GRECIA - I SETTE SAVI (1)

BIANTE, CHILONE, CLEOBULO, PITTACO, SOLONE,
PERIANDRO, TALETE

BIANTE

BIANTE - Uno dei sette Savi della Grecia, nacque a Priene, città della
Caria, e fiorì nel 566 avanti l'Era Volgare.
La sua reputazione fu assai grande e come ottimo cittadino e come profondo filosofo; fu stimato il più eloquente oratore del suo tempo, e tutti i suoi talenti furono impiegati nel difendere i poveri e gli afflitti. Sopra queste due classi ancora egli profuse le sue ricchezze, poiché in quanto a sé si contentò sempre del solo necessario. Non intraprese mai una causa che egli non avesse già riconosciuta per giusta; per cui era nato il proverbio "è una causa che si addosserebbe Biante" quando voleva caratterizzarsi per giusta ed eccellente.

Egli si dilettò molto della poesia; i suoi precetti di morale, e le sue istruzioni politiche e guerriere furono scritte in versi, i quali secondo alcuni autori, furono oltre duemila; ecco alcune delle sue massime:

" Procurate piacere a tutti: se voi vi riuscirete, troverete grandi soddisfazioni nel corso della vita. Il fasto ed il disprezzo che si mostra per gli altri non ha prodotto mai nulla di buono. Amate i vostri amici con discrezione; pensate che possono diventare vostri nemici. Odiate i vostri nemici con moderazione; perché può darsi che un giorno divengano vostri amici.

" Scegliete con precauzione le persone che volete per amici; abbiate per essi un'eguale affetto, ma distinguete il loro merito. Imitate coloro la cui scelta vi fa onore, e siate persuasi che la virtù dei vostri amici contribuirà non poco alla vostra reputazione. Non siate solleciti a parlare, poiché dareste segni di pazzia. Procurate, mentre siete giovani, di acquistare della sapienza; sarà questa l'unica vostra consolazione nella vecchiaia: voi non potete fare un migliore acquisto e questa è l'unica cosa il cui possesso sia certo, e che nessuno potrà rapirvi.

"La collera e la precipitazione sono due cose opposte alla prudenza. Gli uomini probi sono assai rari, i cattivi e i pazzi sono infiniti. Non mancate mai di adempiere quanto avete promesso. Parlate degli Dei in modo convenevole alla loro grandezza, e rendete loro grazie di tutte le buone azioni che farete. Non siate importuni; è meglio che siate obbligati a ricevere, che obbligare gli altri a darvi. Non intraprendete nulla inconsideratamente; ma quando avrete determinato di fare qualcosa, eseguitela con calore. Vivete sempre come se foste all'ultimo istante dei vostri giorni, e, insieme, come se doveste rimanere lungo tempo in vita. La buona salute è un dono della natura; le ricchezze generalmente sono effetto della sorte; ma la sapienza è la sola cosa che possa rendere un uomo utile.

La saggezza di Biante fu sempre conosciuta nei suoi discorsì, nei suoi scritti e nelle sue determinazioni. Egli era solito dire che preferiva giudicare una questione fra due suoi nemici, piuttosto che fra due suoi amici; ed eccone la ragione: nel primo caso, diceva egli, posso riconciliarmi con quello dei due miei nemici al quale la decisione sarà stata favorevole; nel secondo caso, posso perdere l'amicizia di quel mio amico al quale ho dovuto dar torto.
A questo proposito vien riferito, che un giorno si trovò obbligato a giudicare uno dei suoi amici al delitto del quale la legge infliggeva la pena di morte. Prima di proferire la sentenza si mise a piangere davanti a tutto il Senato: perché piangete voi? gli disse qualcuno; non dipende forse da voi il condannare o l'assolvere il colpevole? Piango, replicò Biante, perché la natura mi obbliga ad avere compassione degl'infelici; e piango perché la legge mi obbliga a non aver riguardo ai moti della natura.

Le ricchezze, da Biante non erano annoverate nel numero dei veri beni; egli le reputava superflue, e di cui si poteva fare a meno. Si trovò in Priene, luogo, come già abbiamo osservato, della sua nascita, nel tempo che questa disgraziata città fu presa e saccheggiata; tutti i cittadini portavan via tutto ciò che potevano, e fuggivano nei luoghi creduti più sicuri. Il solo Biante stava immobile, e sembrava guardare con indifferenza il disastro che in quel momento soffriva la sua diletta patria. Qualche suo concittadino si permise di domandargli perché ancor egli non pensava a salvare qualche cosa, come facevano gli altri. Ma io lo sto facendo, rispose Biante, poiché tutto quello che ho io porto meco, "omnia bona mea mecum porto".

L'azione che determinò la fine dei giorni di Biante non è meno illustre del rimanente della sua vita. Si era egli fatto portare nel Senato ove, con molto zelo, difendeva l'interesse di uno dei suoi amici; il calore della disputa aggiunse stanchezza all'età sua già veneranda per cui egli appoggiò la testa sul petto di un figlio della sua figlia che ivi lo aveva accompagnato. Quando l'oratore del suo avversario ebbe terminato il suo discorso, i giudici si pronunziarono in favore di Biante che spirò in quell'istante tra le braccia di suo nipote. Tutta la città gli fece dei magnifici funerali, e dimostrò uno straordinario rammarico per la sua morte: gli fu eretta una decorosa tomba sulla quale furono scolpite le seguenti parole: "Priene è stata la patria di Biante, che fu la gloria di tutta la Jonia, e che ha avuto dei pensieri più elevati di tutti gli altri filosofi." La sua memoria fu in si gran venerazione, che gli fu dedicato un tempio nel quale i Prienesi gli rendevano onori straordinari.

 

CHILONE

CHILONE - Molti uomini dotti della Grecia credettero, e con ragione, che il viaggiare potesse contribuire all'acquisto delle cognizioni, ed essi stessi si uniformarono a tale credenza. Chilone, uno dei sette Savi, la pensava diversamente, poiché secondo lui il tempo peggio impiegato era appunto quello speso nei viaggi. D'altronde fu ammirato per il genere ritiratissimo di vita che osservava, per la sua moderazione, e particolarmente per il silenzio dal quale rare volte si dispensava.

Egli è l'autore di quella massima secondo la quale "in ogni cosa bisogna correre lentamente" e su questa egli regolava la sua vita. Per giudizio unanime degli antichi scrittori la sua vita era un modello di virtù. Ma fra le virtù si includeva anche la superstizione. Egli, per esempio stimava che l'arte di indovinare non era impossibile all'uomo, il cui spirito, secondo la filosofia, poteva conoscere molte cose future. Si dice che una volta, dopo aver esattamente esaminata la qualità del terreno e la situazione dell'isola di Citera, esclamsse alla presenza di tutti: "Ah! Piacesse agli Dei che quest'isola non fosse mai esistita, o che il mare l'avesse sommersa sino da quando comparve; perciocché io prevedo che ella sarà la rovina del popolo di Lacedemone". Egli non s'ingannò; quell'isola fu presa qualche tempo dopo dagli Ateniesi, che la sottrassero a Sparta.

Ecco alcune delle sue massime che pronunziava perché fossero osservate:

"Tre sono le cose difficili; custodire il segreto, soffrire le ingiurie, ed impiegare bene il tempo. Non bisogna mai minacciar chicchessia, perché è una debolezza da donna. La maggior sapienza è saper frenare la lingua nei banchetti. Non si deve mai sparlare di nessuno; altrimenti siamo esposti a farci dei nemici e ad ascoltare cose spiacevoli. Conviene visitare gli amici più nel tempo in cui si trovano in disgrazia, che quando vivono nella felicità. E' meglio perdere che fare un guadagno ingiusto. E' cosa disdicevole il lusingare le persone che sono nell'avversità.

" Un uomo coraggioso deve sempre dimostrarsi affabile, e farsi piuttosto rispettare che temere. Colla pietra di paragone si prova l'oro e l'argento; e coll'oro e l'argento si prova il cuore degli uomini. Bisogna usare ogni cosa con moderazione, perché poi la privazione non ci sia troppo dolorosa. L'amore e l'odio non durano eternamente. Non bisogna desiderare le cose che sono troppo al disopra di noi; colui che garantisce un altro perderà sempre".

Quest'ultima sentenza sembrò a Chilone di tale importanza che la fece scolpire a lettere d'oro nel tempio di Apollo a Delfo. Chilone, sentendosi approssimare la morte, guardò i suoi amici radunati intorno a lui, e così loro parlò: miei amici, voi sapete che io ho detto e fatto tante cose durante i miei molti anni di vita; io ho ponderatamente esaminato ogni mia azione, e non trovo che abbia mai fatta cosa in cui mi possa pentire, se non, forse, in quell'unico caso che ora vado ad esporvi e che io sottopongo alla vostra decisione per sapere se ho bene o male agito. Mi sono trovato un giorno a giudicare uno dei miei buoni amici, che secondo le leggi, doveva essere punito di morte; io mi trovavo molto imbarazzato, poiché bisognava o violare la legge o far morire l'amico: Dopo avervi ben riflettuto trovai questo espediente: esposi con tanta accortezza tutte le migliori ragioni dell'accusato, che i miei colleghi non fecero ebbero difficoltà ad assolverlo, ed io lo avevo condannato a morte senza loro dir nulla. Ho soddisfatto ai doveri di giudice e di amico; nulladimeno sento qualche cosa nella mia coscienza che mi fa dubitare se il mio consiglio non fosse condannabile. Chilone, infine, sommamente stimato ma oppresso dalla vecchiezza morì a Pisa (città greca) per un eccesso di gioia fra le braccia del suo figlio che veniva allora coronato per aver vinto nei giochi olimpici, 597 anni avanti l'ora volgare. Dopo la sua morte, i Lacedemoni gli eressero una statua.

CLEOBULO

CLEOBULO - La patria di Cleobulo fu Lindo, città marittima dell'isola di Rodi. La natura lo aveva dotato di un aspetto molto avvenente e di una presenza assai nobile. Fu universalmente riconosciuto come uno dei setti Savi della Grecia, ma il meno importante, poiché tutta la sua sapienza si limitò a dare alcune massime per ben vivere. Eccone alcune:
" In ogni cosa bisogna avere ordine, tempo e misura. Non vi è nulla al mondo di più comune che l'ignoranza e i parolai. Conviene nutrir sempre sentimenti elevati, e non essere né ingrato né infedele. Prima di uscire di casa convien pensare a ciò che si va a fare; quando si rientra bisogna esaminare tutto ciò che si è fatto. Il parlar poco e l'ascoltar molto è una buona regola. Si deve consigliare sempre ciò che la riflessione ci ha persuaso essere la cosa più ragionevole. E' necessario non abbandonarsi ai piaceri.
La buona educazione dei figlioli è cosa indispensabile. Quando la fortuna è favorevole non conviene insuperbirsi, né lasciarsi opprimere quando ci volta le spalle. L'uomo deve scegliere una sposa della sua condizione; se è una di nascita più ricca e distinta della sua, egli avrà una padrona e altrettanti padroni quanti ne ha essa.
Un uomo non deve mai lodare né rimproverare la sua moglie in presenza di altri: nel primo caso vi è della debolezza; nel secondo della pazzia".

Cleobulo impiegò la sua gioventù a viaggiare nell'Egitto ove apprese la filosofia, secondo l'uso di quei tempi. Al suo ritorno si ammogliò con una fanciulla virtuosissima. Da questa unione nacque la celebre Cleobulina, che per la sua applicazione allo studio e per gli eccellenti insegnamenti di suo padre divenne così sapiente da imbarazzare i più abili filosofi di quei tempi, specialmente con gli enigmi. Cleobulo acquistò gran reputazione per la facilità con la quale proponeva e scioglieva gli enigmi.

Egli introdusse nella Grecia l'uso degli enigmi che aveva imparati in Egitto; è fra altri l'autore del seguente: "sono un padre che ha dodici figliuoli, ciascuno dei quali ha trenta figlie, ma di differente bellezza. Le une hanno la faccia bianca, le altre le hanno assai nera. Esse sono tutte immortali ma mi muoiono tutti i giorni".

La soluzione è: l'anno. Cleobulo seppe prudentemente trarre profitto da ogni sorta di vantaggi in una condizione mediocre ed in una vita aliena dalle cure del mondo.

Buon marito, fortunato padre, fu inoltrre un cittadino molto stimato. Egli morì in età di settanta anni, 564 avanti l' era volgare. I Lindiani, dispiaciuti di averlo perduto, gli elevarono un magnifico sepolcro con un epitaffio, per onorare eternamente la sua memoria.

 

PITTACO

PITTACO - Nacque a Mitilene, città dell'isola di Lesbo, e fu anche lui acclamato come uno dei sette Savi della Grecia. Nella sua gioventù fu molto coraggioso, bravo soldato, gran capitano e sempre buon cittadino. Riteneva per massima che bisognava adattarsi ai tempi e approfittare delle occasioni.

La sua prima impresa fu di far lega con il fratello di Alceo contro il tiranno Melancro che, avendo usurpato il sovrano potere dell'isola di Lesbo, fu da Pittaco sconfitto. Questo successo gli diede grande reputazione d'intrepidità. C'era da molto tempo una crudele guerra tra gli abitanti di Mitilene e gli Ateniesi per il possedimento di un territorio: l'Achillitide. I Mitilenesi scelsero Pittaco come comandante delle loro truppe. Quando le due armate furono l'una di fronte all'altra pronte a dar battaglia, Pittaco propose di terminare le ostilità con un combattimento particolare: chiamò a duello Trinone, generale degli Ateniesi che era sempre uscito vittorioso da ogni sorta di combattimento e che era stato più volte coronato ai giochi olimpici. Trinone accettò la sfida. Si decise che il vincitore serebbe rimasto, senza contrasti, unico conquistatore del territorio in questione. I due contendenti avanzarono soli in mezzo alle due armate; Pittaco aveva nascosto sotto il suo scudo una rete e si valse tanto destramente dell'occasione che inviluppò Trinone nel momento in cui non si dubitava più di nulla, e gridò "non ho preso un uomo, è un pesce." Pittaco lo uccise alla presenza delle due armate e restò così padrone del territorio.

L'età poi cominciò a moderare gradatamente l'ardore straordinario di Pittaco, che iniziò quindi a gustare la dolcezza della filosofia. I Mitilenesi, che nutrivano per lui un rispetto particolare, gli diedero il principato della loro città. Una lunga e faticosa esperienza gli fece riguardare con intrepida fermezza i diversi aspetti della fortuna. Dopo aver stabilito il miglior ordine nella Repubblica, rinunciò volontariamente al principato che da dieci anni teneva, e abbandonò gli affari pubblici per ritirarsi a vita privata.

Pittaco dimostrò gran disprezzo per i beni di fortuna, dopo averli un tempo desiderati. I Mitilenesi, per compensare i grandi servigi che a loro aveva resi, gli offrirono un luogo ameno, circondato di boschi e di vigne e attraversato da diversi ruscelli, oltre ai molti poderi le cui rendite sarebbero bastate a farlo vivere splendidamente nel suo ritiro. Visitò dunque il lugo prescelto per il dono e gli parve eccessivo e anche troppo impegnativo. Egli quindi prese il suo dardo e, lanciatolo a tutta forza, disse che si contentava dello spazio segnato dal punto in cui era giunto il suo dardo. I magistrati meravigliati della sua moderazione lo pregarono che ne dicesse il motivo; la risposta fu "Una parte è più vantaggiosa del tutto". Quella grande avrebbe solo angosciato i suoi giorni.

Pittaco era di figura molto deforme: aveva sempre male agli occhi, era grasso, molto trascurato nella persona e camminava male per le infermità che aveva ai piedi. La sua consorte era figlia del legislatore Dracone; questa donna era di un'alterigia e di un'insolenza insopportabile, disprezzava il marito a cagione delle sue deformità e della sua inferiore condizione sociale.

Un giorno Pittaco aveva invitato a pranzo molti filosofi suoi amici; quando tutto fu pronto, sua moglie, che era sempre di cattivo umore, andò a rovesciare la tavola e tutti i cibi che vi erano sopra. Pittaco, senza alterarsi, si contentò di dire ai convitati "è una pazza, bisogna scusare la sua debolezza". Questa gran disunione che aveva sempre regnato tra lui e sua moglie, gli aveva fatto concepire molta avversione per i matrimoni male assortiti. Un giorno un uomo gli domandò quale tra due donne dovesse prendere per moglie, osservando che una di esse era di condizione quasi uguale alla sua e l'altra assai superiore sia per le ricchezze che per la nascita. Pittaco, alzando il bastone al quale era appoggiato gli indicò un gruppo di fanciulli che si disponevano a giocare, e gli disse "va' da loro e segui il consiglio che ti daranno".

Il giovane ubbidì e, ascoltando ciò che dicevano i ragazzi, intese che questi, prima di iniziare una gara, cercavano di assortirsi per non essere né troppo deboli né troppo forti e reciprocamente ripetevano "scegli il tuo uguale". Ciò lo convinse a non pensar più alla donna ricca e nobile e a sposare invece quella di condizione quasi uguale alla sua.

Pittaco fu assai sobrio, egli beveva quasi sempre dell'acqua, quantunque Mitilene fosse ricca di vini eccellenti. I titoli delle sue opere sono stati conservati da Laerzio, che enumerò alcuni versi elegiaci, diverse leggi in prosa scritte per i suoi concittadini, delle Epistole e dei precetti morali, conosciuti col nome di 'adòmena' (cose dilettevoli). Egli morì all'età di 82 anni nel 570 circa avanti l'era volgare.

SOLONE

SOLONE - Quanto è stato detto in più momenti della storia intorno a Solone non è sufficiente per dare ai nostri lettori un quadro completo di tutto ciò che lo riguarda e che ci hanno tramandato i più accreditati antichi scrittori. Questo illustre sapiente della Grecia e benemerito Legislatore della sua patria è ben degno di esser conosciuto particolarmente. Solone è celebrato soprattutto come il fondatore della democrazia attica. Proibi la schiavitù per debiti (cosa molto comune) abolendo perfino i contratti stipulati prima della sua riforma. Fu lui a istituire, in aggiunta all'Aeropago, il consiglio popolare formato da quattrocento membri. Solone nacque in Salamina e fu educato in Atene e, per assersione di Filocle, fu figlio di Euforione, contro l'opinione di quanti altri scrivono su Solone.

Molti asseriscono invece che egli fu figliuolo di Esecestide, il quale, essendo originario di Codro, fu più di ogni altro nella sua città indicato come il più nobile e riverito cittadino.

La madre di Solone fu cugina di quella di Pisistrato, e per questo Solone amò costui come un fratello.

Avendo il padre, per essere stato troppo generoso, consumato tutto il patrimonio, Solone fu obbligato a diventare mercante, benché lo facesse solo per fare esperienza di molte cose nella vita, più che per arricchire; ed essendosi dato poi alla filosofia, soleva dire nella sua età avanzata che egli invecchiava imparando sempre cose nuove.

Solone, dopo aver compiuti i suoi studi filosofici e politici, viaggiò per la Grecia e specialmente in Egitto, divenuto in quel tempo il luogo più visitato da tutti i sapienti. Col suo studio, con le sue meditazioni e con la sua esperienza egli divenne eccellente oratore, poeta, legislatore ed anche buon guerriero. Come Talete, non si pose mai sotto alcun maestro. Egli è autore di quella bella e assai conosciuta massima: "Bisogna stare sul mediocre in ogni cosa".

Un giorno Solone si trovava a Mileto, ove la gran reputazione di Talete lo aveva indotto a recarsi. Dopo essersi trattenuto per qualche tempo con questo filosofo, gli disse: Io mi meraviglio, o Talete, che tu non abbia mai voluto ammogliarti; ora avresti dei fanciulli che prenderesti piacere ad educare. Talete non diede alcuna risposta sul momento. Alcuni giorni dopo incaricò un uomo di fingere di essere straniero e di venire a trovarli. Quest'uomo disse che veniva da Atene in quell'istante. Ebbene, gli disse Solone, che cosa c'è di nuovo colà? Nulla, che io sappia, rispose lo straniero, ma è andato alla tomba un giovane ateniese, la cui pompa funebre era accompagnata da tutta la città a motivo della sua nascita distinta e della reputazione di cui gode presso il popolo il padre di lui: quest'uomo, soggiunse il forestiero, è già da qualche tempo assente da Atene; i suoi amici hanno intenzione di dargliene la notizia con molto tatto per timore che il dolore non lo faccia morire.

"Oh sventurato padre! Esclamò Solone. E come si chiama? L'ho ben inteso nominare, rispose lo straniero ma non me ne ricordo; ma dicevano che fosse un uomo di una profonda sapienza. Solone, la cui inquitudine aumentava ad ogni istante, parve turbato; non poté trattenersi dal domandare se mai fosse costui Solone. Lo straniero rispose subito: sì, è proprio questo il suo nome. Solone fu preso da un'emozione così forte, che cominciò a lacerarsi gli abiti, a strapparsi i capelli e a percuotersi il capo; infine si abbandonò a quanto sogliono fare e dire le persone che sono oppresse da un eccessivo dolore.
Perché piangere ed inquietarsi tanto, gli disse Talete, per una perdita che non può essere riparata da tutte le lacrime del mondo? Ahimé! rispose Solone, questo per l'appunto è quello che mi fa piangere; piango un male che non ha rimedio. Alla fine Talete si mise a ridere dei diversi atteggiamenti di Solone: O Solone, mio amico, gli disse, ecco ciò che mi ha fatto temere il matrimonio; ne temevo il giogo, e conosco dal dolore del più saggio degli uomini, che il cuore, anche il più fermo non può sostenere le afflizioni che nascono dall'amore e dalla cura dei fanciulli. Non ti inquietare; tutto ciò che è stato detto non è che una favola inventata da noi".

Vi era stata per molto tempo tra Ateniesi e quelli di Megara una accesa disputa per contendersi l'Isola di Salamina. Finalmente dopo molte stragi da ambe le parti, gli Ateniesi che erano stati i perdenti dell'ultimo scontro, stanchi ormai di sparger sangue, ordinarono una punizione di morte contro il primo che osasse proporre la guerra per riconquistare Salamina, caduta in possesso dei Megaresi. Solone, non potendo sopportare una tale infamia, e vedendo che molti giovani ardevano di zelo guerriero per una tale impresa, ma che non ardivano dichiararlo per timore della legge, si finse privo di senno, e per la città già si era propagata la notizia che egli fosse impazzito.

Intanto, avendo egli stesso segretamente composti ed imparati a memoria dei versi elegiaci, si presentò nella pubblica piazza vestito di un abito lacero, con la corda al collo e con una berretta sudicia e logora sulla testa. Poi, montato sulla pietra del banditore, recitò, cantando i detti versi al popolo che era accorso in gran folla.
" Piacesse agli Dei, esclamò egli, che Atene non fosse mai stata mia patria; ah! io vorrei essere nato a Toleganda o a Sicina od in qualunque altro luogo più orribile, più barbaro e infame di questo; almeno non avrei il dolore di vedermi sulla strada mostrare a dito, dicendo: ecco un ateniese che si è vergognosamente salvato a Salamina. Vendichiamo tosto il ricevuto affronto, e riprendiamoci quello che tanto ingiustamente i nostri nemici ci hanno preso.

Queste parole fecero sì forte impressione sull'animo degli Ateniesi, che essi revocarono l'editto che avevano fatto; ripresero le armi, mossero guerra ai Megaresi, e l'isola di Salamina fu riconquistata e poi nuovamente perduta per le discordie cagionate ad Atene dagli opposti partiti di Cilone e Megacle, di cui seppero approfittare i Megaresi.

Il senno di Solone seppe anche portare rimedio ai mali da cui era afflitta la patria per tali divisioni, e li ricondusse alla calma, facendo esiliare da Atene il partito di Megacle, un disturbatore della quiete pubblica. Solone divise i cittadini in quattro diverse classi censuarie, secondo i beni che ciascuno in particolare allora possedeva. Permise che tutto il popolo potesse prender parte negli affari pubblici, eccettuati i soli artigiani che non potevano avere, secondo lui, sufficiente interesse per la patria, impegnati com'erano solo a guadagnare. Questi erano esclusi quindi dalle cariche e non godevano i medesimi privilegi degli altri del diritto elettorale.

Ordinò poi che i principali magistrati fossero sempre scelti fra i cittadini del primo ordine; che in una sedizione, colui che non avesse preso alcun partito fosse macchiato di infamia (desiderava la partecipazione attiva di tutti, per il buon governo); che se un uomo avesse sposata una donna di distinzione senza averne ottenuta prole, ella potesse separarsi dal consorzio del matrimonio; che le mogli portassero in dote ai loro consorti almeno tre vesti e alcuni necessari mobili anche di poco valore; che si poteva uccidere impunemente un adultero quando veniva sorpreso sul fatto: moderò il lusso delle donne ed abolì molte cerimonie che esse solevano osservare; proibì di dir male dei morti; permise a coloro che non avevano figli di nominare gli eredi che volevano, purché non fossero fuori di senno al momento del testamento; ed infine fece altri regolamenti di simile natura, che furono riconosciuti tutti ottimi per il buon governo della patria, e così validi che furono incisi su tavole.

La fama di Solone si era sparsa dappertutto. Creso, re di Lidia, lo chiamò a sé, ed egli ubbidì. Traversando la Lidia incontrava una gran quantità di signori con la loro corte, che spesso scambiava per il re medesimo. Finalmente si presentò a Creso che lo aspettava assiso sul suo trono, e che si era espressamente ornato di quanto aveva di più prezioso. Solone non parve meravigliato di tanta magnificenza. Creso gli disse: mio ospite, conosco la tua sapienza per fama: so che tu hai viaggiato molto; dimmi, vedesti tu mai persona più magnificamente vestita di me? Si, rispose Solone, i fagiani, i galli e i pavoni hanno qualcosa di più magnifico, poiché quanto hanno di splendido viene loro dalla natura, senza che si diano alcuna cura per adornarsi.

Una risposta così inaspettata sorprese Creso ma non l'avvilì; comandò ai suoi subalterni di mostrare a Solone tutti i suoi tesori, le sue preziose supellettili, ed infine tutti gli oggetti della sua già rinomata magnificenza e ricchezza: poi, fatto venire nuovamente Solone avanti di sé, gli disse: hai mai veduto un uomo più felice di me? Sì, gli rispose Solone, ho veduto Tello, cittadino di Atene, che visse da uomo dabbene, lasciò due figli molto stimati, con una sostanza proporzionata alla loro sussistenza, ed infine ebbe la felicità di morire con le armi in mano, riportando una vittoria per la sua patria. Gli Ateniesi gli hanno eretto una tomba nel luogo medesimo ove perdette la vita, e gli hanno reso dei grandi onori più che a un re.

Dopo dieci anni di assenza, Solone ritornò in Atene ove con gran dolore trovò i suoi concittadini agitati da discordie intestine, e la più gran parte delle sue leggi messe fuori d'uso. Con uguale amarezza osservò l'usurpazione che aveva fatto Pisistrato del supremo potere nella sua patria; perciò non potendo egli rimanere più a lungo spettatore di tanti disastri, si ritirò nell'isola di Cipro ove morì in età di 80 anni, nel 558 avanti l'era volgare.

Solone non fu nemico dei piaceri durante la sua vita. Amava i lauti conviti, la musica, e quanto può rendere la vita voluttuosa. Solamente aveva in odio quelle rappresentazioni teatrali nelle quali si annunziavano delle cose inventate a piacere; parlando di Tespi, che organizzava tali cose, si espresse in questo modo, con i suoi concittadini per dissuaderli di assistere alle rappresentazioni di questo autore del tragico così tanto riverito: "Se noi onoriamo e applaudiamo negli spettacoli la menzogna, la troveremo anche nelle nostre promesse più sacre". Fu osservato che nel suo codice non aveva parlato di parricidio; interrogato perché lo avesse omesso, egli rispose "perché non ho creduto potervi essere delle persone tanto scellerate da uccidere il loro padre e la loro madre".

Fra le sue massime ricordiamo la seguente: "Un uomo di 70 anni non deve temere più la morte, né deve più lagnarsi delle sciagure della vita".

 

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