RIVOLUZIONE FRANCESE

1809 - GLI EVENTI  di quest'anno
(i link inseriti sono per ulteriore approfondimento)
IL REGNO DI NAPOLI POI DELLE DUE SICILIE


conteso
dagli Austriaci, dai Liberali, dagli Inglesi, dai Borbone
NEGLI ANNI RIVOLUZIONARI
(FINO ALLA RESTAURAZIONE)


Dobbiamo tornare brevemente indietro, all'anno 1798.

Napoleone, nella sua Campagna d'Italia, dopo aver costretto il re di Sardegna Vittorio Amedeo III ad arrendersi ed indotto gli austriaci a ritirarsi dalla Lombardia per asserragliarsi a Mantova, entrava trionfalmente a Milano (15 maggio 1796).
Una ulteriore controffensiva con direzione Vienna, costrinse gli Austriaci alla pace di Campoformio. Questa favorì la nascita della Repubblica Cisalpina (giugno 1797) che ingloba la Repubblica Cispadana (dicembre 1796, comprendente l’Emilia, Ducato di Parma escluso) e la Repubblica Traspadana (luglio 1797, ex ducato di Milano).

Nel 1798 le truppe napoleoniche proseguirono verso il meridione d’Italia, facendo crollare, con l’apporto di agitazioni interne, lo Stato della Chiesa ed il Regno di Napoli in cui nacquero, rispettivamente la Repubblica Romana (febbraio 1798) e la Repubblica Partenopea (gennaio 1799).
Infatti alle notizie degli avvenimenti rivoluzionari francesi, in molti ambienti e circoli italiani (tra cui le logge massoniche), particolarmente in quelli che avevano assorbito la cultura illuministica, si formarono gruppi di simpatizzanti che assunsero il nome di patrioti o giacobini. In questi circoli si cominciò a discutere dei principali problemi sociali e politici, coltivando la prospettiva della unificazione politica del paese e diffondendola attraverso attività pubblicistica in cui collaborarono personalità che ebbero un ruolo nelle agitazioni italiane dei successivi decenni .

Gli echi della rivoluzione francese ed in particolare la sorte di quella monarchia ebbero riflessi nel regno di Napoli e di Sicilia. Essendosi ormai concretizzato l’allontanamento del regno dalla Spagna e l’alleanza con l’Austria, in quella fase, su pressione della regina Maria Carolina d’Asburgo, sorella di Maria Antonietta di Francia, Ferdinando IV indirizza la politica in senso chiaramente antifrancese ed antigiacobino.
Il regno aderì alla prima coalizione antifrancese e, nel timore di una diffusione delle idee rivoluzionare, avviò una iniziale attività di controllo delle personalità sospette di idee giacobine.

Ma in seguito all’avvicinarsi dell’esercito francese, che era atteso invece dai patrioti napoletani , questi cercavano di facilitarne l’arrivo. Dentro nel palazzo reale cominciarono a preoccuparsi, infine con i francesi quasi alle porte, iniziarono a fare i bagagli per tentare una via di fuga.
Ferdinando IV di Borbone con la famiglia ed i più stretti collaboratori, trasportato dall’ammiraglio inglese Horace Nelson, giunse a Palermo il 25 dicembre del 1798, in fuga da Napoli.

Nello stesso giorno (24 gennaio 1799) in cui a Napoli si insediava il nuovo governo repubblicano, a Palermo, Ferdinando IV, informato di un movimento popolare a lui solidale, nominò vicario del regno il Cardinale Fabrizio Ruffo cui affidò il compito di recarsi in Calabria, sede dei feudi di famiglia, per valutare direttamente la possibilità di assemblare un contingente che potesse tentare la liberazione del regno.


"In hoc signo vinces: "con questo segno vincerai"
Era il motto di Costantino, col la sua "visione della Croce".

- L’esercito della Santa Fede

Ruffo sbarcò a Bagnara in Calabria (febbraio 1799), da dove lanciò un proclama per coinvolgere le popolazioni a difesa della fede cattolica e della monarchia. In Calabria, malgrado la Repubblica avesse trovato maggior consenso che altrove, probabilmente per reazione della gente alle tirannie patite dalla feudalità locale o forse perché non si era spento il desiderio di libertà, le masse erano prevalentemente favorevoli al Borbone. All’appello pertanto risposero migliaia di popolani, guidati dal favore dei notabili e del clero, a cui si aggiunsero ogni sorta di avventurieri, soldati sbandati, evasi dalle carceri e predoni che si offrivano di combattere per il re.

Appena Ruffo si mosse con questo stuolo di malfattori che definì esercito della Santa Fede (sanfedista) e che, quale segno di riconoscimento, portava sul cappello una croce bianca e la coccarda rossa dei Borbone, assoggettò tutto il territorio attorno a Mileto. La fortificata e repubblicana Monteleone evitò con denaro e vettovaglie lo sterminio minacciato e Maida si offerse ad un Ruffo benedicente.
Il 25 marzo arrivò a Crotone che era difesa, oltre che dai cittadini, anche da un esiguo nucleo di soldati francesi giunti là occasionalmente di ritorno dall’Egitto. Resisi conto dell’impossibilità di difendersi, i cittadini crotonesi cercarono di trattare la resa, rifiutata da Ruffo, che dopo averla conquistata, per punizione diede libertà alle sue truppe di saccheggiare la città che, per due giorni, fu stravolta, predata e mortificata.

Le sue schiere dopo averle assolte e benedette, Ruffo si diresse verso la repubblicana Catanzaro che, popolosa e fortificata, offerse la resa a patto che le milizie sanfediste non entrassero in città, nel qual caso sarebbe stata difesa ad oltranza, piuttosto che patire le offese ricevute da Crotone. Ruffo, accettato il pagamento del riscatto e l’innalzamento dell’insegna Borbone, inviò suoi capibanda a sedare le ultime città calabre ancora schierate con la repubblica, Cosenza, Paola, Corigliano e Rossano. Ciò che si verificò anche per gli inganni in cui furono indotti molti difensori.

Nelle altre regioni del regno, a sostegno della monarchia Borbone, nascevano movimenti attorno a cui le masse contadine si raccoglievano in grosse bande che, guidati da capi locali, non impropriamente definiti briganti (il termine, in qualche caso, risultò decisamente elogiativo) finiranno con il sostenere l’azione dell’esercito della Santa Fede.
In Abruzzo i capi erano Pronio e Rodio. Il primo un ex chierico che, armigero nelle squadre baronali e reo di vari omicidi, evase dalle galere per predare tra le montagne; il secondo, colto, ambizioso e scaltro, prevedendo la caduta della repubblica, si diede ad organizzare le bandi borboniche che operavano tra Teramo, Pescara e l’Aquila.

Nelle campagne della Terra di Lavoro (territori di Aversa) imperava Micelle Pezza (Frà Diavolo) , un bandito, ladro ed omicida su cui pendeva una taglia, abile a scansare i pericoli, operava in azioni di brutale guerriglia contro piccoli gruppi. In territori limitrofi operava Gaetano Mammone, un omaccio dagli istinti bestiali che trucidava personalmente militanti degli eserciti napoletano e francese.
Nella provincia di Salerno, dove iniziavano le terre del Cilento, i monti di Lagonegro e le vie per la Calabria operavano diverse bande di borboniani che ne chiudevano i transiti.
Nella Puglia quasi interamente solidale con il re, operava un avventuriero, De Cesare, ignorante e di modesta levatura, fuggito dalla Corsica per sottrarsi alla cattura e là spacciandosi per Duca di Sassonia. Egli era riuscito ad aggregare una consistente truppa con cui riuscì, senza combattere, ad occupare Trani, Andria e Martina che successivamente dovrà cedere alle truppe repubblicane guidate da Caraffa (vedi seguito).
La Basilicata era travagliata da feroci contrapposizioni tra comunità che sfogavano antichi odi piuttosto che schierarsi. Qui, l’opera di Francesco Serao, nominato vescovo di Potenza da Ferdinando IV (1783), ispirò la nascita di circoli progressisti alimentando l’inquietudine sociale emersa a seguito del movimento costitutivo della Repubblica Partenopea.

Le truppe sanfediste numericamente accresciute, avendo lasciato la Calabria rientrata nel dominio Borbone, proseguirono verso la Basilicata e la Puglia, mettendo in atto tutte le pratiche crudeli di cui erano capaci. L’avvisaglia del loro arrivo fu spesso sufficiente a ridurre le velleità rivoluzionare delle popolazioni della Basilicata dove l’influenza dei nuovi orientamenti liberali ispirati dal Serao ebbe riflessi più marcati che altrove. Contro di lui si scatenò la controffensiva borbonica con l’assalto al palazzo vescovile, la cattura e decapitazione. Nella Caduta della Basilicata (fine maggio 1799) trovarono la morte numerosi resistenti antifeudali, contadini, artigiani, sacerdoti e borghesi tra cui i fratelli Girolamo e Michele Vaccaro.

All’arrivo in Puglia le milizie del cardinale Ruffo furono rinforzate sia dalle truppe di un capo locale, Sciarpa (vedi seguito), sia da un contingente di turchi, russi e siciliani che erano sbarcati a Brindisi, proprio nello stesso periodo in cui il generale Macdonald ritirava le truppe francesi (v. seguito). Le fazioni borboniane rincuorate ebbero ragione di un movimento che, a Picerno e Melfi, resistette al punto da obbligare gli assedianti a richiedere rinforzi. Quindi procedettero ad espugnare Altamura (9 maggio) difesa puntigliosamente dai cittadini che riuscirono, in buona parte, a mettersi in salvo a Gravina. Quelli intrappolati furono trucidati dagli assedianti sanfedisti che si abbandonarono ancora una volta ad ogni genere di abuso.

Ruffo sosteneva il morale delle sue bande, accogliendo platealmente i disertori di parte repubblicana ed officiando giornalieri riti in cui pregava per i morti del giorno precedente e benediva le armi che si apprestavano a combattere, "in nome di Dio" e del re, contro le città ribelli.
Nelle altre regioni le forze borboniane cresciute di numero e di iniziativa, avevano quasi per intero occupato l’Abruzzo e le terre del Liri.

- L’esercito repubblicano (franco-napoletano)

I dirigenti repubblicani, di animo pacifista non pensavano di dover praticare la guerra per pacificare il regno, fiduciosi che il popolo, benché ignorante e condizionabile, nel momento in cui si fosse reso conto dei vantaggi legati al regime di libertà ed eguaglianza che si cercava di istituire, avrebbe disertato e scompaginato e forze sanfediste. Ma allarmati dalle notizie che giungevano dalle province, sollecitarono i francesi ad aiutarli in una azione di contenimento nel rispetto della gente e senza ricorrere a stragi.
Furono approntate due colonne di cui la prima, comandata da Giuseppe Schipani si diresse verso la Calabria e la seconda, più consistente, comandata dal generale Duhesme e dal conte di Ruvo, Ettore Caraffa, verso la Puglia col fine di proteggere l’invio verso Napoli di cereali che era stato bloccato, per terra, dai borboniani e, per mare, dalla flotta inglese.

Schipani dopo aver attraversato i territori amici di Salerno ed Eboli, assalì il piccolo centro borboniano di Castelluccia situato sulla cima di un monte. I cittadini, organizzati e guidati da un soldato, Sciarpa, che voleva trarre vantaggio dall’evento, decisero di resistere e, favoriti dal territorio, inflissero una dura lezione alle milizie repubblicane, dando fama e prestigio a Sciarpa che, accanto a Ruffo, ebbe un ruolo nella conquista di diverse città repubblicane della Basilicata.

L’andamento della campagna in Puglia ebbe un avvio meno difficoltoso in quanto le truppe repubblicane bene accolte, per spontanea adesione o per timore, dalle città di Troia, Lucera, Barletta e Manfredonia, si prepararono ad assalire la popolosa Sansevero. Gli abitanti, predisponendosi a combattere ad oltranza, arrivarono ad uccidere simpatizzanti repubblicani e sacerdoti che invocavano moderazione, inducendo la reazione del generale Duhesme che conquistò la città facendone strage e fermandosi solo al cospetto del pianto accorato di un gruppo di donne con i bambini in braccio.

Episodio che, pur avendo fatto scemare l’ostilità di molte cittadine, non bastò alle fortificate Andria e Trani che, assediate dal Caraffa e dal generale Broussier, si difesero tenacemente prima di essere conquistate e data alle fiamme la prima e pesantemente danneggiata la seconda. I sostenitori del Borbone furono dispersi e le città di Bari, Bisceglie e Martina si arresero pagando consistenti taglie.

In aprile, truppe anglo-sicule, sbarcate in Campania a sostegno dei fautori della monarchia, misero a sacco i centri di Castellammare, Salerno, Vietri, Cava, Pagani e Nocera prima di essere intercettate, per terra nei pressi del fiume Sarno, dalle truppe dei generali francesi Macdonald e Vetrin che li misero in fuga costringendoli a riguadagnare disordinatamente le navi e, per mare, da una flotta repubblicana proveniente da Napoli.
Questa situazione di prevalenza delle forze repubblicane venne però alterata dal ritiro delle truppe francesi.


La caduta della Repubblica


La Repubblica dopo essersi dotata di uno Statuto aveva costituito, con il contributo dell’inviato del Direttorio francese, commissario Abrial, i medesimi tre poteri di cui si era dotata la Francia: potere legislativo, composto di venticinque cittadini, potere esecutivo (Direttorio) di cinque, ministero di quattro membri .

Nella primavera del 1799, essendo Napoleone rimasto bloccato in Egitto, il corso della guerra in Europa subì una svolta e le forze russe ed austriache concentrando la loro offensiva in Italia conseguirono, tra aprile e giugno una serie di grandi vittorie, ricacciando rapidamente i francesi dalle regioni occupate e ristabilendo in tutta l’Italia l’autorità dei precedenti governi.
Era giunto (maggio 1799) quindi il tempo per le truppe francesi, necessarie su altri fronti , di abbandonare la Repubblica Partenopea che, peraltro non in grado di soddisfarne il mantenimento, avrebbe dovuto provvedere da sola a controllare le bande sanfediste. I Francesi mantennero esigue guarnizioni a guardia dei forti di Sant’Elmo (comandato da Mejan), Gaeta e Capua.

I dirigenti repubblicani, rimasti liberi di assumere iniziative senza il preventivo consenso dei francesi, misero in cantiere numerose leggi, riguardanti codici, finanza ed amministrazione.


Ruffo, pur avendo provveduto alla nomina della Giunta di Stato, si batté perché fosse rispettato il patto concordato con i repubblicani, al punto che minacciò di riconsegnare loro, pronti a riprendere le ostilità, i forti che erano stati ceduti dopo la firma dell’accordo. Nelson, contrariato ma opportunamente sollecitato da lady Hamilton, si prestò ad assolvere l’ordine ricevuto e, ricorrendo ad un comportamento sleale, fece prima sapere a Ruffo che non si sarebbe opposto alla partenza dei repubblicani i quali, sorretti da questa garanzia, lasciarono i forti per imbarcarsi.
Nelson fece quindi pubblicare un editto del re che si attribuiva diretta facoltà di “esercitare la regia autorità sui ribelli”, in seguito alla quale gli ottantaquattro repubblicani, già imbarcati, furono fatti scendere dalle navi, imprigionati, ricondotti e presi in custodia dagli inglesi, negli stessi castelli da cui erano usciti.
Finito l’assedio fu concordato il passaggio delle fortezze di S.Elmo, Capua e Gaeta dai francesi alle truppe borboniche. Il comandante di Sant’Elmo, Mejan, dopo aver mercanteggiato la resa con il vicario Ruffo, predisponendo l’abbandono del forte, fece uscire dalle fila del contingente francese i repubblicani che, camuffati, si erano mescolati e li consegnò ai commissari borbonici .

- La reazione e le condanne

A Napoli il ritorno del potere monarchico fu abbastanza rapido e rivelò aspetti più drammatici che negli altri stati, attuando una feroce repressione, ispirata dalla regina Maria Carolina, da Nelson e da Acton.
Il 30 giugno Ferdinando giunse su un vascello inglese nelle acque di Napoli fermandosi, senza sbarcare, fino al 4 agosto allorché rientrò a Palermo dove aveva trasferito la sua Corte e da dove rientrerà a Napoli a metà del 1802.
Da bordo del vascello, assumendosi ogni potere come su un regno conquistato, tradusse il suo sdegno in una serie di disposizioni ritorsive che, mirarono a considerare tradimento o ribellione ogni atto dei sudditi contrario alla monarchia o alla legge, ad eliminare antichi privilegi relativi alla rappresentanza municipale e del regno, ad incamerare i beni di ricchissimi conventi benedettini e certosini che furono sciolti.

La minaccia di pena incombeva su decine di migliaia cittadini che in qualche modo avevano aderito al regime repubblicano cercando di aprire il loro paese al progresso civile. Ad essi era praticamente negato il diritto di difesa, di confronto e l’esibizione di prove a discarico. Più di trentamila vennero imprigionati e sottoposti a regimi di detenzione spietata. Ad alcuni la pena di morte fu commutata in ergastolo da scontare in luoghi di tale degrado e disumana accoglienza da non consentirne la sopravvivenza che per breve tempo. I beni dei cittadini condannati vennero incamerati dal fisco e le eventuali risorse avanzate furono, dalla pietà dei familiari, devolute all’avidità degli addetti al giudizio o alla detenzione.

Tra le eminenti personalità su cui si abbatté la foga della reazione e furono giustiziate si possono rammentare alcuni già citati, Mario Pagano, l’intellettuale Eleonora de Fonseca Pimentel, il generale Gabriele Monthoné, Domenico Cirillo , Vincenzo Russo , Ettore Caraffa, l’ammiraglio Francesco Caracciolo, Luisa Sanfelice e numerosi altri.

Nel maggio dell’anno successivo il re concesse un perdono per le colpe di Stato non ancora individuate, escludendo cioè i fuoriusciti e coloro che erano stati giudicati o si trovavano in carcere, quindi, per segno di oblio, cioé per non lasciar traccia della malvagità usata in quelle condanne, nel gennaio 1803, dispose la distruzione degli atti relativi ai processi.

Ripristinato un regime di tirannia e duramente repressa opposizione, il re gratificò con onorificenze e benefici coloro che avevano avuto ruolo nella restaurazione. Ruffo divenne luogotenente generale ed ebbe terre e cospicue rendite per se e la famiglia, i capi delle bande, De Cesare, Pronio, Frà Diavolo, Mammone e Sciarpa furono nominati generali o colonnelli (a seconda dell’ampiezza delle zone sotto il loro controllo), ricevendo inoltre titoli onorifici e compensi in terree non vennero dimenticati il generale austriaco Mack (che aveva tradito la causa) ed i comandanti francesi delle fortezze che si erano arrese. Vari riconoscimenti toccarono ai comandanti delle truppe russe e turche, all’ambasciatore Hamilton ed a lady Hamilton gratificata particolarmente dalla regina. L’ammiraglio Nelson ricevette la nomina di duca di Bronte con la concessione in perpetuo di un feudo che comprendeva la cittadina di Bronte con le sue fertilissime terre e l’Abbazia di Maniace .

Napoleone, irritato per la partecipazione del Regno di Napoli nella guerra d’inverno del 1801, diede mandato al generale Murat di stabilirsi con una armata nei territori vaticani. Murat, dopo assicurato rispetto al Papa, rivelò intenzioni non amichevoli nei riguardi del contingente napoletano di stanza in Roma al cui comandante Damas ingiunse di sgombrare subito lo Stato Vaticano ed al re di Napoli di interdire i porti del Regno alle navi inglesi. Con la mediazione dall’ambasciatore russo si pervenne ad un compromesso gravoso per la corte di Napoli).
Esso prevedeva che, a fronte della protezione russa e francese in caso di aggressione, le milizie napoletane sgomberassero lo Stato Vaticano, i porti fossero interdetti agli inglesi, si rinunciasse a tutti i possedimenti in Toscana e fosse accordato ai fuoriusciti napoletani libero rientro con la promessa di restituzione dei beni.
Nel 1802, Murat andò in visita a Napoli dove ricevette onori e doni dal reggente, principe Francesco e dopo che il Regno fu sgomberato da tutte le milizie straniere che avevano contribuito alla caduta della Repubblica Partenopea, rientrarono festeggiati a Napoli, il re Ferdinando IV da Palermo (metà del 1802) e, dalla corte di Vienna, la regina Maria Carolina, i cui intrighi erano ben noti a Napoleone .

Il comandante delle truppe francesi di stanza nel regno di Napoli, Saint-Cyr, era stato allertato a predisporsi per una azione offensiva di conquista e mantenimento del Regno o, se assalito, a tagliare al nemico la via di fuga. Allorché gli giunse l’ordine di portare le sue truppe al di fuori del regno, quale contropartita per il trattato di amicizia che, concluso a Parigi (21 settembre e ratificato il 9 ottobre 1805), impegnava il re di Napoli alla neutralità in ogni azione di guerra in cui era impegnata la Francia ed al divieto di stanza sul territorio e di accesso ai porti di truppe o navi appartenenti a nazioni in conflitto con la Francia.

In larghi strati della popolazione non si era ancora spenta la soddisfazione per questo trattato che riportava la pace e liberava il regno dalla gravosa presenza del contingente straniero, quando Ferdinando IV stringeva improvvisamente a Vienna (26 ottobre 1805) un patto di alleanza con le nazioni dello schieramento antifrancese della III coalizione. Conseguenza del quale, in novembre, mentre le armate francesi, occupata Vienna, conseguivano i successi descritti e pervenivano alla pace di Presburgo, giunsero nei porti e sul territorio del Regno di Napoli truppe russe ed inglesi che, nello sconcerto dell’ambasciatore francese che lasciava Napoli, si installavano sulle frontiere, pronte ad entrare negli stati italiani controllati dalla Francia.

Napoleone, che pur aveva tenuto in così poco conto la partecipazione del regno di Napoli alla III coalizione, irritato per lo sleale comportamento del re di Napoli, ingiungeva alle armate di Saint-Cyr e del maresciallo Massena, a cui si era aggregato il luogotenente dell’impero, Giuseppe Bonaparte, di dirigersi verso i territori del Regno di Napoli. Evento che mise i comandanti russi ed inglesi delle truppe schierate all’interno del Regno nella problematica scelta se impostare una azione di difesa o ritirarsi lasciando al suo destino il Regno stesso. Essendo prevalsa quest’ultima soluzione, Ferdinando non vide altra possibilità che riparare di nuovo in Sicilia, lasciando in qualità di vicario (gennaio 1806) lo smarrito principe ereditario Francesco, al quale non restava altra scelta che denunciare la vile aggressione straniera e nominare un consiglio di reggenza prima di lasciare Napoli.

Così come fece la combattiva regina, ma dopo aver affidato al generale Damas ed all’inutile presenza dei figli Francesco e Leopoldo la linea di difesa, individuata sulle impervie alture di Campotenese (in Basilicata,) ed essersi appellata, memore delle vicende legate alla caduta della Repubblica Partenopea, agli stessi personaggi di quella stagione ed all’amore del popolo che, in quella stagione, aveva avuto un ruolo determinante. Ma il popolo, memore della spietata repressione usata dai sovrani in quell’occasione, rimase indifferente al richiamo ed anche la plebe, volitiva e minacciosa, ma cautamente controllata dai partigiani del cambiamento, non trovò modo di sfogare i propri istinti sui funzionari borbonici, già dileguati.

Il maresciallo Massena, prima di dare avvio ad azioni di guerra, raccomandò ai soldati il rispetto del popolo e Giuseppe emanò un bando dove, con la denuncia del tradimento degli accordi stipulati da parte di Ferdinando IV, rassicurava il popolo circa l’amichevole comportamento dei soldati francesi.
Il consistente esercito francese avanzò verso Napoli, senza conquistare le fortezze di Pescara, Civitella, Capua e Gaeta. Gli ambasciatori, inviati a Giuseppe Bonaparte dal consiglio di reggenza con la richiesta di un armistizio, ricevettero l’ingiunzione di aprire le porte della città o di
farsi carico del sangue che sarebbe stato inutilmente versato. Gli stessi ambasciatori non poterono che concordare il libero ingresso in città e la consegna delle fortezze .

Il consiglio di reggenza, preoccupato per le manifeste contrapposizioni tra gruppi di lazzari, assemblati e decisi alla resistenza, e gruppi di partigiani francesi, decisi a mantenere l’ordine, emanò un decreto di accoglienza delle richieste francesi con l’invito alla quiete.
Il 14 febbraio 1806 entrarono a Napoli le truppe francesi guidate dal luogotenente Giuseppe, verso cui l’animo della gente era agitato da contrastanti sentimenti. Ma l’incanto della potenza e della fortuna dei Bonaparte faceva sperare ai moderati che l’instaurazione di una dinastia legata alla rivoluzione rappresentasse la migliore garanzia contro il ritorno dei Borboni.

- Il regno di Giuseppe Bonaparte (1806-1808)

Prima ancora di provvedere al governo, Giuseppe, che aveva acquisito le fortezze, a parte Gaeta , ed occupato le isole di Capri, Ischia e Procida, dispose di inviare consistenti milizie guidate dal generale Reynier a contrastare in Calabria lo schieramento dell’esercito Borbonico di Damas che, non sorretto dal sostegno del popolo, venne facilmente messo in fuga verso le spiagge d’imbarco per la Sicilia, lasciando al controllo francese tutta la Calabria, a parte le fortificate Maratea, Amantea e Scilla che verranno successivamente assediate ed acquisite.
Fu costituito un governo che, composto da quattro napoletani di fede monarchica, tra cui il magistrato Cianculli e due francesi, uno moderato al ministero per la guerra e l’altro, il giacobino Saliceti , al ministero della polizia. Scelta che suscitò la perplessità dei patrioti per il loro mancato coinvolgimento. Quindi mentre si avviavano norme volte a rifondare il Regno, dotandolo di una efficiente organizzazione , Giuseppe in aprile si mise in viaggio per le regioni del sud (Calabria e Puglia), coll’intento di conquistare quel popolo che lo accolse con manifestazioni di gioia e, durante il quale, a Reggio, lo raggiunse il decreto che gli conferiva la corona del Regno di Napoli e Sicilia.

Non si erano ancora spenti, al suo rientro a Napoli (11 maggio 1806), gli echi dei festeggiamenti per l’investitura, che la flotta inglese riuscì ad operare una improvvisa escursione conquistando l’isola di Capri e successivamente Ponza, mentre in altre province (Basilicata, Molise, Abruzzo e Puglie) si accendevano focolai di sommossa fomentate da bande borboniche. A Palermo re Ferdinando aveva affidato ad un contingente inglese ed a vecchi suoi capibanda Sciarpa e Fra Diavolo l’impresa di sbarcare in Calabria, scelta quale comoda base operativa per rinnovare l’impresa del 1799 o quanto meno per difendere la Sicilia dal rischio di uno sbarco francese.

A fine maggio piccole bande sbarcarono a Pellaro ed Amantea per dirigersi verso la Basilicata e la Puglia sollecitando la popolazione alla rivolta. A S.Eufemia sbarcò un contingente inglese che, guidato dal generale Steward sconfisse duramente a Maida quello francese di Reynier, dando un segnale di rivolta ad alcuni centri (Marcellinara) che attaccono il contingente francese, in ritirata verso Nicastro e Tirolo e diretto per acquartierarsi a Catanzaro, da dove uscì per escursioni di rappresaglia contro comunità ostili (S.Giovanni in Fiore). Considerata la situazione, il comandante francese Massena ritenne opportuno far rientrare il contingente dalla Calabria ed, ultimato l’assedio di Gaeta, egli stesso, a fine luglio, si mise a capo di una spedizione che si diresse per cingere la Calabria in un assedio che, per conquistare le città fortezze e per venire a capo di una guerra civile alimentata dai contadini e costantemente sostenuta da Ferdinando IV, si protrasse per oltre due anni. E, nonostante la raccomandazione di re Giuseppe volta a non infierire sulle comunità, furono ugualmente operati gravi abusi in varie località della Calabria e Basilicata, in cui i comportamenti degli abitanti non possono giustificare gli incendi, i saccheggi, le violenze, le carcerazioni e le fucilazioni da esse patite. Ad incominciare da Lauria, Lagonegro, Cammerota e Sora incendiate e saccheggiate, mentre altri borghi, più cautamente accolsero i francesi con segni di amicizia. Altre cittadine, quali Maratea, Amantea e Crotone, vissero travagliati assedi. Maratea caduta dopo un breve assedio fu messa a sacco, Amantea, difesa dalle truppe di colonnello Rodolfo Mirabelli, oppose cinque mesi di accanita resistenza prima di capitolare (febbraio 1807). Crotone, occupata dai francesi nel gennaio 1807, fu rioccupata da truppe borboniche il 27 maggio per essere definitivamente conquistata dai francesi a metà luglio, mentre i cittadini di sentimenti antifrancesi riuscirono ad imbarcarsi per la Sicilia. Reggio e Scilla, basi per incursioni contro i francesi, furono conquistate per ultime dal generale Reynier (febbraio 1808) . (36)

Travolta ogni resistenza armata, prese avvio la stagione dei processi (37) le cui crudeltà incentivarono per un verso l’opposizione clandestina e, per l’altro, spinsero i francesi ad applicare esemplari sanzioni anche a personaggi di potere e della nobiltà. Dilagò il fenomeno del brigantaggio, incapace comunque di intaccare il nuovo regime che poté assicurare al regno una parentesi di buon governo.

Giuseppe intanto, prendendo a modello l’amministrazione francese e con la mentalità paternalistica del sovrano illuminato, aveva scelto una serie di efficienti collaboratori democratici e, con il loro apporto, aveva dato avvio ad una serie di norme radicali di ricomposizione dell’assetto economico, sociale e proprietario che, purtroppo, restarono praticamente irrealizzate in quanto lo stato amministrativo e burocratico del Regno ne impediva gli effetti o l’applicazione.
A cominciare dalla legge del 2 agosto 1806 di eversione della feudalità, un mirabile esempio innovativo di trasformazione in senso capitalistico della proprietà fondiaria su cui si basava il potere della nobiltà la quale risultò scossa ma non abbattuta in quanto, pur conservando i titoli, veniva privata dai privilegi. Il re successore, Murat, dovette infatti intervenire per completare l’opera avviata. Erano infatti emersi limiti di applicazione delle norme emanate che, benché fossero stati regolati da una nuova legge (1 settembre 1806) di divisione delle terre demaniali, non venne chiarito che l’assegnazione delle terre demaniali doveva favorire tutti gli strati sociali e non quelli economicamente più forti. Sorsero pertanto una serie di contese la cui soluzione, con le regole vigenti, avrebbe comportato procedimenti lunghissimi. Per correggerne la funzionalità, l’applicazione delle norme fu affidata ad una commissione feudale che, tuttavia, non riuscì ad evitare che gran parte delle terre finisse col rafforzare le classi abbienti, aristocratici borghesi e funzionari di corte, lasciando inalterata la condizione delle masse contadine. Situazione che si ripeté con la vendita, a beneficio dello Stato, dei beni ecclesiastici. Ad ogni modo alla legge va riconosciuto il pregio di aver affiancato la vecchia baronia con una classe di proprietari borghesi che avrebbe potuto contribuire a rendere più dinamica l’economia stagnante del tempo.

Fu riordinata la finanza, abolendo le ineguali contribuzioni dirette ed imponendo un tributo sui poderi rustici ed urbani che veniva ad eliminare ogni favore riservato alle terre regie, feudali ed ecclesiastiche. Si diede avvio (1806) alla compilazione di un catasto che fu interrotta nel 1818.
In ambito giudiziario, furono adottati i codici napoleonici ed istituiti nuovi tribunali di otto giudici che giudicavano inappellabilmente i delitti di Stato ed, eliminate le vecchie procedure, si diede avvio al processo dibattimentale che attrasse il popolo e lo avviò alla comprensione delle leggi.

Fu migliorata l’istruzione pubblica, sottraendo al clero la gestione delle scuole e con la prescrizione che in ogni città e borgo operassero maestri e maestre per una istruzione accessibile a tutti. Vennero fondate scuole speciali (di belle arti, musica, accademie militari, di storia e di antichità), collegi privati vigilati nei metodi e premiati nei successi e sviluppati i licei ed accademie.
Anche a livello urbanistico furono operati miglioramenti nella viabilità ed abbellimenti strutturali a Napoli che fu dotata di illuminazione notturna, iniziativa imitata in altre città del regno.
Nell’ambito dei costumi, fu vietato il gioco d’azzardo privato, permettendo quello pubblico con beneficio per il fisco, censite e controllate le prostitute a cui fu concessa la pratica con il pagamento di un contributo mensile.
Fu dato impulso agli scavi di Pompei.

Nel maggio 1808 Giuseppe lasciò Napoli e, dopo circa un mese, emanò per il Regno delle Due Sicilie, lo Statuto di Bajona (20 giugno) garantito dall’imperatore Napoleone. Esso era composto da 11 capi che riguardavano la religione, la corona, le istituzioni, il parlamento , l’ordine giudiziario e l’amministrazione.
Con la pubblicazione dello Statuto, Giuseppe annunciava il passaggio ad altro regno e, con un decreto, Napoleone nominava (15 luglio 1808) il cognato Gioacchino Murat, re di Napoli e Sicilia con il nome di Gioacchino Napoleone.

- Il regno di Gioacchino Murat (1808-1814) (41)


Gioacchino Murat (1767-1815), nato a Labastide (regione dei Pirenei) di modeste origini fu avviato inizialmente alla carriera ecclesiastica ma nel 1787 lasciò il seminario per arruolarsi tra i cacciatori a cavallo divenendo ufficiale (1783) e stretto collaboratore di Napoleone in qualità di aiutante di campo e sposo della sorella Carolina (1800). Nel 1805 ricevette i principati di Berg e Cleves. Partecipò a tutte le campagne Napoleoniche, in particolare alla conquista della Spagna ed alle campagne di Italia, Russia ed alla sconfitta di Lipsia. Di aspetto attraente, imponente nella figura ed accattivante nell’approccio, di indole guerriera era definito l’Achille di Francia perché prode ed invulnerabile. Era impaziente negli affari di stato. Morì giustiziato a Pizzo (v. seguito)


Gioacchino, d’atteggiamento più regale rispetto a Giuseppe, da questi non si discostò nella linea di governo che fu caratterizzata da un maggior dinamismo, in linea con un personaggio più d’armi più di governo ma animato da ambizione e da uno spirito d’indipendenza che lo portarono a collidere più volte con gli interessi di Napoleone.
Fece il suo ingresso a Napoli ai primi di settembre 1808 superbamente vestito da militare ed, ultimati i festeggiamenti di accoglienza anche per la moglie Carolina che giunse subito dopo, diede disposizioni d’immagine a sostegno di militari e di vedove ed orfani della milizia napoletana, aumentò gli onori ai cappellani di S. Gennaro, fondò istituzioni a carattere educativo. Quindi, con la collaborazione di efficienti ministri tra cui il marchese del Gallo, il conte Zurlo e Francesco Ricciardi, rispettivamente agli esteri, interni e giustizia, intraprese iniziative strutturali rimuovendo gli ostacoli che intralciavano l’applicazione dei nuovi codici e delle disposizioni relative a feudalità ed a riordino amministrativo emanate da Giuseppe.

Diede un definitivo assetto all’amministrazione delle province e nominò un corpo di ingegneri per migliorare la pubblica viabilità. Revocò lo stato di guerra in una Calabria ormai pacificata, senza peraltro concedere, nel timore che potessero rigenerare nuovi disordini, l’immediato ritorno agli imprigionati nelle galere francesi.

Riorganizzò, impiegando personali risorse, la milizia e la marina da guerra, di cui si magnificavano orgogliosamente le imprese, costituendo due nuovi reggimenti di veliti e stabilendo regole per la coscrizione obbligatoria che eliminavano le esenzioni di privilegio.
Si dedicò quindi a perseguire la grandezza del Regno ed a tal fine, con uno sbarco notturno in uno dei luoghi più impervi dell’isola di Capri, realizzò l’impresa di sottrarla al controllo inglese, il cui comandante, colonnello Lowe, alimentava l’opposizione antifrancese sulla terraferma.
Napoleone non gradì l’impresa realizzata al di fuori del suo controllo e fu il primo motivo di contrasto e di disagio per Murat che non intendeva svolgere il ruolo di luogotenente e vassallo dell’impero. Lui voleva un Regno!!

Tra il giugno 1809 ed il marzo dell’anno successivo, mentre il contingente napoletano era impiegato in altri scenari di guerra, dovette contrastare due tentativi di aggressione da parte di contingenti siciliani appoggiati dagli inglesi.
Nel primo tentativo (giugno 1809) una flotta anglo-sicula, dopo aver effettuato nella Calabria tirrenica (Palmi) uno sbarco di truppe che andò a cingere d’assedio Scilla e di briganti che battevano le campagne, giunse nel golfo di Napoli, occupando Procida ed Ischia. La flotta aggressore fu contrastata da quella napoletana di Bausan e Giovanni Caracciolo ed in agosto, a seguito dell’arrivo della notizia della vittoria di Napoleone a Wagram (luglio 1809), si ritirò dalle isole occupate e tolse l’assedio a Scilla.
Il secondo tentativo di aggressione si verificò nell’aprile 1810, allorché una flottiglia inglese comandata da Brenton, presentatasi nelle acque di Napoli, fu contrastata aspramente e respinta da una comandata da Ramatuelle.

Rimaneva attiva la guerra interna condotta da bande di briganti che battevano le province di Puglia, Basilicata e Calabria. Gioacchino per contrastarle dislocò truppe a Lagonegro e Monteleone e, richiamato da Roma il ministro della polizia Saliceti per garantire l’applicazione di leggi speciali. Queste, tra l’altro, prevedevano la compilazione di liste provinciali di briganti, con facoltà per i cittadini di arresto o uccisione, la incarcerazione delle loro famiglie e la confisca dei beni. Non soddisfatto dei risultati della lotta al brigantaggio, decise di conferire pieni poteri al giovane generale Manhes che, dall’ottobre 1810, in pochi mesi, agendo con risolutezza, spietatezza ed atrocità, peggiori di quelle verificatesi sotto il regno di Giuseppe, riuscì a ripulire le province di tutti i briganti e dei loro favoreggiatori, tanto che quelli possono essere ritenuti i soli anni in cui il Regno non fu infestato da alcun malfattore.

Nel maggio dello stesso anno (1810) Gioacchino, di ritorno dalla cerimonia di matrimonio di Napoleone, in vista di una operazione di invasione della Sicilia, concentrò due divisioni francesi ed una napoletana accanto ad una consistente flotta nell’estremo lembo della Calabria, tra Reggio e Scilla. Qui rimase per circa tre mesi ad impegnare in un susseguirsi di scontri la flotta inglese disposta sulle coste siciliane, tra Messina e Torre del Faro. Il comando supremo era affidato al generale Grenier che riceveva riservati dispacci direttamente da Napoleone, interessato ad una strategia tesa a tenere impegnata la flotta inglese piuttosto che ad una problematica conquista dell’isola .
In settembre Murat, desideroso di conquistare quella parte di regno di cui era solo nominalmente titolare, nonostante il diverso parere dei generali, decise di attuare lo sbarco in Sicilia con la divisione napoletana comandata da Cavaignac che, non sostenuto nell’azione dalle divisioni francesi, si vide costretto ad una immediata ritirata, abbandonando nell’isola materiale ed uomini.

Gioacchino indispettito per il fallimento dell’operazione causata dal disimpegno francese, diede ordine di smontare il campo e si diresse a Pizzo dove si imbarcò per Napoli, tra entusiastiche manifestazioni popolari che gli fornirono probabilmente una sensazione di cui, da qui a cinque anni, ne avrebbe constatato amaramente la illusorietà.

La rinuncia all’impresa fu un nuovo motivo di contrasto tra Gioacchino e Napoleone che si rinnovò allorché, Gioacchino, rientrato anzitempo dai festeggiamenti per la nascita del figlio di Napoleone (marzo 1811), decretò che nessun straniero, privo di cittadinanza del Regno di Napoli potesse assumere mansioni militari o civili.
Napoleone rispose con decreto imperiale che, per tali mansioni, ai francesi come Murat, non necessitava la cittadinanza napoletana. Decreto che, pur suscitando le ire di Murat, finì col prevalere, per il consenso pacificatorio della regina e per la controversa accoglienza a corte, consentendo ai francesi residenti di essere assorbiti dalle strutture dello stato mentre l’esercito francese era obbligato ad uscire dal territorio del Regno.

Nella campagna di Russia in cui Napoleone affidò a Gioacchino il comando della poderosa cavalleria, questi brillò per prudenza e valore tanto da riceverne l’elogio. Ma mentre l’impero Napoleonico dava segni di sfaldamento, Gioacchino, nel corso della ritirata, abbandonò (Posen, gennaio 1813) il comando supremo dell’armata affidatogli da Napoleone (che aveva anticipato il rientro in Francia) per trasferirlo al principe Eugenio di Beauharnais e rientrare a Napoli, suscitando un aspro conflitto con Napoleone da cui rivendicò desiderio di indipendenza .

In tale situazione di conflitto, un Gioacchino desideroso di soddisfare la propria ambizione, rivolse l’attenzione all’Italia ed, accostandosi al sentimento di unità che incominciava a coinvolgere larghi settori della popolazione, sembrò offrire speranze alle aspirazioni patriottiche che venivano cullate all’interno delle sette, tra cui la Carboneria. Questa, diffidente di Gioacchino per non aver applicato lo statuto di Bajona e per aver perseguitato affiliati calabresi nel corso della lotta al banditismo condotta da Manhes, era invece piuttosto allettata dalle offerte del plenipotenziario inglese in Sicilia, lord Bentinck, che aveva fatto emanare in Sicilia una Costituzione liberale.

Quando ormai si profilava la caduta di Napoleone, nel tentativo di conservare il regno, Gioacchino assunse una posizione di distacco, avviando segrete trattative con Austria ed Inghilterra, oscillando però tra le lusinghe austro-inglesi e le sollecitazioni francesi, tra cui quelle della moglie, che lo mettevano in guardia dalla non partecipazione alla guerra accanto a Napoleone.
E quando si avviò lo scontro con le forze della VI coalizione (ottobre 1813), assillato dalle conseguenze che ne sarebbero derivate da una vittoria di Napoleone e mosso da un sentimento di lealtà, con scarso acume politico, lasciò il prosieguo dei contatti alla moglie, andando a porsi validamente a fianco di Napoleone ma generando sentimenti di diffidenza in entrambe le parti.

Dopo la sconfitta di Lipsia (ottobre 1813), allorché le sorti dell’impero precipitavano, Giacchino, dopo aver preso, ad Erfurt l’ultimo fraterno e commosso commiato da Napoleone, lasciò il campo francese.
L’11 gennaio 1814, concluse un trattato di alleanza con l’Austria (per conto della quale trattava il generale Neipperg; che prevedeva la sua conferma sul trono di Napoli con vantaggi territoriali a scapito dello Stato Vaticano a fronte dell’abbandono di pretese sulla Sicilia del Borbone. Questi sarebbe stato diversamente indennizzato per la perdita di Napoli. Il trattato impegnava Murat a partecipare alle operazioni di guerra contro la Francia.

Nello stesso mese di gennaio Murat stipulò, tramite Bentinck, un armistizio ed accordi commerciali anche con la diffidente Inghilterra. Per tener fede al trattato sottoscritto con l’Austria, ma senza una dichiarata e piuttosto ambigua scelta di campo, dislocò, tra Roma ed Ancona, due legioni, guardate con sospetto e vigilanza dai generali francesi che le ritenevano alleate, e non strategicamente collegate col generale austriaco Bellegarde e con quello inglese Bentinck .
Si rivolse quindi contro il Regno d’Italia, collegato alla Francia e, volendo evitare lo scontro con le truppe francesi presenti a Castel S. Angelo e Civitavecchia, andò ad occupare la Toscana per poi scontrarsi con l’incerto viceré Eugenio, ormai solo a contrastare nello scenario di guerra italiano anche il dilagare dell’esercito austriaco dalla Dalmazia al Veneto.

Il 15 aprile 1814 il generale Bellegarde divulgava gli esiti della guerra in Europa e la sospensione delle ostilità, notizia che suscitò profondo turbamento in Murat.

Nel corso dei negoziati di Parigi (maggio 1814), circa l’attribuzione del regno di Napoli, era in atto tra i partecipanti una discussione in cui gli austriaci, in virtù del trattato di pace del gennaio 1814 peraltro svuotatosi di contenuto politico dopo la caduta di Napoleone, sostenevano le ragioni di Murat.
Ragioni avversate invece dalla Francia di Luigi XVIII rappresentata da Tayllerand e da Russia ed Inghilterra che auspicavano il ritorno sul trono di Napoli del re Borbone. La questione, rimandata al congresso di Vienna che si sarebbe aperto in ottobre (1814), sarebbe stata poi risolta dalla decisione di Murat di sconfessare (marzo 1815) il trattato con l’Austria.

Murat infatti, non confidando nel sostegno austriaco al Congresso di Vienna dove i suoi ministri erano stati male accetti e sentendosi circondato ovunque in Italia da diffidenze, ritenne di dover fare affidamento solo sulle proprie forze e di porsi a paladino della indipendenza italiana.
Con tale obiettivo avanzanò (marzo 1815) con forze non rilevanti ma con rapidità, verso la Romagna dove, il 30 marzo 1815 da Rimini, rotta l’alleanza con l’Austria a cui dichiarava guerra, lanciò un proclama, elaborato da Pellegrino Rossi. Con questo egli prometteva di dare all’Italia un ordinamento costituzionale ed incitava gli italiani a conquistare l’indipendenza sollevandosi contro la dominazione austriaca. Un invito che oltre a non trovare adeguate risposte tra le masse, ebbe il solo effetto di aumentare lo sdegno nei suoi confronti dei delegati riuniti a Vienna e lo stesso Napoleone (rientrato dall’Elba a Parigi) biasimò le incaute iniziative di Murat. Il quale, ormai lanciato nella sua azione, si aggregò le Marche e progredì nella sua avanzata fino a Ferrara, inducendo l’Inghilterra, tramite lord Bentinck, ad accusarlo di aver rotto senza motivo l’alleanza con l’Austria ed a schierarsi (5 aprile 1815) a fianco di quest’ultima.

Scelta che causò il tracollo delle aspettative di Murat. Egli comunque dispose su un lungo arco di fronte, senza seconde linee né riserve, un esercito ormai in preda allo sconforto e decimato dalle defezioni. L’esercito tedesco frattanto si infoltiva sulla riva sinistra del Po ed inevitabilmente, con l’apporto degli anglo-siciliani, il 3 maggio 1815 fermava Murat a Tolentino, nei pressi di Macerata.

Con l’esercito napoletano in rotta, dal nord gli austriaci a cui si era aggregato il principe Borbone don Leopoldo e dal sud i siciliani invadevano le province del regno, mentre a Napoli la flotta del commodoro inglese Campbell intimava la consegna dell’arsenale navale ed ospitava sulla nave la Regina Carolina per trattare la pace con l’Inghilterra.

Malgrado il suo potere fosse al collasso, Gioacchino tentò ancora. E, facendo ricorso ad una residua risorsa per rianimare il consenso, inviò a Napoli una Costituzione (pubblicata il 12 maggio). Verificatane l’inutilità, incaricò i suoi emissari, generali Carascosa e Colletta a trattare la resa (di Casa Lanza, 20 maggio) con gli austriaci Bianchi e Neipperg sulla base della restaurazione sul trono di Ferdinando IV e del mantenimento delle istituzioni esistenti e delle norme emanate nel decennio napoleonico.
Murat partì da Pozzuoli per Ischia, da qui per la Francia dove giunse a Frejus il 28 marzo.

- Tentativo di Murat di riconquistare il regno

In Francia Murat stressato da due anni di dubbi e di ansie, respinto dal cognato (ancora a Parigi) irritato per l’abbandono dell’anno precedente, si trovò in grave difficoltà, accresciute con la notizia della sconfitta di Waterloo e con i manifestanti antimperialisti che si erano messi sulle sue tracce.
Non più protetto da amici e risultata vana la ricerca di un approdo protetto in Inghilterra o nella stessa Francia , da semplice cittadino rispettoso delle leggi, decise di raggiungere la Corsica che trovò dilaniata da lotte fra fautori del Borbone di Francia, bonapartisti ed indipendentisti.
Murat si ritirò a Vescovato presso il generale Franceschetti, suo aiutante di campo dove maturò il desiderio di abbandonare l’isola e di operare, richiamandosi al suo onore di soldato, un tentativo di riconquista del regno perduto. Da qui la decisione di organizzare una spedizione che, il 28 settembre 1815, con sei imbarcazioni e duecentocinquanta uomini salpò dalla Corsica con l’intento di sbarcare nel Cilento dove, contando su molti e risoluti sostenitori ex militanti del suo esercito, pensava si innescare un moto di ribellione antiborbonico delle masse contadine.

Dopo giorni di tranquilla navigazione, una tempesta disperse la flottiglia e Gioacchino si trovò nel golfo di S. Eufemia con tre imbarcazioni. Due uomini scesi a terra in cerca di informazioni furono arrestati e due imbarcazioni comandate da un certo Curaud lo abbandonarono. Quegli eventi lo sconfortarono al limite della rinuncia, quindi esasperato dalle pretese del comandante del vascello Barbarà , decise di sbarcare ugualmente (8 ottobre) a Pizzo con ventotto uomini e di là avviare l’impresa.

La piazza del paese, gremita per il giorno di festa, accolse con sorpresa la piccola schiera guidata da Murat che, disorientato per la fredda accoglienza, sconsigliato da alcuni ed affiancato da tre suoi ex veliti, si diresse speranzoso verso il vicino capoluogo Monteleone, mentre il capitano Trentacapilli, di antica e solerte fede borbonica, composta una improvvisata schiera che via via si ingrossava, inseguì ed assalì con colpi di archibugio il drappello di Murat. Questi, con la decisione di non reagire, incrementò la foga degli assalitori i quali preclusero ogni via di fuga se non quella del mare che Murat ed i suoi raggiunsero, attraverso un ripido precipizio, in tempo per vedere il vascello di Barbarà veleggiare verso il largo, portandosi via le ricche riserve che avrebbero dovuto finanziare l’impresa. Il tentativo di utilizzare una barca a secco sulla spiaggia consentì alla schiera di Trantacapilli di raggiungere il drappello di Murat che, trattenuto, oltraggiato, ferito in volto da uno zoccolo scagliato da una popolana, fu imprigionato nel castello-fortezza aragonese .

Il comandante della Calabria, generale Nunziante, inviò a Pizzo dapprima un manipolo di soldati guidati dal capitano Stratti che trattò con deferenza l’ex re, quindi, da Napoli, fu inviato con pieni poteri in Calabria il principe di Canosa, uno sperimentato strumento di tirannia, per prevenire ogni azione dei murattiani. Il 12 ottobre arrivò l’ordine governativo di istituire un tribunale composto da sette giudici.
Il 13 ottobre 1815, ascoltata con freddezza la sentenza, fu condotto in un recinto della fortezza dove era schierata una squadra per la fucilazione. Rifiutò la benda agli occhi e pregò di salvaguardare il viso.
I suoi resti giacciono indistinti nella fossa comune della Chiesa Madre di Pizzo.

Il Regno delle Due Sicilie nel periodo di Ferdinando I (1815-1825)

Prima degli anni di dominio napoleonico (1806-1815) i Regni di Napoli e Sicilia erano due diverse entità, pur se governati dallo stesso sovrano che non a caso aveva due differenti numeri d’ordine, Ferdinando IV, come re di Napoli e III, quale re di Sicilia.
Regni che il Congresso di Vienna unificò, abolendo il più antico regno d’Italia, quello di Sicilia e riconoscendo Ferdinando I, re delle Due Sicilie con l’impegno di mantenere, secondo gli accordi di Casa Lanza norme ed istituzioni del periodo napoleonico, ritenuti tra i migliori d’Europa. Impegno che di fatto ignorò, comportandosi in maniera arbitraria e dispotica come era suo costume.

Nel 1815, come nel precedente ritorno dalla Sicilia dopo la caduta della Repubblica Partenopea, emerse la volontà del sovrano Ferdinando I di vendicarsi di coloro che avevano avuto parte nel precedente periodo napoleonico utilizzando un vecchio strumento di repressione quale era il principe di Canosa. Questi, per opporsi al movimento clandestino, piuttosto che la repressione, usò, con eccesso di zelo ma con scarso successo, metodi di infiltrazione nella carboneria talmente odiosi da collidere con il ministro Luigi de’ Medici e da indurre gli ambasciatori di Austria e Russia a chiederne la rimozione.

Particolare rilevanza ebbe la rivoluzione napoletana che preoccupò l’Austria, timorosa che essa si potesse estendere alle altre regioni del suo dominio. Essa ebbe inizio il 2 luglio 1820 allorché, verosimilmente ispirata da ufficiali di formazione napoleonica che, nel 1812, avevano combattuto in Spagna e promossa dai tenenti .... Erano Michele Morelli e Giuseppe Silvati, a cui si aggiunse un gruppo di carbonari guidati dall’abate liberale Luigi Minichini; si sollevò la guarnigione (centoventisette elementi) di Nola e di Avellino e si rafforzò con la progressiva adesione di esterni. Da qui la rivolta si propagò ad Aversa e ad altre regioni del Regno (Puglia e Basilicata, Abruzzo e Calabria).

Il governo pensò di inviare il generale Guglielmo Pepe a sedare la rivolta ma, ritenuto non affidabile, si rinunciò al suo apporto. Tuttavia egli, legato alla carboneria, tentò di rallentare l’intervento della gendarmeria e, nel timore di essere arrestato, assemblò una nutrita compagnia di soldati e si schierò dalla parte dei rivoltosi. Il re, sollecitato da ministri e collaboratori, promise (6 luglio) la concessione della costituzione entro otto giorni. Ma, nel sospetto di manovre dilatorie, la ribellione, che si era affidata alla direzione di Guglielmo Pepe, si intensificò e le milizie liberali che, raggruppate ad Avellino e Salerno, si predisponevano ad entrare a Napoli.

Per scongiurare ciò Ferdinando, malgrado le sue convinzioni nettamente avverse ad ogni forma costituzionale, si convinse ad emanare (9 luglio) la stessa Costituzione concessa in gennaio a Cadice ed a giurare solennemente fedeltà ad essa. Concessione che, secondo quanto riferì l’ambasciatore, principe di Cariati, venne accolta con molto disappunto dalla Corte di Vienna.
Dalle elezioni tenute sulla base della costituzione emanata emersero un parlamento (ottobre 1820) in cui prevaleva la borghesia agraria ed un governo costituzionale dominato dal ministro Zurlo che si rifiutò di assecondare la richiesta di indipendenza delle province e mantenne ai margini del potere le forze radicali che si divisero tra coloro cui bastava una monarchia costituzionale e coloro che auspicavano forme più avanzate di democrazia. Il governo, trascurando le conseguenze derivanti dalla concessione della costituzione, non prese alcuna iniziativa per mantenere contatti con le potenze straniere, presumibilmente perché distratto dall’insurrezione promossa in Sicilia dai movimenti separatisti (15 luglio) che lo mise nella necessità di assumere una posizione di salvaguardia dell’unità del Regno.

Il nuovo assetto del Regno delle Due Sicilie non era stato accettato dalle nazioni della Santa Alleanza, la Francia non lo riconosceva, l’Inghilterra non manifestava apprezzamento. Altre nazioni, come la Spagna, Paesi Bassi e Svezia, con il loro formale riconoscimento, non fecero altro che allarmare le prime che vedevano nella rivoluzione di Napoli, incruenta ed ideologica, non promossa da sofferenze economiche e portatrice di nuova libertà, una minaccia per la sicurezza dei troni.
Nello stesso ottobre del 1820, l’Austria, sulla base degli accordi della Santa Alleanza, promosse una riunione a Troppau in Slesia per esaminare gli eventi dall’insurrezione di Napoli. Mentre l’Inghilterra mantenne una posizione di dissenso, le altre potenze riuscirono a controllare le perplessità dello zar Alessandro a cui furono prospettati i pericoli dell’estensione alla stessa Russia delle idee rivoluzionarie, e rinviarono la discussione al gennaio 1821 a Lubiana (Slovenia), dove sarebbe stato invitato anche Ferdinando I.

Questi, sulla base della costituzione emanata, doveva ricevere, per quel viaggio, il consenso dal parlamento eletto. Malgrado le molte perplessità ed un acceso dibattito, il consenso al viaggio fu concesso a seguito della promessa e del reiterato giuramento di difendere il sistema costituzionale in atto. Ma giunto a Lubiana, Ferdinando sconfessò la Costituzione che sostenne gli era stata estorta e sollecitò l’intervento della Santa Alleanza al fine di ristabilire il precedente regime. Il cancelliere austriaco Metternich si sentì autorizzato da questa richiesta ad intervenire, malgrado l’Inghilterra ritenesse l’azione puramente repressiva.

Il 4 febbraio 1821 un contingente austriaco (cinquantamila uomini, mentre uno russo era di riserva) varcato il Po, si diresse verso i confini del Regno mentre a Napoli, dove la posizione di Ferdinando aveva destato stupore ed indignazione, si cercava di predisporre le difese che non potevano essere particolarmente efficaci, essendo stati i reparti migliori inviati per controllare la rivolta in Sicilia (v. seguito). Il governo, rifacendosi alla natura pacifica della rivoluzione napoletana, diede alle proprie truppe un mandato puramente difensivo che avrebbe dovuto evitare ogni forma di aggressione e mirare a contenere gli attacchi degli eserciti stranieri. Guglielmo Pepe che, dimessosi dall’esercito era stato nominato comandante della guardia civile (trentamila uomini) ed il generale Michele Carascosa, capo di quella militare, si schierarono sui confini abruzzesi. Il generale Guglielmo Pepe, malgrado i pareri contrari dei suoi ufficiali, decise sconsideratamente di attaccare a Rieti (7 marzo 1821) con la sua guardia civile impreparata ad azioni di guerra, l’esercito austriaco guidato dal generale Frimont, che non ebbe difficoltà a mettere in fuga gli aggressori. Poco poterono fare i generali Carascosa e Giovanni Russo per contenere l’esercito austriaco che, pur sorpreso per la facilità dell’azione, avanzò con cautela ed, entrato a Napoli (23 marzo), accolto da una vibrata protesta di un gruppo di deputati guidati da Giuseppe Poerio, si impossessò dei forti dando inizio ad una occupazione che si protrasse fino al 1827.

Il popolo accomunò tutti nel disprezzo, la doppiezza del re, la debolezza dei ministri, l’infamia di generali e soldati e la codardia dei cospiratori.

Napoli venne così restituita al potere di Ferdinando, che, di ritorno da Lubiana, si fermò nella più sicura Firenze. Da qui, dopo aver inviato alla Chiesa della Madonna Annunziata una ricca lampada in argento ed oro per essere sciolto dai giuramenti, richiamava in servizio il principe di Canosa a cui impartì, come sua abitudine, disposizioni di ritorsione ed epurazioni con arresti e processi contro coloro che avevano avuto ruolo nel breve periodo costituzionale.

Mentre molti cercavano rifugio all’estero, gli austriaci imponevano, come capo di governo il ministro Medici che, a causa di vecchi contrasti, rimosse il Canosa, la cui attività repressiva non aveva fatto migliorare la sicurezza pubblica.

Nei successivi anni Ferdinando I Prima del congresso di Vienna, la regina Maria Carolina si era vista costretta a trasferirsi a Vienna su pressione degli inglesi, che non gli perdonavano di non riuscire a scrollarsi di dosso gli inglesi. Sarà nella stessa Vienna che Maria Carolina morirà nel 1814 senza rivedere il marito. Ferdinando dopo solo tre mesi dalla sua morte, sposerà morganaticamente la duchessa Lucia Migliaccio, vedova di un potente principe siciliano.....

.... e seguitò a regnare per altri 10 anni, pur in mezzo a nutriti fermenti carbonari, soprattutto quelli del 1820, dove fu anche costretto a firmare la Costituzione. Ma dopo una forte repressione dei carbonari stessi - come accennato sopra - la ritirò.
Ferdinando morì nella stessa Napoli dov'era nato (12-1-1751) cinque anni dopo, il 4 gennaio 1825, all'età di 74 anni e dopo 66 anni di regno.
Lui e Carolina ebbero molti figli, figlie e nipoti (tutti sistemati nelle varie corti d'Europa). La sua primogenita Maria Teresa divenne perfino Imperatrice d'Austria, il cui figlio Francesco Carlo d'Austria, poi sposò Sofia di Baviera, dalla quale ebbe due figli divenuti poi imperatori: Francesco Giuseppe, imperatore d'Austria, e Massimiliano d'Asburgo, imperatore del Messico. Quest'ultimo morirà fucilato dagli liberali in Messico; il primo invece regnando al solito retrivo modo degli Asburgo, morì nel 1916, durante la Prima Guerra Mondiale che proprio lui aveva scatenato.
Morendo, evitò così di assistere al crollo del suo Impero e di vedere la fine della stessa dinastia degli Asburgo. Una delle più importanti ed antiche case regnanti in Europa... dal 1282)
Singolare il motto di Francesco Giuseppe: «Viribus uniti» ("Con tutte le forze"), quello invece della sua casata era ancora più singolare, e suonò nel 1918 quasi beffardo; era il famoso "A.E.I.O.U." (Austriae Est Imperare Orbi Universo, "Spetta all'Austria regnare sul mondo") !!!!!

FINE

"SULLE VIDENDE DELLA SICILIA,
UN BREVE RIASSUNTO IN QUESTE PAGINE >>>>

Bibliografia:
Questo saggio è stato donato a "Storiologia"
da FRANCO SAVELLI

Autore di una bellissima "Storia del Meridione d'italia"
"Dalla caduta dell'Impero Romano alle due gurre mondiali"
che TROVATE QUI >>>>>

PER TORNARE ALLA TABELLA
UTILIZZA SEMPRE IL BACK

HOME PAGE STORIOLOGIA