RIVOLUZIONE FRANCESE

LA METAMORFOSI DI FOUCHE'

FECE IL PRIMO (MANIFESTO) COMUNISTA DELLA STORIA
E NELLA RIVOLUZIONE FRANCESE  E POI CON NAPOLEONE
PRIMA, DURANTE E DOPO, DOMINO' LA SCENA
fu lui a chiudere la Rivoluzione !!


Un diabolico  personaggio   tutto da scoprire
n. il 31.05.1759 a Nantes Le Pellerin -  m. il 26.12.1820 a Trieste 

di LUIGI CERRITELLI

INNANZITUTTO CHI ERA FOUCHE'

Anno 1759: Il 31 maggio, a Nantes, nasce Joseph Fouchè. I suoi genitori sono gente di mare e commercianti; gli avi sono marinai. L’idea iniziale è quella di farne un capitano di lungo corso ma il ragazzo è lungo e sparuto, anemico, sgraziato, privo di energia e di attitudine al lavoro.

Nel 1770 lo si avvia verso la Chiesa dove egli cresce con una certa attitudine alle scienze esatte; diventa prefetto di collegio ma non prende i voti sacerdotali; già ripugna a legarsi definitivamente a qualcuno o a qualche cosa. Egli veste come un prete e porta la tonsura ma non è consacrato.

Anno 1778: Monastero degli Oratoriani.  FOUCHE' insegna Matematica e Fisica a Niort, Saumur, Vendome, Parigi. Ad Arras è ammesso nella Società dei Rosati dove conosce Lazzaro CARNOT, Massimiliano ROBESPIERRE, il medico svizzero MARAT e il tenente NAPOLEONE BUONAPARTE. 

Fa la corte a Carlotta Robespierre sorella di Massimiliano. Ad Arras il piccolo avvocato Robespierre viene eletto deputato agli STATI GENERALI DI VERSAILLES ed è proprio Fuchè che gli presta poche monete d'oro per pagarsi il viaggio ed un abito adatto alla bisogna. Partito Robespierre anche gli Oratoriani di Arras fanno la loro piccola rivoluzione e Fouchè si butta a capofitto, cosa strana..., e dichiara le simpatie della classe sacerdotale locale per il TERZO STATO.

Viene punito. I superiori lo trasferiscono da ARRAS a NANTES nella casa sorella dove il Nostro aveva studiato. Ora però è diventato esperto e maturo. Non si sente più di insegnare matematica agli adolescenti. Egli, da buon segugio, intuisce che la bufera sociale sta per scoppiare e non ha più voglia di raccattare briciole alla tavola di ricchi borghesi. 

La politica dominerà il mondo: si entri nella politica!. Di colpo getta la tonaca e non si rade la tonsura; tiene discorsi ai ragazzi del seminario e ai cittadini di Nantes; diventa improvvisamente il presidente del Club Amici della Costituzione; esalta il progresso ma con prudenza visto che il barometro di quella città tende al moderato.

A rafforzare la sua posizione sposa la figlia di un ricco commerciante. E' una ragazza bruttina ma con dote. Egli sarà un buon marito e un buon borghese perchè è il TERZO STATO quello che è destinato al dominio.

Appena vengono proclamati i comizi per la CONVENZIONE, Fouchè si presenta candidato: promette tutto a tutti. Sorride ed inveisce contro i presunti soprusi che gli vengono denunciati. A Nantes il clima è destrorso e quindi i suoi discorsi sono coerenti a quel giro della vite.
Nel 1792 è finalmente nominato deputato e la coccarda tricolore sostituisce la tonsura.

Egli ha circa trentadue anni. Con quella figura magra ed allampanata, quel viso lungo e sporgente, quella carnagione priva di linfa vitale, quegli occhi vitrei e sfuggenti sotto sopraciglia rossastre non passa certamente inosservato. Mai egli si è abbandonato all'ira; mai si è visto vibrare un muscolo del suo viso. Egli è un animale a sangue freddo ed è in questa freddezza inamovibile che sta la sua forza: la forza intellettuale di Joseph Fouchè da Nantes. 

IL GRANDE GIORNO

1792- La mattina del 21 settembre i nuovi eletti alla Convenzione fanno il loro ingresso nell’aula. Non dovranno più salutare l’unto del Signore LUIGI XVI visto che, trasformato in Luigi Capeto, egli langue nelle prigioni del Tempio in attesa che se ne decida la sorte.
Al suo posto governa l’Assemblea; dietro il banco della presidenza sono esposte le nuove tavole della legge: la Costituzione. Sulle pareti spiccano fasci littori con scure cruenta. Il popolo assiste dalle gallerie all’entrata di una singolare miscellanea di individui provenienti dalle professioni più disparate. Vi sono intellettuali e militari, borghesi ed ecclesiastici, avventurieri e preti spretati.
Nella disposizione dei seggi vi è un tentativo di ordinare questo magma che dal fondo tenta di venire alla superficie.

Gli uomini senza passione, i prudenti, i ragionevoli siedono in basso costituendo una zona che Robespierre sprezzantemente definisce la palude, le marais. In alto, sulla montagna, si siedono gli impazienti, i radicali, le truppe da sbarco. Queste due forze si equilibrano.

CONDORCET, ROLLAND ed i girondini sono i rappresentanti del medio stato. Per loro l’arrivo della Repubblica è già stato un passo gigantesco. Ora sarebbero lieti di arginare la Montagna che spinge sempre più radicalmente verso una rèvolution intégrale sino all’ateismo e al comunismo.
MARAT, DABTON, ROBESPIERRE, duci del proletariato, vogliono abbattere dopo il Re, il danaro e la religione. Sta per iniziare una lotta per la vita e per la morte,  per lo spirito e per il potere.

Quando entra Joseph Fouchè molti si chiedono dove si siederà. Tra i radicali della Montagna o tra i moderati del Fondo?. Fouchè non ha dubbi: egli starà sempre per la maggioranza. Con passo quasi leggiero egli si siede con Condorcet e Rolland. Dall’alto il vecchio amico Massimiliano Robespierre lo osserva, ironico, attraverso il suo occhialino.

Fouchè si accorge che il vecchio amico di Arras lo indica ai suoi campioni radunati sulla Montagna e sa che quello sguardo scrutatore ed insinuante da ostinato puritano mai lo abbandonerà. Prudenza; ci vorrà prudenza.  Egli si imbosca nella palude con abilità. Il deputato di Nantes non prende la parola per parecchi mesi né parteciperà ad inutili chiassate e a concioni senza costrutto.
Egli si fa scegliere nelle commissioni dove si impara a gestire il potere e si acquista pian piano influenza senza controlli e senza farsi invidiare. La sua capacità di lavoro lo rende ricercato e preferito. Chiuso nella sua solitudine, rotta solo dagli affetti familiari, aspetta che Montagna e Gironda si sbranino.

Vergniaud, Condorcet, Desmoulins, Danton, Marat, Robespierre si feriscono, ogni giorno, a morte. Fouchè sa che bisogna solo aspettare la loro fine e che tenersi nell’ombra sarà un atteggiamento che dovrà assumere per tutta la vita se vorrà raggiungere il potere a cui aspira. Egli desidera potere ma ne detesta, quasi, i simboli e la veste. Gli basta sentirlo tra le mani e avere la capacità di usarlo per modificare a suo piacimento l’ambiente esterno. Già si intravede in questo atteggiamento la stoffa del futuro ministro di polizia, carica che ricoprirà tra qualche anno.
Queste ambiguità lo rendono sempre più misterioso e solitario. Arriva, però il giorno in cui bisogna dare un voto preciso e pubblico con un SI od un NO. E’ il 16 gennaio 1793. Robespierre insiste spietatamente che ogni convenzionale voti per la morte o per la vita di Luigi XVI.
Gli indecisi del branco hanno premuto per una votazione segreta ma Robespierre è irremovibile. O vita o morte in modo esplicito e diretto.

Fouchè interroga gli amici; parla con Condorcet; prepara un discorso per la grazia che legge in privato ai colleghi della Gironda. La sera tra il 15 e il 16 i sobborghi di Parigi ribolliscono sapientemente indotti dai montagnardi. Le Tuileries sono piene di facinorosi capitanati da Teroigne de la Mericour, isterica megera, caricatura di Giovanna d’Arco.

E Fouchè, dopo aver fatto i conti da buon contabile, vede che la maggioranza della palude si assottiglia sempre più. Non gli va di stare con una minoranza. Quindi sale rapido e felpato i gradini della tribuna e con labbra esangui ed occhi quasi dispiaciuti ma decisi pronuncia piano, per Luigi Capeto, le due parole fatali: LA MORT.

Il Moniteur le riporta, assieme a quelle degli altri deputati, il giorno dopo e non sarà mai possibile cancellarle dalla storia. Joseph Fouchè è regicida!  

Il giorno dopo Fouchè fa stampare un manifesto in cui proclama pomposamente i suoi, presunti, ideali rivoluzionari. Vuole anticipare eventuali contestazioni al suo operato in assemblea e scrivere è, per lui, meglio che parlare.
Eccone il testo:

I DELITTI DEI TIRANNI HANNO COLPITO TUTTI GLI OCCHI 
E RIEMPITO DI SDEGNO TUTTI I CUORI.
SE QUEL CAPO NON CADRA’ SOTTO LA MANNAIA, I MASNADIERI E GLI ASSASSINI ALZERANNO LA TESTA E SAREMO MINACCIATI DAL PIU’ TERRIBILE DEI CAOS…; QUESTA E’ LA NOSTRA STAGIONE ED ESSA SI PONE CONTRO TUTTI I RE DELLA TERRA.

Egli, astuto calcolatore, ha ragione! I bravi cittadini di Nantes che lo hanno eletto si lasciano intimidire. Imbarazzati ed incerti plaudono alla decisione di Fouchè; avvertono una vaga vicinanza alla sua natura codarda ed opportunista ed aderiscono pur con un vago senso di disagio.
Da ora il grande camaleonte da moderato è diventato arciradicale, giacobino e ultraterrorista. Assume il gergo violento e sprezzante in uso sulla Montagna. Chiede misure contro i preti; eccita, inveisce, si infuria quasi per farsi notare dall’incorruttibile Robespierre e rinnovare l’antica familiarità. Ma l’antico amico ha capito il suo gioco e lo tiene lontano quasi a non contaminarsi.

Fouchè ne è sorpreso ma intuisce il pericolo della sua ostilità. Egli capisce che deve eclissarsi per un po’. Dovrà dimostrare in provincia il suo ardore repubblicano e le sue capacità politiche. Egli ottiene di essere inviato commissario nel suo dipartimento: la Loira (Nantes, Nevers, Moulins). Il potere di un commissario, fascia tricolore e cappello rosso piumato, è quello di un proconsole della antica Roma. E’ un padrone assoluto che rappresenta il potere centrale con una totale responsabilità politica ed amministrativa.
Egli si scaglia contro i ricchi ed i moderati ed espone un preciso programma radicale e "comunista". Assieme a Collot d’Herboise, suo collega, emana il più stupefacente documento dell’epoca rivoluzionaria che precorre i tempi futuri ed assume significato di  MANIFESTO DEL COMUNISMO.

Che la storiografia non ne parli sta nel fatto che il Fouchè ministro di polizia ne distrusse minuziosamente le tracce fino ad annullarne il ricordo, eliminando anche chi ben ricordava o aveva imprudentemente fatto capire di ricordare. Il manifesto uscì sui muri di Nantes sotto il nome..

INSTRUCTION
TUTTO E’ PERMESSO A COLORO CHE AGISCONO SECONDO LA RIVOLUZIONE.
PER IL REPUBBLICANO NON ESISTE ALCUN PERICOLO, FUORCHE’QUELLO DI NON PROCEDERE DI PARI PASSO, CON LE LEGGI DELLA REPUBBLICA.
FINCHE’ ESISTERA’ ANCHE UN SOLO INFELICE SULLA TERRA, LA RIVOLUZIONE DOVRA’ CONTINUARE LA SUA MARCIA IN AVANTI.
LA RIVOLUZIONE E’ FATTA PER IL POPOLO.
IL POPOLO E’ L’UNIVERSALITA’ DEI CITTADINI FRANCESI CHE FORNISCE UOMINI ALLA PATRIA, DIFENSORI ALLE FRONTIERE, CITTADINI CHE NUTRONO LA SOCIETA’ CON IL LORO LAVORO.
LA RIVOLUZIONE DEVE CREARE UN POPOLO COMPATTO; 
UN POPOLO DI UGUALI.
NON ILLUDETEVI!  PER ESSERE VERAMENTE REPUBBLICANO ED APPARTENERE AL POPOLO OGNI CITTADINO DEVE OPERARE SU SE STESSO UNA RIVOLUZIONE INTEGRALE COME QUELLA CHE HA CAMBIATO IL VOLTO DELLA FRANCIA.
PERTANTO CHI POSSIEDE PIU’ DEL NECESSARIO DEVE ABBANDONARLO.
LA PATRIA ESIGE OGNI SOVRABBONDANZA PER RIDISTRIBUIRLO EQUANIMAMENTE, ESIGE PER SE’ ORO ED ARGENTO, METALLI VILI E CORRUTTORI, PER ACCORPARLI AL TESORO NAZIONALE, ESIGE LAICITA’ E DEDIZIONE ALLA REPUBBLICA, ESIGE FERRO ED ACCIAIO PER FAR TRIONFARE LA REPUBBLICA.
APPLICHEREMO CON SEVERITA’ L’AUTORITAS CONFERITACI.
LIBERTA’ O MORTE! 
RIFLETTETE E SCEGLIETE!

Per mettere in atto tale istruzione, egli fonda i COMITATI FILANTROPICI ai quali i possidenti possano donare i loro beni.  Egli serio e compiaciuto continua a martellare i suo scherani: ogni buon rivoluzionario ha bisogno soltanto di ferro, pane e quaranta scudi.
Scriverà alla Convenzione: “ QUI CI SI VERGOGNA DI ESSERE RICCHI”.

Joseph Fouchè è il primo comunista della storia.

FOUCHE’ CONTRO LA RELIGIONE 

Nella sua azione Joseph Fouchè si rivela sempre più radicale e comunista comportandosi come il più impetuoso e violento campione anticristiano. Sembra che reciti a soggetto. ”Conviene che sia comunista? Sarò comunista! “. E ne assume il linguaggio e la fede come un consumato attore creando un personaggio che appare convincente perché l’azione ed il verbo sono rapide ed incisive. Ed egli ha bisogno di azione per mostrare alla Convenzione che Fouchè è all’ordine; preparato e serio come nessuno; capace di interpretare la parte che la Patria gli ha affidato. 

In realtà il nostro eroe persegue i suoi personalissimi scopi con pazienza e sacrificio. Già ha cominciato a catalogare tutti gli eventi ed i personaggi. Vizi e debolezze sono trascritti in fascicoli; una piccola banda di scherani, reclutati tra la feccia dell’umanità, ripuliti e riforniti di mezzi, viene distribuita in posti chiave. Fouchè non sa solo quello che non si fa!

Nel contempo tuona contro la Chiesa: “Questo culto superstizioso va sostituito dalla fede nella REPUBBLICA e nella MORALE. E’ proibito a tutti i sacerdoti di comparire nei templi coi loro costumi. E’ tempo che questa classe altezzosa, ricondotta alla purezza dei principi della Chiesa primitiva, rientri nella classe dei cittadini!”
Ben presto Fouchè, forte del suo assoluto potere, non si accontenta di essere il capo militare, il sommo magistrato nei tribunali, il podestà amministrativo ma pretende il potere religioso.
Abolisce il celibato, comanda ai sacerdoti di sposarsi entro un mese, stringe ed annulla matrimoni, sale sui pulpiti spogli di crocefissi e simboli religiosi, tiene prediche atee negando l’immortalità dell’anima e l’esistenza di Dio.
Nei cimiteri viene abolito il cerimoniale e sulle lapidi l’unico motto da porre sarà:
LA MORTE E’ UN SONNO ETERNO.

A Nevers il PONTEFICE FOUCHE’ introduce il battesimo civile ed impone, come esempio, alla sua ultima nata il nome Nievre, da quello del dipartimento. La cerimonia è suggestiva; la guardia nazionale è chiamata a raccolta nella piazza del paese ed egli battezza la sua piccola davanti alle bandiere della repubblica.
E’ perfino esagerato quando attraversa Moulis a cavallo, cinto del tricolore, piumato di rosso, con un martello in mano, alla testa di un corteo di facinorosi, per rompere le sacre immagini simboli del fanatismo religioso antirepubblicano.

Le mitrie sacerdotali vengono bruciate e davanti al fuoco egli parla, parla, straparla… fino a che il vescovo Francesco LAURENT trascinato dalla eloquenza del nostro si strappa la tonaca e si pone sul capo il berretto frigio. Trenta preti lo seguono.

A Parigi la notizia infiamma gli animi. Si parla di questo Fouchè che arruola volontari per la difesa dei confini; che manda casse piene d’oro alla Convenzione, frutto della spoliazione dei templi cristiani; che appare un prefetto di ferro agli ordini del potere centrale; che vive spartanamente; che disprezza ostentatamente il denaro e gli onori.
L’ultragiacobino CHAUMETTE  pubblica un inno: "Il cittadino Fouchè ha operato miracoli repubblicani. Ha soccorso i poveri, rispettato le sventure, distrutto il fanatismo religioso e borghese, perseguitato e punito esemplarmente i prepotenti e gli sfruttatori.”

Fouchè torna a Parigi nel 1793. Chi non lo conosce si precipita da lui per encomiarlo. Robespierre continua a tenerlo al largo anche quando chiamato a gran voce dai montagnardi si sceglie un posto più comodo sulla Montagna. Fouchè vorrebbe avvicinarsi ma l’Incorruttibile, sprezzante ed ironico, lo tiene sotto la lente del suo occhialino quasi a non contaminarsi. Tra sé Joseph Fouchè, un po’ spazientito, conclude che prima o poi bisognerà concludere questa partita.

Lione è sempre stata la città dei contrasti. Nel 1792 non era ancora il primo centro industriale di Francia ma pur essendo bottegaia ed agraria aveva nel suo ambito una ben delineata classe operaia spiccatamente in contrasto con quella dei datori di lavoro, monarchica e forcaiola.
In quell’anno si erge dal mucchio, un uomo di pura fede, religioso ed estatico, aspirante rifacitore di un mondo in declino, inconsapevole provocatore di una serie di sventure che coinvolgeranno proprio Lione. La sua città; la città della seta. Costui è CHALIER, prete spretato come tanti ma con un nuovo cristianesimo nel cuore al quale ha consacrato la vita. 

Appassionato seguace di Rousseau per propagandare la ragione e l’uguaglianza egli porta, personalmente, da Parigi a Lione una grande pietra tolta alla Bastiglia, roccaforte del dispotismo e a Lione la erige in piazza come un altare.
Egli recita, a memoria, i discorsi di MARAT eccitando la massa operaia, organizzando le bande rivoluzionarie, istruendole nel linguaggio, nelle idee, nella prassi. Alla prima rivolta, con morti e feriti, Chalier viene sbattuto in carcere. Si decise di dire basta e di dare un esempio condannandolo a morte per omicidio e sedizione. Invano la Convenzione manda, da Parigi, messi su messi per salvare Chalier. Il Consiglio Comunale di Lione respinge ogni intromissione; anzi condanna a morte il povero sognatore adoperando lo strumento umanitario in voga in quel momento: la ghigliottina. Per tre volte il boia incaricato, inesperto e poco convinto del suo ruolo, tenta di tagliare la testa a Chalier. Alla fine sarà la spada a mettere fine a quello spettacolo crudele e disumano.

La Convenzione scatta indignata ed offesa. Come si permette Lione, singola città di Francia, di  opporsi alla Assemblea Nazionale?
Questa sfida va lavata nel sangue! Lione sa quello che l’aspetta. Allora arruola truppe, organizza le difese, cerca alleanze contro i repubblicani.
Saranno le armi a decidere la contesa. La capitolazione di Lione è uno scherzo per le truppe nazionali rinforzate da un numero impressionante di contadini e operai che arrivano da tutta la Francia.
Quando alla Convenzione il Presidente annuncia la vittoria tutti i deputati, moderati o estremisti, esultano abbracciandosi e giubilando. La Repubblica è salva! Ora bisogna dare una lezione esemplare a questa città che ha osato opporsi al potere repubblicano centrale. Il 12 ottobre 1793 il Presidente della Convenzione emana il seguente 

EDITTO CONTRO LA CITTA’ DI LIONE

ARTICOLO 1.-La convenzione Nazionale eleggerà su proposta del Comitato di Salute Pubblica una Commissione straordinaria composta di cinque membri, perché siano puniti militarmente e senza ritardo i controrivoluzionari di LIONE.

ARTICOLO 2.-La città di Lione sarà distrutta. Tutte le case dei ricchi saranno demolite. Rimarranno solo le case dei poveri, le dimore dei patrioti e dei martiri, gli edifici pubblici e quelli industriali.

ARTICOLO 3- Il nome di Lione sarà cancellato dalla lista delle città repubblicane. Il gruppo di case rimasto sarà chiamato VILLE AFFRANCHIE.

ARTICOLO 4- Nella zona distrutta verrà eretta una lapide che rechi il moto seguente: Lione fece la guerra alla Libertà. Lione non esiste più.

Nessuno, alla Convenzione, osa opporsi a questa folle proposta. Come commissario di governo viene nominato COUTHON, collaboratore di Robespierre, personalità nella quale si mescola giacobinismo integrale e astuzia da bottegaio. Egli scrive proclami su proclami senza dar luogo ad azioni successive; opera teatrali misure che appagano lo spirito rivoluzionario senza ordinare distruzioni col pretesto che non vi sono operai disponibili per le demolizioni. In realtà Couthon, amico di Robespierre e suo fedele esecutore di ordini, paralizzato alle gambe per una poliomelite infantile, non vuole la distruzione di Lione e sta giocando in attesa che le cose decantino. Ma la Montagna locale non ci sta. Comincia a farsi sentire a Parigi. Alla Convenzione si accusa Couthon di codardia e alla fine si decide di sostituirlo anche se Robespierre non gradisce la cosa ma fa buon viso a cattiva sorte.

Chi sono i nuovi proconsoli? Nessuno si meraviglia quando Fouchè reindossa la fascia tricolore, il cappello piumato e la grinta adatta alla bisogna e si appresta a precipitarsi a Lione per eseguire quello che Couthon ha promesso senza attuare: sterminare i traditori della rivoluzione e distruggere la città. 

FOUCHE’ MITRAGLIATORE DI LIONE

In realtà Joseph Fouchè non ama il sangue. Egli nel suo intimo rispetta la vita degli altri fino a quando è in pericolo la sua. Fino ad allora Desmoulins, Robespierre, Marat, Danton predicavano morte per gli avversari quasi in un gioco contro di essi. Molti di loro rimanevano sconvolti quando le loro istanze prendevano corpo e la ghigliottina eseguiva quanto essi auspicavano nei discorsi concitati e folli in cui si dava morte a tutti, senza valutare l’effetto che avrebbero avuto sul popolino ubriaco di violenza e vendette. Fouchè sa tutto questo.
Dovrà eseguire gli ordini e nello stesso tempo valutare giorno per giorno il mutare delle tendenze dentro la Convenzione. Egli istruisce convenientemente il gruppo dei suoi scherani, già in azione a Nantes, per avere ogni giorno sotto controllo la situazione locale via per via, piazza per piazza. Farà lavorare sodo quel fesso di Collot d’Herbois, associandolo in modo eclatante ad ogni iniziativa dandogli uno spazio apparente di grande autorità che potrà essere letto ora come dovuto alla naturale modestia e riservatezza di Fouchè ora alla tracotanza dello stesso Collot che tende a fare la primadonna escludendo la saggezza e la lungimiranza dello stesso Fouchè.
Insomma il nostro eroe è abile, astuto, organizzato. Egli si reca spesso a Parigi per annusare l’aria del potere centrale in modo da potere prevenire ribaltoni e cambiamento di indirizzo.

Per prima cosa organizza una messa laica per Chalier sullo stile macabro e eclatante di retorica delle analoghe cerimonie di Nantes; poi avendo sentore che a Parigi ci si stupisce della sua lentezza, decide di agire. Il 4 Dicembre 1793, dice ai suoi che la ghigliottina è lenta e fa preparare fosse comuni. Sessanta giovani carcerati legati a due a due sono portati davanti ad esse e mitragliati con cannoni puntati a dieci passi. Uno squadrone di cavalleria finisce chi non è morto, a sciabolate e ogni cavaliere si compensa con le vesti e le calzature dei poveri morti che vengono poi sepolti comunemente. Questa mitraillad viene ripetuta .., e ripetuta .., e ripetuta … fino a quando il sangue che cola sulle rive del vicinissimo Rodano comincia ad arrossare l’acqua del fiume e diventa messaggio eloquente per i villaggi e le città a valle. La Convenzione, nel frattempo, proclama Chalier Santo Nazionale ed alla sua compagna viene assegnata una pensione a vita. 

Fouchè dichiara pubblicamente che 
LE CONDANNE DI QUESTO TRIBUNALE 
ATTERRISCONO I REI MA CONSOLANO IL POPOLO.

Improvvisamente Egli sente che l’aria sta cambiando. Si mostra non sempre d’accordo con Collot che completamente calatosi nella parte continua a giacobineggiare. Chi osserva Fouchè lo vede, quando è in compagnia del suo collega, scuotere la testa, alzare gli occhi al cielo, sussurrare che ci sarebbe bisogno di più saggezza nel far le cose.
Insomma il nostro amico comincia a misurare le distanze. Piano piano ordina di limitarsi alle piccole cose di routine: due o tre teste al giorno di noti lestofanti fino ad allora risparmiati. Lione accoglie questo mutamento come se Fouchè, inizialmente sopraffatto da Collot nella direzione delle operazioni, si sia improvvisamente reso conto che era ora di farsi sentire di più con quel massacratore.
I lionesi lo eleggono intimamente loro SALVATORE. I giacobini di LIONE si lamentano con la convenzione ove il clima è mutato ma cè Robespierre, il vecchio nemico, che prende una iniziativa che alla fine gli riuscirà fatale. Gli riesce di convocare il Comitato di Salute Pubblica, senza capire che il vento è cambiato, per accusare FOUCHE’ di avere messo a morte alcuni patrioti giacobini. In realtà il nostro eroe li aveva sorpresi con le mani nel sacco, a razziare in una casa, e, geniale come gli veniva di essere da un po’ di tempo a questa parte, aveva intuito che la cosa gli andava a fagiolo se li avesse fatti fuori. 

Ora il mitragliatore di duemila povere vittime veniva accusato per avere applicato giustizia contro ladri e sciacalli! Tornando a Parigi, Joseph Fouchè, già pensa a come far fuori Massimiliano Robespierre; l’accusa lo fa ridere pensando all’aureola di SANTO PROTETTORE che i superstiti di Lione, già gli stanno tessendo sul capo ma è meglio andar cauti. Non si sa mai; l’Incorruttibile è ancor più pericoloso adesso che il barometro sembra registrare un cambiamento del tempo politico nella Convenzione Nazionale.

LA LOTTA FOUCHE’-ROBESPIERRE

Il 3 Aprile 1794 Fouchè apprende che il Comitato di Salute Pubblica lo ha chiamato per rendere conto del suo operato. Nel partire da Lione provvede a far ghigliottinare boia, aiutante del boia ed altri quattordici figuri di cui si è servito ma di cui non si fida. Nessuno sa tacere come un morto!
Il giorno 8 a Parigi apprende che Chaumette è in prigione, Danton decapitato, Condorcet sparito nel nulla per paura di perdere, anche lui, quella testa che hanno perduto Marat, Desmoulins, ed altri campioni che si erano opposti al PONTIFEX MAXIMUS, al DITTATORE, al TRIONFATORE Robespierre.

Nell’entrare nella sala della Convenzione Fouche’ chiede la parola. L’audacia del gesto è innegabile. Il presidente gliela concede tra lo stupore generale.
Egli legge un rapporto circostanziato, eloquente, rispettoso del potere dell’assemblea, fermo nel caratterizzare il senso politico e repubblicano della sua attività a Lione, cauto verso l’incorruttibile che lo osserva serio e quasi stupito. Alla fine tutti rimangono muti come ad ascoltare il silenzio degli altri. La relazione viene posta agli atti per essere passata al Comitato perché la esamini nei dettagli. Il silenzio di quelle ore è un tarlo roditore per Fouchè. Il terrore comincia ad impadronirsi di lui. Si dice che la sera stessa si sia recato a casa di Robespierre per una chiarificazione e che ne sia uscito più preoccupato di prima.

La visita "AL MONUMENTO DELLA VIRTU’" gli ha reso ancor più evidente la necessità che bisognava in qualche modo far fuori quel PRESUNTUOSO E FANATICO SAVONAROLA che si atteggiava, ora, con la difesa di nuovi valori spirituali, a PROFETA della Francia.

Egli comincia a contattare uno ad uno una serie di deputati, ammiccando quasi a compatirli per la fine che faranno in mano al despota. Intanto Robespierre il 6 Maggio chiama tutti gli intellettuali della Repubblica a riconoscere l’esistenza di un ESSERE SUPREMO E L’IMMORTABILITA’ QUALE FORZA CHE GUIDA L’UNIVERSO; e rivolgendosi improvvisamente a Fouchè gli grida: ”RACCONTACI, DUNQUE, RACCONTACI CHI MAI TI HA AFFIDATO LA MISSIONE DI ANNUNCIARE AL POPOLO CHE NON ESISTE LA DIVINITA’….;QUALE VANTAGGIO HAI TROVATO NEL PERSUADERE L’UOMO CHE UNA FORZA CIECA PRESIEDE AI SUOI DESTINI E COLPISCE A CASO IL DELITTO E LA VIRTU’; CHE LA SUA ANIMA NON E’ ALTRO CHE UN ALITO LIEVE DESTINATO A SPARIRE? SCIAGURATO SOFISTA, CON QUALE DIRITTO PRETENDI DI STRAPPARE ALL’INNOCENZA LO SCETTRO DELLA RAGIONE PER AFFIDARLO IN GREMBO AL DELITTO?

Un applauso fragoroso accoglie l’invettiva. Fouchè non replica. Il silenzio è d’obbligo visto che è impossibile replicare a tanta eloquenza.
Il 18 Pratile, all’improvviso, Fouchè viene proclamato PRESIDENTE DEL CLUB DEI GIACOBINI. Robespierre ne è stupito. Fouchè è il primo che gli resiste quasi in un gioco di scacchi. Qualcuno vede il nostro eroe ai giardini con Carlotta Robespierre, l’antica simpatia. Altri vengono da lui avvertiti di essere in pericolo e constatano che l’avvertimento era reale. La rete che va tessendo Fouchè tocca anche il deputato Tallien disperato perché l’amante Teresa Cabarrus, bellissima spagnola, è imprigionata ed in attesa di ghigliottina. Robespierre tenta di accusarlo, tramite qualche amico di fede, all’interno del Club ma l’azione fallisce perché tutti cominciano ad avere una paura folle del DESPOTA.

Ora Robespierre quasi si impunta. Decide di presentare pubblica accusa personale all’interno del Club dei Giacobini pretendendo la presenza del Presidente Fouchè. Questo però se ne guarda bene e non convoca l’assemblea. In altri tempi sarebbe stato una sfida a tutti i soci; ora i giacobini sanno che la sua tattica serve a combattere colui che è diventato il nemico pubblico numero uno: Maximiliano Robespierre.

L’attacco dell’incorruttibile avviene nella Assemblea Nazionale dell’11 giugno. Mai nominandolo egli si lancia su Fouchè con una violenza verbale mai registrata in quell’aula. Lo definisce impostore, vile, spregevole con un implicito preavviso di richiesta di condanna a morte. La sera Fouchè dorme fuori casa e fa il giro di buona parte dei deputati più importanti. Così per molte notti si riunisce con Barras, Tallien, Carnot ad organizzare la caduta dell’Incorruttibile. Ed il gruppo aumenta vertiginosamente di numero.
Il giorno 8 Termidoro tutti vanno alla Convenzione convinti che sarà un giorno da ricordare comunque vada. Ed è un giorno storico pieno di teatrale drammaticità.

FOUCHE’ ARTEFICE DEL TERMIDORO

Sulla città grava l’afosa canicola di luglio e già di buon mattino nella Convenzione regna una strana eccitazione mista ad inquietudine.
Capannelli di deputati ad ogni angolo, curiosi ed estranei che si dispongono sulle tribune. Si dice che oggi Robespierre farà i conti con i suoi nemici. La sera precedente a casa di Robespierre vi è stata riunione con Saint Just e compagni e si conoscono bene gli effetti di tali conciliaboli segreti. D’altronde il giorno 7 anche Fouchè, Barras e Tallien avevano concordato di dar battaglia su tutto il loro ormai vasto fronte. La parola d’ordine è: Bisogna colpire!.

Aperta la seduta, Robespierre chiede la parola. Sale sulla tribuna con ostentata gravità mostrando un rotolo di carta: il manoscritto del suo discorso. Egli è bianco e pallido. Prima di cominciare dondola lentamente lo sguardo da destra a sinistra quasi a prendere possesso ipnotico dell’assemblea.
I suoi avversari, e sono tanti, lo guardano quasi compunti aspettando le sue parole. Uno solo manca: Joseph Fouchè! E’ strano ma il pomo della discordia è assente. Su di Lui si accende l’ultima lotta decisiva.
Robespierre parla a lungo e con prolissità; dice di congiure e cospirazioni; parla di nemici ma non li nomina. Ci penserà Saint Just ad indicarli alla mannaia. Per tre ore trascina il suo concione e alla fine l’assemblea più che atterrita è esasperata. Non una mano applaude.

Vi è incertezza. Saint Just propone che il discorso venga stampato….. ed improvvisamente un deputato piccolo piccolo si oppone. E’ BOURDON DE L’ISLE l’iniziale voce di dissenso. In un quarto d’ora la situazione è capovolta; l’accusatore spinto alla difesa; la folla vociante di deputati guidata da Tallien impreca contro l’incorruttibile gridandogli sdegno e sfiducia. A chi gli chiede di Fouchè, Robespierre risponde, sempre più pallido,: “ Di Fouchè parlerò domani”.

Di Fouchè egli non avrà più il tempo di parlare poiché i fatti precipiteranno a tal punto che egli dovrà preoccuparsi di sé e dei suoi amici. Alla seduta del 9 Termidoro Fouchè è ancora assente ma la sua presenza in retrovia è stata efficacissima. Sono all’assemblea anche molti deputati che da tempo non vi partecipavano per paura, convinti dal Nostro che ora o mai più bisogna saldare i conti con la banda di Robespierre.

Saint Just prende subito la parola ma Tallien lo interrompe e dopo di lui una torma di oratori che riversano accuse, clamori, urla, invettive su Robespierre e i suoi. Alle sei di sera sono condannati a morte, incarcerati e successivamente giustiziati, Robespierre, Saint Just, Lebon, Fouquier Tinville, Carrier ed altri.
Il Comitato di Salute pubblica scagiona, subito, Fouchè dalle accuse mossegli per l’attività a Lione ma condanna Collot D’Herboise alla ghigliottina secca, la deportazione, per gli stessi fatti. Come volevasi dimostrare, Fouchè  ne esce trionfatore ma non gli interessa nessun tipo di onore. Egli sa che l’unico suo spazio rimane la realtà rivoluzionaria. Il nuovo governo di Barras e soci, non gli interessa.

Nel rientrare alla Convenzione, invece che andare nei banchi della destra, decide di riprendere il suo vecchio posto sulla Montagna. Senza Robespierre egli si sente a suo agio e libero di muoversi. Per la prima volta egli non va con la maggioranza ma con la minoranza giacobina. Cosa ha in mente Joseph Fouchè da Nantes?

Quando la testa di Robespierre cade nella cesta (vedi -in fondo- lettera della sorella Charlotte) l’immensa piazza rimbomba di estasi e gioia. Barras e Tallien al loro rientro alla Convenzione vengono accolti come liberatori da una folla tumultuosa. Essi quasi stupiscono. In fondo non si sono che liberati di un personaggio scomodo, maniaco della virtù, uomo superiore che per rigore ed intransigenza non poteva essere paragonato a nessuno ma, e qui stava il suo difetto più grande, troppo amante della ghigliottina e del terrore. Ora è facile addossargli tutte le colpe e, fermata quella macchina infernale, ricominciare a vivere con rilassatezza acquistando il favore popolare. E’ il TERMIDORO ed è la fine di tutte le paure.

Non è stata la fine di Robespierre bensì la menzognera e codarda trasformazione attuata dai suoi successori che ha conferito al periodo del Termidoro quella importanza che la storia universale gli conferisce. Ogni credo rivoluzionario viene privato della sua forza interiore non appena si nega l’infallibilità della Rivoluzione.
Barras e Tallien sono pigmei davanti a Danton e Robespierre anche se ora hanno assunto il verbo e con esso tradiscono anche il loro passato rivoluzionario.

Ebbene Joseph Fouchè da Nantes non ci sta; egli non sta con le teste vuote; non va alle feste di Giuseppina, la futura moglie di Napoleone Buonaparte, e di Madame Tallien, frequentate dalla nuova Parigi che conta.
Egli, quindi, nel sedersi con la Montagna rompe il patto di congiura e riacquista la sua libertà d’azione. Ne ha bisogno; comincia a pensare in grande. In fondo la caduta di Robespierre non è stata opera sua? Bisogna trovare il modo di conquistare il potere. Come fare ad andare contro quella banda di frivoli damerini che occupa il Direttorio? 

In quei tempi si aggira per Parigi un repubblicano appassionato, onesto, oppresso da un’ansia di giustizia egualitaria. Si chiama Francois Baboeuf ma si fa chiamare GRACCUS BABOEUF. Ha un cuore semplice ed entusiasta ma una mente mediocre. Proviene dal più basso proletariato e fa di mestiere il tipografo. Durante la rivoluzione sono state fatte chiacchiere e promesse sulla libertà, sulla fraternità ma l’uguaglianza, che Marat inseguiva con le sue concezioni socialisteggianti, è stata sempre trascurata e messa da parte da Robespierre e soci.

Ora la fiaccola della UGUAGLIANZA che Baboeuf sta portando nei quartieri proletari di Parigi potrebbe, poiché riguarda denaro e possesso, incenerire in poche ore Parigi se il popolo capisse che il tradimento dei Termidoristi va solo a vantaggio dei ricchi e dei nuovi ricchi a danno delle classi più deboli.

Fouchè si pone dietro Baboeuf. Non si fa mai vedere con lui ma lo incita a sobillare il popolo. Corregge le sue bozze. Insinua nuove strategie e organizza una ipotesi di ribellioni locali simultanee in tutto il dipartimento della capitale. Boboeuf è lusingato di avere come consigliere il celebre deputato Fouchè e accetta docilmente ogni consiglio. Si appresta, sospinto dall’abile mano del Nostro, a sferrare dalle piazze l’assalto contro il Direttorio.
Il governo formato da scaltri giocatori d’azzardo comprende subito da chi arriva la minaccia e Tallien si scaglia, in una memorabile seduta della Convenzione, contro Joseph Fouchè accusandolo di essere l’ispiratore delle rivolte urbane. Fouchè nega e rinnega l’amico; anzi ne condanna gli eccessi coram populo! Baboeuf viene giustiziato alla svelta.

La mossa di Fouchè è stata tutta un fallimento ed egli se ne accorge subito. Si era illuso di poter agire da solo contro tutti, ma questa volta il suo gioco è stato previsto. Il 22 Termidoro 1795, un anno e 12 giorni dopo la caduta di Robespierre, dopo un lungo dibattito, viene elevata accusa di tradimento contro di Lui; il giorno dopo è deciso il suo arresto ma la cosa, inspiegabilmente, non ha seguito. Qualcuno lo protegge per paura di qualche ricatto. Secondo FEDERICO ZARDI autore del saggio I GIACOBINI, tradotto in teleromanzo dalla RAI degli anni sessanta, questo qualcuno è 
PAUL FRACOISE BARRAS.

 La cosa non è solo plausibile ma vera. Barras, e questo appare nelle sue memorie, usa per tre anni un Fouchè, ridotto alla fame, come investigatore per controllare tutta Parigi.
E Fouchè, dopo l’iniziale spavento, promette in cuor suo che mai più metterà a repentaglio la sua vita e quella della sua famiglia.

Ora egli fa il PERFETTO CAMALEONTE e si finge morto e sepolto alla politica per tre anni. Nel frattempo combina buoni affari con le forniture militari, tramite anche Giuseppe Buonaparte, vecchio amico; e li fa fare a Barras e alla sua amante Josephine.
A poco a poco Fouchè diventa ricco sfondato. Il mondo della speculazione gli rende bene tanto da permettersi una sua POLIZIA PRIVATA formata da individui di varia specie, che gli costa una bella cifra.
Con questa banda di nuovi questurini, decisi a farsi strada, il nostro Fouchè continua a costruire FASCICOLTI RISERVATI su ogni personalità politica di rilievo. In essi  vi vengono elencati tutti i vizi del personaggio, le sue frequentazioni normali ed anormali, le sue abitudini diurne e notturne. Joseph Fouchè non si vede mai, vivendo prevalentemente di notte. Parigi, però non si è scordata totalmente di lui. Qualcuno, in qualche festa, lo ricorda ridendo e sogghignando il suo nome sarcasticamente: FUSCE’!

Egli venendolo a sapere diventa serio e penetrante. 
Barras è uno di questi. Certo lo fa per scherzo. Egli è comunque cosciente dell’utilità di Fouchè anche se non si fida di Lui.
Barras, racconta confidenzialmente ma non troppo, che non ha mai guadagnato tanti soldi come adesso e che è tutto merito dei consigli di Joseph Fouchè da Nantes.

All’alba del 1798 Fouchè, dopo un breve bilancio, si sente felice sul piano familiare dove egli molto ha dato ed altrettanto ricevuto. Gli manca, però, la politica; gli mancano i riconoscimenti che la sua intelligenza pretende; gli manca il gioco dove porre le carte che ha in mano. Chi sa leggere gli avvenimenti e gli uomini, sa che un tipo come Fouchè dovrà prima o poi riemergere.

FOUCHE AMBASCIATORE DI FRANCIA

Fouchè , nel 97, scopre che il denaro ha un odore molto più gradito che non il sangue del 93 lionese. Egli, tramite amici che bazzicano l'alta finanza di nuova nascita, fonda una società per fornire vettovaglie all'esercito del generale Scherer. I soldati di questo generale marceranno con scarpe di cartone e cappotti non adatti. Saranno battuti ripetutamente ma la ditta Fouchè-Hirlenguot-Barras realizzerà guadagni astronomici.
L'amico Barras nel frattempo vorrebbe vendere la repubblica a Luigi XVIII in cambio di un ducato ed una rendita cospicua ma Lazzaro Carnot , generale e matematico, gli è di ostacolo all'interno del Direttorio. Fouchè , che pian piano sta uscendo dall'ombra, contatta, informa, cordialmente consiglia chi aspira, anche per interesse personale, ad un cambiamento.

 Il 18 Fruttidoro vengono, improvvisamente rimescolate le carte; Carnot e Tallien vengono esclusi da ogni forma di potere. Fouchè, quando tutto si è calmato, presenta il conto a Barras il quale sulle prime rimane stupito ma subito dopo fa suo un consiglio volante di Josephine, già in odor di matrimonio con un certo generale Buonaparte, e spedisce il Nostro prima in Italia, presso l'esercito, e poi in Olanda come ambasciatore della Repubblica Francese.
Barras si compiace di questa trovata; "se ne vada via! Basta che non lo veda. Mi si appiccica sempre come una sanguisuga" confida a Sieyes, altro direttore. Fouchè, nel frattempo non se ne sta con le mani in mano. Il suo attivismo, a favore del governo, ricorda per energia antichi attivismi di genere più giacobino.

Barras ne è compiaciuto e comincia a tener conto di questa vecchia volpe, servile con i superiori e brutale con gli inferiori; ottimo navigatore delle tempeste; impagabile procacciatore di piccoli e grandi affari; abile consigliere e conoscitore di uomini e cose. 

Il 3 Termidoro 1799 il Direttorio prende una decisione inaspettata. Joseph Fouchè che si trova in missione segreta da qualche parte, viene nominato MINISTRO DI POLIZIA.
Fouchè , precipitatosi a Parigi, incontra subito Barras e abbandona ogni confidenza con lui. Si mostra all'ordine, ossequioso e serio; chiede consigli e notizie come se Egli non fosse già informato di tutto; esprime qualche idea guardando il suo interlocutore quasi ad implorarne il consenso. Barras è entusiasta; Sieyes che aveva qualche perplessità sull'uomo si convince che è il ministro giusto al posto giusto. Nel prendere possesso dei suoi uffici Fouchè è impassibilmente convinto che la sua nomina è solo il primo gradino. Bisognerà lavorare sodo e tenere occhi e orecchi bene aperti. Egli sa che la situazione politica è ancora molto instabile. 

L'insicurezza rende tutti tesi a capire chi potrà mai essere quell'UOMO SUPERIORE forgiato dal destino che dovrà prendere la FRANCIA per mano.


Un ritratto di Fouchè nelle memorie di  Charlotte Robespierre  

"Ciò che ispirava a mio fratello Maximilien il presentimento della morte imminente, non era tanto il pugnale che gli aristocratici gli facevano balenare davanti agli occhi, ma l'atteggiamento assunto nei suoi confronti da falsi patrioti. Robespierre esprimeva sempre il suo pensiero con una brusca franchezza che piaceva poco a chi aveva qualcosa da rimproverarsi; per lo più gli uomini coinvolti nel termidoro non avevano accuse da muovergli, eccetto quella di essere stati rimproverati energicamente per le loro azioni. Fra costoro vi era anche Fouchè.  
Fin dall'inizio della rivoluzione Fouchè aveva dato prova del più ardente patriottismo e della più nobile dedizione alla causa. Maximilien lo credeva sincero e mi parlava di lui con amicizia e stima descrivendolo di fede democratica e additandolo alla mia stima. Fouchè fu accolto in casa e ci frequentammo. Lui era pieno di premure e mi sembra proprio che nutrisse per me un interesse tutto particolare. Egli non era bello ma molto amabile; mostrava una intelligenza fascinosa accompagnata da una cultura sorprendente per la varietà degli argomenti sui quali sapeva intrattenersi. Egli parlò di matrimonio e io non scartai affatto l'idea vista anche l'amicizia e la stima con mio fratello. 

Certo non potevo immaginare che di lì a poco si sarebbe rivelato un impostore ed un ipocrita capace di qualsiasi cosa pur di soddisfare le sue ambizioni politiche. Egli si fece credere così amico da tutti noi a tal punto che Maximilien non era contrario al matrimonio. Poi Fouchè parti con Collot D'Herboise in missione speciale.  Nel frattempo si era sposato con una certa Jeanne. Fece scorrere fiumi di sangue nei dipartimenti dove era stato inviato come rappresentante del governo. Maximilien ne fu indignato e riuscì a fatica a farlo tornare [da Lione,ndt] a Parigi. 

Ero presente quando Fouchè cercò a casa nostra mio fratello. Era così impaurito che davanti a Maximilien tremava e balbettava, bianco in volto che sembrava un cadavere vivente. Dopo quel giorno Fouchè fu il più accanito nemico di Maximilien e seppi più tardi che capeggiava il gruppo degli oppositori. Lo incontrai diverse volte ai Campi Elisi e ai giardini del Lussemburgo e lui fu molto gentile ed ossequioso. Si avvicinava come se non fosse successo nulla. Qualcuno ha malignato molto su di me e su di lui. Non sono stata la sua amante né prima né dopo il termidoro. Fouchè mi ha sempre trattata col massimo rispetto e se nei suoi discorsi avessi ravvisato parole tendenti a farmi mancare ai miei doveri, l'avrei congedato subito. Non lo salutai più quando seppi che i rapporti con mio fratello si erano fatti tesi a tal punto che qualcuno mi disse che o l'uno o l'altro non sarebbe sopravvissuto alle questioni che si erano create tra loro. Mi domando che ne sarebbe stato di me se avessi sposato un simile individuo.

[ In realtà Fouchè ebbe ancora qualche rapporto con lei visto che le fece ottenere una pensione sociale che le permise di sopravvivere fino agli anni attorno al 1830; pensione assegnatale, dietro abile suggerimento di Fouchè, direttamente dal Console Napoleone che nell'occasione ricordò con grandi lodi Maximilien Robespierre, (NDT)] 
Tratto da: Mémoires de Charlotte Robespierre sur ses deux frères, a cura di Albert Laponneraye, Paris,1834.

 

FOUCHE' CHIUDE IL PORTONE DEL CLUB DEI GIACOBINI
 "poi si mette la chiave in tasca";  la Rivoluzione Francese è finita


Anno 1799 - Fouchè è Ministro! Parigi trasalisce come se fosse in atto una scossa di terremoto. Ricomincia il terrore? Richiameranno dalla Guiana anche Billaud e Collot d'Herbois per dissotterrare la ghigliottina e farla cinguettare ancora in Place Concorde? Forse si vuole rispolverare il "pane dell'uguaglianza" dei comitati filantropici? 
La Parigi termidoriana dopo un attimo di spavento capisce al volo che "i giacobini ministri non sono ministri giacobini" per dirla alla Mirabeau. Ed ecco che dalle esangui labbra di Giuseppe Fouchè da Nantes, scende il verbo soave della pacificazione, dell'ordine, della sicurezza sociale e personale.

 Il suo primo motto è: "LOTTA ALL'ANARCHIA". La libertà di stampa sarà limitata e controllata per non correre il rischio di artificiose polemiche che portino alla eccitazione delle masse. Ma forse il nuovo Ministro Fouchè è solo un omonimo dell'antico mitragliatore giacobino. La maggior parte dei tranquilli cittadini francesi conclude che è proprio così e finisce per accantonare il problema facendo spallucce a chi tenta di tirare in ballo il povero ministro in quelle vecchie storie. I pacifici fanno notare che la conversione è completa, ma i veri repubblicani protestano violentemente.


E' ancora una volta il CLUB DEI GIACOBINI che agita le acque. In esso si assiste ad un festival di concioni e conferenze piene di minacce al Direttorio, ai Ministri, ai Militari venduti, ai Circoli Culturali proliferati dopo la caduta di Robespierre, alle Meretrici di lusso che organizzano feste per far fare affari ai loro Amanti importanti. 
Barras , che dirige il Direttorio è preoccupato per una situazione che va pian piano degenerando. Egli convoca i colleghi Direttori e tutti i Ministri per analizzare le tensioni che vanno sorgendo, in primo luogo a Parigi. Le preoccupazioni di Barras sono condivise da tutti perché tutti sono tirati in ballo dalla Vox populi giacobina.
Che fare?. Tutti si voltano verso Fouchè chiedendogli un parere. Egli rimane impassibile nel silenzio generale e risponde sillabando: " Il Club va chiuso d'autorità". Tutti lo guardano increduli e gli chiedono quando intende procedere a questa audace misura. "Domani", risponde Fouchè con tutta calma.

l'11 Novembre del 1799, con il ritorno di Napoleone a Parigi, per organizzare un colpo di stato, Fouchè si impegna a non interferire nello svolgimento dello stesso che si sta progettando. E nello stesso giorno - quando il consolato ha già nominato primo Console Napoleone, attribuendogli pieni poteri dittatoriali - Fouchè è nominato Capo della Polizia Generale.


La sera dopo l'11, Fouchè, l'antico presidente dei Giacobini, mantiene la promessa, si reca nel Club di Rue de Bac. In quei locali ha pulsato il cuore della Rivoluzione. E Fouchè, entratovi con i suoi questurini, rivede, quasi in un incanto, tutti i suoi vecchi amici morti o esiliati: Robespierre, Danton, Marat, Collot, Saint-Just, Chaumette, Baboeuf.
Per un attimo Egli ha chiuso gli occhi quasi a fissarne i volti nel ricordo….ma riaprendoli si trova davanti al vociare di quelli che sono rimasti. Sbracati, malvestiti, discutono ad alta voce tutti assieme in una baraonda generale. Fouchè batte violentemente il bastone su un tavolo e misura l'assemblea balzata in piedi con una gelida occhiata d'ordinanza.

Senza esitare Fouchè sale sulla tribuna e per la prima volta dopo sei anni i giacobini tornano a sentire la sua voce: "Il Club dei Giacobini è sciolto. Avete cinque minuti per sgomberare!"
La sorpresa è così grande che nessuno fa opposizione e tutti se ne vanno imprecando sottovoce tra due file di questurini decisi a tutto. Fouchè ora sorride alzando gli occhi al cielo come mostrandosi disponibile a non esagerare: "Con i chiacchieroni e gli ubriachi basta solo un pizzico di energia". Ora la sala è vuota e solo lui è rimasto all'interno.

Dopo un'ultima occhiata egli si avvia verso il portone,
lo chiude personalmente e...
 si mette la chiave in tasca.


LA RIVOLUZIONE FRANCESE E' FINITA !

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Ma LUI non è finito !!!

La polizia di Fouche'

Appena diventato ministro di polizia Fouchè regolarizza la posizione di tutti i loschi figuri di cui si è servito fin dai tempi di Lione. I più presentabili sono assunti immediatamente dal suo Ministero e messi ad occupare posti di delicata ed assoluta importanza. Altri lavoreranno a latere nel senso che saranno stipendiati con i fondi riservati dello stesso Ministro agendo come informatori esterni.

Fouchè, molto abilmente, li sistemerà come maggiordomi, cuochi, segretari nelle migliori famiglie di Parigi in maniera che ogni fatto gli venga riportato immediatamente e con i dovuti approfondimenti. In pratica il Ministro Fouchè origlia in tutte le case degli uomini del potere politico, della finanza, dell'esercito. A Parigi si scherza sul Ministro di Polizia: "Fouchè è un uomo che prima si occupa di quello di cui non dovrebbe occuparsi e poi di quello che gli compete".

In tre mesi la Polizia del Direttorio è una delle più potenti d'Europa. Tra le spie e i confidenti vi sono personaggi come Giuseppina Bonaparte, moglie di quel piccolo generale spedito in Egitto per non far ombra al Direttore Barras e per permettere alla stessa di animare le notti libertine di una Parigi sempre più lussuriosa e spensierata.
Anche il segretario del futuro Luigi XVIII è venduto a Fouchè. La casa di Talleyrand pullula di domestici infedeli al loro padrone mentre sono sottoposti a stretta sorveglianza gli stessi membri del Direttorio, tutti i militari di grado superiore quello di colonnello, i fratelli e le sorelle di Napoleone Bonaparte. Tutta questa rete fa capo solo a Fouchè; nessun sottoposto è ammesso a condividere i suoi segreti. Fouchè lavora anche la notte per compilare ogni fascicolo corredandolo dei documenti cosiddetti compromettenti, per inserirlo nel nascente sistema di archiviazione basato su meccanismi di criptazione nella catalogazione.

Tutta la Francia è nelle mani di Fouchè da Nantes; un uomo capace di ricordare a chicchessia particolari così intimi e privati che magari potevano anche esser loro sfuggiti. La macchina a controllo universale costruita da Fouchè è uno dei primi esempi di Polizia politica creati negli ultimi due secoli prima del Terzo millennio. Manca in essa la ferocia assassina che ebbero, e che hanno, le polizie delle Dittature moderne. Ma questo discorso ci porterebbe lontano. Tornando al nostro Eroe possiamo osservare che Egli non fa nulla per la Patria ma tutto per sé. 

Egli fornisce ai suoi superiori NOTIZIE CENTELLINATE drogandole con illazioni subdole e ipervalenti. Egli sa che Barras trama per il ritorno dei Borboni ed allora favorisce qualche incontro e nello stesso tempo lo fa fallire per qualche inconveniente dovuto ad opportuna "soffiata".
Egli sa che Bonaparte aspira al potere assoluto e ne relaziona a Barras mostrando scetticismo e ritenendo la notizia poco veritiera. Egli, talvolta, con gesto teatrale scopre congiure facendo in modo che i congiurati riescano a fuggire dopo averli avvertiti.
E la Parigi del Teatro e della satira prende in giro il Ministro Fouchè che si fa scappare di mano i lestofanti, senza accorgersi della cappa di terrore psicologico che sta avvolgendo la città. 

A Fouchè non serve colpire con catene e strumenti fisici. Egli insinua il veleno della paura nelle coscienze sporche; fa tremare i cuori dei ladri e dei corrotti; allinea tutti i reggitori di cariche pubbliche e private in un lungo confessionale, uno dietro l'altro come petali di un rosario, a rivelare i loro segreti e quelli degli altri. Per finire è importante ricordare che l'individuo che Fouchè ha "studiato" con più cura in quel periodo è stato Napoleone Bonaparte. 

L'antico Oratoriano che trafficava in numeri, figure geometriche e parallelogrammi delle forze ha imparato a valutare forza e debolezze di quell'UOMO SUPERIORE che diventerà fra poco, anche col suo concorso, il padrone della Francia. Egli lo aspetta con impazienza anche per potersi misurare con lui.

Ministro del Consolato

L'undici ottobre del 1799 il Direttorio convoca a rapporto il ministro di polizia Joseph Fouchè.

Barras è venuto a sapere, da certi amici suoi, che il generale Napoleone Bonaparte, che dovrebbe essere ufficialmente in Egitto, di sua iniziativa ha lasciato le truppe all'ombra delle piramidi ed è rientrato in Francia sbarcando a Frejus. Barras è agitato e lo si nota subito da come accoglie Fouchè; gli corre incontro farfugliando domande di spiegazione miste ad improperi. Fouchè, al contrario, mostra una calma olimpica.
A testa alta squadrando i cinque Direttori con le mani rivolte al cielo invoca calma e razionalità. Egli dell'imminente arrivo di Bonaparte non ne sa niente. Forse è una bufala organizzata dai monarchici o dalla frangia più estremista degli irriducibili ed ultimi giacobini.

Come è possibile - Egli si chiede a voce alta - che Lui, il ministro di polizia, non ne sia al corrente? In realtà mente sapendo di mentire. Egli sa tutto ma la sua polizia ha avuto disposizione di tenersi alla larga dai luoghi dove Napoleone si muove. I cinque Direttori vorrebbero destituire il generale ribelle che senza ordini superiori ha lasciato il suo posto di comando ad un subalterno per prendere iniziative politiche contro il Direttorio. 

Fouchè suggerisce di aspettare. Egli non ha ancora deciso con chi stare. Certamente starà con chi vincerà questo braccio di ferro; starà con chi andrà al potere o con chi lo manterrà. 

 Nel frattempo il tempo passa e il generale Bonaparte si sposta man mano verso la capitale. Ad Avignone viene accolto come il profeta della nuova Francia; a Lione subisce un bagno di folla indimenticabile. Appena giunto a Parigi nella sua casa in rue Chantereine, viene circondato da una folla di vecchi amici, di nuovi amici, di politici e militari che gli presentano il loro omaggio.
C'è quella vecchia volpe di Talleyrand che si precipita zoppicando e ammiccando alle nuove glorie che il futuro prevede per la Patria; c'è Luciano Bonaparte, intelligente ed ardito, che regola il traffico degli opportunisti che già intravedono il nuovo scenario politico ed i vantaggi futuri di un imminente cambiamento degli equilibri sociali ed economici. 

Tutto è sotto il controllo, discreto e silenzioso, del Ministro Fouchè; i suoi agenti si sono mescolati alla folla dei nuovi ammiratori del piccolo (di statura) generale corso e fanno loro il verso registrando, nel frattempo, tutte le opinioni naturalmente con nome e cognome. Non passa, però, molto tempo che anche il Ministro di polizia si reca a casa del generale.

Luciano Bonaparte lo riconosce subito ma si eclissa subitaneamente, suggerendo, con una schiacciatina d'occhi, al segretario addetto alle visite, di farlo aspettare. Quel Fouchè gli sta sullo stomaco fin dai tempi della convenzione! E il nostro Fouchè si siede nell'atrio e decide di aspettare pazientemente il suo turno. Ed aspetta per quasi due ore fino a che lo stesso Napoleone avvertito da un suo subalterno, il colonnello Real, non si precipita ad accoglierlo con mille scuse. E lo porta, quasi coccolandoselo, nello studio e lo intrattiene per quasi tre ore in un colloquio riservatissimo a due.

I due uomini si sono già incontrati nell'anticamera di Barras dove si trovavano spesso a mendicare incarichi e favori ma giustamente non si ricordano niente. Ognuno è affascinato dall'altro. Ognuno si misura con l'altro cercando di capirne il vero pensiero e non quello di circostanza. E Fouchè conclude subito che a quell'uomo deve scoprire le sue carte da ministro e magari non quelle da filibustiere. 

Come ministro fa un quadro della situazione della Francia. Egli ha già capito che Napoleone conosce già tutte le problematiche in gioco e vuole dimostrargli di non barare; gli fornisce alcune notizie riservate provenienti dall'Egitto come a dimostrargli la sua capacità di essere dappertutto. Napoleone ne è impressionato e già ha capito che non potrà fare a meno di quell'individuo nel prossimo avvenire. Nei giorni seguenti i rapporti di Fouchè al Direttorio parlano di situazione tranquilla. 

Tutto è sotto il controllo del Ministero. In realtà a Parigi si parla di una futura prova di forza di Bonaparte su Direttorio. E Fouchè non ne è al corrente. In realtà a Parigi si vocifera coram populo che due membri del Direttorio hanno già preso accordi con Bonaparte per un futuro governo.
E Fouchè non ne sa niente? A Parigi si assicura che i ricevimenti a casa Bonaparte, curati dalla ritrovata sposa Giuseppina, sono occasioni per complottare e discutere sui futuri assetti politici della Francia repubblicana.

E Fouchè cade dalle nuvole anche quando Barras, sull'orlo del collasso nervoso, glielo rinfaccia chiamandolo traditore e promettendo di trascinarselo dietro in caso di disfatta. Fouchè cerca di calmare il vecchio "amico" ribadendogli che niente sta succedendo a parte la marea di chiacchiere che sta annegando la Francia nel ridicolo. 

Una sera Egli, come per divertirsi, organizza un piccolo ricevimento a casa sua. Nella lista degli invitati inserisce il gruppo degli elementi più in vista della congiura in atto; dal colonnello Real a Luciano Bonaparte, dal direttore Sieyes al generale Bernadotte, da Talleyrand a Bonaparte stesso. Tutti arrivano alla spicciolata non sapendo precisamente chi sarebbe stato presente e trovandosi improvvisamente l'uno accanto agli altri nello stesso salone.
Per un attimo il gelo si impadronisce di ognuno. Sembra una trappola. Basterebbe uno squadrone di cavalleria fedele al Direttorio per incolonnarli verso la prigione. Improvvisamente preceduti da un maggiordomo che porta un enorme candeliere acceso entra Fouchè e Gohier, presidente di quel Senato che i congiurati bonapartiani vogliono abbattere. A tavola, nel silenzio generale, Gohier chiede al Ministro notizie sulle voci di presunta rivolta. E Fouchè, sorridente ed ambiguo, lo rassicura garbatamente: "I soliti giacobini chiacchieroni ed inconcludenti!". Bonaparte prende atto che con Fouchè dovrà stare attento. 
La serata è servita a Fouchè per avvertirlo che Egli non muoverà un dito contro di Lui, a patto che risulti vincitore.  

Il 18 Brumaio Napoleone compie il colpo di Stato. Fouchè si alza a mezzogiorno. E' ufficialmente indisposto ma ha già ricevuto rapporti circostanziati sulle manovre del generale ribelle. La polizia ufficiale è chiusa nelle caserme in attesa degli ordini. Come si sa il merito della riuscita del colpo di stato va attribuito a Luciano Bonaparte dopo che Napoleone, introdottosi nell'aula consiliare ad invocare l'appoggio dei senatori, fu quasi travolto dalla loro reazione vociante. Fu necessaria una prova di forza militare che il mitico Luciano sollecitò immediatamente al fratello. 
Fouchè aveva già costruito un piano di arresti immediati nel caso di fallimento. In ogni caso aveva predisposto tutto in maniera da poter mantenere il SUO Ministero comunque si fosse risolta la vicenda.

Appena al potere il console Bonaparte riconferma subito Fouchè al suo posto. Nei teatri della Parigi allegra e consolare qualche tempo dopo si rappresenta una ironica operetta dal titolo LA BANDERUOLA DI SAINT CLOUD. Tutti ridono e si divertono riconoscendo in Fouchè il protagonista della farsa. Egli ne sorride, a faccia triste, ma lascia fare; dicano quello che vogliono. La banderuola non ha niente a che fare con lui perché egli comunque rimane fedele.... a chi vince. E su questo nessuno potrà contraddirlo. 

Fouchè, ministro del Consolato

Appena Console, Napoleone licenzia Barras e si tiene Fouchè come Ministro di Polizia.
Barras, offeso a morte, sbarra le mascelle schifato e si ritira in un esilio dorato privato, però, della vecchia amante GIUSEPPINA tornata al marito e sempre più innamorata …del potere che quel piccolo e grande Uomo sta velocemente imbastendo per sé ed il suo clan. Una cosa conforta Barras: che Bonaparte abbia preso Fouchè al suo servizio!

Con spirito profetico predice, nelle sue Memorie, che l'uno lo vendicherà dell'altro. Non rimarranno amici per molto tempo; si tratta solo di aspettare le prossime mosse di Joseph Fouchè da Nantes. Egli è troppo ambizioso per potere oziare con la mente e riposarsi sugli allori ottenuti. All'inizio, nei primi mesi dell'incarico datogli da Bonaparte, la devozione di Fouchè al Primo Console è totale. Fouchè, a cui comunque deve essere riconosciuto un certo attaccamento, mai sopito, ai vecchi ideali repubblicani che gli strapparono di dosso la tonaca da oratoriano, fu colpito dal genio creatore di Napoleone.

Trasformare le idee rivoluzionarie in norme giuridiche borghesi, mantenendone le conquiste con l'eliminazione degli eccessi, fu opera che solo il Genio del futuro Imperatore poteva costruire; naturalmente anche con la collaborazione riformista e prudente di una vecchia volpe come Sieyes. La leggenda di Bonaparte comincia a irrobustirsi proprio in quel periodo. Il Consolato trova in Fouchè un adepto perfetto; al nostro eroe piace il consolidamento di questo nuovo potere borghese cui il Codice Napoleonico dà forme rigide ma nello stesso tempo tese al diritto ed alla morale.

Fouchè apprezza l'appellativo di "Cittadino" che il Primo Console ama mettere davanti al proprio nome. Egli, vecchio regicida, sa bene che il consolidamento della Repubblica lo pone al riparo dalla vendetta dei Borboni. Fouchè comincia a storcere il naso e a distinguere la sua posizione solo quando il sussurro su una presunta volontà dittatoriale di Napoleone si fa più forte nei salotti nei quali egli orecchia tramite le sue spie.
Il 20 gennaio 1800 Napoleone è impegnato a Marengo. Un messaggero porta a Fouchè cattive notizie sull'andamento della battaglia. Napoleone sembra battuto e tutti i Ministri si interrogano sulla convenienza di mantenere al potere un generale vinto sul campo.

Carnot, al solito il meno razionale nonostante pratichi la matematica in modo eccellente, parla subito di ricostituzione di un Comitato di Salute Pubblica. Fouchè è cauto ma non mostra il consueto entusiasmo su Napoleone. Nel clan dei fratelli Bonaparte la cosa viene notata e chiacchierata.

L'indomani una seconda staffetta annuncia la vittoria. Il generale Desaix con abile e suicida manovra d'attacco ha capovolto l'esito. Carnot perde subito il suo Ministero e se ne va in esilio. Fouchè mantiene il suo incarico ma perde la fiducia del Primo Console. Non vi è stato tradimento ma non si è notata neanche la devozione dovuta.
A Luciano e Letizia Bonaparte non è mai piaciuto questo Fouchè! Napoleone non lo licenzia ma comincia a pensare come liberarsene senza complicazioni. Fouchè ha ormai ben delineato tutto; ha capito che Napoleone, che comincia ad esternare la pretesa di adeguato culto personale, finirà per perdere prima o poi tutto il suo potere.

La Storia è sempre stata chiara su questi atteggiamenti di megalomania. Se torna il Re Borbone saranno dolori per molti repubblicani regicidi e non. Il 24 Dicembre del 1800 Bonaparte è in carrozza verso l'Opera per assistere alla prima rappresentazione della Creazione, sublime Sinfonia di Haydin.
In Rue Nicaise viene lanciata una bomba contro la sua carrozza. Il cocchiere ubriaco che conduceva la carrozza ad un sfrenato galoppo salva Bonaparte. La velocità frenetica dovuta alle briglie sciolte sui cavalli non permette all'attentatore di essere preciso nel bersaglio. Giuseppina ha una crisi di nervi ma Bonaparte si presenta, comunque, al concerto, freddo e teso alla vendetta.

Poche ore dopo, convocato il governo in fretta e furia, egli sfoga la sua ira contro il Ministro Fouchè. "La colpa è degli "amici giacobini" di Fouchè! Fouchè continua a proteggerli! Fouchè protegge ancora Lazzaro Carnot! " Queste sono le accuse di Bonaparte le cui sfuriate cominciano a diventare leggenda per il gossip della Repubblica. Fouchè lo contraddice con calma facendolo infuriare ancora di più. "Sono stati i monarchici; un gruppo di fuoriusciti ha organizzato l'attentato facendo credere agli informatori che era in ballo un altro obbiettivo."
Alla fine viste le grida sempre più isteriche del Primo Console il Ministro tace e serra le mascelle guardando nel vuoto; e continua così mentre la tempesta di insulti si alza sempre più in alto. Ora il Ministro di Polizia sembra in disgrazia; i cortigiani, già da quella tarda serata, cominciano a fare congetture su chi ne prenderà il posto. Nei giorni seguenti, ancora al suo posto, Fouchè è costretto a compilare una lista di Montagnardi. Tra di essi vi sono due individui di origine italiana, Topino ed Arena, discepoli dell'antico compagno di Fouchè: Baboeuf . Essi sono colpevoli solo di aver accusato Bonaparte di aver trafugato in Italia milioni e milioni per pagarsi la dittatura.

Altri centotrenta esponenti giacobini sono condannati, in quattro e quattr'otto, alla ghigliottina secca. Fouchè sa che questa gente non c'entra niente con l'attentato ma li incarcera sogghignando, tra sé, mentre i suoi scherani stanno scoprendo le file dei veri congiurati.

Tutti conoscono il finale di questa vicenda: in quindici giorni Fouchè conclude le sue indagini parallele; smaschera una accolita di monarchici pronti a tutto; raccoglie prove e testimonianze schiaccianti; individua il vero organizzatore: il monarchico Cadoudal!
Quando, con la sua aria serafica e mite, Joseph Fouchè butta sul tavolo del governo le trame scoperte, prezzolate dall'ambiente monarchico in esilio in Inghilterra, l'intera Francia si accorge che centotrentadue cittadini innocenti sono stati imprigionati e condannati con processi farseschi solo per placare le ansie da primadonna del Primo Console.

Ora Fouchè è raggiante ma in pubblico si mostra riservato e cortese. Qualche maligno sussurra che il Ministro di Polizia sapesse tutto già dall'inizio; che sperasse che l'attentato riuscisse per mettere Parigi sotto la legge marziale ed impadronirsi con Carnot del potere repubblicano e proporsi come Primo Cittadino e non come Primo Console.
Insomma avrebbe fatto una repubblica post giacobina e poco borghese e festaiola. Ad attentato fallito egli è stato,comunque, pronto nel dimostrare di essere più lucido del Primo Console e di non aver bisogno di nessun Desaix per sopravvivere ma solo del suo cervello ragionante ed ambiguo.

Successivamente quando Napoleone s'induce a gettare la maschera proponendosi Console a vita Fouchè non collabora minimamente con i napoleonidi alla realizzazione di questo progetto, prodromo della corona imperiale. La famiglia Bonaparte insiste, allora, per il suo accantonamento ma Napoleone è incerto perché gia intravede il cresente e pericoloso potere trasversale che il Ministro ha saputo crearsi a poco a poco.

Finalmente, per tutti i Bonaparte, nel 1802 Sua Eccellenza il Senatore Joseph Fouchè, per deciso e velato desiderio del Primo Console, si ritira a vita privata. Il suo esilio non è, come nel 1794 , quella soffitta fredda e lurida dove morirono di fame e scabbia due suoi bambini e dove la moglie Bonne Jeanne fini per ammalarsi irrimediabilmente. Il suo nuovo esilio è in Rue Cerutti, dimora eccellente ed aristocratica, dove il nostro Fouchè trasferisce, in un battibaleno, tutti gli archivi del Ministero; cioè, per essere precisi, tutti i suoi personali archivi con i quali ha controllato e controlla ogni francese.
La futura residenza dei Rotschild, a Ferrieres, è già da tempo di sua proprietà. La senatoria di Aix, in Provenza, gli procura una rendita principesca. La Repubblica del Primo Console lo riempie d'oro e di coccole. Fouchè accetta sornione tutto questo. Sa che al Governo sentiranno la sua mancanza. In fondo tutti si sentivano spiati ma protetti. Ora tutti continuano ad essere spiati dalla privata polizia di Fouchè ma certamente non più protetti.
Il Primo Console, nella politica interna, continua, invece, a sbagliare. I consigli dei suoi cortigiani lo mettono più volte fuori strada. L'affare del Duca di Enghien è uno degli errori più gratuiti di cui si macchia Bonaparte e Talleyrand, cugino dell'infelice Duca, contribuisce in maniera cinica e spregiudicata al compimento di quel delitto inutile.

Fouchè annota tutto; tace ma è anche, in cuor suo, impaziente; impaziente a riprendere, prima o poi, il posto perduto.

Fouchè aiutò Napoleone nella proclamazione dell'impero, ma per sbarazzarsi di lui nel 1802 abolì perfino il Ministero di Polizia, ma poi nel 1804 lo richiamò a ricoprire la precedente carica

Fouché intrigante com'era spesso cercava di indirizzare l'imperatore verso decisioni che questi non gradiva o non apprezzava al momento. Tipico fu il caso del tentativo, effettuato d'intesa con Talleyrand, di convincerlo a divorziare dalla moglie Giuseppina, ricorrendo come aveva sempre fatto alla diffusione di voci in proposito. Ma nel 1810 fu nuovamente deposto perché sospettato di tramare con l'Inghilterra: sarebbe infatti stato segretamente in contatto epistolare con il futuro duca di Wellington che in seguito avrebbe poi sconfitto Napoleone a Waterloo.
A quel punto Napoleone lo sostituì con Savary e Fouché fu privato del diritto di ricoprire cariche pubbliche.

Ma Fouché era cinico, diabolico e vendicativo: durante i Cento Giorni, lui si schierò per il ritorno sul trono di Luigi XVIII. Ma questa volta sbaglio i calcoli della sua ambiguità, infatti con il ritorno dei Borbone, questi non gli perdonarono i massacri di Lione: cacciato in esilio a seguito della legge del 1816 che infliggeva il bando a tutti coloro che avevano votato la morte di Luigi XVI (lui aveva pronunciato le due parole fatali: LA MORT). Partito per l'esilio, venne respinto da tutte le corti europee a causa della fama sinistra che lo accompagnava e morì solo ed in povertà a Trieste.


Discendenti di Joseph Fouché e Bonne-Jeanne Coiquaud
Fouchè fu attaccatissimo alla sua famiglia. La moglie Bonne-Jeanne condivise con lui gli anni bui della povertà. La morte di due bambini negli anni del terrore, delle soffitte umide, dei rifugi nascosti agli occhi dell'Incorruttibile, unì i due coniugi in modo quasi commovente. Bonne Jeanne rimase sempre nell'ombra. La seconda moglie fu una moglie di facciata che Fouchè sposò quasi per compiacere l'ambiente monarchico restaurato dai Borboni prima di cadere nella definitiva disgrazia dell'esilio in Germania ed a Trieste.

 

Joseph, Count Fouché [in 1808], Duke d'Otrante [in 1809] (1759-1820), m.1st 1792 Bonne-Jeanne Coiquaud (1763-1812), m.2nd 1815 Ernestine de Castellane-Majastres

I figli di Joseph e Bonne-Jeanne
1.Nièvre Fouché d'Otrante
2.Joseph-Liberté, Count Fouché, Duke d'Otrante
3.child (+young)
4.child (+young)
5.Armand, Count Fouché, Duke d'Otrante (1800-1878)
6.Athanase, Count Fouché, Duke d'Otrante (1801-1886), m.1st 1824 Baroness Christina Palmstierna (1799-1826), m.2nd 1836 Adelaide von Stedingk (1802-1863), m.3rd 1884 Véronique Marx (1846-1887)
7.Joséphine-Ludmille Fouché d'Otrante (1803-1893), m.1827 Adolphe, Count de La Barthe de Thermes (1789-1869)

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