaticane "La scuola d'Atene" di Raffaello
dov' è rappresentata una donna, molti non vi saprebbero rispondere e forse
qualcuno direbbe "cosa una donna nei filosofi ?"


invece eccola qui !!!!
IPAZIA, la martire del libero pensiero !!! 


Raffaello la inserì nel famosissimo affresco
Unica donna presente
ed è anche l'unico personaggio che rivolge lo sguardo all'osservatore.
( L'affresco che misura m. 7,70 x 5,00, Ipazia vi appare a grandezza naturale )
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LA SUA CULTURA UMILIO' IL MONDO MASCHILE.
E IL VESCOVO DISSE:
"SIA LAPIDATA A MORTE !!!! "
"FATE TACERE QUELLA DONNA !!!!"

"Ma quanto diverso sarebbe stato il nostro mondo
se non fossero stati messi a tacere tanti
spiriti liberi, come IPAZIA"

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Nata nella seconda metà del quarto secolo,
avviata dal padre, rettore del Museo di Alessandria,
stimato saggio, a capo della scuola della città,
Ipazia al sapere, alla cultura, alla spiritualità della vita,
sacrificò la sua bellezza, la sua giovinezza, in cambio della saggezza.

Ben presto divenne musa,
della matematica, delle scienze, dell'astrologia,
acuta divulgatrice, di Platone dell'ellenica filosofia,
alla morte del padre, della scuola prese le briglia,
con grazia rivolgeva a chiunque il suo verbo, e tutti ad ascoltare.

Amata, rispettata, chi da lei, traeva la conoscenza.
Odiata, disprezzata, chi in lei vedeva irriverenza.
E al cristianesimo con la sua nascente potenza,
in quella vergine pagana, vedeva una pericolosa concorrente.

Cirillo dalla chiesa fatto santo, vescovo della città,
della donna decretò la morte, con la più bieca atrocità.
Povera martire pagana, torturata, fatta a pezzi, bruciata nell'Agorà,
come la sua amata biblioteca, in fumo se n'è andata
(By Seilion)

( da http://selion1.blogspot.it/2012/07/poesia-ipazia-dalessandria.html )

Non sono poi tante le donne che hanno avuto la possibilità di distinguersi nella scienza (e purtroppo non solo nella scienza), considerata, fino a non molto tempo fa appannaggio esclusivo del mondo maschile. Molte hanno dovuto pagare con la vita questa loro passione, quasi fosse una colpa della quale vergognarsi: una donna che con le sue ricerche potesse superare o peggio inficiare i risultati ottenuti dai colleghi maschi, era ritenuta una presuntuosa da relegare in un angolo. 

Fra queste non si può dimenticare IPAZIA, vissuta ad Alessandria d'Egitto fra la fine del IV e l'inizio del V secolo. Non che Ipazia si fosse avvicinata da sola agli studi scientifici; fu il padre TEONE ad indirizzarla su questa via, come lui stesso ci tramanda; nell'intestazione del III libro del suo commento al Sistema matematico di Tolomeo, troviamo scritto: "Commento di Teone di Alessandria al terzo libro del Sistema matematico di Tolomeo. Edizione controllata dalla filosofa Ipazia, mia figlia".

Ipazia grande studiosa di matematica dunque, ma, ed è questo l'aspetto più significativo, anche insegnante; ci dice Filostorgio "Introdusse molti alle scienze matematiche" si buttava sulle spalle il tribon – (come ce la raffigura Raffaello) il mantello dei filosofi – e se ne andava in giro per Alessandria a spiegare alla gente cosa volesse dire libertà di pensiero, l’uso della ragione.

Numerose altre testimonianze ci attestano addirittura di sue opere autografe, purtroppo però ora scomparse. Pare comunque che una delle discipline in cui Ipazia seppe distinguersi di più fosse l'astronomia.
Ancora Filostorgio e poi Suda, ci informano di interessanti scoperte compiute dalla donna a proposito del moto degli astri, scoperte che ella rese accessibili ai suoi contemporanei con un testo, intitolato Canone astronomico.

Ma Ipazia fu anche filosofa molto apprezzata: Socrate Scolatico parla di lei come della terza caposcuola del Platonismo, dopo Platone e Plotino. Damascio ci spiega come seppe passare dalla semplice erudizione alla sapienza filosofica. Pallada poi, in un epigramma, tesse uno degli elogi più belli all'indirizzo di Ipazia:
"Quando ti vedo mi prostro, davanti a te e alle tue parole, vedendo la casa astrale della Vergine, infatti verso il cielo è rivolto ogni tuo atto Ipazia sacra, bellezza delle parole, astro incontaminato della sapiente cultura".

Come, a ragione, nota Gemma Beretta (Ipazia d'Alessandria, Editori Riuniti) è nel terzo verso che si concentra tutto il senso dell'attività di Ipazia: "Verso il cielo è rivolto ogni tuo atto", ad indicare da un lato l'amore per l'astronomia, dall'altro la tensione filosofica. Così prosegue la Beretta:
"Quando tracciava una nuova mappa del cielo, Ipazia stava indicando una traiettoria nuova - e insieme antichissima - per mezzo della quale gli uomini e le donne del suo tempo potessero imparare ad orientarsi sulla terra e dalla terra al cielo e dal cielo alla terra senza soluzione di continuità e senza bisogno della mediazione del potere ecclesiastico [...]. Ipazia insegnava ad entrare dentro di sé (l'intelletto) guardando fuori (la volta stellata) e mostrava come procedere in questo cammino con il rigore proprio della geometria e dell'aritmetica che, tenute l'una insieme all'altra, costituivano l'inflessibile canone di verità". 

Ma scienza e filosofia non devono poi considerarsi discipline separate, come si ricorda anche in Roma al femminile, a cura di Augusto Franchetti, ed. Laterza: "Ipazia […] è maestra di filosofia neoplatonica, una disciplina dove convergevano anche studi di matematica e di geometria, al punto che la stessa Ipazia avrebbe inventato anche macchine come un astrolabio piatto, un idroscopio e un aerometro".

Ipazia poi, anche guida spirituale; uno dei suoi più affezionati discepoli, tale Sinesio, così le scrisse, ormai vinto dalla malattia: "Detto questa lettera dal letto nel quale giaccio. Possa tu riceverla stando in buona salute, o madre, sorella e maestra, mia benefattrice in tutto e per tutto, essere e nome quant'altri mai onorato!".
E le parole con cui prosegue, sono comprensibili solo alla luce di una completa comunione d'anime fra lui e la "maestra pagana", al di sopra di ogni credo e di ogni ideologia, se si considera che Sinesio divenne poi vescovo cristiano di Cirene: "E se c'è qualcuno venuto dopo che ti sia caro, io debbo essergli grato poiché ti è caro, e ti prego di salutare anche lui da parte mia come amico carissimo. Se tu provi qualche interesse per le mie cose, bene; in caso contrario, non importano neanche a me".

La vita di Ipazia cominciò ad essere scritta circa vent'anni dopo la sua morte, avvenuta per assassinio nel 415 dopo Cristo. I primi ad occuparsi di lei furono due storici della Chiesa: Socrate Scolastico e Filostorgio.

Ottant'anni dopo, Damascio di Damasco tornò a riproporre la sua biografia. Quando Socrate e Filostorgio scrissero le loro opere, molti dei responsabili della morte della filosofa erano ancora vivi: i due quindi rischiarono davvero grosso, accusando tutt'altro che velatamente Cirillo (allora Vescovo di Alessandria) di quel truce delitto.

Filostorgio, in particolare, attesta che se i cristiani colti e ormai al margine dell'ortodossia vedevano di buon occhio Ipazia, altri cristiani invece non la tolleravano proprio e si scagliarono contro di lei fino ad ucciderla. Socrate Scolastico ritorna con vigore sul tema dell'odio e della gelosia:
"Ella giunse ad un tale grado di cultura, che superò di gran lunga tutti i filosofi suoi contemporanei. [...]. Per la magnifica libertà di parola ed azione, che le veniva dalla sua cultura, accedeva in modo assennato anche al cospetto dei capi della città e non era motivo di vergogna per lei lo stare in mezzo agli uomini. Infatti, a causa della sua straordinaria saggezza, tutti la rispettavano profondamente e provavano verso di lei un timore reverenziale". 

"Per questo motivo, allora, l'invidia si armò contro di lei. Alcuni, dall'animo surriscaldato, guidati da un lettore di nome Pietro, si misero d'accordo e si appostarono per sorprendere la donna mentre faceva ritorno casa. Tiratala giù dal carro, la trascinarono fino alla chiesa che prendeva il nome da Cesario: qui, strappatale la veste, la uccisero colpendola con i cocci.
Dopo che l'ebbero fatta a pezzi membro a membro, trasportati questi pezzi al cosiddetto Cinerone, cancellarono ogni traccia di lei nel fuoco"
.

Diversi altri particolari cogliamo poi nella biografia che scrisse Damascio, cento anni dopo la morte della donna. In particolare questo filosofo, di cultura e religione ellenica, si sofferma molto sul tema della verginità. Un episodio è al proposito significativo: un allievo di Ipazia, ci dice Damascio, si era follemente innamorato di lei. Ipazia, accortasi di questa sua passione, gli presentò una delle pezzuole usate dalle donne per il mestruo e gli disse: "Questo, dunque, ami o giovane? niente di bello!!". Damascio poi spiegherebbe, secondo testimonianze posteriori, il significato del gesto di Ipazia: purtroppo però questa parte del suo testo è per noi molto lacunosa.

Ancora sull'invidia di Cirillo ritorna Damascio:
"Una volta accadde che Cirillo, che era a capo della setta opposta, passando davanti alla casa di Ipazia, vedesse che vi era una gran ressa di fronte alle porte, confusione di uomini e di cavalli, gente che si avvicinava, che si allontanava, che ancora si accalcava; avendo chiesto cosa fosse quella moltitudine e di chi la casa presso la quale c'era quella confusione, si sentì rispondere da quelli del suo seguito che in quel momento veniva salutata la filosofa Ipazia e che quella era la sua casa. Saputo ciò, egli si rose a tal punto nell'anima che tramò la sua uccisione in modo che avvenisse al più presto, uccisione tra tutte la più empia".
"Sia lapidata a morte !! "
"La donna impari in silenzio !! "
" Fate tacere quella donna!! "

I meriti di Ipazia furono molti. Secondo Socrate Scolastico e Damascio, con Ipazia si era finalmente realizzata nel mondo la mitica "politeia" in cui erano i filosofi a decidere le sorti della città.
Ipazia fece ritornare ad Alessandria la filosofia. 

Il pensiero platonico però, assunse con lei una configurazione nuova: in particolare, secondo Socrate Scolastico, Ipazia non apparteneva alla schiera di quei filosofi che "spiegano le opere di Platone e di Plotino". Ella "ereditò la scuola platonica che era stata riportata in vita da Plotino, e spiegava tutte le scienze filosofiche a coloro che lo desideravano".
Ipazia affiancava, dice Beretta, "ad un insegnamento esoterico un insegnamento pubblico, simile a quello dei sofisti moralizzatori del I secolo".

Caratteristica di Ipazia fu dunque la generosità con cui tramandava il suo sapere a quanti stavano attorno a lei. Ella non riservava la conoscenza per sé e per pochi eletti, ma con estrema liberalità la dispensava agli altri.
Damascio riferisce, in base alle testimonianze ottenute, che "la donna, facendo le sue uscite in mezzo alla città, spiegava pubblicamente, a chiunque volesse ascoltarla, Platone o Aristotele o le opere di qualsiasi altri filosofo".

Ipazia era molto amata per questo dal popolo e ciò le conferiva una grande autorità. Così scrive Socrate Scolastico: "A causa della sua straordinaria saggezza tutti la rispettavano profondamente e provavano verso di lei un timore reverenziale".
Fa eco Damascio: "Poiché tale era la natura di Ipazia, era cioè pronta e dialettica nei discorsi, accorta e politica nelle azioni, il resto della città a buon diritto la amava e la ossequiava grandemente e i capi, ogni volta che si prendevano carico delle questioni pubbliche, erano soliti recarsi prima da lei".
Non solo il popolo dunque la venerava, ma anche molte delle autorità della cittadine.

Con la morte di Ipazia, si potè considerare distrutta una delle più esemplari comunità scientifiche di ogni epoca. Quello che è strano però, è che nessuno, poi, si sia proclamato suo allievo. Nessuno filosofo si dichiarò suo erede. Probabilmente, ipotizza la Beretta, i motivi vanno ricercati nel fatto che Cirillo, considerato dalle fonti principali il responsabile del suo assassinio, "detenne la carica di vescovo della città per i successivi 29 anni (egli, infatti, morì nel 444), nel corso dei quali era diventato l'episcopo più potente e temuto di tutto l'impero d'Oriente".

Ma perché Cirillo odiava tanto Ipazia? Certo, l'invidia (phthonos) per la considerazione e la notorietà che questa donna aveva raggiunto nella sua città giocò un ruolo notevole. Ma le cause del rancore del vescovo di Alessandria contro la nostra filosofa hanno una radice ben più politica e religiosa. Nel 391 dopo Cristo, Teodosio aveva proclamato il Cristianesimo religione di stato. 

Nel 392 fu promulgata anche una legge speciale contro i culti pagani. I cattolici dell'impero romano d'oriente potevano contare quindi sul pieno appoggio del potere temporale, dopo anni passati a professare la loro fede nei recessi delle catacombe. Evidentemente alcuni cristiani, fortunatamente pochi, potendo finalmente divulgare in modo aperto il loro credo, ripagarono i pagani dei torti subiti con altra violenza.

Cirillo addirittura arrivò ad arruolare dei monaci, torme di uomini, spesso analfabeti, "che vagavano di città in città....", scrive Silvia Ronchey nel saggio Ipazia, l'intellettuale, che fa parte del citato Roma al femminile "...pieni d'odio sociale non solo contro i pagani ma contro il mondo civile in genere".

"Sono costoro",
ha scritto Evelyne Patlagen, "che spingono l'impassibilità ascetica alla sovversione". Suida non esita a definirli "esseri abominevoli, vere bestie".
Il clima sociale di Alessandria d'Egitto era dunque, a cavallo fra quarto e quinto secolo, molto instabile. La comunità cristiana era la più forte e teneva a far valere - con ogni mezzo - questo suo potere.

Cirillo rappresentava il massimo del potere ecclesiastico, ma Ipazia era il fulcro della cultura, occupando la prestigiosa cattedra di filosofia: "Dopo la morte di suo padre ne aveva ereditato l'insegnamento," annota la Ronchey "ed era un insegnamento estremamente illustre, poiché derivava dal grande neoplatonico Plotino. Le successioni dei professori di filosofia venivano registrate in città come la successione dei vescovi".

Ma il vescovo cristiano doveva avere il monopolio della 'parrhesia' (libertà di parola e di azione; ndr)" ha scritto Peter Brown, proponendo, per quanto riguarda Ipazia, un sillogismo molto chiaro: "Se nella fase di passaggio dal paganesimo al cristianesimo i compiti del filosofo e del vescovo vengono a sovrapporsi, che cosa fa il vescovo, se non eliminare il filosofo?".

La Ronchey non si accontenta di questa spiegazione e va oltre: "Gli elementi in conflitto non sono tanto paganesimo e cristianesimo, quanto le classi dirigenti (locale e romana), le categorie sociali (antica aristocrazia, nuova "burocrazia" ecclesiale), i bellicosi gruppi etnici, nel clima d'instabilità che caratterizza il passaggio dei poteri e l'instaurarsi del cristianesimo nella vita e nelle strutture cittadine del tardo impero romano". 

La figura di Ipazia affascinò molto la letteratura di ogni epoca. E se Socrate Scolastico e Damascio lanciarono delle accuse pesanti ai danni di Cirillo, non mancarono autori che difesero spudoratamente il vescovo cattolico. Fra questi Giovanni di Nikiu, che considera il linciaggio della filosofa una meritata punizione (!!!):
"Ipazia ipnotizzava i suoi studenti con la magia e si dedicava alla satanica scienza degli astri".
La parte conclusiva del suo racconto è al proposito molto esplicativa: "Tutta la popolazione circondò il patriarca Cirillo e lo chiamò nuovo Teofilo, perché aveva liberato la città dagli ultimi idoli".

A prescindere dalle prese di posizione degli storici, Cirillo non dovette scontare alcuna pena per l'assassinio di Ipazia. Il monofisismo invece, l'eresia basata sulle sue dottrine, verrà condannato a Calcedonia nel 451. 

Anche Voltaire parla di Ipazia nelle Questions sur l'Encyclopédie (1772), sottolineandone soprattutto l'avvenenza e l'ingiusta condanna. In altri suoi scritti considererà la sua morte "excès du fanatism".
Da Voltaire l'eco di Ipazia rimbalzerà fino all'italiano Vincenzo Monti: "La voce alzate, o secoli caduti,/ Gridi l'Africa all'Asia e l'innocente/ Ombra d'Ipazia il grido orrendo aiuti".

In Gran Bretagna Ipazia non venne dimenticata: l'irlandese John Toland scrisse nel 1720 un saggio intitolato Ipazia, ovvero "la storia di una Dama assai bella, assai virtuosa, assai istruita e perfetta sotto ogni riguardo, che venne fatta a pezzi dal Clero di Alessandria per compiacere l'Orgoglio, l'Emulazione e la Crudeltà del loro Vescovo, comunemente ma immeritatamente denominato "SAN".... Cirillo". 

Non allo stesso modo la pensava evidentemente Lewis, se nel 1721 scrisse La storia di Ipazia, ....assai impudente professoressa di Alessandria: in "Difesa di San Cirillo e del Clero Alessandrino dalle calunnie" di Mr. Toland".

Il Settecento protestante di certo non scordò Ipazia; Gibbon nel Decline and Fall non si risparmiò critiche per il vescovo di Alessandria: "Ipazia fu disumanamente macellata dalle nude mani di Pietro il Lettore e da quelle di una ciurma di selvaggi e implacabili fanatici [...] ma l'assassinio di Ipazia impresse un marchio indelebile sul carattere della religione di Cirillo d'Alessandria". Henry Fielding, in una satira, arriva ad immaginare un fidanzamento fra Ipazia e Giuliano l'Apostata.

Con l'avvento della Controriforma cattolica si cercò di cambiare le carte in tavola, arrivando a mettere in discussione l'attendibilità delle fonti e di conseguenza la responsabilità di Cirillo: nell'Ottocento si scrisse che "Cirillo devesi ritenere pienamente di ogni colpa giustificato da ogni buon credente per essere stato fatto santo dalla chiesa". ( !!!!! ???? )

E non mancò qualche poetessa che romanzò tutta quanta la storia, come la marchesa Diodata Saluzzo Roero, membro dell'Accademia Torinese delle Scienze e dell'Arcadia, che nel suo lungo Ipazia, ossia delle filosofe (1827) presentò la filosofa come martire (!!!!) cristiana: "Languida rosa sul reciso stelo/ Nel sangue immersa la vergin giacea/ Avvolta a mezzo nel suo bianco velo/ Soavissimamente sorridea/ Condonatrice de l'altrui delitto/ Mentre il gran segno redentor stringea". 

Ciò che comunque i più riconobbero e apprezzarono in Ipazia, fu la fedeltà al platonismo e all'ellenismo, come ben spiega Charles Peguy: "Ciò che noi amiamo e ciò che onoriamo è questo miracolo di fedeltà, […] che un'anima sia stata così perfettamente in accordo con l'anima platonica e con la sua discendente, l'anima plotiniana, e in generale con l'anima ellenica, con l'anima della sua razza, con l'anima del suo maestro, con l'anima di suo padre, in un accordo così profondo, così intimo, che raggiungeva così profondamente le fonti stesse e le radici, che in un annientamento totale, quando tutt'un mondo, quando tutto il mondo andava discordandosi, per tutta la vita temporale del mondo, e forse dell'eternità, essa sola sia rimasta in accordo, sino alla morte".

 

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Il ritratto di Ipazia che ci è stato tramandato è di persona di rara modestia e bellezza, essa rappresenta il simbolo dell’amore per la verità, per la ragione, per la scienza che aveva fatta grande la civiltà ellenica. Con il suo sacrificio comincia quel lungo periodo oscuro in cui il fondamentalismo religioso tenta di soffocare la ragione e la libertà.
Inizia l'imperatore Teodosio che promulgò nel 380 l'editto di Tessalonica, con il quale il credo niceno diveniva la religione unica e.... obbligatoria dello stato.
Oltre alla soppressione del paganesimo, il fondamentalismo religioso prevedeva la cancellazione delle biblioteche, della scienza e degli scienziati, l’annullamento del libero pensiero, della ricerca scientifica, e perfino l'amore per gli animali, per i fiori e per i vestiti e i prodotti della bellezza femminile, "Non dovevono le donne trasformarsi in lascive rappresentanti di Satana".

E sempre con Teodosio, nel 392 si vietarono anche i Giochi Olimpici, visti come - anche questa - una festa "pagana", ponendo fine a una storia di sport durata più di 1000 anni.
Muore così lo sport, la cura fisica ed estetica del corpo umano, lo svago salutare e spensierato di una moltitudine di gente negli ippodromi di molte città, negli stadi, nelle palestre, frequentate tutto l'anno con altri piccoli "campionati" locali di "selezione" (come oggi).
Chi veramente fa sentire la propria voce contraria a simili manifestazioni e spettacoli negli stadi è qualche vescovo, magari scismatico, come quel Novaziano al quale si attribuisce un trattatello il "De spectaculis", ovvero sugli spettacoli, in cui si ritrovano frasi di questo genere:
" ..... sono ripugnanti queste gare in cui un uomo sta sotto un altro, dove ci si avvinghia in maniera svergognata! Uno può vincere in una simile lotta, ma la decenza ne esce sconfitta".
E poi, ancora:
"Uno salta; un altro lancia con tutte le proprie forze un disco metallico nell'aria: è forse, questo, un cuore? Io dico che é una pazzia..."
.
E aggiunge, con un tocco di severità:
"I nuoni cristiani devono allontanare la vista e l'udito da questi spettacoli privi di contenuto, pericolosi e di cattivo gusto. Sono tutti pagani!".

Con tali censori, che scrivevano e parlavano dai pulpiti, é facile capire il perché della lunga eclissi dell'attività fisico-sportiva in età cristiana antica. Infatti, era il momento in cui si asseriva che migliorare il corpo poteva diventare motivo di peccato, strumenti di Satana!

Nei vari Concili di Cartagine, in quello dell'8 giugno 401 fu decretato la distruzione di tutti gli idoli di pietra, i dipinti, il teatro, la proibizione delle feste pagane (quindi tutta l'arte scultorea pittorica).
Muore anche la musica, che rallegravano le giocose feste campestre dei tanti villaggi (pago=villaggio - pagani=cittadini) considerate spregiativamente pagane, perchè in quelle omaggiavano i vari dei.
(in seguito, le feste le ripresero, molto spesso con le stesse date ma in senso religioso omaggiando i vari santi. (Sagra di S. Martino, Sant'Antonio, Festa di S. Rita, di S. Cristoforo, S. Nicola, S. Gennaro, ecc. ecc.)

Pagani erano anche gli strumenti musicale, e fra questi l'organo (che solo in seguito, riscoprendolo, nel 1300, paradossalmente divenne poi uno strumento da chiesa).

Il teatro gratificava basse passioni. L'arena stimolava istinti bestiali; e la musica e la danza erano delle inseparabile compagne dell'indecenza, perché - predicava Crisostomo - "non danno ristoro alla mente", "eccitano le passioni più basse". Indistintamente erano tutte queste cose "focolai di immoralità".

Nel Concilio del 28 agosto 397: si produsse il canone dei libri sacri cristiani e fu proibito a tutti – vescovi compresi – di studiare sui libri di Aristotele, Platone, Euclide, Tolomeo, Pitagora, etc.
(Non se ne videro più in giro, e solo alcuni - dopo le ultime spedizioni in Terrasanta con le Crociate - riapparvero in Europa nel 1300-1400 - a salvarli e a tradurli erano stati gli Arabi !).

Rimase per un po' di tempo ancora aperta l'Accademia (la famosa "Scuola d'Atene", fondata da Platone nel 387 a.C.) ma ben presto venne osteggiata dai cristiani che la vedevano come un pericolo rispetto alla loro supremazia morale e politica. Ciò causò la chiusura decretata nel 529 dall'Imperatore bizantino Giustiniano. Era sopravissuta anche questa per 916 anni !

E se alle donne doveva essere impedito l’accesso come membri della religione, e pari impedimento l'accesso alla scuola, all’arte, alla scienza, alla letteratura, alla musica, non è che gli uomini erano liberi di farlo, o di avere libertà di pensiero e operare con l’uso della ragione. Dovevano tutti sottomettersi.

E fu così per altri 1400 anni, i cosiddetti "secoli bui". 56 generazioni vissero così nell'ignoranza; nulla sapevano cos'era avvenuto prima.

Il ciclo di tutte le espressioni dell'antica civiltà, era ormai tramontato, e con l'inizio dei "secoli bui" i mali oscuri che portarono quel tramonto continuarono per quasi 1400 anni.... ad alimentare il "buio" nelle menti. Dominò l'apatia, la rassegnazione; fu spenta ogni energia vitale individuale e collettiva. Unico conforto: pregare, indi ubbidire. La sofferenza? era - dicevano i ministri di Dio - solo una perdita temporanea delle gioie terrene, ma esse assicuravano una sicura ricompensa in Cielo.

Le città divenute decrepiti villaggi hanno al loro interno una popolazione rassegnata, abulica, ignorante, ed isolata da altri villaggi e città.

Il guaio è che nell'isolamento la gente non scambia più informazioni, nè riceve patrimoni di conoscenze. Questa miseria materiale e culturale porta irreversibilmente ad una povertà esistenziale, ad una totale involuzione. Tutte le istintive passioni per la lotta esistenziale sono messe a tacere, incanalate nel misticismo, "prega e spera nella vita eterna". Una rassegnazione che porta a vivere solo di speranza, che spegne l'energia vitale, quella individuale e quella collettiva.

Purtroppo "vivere" nella natura umana non é rassegnarsi (sedersi, pregare e aspettare); la rassegnazione é il coraggio ridicolo dello sciocco. Con la rassegnazione non si va da nessuna parte, si resta fermi, sempre più deboli, e sempre più esposti.
Ed è quello che accadde quando queste città e i loro cittadini furono costretti a vivere nella rassegnazione. Senza lotta.

Non avevano altra scelta, si raccolgono attorno all'unica vera autorità esistente: il Vescovo, che diventa l'unico perno dell'organizzazione civile, divenuta interamente religiosa; e lui non é solo un punto di riferimento per l'anima ma anche per il mantenimento del corpo e di quella poca mente rimasta.
Che sia il perno di tutta la comunità ce lo conferma anche la nuova urbanistica. Al centro della città o del villaggio (ex pago ora pieve) c'è ora la chiesa (poi sorgeranno le monumentali e sfarzose cattedrali) e il suo sagrato.
Qui si svolgono tutti i fatti principali della vita comunitaria. Il vescovo è il governatore, il prefetto, il sindaco, il notaio, l'insegnante, il medico taumaturgo, il moralista, il destinatario dei vari balzelli (la decima).
E sempre di più - con i lasciti, dopo aver terrorizzati i moribondi con l'inferno - lui è il beneficiario e il proprietario di grandi possedimenti agricoli, quindi della produzione alimentare.
Sull'uomo, o debole o potente, lui domina, vigila, decide, dalla culla alla bara. Iniziano a redigere gli atti di nascita, di matrimonio, di morte, dispensare i sacramenti, esigere le confessioni, dare le assoluzioni, le indulgenze (spesso pagando), con l'olio santo apre lui le porte del Cielo.
Insomma inizia ad usare l'autorità in tutti i settori.
Per 1400 anni !!! Per 58 generazioni !

Una ventata di libertà e uso della ragione apparve con l'Illuminismo e la Rivoluzione Francese, ma pochi anni dopo con la Restaurazione, si ritornò al medievo....
..... si osteggiarono tutte le idee nuove, si mantenne ancora una volta l'ignoranza nelle moltitudini, si trattò la cultura come nemica.
Ricominciarono come avevano fatto per 1400 anni a far riempire la bocca di preghiere, a elogiare la rassegnazione, a far credere in una fede assoluta, redimibile.
Il clero, stretta l'alleanza fra il trono e l'altare, si prese di nuovo in mano l'educazione pubblica, vigilò su scuole, libri, teatri, accademie e anche dentro le lenzuola; e riteneva NON UTILE alla società alfabetizzare troppo il popolo, e prima di tutto le donne, con la solita frase di (San) Cirillo: "La donna impari il silenzio".
Basterebbe ricordare cosa si scriveva:
""L'istruzione scolastica l'approvo per li giovini nobili destinati a famiglie cospicue, ma quanto a quelle di umile e povero stato, il buon padre di famiglia si contenti che sappiam leggere li figlioli "la vita de' Santi", e nel rimanente attendano a lavorar li campi. ..... In quanto poi l'istruzione estesa perfino alle femmine io non l'approvo, ne so vedere quale utilità ne possa derivare alla società. Che insegnino li madri alle figliuole a filare, a cucire e ad occuparsi di esercizi donneschi. In quanto a leggere, al massimo insegnino loro quanto basta per leggere i libri delle preci" "Trattato dell'educazione politica sociale e cristiana dei figliuoli". 3 volumi di Silvio Antoniano, in uso nelle scuole, allora tutte in mano ai religiosi - - Libro Terzo, pag 264, Milano, MDCCCXXI - 1821 !!!"
E più avanti condannava inoltre " l'uso pernicioso dei libri che pretendon di FARE cultura, anzi dicon essere quelli  "la conoscenza". E' solo il "nostro" insegnamento il veicolo della conoscenza. Quei libri bruciateli!" (!!!).

E non è che più tardi, a quasi inizio '900 si andasse meglio:

Il ministro della P.I. BACCELLI ancora nel 1894 nel fare il programma sulla nuova "Riforma della Scuola" così si esprimeva nel suo preambolo:

"... bisogna insegnare solo leggere e scrivere, bisogna istruire il popolo quanto basta, insegnare la storia con una sana impostazione nazionalistica, e ridurre tutte le scienze sotto una.........unica materia di "nozioni varie", senza nessuna precisa indicazione programmatica o di testi, lasciando spazio all'iniziativa del maestro e rivalutando il più nobile e antico insegnamento, quello dell'educazione domestica; e mettere da parte infine l'antidogmatismo, l'educazione al dubbio e alla critica, insomma far solo leggere e scrivere. Non devono pensare, altrimenti sono guai!"

Per fortuna, dopo aver assaporato un pizzico di libertà - con la reazione, sfidando impiccagioni e galere - con la nuova vera "fede" assoluta nella ragione, dopo pochi anni ripresero le attività intellettuali, rifiorirono quelle artistiche, quelle scientifiche, stimolate dalla libertà, e tutte insieme fecero questa volta i "veri" miracoli con un nuovo spirito.
E lo spirito ha le sue leggi, come la natura; la storia del mondo è la sua storia, è logica viva. Arte, Filosofia, Scienza, Diritto, sono manifestazioni dello spirito, momenti della sua esplicazione. Niente si ripete, niente muore: tutto si trasforma in un progresso assiduo, che è lo spiritualizzarsi dell'idea, una coscienza sempre più chiara di sè, che ha determinato, determina e determinerà una maggiore e - innegabilmente - una migliore realtà.

OGGI IPAZIA SAREBBE CONTENTA DI VIVERE ACCANTO A NOI,
E NOI PURE DI AVERE ACCANTO IPAZIA

Ma quanto diverso sarebbe stato il nostro mondo
se non fossero stati messi a tacere tanti
spiriti liberi, come IPAZIA

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Una delle più belle biografie di Ipazia che ho letto è quella
di ADRIANO PETTA e ANTONINO COLAVITO
con una bella prefazione di MARGHERITA HACH
l'astrofisica e divulgatrice scientifica italiana.
( una IPAZIA del nostro tempo - che recentemente ci ha lasciati )

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