ALBERTO BENEDUCE

Geniale conoscitore e manovratore dei meccanismi finanziari, 
pur non essendo fascista,
lavorò nell'ombra per lunghi anni accanto al dittatore

L'EMINENZA GRIGIA
DI MUSSOLINI 
SALVO' L'ITALIA 
DAL CAOS ECONOMICO

POI FINITO IL FASCISMO......

VEDI A FONDO PAGINA
LA GRANDE ABBUFFATA
la pagina del più grande mistero d'Italia. Un mistero su milioni di miliardi.

 

Cos'è una "eminenza grigia"? La storia recente dell'Italia è purtroppo punteggiata da un numero davvero notevole di misteri irrisolti e forse per questo la cosiddetta "dietrologia" è diventata una delle discipline più frequentate del paese. Un amore forse innato (e sicuramente un po' provinciale) per le teorie dei complotti altro non ha fatto che alimentarne l'uso strumentale. Chi non ha mai sentito parlare di "poteri forti", di "eminenze grigie", di "regie occulte" o di "grandi vecchi"? 

Tanto meglio se questi termini significano tutto e niente, perchè l'alone di mistero che ne deriva trae origine proprio da questa indeterminatezza. In realtà, se andiamo a consultare il dizionario, la definizione di eminenza grigia non ha in sè e per sè una accezione negativa, o esclusivamente negativa, ma tant'è: non è certo un caso che in Italia sia soprattutto ad un personaggio come Licio Gelli (" il burattinaio") che viene di norma affibbiata questa etichetta del "grande vecchio".. 

C'è tuttavia un'altra figura che in Italia è solitamente definita come "eminenza grigia", ed è quella di Enrico Cuccia, il riservatissimo presidente di Mediobanca. Nonostante non abbia mai occupato alcuna carica istituzionale, nelle sue mani si sono spesso concentrati poteri immensi, e la sua influenza - per quanto indiretta - sulla economia italiana è stata talvolta pari se non superiore a quella di un ministro del governo. Nelle mani di Cuccia, che ha fatto della discrezione uno stile di vita (mai in assoluto un'intervista concessa ai giornalisti), sono passati i pacchetti azionari di maggioranza della quasi totalità delle più importanti società italiane; il suo ormai mitico quanto inaccessibile studio di via Filodrammatici a Milano ha visto disegnare le strategie finanziarie di quelle stesse società e comporne nella più assoluta segretezza i conflitti di potere. 

Di origini siciliane, Enrico Cuccia è sposato con una donna dal nome curioso: Idea Socialista. La signora - così pare - è chiamata meno impegnativamente Ida, ma resta egualmente curiosa tanta fede nel socialismo da imporre un tale nome alla figlia, soprattutto se scopriamo che il padre in questione fu uno dei più stretti collaboratori di Mussolini in campo economico e finanziario durante tutto il periodo fascista. L'uomo che sapeva tutto!

Se poi scopriamo che oltre ad essere il suocero di Cuccia ne fu per certi versi il predecessore e per altri una sorta di maestro e di padre spirituale, la cosa si fa doppiamente curiosa. Non solo: Alberto Beneduce (ecco finalmente in scena il protagonista dell'articolo; ma è legittima un po' di suspense quando si fa la conoscenza di una vera eminenza grigia…) fu, quanto a potere e prestigio, un Enrico Cuccia al cubo. Nonostante abbia sempre sostanzialmente operato dietro le quinte, la figura di Beneduce è assolutamente centrale nel panorama della storia economica - e della storia dell'industria italiana tout court - tra le due guerre mondiali, cioè nel primo mezzo secolo (il genero nel secondo)

Nato a Caserta il 29 marzo 1877 da una famiglia di modeste condizioni, Alberto Beneduce studiò discipline matematiche a Napoli, dove si laureò nel 1900. Fino all'avvento del fascismo Beneduce fu apertamente socialista. La sua carriera procedette brillantemente su più fronti: quello politico, quello universitario e quello professionale. 

Nel 1910 fu abilitato alla libera docenza in statistica e demografia e nello stesso anno si vide assegnata una cattedra all'Università di Genova. Nel 1911 Francesco Saverio Nitti, allora primo ministro, lo chiamò a collaborare al progetto di un ente pubblico che gestisse monopolisticamente le assicurazioni sulla vita. L'anno successivo il suo apporto alla nascita e alla organizzazione dell'Istituto Nazionale delle assicurazioni (INA), in qualità di consigliere di amministrazione, fu probabilmente determinante. Seguace di Bissolati, nel 1913 fece parte del comitato elettorale socialista-riformista che lo sosteneva. In questo periodo Beneduce, che aveva nel frattempo aderito alla massoneria, faceva parte del comitato centrale dell'Associazione nazionale del libero pensiero

Nel 1914-15 fu interventista e con Bissolati e Nitti cercò di sostenere le ragioni che i gruppi democratici avrebbero avuto per schierarsi a fianco delle altre grandi democrazie occidentali. Si occupò tra l'altro dei problemi economico-finanziari connessi alle necessità belliche, e collaborò con Stringher, governatore della Banca d'Italia, alla istituzione del Consorzio per sovvenzioni su valori industriali, strumento che si rivelerà di primaria importanza nel sostenere il sistema industriale durante la problematica congiuntura di guerra. Mentre la maggior parte degli aderenti socialisti si era mantenuta su posizioni (per quanto variegate) di neutralità, Beneduce fu volontario in un reparto combattente del Genio.

Inutile dire che vi entrò come ufficiale. Vi uscì del resto già nel 1916, per assumere la carica di amministratore delegato dell'INA. È in questo periodo che la sua collaborazione con Nitti si fa ancora più stretta. Il suo apporto alle politiche economico-finanziarie del governo (particolarmente riguardo ai programmi di ricostruzione post-bellica) risultò importantissimo: è a lui che si deve la concessione della polizza gratuita di assicurazione ai combattenti, e soprattutto l'istituzione dell'Opera nazionale combattenti (ONC) di cui fu anche, inizialmente, il presidente. La funzione principale di questo organismo, nato all'indomani dell'umiliante sconfitta di Caporetto, non era solo quella di rendere più accettabili alle truppe - completamente frustrate sul piano fisico e psicologico - le durissime condizioni della guerra di trincea , ma anche e soprattutto quella di promuovere uno sforzo per una vera ricostruzione alla fine della guerra: si proponeva infatti compiti organizzativi e formativi verso i reduci, e diverse iniziative nel campo delle bonifiche agrarie e dell'assistenza finanziaria. 

Nel novembre del 1919 Beneduce si dimise da amministratore delegato dell'INA e da professore d'università per presentarsi alle elezioni politiche nel collegio di Caserta, schierandosi con il gruppo social-rifomista guidato da Ivanoe Bonomi. Eletto deputato, rappresentò il proprio collegio per due legislature (la XXV e la XXVI), dal 1919 al 1923. Presidente della commissione Finanza e Tesoro della Camera, ebbe una parte importante nella legislazione economica e finanziaria dei governi Nitti e Giolitti.

Politicamente si dimostrò favorevole alla collaborazione con i cattolici guidati da don Sturzo. Il 4 luglio 1921 entrò a far parte del governo Bonomi in qualità di ministro del Lavoro e della Previdenza Sociale, dicastero di recente istituzione. Molto significative furono le contrastanti reazioni seguite alla sua nomina: mentre i nazionalisti lo giudicarono il nemico forse più pericoloso per il fascismo, Mussolini in persona ne lodò pubblicamente le capacità su il Popolo d'Italia (5 luglio 1921). Del resto Beneduce, che come abbiamo visto proveniva da una famiglia di umili condizioni, il prestigio di cui godeva se lo era conquistato sul campo, grazie alle sue capacità, e molto probabilmente anche chi gli era nemico non poteva negarne la competenza tecnica: proprio la sua intelligenza fuori dal comune era ciò che agli occhi dei fascisti lo rendeva maggiormente pericoloso. 

L'esperienza governativa non fu per Beneduce gratificante, se è vero che, insoddisfatto, già nell'ottobre del 1921 presentò a Bonomi le sue dimissioni. Dimissioni che però - questo a riprova del prestigio di cui ormai godeva - non furono accettate: Beneduce concluse dunque il suo lavoro di ministro solo nel febbraio del 1922. Se osserviamo da vicino l'attività politica di Beneduce tra il 1919 e il 1922, notiamo come essa sia decisamente intensa. Ai ruoli ricoperti già menzionati se ne aggiunsero numerosi altri derivanti dalla sua partecipazione a molte diverse commissioni e a incarichi speciali di vario genere. L'elenco degli enti e delle associazioni in cui ricoprì a vario titolo cariche amministrative è davvero lunghissimo. Molto spesso si tratta poi di posizioni di responsabilità. Fu membro del Consiglio superiore di statistica e di quello per l'Istruzione Commerciale, membro del Consiglio superiore del credito, del Consiglio superiore della previdenza e assicurazioni sociali, e del comitato permanente della previdenza e assicurazioni sociali, e membro del Consiglio di amministrazione della Cassa nazionale per gli infortuni sul lavoro.


Fece anche parte del Comitato dell'associazione della Croce Rossa per il soccorso ai malati e ai feriti in guerra. Fu, infine, presidente della Cassa nazionale di previdenza per l'invalidità e la vecchiaia degli operai. Se non sapessimo che tutti questi incarichi, per tacere di quelli secondari, furono una quasi naturale conseguenza del prestigio goduto da Beneduce, saremmo tentati di sospettare una certa qual mania di protagonismo. Al contrario, Beneduce fu sempre maestro di discrezione. In pochi anni egli era riuscito a costruirsi una solida reputazione di uomo al di sopra delle parti, e proprio su questa immagine di imparzialità e di discrezione (nonché, ovviamente, sulle sue grandi capacità professionali) che costruì la sua brillante carriera. 

È strano constatare quanta poca letteratura esista su una figura così importante per la storia dell'economia italiana, degna, per il ruolo centrale che ha avuto, di figurare accanto a personaggi come Einaudi, Vanoni o Mattei, che in effetti godono di ben altra fama. Poco ha giovato a Beneduce, molto probabilmente, proprio questa vocazione all'understatement

Nel 1922, al momento del colpo di stato fascista, Beneduce abbandonò la vita politica e non si presentò alle successive elezioni del 1924, ma continuò sempre a schierarsi con i gruppi democratici in tutte le più importanti occasioni di opposizione al fascismo al quale - inizialmente - sosteneva si dovesse resistere anche con l'uso della forza.

Fu sempre al fianco dei più importanti esponenti progressisti, da Bonomi a Turati ad Amendola, sia prima sia dopo il delitto Matteotti. A proposito del delitto Matteotti, considerato come il vero inizio della dittatura fascista, ricordiamo che fu proprio grazie a Beneduce e al gran maestro della massoneria, Domizio Torrigiani, che l'opposizione antifascista entrò in possesso del noto memoriale di Cesare Rossi e lo stesso Beneduce si prodigò perché questo pervenisse al Re Vittorio Emanuele III, e con esso anche il memoriale Filippelli. 

Quella che possiamo senza alcun dubbio osservare in questo caso è una radicale opposizione al fascismo. Nel maggio 1925, tuttavia, Beneduce fu tra quelli che premettero per un ritorno in aula degli Aventiniani affinché l'opposizione al governo fascista si svolgesse all'interno del Parlamento. Non solo, si faceva strada in Beneduce l'idea che un eventuale collaborazione con i fascisti fosse da prendere in considerazione. Egli in realtà non fu l'unico in quegli anni a sostenere questa possibilità: come molti altri esponenti democratici oscillò spesso tra un giudizio completamente negativo sul fascismo e la speranza che esso rientrasse nei confini della legalità e che dunque fosse opportuno sperimentare con esso una qualche forma di collaborazione. 

Nella seconda metà del 1925, col rafforzarsi del nuovo regime e il frantumarsi dell'opposizione antifascista, Beneduce si distaccò dagli amici noti per antifascismo e con un probabilmente molto ben calcolato silenzio sul nuovo corso della vita politica si dedicò interamente a quelle iniziative pubbliche e private che lo porteranno, di lì a poco, a una stretta collaborazione col regime fascista. Un silenzio, quello di Beneduce, che lascia molto spazio alle libere interpretazioni, o meglio che non ne lascia alcuno, perché nessuno può provare con certezza quali considerazioni abbiano prevalso nelle sue decisioni.

Forse solo una grande ambizione personale, condita da una ben ponderata dose di cinismo politico; forse invece un realismo spinto alle estreme conseguenze di accettare la collaborazione con un regime che altrimenti sentiva di dover decisamente rifiutare, nella speranza di ricavare uno spazio di libertà e di azione il più ampio possibile. Quali che fossero le sue motivazioni, dobbiamo dire che i suoi scopi li raggiunse in pieno, se è vero come è vero che proprio il fascismo lo lanciò in una dimensione ancora più grande ( tanto da diventare, come abbiamo già più volte ripetuto, figura di prima grandezza della storia economica nazionale), e se è vero anche che il suo rapporto con il regime non richiese mai riconoscimenti ufficiali, risolvendosi come vedremo in un rapporto diretto e personale con Mussolini. 

Già dal 1926 dunque Beneduce assunse la presidenza della cosiddetta "Bastogi", che conservava il nome di Società per le strade ferrate meridionali, ma che era in realtà una società di primissima importanza nel settore elettrico. Evidentemente Beneduce non partiva da zero, ma si giovava di una solida esperienza sui problemi finanziari sia interni sia internazionali e soprattutto su una rete di contatti importanti intrecciata negli anni precedenti. Fin dagli inizi egli poté contare sulla amicizia e sull'appoggio di Stringher e del potente Volpi, ministro delle Finanze molto ben introdotto nel mondo bancario.

Nel 1927 Volpi stesso lo incaricò di appoggiare il lavoro dello Stringher per la predisposizione di tutte le lunghe e complicate manovre finanziarie necessarie per attuare la riforma monetaria. Con il famoso "discorso di Pesaro" dell'estate del 1926 Mussolini si era impegnato - per evidenti questioni di prestigio politico - a difendere il cambio della lira. In particolare si volle difendere la cosiddetta "quota 90" rispetto alle sterlina (con grande dispendio di retorica nazionalista, per difendere un cambio che in realtà sopravvalutava il vero valore di mercato della nostra moneta), e ciò costrinse le istituzioni monetarie del Paese a un duro lavoro di adeguamento. Anche in questo caso l'apporto di Beneduce all'elaborazione del provvedimento che fissava a 92,46 il cambio lira-sterlina (21 dicembre 1927) fu decisivo, e lo fu anche per quanto concerne tutte le operazioni collaterali tra le quali la sistemazione del debito fluttuante dello Stato e la definizione degli accordi con le autorità monetarie inglesi e americane.

Comincia dunque in sordina l'ascesa di Beneduce e senza bisogno che questi si esponga mai dal punto di vista politico: con molta probabilità possiamo credere che egli mai fu fascista, tanto è vero che più volte Mussolini resistette alle insistenti pressioni di certi ambienti fascisti che mal tolleravano la persona di Beneduce in così elevati posti di comando. La forza (e quindi il potere) di Beneduce stava nella grande stima che il duce in persona aveva in lui. 
La documentazione storica su questo strano rapporto personale che legava Mussolini a Beneduce è piuttosto carente: non si sa molto sulla natura di questo rapporto ma è certo che la condotta di Beneduce, del resto volutamente circoscritta in ambito puramente tecnico, era improntata ad una lealtà che non lasciava indifferente Mussolini. Ovviamente non è il caso di ricamare troppo attorno alla relazione Mussolini - Beneduce: l'ascesa di quest'ultimo trovava appoggio nel primo ma è altrettanto evidente che essa è determinata dal modo con il quale Beneduce si seppe muovere nel mare turbolento dell'economia italiana, in particolare in occasione della crisi bancaria degli anni Trenta,
 alla cui soluzione egli contribuì in modo a dir poco fondamentale.

Lo sguardo va qui allargato su un orizzonte più ampio: nell'autunno del 1929 il crollo di Wall Street, la borsa più importante del mondo, fa deflagrare una crisi latente, che è crisi dell'economia reale e crisi finanziaria assieme. Tra il 1929 e il 1932 in tutto il mondo si assisterà a un drammatica crollo della produzione industriale (il che, sia detto per inciso, porterà a una progressiva chiusura di stampo autarchico delle singole economie nazionali, e dunque ad un aumento della conflittualità che avrà il suo ruolo nello scoppio della successiva guerra mondiale). Ebbene: nemmeno l'Italia sfuggì alla grande depressione, ma la crisi assunse una forma particolare. Il sistema industriale italiano infatti aveva subìto una forte accelerazione - soprattutto in alcuni settori - con la Prima guerra mondiale grazie alle commesse statali.

VEDI LA RELAZIONE DEL 1936 
 IL RIEPILOGO DELLA GRANDE DEPRESSIONE  - CAUSE - EFFETTI - RIMEDI 

Venute a mancare quelle, a fronte di un mercato ancora poco sviluppato, la crisi da sovrapproduzione era stata quasi automatica. La grande anomalia, in ogni caso, era costituita dall'intreccio tra banche e industrie, anch'esso divenuto più stretto nel periodo 1915-18. Questo "abbraccio perverso" era la conseguenza di un mercato finanziario troppo
contratto e comunque sbilanciato sui titoli di stato: da sempre il grave handicap del capitalismo italiano era (e in parte lo è tuttora) quello di essere un "capitalismo senza capitali". In sostanza accadeva che banche e industrie si controllassero a vicenda: le prime ingerivano nella gestione industriale, mentre i gruppi industriali tentavano di acquisire i pacchetti azionari di controllo delle banche più importanti per utilizzare i depositi dei risparmiatori come fonte di finanziamento.

Questo sistema, comunemente definito di banca mista, aveva in Toepliz, presidente della Banca Commerciale, il più acceso sostenitore. Esso in effetti aveva dato un contributo più che notevole al processo di industrializzazione del Paese, ma già fin nel 1921 il crak della importante Banca Italiana di Sconto (BIS) aveva reso evidente a molti, tra i quali Beneduce, che la banca mista era troppo esposta al rischio di venire coinvolta dall'eventuale crisi dell'industria. Una tale commistione di interessi si rifletteva poi nella composizione dei consigli di amministrazione delle banche e delle imprese controllate (o viceversa): i dirigenti finivano per essere gli stessi e ciò donava una sfumatura ancora più ambigua al quadro generale. Durante tutti gli anni Venti il sistema bancario soffrì visibilmente di questa anomala commistione: oltre alla BIS crollò la Banca Agricola Italiana (1923) e i fallimenti non si contarono. Il Banco di Roma fu invece salvato, sempre nel 1923, per motivi di opportunità politica: era appena caduta la BIS e con essa l'Ansaldo, e inoltre il Banco di Roma avrebbe trascinato con sé moltissimi altri piccoli istituti di credito.

Non ultimo, esso rappresentava gli interessi di molti gerarchi fascisti e dello stesso Vaticano. Le prime risposte alla crisi arrivarono concretamente attorno al 1926, orchestrate dall'attenta regia del solito Beneduce. Dal 1919 egli era presidente del Consorzio di credito per le opere pubbliche (CREDIOP) e dal 1924 dell'Istituto di credito per le opere pubbliche (ICIPU), di cui era stato ispiratore e fondatore. Questi due importanti enti gli avevano consentito di farsi una incomparabile esperienza nel campo del credito industriale. Egli li aveva gestiti entrambi con una filosofia diametralmente opposta a quella di Toepliz, il che, come vedremo, lo porterà in seguito ad un inevitabile conflitto con quest'ultimo.

Nel 1926 la "sezione speciale autonoma" del Consorzio per sovvenzioni su valori industriali venne organizzata nella forma voluta da Beneduce per una gestione autonoma delle operazioni di salvataggio. L'istituto venne così in possesso di numerose partecipazioni azionarie rilevate dalle banche in difficoltà: queste in parte furono nuovamente cedute ai privati, in parte mantenute sino a quando non le passò all' IRI, la grande invenzione di Beneduce che diventerà realtà qualche anno più tardi. Nel 1929 infatti, la caduta dei corsi azionari aveva danneggiato soprattutto quelle banche - la Commerciale, il Credito Italiano, il Banco di Roma - che più di altre partecipavano della proprietà di imprese industriali da loro stesse finanziate coi depositi.

Dal 1930 al 1933 la crisi andò progressivamente peggiorando, dimostrando una volta per tutte che il sistema della banca mista era giunto all'epilogo. Inoltre, nel tentativo di sostenere le imprese in difficoltà, le banche invece di smobilizzare i propri capitali, intervenivano ancora più pesantemente con l'acquisto di nuove partecipazioni azionarie, innescando un circolo vizioso pericolosissimo. Le immissioni di liquidità della Banca d'Italia (che solo dal 1926 era l'unica titolare del diritto di emissione e di controllo dello stock monetario, nonché di controllo sul resto del sistema creditizio) evitarono il crollo dell'intero sistema bancario ma non poterono risolvere una crisi che era strutturale. A questo proposito la maggiore lungimiranza di Beneduce, convinto assertore della separazione tra credito ordinario e credito industriale, ebbe la meglio sulla ostinata convinzione di Toepliz, per il quale il salvataggio dello Stato avrebbe dovuto permettere alla Commerciale (e così alle altre banche) di riprendere la politica sino ad allora adottata.

Beneduce, al quale fu affidato l'intervento statale, sosteneva invece che il settore pubblico, una volta messi a disposizione i capitali necessari al salvataggio avrebbe dovuto acquisire i titoli e le partecipazione industriali delle banche e provvedere di suo conto alla loro gestione e al successivo smobilizzo. Il primo grande tentativo di rispondere alla ristrettezza del mercato finanziario (obbligazionario in particolare) che tanti ostacoli poneva allo sviluppo industriale fu la costituzione dell' Istituto Mobiliare Italiano (IMI), ente pubblico che avrebbe dovuto realizzare il credito industriale attraverso la concessione di mutui a medio e lungo termine alle piccole e medie imprese. Costituito nel maggio del 1931 l'IMI (di cui Beneduce era consigliere d'amministrazione) fu sopraffatto dalla gravità della crisi e l'attuazione pratica dei suoi obiettivi fu molto limitata. Intervento di ben maggiore portata, che ben possiamo definire storica per l'economia italiana, fu la costituzione dell'IRI.

L'Istituto per la Ricostruzione Industriale rappresentò una novità assoluta anche rispetto alle esperienze di altri paesi. Della sua ideazione e della sua organizzazione, elaborata nel più totale riserbo assieme a Donato Menichella (l'allora presidente della Banca d'Italia, anch'egli personaggio anomalo in quanto non fascista) e a Pasquale Saraceno, Beneduce rese conto solo ed esclusivamente al duce. Il silenzio attorno al progetto fu totale, e Mussolini stesso, a quanto sembra, diede il suo benestare al lavoro già ultimato.

(Questo "esclusivamente al Duce", con il Duce poi "eliminato" permetterà nel dopoguerra 
di fare
LA GRANDE ABBUFFATA - vedi a fondo pagina)

Presieduto dallo stesso Beneduce e costituito per regio decreto il 23 gennaio 1933, l'IRI fu finanziato dalla Banca d'Italia e dal Tesoro e si assunse l'immane compito di smobilizzare le partecipazioni delle banche miste nelle aziende industriali, operazione quanto mai complessa anche a causa dell'intricatissimo sistema delle partecipazioni incrociate. Questo portò l'IRI a possedere azioni in un numero assai notevole di aziende nei più disparati settori: dalla telefonia alle armi, dalla chimica all'agricoltura, dal tessile alla meccanica. Caso particolare quello del settore bancario, dove la quasi totalità delle azioni era costituita dai capitali sociali di Banca Commerciale, Banca di Roma e Credito Italiano, che si vennero così a trovare sotto controllo pubblico. Dal 1936 esse assunsero la qualifica di Banche di Interesse Nazionale (le cosiddette BIN), che hanno conservato fino alle privatizzazioni avvenute in questi anni Novanta.

Tutto ciò fece dell'IRI un mastodonte economico, dalle proporzioni esagerate rispetto a quasi tutti gli altri gruppi di imprese operanti allora in Italia. Il suo bilancio presentava dimensioni fuori dall'usuale: all'attivo erano iscritte partecipazioni per circa 8 miliardi di allora. Una cifra esorbitante, basti pensare che il capitale sociale dell'IMI ammontava a 551 milioni. L'IRI era stato pensato da Beneduce come un ente temporaneo per gli smobilizzi e per il finanziamento a medio-lungo termine delle piccole e medie imprese.

Esso finì invece per diventare permanente perché le risorse di capitale del mercato risultarono insufficienti a riassorbire tutte le partecipazioni. Queste difficoltà possono dare l'idea di come l'azione di Beneduce andasse a toccare l'intero sistema economico nazionale. Dal giugno 1937 un provvedimento governativo rese l'IRI un ente permanente e se in un certo senso questa fu una piccola sconfitta per Beneduce è lecito immaginare che egli si sia adeguato con il suo usuale realismo alla situazione contingente, sfruttando al meglio le risorse che questa gli metteva a disposizione. Tra l'altro la ripresa economica del 1935 se da un lato era essa stessa un ostacolo al riacquisto delle partecipazioni IRI, in quanto gli investimenti del settore privato erano già impegnati in una fase di espansione, dall'altro aumentò il valore delle azioni a allontanò il pericolo di nuovi collassi finanziari.

Ciò che però allontanò davvero il timore di nuove crisi fu la normalizzazione dell'attività creditizia che seguì la legge bancaria del 1936, l'ultimo capolavoro di Beneduce, di cui la costituzione dell'IRI era stata la premessa indispensabile. Datata 12 marzo 1936 (ed emendata nel 1937 e nel 1938), la riforma bancaria fu ispirata da Beneduce e suddivise il credito a breve da quello a lungo termine. Il primo fu assegnato agli istituti di credito ordinario tra cui le tre banche pubbliche (chiuse all'azionariato estero), le casse rurali e di risparmio, le banche popolari, le ex banche di emissione (che avevano fino a pochi anni prima il diritto di stampare lire: tre queste San Paolo, Monte dei Paschi, i Banchi di Napoli e Sicilia).

Il credito industriale divenne invece competenza esclusiva di IMI, CREDIOP e ICIPU. In realtà la legge disciplinava la raccolta e non gli impieghi e quindi non impediva che questi potessero essere anche ad altissimo rischio, ma permetteva agli organi di controllo appositamente creati di interferire con giudizio di merito - potere notevolissimo - sul rapporto raccolta/impieghi. Questo potere spettava a un Comitato interministeriale nato contestualmente alla legge e alla Banca d'Italia che sempre in virtù della riforma diventava completamente pubblica e aumentava I propri poteri di supervisione dell'intero sistema creditizio, assumendo definitivamente il carattere di "banca delle banche".

Quanto all'IRI, esso venne gestito da Beneduce con criteri privatistici e con la perenne cautela di mantenere l'intervento statale nei limiti del controllo finanziario, senza sconfinare nell'ambito della gestione e della programmazione. Egli fu in questo senso un riformista illuminato: dotato di un senso dello Stato che pochi in Italia prima e dopo di lui hanno dimostrato, per principio percepì sempre compensi ed emolumenti solo dalle sue partecipazioni in società private e mai dall'amministrazione pubblica. La sua impronta sulla forma dell'economia italiana si è conservata praticamente fino ad oggi: gli ordinamenti finanziari e l'assetto della proprietà dei capitali qualificarono da allora, in Italia, un tipo di economia "mista" di iniziative pubbliche e private.

LA NASCITA DELLE PARTECIPAZIONI STATALI

Dall'esperienza dell'IRI nacque il sistema delle partecipazioni statali, unico in Europa e forse nel mondo, una sorta di "terza via" tra liberalismo e socialismo che ha avuto le ben note degenerazioni di corruzione partitocratica ma che ha anche avuto nel nostro paese una notevole importanza storica, essendo stato tra l'altro uno dei più importanti terreni di incontro tra la cultura di sinistra e quella cattolica.

Tornando al 1936, superata la crisi economica, la posizione di Beneduce nella vita finanziaria del paese è, se possibile, ancora più forte: lo troviamo presidente dell'IRI, dell'ICIPU, del CREDIOP, dell'Istituto per il credito navale (altra sua personale creazione, in omaggio alla filosofia della specializzazione finanziaria), dell'Istituto nazionale dei cambi e del Comitato centrale amministrativo del Consorzio per sovvenzioni su valori industriali.

Nel settore privato conservava la carica di presidente della Bastogi e quella di consigliere di amministrazione delle società controllanti o controllate tra cui Fiat, Pirelli, Edison, Montecatini, Generali. 

Verso la fine del luglio 1936 Beneduce fu colpito, a Milano, da una grave malattia da cui guarì solo dopo qualche mese e che lasciò le sue capacità lavorative molto compromesse. Mantenne la presidenza dell'IRI fino al 1939 nonostante che dopo la malattia si fossero moltiplicate le pressioni su Mussolini per un suo esonero dalla carica. Il 4 aprile 1939 venne nominato senatore in quanto ex-ministro e solo allora gli venne conferita la tessera del partito nazionale fascista (PNF) al quale tuttavia, egli non volle mai formalmente aderire, limitandosi, come per il passato a manifestazioni di personale devozione e solidarietà al duce. Poco dopo questa nomina lasciò ogni incarico nella pubblica amministrazione, comprese tutte le cariche minori. Ripresosi, almeno in parte dalla malattia, dedicò tutte le restanti energie al governo della Bastogi.

Anche in questi ultimi anni diede prova di notevole lucidità e lungimiranza adoperandosi affinché le imprese idroelettriche meridionali non fossero vincolate all'influenza dei grossi complessi industriali del nord e affinché disponessero di mezzi finanziari tali da stare al passo con l'espansione del Settentrione, in funzione e in previsione dei programmi di industrializzazione del Mezzogiorno.

L'immagine che ci resta di Beneduce, tuttavia, è quella di uomo di Stato. Uomo potentissimo, per certi versi, servitore dello Stato per altri. Massone, socialista, fascista, riformista? Cosa sia veramente è molto difficile dirlo. Molte delle fonti bibliografiche che lo riguardano sono frammentarie e indirette. Il ritratto che ne esce è forse più quello di un grand commis (dove l'aggettivo grande è pienamente giustificato) che di una eminenza grigia. Alberto Beneduce morì a Roma il 26 aprile 1944, dopo una vita spesa, spesso dietro le quinte, a fare da arbitro nel grande gioco dell'economia italiana.
L'importante eredità economica principale del periodo fascista la lasciò interamente nelle sole mani del genero: Enrico Cuccia. A fine guerra, era l'unico a sapere chi "aveva avuto". (vedi la "Grande abbuffata")


RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

  1945 - 1950
LA GRANDE ABBUFFATA



Le "Partecipazioni Statali": un sistema unico in Europa e forse nel mondo, una sorta di "terza via" tra liberalismo e socialismo.  Tanti effetti benèfici ma anche le ben note degenerazioni che  trasformarono le "partecipazioni" nel dopoguerra in un "campo dei miracoli" tutto italiano, anche questo "unico al mondo". Del resto Pinocchio è nato in Italia, e di "Pinocchi" nel dopoguerra ne spuntarono fuori un reggimento, sotto la regia di alcuni singolari personaggi con la vocazione a fare il "gatto e la volpe".
Questa è la pagina del più grande mistero d'Italia. Un mistero su milioni di miliardi.


Ma che cosa hanno lasciato Mussolini e Beneduce?
In quali mani è andato a finire tutto quel ben di Dio che si chiamava IRI ecc. ?
E chi ha preso soldi (banche e privati) dove si è cacciato?
Ha creato un'azienda sua o degli italiani?


RISPOSTA
Dopo la guerra lo slogan fu uno solo su ogni cosa: 
"Chi ha avuto ha avuto, e chi ha dato ha dato"


 

A tutte queste 4 domande rispose con una famosa inchiesta UGO ZATTERIN nel 1950, svelandoci molti retroscena. La prima domanda è - cosa ha lasciato?- la singolare e inquietante risposta è "...nessuno ne sa niente", anche se molti su quel "Ben di Dio" ci hanno messo le mani, e molti vanno affermando con disinvoltura "...si ho ricevuto qualcosa, ma non ricordo quanto, come e quando".
 
Infatti l'Ente che aveva erogato i finanziamenti, o non possiede una lista, oppure se ne aveva una, quest'anno (1950), prima ancora di fare verifiche e chiedere  i rimborsi, improvvisamente viene sciolto. Da chi è perchè? un mistero ! 
I soliti "poteri forti" nell'ombra di qualche "salotto buono" zitti zitti, si spartirono il "malloppo".

Reciproco patto:
"Io non so nulla cosa hai tu ricevuto,
e tu non sai nulla cosa ho ricevuto io; chiaro?"
.

La puntata sopra di
Beneduce-Cuccia l'abbiamo già letta: un imprecisato intreccio aggrovigliato di grandi industrie e grandi banche, i cui nomi e i cui finanziamenti ricevuti  durante il regime li conoscevano solo pochi; forse nemmeno Mussolini. O se li aveva questi nomi Mussolini, sparirono a Dongo. E qui sorge il sospetto che in "quelle carte" c'era ben altro (Non solo il carteggio Churchill)
(E' ben noto che i capi della Resistenza e l'imprenditoria strinsero nel '45 un patto di ferro)

Un vago accenno su certi traditori che "hanno solo improntitudine e gola di guadagno" Mussolini lo fa nella sua ultima intervista, cinque giorni prima di essere catturato a Dongo
, ma già lo aveva fatto con molto anticipo in quel 25 ottobre del 1938 quando in modo sprezzante si rivolse a
"quel mezzo milione di vigliacchi borghesi che si annidano nel nostro Paese". Ai quali negli anni precedenti aveva offerto tutto, denari, onori, prestigio e in molti settori, il bastone di comando.

 Infatti, finita la guerra questo grande labirinto finanziario è diventato tortuoso per tutti. Ma a muoversi dentro con disinvoltura qualcuno è però rimasto. Le "eminenze grigie" del "potere forte" e delle "regie occulte"  il filo di Arianna loro lo hanno bel saldo in mano. "L'uomo che sapeva tutto" ed agiva nella massima discrezione i degni eredi li aveva lasciati, ma erano altrettanto silenziosi e discreti quanto lui. Mai, il primo (Beneduce) rilasciò in tanti anni una sola  intervista, come poi il secondo, suo genero (Cuccia) nel complessivo arco di un intero secolo. Cioè 100 anni di imprenditoria italiana avvolta nel mistero.

Ugo Zatterin inizia così la sua  inchiesta, uscita nel marzo del 1950, su Oggi: 
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"L'on Piero Malvestiti, sottosegretario al tesoro, è un uomo di studi e di lavoro indefesso, ma non chiedetegli a quanti miliardi ammontino le "partecipazioni finanziarie" dell'ex Stato fascista. Vi risponderà con un gesto desolato "Non ne ho la minima idea". Anche il dottor Gaetano Balducci, ragioniere generale dello Stato, è un autentico dominatore dei bilanci nazionali, ma non pregatelo di fornirvi l'elenco completo e sistematico delle "partecipazioni". Si scuserà cortesemente, vi spiegherà che un elenco completo non esiste e che il sistema è ancora da inventare: al ministero posseggono soltanto un approssimativo elenco alfabetico, dove l'IRI (la creatura di Beneduce- l'Istituto per la Ricostruzione Industriale - un colosso) è collocato disinvoltamente tra l'Istituto Poligrafico e un banale Istituto Sperimentale delle foglie di tabacco. Non deve far meraviglia, quindi se il presidente del consiglio, trovatosi tra i piedi all'ultimo momento un ministro come La Malfa, esperto di economia, gli abbia affidato il compito di ricercare nei meandri del demanio tutte le "partecipazioni finanziarie" dello Stato, condizione indispensabile per poterle in un secondo tempo, organizzare e quantificare. (insomma per riprendersi lo Stato quello che i "beneficiati" avevano avuto "quasi in regalo": cioè i finanziamenti dello Stato, cioè da "Mussolini-Stato", innanzitutto)

Le "partecipazioni finanziarie" (ripetiamo creatura di Beneduce, nata per volontà di Mussolini) costituiscono gli interventi dello Stato nell'economia privata. Esse si realizzano nei modi e con i riflessi più diversi. Esistono infatti  attività industriali gestiti da amministrazioni pubbliche, con patrimonio personale, e bilancio non distinti da quello dello Stato: gli arsenali, i polverifici, i laboratori aeronautici, gli stabilimenti chimici, e simili retrobottega della difesa nazionale; così la zecca, l'istituto superiore di sanità, l'istituto del restauro, la calcografia, il gabinetto fotografico, i laboratori delle case di pena; in totale quasi duecento unità. Seguono le aziende autonome, che hanno bilancio separato e particolari ruoli per il personale: le ferrovie, le poste, i telegrafi, i monopoli, le strade nazionali, le foreste demaniali, fino ad arrivare alle banane africane (su queste ci mise le mani un famoso ministro; si prese cioè - di soppiatto- l'intero monopolio. Ndr).

Una terza categoria, la più vasta e più complessa, raccoglie invece imprese finanziarie o industriali, con personalità giuridica, bilancio, patrimonio e dipendenti propri, nelle quali lo stato interviene alla pari con i cittadini, partecipa alla fondazione apportando capitali liquidi o in natura (es. Agip), Banca Nazionale del Lavoro, Istituto Mobiliare Italiano, IRI ecc.);  o acquista direttamente delle azioni (esempio Monte Amiata, Cogne, Cinecittà); o diventa azionista indiretto, quando il pacchetto azionario sia in possesso di un ente creato sostenuto con capitale statale (es. tutte quelle imprese dipendenti direttamente o indirettamente dall'IRI, che sono centinaia, ma che ognuna ne controllano a loro volta altre centinaia - che spesso prosperano perchè sono fornitrici delle prime).

Esistono però infinite altre figure di "partecipazioni". Le Terme demaniali, gestite direttamente o date in concessione (A chi? un mistero! E chi le ha liquidate? un altro mistero). Così molti altri enti controllati dal ministero dell'Agricoltura, Unsea, Upse, Consorzi Agrari ecc.; Gli Istituti previdenziali più importanti: INPS. INAIL, INAM, INA, ognuno dei quali per suo conto controlla altre imprese economiche, nate spesso come satelliti per fornire i vari pianeti. Aziende ibride, come "La Provvida", l'ARAR, o il GRA incaricato di gestire il parco automobili ceduto dagli alleati, il CIP, che doveva contemporaneamente coordinare e disciplinare l'approvvigionamento dei combustibili liquidi. Enti vigilati  dal ministero dell'Industria: l'Ente assistenza alle piccole industrie, l'Istituto cotoniero, l'Ente serico, l'Ente zolfi, l'Ente per la cellulosa, e per la carta. Le gestioni speciali, Commissioni per i Combustibili liquidi, Comitato carboni. Commissioni dell'industria che hanno (perfino) il potere di imporre tributi particolari. E non dimentichiamo tutte le innumerevoli spiagge demaniali marine date in concessione, o le stesse Colonie Marine e Montane. Eccetera. Eccetera. Eccetera

E' una massa fluida e caotica, di estensione imprecisata un intreccio aggrovigliato, una tela di ragno di nomi, sigle, cifre. Per tutti inestricabile. Perchè sottratte alla vista, o perchè dissimulate, o perchè mascherate, o perchè messe con noncuranza nel mucchio.

Nell'abbraccio generose e spregiudicato  i principali complessi siderurgici dello Stato si trovano accanto all'Istituto per il  Dramma Antico (!), le più grandi compagnie di navigazione sono accanto all'Azienda Zootecnica Pavese, le banche onnipotenti accanto all'Associazione Macellai (!) o all'Accademia di Santa Cecilia, alla Cassa sottufficiali, o all'Ente per la tutela del Passero Solitario o del Lupino Dolce.

Ognuna di queste entità, nel suo piccolo o nel suo immenso sforzo di espansione, partecipa a sua volta alla vita di altri enti e organismi, come fondatrice o come azionista, direttamente o indirettamente, così i tentacoli dello Stato si allungano e si moltiplicano forse suo malgrado nel sottobosco parastatale, penetrando nella finanza e nell'industria privata, aumentando oneri, doveri, responsabilità e pericoli per il pubblico denaro.

In tale numerosa figliolanza e nepotanza, la primogenitura morale e insieme la parte del "figlio, prodigo" spetta certamente all'IRI. Lo Stato lo ha partorito (vedi in altre pagine, in quelle di Beneduce) in un impeto di pietà e di demagogia, dandogli i capitali necessari per salvare di volta in volta le imprese sull'orlo della rovina; e l'IRI, nella sua magnanima opera di soccorso, ha steso rapidamente le mani sulla maggioranza o sulla totalità delle azioni di oltre 250 grandi complessi finanziari ed industriali, di cui una quarantina in perpetua liquidazione.

L'intreccio divenne in certi casi miracolistico. L'industria veniva finanziata da una banca sottraendogli azioni e mettendo i propri funzionari nei consigli d'amministrazione, oppure la stessa industria sottraeva azioni alla banca ed entrava nei consigli d'amministrazione della stessa con i propri manager o gli stessi proprietari, così attingeva al credito facile con il risparmio. Questo dopo che lo Stato aveva finanziato sia la banca che l'industria medesima. (E chi era questo Stato? Ma la "fata turchina!")

Questo gigante dai piedi di argilla che è l'Iri, può così vantare (allora, nell'immediato dopoguerra e ancora oggi (anno 1950 Ndr.) il suo dominio su un quarto (!) di tutta la "raccolta" bancaria italiana, un quarto (!) della produzione elettrica nazionale, il 57 (!) per  cento dei telefoni attivi, il 43 (!) per cento della produzione siderurgica, l'80 (!!!) per cento delle costruzioni navali, oltre che su notevoli quote nell'industria meccanica minore. Nei suoi registri di impersonale e caleidoscopico padrone, sono segnati i nomi della Banca Commerciale, del Credito Italiano, del Banco di Roma, del banco di Santo Spirito (le altre banche, Il Banco di Napoli, il Banco di Sicilia, la banca del Lavoro, il Monte dei Paschi e la banca Popolare di Novara sono istituti di diritto pubblico, onde lo Stato complessivamente ha in sua mano più che il 95 (!!!!) per cento dell'attività creditizia), tra le sue aziende elettriche è presente il gruppo SIP, con la RAI, la Cetra, la Sipra, e la casa editrice che li difende; tra le telefoniche figura la STET, con la TELVE e la TIMO; attraverso la "holding" FINSIDER si fanno avanti la TERNI, l'ILVA, le acciaierie di Conegliano, e di Dalmine; nella FINMARE confluiscono la società di navigazione Italia, il Lloyd Triestino, l'Adriatica e la Tirrena; la FINMECCANICA raccoglie i cantieri Ansaldo, i cantieri riuniti dell'Adriatico, il cantiere di Trieste, la Odero-Terni-Orlando e la Navalmeccanica; in appendice seguono anche la San Giorgio, la Metalmeccanica, l'Alfa Romeo, la Motomeccanica, la Filotecnica Salmoiraghi, l'ex silurificio di Napoli.

Ma lo Stato attualmente non solo non è riuscito ad organizzare con un unico piano tutte le sue "partecipazioni", ma neppure a coordinare la gestione di ciascuna azienda dove il mosaico dei funzionari designati dal tesoro, dalle finanze, dall'industria, dal commercio estero, dall'agricoltura, e da altri ancora, fa sì che ogni amministratore agisca indipendentemente dagli altri, come se il proprio ministero soltanto abbia vera importanza, e il resto siano degli inutili intrusi.

Vien subito da riflettere che un governo capace di manovrare l'IRI come si usa uno strumento organico ed articolato, potrebbe controllare senza fatica tutta (!!!)  l'economia nazionale, imprimerle i più utili indirizzi, dirigerla (!!!) secondo l'interesse economico e sociale del Paese.
Il controllo c'è, viene fatto puntualmente, con una monotona meccanicità, ma con dubbia armonia, dalla direzione del demanio e dalla ragioneria centrale, cioè dal ministero del Tesoro e dal ministero delle Finanze da cui rispettivamente esse dipendono. Uno non sa cosa fa l'altro. (sembra un vero e proprio "patto di ferro" reciproco. Ndr.)

Meticolosi controlli, nessun calcolo sbagliato, nessuna virgola fuori posto, nulla sfugge all'occhio vigile dei vari Ispettorati. Il riscontro è perfetto, meticoloso, la legge può riposare tranquilla. Ma è sufficiente questa pulizia formale perchè il Paese possa anch'esso riposare tra due guanciali?.

La vita di un'impresa economica deve essere sì onesta, ma anche intelligente, poichè il rispetto della legge è un superfluo snobismo se la gestione segna sempre il passivo maggiore dell'attivo. Oltre i sindaci in qualsiasi azienda esiste un consiglio di amministrazione che si preoccupa degli scopi economici per cui essa è stata creata. Nelle "partecipazioni" gli amministratori sono tutti funzionari statali, ove lo Stato detenga la totalità delle azioni, o un insieme di funzionari e di privati, proporzionalmente al pacchetto azionario posseduto. Questi funzionari sono generalmente degli ottimi impiegati, scelti dai diversi ministeri interessati alla gestione di ciascuna azienda. Ognuno di loro rappresenta il proprio ministro, ma solo il proprio ministro, a lui riferisce con zelo e disciplina, ma a lui soltanto, e secondo i criteri particolari della propria amministrazione. I più, inoltre, non si occupano di una sola azienda, ma di molte nello stesso tempo, alcune di natura assai diversa tra loro; non è quindi esagerato il sospetto che essi difficilmente possano controllarle tutte con piena coscienza e che la loro influenza, là dove dividono le responsabilità con amministratori privati risulti per forza di cose limitata; nè deve sembrare offensivo il pensiero che i compensi aggiunti per tali prestazioni straordinarie li mettano alla pari dei consiglieri privati d'amministrazione, perchè spesso durante le liquidazioni, si trasformano  controllori di sè medesimi.

Nel complesso dell'IRI, l'insufficienza del controllo statale è ancora più palese. Organismi di grande impegno economico e politico come l'Ansaldo o la banca Commerciale, rendono conto della loro vita una volta all'anno in un'assemblea dove lo Stato è rappresentato da un timido delegato IRI , il quale  a sua volta riceve istruzioni da un mastodontico istituto che, per recenti disposizioni fa capo assai genericamente al Consiglio dei Ministri e si limita a presentare alle Camere un altrettanto generico bilancio annuale.  Chi dunque potrà  giudicare obbiettivamente quali imprese meritino il danaro dello Stato? Chi potrà valutare a nome dello Stato l'economicità delle singole gestioni? Chi si preoccupa di inquadrare l'attività di ogni "partecipazione" nella politica generale del governo?  Chi deciderà l'eliminazione degli Enti superflui?  Chi si prenderà la briga di portare a termine le liquidazioni, alcune delle quali durano da lustri (es. il Credito Marittimo è in liquidazione dal 1925) e che dureranno probabilmente fin che un liquidatore e alcuni impiegati non rinunceranno al proprio stipendio e fin quando andranno in pensione.

Apatia, abulia, forse una vena abile di corruzione, hanno finora ridicolizzato le "partecipazioni finanziarie" dello Stato. Una successione di interventi massicci, che costituisce già lo schema formale di una autentica nazionalizzazione, è praticamente manovrata da una ventina di famiglie, cui appartengono le chiavi dei principali consigli di amministrazione. Ogni azienda procede infatti per suo conto e per suo conto succhia quattrini all'erario. Un consigliere delegato o un direttore generale sono i veri padroni che di solito rammentano l'esistenza di una "partecipazione" dello Stato al momento di pagare i salari alle esuberanti maestranze.  Un principio è stato solennemente canonizzato nella vita dell'IRI: più un'azienda è pesante e malata, tanto minore in proporzione è la presenza del capitale e del rischio privato. Una conclusione è stata accettata senza ribellione: che le società IRI  rappresentino un curiosissimo tipo di impresa, in cui la minoranza privata trova quasi sempre i mezzi per imporsi alla maggioranza statale.

Il nostro governo ha seguito finora la strada peggiore per un vero capitano d'industria. S'è lasciato guidare dalla piazza e dalla demagogia, ha fatto la politica di Di Vittorio e quella delle clientele. Ha garantito obbligazioni industriali per centinaia di miliardi  e non è stato capace nemmeno di segnarsele tutte su un pezzo di carta, come farebbe uno strozzino qualunque, così da sapere il totale dei rischi a cui si è esposto. O almeno dove mandare una lettera di sollecito quando ne pretende la legittima restituzione.

Il governo nel '47, ad esempio ha creato il FIM (Finanziamento all'Industria Meccanica - chiamato anche "rosario dei miliardi") , ha distribuito altri miliardi alla Fiat, alla Caproni, alla Ducati, alla Breda, alla Isotta Fraschini, alla Sfar, e a tante altre. Ora lo stesso governo la FIM l'avvia verso la liquidazione senza essere stato rimborsato che in minima parte dei suoi prestiti (9 li ha persi, 31 sono esposti in aziende malatissime quindi inesigibili; e prima del Fim altri 15 erano stati distribuiti "graziosamente": e senza pratici risultati, a causa della nota "politica di cassa", onde i quattrini in alcune aziende sono sempre arrivati  molto in fretta, in altre sempre molto tempo dopo le richieste e spesso ciò che avrebbe potuto sanarsi un mese prima, è diventato insanabile un mese dopo, quando erano già fallite. 
Inoltre le critiche più forti rivolte alla FIM sono due e fondate: di essere stato troppo banchiere al momento di dare il danaro ad alcune aziende, e troppo poco dopo averlo dato ad altre. In altre parole il FIM nel concedere le sue grazie ad alcune aziende si è comportato come una banca privata, piuttosto esoso pretendendo interessi elevati, prestando a scadenza così breve da non coprire in certi casi neppure un ciclo di lavorazioni, e pretendendo tali garanzie ed ipoteche (e anche un immediato rientro)  da trasformare spesso un'operazione sociale in una vera e propria tirannia speculatoria. Per contro lo stesso FIM in alcune grandi aziende non si è minimamente preoccupato di controllare dove e come venivano spesi i suoi soldi. Insomma "mano forte" in alcune "mano guantata" in altre.

I suoi uomini di fiducia il FIM li sceglie con criteri che esulano quasi sempre  dall'economia e dal buon senso. Es. alla Ducati di Bologna, estromessi i fondatori (ovviamente tecnici), la direzione è stata affidata ad un ex direttore  di banca (ovviamente non tecnico). Alla Breda viene nominato commissario governativo il presidente di una associazione calcistica romana, che si desiderava sostituire nella sua carica sportiva. Dai campi di calcio alle locomotive.
 Adesso all'IRI, il più importante organismo della ricostruzione italiana, in testa alla lista dei possibili presidenti è il senatore Corbellini. Nell'accettare la candidatura senza esitazione, si è spiegato chiaramente: "Se D'Aragona ha potuto prendere il mio posto alle ferrovie, io posso benissimo diventare presidente dell'IRI".
Guidare le aziende certi funzionari  lo hanno preso per uno sport, da praticare dilettantisticamente nel tempo libero, un giorno quì e un giorno là.

Mentre  IRI significa, centinaia di aziende, decine di migliaia di operai, centinaia di miliardi di capitali. Ma purtroppo il tutto è sotto un solo consiglio di amministrazione composto di otto funzionari ministeriali, in tutt'altre faccende affaccendati, e di cinque privati cittadini, che dirigono per conto loro il "dirigismo" (così lo chiama La Malfa) dello Stato italiano.

Al FIM ora faranno il funerale dopo aver in due anni e mezzo prestato, con risultati modesti, 65+15+10  miliardi (pari a 2500 di oggi anno 2000) alle industrie meccaniche; lo accompagneranno al cimitero critiche e minacce e una polemica mai finita. Il compito cui doveva far fronte era arduo: intervenire in quella "crisi di riconversione" in quelle aziende attrezzate soprattutto per la guerra, per sostituire macchinari, riconquistare i mercati perduti, diminuire i costi, migliorare i prodotti.
Qualcosa si è ottenuto, alcune aziende non grandissime (Marelli, Tosi, Macchi, Galilei, Piaggio, Borletti, Siemens, Siai e altre)  hanno preso prestiti e li hanno restituiti fino all'ultima lira compresi gli interessi e hanno ripreso a vivere di vita propria.
Quelle invece dove le commesse di guerra nel passato incidevano per una buona metà della produzione normale, dopo nutrite e ripetute iniezioni di miliardi che hanno permesso di sostituire i macchinari vecchi con i nuovi, sono state poste in liquidazione per quattro soldi (aziende "buttate via come ciabatte", è l'espressione di  un ministro competente). Poi dopo aver messa in liquidazione la stessa FIM i grandi complessi che le hanno assorbite quelle aziende ora non pagheranno nemmeno una lira. Saranno doppiamente premiate. Hanno speso quattro soldi e si sono liberate di fastidiose concorrenti.
Tutto a spese del contribuente. 

E dunque morto il FIM. Liquidato. L'ultimo espediente con cui si era cercato di dare ossigeno all'economia italiana. Ma l'intervento disordinato e incompetente si è rivelato alla fine in un'opera di beneficenza sproporzionata con risultati raggiunti molto modesti. Vogliamo pensare che sia accaduto solo per i primi due motivi - ma allora è giusto che l'economia sia libera e non più controllata dallo Stato con commissari governativi, magari stimatissimi, ma inidonei, perché sommersi dai problemi tecnici, dalle camarille e dal gioco sotterraneo degli interessi che si svolgono intorno alle grandi aziende.

La lezione può servire, per le sorti dell'industria italiana, che dipendono da ben altre cose che dalle raccomandazioni di De Gasperi, dall'intransigenza di Pella, dalle minacce di Togni e tanti altri. E' mille volte allora più giusto credere nella libertà e continuare a dare fiducia all'iniziativa privata, anche dentro le piccole aziende, dove un industriale intelligente può escogitare mille soluzioni per rendere prospera la propria azienda, senza dover ripetere - come fanno invece i grandi complessi- il monotono ritornello dell'inflazione, minacce di licenziamenti, fisco esoso, o chiedere svalutazioni della moneta per le proprie esportazioni. Altrettanto di monotona vacuità  il "piano" che sbandiera la CGIL, panacea universale di tutti i mali. Il risultato di entrambi è la solita minaccia di questa serrata o di quello sciopero, che fa spegnere i sogni del più capace pianificatore costretto a rompere sempre l'equilibrio di intelligenti programmi.

Ma non ci illudiamo. Le "partecipazioni" ci sono ancora; tanti enti come il FIM ci sono ancora; e a Roma esiste ancora la inveterata consuetudine di spedire nelle fabbriche lombarde, emiliane, piemontesi, degli ottimi -non lo mettiamo in dubbio- professionisti romani, forse stimatissimi a palazzo di Giustizia, ma troppo facili a restare sommersi da problemi che non capiranno mai. I loro piani andranno sempre a catafascio, i miliardi arriveranno sempre non nel posto giusto oppure fuori tempo, e il disordine invece di diminuire aumenterà; ovviamente a spese del contribuente.

Resta ora il grande carrozzone IRI. 
Quanto durerà non lo sappiamo. Ma se continua troveremo i soliti commissari governativi a sedersi nelle poltrone dei consigli di amministrazione a parlare di cemento e di marmellate, di tondini di ferro e di vermut,  di pesce conservato e apparecchi radio, di petrolio e  banane. Senza capirci nulla, senza conoscere di ogni settore il mercato, né il libero mercato.
Molte società operano anch'esse nei più disparati mercati, ma hanno un proprio distinto management; non possono affidarsi  a improvvisati consiglieri che pretendono addirittura di modificare strategie produttive e commerciali; non vogliono ogni due mesi correre il rischio di trovarsi sull'orlo del fallimento né vogliono sperare quelle illusorie boccate di ossigeno che spesso o non arrivano o arrivano in ritardo.

Non ci resta dunque  che sperare, che lo sviluppo economico del Paese  percorre altre strade. 
Ma non facciamoci illusioni. Stiamo parlando di far finire un carrozzone, proprio nel momento in cui se ne sta aprendo un altro. Ieri 10 agosto è stata istituita la Cassa del Mezzogiorno con un piano di investimenti a lungo termine per lo sviluppo economico delle regioni meridionali.

A "lungo termine".  Significa tanti anni. Quanto costerà al Paese quest'altro carrozzone, lo sapranno forse solo i nostri figli o addirittura i nostri nipoti".

L'articolo completo
di Ugo Zatterin
apparve su OGGI,
nel marzo del 1950

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Un'altra abbuffata fu quella del Piano Marshall
Nelle varie regioni e città, con le cifre (in $) e tutti i nomi dei beneficiati.
Vedi le interessanti pagine dedicate QUI > >

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