Distruzioni, devastazioni, intidimidazioni
nel corso dell'anno
1921-22


A PRESENTARCI QUESTO RARO DOCUMENTO

GIACOMO MATTEOTTI

_______________

NOI QUI PRIMA VOGLIAMO RICAPITOLARE IL CLIMA - Il 1920-1921, fu un periodo di gravi tensioni sociali, nonostante si fosse concluso il cosiddetto "biennio rosso" con un successo degli operai che videro soddisfatta solo una parte delle loro richieste; una insoddisfazione nelle file dei lavoratori che andrà a segnare una crisi politica dei Socialisti con la spaccatura poi di Livorno e la nascita della formazione della corrente comunista. E questo proprio quando nello stesso periodo iniziava a dilagare la violenza dei Fasci di combattimento.
Il Governo fra rimpasti e non fiducie, a metà giugno 1920 buttava la spugna, e su indicazione unanime di tutti i parlamentari fu richiamato Giolitti a costituire il nuovo governo.

Ma anche Giolitti pur tornando al potere, si trovò ad affrontare nel suo anno di permanenza, una grave situazione: l'ammutinamento dei bersaglieri ad Ancona che erano stati destinati in Albania; gli scioperi agrari nella Pianura Padana; gli scioperi dei metallurgici in Piemonte; l'occupazione di fabbriche in molte città; e la serrata in quasi tutta Italia di quegli industriali che avevano rifiutato qualsiasi miglioramento salariale ai lavoratori.
E come ultimo fastidio del Governo (anche se Giolitti si era già dimesso a giugno del '21, sostituito da Bonomi), a fine anno ci fu il cosiddetto "Natale di sangue". Dopo che a Rapallo si era risolta la questione Dalmazia-Fiume, il Parlamento che quel trattato l'aveva approvato, il 24 dicembre si trovò costretto a far intervenire le truppe per far sgombrare Fiume dal D'annunzio che l'aveva occupata. Il Poeta s'infuriò, protestò, ma dovette chinare la testa e si ritroverà pure senza amici; perfino Mussolini gli ha voltato le spalle, lo liquida condannando (dopo averla appoggiata) la sua impresa, anche se - dice- "il fascismo nel suo intimo l'approva".

Alla demagogica avventura fiumana Mussolini non credeva più; solo D'Annunzio sperava che marciando su Roma (questo lui aveva in mente di fare) avrebbe avuto lungo il percorso l'appoggio dalla Bologna rossa e dai socialisti dell'Alta Italia (Paradossalmante l'Emilia- Romagna in un baleno con i vari "ras", diventerà invece tutta fascista)
D'Annunzio indignato per il voltafaccia di Mussolini lo rimprovera aspramente e lo minaccia pure "Svegliatevi. E vergognatevi anche. Voi tremate di paura, E le vostre promesse? Bucate almeno la pancia che vi opprime e sgonfiatela. Altrimenti verrò io quando avrò consolidato qui il mio potere. Ma non vi guarderò in faccia".
Di certo il Poeta non ha molta stima di Mussolini. Gli attribuiscono questa frase "Roma alma Roma, ti darai tu a un beccaio?".
Ma pur socialista, anche D'Annunzio ha squadre "fasciste", e se leggiamo alcune pagine dell'inchiesta che segue, in alcune spedizioni punitive si gridava "Abbasso il Re! Viva D'Annunzio". Insomma era un pericoloso concorrente di Mussolini, ma che però esce presto di scena, quando alla vigilia di un importante incontro con Mussolini e Nitti (19 agosto '22), D'Annunzio è assente perchè è malconcio: è caduto da una finestra del Vittoriale. Le versioni di questo "incidente" sono contrastanti. Fra le tante ipotesi quella di una aggressione; cioè che una squadraccia fascista dopo aver fatto irruzione al Vittoriale lo ha scaraventato giù dalla finestra.

Motivi? - Pochi giorni prima del 19 (il 3 agosto - mentre si svolgeva il grande (e fallimentare) "sciopero legalitario") a Milano, D'Annunzio si era affacciato dal balcone di Palazzo Marino arringando la folla "Oggi sento di essere io l'Italia... L'Italia sarà salvata da me, perchè attorno a me confluiscono le forze che oggi, separate e sbandate, scherzano con la morte e colla rovina".
Oltre che essere la sua una megalomania, indubbiamente non conosceva bene il suo avversario.

Da questo momento D'Annunzio - con le ossa rotte e quindi il mancato incontro - scompare dalla scena politica, si dedicherà solo al suo costoso Hobby: il Vittoriale, battendo sempre cassa con Mussolini, che pur storcendo il naso lo accontenterà sempre. E sembra che in cambio ottenesse da lui le "straripanti" citazioni che costelleranno i discorsi mussoliniani. Oltre i tanti servili panegirici.

Nei partiti non è che la situazione è stata la migliore nel corso di questi due anni. Parlano tanto di unità, ma all'interno delle loro segreterie dalla base ai vertici continuano le lacerazioni. Lo "sciopero legalitario" è stato un fallimento, l'occupazione delle fabbriche con le "guardie rosse" una "rivoluzione mancata",

un bluff che ha quindi allontanato dal padronato l'ombra minacciosa della Russia bolscevica, e ha fatto convergere su Mussolini tutta la borghesia, i latifondisti, i militari, i reduci senza lavoro, i nazionalisti, gli anarchici, le masse... deluse, e i soliti studenti che al primo canto del gallo "vogliono sempre cambiare il mondo".

La prima lacerazione, all' inizio del 1921, è quella che avviene a Livorno il 15-21 gennaio, quando al congresso dei socialisti, invece di unirsi ci si affronta, e si arriva alla decisione di dividersi, dando vita così al Partito Comunista d'Italia. Ma anche questo si divide in tre correnti, massimalisti comunisti puri da una parte (Gramsci e C.), riformisti dall'altra (Turati e C.), e in mezzo i massimalisti comunisti unitari (Serrati e C.).
Ma anche fra i socialisti rimasti al congresso di Livorno non esiste omogeneità, è composto prevalentemente da massimalisti, e da pochi riformisti, presto buttati fuori, perchè Mosca al III congresso dell'internazionale del 22 giugno, inviterà il PSI ad espellerli dal partito.
Risultato: le divergenze e quindi le scissioni hanno indebolito tutta la sinistra italiana.

Ed anche dentro i Popolari, pur forti dei 108 seggi che guadagneranno alle elezioni generali a maggio del '21, i contrasti interni non mancheranno: ci sono quelli decisi a non collaborare con i fascisti e quelli che invece non intendono condannare proprio del tutto il movimento.
Stanno sempre meglio i Fasci, che invece di dividersi si uniscono e alle stesse elezioni generali di maggio, unito ad un blocco nazionale, Mussolini (che poco più di un anno prima -16 Nov. 1919- era uscito dal voto sconfitto e perfino umiliato ) va in parlamento portandosi dietro 35 deputati fascisti e 10 nazionalisti. Scriverà Emilio Lussu "Di fronte a 500 deputati non erano molti. Ma la loro forza era nell'azione, in un momento in cui tutti si pascevano di parole".

Le violenze in ogni parte del Paese erano però continuate, e nella cronaca di ogni giorno, si registravano atti di violenza. Le accuse erano reciproche. Fascisti che terrorizzavano soprattutto i socialisti, e questi (provocati o no) intimorivano i fascisti (come ammette - vedi più avanti- lo stesso Matteotti).
Il Mussolini neo-eletto, al primo discorso in Parlamento del 21 giugno, pone le premesse per un "patto di pacificazione" con i socialisti. Poi il 2 luglio interviene sul Popolo d'Italia in un modo più chiaro invitando tutte le forze politiche al patto, lasciando intravedere la possibilità di una coalizione tra fascisti, socialisti, repubblicani e... (rinnegando l'originario anticlericalismo) un avvicinamento con i popolari.

Ad accelerare queste trattative pacifiste dentro il movimento di Mussolini fu il drammatico episodio dell'eccidio di Sarzana del 21 luglio. Mussolini ebbe il timore di un isolamento dei Fasci e riprese seriamente le trattative del patto di pacificazione.
Il direttivo del gruppo comunista della Camera lo respinse giudicando l'invito "pura ipocrisia"; i repubblicani ritennero inopportuno il loro intervento volendo rimanere neutrali nella contesa delle fazioni; i popolari pure non essendo in prima linea nella contesa.

Mentre invece i socialisti dopo molte discussioni, alla fine hanno accettato e Mussolini concluse con successo con la firma del 3 agosto nel gabinetto del presidente della Camera Enrico De Nicola.
Le rappresentanze delle due fazioni per porre fine al clima di reciproca intimidazione si accordarono su quanto segue "...fare immediatamente opera perchè minacce, via di fatto, rappresaglie, punizioni, vendette, passioni e violenze personali di qualunque specie abbiano subito a cessare" e si affermava inoltre che " I distintivi, gli emblemi e le insegne dell'una e dell'altra parte saranno rispettati. Ogni azione, atteggiamento o comportamento in violazione a tale impegno ed accordo è fin d'ora sconfessata e deplorata dalle rispettive rappresentanze". Ecc. Ecc.

A quel punto avviene un fatto singolare, una forte corrente dei Fasci (quella rivoluzionaria, guidata dai "ras" locali - ) non intende aderire al patto di pacificazione.
Infatti, il 16 agosto i Fasci emiliani e romagnoli (legati alla borghesia agraria e sostenitori della lotta armata violenta da condurre contro la sinistra fino al loro annientamento) respinsero il patto. Mussolini prende le distanze da loro e protestando sul Popolo d'Italia, annuncia le sue dimissioni dai Fasci; il Consiglio nazionale dei Fasci a Firenze del 27 agosto le dimissioni le respinge ma poi sul patto è piuttosto vago: lascia che i singoli fasci risolvano autonomamente la questione. Ma come, dove e quando?

Mussolini non dà loro il tempo, non rientra nei Fasci, e il 7-11 novembre fonda a Roma il Partito Nazionale Fascista, PNF. Il movimento è ora un Partito, il "suo" partito, che accentua i caratteri di destra, ha suggestioni nazionalistiche, e proposte piuttosto conservatrici.
La via rivoluzionaria è praticamente finita. Mussolini vuole imboccare la strada del parlamentarismo e della conquista legale del potere.
Per raggiungere lo scopo compie una svolta nella sua linea politica: tutta a destra, che mette da parte i toni anticapitalistici, quelli antiborghesi e alcune aperture sociali, espressi alla riunione in piazza San Sepolcro due anni prima.
A quel punto la rottura con i ribelli dei Fasci di Combattimento, è fatta, il patto di pacificazione con i socialisti, lacerato, sepolto.
Addirittura al loro congresso del 20-23 ottobre a Venezia, a strizzare l'occhio ai Socialisti sono i Popolari, in funzione antifascista; ma non tutti dentro il PPI sono d'accordo con Don Sturzo (che come vedremo in altre pagine sarà costretto a far fagotto e a lasciare l'Italia per non "creare problemi alle alte gerarchie ecclesiastiche" - Questo perchè stava iniziando il feeling dell' "uomo della provvidenza" che porterà più tardi la Santa Sede al Concordato ).

Mussolini sempre più appoggiato e finanziato da agrari e industriali in funzione antisocialista, i suoi seguaci li trova fra i gruppi giovanili, i ceti impiegatizi, la piccola borghesia, gli industriali e fra i tanti ex combattenti. Ma anche nella massa, perchè il Mussolini "socialista" non solo aveva un acuto senso della massa, ma a differenza di molti socialisti autorevoli, che provenivano dalla borghesia, lui era uscito dal vero proletariato.
Mussolini aveva capito che solo un governo autoritario che avesse largamente promosso l'intervento dello Stato nella vita economica del Paese, poteva rispondere alle esigenze delle masse. E alle masse per catturare i voti, nel programma (e nel manifesto al Paese lanciato il 21 novembre) ha destinato questa frase "Siamo antisocialisti ma non, necessariamente antiproletari".

Poco più avanti agli intimi poi disse: "Al popolo non resta che un monosillabo per affermare e obbedire. La sovranità gli viene lasciata solo quando è innocua o è reputata tale, cioè nei momenti di ordinaria amministrazione"
(Preludio al Machiavelli, in Gerarchia dell'aprile 1924. S.e.D., vol. IV, pag.110).
E più avanti ancora dirà ""Voi sapete che io non adoro la nuova divinità: la massa. E' una creazione della democrazia e del socialismo. Soltanto perchè sono molti debbono avere ragione?. Niente affatto. Si verifica spesso l'opposto, cioè che il numero è contrario alla ragione".
(Intervista rilasciata a Ludwig, 1928, pag 197)
Più che un vero e proprio voltafaccia, Mussolini realizza un vecchio sogno, sommare insieme le masse e le élites. Le prime sono state deluse e guardano all'uomo forte, le seconde hanno rialzato la testa.

All'esordio di Roma, ovviamente ad appoggiarlo c'erano anche quelli proveniente dal movimento dei Fasci che (con certe velleità, in seguito mai del tutto sopite ) pur ribellandosi per il patto, si sono poi piegati all'uomo più forte di loro: sono questi gli irriducibili violenti, i "ras" locali delle 2200 sezioni che guidano 320.000 iscritti (media 145 squadristi per ogni "ras") - che - non subito perchè ora a Mussolini gli sono utili, e la marcia su Roma deve ancora venire- in seguito, nel corso dei successivi anni tenterà più volte di scaricare o a non affidar loro incarichi importanti.
Mussolini dai "ras" e dal "rassismo", cioè da quel"fascismo provinciale", voleva prendere le distanze, mentre i vari Balbo, Farinacci, Arpinati, Gaggioli, Grandi non volevano scendere a nessun compromesso; e non per una questione ideale, ma perchč il consenso lo avevano ottenuto dagli agrari nelle campagne con il "rassismo" antisocialista; e questo consenso con il "patto" lo si metteva in discussione.

Una prima "pulizia" Mussolini la fece alla crisi del delitto Matteotti. C'era stato nei suoi confronti un vero e proprio ammonimento dai "fascisti integralisti": come quello di C. Suckert, con l'articolo "Il fascismo contro Mussolini", precisando che il suo mandato politico veniva solo dalle "province fasciste", e perciò egli doveva fare la politica che queste si attendevano da lui; e gli lanciò in faccia il motto "o con noi o contro di noi".
Vale la pena di leggere alcuni passi dell'intero articolo nelle pagine in "Cronologia
RIASSUNTI - ANNO 1925 (01).

Ma Suckert disse anche qualcosa di più allarmante... per i "ras" ".... in realtà le misure di polizia attuate durante le famose quarantotto ore, non erano rivolte, a parte le apparenze, contro le opposizioni, ma contro il Fascismo rivoluzionario".
E non aveva torto Suckert perchè Mussolini non solo era deciso a normalizzare il partito scaricando i violenti, ma era deciso ad eliminare chi prima "nel patto" e poi nella "crisi matteotti" aveva tentato di scalzarlo. Un pamphlet antinazionalista (sinistra fascista) puntava il dito su Federzoni "l'uomo senza scrupoli che sta lavorando per scalzare Mussolini". E più avanti scaricò pure l'irriducibile Farinacci che ad ogni piccolo incidente era pronto a sguinzagliare i suoi "giustizieri" per far menar loro le mani.
Nel 1928, come possiamo vedere nella Gerarchia politica e morale dell'Italia nuova dentro i "2000 migliori ""uomini della nazione operante"" di giovani squadristi ven'erano ben pochi. Su 2000 solo 32 erano al disotto dei 30 anni.

In effetti questi irriducibili screditarono più volte il partito, come del resto avevano screditato i Fasci nel corso di questi due anni, prima della nascita del PNF. E con irresponsabili comportamenti - come abbiamo visto sopra- a screditarlo anche dopo, a partire dal delitto Matteotti, fino alla fronda che si era poi formata alla vigilia della seconda guerra mondiale, che rimase tre anni latente ma poi riprese vigore alla vigilia del 25 luglio del '43, sbagliando però tutti i calcoli perchè quella fronda fu solo utilizzata. Badoglio il giorno dopo dava la caccia a tutti loro. E ci fu chi si salvò con la fuga (vedi Grandi) e chi la fece franca cadendo però dalla padella alla brace (fucilato a Verona).
Ma non era una novità, fin dall'inizio dei Fasci, molti erano passati (vedi proprio GRANDI ) da chierichetto alla Dc di Murri; dalla Dc al socialismo rivoluzionario; dal non interventismo all'interventismo
; dal socialismo al fascismo pił duro; dal fascismo rassista a quello moderato, fino a quello pacifista, a quello della congiura e infine a farsi anglofilo.
Eppure gli aveva scritto,
dopo la ribellione dei Fasci e dopo essere stato riaccolto nel PNF...."mi vedrai alla prova, e vedrai di quale devozione e di quale lealtą sarą di esempio il tuo Dino Grandi".

Di azioni intimidatrici di questi violenti irriducibili nel corso dei due anni 1920-21, ve ne furono moltissime. E prima ancora che Matteotti denunciasse le violenze nel corso delle elezioni politiche del 6 aprile 1924, con la sua famosa requisitoria (che gli costò la vita), le violenze le aveva dettagliatamente esposte già nel 1921 in un discorso pronunciato alla Camera contro il Partito Fascista appena nato, e su quali torti, su quali ingiustizie, su quali delitti esso si era edificato.

L'editrice dell'Avanti, raccolse copiosi documenti di quella furia, coordinando le Relazioni, gli articoli di ogni giorno, ogni settimana, ogni mese, terribili, strazianti, che gli giungevano dalle province italiane, perfino dai più sperduti paesi della penisola. Ne venne fuori una grande inchiesta che doveva essere pubblicata subito dopo le elezioni generali di maggio del '21. Ma concluso il patto avevano riposto tutto in archivio. Poi come era da aspettarsi, il patto fu lacerato, sepolto. La "guerra" ricominciò, e la furia tornò come prima.
E fu allora (marzo 1922) che stampandola in un volume fu riproposta la "Grande inchiesta sulle gesta dei Fascisti". A presentarla proprio Giacomo Matteotti.


Gli articoli riportano i fatti teppistici avvenuti in 410 città e paesi d'Italia,
dove furono devastate:

10 sedi di giornali,
25 Case del Popolo,
59 Camere del Lavoro,
85 Cooperative,
43 Leghe di Contadini,
36 Circoli operai,
17 Circoli di cultura,
34 Sezioni socialiste,
12 Associazioni varie.
Ed infine il documento riporta pure l'elenco delle 166 vittime
(di cui 52 ritratte) e i nomi di 252 feriti gravi.

Ad aprire le pagine di questa inchiesta fu proprio GIACOMO MATTEOTTI
con lo stesso discorso che aveva già pronunciato alla Camera.

Il raro libro-documento lo possediamo in originale,
fu stampato a Milano, ma si interrompe al MARZO 1922, quando le violenze e le distruzioni ripresero, e la stessa sede dell'Avanti che aveva stampato l'inchiesta, fu distrutta poche settimane dopo, il 3 AGOSTO dello stesso anno. Di esemplari se ne salvarono di sicuro pochi, sia nella sede principale come in quelle periferiche.
E quei pochi esemplari nel ventennio fascista di sicuro non entrarono nelle biblioteche.

Tra le due date ci furono altre violenze in molte altre città d'Italia, come quelle del 1° maggio che provocarono decine di morti e feriti; la concentrazione di 40.000 fascisti a Ferrara il 12 maggio guidata da Balbo; il 20 grande adunata a Rovigo; il 26 a Bologna; il 3 luglio invasione del municipio di Andria; il 13 luglio devastazioni di sedi socialiste a Cremona guidata da Farinacci; incursione di squadristi il 15 luglio nel Pavese, nel Novarese con morti e feriti; il 17 a Tolentino nelle Marche; il 24 luglio spedizione squadrista a Magenta; Raid fascista il 26 luglio a Ravenna con 9 morti negli scontri; il 3 agosto occupazione a Milano di Palazzo Marino e devastazione della sede dell'Avanti; scontri e morti nello stesso giorno nel Carrarese e nell'Alessandrino; a Parma battaglia fra socialisti e fascisti il 4 agosto; il 13 agosto preparativi per la marcia su Roma con prova generale il 24 ottobre a Napoli. Con un clima non molto sereno. L'Italia - quella fascista, quella militare, quella monarchica, quella governativa e la popolazione tutta, per ore e ore rimase con il fiato sospeso fino al 29 ottobre, quando il Re convocò a Roma Mussolini per affidargli la guida del governo.

__________________________________________________

"Inchiesta socialista sulle gesta dei fascisti in Italia"
LE PAGINE INIZIALI DI MATTEOTTI


"Inizio con la situazione in Polesine.
Nel Polesine la situazione offre un esempio così tipico, che lo stesso- Sottosegretario di Stato agli Interni finalmente ha dovuto riconoscerlo.
Siamo in una regione di tradizioni essenzialmente pacifiche. Forti lotte agrarie ed economiche si sono trascinate per mesi ed anni nel Polesine, e nessuno ne ha parlato, perchè non si sono verificati atti di violenza.
Vi possono essere stati casi improvvisi di folle incoscienti, ma noi ci siamo messi sempre di mezzo con l'esempio e con la propaganda e anche gli avversari possono testimoniare questa nostra opera di educazione. Perciò il Polesine non pareva dare col suo atteggiamento alcuna giustificazione alle incursioni e agli atti, che ora vi si manifestano.
Ma come si manifestano? Ecco quello che il Sottosegretario di Stato ha trascurato di dirci. Si manifestano nella forma più orribile, che, mai altrove si sia vista.

Come ai tempi dei brigantaggio
Nel cuore della notte, mentre i galantuomini sono nelle loro case a dormire, arrivano i camions di fascisti nei paeselli, nelle campagne, nelle frazioni composte di poche centinaia di abitanti; arrivano accompagnati naturalmente dai capi della Agraria locale, sempre guidati da essi, poichè altrimenti non sarebbe possibile conoscere nell'oscurità, in mezzo alla campagna sperduta, la casetta del capolega, o il piccolo miserello Ufficio di collocamento.
Si presentano davanti a una casetta e si sente l'ordine Circondare la casa. Sono venti, sono cento persone armate di fucili e di rivoltelle. Si chiama il capolega e gli si intima di scendere. Se il capolega non discende, gli si dice: Se non scendi ti bruciamo la casa, tua moglie, i tuoi figliuoli. Il capolega discende; se apre la porta, lo pigliano, lo legano, lo portano sul camion, gli fanno passare le torture più inenarrabili fingendo di ammazzarlo, di annegarlo, poi lo abbandonano in mezzo alla campagna, nudo, legato ad un albero!
Se il capolega è un uomo di fegato e non apre e adopera le armi per la sua difesa, allora, è l'assassinio immediato che si consuma nel cuore della notte, cento contro uno. Questo è il sistema nel Polesine

A Salara (i fatti son consacrati tutti negli stessi rapporti dell'autorità) a Salara un disgraziato operaio di notte sente bussare alla porta. « Chi è?'», domanda. « Amici! », gli si risponde. Apre e si accorge di aver davanti una banda di armati. Tenta di rinchiudere la porta; ma glielo impediscono con un piede, e attraverso alla fessura venti colpi di fucile e di rivoltella lo distendono cadavere.
A Peltorazza il capolega sente battere alla sua casa di notte, sempre di notte. Gli si dice che è la forza pubblica. Il disgraziato crede, apre. Lo prendono, lo legano, lo bastonano, lo trascinano per tutta la provincia di Padova, esponendolo al ludibrio di tutti, fino a che lo abbandonano in mezzo alla strada. Quel disgraziato ritorna a casa, denunzia il fatto, e il brigadiere dei carabinieri lo arresta!

A Pincura, piccolo paese in mezzo alla campagna, a mezzanotte arriva un camion davanti all'Ufficio di collocamento, una miserabile bicocca, una stanzetta. Non c'è nessuno dentro, ma per assicurarsene meglio i fascisti sparano a mitraglia, di cui si riscontrano le tracce sul muro. Non c'è, nessuno : allora, fuori la benzina, e si brucia tutto.
Poi vanno alla casa del Sindaco, sempre dopo la mezzanotte: non lo trovano per puro caso. La moglie è all'ospedale, la figlioletta dice : « Mio padre non c'è ». Non ci credono; lo vanno ricercando nei piccoli rispostigli : non lo trovano; ma intanto una vittima la vogliono, e vanno più in là, nella campagna deserta, alla casa del capolega che dorme. Circondano la casa. Duecento colpi di moschetto e di revolver punteggiano i muri della casupola da ogni lato. Il disgraziato scende e difende col petto l'ingresso della sua casa; cinquanta colpi crivellano la porta ed egli è ucciso nella sua casa stessa.
Quando il disgraziato difensore della casa è caduto, con due colpi dentro il petto, dietro la porta che difendeva, e la moglie lo sorregge fra le braccia, entrano (io sono stato a vedere la casa e ne ho riportata un'impressione tremenda) entrano inveendo, s'assicurano che il morto sia veramente morto e scuotono violentemente il figlioletto, che con le sue grida denunziava sulla strada, nella notte, l'assassinio del padre. Egli ne porta ancora sulle braccia il segno malvagio!

Ad Adria, pochi giorni or sono, è avvenuto un incidente fra un fascista ed un facchino. Il facchino fu ucciso dal fascista. Sarebbe dovuto bastare. Ma invece nella notte seguente arrivano ancora i camions, perchè i fascisti non erano paghi di avere ammazzato un uomo solo. E vanno, dopo l'una di notte, alla casa del segretario della sezione socialista, lo prendono, lo legano, lo portano sull'Adige, fingono di immergerlo nel fiume, o di legarlo coi piedi dietro il « camion » e poi lo abbandonano legato ad un palo telegrafico in provincia di Padova! E il « Corriere del Polesine », l'organo degli agrari, ha il coraggio di far l'esaltazione di questo fatto malvagio e vergognoso. Poi, sempre nella stessa notte, mentre, naturalmente, i carabinieri dormono (poichè la Sottoprefettura era stata preavvisata nella giornata della spedizione fascista e quindi la consegna era di russare), mentre i carabinieri dormono, la stessa banda armata si presenta alla casa del presidente della Deputazione provinciale di Rovigo. Battono alla porla di casa. « Chi è? ». « La forza» , rispondono. Perchè avviene anche che molti della masnada sono vestiti in divisa, quando anche alle loro gesta non partecipano, come a Lendini, tenenti del regio esercito addetti alla requisizione. Battono dunque, dicendo che è la forza pubblica.

Nelle digraziate campagne del Polesine ormai si sa che quando si batte di notte alla porta di casa, e se si dice che è la forza pubblica, è la condanna di morte.
Quindi alla casa del presidente della Deputazione non si apre. Tentano di sforzare la porta : non riescono: saltano sul poggiolo, lo sforzano. Il disgraziato vuole difendersi con la rivoltella, ma la moglie e la madre lo dissuadono, lo inducono a fuggire. I colpi di rivoltella lo inseguono quasi nudo per la strada. Egli va alla caserma dei carabinieri, ma essi tardano un'ora ad andare, perchè i carabinieri non ci sono per mettere in galera i delinquenti, che vanno ad assalire le case di notte. E intanto la masnada penetra nella casa; prende le donne, la moglie, la madre del disgraziato e colla rivoltella in pugno si esige che indichino dove è nascosto.
E continua così la storia, ma nessuno viene, nessuno è scoperto, nessuno sa chi siano i delinquenti.
N ella stessa via, una viuzza di Adria, abitano gli agenti investigativi; tutta la strada è a rumore, tutti gridano per quello che sta avvenendo; ma gli agenti investigativi non sentono nulla e non si fanno vedere.

L'ordine della Camera del Lavoro: viltà
Notte per notte, giorno per giorno, sono così incendi ed assassini che si commettono. Leggo sul « Corriere del Polesine », l'organo degli agrari, che la Casa del Popolo di Gavello è stata bruciata; e non si dice nemmeno il perchè; perchè da parte nostra, per lo meno da parte dei nostri organismi responsabili, non vi è stata mai alcuna provocazione. L'ordine della Camera del lavoro è inteso appunto ad evitarle. L'ordine è "Restate nelle vostre cose: non rispondete alle provocazioni. Anche il silenzio, anche la viltà sono talvolta eroici". Questo è l'ordine: ma, malgrado questo, si bruciano le Case del Popolo. E allora non è più lotta politica, non è più protesta, non è più reazione. Qui si tratta di un assalto, di una organizzazione di brigantaggio. Non è più lotta politica: è barbarie; è medioevo. Dobbiamo noi combattere la lotta politica in questa maniera? Siamo anche noi autorizzati a metterci su questo terreno? Ma vi levaste allora almeno di mezzo, voi del Governo, e ci lasciaste combattere con dignità, a parità di condizioni. E noi sapremmo mettere a posto i briganti. Il vostro intervento è intervento a favore dei briganti.

Ricordate: gli anni scorsi, ed anche quest'anno, quando l'Emilia era in fiamme per la lotta economica, la provincia di Rovigo taceva. Quando nello stesso Veneto, nella provincia di Padova, succedevano episodi di violenza contro gli agrari, verso cui si agiva violentemente per obbligarli a firmare, la provincia di Rovigo taceva. Vi furono cinque mesi di discussione, tre mesi di lotta agraria, tre mesi di sciopero, ma con incidenti minimi, trascurabili. Se avvennero, furono episodi di violenza improvvisi, imprevisti, di folle incoscienti. Ma da parte nostra è venuta allora sempre la deplorazione, la sconfessione. Oggi invece dalla parte avversaria vi è la glorificazione dell'assassinio. Questa è la differenza! Vi sono stati, anche da parte dei nostri, atti di follia. Un atto di violenza fu compresso a danno di un cattolico partigiano dell'on. Merlin. Ebbene, noi lo abbiamo deplorato; lo abbiamo condannato. Non abbiamo mai fatto l'apologia di coloro che avevano commesso questi atti. E oggi l'assassinio premeditato e organizzato è la ricompensa di quel nostro atteggiamento.

Nel Polesine sono sempre state sconosciute le taglie, che vennero ricordate alla Camera. I boicottaggi si contano sulle dita : sempre nei paesi ultimi organizzati, e meno bene organizzati. Ma, lo può riconoscere l'on. Merlin, dove sono avvenuti, noi ci siamo interessati per farli cessare.
Non disconosciamo, dunque, che errori siano stati commessi dalle nostre folle: erano da troppo poco tempo educate e venivano dalla guerra. Ma ci siamo sempre interessati e abbiamo sempre cercato di educarle. Nel Polesine non ci furono offese al patriottismo. I nostri contadini non hanno disertato, non hanno avuto bisogno dei decreti di amnistia. I nostri contadini sono andati tutti al fronte, hanno combattuto, sono morti, o sono tornati mutilati e feriti. Se qualcuno si è imboscato, se qualcuno non ha combattuto, questi appartiene agli agrari che in massa hanno ottenuto l'esonero. E gli agrari del Polesine non sono stati mai patrioti, neanche durante la guerra, perchè nei conversari loro erano più contrari alla guerra che non lo fossimo noi socialisti.

La lotta agraria
E allora perchè tutto questo? II perché c'è, e lo ha confessato lo stesso on. Corradini : è la lotta agraria. Il 28 febbraio scadevano i vecchi patti.
Le nostre organizzazioni proposero che si continuassero i vecchi patti fino alla ripresa delle trattative. Gli agrari non vollero accettare. Essi volevano rompere i patti perchè volevano rompere le organizzazioni proletarie. E hanno affermato pubblicamente che, per rompere le organizzazioni, non disdegneranno, se occorrerà, di abbandonare le terre, di lasciarle perfettamente incolte. Hanno detto che non faranno le semine per non compromettere le loro borse.
Gli agrari minacciano così l'abbandono delle terre, delle colture, se i contadini non accettano di abbandonare la mano d'opera in balìa dei padroni, stroncando i loro uffici di collocamento. Essenzialmente a questo si mira, perchè non si fanno questioni di salario, ma si pone in questione soltanto l'esistenza delle organizzazioni proletarie. E del resto l'on. Corradini lo ha riconosciuto.
Si è giunti persino a questo: che, mentre i patti liberamente sottoscritti per le valli giungevano fino al 29 agosto di quest'anno, gli agrari li hanno stracciati e hanno mandato a casa i lavoratori. Lo stesso Sottosegretario di Stato all'Interno l'ha detto e deplorato poco fa. Ora per l'assassinio di Solara sono stati arrestati i figli di agrari locali, ma soltanto perchè si è trovato una volta tanto un ufficiale che ha fatto il suo dovere.

Chi conduce le bande a Lendinara? Gli agrari. A chi appartengono i camions per le spedizioni punitive? Agli agrari. Nessun camion, onorevole Corradini, è stato dalla forza pubblica arrestato nel Polesine. Eppure i camions che circolano armati si sa quali sono : appartengono agli agrari, alle bonifiche, agli industriali, quando non sono quelli stessi della Commissione di requisizione cereali. Le organizzazioni degli agrari sono divenute organizzazioni di delinquenza.
Quando voi avete ordinata la consegna delle armi, camions pieni d'armi sono giunti nel Ferrarese e le armi sono state depositate nelle case degli agrari. E quando una volta si minacciarono dai fascisti disordini contro il Municipio di Ficarolo e ci fu eccezionalmente un agente dell'ordine che avverti il capo degli agrari che egli sarebbe stato responsabile, quel giorno nulla avvenne, perchè, quando le autorità vogliono, ottengono: quando vogliono, conoscono i capi agrari della delinquenza organizzata. Il Governo telegrafa, è vero, il prefetto fa telegrammi, circolari, è vero, ma tutto questo che vale? Quando il tenente della requisizione cereali di Lendinara si fa guida di spedìzioni, e l'autorità di pubblica sicurezza lo riconosce a capo di quelli che sparano sulle piazze, quel tenente per due giorni è messo a disposizione dell'autorità militare di Rovigo; ma il terzo giorno è restituito alle sue funzioni nella Commissione dei cereali.

Un altro tenente dei carabinieri che finge di contenere le spedizioni facinorose è un noto amico di organizzatori fascisti e fu udito prendere accordi con loro dentro i locali di un pubblico ufficio. Il comandante dei carabinieri agisce spesso a rovescio delle istruzioni prefettizie. Il brigadiere di Pincara, ove è stato compiuto l'assassinio durante la notte, mangia, beve, canta e spara coi fascisti.
A Loreo i fascisti su di una strada assaltarono un povero disgraziato, lo picchiarono e poi si presentarono al comando dei carabinieri dichiarando di avergli sequestrata una rivoltella. I carabinieri, invece di arrestare coloro che lo avevano picchiato e assalito e perquisito, sostituendosi se mai alla pubblica autorità, arrestarono lo stesso disgraziato e insultato. Sono metodi e sistemi che hanno perfino meravigliato l'autorità politica. Perciò la mia interrogazione era diretta al ministro della guerra, troppe volle assente in questi banchi della Camera, per sentire le sue responsabilità.
Ho detto che il sottoprefetto era avvisato della presenza dei fascisti in Adria, e la notte che andarono a prendere nella sua casa il Presidente della Deputazione Provinciale, i carabinieri perciò appunto dormivano profondamente e non udirono nulla, mentre per due o tre ore in città si udirono spari, inseguimenti, rumori. Nessun carabiniere apparve se non alle 4,40 del mattino, quando, come nell'episodio dei "Maestri Cantori", i ladri e gli assassini erano scappati, la luna sorgeva e tutto era ritornato in tranquillità.
Fino a questo si arriva : che, mentre lo chaufeur che ha condotto l'automobile assassina di Pincara ha deposto e indicato persone; mentre è noto chi montava l'automobile chi la pagò, chi andò a compiere l'assassinio, il procuratore del re, ancora dopo parecchi giorni, mi dichiarava che non sapeva nulla, e che egli non ha l'abitudine di leggere i giornali.

"La viltà è un atto d'eroismo"
Qui non si tratta di fatti singoli, di piccola polizia. Voi avete detto di aver preso delle misure che non sono state osservate. Ma qui si tratta piuttosto di riconoscere una organizzazione, una associazione a delinquere, la quale si vanta nei giornali, con manifesti, vistati dalle vostre autorità, che minacciano di morte determinate persone, di organizzare queste spedizioni e queste rappresaglie. E' una organizzazione a delinquere conosciuta nei suoi mezzi, nei suoi scopi, un per uno, e voi la lasciate intatta. .
Se avviene mai che qualche avversario sia bastonato, allora sono arrestati i capilega, il Sindaco, gli Assessori, tutti i nostri di quel Comune, vi siano o no indizi di colpabilità. Ma da parte opposta nulla, anzi spesso la glorificazione, l'apologia dell'assassinio o dell'incendio.

Ecco, perchè, onorevoli colleghi, la stampa tace sugli avvenimenti della provincia di Rovigo. Ma allora che cosa ci resta a fare? Noi continuiamo da mesi e mesi a dire nelle nostre adunanze che non bisogna accettare provocazioni, che anche la viltà è un dovere, un atto di eroisno. Ma abbiamo continuato a predicare per troppi mesi, o signori dei Governo, invano; non ci sentiamo e non possiamo più oltre tacere ai nostri che la disciplina può segnare la loro morte, non possiamo più oltre ordinare che si lascino uccidere ad uno ad uno, sgozzare uno per uno, per amore della nostra disciplina. Questo non ci sentiamo più di consigliare, e nelle nostre assemblee ormai si dicono delle parole che non possiamo più oltre sopportare. Voi del Governo assistete inerti o complici. Noi non deploriamo più, non domandiamo più nulla. Ora voi siete informati delle cose; la Camera è avvertita. Questo é quello che volevo dirvi.

Riprendere la storia documentata delle violenze agrario fasciste nella Provincia di Rovigo, al punto in cui si fermarono i miei accenni del 10 marzo alla Camera, non è cosa semplice. Poichè quello che fin allora sembrava ancora episodio staccato e singolare, per quanto ripetuto, doveva poi diventare la cronaca di ogni giorno e di ogni piccolo Comune, moltiplicandosi all'infinito nelle forme più fantastiche che il crudele medioevo o il più inumano regime coloniale abbiano potuto inventare.
Nello stesso giorno in cui io mi avviavo tranquillamente con un cavallino a un convegno in Castelguglielmino, e trovavo invece allineati sulla piazza duecento armati che sparavano come pazzi e mi catturavano perchè non consentivo a rinnegare né cose dette nè pensieri, a Adria andavano invece a sfondare, alle tre di notte, la porta dell'abitazione del cav. Camilli, colpevole di avere adempiuti con zelo i suoi doveri di Segretario comunale anche con la nuova Amministrazione socialista. A forza, e mentre le rivoltelle incutevano il dovuto terrore alla moglie in stato delicato e alle piccole figlie, era caricato egli pure su di un camion, portato alla sede del Fascio di Padova, sequestrato colà per due giorni, e poi abbandonato in piena campagna.

Quasi nello stesso tempo anche a Contarina si comincia a forzare e invadere le case di notte, a perquisirle coll'intimidazione delle rivoltelle, caricando sul camion le persone (per esempio un certo Franzoso) e poi abbandonandole legate a qualche albero nella campagna.
E da allora, borgata por borgata, passa la distruzione, la minaccia, il terrore per tutti i 60 piccoli Comuni del Polesine. A uno a uno, nel breve volgere di due o tre settimane, essi sono invasi di giorno da turbe di centinaia di forsennati, che bastonano chiunque è loro indicato come socialista dagli agrari locali, penetrano nei locali, distruggono il mobilio e asportano oggetti; di notte, a gruppi, con la maschera e i moschetti, sparano a mitraglia per le strade o lanciano bombe, entrano nelle case di chiunque faccia parte di un' Amministrazione comunale, di una Lega di resistenza, di una Cooperativa o simili e, tra il terrore indicibile delle donne e dei figli, minacciano, violentano, estorcono dichiarazioni, impongono cose vergognose, o costringono a fuggire disperatamente per la campagna.
In tal modo le organizzazioni non possono più riunirsi, le Case del Popolo, gli Uffici di collocamento divengono inabitabili per il pericolo immediato di incendio e di morte. Le stesse riunioni imposte dalla legge divengono oggetto di violenza : una Giunta comunale riunita è comodo pretesto per un gruppo di delinquenti per entrare nel Municipio a imporre dichiarazioni ignominiose, pena la violenza immediata sul posto o quando i radunati rincaseranno. Il Consiglio comunale di Ramodipalo, tranquillamente radunato per deliberazioni ordinarie, vede invasa improvvisamente l'aula da forsennati sopravvenuti in camion, è forzato a sciogliersi, e i consiglieri devono passare ad uno ad uno tra la doppia fila degli energumeni bastonatori. Gli Assessori di un Comune presso la Marina sono catturati in camion e portati, tra gli insulti e le minacce di morte, fino a duecento chilometri di distanza, sugli altipiani alpini! Degno ricambio alle violenze dei bolscevichi di Rovigo, che avevano inaugurato il loro Consiglio comunale regalando un mazzo di garofani bianchi alla minoranza assessoria.

In un'ultima riunione quasi clandestina degli amministratori degli enti locali e dei dirigenti le organizzazioni dei contadini, io predico ancora una volta di non insorgere, di non resistere, di lasciarsi battere, per la civiltà. Ma invano; poichè un funerale, una bandiera, un nastrino, una cravatta, un gesto, una minima cosa è sufficiente pretesto per le cosiddette spedizioni punitive e per esplosioni selvagge di violenza.
Le autorità tutte, dal Prefetto alla P. S., dai Comandanti dei Carabinieri ai Procuratori del re, assistono impassibili. Il Prefetto si dichiara impotente. Tutto passa impunito, e la legge vale esclusivamente contro l'ultimo contadino che, torturato, osi comunque ribellarsi.

Distrutta così ogni tessitura di vita civile, isolato ogni Comune dall'altro, e ogni lavoratore dal suo vicino; la lotta agraria è anche perduta, i contadini chiedono a uno a uno il lavoro ai padroni, è la Camera del Lavoro di Rovigo, già invasa è distrutta nelle sue cose materiali, si scioglie nei primi giorni di aprile.
Cessava quindi la ragione prima della violenza. Ma non bastava.
Rimanevano ancora dei piccoli centri, nei quali, se la lotta economica era stata perduta, lo spirito era però rimasto fieramente alto; e anche in tutti gli altri luoghi, se la massa era terrorizzata, rimaneva tuttavia profondamente fedele nell'anima al Partito che da più di trent'anni in quella terra aveva insegnato la conquista civile.

Quindi contro i primi si organizza e si scaglia ancora la spedizione più feroce, accuratamente preparata e combinata eventualmente con i signori Comandanti i Reali Carabinieri. Nei secondi invece si costituisce e si arma, dopo la prima terrorizzazione generale, il gruppetto locale di agrari e di studentelli, che assolda un paio di delinquenti o di disertori, indigeni o importati, e con questi alla testa mantiene lo stato di terrore e di schiavitù della popolazione, ripetendo quotidianamente la bastonatura, l'invasione domiciliare, la mascherata notturna, le sevizie.
Del primo tipo è per esempio l'assalto a Grangette, minuscola frazione a due chilometri da Rovigo. Prima, per alcuni giorni, ripetuti assaggi dei carabinieri, con perquisizioni ai lavoratori e alle loro case, invasioni di sorpresa alla Casa del Popolo, ecc. Poi i briganti: appuntamento notturno di tutte le squadre armate della Provincia, assalto combinato alla Lega e alle case privale. Nessuno si sogna di resistere; ma il terrore e la violenza penetrano in ogni famiglia, presso ogni letto; e si bastona e si distruggono mobili, alimenti, bevande, tutte le piccole ricchezze della comunità, e si appiccano incendi. Manca soltanto la vittima designata a coronare l'impresa: il capolega. Ah! quei vigliacchi di capilega non si lasciano più seviziare e uccidere in un letto, dormono randagi sotto un albero o in fondo a un arginello! Va bene, li sostituiranno i vicini di casa; spari contro la vecchia madre, che apre la finestra ma trema di aprire la porta; invasione, distruzione, bastonate al povero Masin che stava calzandosi e va a raggomitolarsi ferito sul letto. A rivoltellate lo finiscono. Vittoria!
La moglie è inebetita, ammalata. Una bambina tenerissima è morta per lo spavento. Che importa? Sulle grida terrificanti con le quali i masnadieri chiamano le vittime e incitano se stessi ad essere più barbari, e sui singhiozzi dei martoriati, sale ormai il grido della vittoria. Per la civiltà, eia, eia.

A Bottrighe è invece un attacco combinato con la forza pubblica. A Porto Tolle, sull'estremo della riva del Po, una azione strategica : una puntata, finta ritirata, imboscata, assalto generale di carabinieri e, fascisti riuniti, con emozionante caccia all'uomo e tiro al volo. A Bergantino conquista improvvisa della piazza, tra le bombe e i moschetti: il piccolo proprietario contadino vede la sua casa invasa, bruciata la rimessa, uccisi il bove e l'asino nella stalla, distrutto il mobilio, sfregiati i ritratti dei parenti morti. Qualcuno, preavvisato, riesce a fuggire per le finestre; Stefanoni si rifugia nelle Valli veronesi, perviene nel Vicentino; trova un maresciallo, gli racconta di essere inseguito dai fascisti : quanto basta perchè il maresciallo lo arresti, lo tenga in carcere otto giorni, e poi lo rimandi con foglio di via a Bergantino... a farsi massacrare dagli amici fascisti. II disgraziato si rifugia a Padova; la figlia corre a raggiungerlo; ma dietro di essa il camion delle belve apprende il suo rifugio, supera i cento chilometri di distanza e, nella città medesima, all'angolo di una via, lo sorprendono, lo portano via.

Ma peggiore ancora dell'episodio straordinario è la vita vissuta quotidiana, divenuta ormai normale in ogni piccolo comune rurale. Il tipo più criminale del luogo è divenuto il despota. I socialisti, cioè i contadini e gli artigiani, cioè gli otto decimi della popolazione, sono gli schiavi. Contro di essi tutto è possibile, tutto l'immaginabile, specialmente in certe zone rivierasche del Po. Il gruppetto dei despoti può intimare di rientrare in casa alla tal'ora, di non farsi vedere in piazza, di uscire da un negozio, di presentarsi anche dieci volte al giorno al Fascio, di girare con una corda al collo, di dipingersi la faccia, di firmare dichiarazioni obbrobriose, di non parlare con la data persona o di non salutarla. La consegna delle bandiere rosse (così come prima le dimissioni delle Amministrazioni comunali) è stata estorta con le sevizie e le torture più fantastiche, materiali e morali.
Il salvacondotto della settimana rossa, o i lasciapassare di Bucco, sono qui la norma, per esempio su tutta la via, da Occhiobello a Ficarolo.
E le sanzioni contro lo schiavo sono infinite : dalla privazione del lavoro e dalla fame, alla bastonatura a morte davanti alle donne e ai figli; dalla denudazione alla legatura al palo o al lancio nelle acque del Po.
La vita così è divenuta nelle campagne un obbrobrio o un martirio. Sono centinaia i fuggiaschi costretti ad abbandonare le famiglie e a cercare requie e lavoro a Milano, a Venezia, sul Piave; alcuni tentano di imbarcarsi per l'America, maledicendo...
Ad Ariano è rimasto invece Ermenegildo Fonsatti, operoso, buono, vero amico. Chiuso in se stesso, mutilato del polmone e mutilato dell'anima, dopo la distruzione dell'organizzazione e dell'amministrazione. Le belve andarono di notte, divise in gruppi, alle diverse case. Con le solite minacce d'incendio, fecero scendere lui sulla strada, conscio del martirio, perchè non vedessero i figli. Lo bastonarono fin che fu morto. Dopo morto ancora gli spararono addosso.
Così voleva accertare il medico dottor Sevesi, e allora anche il medico fu bastonato a sangue; mentre un altro gruppo sorprendeva, bastonava e lanciava infine nel Po un altro amico suo, il Celeghini.
Quanti morti: e dei migliori!
Q uanti feriti o malmenati; forse quattro o cinquemila!
Quante case devastate, incendiate; più di trecento!
Quante altre perquisite o invase nel terrore delle famiglie; forse più di mille!
Le donne stesse bastonate a sangue nelle loro case, come la signora Eletti, che all'onda prepotente degli invasori ripeteva intrepida : Viva il Socialismo!

In tale regime di vita, mettete anche la lotta elettorale. Per i Partiti dell'ordine dovrà essere un trionfo.
Sequestrata tutta la nostra stampa. Proibito alla tipografia di stampare il nostro settimanale. Intercettato con minacce i rivenditori o addirittura con imposizione agli Uffici postali. Di comizi o manifesti non si parla. Pacchi di schede, spediti per ferrovia, per posta, per carretto, a mano, o in bicicletta sono tutti sequestrati.
E sequestrati i portatori, come quei due giovani padovani, Menato e Zanovello che tentano portare nel Polesine una valigetta di schede: perquisiti e sottoposti a interrogatori estenuanti, poscia caricati su un camion, trasportati di qua e di là nella notte, e chiusi per ultimo in una stanzetta di 2 x 3 metri, con gli occhi bendati notte e giorno, sulla paglia, mentre gli aguzzini si divertono ogni qual tratto a sparare loro accanto o a discutere di qual genere di tortura farli perire. Il Prefetto dopo quattro giorni rassicurava le famiglie che i giovanotti stavano bene.

Perquisite tutte le case dei più noti socialisti per ritrovarvi le schede. Ridotti a letto a furia di bastonate Bellini, Ruzzante, Fintello, il mutilato Bonafin di Lendinara, e infiniti altri, affinché non si potessero muovere. Le notti del venerdì e sabato, bombe e spari a migliaia per terrorizzare. E decine e decine di nostri buoni compagni, banditi addirittura dalla Provincia per decreto dei Fasci, almeno fin dopo le elezioni.
Impedite perfino le pratiche legali, sequestrato e minacciato il nostro coraggioso delegato di lista Belluco. Quasi tutti i nostri rappresentanti di seggio, intimati a non presentarsi o violentati, come il Lenotti e il Franchi. Un giovane ardimentoso, decorato al valore e mutilato, Germani, che tentò per tre volle da Padova di entrare nel Polesine per compiervi le funzioni elettorali prescritte dalla legge, fu replicatamente fermato, impedito e bastonato, fra l'altro da un condannato per diserzione, che egli riconobbe e che pretendeva di insegnargli l'amor patrio! Ad Arella, nella notte, tre compagni vanno a trovare i fratelli Ferlin, nascostamente, per avere la scheda socialista. Gli agrari se n'accorgono, circondano la casa; vogliono entrare a forza: uccidono con una rivoltellata il Ferlin. Il fratello come un leone si difende con un coltello e ferisce due degli assalitori; il giorno dopo arrivano sul posto i camions della rappresaglia: case, bestiame, mobili dei contadini, tutto distrutto, ucciso, incendiato, in nome della produzione nazionale. Così almeno mi è stato riferito perchè la stampa tace.

Dopo le elezioni, tacerà la violenza?
Ah! no. La minaccia era questa : se nel paese si troveranno più di tanti voti socialisti, tutte le case dei colpevoli saranno messe a ferro e a fuoco. E a Polesella, a Borsea ed altrove, sono a centinaia i bastonati, i martorizzati, i banditi dalle loro case, perchè colà furono troppi i voti socialisti.
Passano i giorni. Ma la schiavitù dei lavoratori nel Polesine deve continuare intera, perfetta. C'è qualche bandito, che passa di paese in paese a dare lezioni di delinquenza. E ancora ieri sera il piccolo Pozzati di Cà Vernier veniva legato mani e piedi a un albero e bastonato.

Le Autorità, il Governo, la Giustizia, assistono complici spudorati. E tutta la stampa vigliaccamente tace; non parla anni del Polesine, perchè non vi può trovare neppur l'ombra della provocazione socialista o dell'agguato comunista".

GIACOMO MATTEOTTI


le immagini allegate nell'inchiesta giornalistica
di alcune distruzione e devastazioni > > >

< < RITORNO ALL'INDICE MUSSOLINI

HOME PAGE STORIOLOGIA