GRECIA - STORIA

LA PRIMA GUERRA DEI DIADOCHI
(322-319 a.C.)

I GERMI DI UN NUOVO CONFLITTO - VERSO LA GUERRA (primavera- autunno 321) - TOLEMEO IN EGITTO (323-321)- VICENDE DI CIRENE - LA ROTTURA TRA TOLEMEO E PERDICCA (321) - LA GUERRA IN ASIA MINORE (Primavera – Estate 320) - LA SVOLTA IN EGITTO (320 Primavera – Estate?) - IL NUOVO RIASSETTO DELL’IMPERO (320) - LA LIQUIDAZIONE DELLA FAZIONE DI PERDICCA (320-319)
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In questa puntata sui litigiosi diadochi, pare di raccontare una partita a risiko lunga quaranta anni, ma talvolta la storia non presenta quadri più edificanti. L'aspetto curioso è che questi diadochi, pur avendo percorso e devastato il mondo conosciuto in lungo e in largo per appagare le loro vanità e ambizioni, hanno contribuito allo sviluppo della civiltà, hanno fondato città che sono sopravvissute per millenni ai loro imperi, hanno dato lavoro a scienziati, filosofi, letterati che altrimenti avrebbero trovato altro da fare. Ma sopratutto hanno incoraggiato o imposto lo spostamento di intere popolazioni da un luogo all'altro del mondo, permettendo quello scambio economico e culturale che produsse quella civiltà così simile a quella moderna nella sua tendenza al sincretismo e all'universalità.
Insomma, sia pur involontariamente questi diadochi hanno aiutato il "progresso" anche se è meglio non chiedere agli uomini dell'epoca cosa realmente pensassero di loro.


I GERMI DI UN NUOVO CONFLITTO


Alla fine del 322 ad un anno e mezzo dalla morte di Alessandro l’impero appariva ancora unito e pacificato; rimanevano bensì aperti i conflitti i con gli Etoli e i Traci, che sembravano tuttavia problemi di secondaria importanza, non in grado di minacciare l’unità dell’impero. Eppure tra gli uomini al vertice del potere stavano per venire alla luce contrasti violenti che avrebbero portato alla guerra civile, la prima dell’era dei diadochi. Antipatro e Perdicca avevano cercato di mettersi d’accordo con un matrimonio politico, che a quell’epoca era il mezzo privilegiato per concludere un’alleanza. Antipatro aveva già dato due delle sue figlie, Fila ed Euridice, a Tolemeo e Cratero, e intendeva concedere in moglie a Perdicca la terza, Nicea, che era ancora libera. Perdicca aveva accettato l’offerta e la promessa sposa era giunta alla corte reale, condotta dal fratello Iolla. Tuttavia qualcun altro manovrava per mandare a monte questo matrimonio, che avrebbe rafforzato e reso sicura la posizione tanto di Antipatro che di Perdicca nell’impero.

Olimpiade, madre di Alessandro e grande nemica di Antipatro, mandò a sua volta la figlia Cleopatra (che per conto proprio aveva già cercato di sposare Leonnato) per unirsi in matrimonio con il reggente. Perdicca, accettando l’offerta, si sarebbe imparentato con la famiglia reale e avrebbe con ciò potuto aspirare legittimamente al regno, ma si sarebbe inevitabilmente attirato contro l’ostilità di tutti gli altri diadochi, Antipatro per primo. Il reggente quindi esitò sulla scelta: Eumene, che non poteva che temere un’unione tra Perdicca e Antipatro, consigliò di accettare l’offerta di Olimpiade, mentre Alceta, fratello del reggente, propendeva per Nicea: la scelta dopo parecchie esitazioni cadde su Nicea. Ma una terza trama dinastica venne di nuovo a rimescolare le carte. Cinane figlia, di Filippo e sposa di Aminta di Macedonia (fatto uccidere da Alessandro subito dopo la sua ascesa al trono) aveva avuto da quest’ultimo una figlia, Adea, che si trovava ad essere di stirpe regale sia da parte di padre che da parte di madre, ed era venuta insieme alla madre a rivendicare i propri diritti al trono e a sposare Filippo Arrideo.

Perdicca ordinò ad Alceta di fermare le due donne, e questi non riuscì a trovare di meglio che far uccidere Cinane. Il gesto provocò un ammutinamento delle truppe, che fu sedato soltanto quando Perdicca si rassegnò a celebrare il matrimonio tra Filippo Arrideo e Adea, che divenne regina col nome di Euridice. Aveva solo 14 anni ma, vissuta in un’atmosfera di intrighi e violenze, era molto più matura e ambiziosa di quanto ci si poteva aspettare da una ragazza della sua età, e soprattutto intendeva regnare per davvero, sottraendo Filippo all’influenza di Perdicca e di chiunque altro che non fosse lei.

VERSO LA GUERRA (primavera- autunno 321)

A questo punto Perdicca si decise per una mossa molto pericolosa: marciò infatti sulla satrapia di Antigono per chiedergli conto della sua disobbedienza all’ordine di aiutare Eumene a riconquistare la Cappadocia, ma quando giunse a Sardi, scoprì che il satrapo aveva già levato le tende per fuggire in Europa da Antipatro e Cratero. I due ufficiali erano impegolati in una difficile campagna in Etolia. Gli Etoli non avevano grandi città da difendere e resistevano conducendo una estenuante guerriglia contro l’esercito invasore, che non potendo incontrarli in campo aperto, non riusciva a sfruttare la forte superiorità numerica che deteneva. Ma, un’intera stagione di combattimenti, l’inverno alle porte e la mancanza dei viveri, depredati dagli invasori, stava mettendo gli Etoli in condizioni piuttosto difficili. Proprio mentre disperavano di salvarsi giunse Antigono nel campo Macedone.

Antipatro e Cratero furono debitamente informati delle mire dinastiche del reggente, del modo in cui aveva agito nella faccenda di Cinane e del fatto che stava rimpiazzando l’Asia Minore di propri uomini, cacciando i satrapi come Antigono che potevano dargli fastidio. Tutte queste mosse secondo Antigono preparavano il ritorno in Macedonia di Perdicca, la sua elezione al trono a seguito del matrimonio con Cleopatra, e all’esautorazione di Antipatro e Cratero dalle loro cariche. A rendere credibile la principale delle accuse, cioè l’aspirazione al trono, giunse una lettera di Menandro, satrapo di Lidia in cui si riferiva che Cleopatra, era stata raggiunta a Sardi da Eumene che aveva portato dei doni da parte di Perdicca, e l’assicurazione che il reggente si sarebbe presto sbarazzato di Nicea per sposare lei. La lettera giunse prima ad Antigono, poi ad Antipatro e Cratero, convincendoli a rovesciare Perdicca con la forza.
Secondo Diodoro:
Cratero e Antipatro… deliberarono di porre fine alle ostilità contro gli Etoli a qualunque condizione fosse possibile, di trasportare al più presto le armate in Asia e affidare il comando dell’Asia a Cratero e quello dell’Europa ad Antipatro, di inviare un’ambasceria per concordare un’azione comune a Tolemeo, che, essendo del tutto ostile a Perdicca e amico loro, era come loro esposto alle sue insidie. Fecero perciò subito la pace con gli Etoli, decisi a debellarli in seguito e a deportarli in massa con le loro famiglie in qualche regione desertica d’Asia.
Antipatro e Cratero presero pertanto accordi con Tolemeo e Antigono per un’azione combinata contro il reggente e si misero in marcia verso gli stretti, lasciando un modesto contingente di truppe in Macedonia al comando di Poliperconte, per parare eventuali invasioni da parte degli Etoli.

TOLEMEO IN EGITTO (323-321)- VICENDE DI CIRENE

L’ostilità di Tolemeo verso Perdicca datava fin dal tempo in cui si era insediato in Egitto come governatore. Costretto dapprima ad un difficile condominio con Cleomene, il cui incarico amministrativo non era stato revocato, trovò man mano il modo di scalzarlo dalla sua posizione. Cleomene era stato un amministratore capace ma avido e si era attirato una forte ostilità fuori e dentro l’Egitto, soprattutto per avere incettato grano durante la grande carestia che imperversò in Grecia dopo il 330 ed averlo di volta in volta venduto nei mercati dove poteva ottenere i prezzi più alti. Inoltre con la sua amministrazione rapace si era inimicato la popolazione e, soprattutto, il potente clero Egizio, che era stato taglieggiato e aveva visto decurtate le proprie entrate. La sua caduta e successiva esecuzione destò quindi ben pochi rimpianti, ma era un atto chiaramente illegale.

Tolemeo aveva subito tradotto in pratica la sua idea di ritagliarsi un dominio indipendente, a cominciare dalla costituzione di un piccolo esercito formato dalle guarnigioni macedoni e mercenarie in Egitto e dalla piccola scorta con cui era entrato nella satrapia. Il suo primo atto d’autonomia era stato quello d’intervenire pesantemente nelle vicende di Cirene. Questa era un prospera città greca, fondata nel VII secolo A.C. dai Terei, e che aveva goduto per i primi secoli d’esistenza del saldo governo della monarchia dei Battiadi, che avevano creato un dominio molto esteso, che comprendeva Cirene, il suo porto Apollonia, Barca, Esperis ed altre città della regione detta anche oggi Cirenaica, al cui interno abitava una popolazione mista di Greci e di Libici. In seguito alla caduta della monarchia nel 450, la città si era data un ordinamento repubblicano, che non l’aveva ovviamente difesa dalla piaga tipica delle poleis greche, le lotte tra oligarchi e democratici, che si erano di volta in volta strappati il governo della città. All’epoca di Alessandro Magno, al potere erano gli oligarchi, la città prosperava, non aveva risentito della carestia che aveva imperversato in Grecia negli anni 330-326 e aveva persino donato grano ai loro sfortunati compatrioti.

Tuttavia la quiete finì nel 323 quando i fuoriusciti democratici si misero d’accordo con Tibrone, il capo mercenario che aveva ucciso a tradimento Arpalo, quando questi era fuggito da Atene. Tibrone che accarezzava il sogno di ritagliarsi un dominio personale, dapprima sconfisse i Cirenei, li privò del loro porto di Apollonia e li sottomise a tributo; in seguito, tradito a sua volta da uno dei suoi compagni Mnasicle, che era passato nel campo degli avversari e li aveva indotti a ribellarsi, riprese a combattere contro i Cirenei e i suoi ex compagni con alterna fortuna. In una situazione estremamente confusa in cui le fazioni a Cirene si combattevano tra loro, pur lottando allo stesso tempo contro il comandante mercenario, un nuovo colpo di stato dei democratici indusse gli oligarchi alla fuga. Alcuni di loro scapparono presso Tolemeo, che fu ben lieto di prestare agli esuli un interessato aiuto, consistente nell’invio di un ingente corpo di spedizione, guidato da un suo ufficiale, Ofella. La notizia dell’arrivo dell’esercito di Tolemeo indusse i democratici a riconciliarsi con Tibrone per far fronte comune contro il nuovo pericolo, ma le loro forze congiunte furono facilmente sbaragliate da Ofella.

Mentre Tibrone chiuse la sua carriera di ambizioso comandante sulla croce, i Cirenei dovettero sottomettersi al ritorno degli oligarchi e all’assoggettamento al satrapo d’Egitto. In linea puramente teorica la città conservò la propria autonomia, ovviamente con una costituzione oligarchica che garantiva i diritti politici solo a coloro che possedevano più di venti mine. Tolemeo si assicurò di essere eletto stratego a vita, e di nominare a suo piacere altre cariche importanti, tra cui i 101 Geronti (tra di loro venivano poi eletti i quattro strateghi “colleghi” di Tolemeo). In parole povere ben poco poteva decidersi a Cirene senza il consenso del satrapo d’Egitto.

LA ROTTURA TRA TOLEMEO E PERDICCA (321)

Per la spedizione a Cirene, Tolemeo non aveva chiesto né ottenuto alcuna autorizzazione a Perdicca, e dalla conquista della città l’impero non aveva tratto alcun beneficio, dato che Tolemeo l’aveva vincolata a sé come un feudo personale. Era abbastanza per accendere l’ira del reggente, ma all’atto di insubordinazione ne seguì uno che aveva il sapore di una sfida aperta. Alessandro non aveva lasciato disposizioni molto chiare riguardo il suo luogo di sepoltura e non si sapeva se seppellirlo presso le tombe reali ad Ege, in Macedonia, o presso il suo padre divino Ammone in Egitto. Non era questione da poco, perché chi si incaricava del seppellimento del Re rivendicava il ruolo di erede. Per qualche tempo la questione era rimasta in sospeso, dal momento che molti mesi erano stati spesi per la costruzione di un sontuoso catafalco da adibire al trasporto della salma regale. Quando questo fu completato, alla fine dell’inverno 322/321 si era nel periodo in cui Perdicca stava accarezzando l’opportunità offertagli da Olimpiade e Cleopatra di diventare Re. Per questo doveva essere lui stesso a seppellire Alessandro, e diede pertanto ordine al corteo funebre di dirigersi verso la Macedonia.

Tuttavia, l’uomo incaricato di guidare il corteo, Arrideo, dopo essersi accordato segretamente con Tolemeo, dirottò il catafalco verso Damasco. Ivi, con appresso l’esercito Egiziano, lo aspettava il figlio di Lago, che condusse le spoglie di Alessandro a Menfi, in attesa che il mausoleo in costruzione ad Alessandria fosse terminato. Perdicca, che si trovava ancora in Cappadocia con la corte, tentò di fermare il corteo, mandando i suoi ufficiali Attalo e Polemone a contrastare Arrideo, ma essi non ottennero alcun risultato. Scottato dal raggiro operato da Tolemeo, Perdicca risolse di muovere l’esercito reale contro l’Egitto, mentre la difesa dell’Asia Minore, esposta all’attacco principale dei coalizzati, venne affidata ad Eumene, Alceta e Neottolemo. Il satrapo di Cilicia, Filota, dal momento che non dava sufficiente affidamento, fu rimpiazzato da Filosseno. Il comando supremo in Asia doveva essere detenuto dal segretario di Alessandro. Egli era, degli amici di Perdicca, che detenevano un comando indipendente, l’unico sufficientemente affidabile in campo militare, ma la decisione creò gravi malumori tra gli altri satrapi. Eumene fu incaricato anche dell’amministrazione della Frigia Ellespontica, senza satrapo dalla morte di Leonnato, di quella della Lidia, della Caria e della Paflagonia, i cui satrapi, passati ai coalizzati furono dichiarati decaduti.

Perdicca cercò di creare complicazioni ad Antipatro e Cratero alleandosi con gli Etoli, che indusse a rompere la tregua e ad invadere la Tessaglia. Costoro non si fecero pregare e invasero subito la Locride e la Tessaglia, sconfiggendo in battaglia le forze macedoni presenti nella zona. Tuttavia anche Antipatro si era premunito contro la loro minaccia mettendosi d’accordo con gli Acarnani perché invadessero l’Etolia. Gli Etoli quindi dovettero tornare frettolosamente in patria per respingere l’invasione, mentre il contingente di truppe, da loro lasciato in Tessaglia, fu spazzato via da Poliperconte, accorso dalla Macedonia. Nella feroce battaglia cadde anche il tessalo Menone, che era stato uno dei più risoluti comandanti ellenici e l’autore della vittoria contro Leonnato nella guerra lamiaca.

LA GUERRA IN ASIA MINORE (Primavera – Estate 320)

La guerra per il partito di Perdicca si presentava terribilmente complicata: non solo Antipatro, Cratero, Tolemeo e Antigono erano in armi contro di loro, ma grazie all’opera di convincimento e di propaganda ai danni del reggente, anche Asandro, Menandro, e Arcone, satrapi di Caria, Lidia e Babilonia, si erano schierati a favore degli alleati. Perdicca dovette mandare Docimo, con un distaccamento di soldati nella capitale mesopotamica per sostituire Arcone. Il passaggio di consegne non fu indolore e tra i due ufficiali si svolse una vera e propria guerra, a cui prese parte anche la popolazione babilonese, ben lieta di contribuire ad abbattere il satrapo che si era reso assai impopolare con la sua politica fiscale. Infine Arcone fu sconfitto e ucciso e Docimo si insediò come satrapo al suo posto.

Se in Babilonia i seguaci di Perdicca avevano avuto vita facile, non altrettanto bene erano andate le cose in Asia Minore. Antigono, con una flotta comprendente sia navi di Antipatro che navi Ateniesi, sbarcò in Caria con un contingente di 3000 uomini e ricevette l’appoggio di Menandro, Asandro e di molte città ioniche, a cominciare da Efeso. Poi eseguì una veloce puntata verso Sardi, finendo quasi per catturare Eumene, che si salvò perché avvisato a tempo da Cleopatra. L’attivo diadoco diresse le sue forze verso Cipro, dove raccolse l’adesione di Nicocreonte di Salamina, Nicocle di Pafo e di altri re dell’isola. Eumene intanto indugiava a Sardi senza truppe macedoni perché Perdicca era ripartito con l’esercito reale, Alceta nicchiava sugli aiuti e Neottolemo meditava di tradire la causa del reggente. Eumene lasciò forti guarnigioni nella Frigia Ellespontica e tornò in Cappadocia a raccogliere altre truppe, garantendo agli indigeni che si fossero arruolati nel suo contingente l’esenzione dai tributi e dalle imposte. A sue spese comprò i cavalli montati e in breve raccolse un corpo di cavalleria di 6300 uomini, quasi interamente anatolici.

Nel frattempo Antipatro e Cratero, con la collaborazione di Lisimaco, avevano valicato l’Ellesponto con più di 30000 uomini, e le guarnigioni macedoni sulla sponda asiatica erano passate dalla loro parte. Eumene venne finalmente raggiunto in Frigia da Neottolemo col suo esercito, ma qui si avvide dei propositi fraudolenti del satrapo d’Armenia. Una fiera battaglia si accese; Neottolemo prevalse nettamente sulla fanteria d’Eumene, ma la cavalleria del segretario spazzò la sua e costrinse alla resa i fanti dopo averli circondati. Antipatro e Cratero che si aspettavano di ricevere un cospicuo rinforzo videro arrivare Neottolemo con soli 300 cavalieri, mentre l’esercito d’Eumene, arricchito della fanteria del satrapo d’Armenia, che era stata costretta a passare dalla sua parte, era divenuto un avversario pericoloso. Il piano di battaglia degli alleati aveva Perdicca come obiettivo, e Antipatro mosse con 10000 uomini verso di lui attraverso la costa meridionale dell’Anatolia e della Cilicia, mentre Cratero e Neottolemo si sarebbero inoltrati in Frigia per regolare i conti con Eumene.

La battaglia tra i tre diadochi, che avvenne in una località ignota della Frigia, vide ancora una volta prevalere la cavalleria Cappadoce, che non permise a Cratero di venire a contatto e far defezionare le truppe Macedoni al seguito d’Eumene. Il popolare coreggente dell’impero, cadde ferito a morte, mentre Neottolemo venne ucciso dallo stesso Eumene, che ricevette però nello scontro delle ferite piuttosto serie. Il vittorioso satrapo non riuscì a far passare dalla sua parte i macedoni, che finsero di arrendersi per ripartire di notte e raggiungere Antipatro. La resistenza di Eumene, pur avendo provocato gravi danni ai coalizzati non era riuscita ad arrestarne la marcia, e questo per l’inettitudine e la slealtà degli altri comandanti lasciati da Perdicca. Ora il reggente doveva cercare di prevalere sul satrapo d’Egitto prima che Antipatro gli piombasse alle spalle.

LA SVOLTA IN EGITTO (320 Primavera – Estate?)

Perdicca poteva contare su una netta superiorità militare nei confronti di Tolemeo, che difatti non l’aveva atteso sul campo, ma si era accampato sulle sponde del ramo orientale del delta del Nilo, cercando di impedirgli il passaggio. Il reggente tentò di passare a Pelusio, poi , visto vano il tentativo, si diresse più a monte, cercando di guadare il Nilo presso il Forte dei Cammelli, a metà strada tra la fortezza costiera e Menfi. Si accese uno scontro confuso -Tolemeo in persona mise fuori combattimento un elefante- al termine del quale l’attacco fu respinto. Perdicca allora si spinse di nuovo verso sud, raggiungendo la città di Menfi e qui tentò di passare in un punto, lasciato incustodito per via della profondità delle acque che raggiungevano gli uomini fino al mento. Alessandro era riuscito a compiere un guado altrettanto difficile durante la campagna contro Poro, ma la buona stella che aveva sempre vegliato su di lui, non accompagnava il reggente. Un improvviso e inspiegabile aumento del livello delle acque e la forza della corrente, trascinò a valle moltissimi uomini dell’esercito reale, tanto che Perdicca dovette richiamare i pochi che erano riusciti ad attraversare in sicurezza.

Il terzo tentativo fallito in pochi giorni e la fine di 2000 Macedoni, morti senza nemmeno essere venuti a contatto col nemico, fece vacillare la fiducia mai salda degli ufficiali e dei soldati. In un consiglio tenutosi una delle notti successive al fallito guado, Pitone, Antigene e Seleuco, i maggiori ufficiali dell’esercito, si misero d’accordo per levare di mezzo Perdicca, e alcuni cavalieri si accollarono dell’incombenza uccidendo il reggente nella sua tenda. La fine di Perdicca fu coerente con il modo in cui aveva governato. Valoroso, competente, e perfino fedele all’impero, non era riuscito a farsi capire e amare da nessuno dei suoi subordinati, ad eccezione di Eumene, mentre le sue oscillazioni nella condotta politica e la sua alternanza di arroganza e indecisione gli avevano alienato i colleghi, rendendolo sospetto di un’usurpazione al trono reale che forse non aveva realmente accarezzato.

La rapida caduta di Perdicca aveva creato un posto vacante che nessuno sembrava volere ricoprire. Tolemeo, in atteggiamento conciliatore si era recato presso il campo reale, e aveva ricevuto l’offerta di prendere il posto di Perdicca nella tutela dei re, ma egli aveva programmi differenti, e convinse l’esercito a nominare provvisoriamente tutori dei re, Pitone e Arrideo. Anche Seleuco, che come ipparco della cavalleria di Perdicca era un forte candidato per la reggenza, preferì tenersi in disparte in attesa dell’arrivo di Antipatro. Appena due giorni dopo la morte di Perdicca era giunta notizia della vittoria di Eumene su Cratero e della morte di quest’ultimo. L’esercito, ormai schierato con i coalizzati, decise allora per la condanna a morte in contumacia, di Eumene, Alceta e di altri 50 sostenitori di Perdicca. I rimanenti simpatizzanti del partito sconfitto scapparono verso Tiro, dove furono raggiunti da Attalo, il comandante della flotta del reggente, che salvò loro e prese in custodia anche 800 talenti depositati a Tiro. La partita tra i sostenitori di Perdicca e quelli di Antipatro non si era ancora chiusa.

IL NUOVO RIASSETTO DELL’IMPERO (320)

Pitone e Arrideo non potevano tenere a lungo l’esercito in Egitto e lo ricondussero in Siria, presso Triparadiso, una tenuta di caccia reale che sorgeva intorno al fiume Oronte. Qui convennero anche Antipatro dalla Cilicia e Antigono da Cipro, nonché Attalo ammiraglio di Perdicca da Tiro. Quest’ultimo, soltanto in apparenza sottomesso, stava tentando di mutare la situazione a suo favore alleandosi con Euridice, che per conto proprio stava cercando di ottenere la tutela del minorato consorte, per assumere la guida dell’impero. Pitone e Arrideo rilasciarono la carica di epimeleti all’arrivo di Antipatro che, apparentemente senza difficoltà, fu eletto o meglio confermato reggente unico, anche perché tutti i suoi colleghi erano morti. Le truppe macedoni di stanza in Asia non erano per niente contente della situazione e, fomentate da Euridice ed Attalo, presero a reclamare alcuni compensi promessi da Alessandro. Il reggente replicò che non poteva dare alcun compenso prima che fosse fatto l’inventario dei tesori reali, e per poco non perse la vita in seguito alla reazione delle truppe inferocite.

Antigono e Seleuco riuscirono a salvarlo dal linciaggio, calmarono i soldati e li spinsero ad accettare Antipatro come reggente, mentre Attalo fu costretto nuovamente a fuggire ed Euridice fu messa a tacere. Scampato al pericolo Antipatro cercò di sistemare alla meglio gli affari dell’Asia, per potere finalmente ritornare in Europa. Ad Antigono fu lasciata la strategia sull’intera Asia con autorità superiore ai satrapi, la gestione dei re con la loro corte, e il comando dell’esercito reale, già appartenuto a Perdicca; il suo primo compito sarebbe stato di impiegarlo contro Eumene e gli ufficiali superstiti di Perdicca che ancora erano attivi in Asia Minore. A cementare quella che di fatto era divenuta una diarchia nella reggenza, provvide il matrimonio di Fila, figlia di Antipatro rimasta vedova per la morte di Cratero, con Demetrio figlio di Antigono, un adolescente, di carattere focoso, che si mostrò piuttosto riluttante a convenire a nozze con una donna molto più anziana di lui. Cassandro fu nominato chiliarco di Antigono.

Per la nuova ripartizione delle satrapie seguiamo Diodoro (libro XVIII 39,5)
….assegnò a Tolemeo quella che già aveva precedentemente; non era infatti possibile trasferire costui altrove, poiché sembrava che l’Egitto gli spettasse di diritto per le sue doti personali, proprio come se l’avesse conquistato con le armi . Diede la Siria a Laomedonte di Mitilene , la Cilicia a Filosseno; delle satrapie settentrionali, la Mesopotamia e l’Arbelitide ad Anfimaco, la Babilonia a Seleuco, la Susiana ad Antigene, per il fatto che costui per primo aveva assalito Perdicca, la Perside a Peuceste, la Carmania a Tlepolemo, la media a Pitone, la Partia a Filippo, l’Aria e la Drangiana a Stasandro di Cipro, la battriana e la Sogdiana a Stasanore di Soli, che era originario di quella stessa isola. Assegnò la Parapotamia a Oxiarte, padre di Rossane, la sposa di Alessandro; i territori indiani confinanti con la Paropanisade a Pitone figlio di Agenore; dei due regni che seguono assegnò a Poro quello bagnato dal fiume Indo e quello lungo l’idaspe a Taxila (non era infatti possibile spostare questi Re senza l’intervento dell’esercito regio e di un valente comandante. Delle satrapie situate a nord assegnò la Cappadocia a Nicanore, la Grande Frigia e la Licia ad Antigono come già prima, la Caria ad Asandro, la Lidia a Clito, la Frigia Ellespontina ad Arrideo.
Un nuovo gruppo di guardie del corpo fu creato intorno ai re. Tra di loro spiccavano Autodico, fratello di Lisiamaco, Aminta, fratello di Peuceste, Alessandro figlio di Poliperconte e Tolemeo nipote di Antigono. Arriano aggiunge che ad Antigene furono assegnati 3000 argiraspidi, scelti tra i più turbolenti macedoni tra quelli che si erano ammutinati. Unico scopo del reggente era di levarseli di torno mandandoli a fare da guarnigione nella remota satrapia asiatica.

LA LIQUIDAZIONE DELLA FAZIONE DI PERDICCA (320-319)

Antipatro non ebbe un percorso tranquillo verso l’Ellesponto: a Sardi un suo scontro con Eumene fu scongiurato da Cleopatra, che convinse l’esautorato satrapo a ritirarsi e ad evitare un nuovo bagno di sangue. Più a sud Alceta e Attalo sconfissero Asandro e si diedero a razziare le coste licie cercando di prendere Cnido, Cauno e Rodi, ma furono respinti dai Rodiesi e poi sconfitti in una battaglia navale al largo di Cipro dall’ammiraglio Clito. Nello stesso tempo Cassandro e Antigono non avevano trovato un minimo accordo sulla condotta delle operazioni, e il secondo aveva abbandonato il suo posto, per raggiungere il padre e muovere pesanti accuse allo stratego d’Asia. Antigono dovette raggiungere Antipatro, in Frigia Ellespontina, e giustificarsi dalle accuse.

Venne allora fatto un nuovo accordo, che modificava le risoluzioni di Triparadiso: i due Re avrebbero seguito Antipatro in Europa, e Cassandro non avrebbe più servito nell’esercito di Antigono a cui, in compenso, furono ceduti altri 8500 fanti macedoni, un migliaio di cavalieri e 70 elefanti. I soldati al seguito di Antipatro erano ancora scontenti del trattamento economico e si ribellarono nuovamente, mentre aspettavano di transitare dai Dardanelli, ma l’anziano reggente riuscì a calmare da sé il tumulto e a portarli in Europa senza altri danni.
Nell’anno 319, con l’esercito reale a disposizione, Antigono partì per la sua campagna contro gli ufficiali di Perdicca. Fu ben agevolato dalle loro rivalità interne che gli consentirono di affrontarli separatamente. Nella Primavera del 319 sconfisse Eumene ad Orcini, e lo costrinse a rifugiò nella fortezza di Nora in Cappadocia dove fu posto sotto stretto assedio. Qualche mese più tardi Antigono, il cui esercito era stato tinforzato dalle truppe di Eumene passate a lui, sconfisse Alceta, Attalo e gli altri ufficiali di Perdicca a Cretopoli in Frigia. Il primo scappò a Termesso, dove si suicidò prima di essere consegnato al vincitore dagli abitanti della città; gli altri ufficiali furono catturati sul campo di battaglia e rinchiusi in una fortezza, insieme a Docimo, il governatore di Babilonia, che era stato cacciato dalla sua satrapia da Seleuco e si era unito agli altri comandanti, in tempo per finire anch’egli prigioniero di Antigono.

Il partito del reggente dopo due anni di lotta poteva ormai dirsi liquidato, ma dai suoi vincitori sarebbero partite le forze eversive che avrebbero posto fine all’impero. Antipatro non poté fare nulla per opporsi all’imminente dissoluzione, a cui lui stesso aveva in realtà contribuito, assecondando le ambizioni di Antigono, Tolemeo e Pitone. In un ultimo tentativo di salvare per lo meno la corona alla famiglia di Filippo che aveva sempre servito, nominò alla reggenza il suo compagno d’armi Poliperconte e non il figlio Cassandro, che riteneva crudele, ambizioso, incapace di attenersi alla rigida fedeltà alla corona, che si dovette pertanto accontentare della carica di chiliarco al servizio del nuovo reggente. Poi nel 319 si spense all’età di 80 anni.

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