RIVOLUZIONE FRANCESE

1815 - GLI EVENTI  di quest'anno
(i link inseriti sono per ulteriore approfondimento)

Nascita ed evoluzione del nazionalismo
tra la Rivoluzione francese e il 1870


QUANDO L'EUROPA SEMBRAVA
UNA POLVERIERA

di GOFFREDO ADINOLFI

Introduzione

Con la sconfitta dell'esercito francese a Waterloo si chiude contemporaneamente sia la fase dell'esperienza rivoluzionaria che quella delle invasioni napoleoniche. I governanti europei, riuniti a Vienna, cercano di ricostruire un ordine di tipo sostanzialmente conservatore basato sull'equilibrio tra le cinque potenze che avevano partecipato ai conflitti napoleonici: Austria, Inghilterra, Francia, Prussia e Russia.

Eppure, nonostante gli sforzi dei partecipanti al Congresso di Vienna, le invasioni napoleoniche avevano di fatto esportato in modo indelebile - in un modo o nell'altro - i valori ed i principi della rivoluzione francese. Le élite borghesi e le masse popolari erano violentemente entrate a far parte non solo dello scontro militare ma, soprattutto, avevano acquisito un forte sentimento nazionale.

L'Ottocento, noto per essere il secolo del liberalismo e del capitalismo, dovrebbe essere noto quindi anche per essere stato il secolo dei nazionalismi e della nascita del concetto dello Stato-nazione. Il Risorgimento italiano ne è una manifestazione eclatante, ma, insieme all'Italia, nascono e nasceranno altri Stati "nazionali" quali, ad esempio l'Impero Tedesco ed il Belgio.

L'Impero Ottomano si sfalda a tappe successive lasciando il posto a Stati nazionali come la Grecia, la Bulgaria, la Serbia e la Croazia e l'Austria diventa, dopo le riforme costituzionali del 1867, Austria-Ungheria. Entrambe non sopravviveranno alla prima guerra mondiale.

L'Europa si rivela quindi essere una polveriera di moti nazionali che diventa vieppiù esplosiva. In sostanza si sviluppa, nel corso del primo 'Ottocento, un nazionalismo radicalmente differente da quello che si svilupperà dopo il 1870.

Il nazionalismo ottocentesco traeva parte delle sue origini - come già accennato prima - sugli ideali della rivoluzione francese. Ma non esisteva solo il nazionalismo di stampo rivoluzionario, democratico e repubblicano; esisteva anche un nazionalismo di tipo liberale il cui pensiero non è facilmente delimitabile.

L'idea di nazione prima della rivoluzione francese

Nel 1765 nell'Encyclopedie di Diderot compare un articolo non firmato dal titolo "Nation" nel quale vi si espone il concetto di nazione in uso a quel tempo: "Nome collettivo che si adopera per esprimere una quantità considerevole di persone che abita una determinata estensione territoriale, racchiusa in frontiere stabilite e che obbedisce allo stesso governo".

Un modello di Stato territoriale - quello pre-rivoluzionario - in cui, date delle frontiere e un governo, si chiamerà nazione l'insieme degli abitanti residenti in quello spazio geografico.
Un ulteriore senso del termine nazione lo si evince dai testi dell'opposizione parlamentare francese. I Parlamenti - secondo la definizione di Marion - sono "corti sovrane istituite per rendere giustizia in ultima istanza in nome del re". Ciascun parlamento "era chiamato dalle sue stesse funzioni a tenere un registro delle leggi che aveva il compito di applicare in modo che compito di registrazione si aggiungesse il diritto ad esaminare, di protestare, e forse anche di respingere i decreti o le ordinanze regie. Di qui a trasformarsi nell'organo della volontà nazionale ed a pretendere di parlare in suo nome, e non in quello del re, non c'era che un passo".

Ed è a partire dagli anni Sessanta del Settecento che i Parlamenti francesi inizieranno a rivendicare il ruolo di difensori dell'antica costituzione del regno e di rappresentanti della nazione.
Quello che di fatto comincia a crearsi è una relazione dualistica tra la nazione e il re. Ed è proprio Luigi XV a rendersi conto di questo pericolo. In un importante discorso rivolto al Parlamento di Parigi nel Marzo del 1766 dice: "I diritti e gli interessi della nazione, di cui si osa fare corpo separato dal monarca, sono necessariamente uniti ai miei e si trovano solo nelle mie mani".

Appare quindi per la prima volta l'immagine di una nazione che nella concezione assolutistica altro non era che un riflesso senza autonomia del corpo fisico del re e che si presenta ora agli occhi del suo padrone come un'ombra che si erge contro di lui, rivendicando una volontà e una vita proprie.

Due decenni più tardi fa eco al re, nel 1789, Moreau, storiografo del sovrano:
"Come ho già detto, senza il re non c'è la nazione. Scorgiamo infatti una nazione innumerevole e libera suddivisa in un infinità di piccole associazioni che non si riuniscono mai in un corpo solo e che tutte sottoposte ai magistrati immediati (i funzionari del re) che li governano, ricevono solo da loro gli ordini del monarca"
Come opposizione a questo tipo di affermazioni si spiega, almeno in parte l'antipluralismo della rivoluzione francese.

Per uno studio compiuto del concetto di nazione occorre quindi rifarsi alla rivoluzione francese del 1789 quando si passa dai popoli di Francia dell'ancien regime al popolo di Francia: la costituzione francese del 1791 consacra, come fondamenti del diritto pubblico dell'Europa contemporanea, la sovranità nazionale ed il governo rappresentativo.
Nasce un nuovo soggetto: il popolo di Francia, in contrapposizione con i popoli dell'ancien regime. Sconfitta la società dei ceti, svuotata la prerogativa regia, la guerra civile scatenata contro i privilegi dilaga in tutto il territorio francese (la patrie est en dangèr): i preti, i ricchi e i nobili sono designati dai rivoluzionari quali nemici della rivoluzione.

Il dizionario della reale accademia spagnola introduce il concetto di Stato in senso moderno, nazione e lingua soltanto nel 1884 per poi approdare alla versione che oggi noi conosciamo:
"La collettività di persone della stessa origine etnica che, in linea generale, parlano la stessa lingua e hanno tradizioni comuni".

La nascita dello Stato-Nazione

Non possiamo rintracciare nella nazione rivoluzionaria nulla di simile al successivo programma nazionalistico di fare dello Stato-Nazione un corpo definibile sulla base dei criteri oggetto di discussione da parte dei teorici del secolo XIX, quali etnia, lingua, religione, territorio e memoria storica comuni.

In realtà gli Stati dell'Europa dell'Ottocento, da un punto di vista etnico e linguistico, non erano assolutamente omogenee. Il problema tra lo Stato e la Nazione, in un Europa dove prevalentemente venivano parlati i dialetti era piuttosto forte. Il dizionario olandese sottolinea come sia la lingua francese che quella inglese usino la parola Nazione per significare il popolo che appartiene a uno Stato anche se non parla la stessa lingua. Come sostiene Hobsbawm è fondamentale distinguere il concetto moderno di nazione - cioè quello che noi oggi intendiamo per nazione - è l'uso che se ne faceva prima del Novecento.

L'equazione nazione=Stato=popolo, e in particolare popolo sovrano, rapportava il concetto di nazione al territorio poiché che la struttura e la definizione degli stati erano diventate sostanzialmente territoriali. Implicava inoltre una molteplicità di Stati-nazione costituiti su questa base, quale necessaria conseguenza dell'autodeterminazione popolare. Come affermato nella dichiarazione dei diritti del 1795 in Francia
"… ogni popolo è indipendente e sovrano, quale che sia il numero degli individui che lo compone e l'estensione del territorio che occupa. Questa sovranità è inalienabile".

Conseguentemente a questo nasce quindi l'esigenza di capire cosa si intendesse nell'Ottocento per "popolo". Da un punto di vista popolare-rivoluzionario l'elemento accomunante della nazione non poteva essere in senso sostanziale né l'etnia, né la lingua, né l'affinità, sebbene queste potessero indicare una qualche appartenenza collettiva. Non è possibile rintracciare nella nazione rivoluzionaria alcunché di simile al successivo programma nazionalistico di fare dello Stato-nazione un corpo definibile sulla base dei criteri oggetto di discussione da parte dei teorici del secolo XIX, quali etnia, lingua, religione, territorio e memoria storica comuni.

Quale collocazione aveva la nazione, e come stavano le cose per quanto riguarda l'equazione Stato=nazione=popolo nella costruzione teorica di chi, dopotutto, impresse più marcatamente la propria impronta sull'Europa del secolo XIX, e in particolar modo su quel periodo in cui il principio di nazionalità ne cambiò la mappa in maniera sconvolgente, cioè il periodo che va dal 1830 al 1880?
Come affrontarono la questione le borghesie liberali e il loro ceto intellettuale? Questione inevitabile nella cinquantina d'anni in cui l'assetto politico europeo si trasformò in seguito all'emergere di due grandi potenze, la Germania e l'Italia, basate sul principio nazionale; la suddivisione di una terza, l'Austria-Ungheria, dopo il compromesso del 1867, sempre sulla base dello stesso principio nazionale; il riconoscimento ottenuto da un certo numero di entità politiche meno rilevanti, che diventarono Stati indipendenti rivendicando di essere dei popoli con caratteristiche di base nazionali, dal Belgio, in Europa occidentale, agli Stati che nel sud-est europeo sorsero nei territori già dell'impero ottomano, come Grecia, Serbia, Romania e Bulgaria; per citare in ultimo le due rivolte nazionali dei polacchi che chiedevano di ricostituirsi intorno a quello che pensavano come uno Stato-nazione.

Il nazionalismo nel pensiero liberale

Il problema dei pensatori dell'inizio del secolo XIX era stabilire quali fossero i criteri necessari per determinare quali fossero i popoli europei a cui si poteva applicare l'etichetta di nazionalità, su questa o quella base, avrebbero potuto diventare Stato o anche solo ottenere il riconoscimento di una qualche forma di separazione sul piano politico o amministrativo; d'altra parte si trattava invece di determinare quale dei numerosi Stati già esistenti avrebbe potuto essere caratterizzato come nazione.

La teoria liberale in merito alla nazione la si può evincere, perlopiù, unicamente in margine all'elaborazione teorica degli scrittori liberali. Inoltre un elemento centrale dell'elaborazione si oppone a una considerazione di tipo concettuale della nazione. Che ruolo ebbe l'affermazione degli Stati-nazione nello sviluppo capitalistico e come intesero questa funzione i pensatori liberali contemporanei?

Sempre secondo Hobsbawm, nel corso del periodo che va dal secolo XVIII alla fine della seconda guerra mondiale, sembra esservi stato poco spazio e altrettante ridotte possibilità, nell'economia globale, per quelle unità realmente extraterritoriali e transnazionali, che avevano avuto un ruolo così importante nella genesi di un'economia capitalistica a livello mondiale, e che oggi, di nuovo, hanno riacquistato importanza.

Come avrebbero potuto i pensatori liberali ignorare la funzione economica i benefici effetti dello Stato-nazione? L'esistenza di Stati con monopolio monetario, finanza pubblica e, pertanto, politiche fiscali e attività varie era un fatto innegabile. Queste attività economiche non potevano essere abolite nemmeno nella mente di chi desiderava eliminare le conseguenze negative degli interventi che queste implicavano sul piano economico. Lo Stato, e successivamente all'età della rivoluzione lo Stato-nazione, era il garante della proprietà e dei contratti, tanto che, come osserva Jean Baptiste Say "non c'è nazione che abbia raggiunto un certo livello di ricchezza senz'essere sottoposta a un regolare governo".

La difficoltà di fondo per gli economisti liberali del secolo XIX, come per quei liberali che accolsero gli argomenti dell'economia politica classica, consiste nel fatto che possono riconoscere l'importanza delle nazioni nella pratica ma nient'affatto sul piano teorico.
L'economia politica classica, e in particolare quella di Adam Smith, fu elaborata in funzione critica del sistema mercantile ossia proprio di quel sistema per cui i governi consideravano le economie nazionali come insiemi da svilupparsi sulla base dell'impegno e della politica statali.
Il libero commercio e il libero mercato si contrapponevano precisamente a quest'idea di sviluppo economico nazionale che Smith considerava prova di cattivo funzionamento. Sebbene Smith non fosse contrario a certi interventi del governo in materia economica, per quanto riguarda le teoria generale dello sviluppo economico non riservò alcun posto alla nazione, né a qualsiasi entità collettiva più ampia dell'azienda, che, tra l'altro, egli non si diede la pena di analizzare più di tanto.

Nei paesi che miravano a raggiungere un certo sviluppo economico nazionale, anche per opporsi alla superiorità economica della Gran Bretagna, l'idea del libero commercio di Smith risultava dotato di minori attrattive. In questi Paesi non troviamo scarsità di pensatori disposti a parlarci dell'economia nazionale come in un tutto unitario. Alexander Hamilton, il grande federalista statunitense, istituì una stretta connessione tra nazione, Stato ed economia, al fine di giustificare l'appoggio accordato a un governo nazionale forte in opposizione a uomini politici meno favorevoli all'accentramento.
L'elenco delle sue grandi misure nazionali, compilato dall'autore della voce Nation in un posteriore repertorio americano, è esclusivamente economico e comprende: la fondazione di una banca nazionale, la protezione delle manifatture nazionali mediante alte tariffe, notevoli imposte indirette.

Hamilton immaginava che la nazione avrebbe badato a se stessa se il governo federale si prendeva cura dello sviluppo economico: in ogni caso la nazione comportava un'economia nazionale e una sistematica agevolazione da parte dello Stato, cosa che, nel secolo XIX, significava protezionismo.
Il pensiero di Hamilton, ignorato dai pensatori anglosassoni, fu ripreso in maniera incisiva dagli economisti tedeschi. Friedrich List, aveva difatti soggiornato negli Stati Uniti intorno al 1820. Secondo List il compito della scienza economica, che Tedeschi già allora tendevano a chiamare economia nazionale era di realizzare compiutamente lo sviluppo economico della nazione e prepararne l'ingresso nella futura società universale.
Secondo List la nazione doveva possedere sufficiente estensione territoriale da formare una unità in grado di svilupparsi. Nel caso quindi non raggiungesse questa estensione non avrebbe giustificazione storica. Di fatto ciò che alcuni pensatori liberali ritenevano è che le nazioni dovevano essere una fase transitoria rispetto all'unificazione mondiale.

Per quanto riguarda nazionalità di dimensioni ancora minori, come potevano essere i Siciliani, i Bretoni o i Gallesi, la considerazione in cui si prendevano le loro rivendicazioni era ancora minore. Di fatto, il termine Kleinstaaterei (ministati) aveva connotazioni fortemente spregiative, ed era precisamente ciò a cui si opponevano i nazionalisti tedeschi. Il principio della taglia minima trova chiara illustrazione nella mappa della futura Europa disegnata da Mazzini nel 1857: comprendeva infatti dodici grandi Stati e federazioni, di cui uno solo, l'Italia, non sarebbe classificabile come multinazionale sulla scorta dei criteri posteriori.

Block per contro sostiene che per essere legittimo il principio di nazionalità deve tendere ad unificare in un insieme compatto gruppi dispersi di popolazione; mentre è illegittimo quando tende a dividere.
In questo senso si erano mossi i movimenti nazionali Tedeschi e Italiani, ma anche i Serbi cercavano di confluire insieme ai Croati per costituire uno stato slavo del sud (Jugoslavia) e i Cechi insieme agli Slovacchi.

Tutte queste aspirazioni erano evidentemente incompatibili con un concetto di nazione basato sull'etnia, sulla lingua o una storia comune, ma, come abbiamo visto, non erano questi i criteri decisivi in base ai quali si formava la nazione di stampo liberale ed in ogni caso nessuno si sarebbe sognato di negare la molteplicità di nazionalità, lingue o etnie dei più antichi Stati-nazione, quali la Gran Bretagna, Francia e Spagna.
Che gli Stati-nazione fossero eterogenei dal punto di vista della nazionalità lo si accettava senza particolari difficoltà dato che in molte parti d'Europa le nazionalità erano mescolate all'interno di uno stesso territorio, che una disposizione delle stesse in perfetto ordine sul territorio sembrava piuttosto impensabile.

L'etereogenità nazionale degli Stati-nazione era accettata, prima di tutto, perché sembrava chiaro che le nazionalità di ridotte dimensioni, e in particolar modo quelle più limitate e arretrate, avessero tutto da guadagnare a confluire in nazioni più grandi, fornendo così per il tramite di queste ultime il loro contributo allo sviluppo dell'umanità. Lo stesso Stuart Mill sottolinea come fosse vantaggioso sia per un Bretone che per un Basco della Navarra francese fare parte della Nazione francese "godendo in ugual titolo di tutti i privilegi forniti dalla cittadinanza francese". Ed il fatto che le piccole nazionalità non avessero grandi possibilità di sviluppo era un pensiero piuttosto condiviso alla metà del XIX secolo.

Insomma alcuni popoli o nazionalità erano destinati a non diventare delle nazioni a pieno titolo. Altri invece avevano raggiunto, o avrebbero raggiunto, il pieno riconoscimento della propria nazionalità.
Ma chi aveva delle prospettive in tal senso e chi no? I dibattiti in merito alle caratteristiche costitutive della nazionalità, cioè il territorio, la lingua, l'etnia, ecc., non furono di grande utilità: Risultava invece assai più utilizzabile il principio della taglia minima, in quanto se non altro consentiva di sbarazzarsi di un buon numero di popoli troppo piccoli; tuttavia, come abbiamo visto, non era sempre decisivo, perché non esistevano nazioni di dimensioni ridotte, per non parlare dei movimenti nazionali del tipo di quello irlandese, sulla cui capacità di dar vita a Stati-nazione vitali vi erano contrastanti opinioni.

In pratica esistevano solo tre criteri - secondo parte del pensiero liberale - che abilitavano un popolo alla sicura qualifica di nazione, sempre a patto che fosse sufficientemente ampio da soddisfare al requisito della taglia minima. Il primo riguardava il suo essere storicamente associato a uno Stato esistente oppure di possedere un notevole passato. Sicché non c'era molto da discutere in merito all'esistenza di una nazione-popolo come quella inglese o francese, oppure sul popolo russo o sui polacchi, mentre, al di fuori della Spagna, non c'era molto da ridire sul fatto che la nazione spagnola rappresentasse adeguatamente le specificità nazionali.

Il secondo criterio prevedeva l'esistenza di una élite culturale consolidata, con una letteratura nazionale scritta e un gergo amministrativo. Queste erano appunto le basi delle rivendicazioni nazionali italiana e tedesca, benché si trattasse in entrambi i casi di popoli privi di uno Stato nel quale identificarsi. In entrambi i casi, pertanto, l'identità nazionale era di tipo linguistico, sebbene, in nessuno dei due casi, la lingua nazionale fosse comunemente usata per la comunicazione quotidiana salvo che da una piccola minoranza mentre tutti gli altri si esprimevano con idiomi diversi e spesso reciprocamente incomprensibili.

Il terzo criterio riguardava la provata capacità di conquista. Non c'è nulla come essere un popolo imperiale che può rendere conscia una popolazione della sua esistenza collettiva. Tanto più, che, nel secolo XIX, la conquista forniva una prova di tipo darwiniano del successo evolutivo di una specie sociale.
Così, nella prospettiva dell'ideologia liberale, la nazione, cioè la grande nazione vitale, si poneva come gradino dell'evoluzione raggiunto nella metà del secolo XIX. L'altra faccia della medaglia "nazione come progresso" era, quale logica conseguenza, l'assimilazione delle comunità e dei popoli più piccoli da parte di quelli più grossi. Il che non implicava necessariamente l'abbandono delle antiche devozioni e dei passati sentimenti, anche se ciò poi poteva verificarsi di fatto.

Chi era caratterizzato da una certa mobilità geografica e sociale, chi non aveva nulla di particolarmente prezioso nel proprio passato, poteva essere abbastanza disposto a questa eventualità. E questo fu in particolare il caso di molti Ebrei della classe media in paesi che offrivano un'assoluta uguaglianza tramite l'assimilazione.

La nazione moderna apparteneva però all'ideologia liberale anche sotto un altro aspetto. Era infatti connessa a ciò che restava delle grandi parole d'ordine liberali da una annosa associazione più che da uno stretto rapporto logico: un po' come la libertà e l'uguaglianza lo sono con la fraternità. Per dirla in un'altra maniera: la nazione, in quanto novità storica, suscitava l'opposizione di conservatori e tradizionalisti, insieme alla simpatia dei suoi oppositori.

Dal punto di vista del liberalismo, e non solo del liberalismo, come mostra l'esempio di Marx ed Engels, la nazione trovava una sua collocazione in quanto stadio dello sviluppo storico della società degli uomini; mentre per quanto riguarda l'istituzione dei singoli Stati-nazione, indipendentemente dai sentimenti soggettivi degli appartenenti alle singole nazionalità, o delle simpatie personali dell'osservatore, la questione veniva regolata in base al fatto che mostrassero o meno di inserirsi o di anticipare l'evoluzione storica e il progresso.

Ma se l'unico nazionalismo legittimo era quello che soddisfaceva le esigenze del progresso, ossia a quello che allargava piuttosto che restringere la scala cui le economie, le società e le culture operavano e agivano, che altra forma poteva mai assumere, nella stragrande maggioranza dei casi, la difesa dei popoli, lingue e tradizioni minori, se non quella di resistenza di tipo conservatore ineluttabile progredire della storia?

I popoli, le lingue e le culture di dimensioni ridotte potevano convenire al progresso solo se accettavano uno stato di subordinazione rispetto ad un insieme più grande, oppure se abbandonavano la competizione per ridursi a ricettacolo di nostalgie e altri sentimentalismi.
Per capire sino in fondo la nazione dell'epoca liberale classica occorre dunque tenere ben presente che la costruzione nazionale per quanto elemento centrale della storia del secolo XIX, si applicava solo ad alcune nazioni. E, del resto, la richiesta dell'applicazione del principio di nazionalità fu altrettanto poco universale. Sia in quanto problema internazionale, sia in quanto problema politica interno, riguardò un limitato numero di popoli e di aree, anche all'interno di Stati caratterizzati da pluralità di lingue e di etnie come l'Impero Asburgico, dove si poneva chiaramente come elemento centrale della politica.

I sistemi politici degli Stati-nazione potevano trarre tutti i vantaggi offerti dall'assenza di democrazia sul piano elettorale; assenza che minava alla base la teoria e la pratica liberali per quanto riguarda la nazione, come del resto molti aspetti del liberalismo del secolo XIX. E' forse proprio questa la ragione per cui il contributo teorico in tema di nazionalismo fu, in epoca liberale, così scarso - come sottolinea Hobsbawm - da apparire abbastanza casuale.

Conclusioni

Il principio di nazionalità in merito al quale i diplomatici avevano discusso e che aveva cambiato la cartina dell'Europa nel periodo tra il 1830 e 1878 fu pertanto qualcosa di radicalmente diverso dal fenomeno politico nazionalistico che diventò sempre più centrale nell'epoca della democratizzazione europea e della politica di massa.

Al tempo di Mazzini non era molto importante che, per la maggior parte degli italiani, il Risorgimento semplicemente non esistesse come ebbe ad ammettere implicitamente Massimo d'Azeglio quando affermò: "Abbiamo fatto l'Italia, adesso dobbiamo fare gli italiani".
E non era ugualmente molto importante, per chi prendeva in esame la questione polacca, che probabilmente la maggior parte dei contadini che parlavano polacco non si sentissero dei nazionalisti polacchi.

Sarà solo dopo il 1880 che i sentimenti quotidiani delle masse industrializzate assumeranno importanza per introdurre un concetto nuovo di richiamo al nazionalismo politico e che avrà effetti dirompenti.

GOFFREDO ADINOLFI

Bibliografia
* Nazioni e nazionalismo, di Eric Hobsbawm - Einaudi Editore, Torino, 1991
* L'età dell'imperialismo, di Wolfgang Mommsen - Ed. Universale Economica Feltrinelli, Milano, 1990
* Qu'est-ce qu'une Nation?, di Ernest Renan - Ed. Imprimerie Nationale Editions, 1996
* Storia delle dottrine politiche, di George Sabine - Ed. Etas libri, Milano, 1996
* Storia moderna e contemporanea, di Paolo Viola, Volume terzo, L'Ottocento - Piccola biblioteca Einaudi, Torino, 2000

Questa pagina
(concessa solo a Storiologia)
è stata offerta da Franco Gianola
direttore di http://www.storiain.net

PER TORNARE ALLA TABELLA
UTILIZZA SEMPRE IL BACK
HOME PAGE STORIOLOGIA