GRECIA - 1556 - 510 a.C.

IL GOVERNO ATENIESE - LE ISTITUZIONI

(Testo integrale di William Robertson
"Istoria dell'Antica Grecia")

Per dare una precisa nozione della Forma di governo nella repubblica Ateniese, è necessario conoscere distintamente i differenti membri dei quali era composta.
Gli abitanti di Atene si distinguevano in tre differenti ordini: I cittadini, gli stranieri, i servi-schiavi.
I cittadini erano soltanto coloro che nascevano da genitori Ateniesi, liberi entrambi. Gli stranieri, invece, potevano divenire cittadini per grazia del popolo, il quale aveva potere di conferire quell'onore a quei tali -segnalati- che avevano reso un servizio allo Stato.
Tutti i cittadini furono distinti da Cecrope in "quattro" tribù; ciascuna di queste tribù era composta di tre parti; e ogni parte era suddivisa in trenta famiglie. Circa cent'anni dopo Solone, questa distribuzione di cittadini fu alterata da Clistene il quale aumentò il numero delle tribù fino a "dieci"; ed in tale ordine continuarono fino al tempo di Demetrio Poliorcete, quando furono ulteriormente aumentate fino a dodici.
I giovani non si ammettevano alla dignità, né avevano diritto né alcun privilegio di cittadini fino all'età di vent'anni. Giunti a questa età dopo aver giurato nella maniera più solenne di non fuggire dalle battaglie, di difendere la patria fino al loro ultimo respiro, di accrescere l'onore e la gloria della stessa con tutta la loro forza, erano inscritti alla lista dei cittadini.

L'intero potere del governo si ristringeva esclusivamente ai soli cittadini.
Gli stranieri che si stabilivano ad Atene, o per ragioni di commercio o per qualche altro motivo, si mettevano sempre sotto la protezione di un cittadino; ma erano obbligati a pagare una tassa allo Stato, soggiacevano alle sue leggi, ma non prendevano parte nel governo.

La terza classe era composta di due parti; la "prima" dai Servi; i quali pur liberi per nascita, per la loro povertà, o perché erano diventati tali per aver fatto dei debiti, erano costretti a guadagnarsi da vivere con il servire gli altri cittadini più benestanti; e la "seconda" dagli Schiavi così propriamente chiamati, i quali erano, o prigionieri presi in guerra, o in seguito con il denaro acquistati presso coloro che li avevano catturati e li possedeva.

Vivevano questi ultimi in uno stato di assoluta dipendenza dai loro padroni, che li consideravano come parte della loro proprietà. Se trattati con crudeltà, avevano il diritto di lagnarsi al loro proprio magistrato; il quale se giudicava che avevano ragione, i loro padroni erano obbligati a dare loro il congedo.
Una certa parte del loro guadagno -chi lo otteneva per la sua bravura- era destinato al proprio uso; e con questi denari potevano acquistare la propria libertà, anche se c'era l'opposizione dei loro padroni; mentre altri padroni, pur non ricevendo denari, potevano volontariamente metterli in libertà con un proprio personale atto liberale, spesso dovuto a gratitudine del servizio onestamente prestato.

Noi abbiamo visto nella precedente parte di questa Istoria, che all'inizio gli Ateniesi furono governati dai re. Poi li abbiamo visti, dopo la morte di Re Codro, bramare la libertà con il concentrare nelle loro mani l'intero potere del governo, e con lo stabilire principali magistrati di loro propria creazione chiamati Arconti. Poi abbiamo visto limitare sempre di più il potere di questi Arconti; prima con il ridurre la durata del loro ufficio a dieci anni, invece di conferirla a vita come all'inizio, e infine ristringendola allo spazio di un anno.

Tuttavia conoscendo i numerosi inconvenienti che accompagnavano questo vacillante stato di governo, i cittadini di Atene unanimemente affidarono a Solone il potere di fare tutti quei cambiamenti che lui giudicava opportuni farsi, per ridurre il loro caotico modo di operare nelle pubbliche deliberazioni, e quindi far nascere una regolare e permanente forma di autorevole governo.

Conscio della turbolenta e licenziosa indole del popolo con il quale doveva trattare, Solone accettò questo incarico con una certa avversione. Tuttavia, essendo sempre stato contrario al precedente dispotico dominio dei monarchi, ed incline ad un libero governo di una ben regolata Democrazia, pur conoscendo nel tempo stesso l'impossibilità di rendere accettabile agli Ateniesi qualsiasi altra forma di pubblico potere, Solone si prese questo gravoso impegno e diede origine ad una forma di governo puramente popolare.

Ma siccome era bene informato dei molti pericoli e delle imperfezioni a cui va soggetto un tale sistema, si sforzò con tutte le precauzione di impedirli questi inconvenienti per quanto fosse possibile.
Avrebbe di buon grado Solone impostata la sua amministrazione con lo stabilire la stessa eguaglianza nei confronti dei beni, che Sparta da qualche tempo aveva già adottato. Ma temendo che nelle sue circostanze una tale impresa era molto pericolosa (i ricchi erano pochi, ma erano forti), decise di prendere una strada di mezzo nel condonare a tutti i cittadini, il pagamento di tutti i debiti fino allora esistenti.
Pur penalizzati dagli inesigibili crediti, i ricchi conservavano pur sempre i loro beni e potevano quindi essere quasi soddisfatti; del tutto soddisfatti i debitori che ovviamente diedero maggior consensi e appoggi a Solone.

Questo singolare provvedimento liberò dalla schiavitù un gran numero di individui, i cui eccessivi debiti, li aveva costretti a perdere la libertà; e nel tempo stesso stroncò la radice molte sedizioni che in precedenza avevano disturbato lo Stato; queste agitazioni, spesso sfociate in aperte ribellioni, erano quasi sempre causate da una parte dal rigore dei ricchi cittadini nell'esigere i loro crediti, e dall'altra dai poveracci dall'impossibilità di pagare i propri debiti.

Fatto questo, Solone per prima cosa iniziò a dividere tutti i cittadini in quattro classi, proporzionatamente alla ricchezza di ciascuno. Comprendevano le tre prime classi i più ricchi, i soli che potevano esser promossi a tutti gli uffici di finanza o dignità dello Stato (cosi potevano andare orgogliosi)
La quarta comprendeva i più poveri, che sebbene esclusi per la loro povertà da tutte le cariche e impieghi, possedevano (e potevano andare anche loro orgogliosi) tuttavia il privilegio di dare il loro voto nelle pubbliche assemblee, le quali, come fra poco vedremo, presero incidentalmente l'intero comando dello Stato; questo perché questa classe -ovviamente- conteneva un più gran numero di persone delle altre tre messe insieme, quindi possedeva una predominanza di voti in tutte le occasioni.

In seguito, questa esclusione del ceto più basso dai pubblici uffici fu abolita con la mediazione di Aristide, e la piena libertà fu accordata anche al più povero cittadino di pervenire a qualunque ufficio, purché con qualche personale qualità morale e intellettuale.

Solone in seguito stabilì delle regole intorno alla forma di procedere nelle pubbliche assemblee. Erano queste composte, come abbiamo già visto in altre pagine, dell'intero collettivo del corpo dei cittadini, ciascheduno dei quali non solamente poteva, ma era obbligato ad assistervi.
Queste assemblee erano di due specie, ordinarie e straordinarie. Quelle ordinarie, era stabilito che fossero tenute in certi determinati giorni e per certi particolari affari che erano presi in considerazione, esaminati e conclusi.
Le straordinarie si convocavano con la pubblica voce, cioè quando si dibattevano alcune questioni, la cui natura o importanza richiedevano un più solenne esame e l'urgente esecuzione di un decreto.

Si apriva ogni assemblea con sacrifici e preghiere; dopo di che, il presidente esponeva gli affari che bisognava deliberare. Se la questione era stata preventivamente già dibattuta in Senato nella maniera che poi descriveremo, le opinioni che ne uscivano erano portate a conoscenza al popolo e gli si chiedeva "Se essi stimavano di confermarle quelle opinioni?"

Se l'opinione popolare era discordante, si ordinava di chiedere a coloro che erano stati eletti al tribunale di pronunciare il loro parere circa la questione. Parlavano per primi i più vecchi membri, poi eventualmente gli altri. Terminata la discussione con un giudizio-sentenza, il popolo ne era informato, e nel prenderne sommariamente atto giudicava battendo le mani in segno di approvazione.

Ma se la maggioranza non dava questo rumoroso segnale, la proposta era respinta. Dopo che la volontà dell'assemblea popolare era così conosciuta, se era positiva, si poneva in scritto la sentenza, si leggeva tutta da cima a fondo, ed era confermata per la seconda volta.
Queste popolari assemblee erano rivestite dell'intero potere della repubblica, tanto legislativo, quanto giudicativo. Poiché non soltanto le cose di pubblico interesse, come le sanzioni, la revoca di alcune leggi, gli affari religiosi, la creazione dei magistrati e 1'esame della loro amministrazione, ma si discuteva anche di pace, di guerra, di trattati, e di ricompense a cittadini per stimati servigi prestati allo Stato, ognuna di queste questioni era discussa separatamente e approvata o no con il solito appello, quindi rimesso all'assemblea popolare della repubblica.

Come una sorte di freno, o piuttosto come una norma per le popolari assemblee, Solone istituì il Senato, e lo formò di cento uomini scelti da ciascuna tribù; le tribù nel suo tempo erano quattro, di conseguenza tutti i membri del Senato ammontavano a quattrocento.
Il loro numero in seguito - circa cento anni dopo Solone - fu esteso a cinquecento, quando le tribù erano diventate dieci; e a ciascuna tribù fu permesso di scegliere al proprio interno, cinquanta membri da mandare in Senato.

Questi erano scelti a sorte, ma pur sempre dentro un ristretto numero di persone con certe caratteristiche. Infatti, non si poteva diventare Senatore fino all'età di trent'anni, e non prima che un rigoroso esame fosse stato fatto sopra il suo personale carattere privato; inoltre prima della sua ammissione i prescelti si impegnavano con un giuramento di giudicare ogni questione, secondo la legge, e di proporre al popolo di Atene il migliore consiglio. Ciascun membro del Senato riceveva una paga dal pubblico tesoro.

Il presidente del Senato era eletto a vicenda in ciascuna tribù.
I Senatori prima di radunarsi sacrificavano a Giove e a Mercurio. Era compito del Presidente del Senato esporre ai Senatori le questioni sopra le quali bisognava poi deliberare.
Ciascun senatore in avvicendamento con i suoi colleghi, si alzava ed esponeva la sua opinione. Essendo convenuta la maniera di regolare la discussione, onde evitare non meditate esposizioni, prima la sua opinione il senatore la scriveva poi ad alta voce la leggeva. Terminata la seduta, i senatori procedevano a dare i loro voti, infilando dentro un'urna una fava nera o una bianca. Se il numero delle fave bianche superava quello delle nere, il "progetto di legge" era confermato; se invece era maggiore il numero delle fave nere, era respinto (né più né meno ciò che accade ancora oggi dentro i vari Parlamenti).

Ma -qualora approvato- prima che il decreto del Senato avesse forza di legge, si richiedeva l'approvazione dell'assemblea del popolo.
Se il decreto era confermato pure dal popolo, solo allora passava in legge. Più tardi anche in caso di non approvazione, il decreto uscito dal Senato, anche se non era legge, veniva tuttavia applicato in prima istanza, ma solo per un anno.

Solone stabilì questa procedura sbrigativa, per porre un freno all'assemblea popolare; che essendo per la maggior parte composta da una confusa moltitudine di gente con poca o mancante del tutto, di educazione e di capacità critica, ma aveva solo l'emotivo zelo per il populistico pubblico bene, necessitava di una tale istituzione, per porre i membri nelle condizioni di valutare con pacatezza le decisioni del Senato, arrestarne 1'incostanza, impedirne la temerarietà, e dare alle deliberazioni una certa dose di prudenza e di maturità, alla quale la moltitudine di solito non è abituata, è preda dell'irrazionalità, ed è influenzabile da improvvisati tribuni.

Per questa ragione i più importanti e delicati affari dello Stato, come quelli relativi alla pace, alla guerra, all'esercito, all' armata ed ai pubblici fondi, si discutevano prima in Senato, e si portavano davanti le pubbliche assemblee solamente in seconda istanza.

Altro atto considerevole dell'amministrazione di Solone fu l'istituzione, o meglio la riforma della corte dell'Areopago. Il potere di questa corte era, propriamente parlando, puramente giudicativo (un vero e proprio tribunale civile e penale). Era composta dagli Arconti, i quali assumevano tale impiego per un tempo determinato, ma avevano già adempiuto al dovere del loro ufficio con una marcata integrità e reputazione. Il numero dei giudici in questa corte non era stabilito. Qualche volta erano duecento altre volte trecento. La corte dell'Areopago non si riuniva che di notte ed in un luogo aperto; e coloro che davanti a questa corte arringavano, non si permetteva a loro di allargarsi in declamazione, ma erano strettamente limitati gli interventi al merito della causa.
Questa corte fu in ogni tempo altamente rispettata per ragione della singolare giustizia e integrità dei giudici, i quali avevano l'incarico dell'educazione della gioventù, della cura del pubblico denaro, e di punire coloro che vivevano nell'ozio e i fatti di sangue.
Aveva similmente giurisdizione nelle materie di religione, e deliberava intorno all'introduzione di nuove divinità, o all'opportunità di erigere tempi e altari . Oltre a questi compiti, si ricorreva a loro in particolare situazioni dello Stato che richiedevano la reputata saggezza per deliberare in alcune pericolose emergenze.
Sarebbe tedioso e quasi superfluo voler entrare nelle particolarità delle varie istituzioni di Solone, essendo moltissime e alcune connesse ai rapporti privati di ogni genere (di cui tuttavia accenniamo in fondo). Noi speriamo che quanto è stato detto possa dare al lettore un'approssimativa idea del governo (allora nuovo, e molto singolare, ma oggi accettato da tutti i governi democratici del mondo) di questa famosa repubblica, e questo è quello che noi ci siamo proposti. Concluderemo pertanto con poche parole l'articolo, accennando alle pubbliche rendite di Atene.

Queste provenivano, Primo: Dal prodotto del territorio della repubblica, cioè, dalla vendita dei suoi boschi e dal alcune misere somme ricavate dalle miniere di argento. Secondo: Dalle contribuzioni dei confederati per sostenere le spese della guerra. Nel periodo di Aristide la somma di queste non ascendeva a più di quattrocento sessanta talenti. Pericle le aumentò di circa un terzo; e qualche tempo dopo fu più che duplicata ed ascese a mille trecento talenti. Terzo: Dalle multe e confische imposte dalla corte di giustizia. E finalmente dalle straordinarie tasse imposte a tutti gli abitatiti dell'Attica in caso di urgente necessità.

Qui accenniamo ad alcune delle più note e singolari leggi di Solone.

 


* Colui che nelle pubbliche turbolenze si manteneva neutrale, era dichiarato infame.
* Una ricca erede che nel matrimonio si trovasse ingannata per un qualche naturale difetto di suo marito, che però a lui era noto prima del matrimonio, poteva unirsi con il più stretto parente del marito medesimo.
* Nessuna dote si dava alle mogli, fuorché a coloro che erano eredi
* Tutte le ingiurie contro gli estinti erano proibite; come pure gli oltraggi e le calunnie contro i viventi.
* Coloro che non avevano figli erano autorizzati ad intestare i loro beni a piacer loro, a chiunque a loro gradito; prima di Solone questo non era permesso.
* Per il desiderio di promuovere l'industria e le manifatture, che la sterilità del territorio dell'Attica rendeva particolarmente necessarie, Solone ordinò che quel figlio che dal padre suo non era stato educato in qualche mestiere, non era poi obbligato a soccorrere il padre, quando questi n'avesse bisogno.
* Colui che per tre volte era accusato di oziosità, diveniva un infame.
* Per scoraggiare le dissolutezze e promuovere il matrimonio, i figli illegittimi non erano costretti ad aiutare i loro genitori anche se questi versavano in povertà; mentre i figli legittimi, salvo essere pure loro poveri, erano obbligati, sotto la pena dell'infamia, a mantenere i loro indigenti genitori.
* Un adultero colto sul fatto poteva essere subito messo impunemente a morte. E all'adultera era proibito di adornarsi e di assistere ai pubblici sacrifici.
* Le esportazioni di qualsiasi prodotto della terra, eccettuato l'olio, erano proibite sotto pene severe.
* Nessun forestiero poteva ottenere il diritto di naturalità nella repubblica Ateniese, se prima non era stato esiliato in perpetuo dalla sua patria; eccezione per colui che con la sua famiglia si era stabilito ad Atene per introdurvi qualche manifattura.
* Non era permesso al tutore di un minore di vivere nella stessa casa quando vi era contemporaneamente la moglie del suo pupillo.
* La custodia delle persone d'età minore non era affidata agli eredi presuntivi che venivano subito dietro il pupillo.
* Un Arconte sorpreso ubriaco era passibile della pena di morte.
* Colui che scialacquava le sue sostanze era dichiarato infame.
* Colui che rifiutava di fare il soldato oppure mostrava codardia in una battaglia, gli era proibito di comparire nel foro o nei luoghi del pubblico culto.
* Il marito che continuava a coabitare con sua moglie, dopo avere scoperto che lei spudoratamente disonorava il suo letto, diveniva pure lui un infame.

 

Ritorneremo ancora su questi argomenti in altri capitoli;
noi qui dobbiamo tornare indietro a quel caratteristico
stadio di sviluppo economico, politico e commerciale della Grecia, quando essa - mutate le condizioni e i rapporti fra le varie parti della nazione- acquista coscienza della unità nazionale e inizia le sue conquiste; cioè quando inizia ad avere il dominio del mare e sulle varie coste inizia a fondare le sue colonie.


LE CONQUISTE, IL DOMINIO DEL MARE, LE COLONIE > >

 

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