LA FILOSOFIA CLASSICA
I PRIMI FILOSOFI, LE PRIME SCUOLE

I primi grandi "saggi" nel mondo greco furono i SETTE SAVI (li leggeremo nel prossimo capitolo). Che più che filosofi, erano i primi grandi pensatori, privi di qualsiasi nozione scientifica per interpretare ciò che vedevano attorno. Si dovettero per forza porsi l'interrogativo: cos'è questo mondo e quale principio lo regola.  Erano dunque uomini tesi a ricercare l'archè , che in greco significa "il principio originario" del Tutto.

Chi lo trovò nell'acqua, chi nel fuoco, chi nell'infinito, chi in un intelletto misterioso e assolutamente diverso dall'uomo; essere  ragionevole, ma sempre limitato.
Li abbiamo costoro menzionati  come "saggi" o "savi".

Poi, la realtà greca (ci limitiamo per ora al mondo occidentale) portò alla ribalta l'uomo. I nuovi "saggi" fecero campeggiare non tanto i problemi scientifici a proposito della Natura e dell'Universo ma il mondo dell'Uomo: il mondo della sua anima, dei suoi problemi morali e intellettuali, pratici e artistici, religiosi e civili.

Nasce così la "Scienza dei "Valori": la FILOSOFIA.

Con questo termine si intende ogni cognizione generale della realtà e della posizione dell'uomo in essa. Comprende perciò un insieme di dottrine e di metodi che consentono di unificare e vagliare criticamente le nostre opinioni su di una molteplicità di problemi etici, religiosi, politici e di... "Scienza".

Ma la filosofia può occuparsi di una scienza quando essa stessa è la "scienza del tutto"? Stabiliamo per prima cosa cos'è una scienza. 
Intanto il termine; scientem è il participio presente di scire (onde il frequentativo  sciscere  che significa cercar di sapere). -  Ma già l'antico etimo sanscrito è tutto un programma. La radice è lo ska, ski, chid, che significa scindere, letteralmente tagliuzzare, sminuzzare, separare le cose. E' cosa è mai la scienza, se non il frutto di una paziente e minuta analisi? Infatti in sanscrito vedico la radice sci-re  diventa ancora più chiara, ci-ke-ti, che significa osservare per capire, e sta già ad indicare  un sistema di cognizioni acquisite con lo studio attento, ma anche meditato, e quest'ultima capacità grazie alla trasmissione della cultura, all'educazione, all'insegnamento è più sviluppata nell'uomo rispetto agli animali (meditano meno, ma molti di questi meditano qualche volta più di certi "umani").

Le varie scienze particolari sappiamo hanno una caratteristica fondamentale in comune: sono conoscenza (scienza) di fenomeni e realtà naturali; conoscenza che porta alla scoperta dei mezzi utili per realizzare certi nostri fini. Perciò il fine di ogni scienza particolare sarà sempre duplice: da una parte appagare il nostro umano bisogno di conoscere, dall'altra usare questa conoscenza per raggiungere certi risultati, certi fini concreti e pratici.  La filosofia è dunque una scienza, una scienza dei valori poichè si occupa di trovare quali sono i "fini ultimi" grazie ai quali acquista significato TUTTO il nostro sapere.
La filosofia non è quindi altro che il tentativo di risolvere quei profondi problemi intellettuali e morali che l'uomo fatalmente si pone vivendo.

Quali sono questi grandi problemi che sorsero nel mondo delle poleis  elleniche, nelle città che inventarono la democrazia e apprezzarono l'individualismo? E che nel divenire hanno creato successivamente le varie filosofie?

Innanzitutto perchè varie? Perchè ogni filosofia presenta una sua particolare visione globale del mondo della realtà. E tante sono le opinioni e i giudizi quanto sono le teste di chi riflette. E forse è proprio per questo, che in un'epoca come la nostra, che insegue il mito della "produzione", del "realizzare", del "concreto", dell' "attivismo", che l'opinione corrente di molti giudica superflui i filosofi e la filosofia, che apparentemente non hanno prodotto nulla di materialmente apprezzabile e valutabile.

Ma non è così. In realtà esiste un risultato concreto: noi così come siamo, con le nostre idee morali, sociali, scientifiche, politiche, artistiche; siamo noi con la "nostra" (e in ogni paese- ognuno la sua) storia alle spalle, con il nostro presente, e con il nostro futuro,  che non sono altro che una risonanza del passato, eco e propagazione di quelle idee che con la tradizione, la nostra cultura, le nostre scuole ci hanno fornito.  Non siamo mai qualcosa di nuovo, ma solo una continuazione di quello che è stato o non è stato. Ci sono popoli sul pianeta che si sono evoluti e altri che sono rimasti ancora oggi all'età della pietra. Ma anche quelli che vivono in un ambiente evoluto, spesso sono ignoranti al pari di quelli della pietra, e se parlano lo fanno solo per lamentarsi per il loro oscuro destino e di essere un soccombente. Ma non fanno nulla per migliorare. Nietsche ricordava "chu è il soccombente? e sempre lui, l'uomo ignorante".

Ognuno di noi ha davanti a se' una prova inconfutabile; in alcuni paesi l'incidenza del pensiero filosofico ha prodotto la vita d'ogni giorno delle nazioni e di conseguenza ha modificato rispetto ad altri la vita dei propri abitanti. 
Ci limitiamo a ricordare alcune di queste modifiche-conquiste o modifiche-tragedie: e per restare nella storia recente basterebbe ricordare il Nazionalismo, l'Imperialismo, l'esaltazione della razza, l'esaltazione del potere dello Stato contro l'individuo, le tensioni  internazionali, i conflitti di piccole nazioni o le tragedie mondiali che ci siamo lasciati alle spalle. In ognuna di queste "tragedie" (Europa) o di queste "fortune" (Usa),  troviamo il seme di particolari concezioni filosofiche che hanno esaltato, infervorato, elettrizzato il proprio Paese con alcune idee,  oppure hanno in altre, moderato, spento e spesso anche stroncato nella repressione la vita di un popolo.
Alle volte celebrando la nazione o la propria stirpe, altre volte emarginando altri paesi e umiliando i loro popoli; in entrambi oltre ogni limite del ragionevole umano. O almeno così sembra agli sconfitti e ai soggiogati. Chi vince infatti, trova mille giustificazioni persuasive e razionali, subito, e anche per i posteri,  perchè solo i vincitori  possono scrivere la storia; i dominatori hanno prontamente lo storico panegirista  che monta sul loro carro; e costui altro non potrebbe  fare; perchè uno storico nelle file dei perdenti, cessa di essere uno storico, farebbe solo apologia;  è dai vincitori  (nel migliore dei casi) messo a tacere con i mezzi legali; cioè con le nuove leggi dei conquistatori.

Ma le cose stanno solo così? La supremazia del forte è l'origine di tutti i mali? Non sembra proprio, anche se è amaro dirlo, perchè  altri popoli o per scelta o perchè lontani senza contatti, pur vivendo in pace, quindi non coinvolti, non si sono nè evoluti nè tanto meno hanno migliorato la loro esistenza. Forse per questo che Anthony Burgess scrisse "la guerra è il sistema più spiccio per trasmettere una cultura".   E quello che viene dopo?  Qui rispose già Livio tanti secoli fa: "La guerra nutre se stessa", ma dimenticò anche lui di scrivere e aggiungere "....fino a un certo punto" (un olocausto planetario atomico non lo avrebbe mai potuto immaginare).

Ritorniamo dunque ai grandi problemi della filosofia, a questa grande pianta quasi sconosciuta che produce quei semi ricordati sopra che germogliano spesso nei piccoli  interstizi delle società,  mettono le radici in un modo quasi occulto, poi un mattino causano le prime crepe in quel grande edificio che è la collettività; se non fermate in tempo lo fanno crollare (di questi casi, in questo secolo breve, ne abbiamo visti molti).  Si mettono confini e sono stravolti; si erigono muri e sono sbriciolati; si fa la morale  e viene ignorata; si insegna a un popolo ad attaccare e poi, si accorge il tribuno di turno,  che quel popolo che ha allevato non è nemmeno in grado di difendersi, o peggio, se lo ritrova nemico proprio quando credeva di averlo plagiato con i suoi discorsi demagogici o sottomesso con il terrore, con una ideologia, o con la più puerile retorica. Molti fanno grossolani errori, perchè non solo non conoscono la società degli uomini, ma non conoscono nemmeno la complessa e organizzata società delle formiche; i primi quasi più irrazionali delle seconde.

Ogni filosofia affronta alcuni di questi grandissimi problemi "costanti".

Problema teologico: si occupa della "realtà" Dio, dei rapporti tra le varie religioni e la filosofia, di tutte le conseguenze del problema che interessano la morale e la conoscenza.

Problema metafisico: il nome deriva dalla collocazione che le relative opere di Aristotele assunsero rispetto ai volumi dedicati alla fisica: "metà tafysika" ossia "dopo la fisica". Di qui, il nome è passato a indicare il problema filosofico che si occupa delle realtà ultraterrene.

Problema gnoseologico: (o problema della conoscenza): riguarda la possibilità e i procedimenti (logica) della mente umana di conoscere la realtà in modo certo e valido.

Problema etico (o problema morale): riguarda l'applicazione dei principi e dei valori assoluti scoperti dalla filosofia alla vita pratica dell'uomo. Specificazioni ulteriori del problema etico possono considerarsi il problema della politica , dell'economia, del diritto ecc.

Problema estetico: è il problema del "bello" artistico, ossia del criterio in base al quale l'arte si può definire tale, da una parte, e possa venire assunta dall'altra anche come mezzo di conoscenza intuitiva.

Problema psicologico:  riguarda la psiche, ossia l'animo umano nell'accezione più larga del termine. Comprende quindi anche l'analisi dei procedimenti medianti i quali si realizza il rapporto tra l'uomo e il mondo esteriore.

Problema cosmologico: riguarda la discussione ormai sempre più fondata sui dati ricavati da altre scienze, sulla natura e l'origine del mondo.

Problema epistemologico: riguarda la catalogazione delle varie scienze nell'ambito di un "sistema" filosofico.


IN SINTESI TRE
SONO LE CARATTERISTICHE FONDAMENTALI DELLA FILOSOFIA:


* Tende a spiegare razionalmente l'intero mondo fisico, biologico e psicologico: ossia la realtà esterna della Natura, dei viventi, e quella interna dell'uomo, la sua coscienza e la sua volontà.
* Esige che tale spiegazione razionale abbia come base la conoscenza dei "fini ultimi", dei "valori assoluti" che danno ordine e scopo a ogni realtà.
* Ed esige inoltre che tale visione del mondo secondo i valori assoluti non sia fine a se stessa, ma valga per l'esistenza pratica, incida nella vita di ogni giorno, così da portare l'uomo a una vita libera dalla falsità, dal male, dall'ignoranza, insomma da tutti gli aspetti negativi dell'esistenza.

Nel periodo dei sette savi (o dei saggi) dell'antichità,  abbiamo terminato con TALETE.  Ed è proprio con lui che nasce da un seme la prima piccola radice  della conoscenza filosofica o scientifica.  Siamo nel 624-546 a.C.  quando il pensiero umano dei saggi si sta sforzando di stabilire un ordine tra le rappresentazioni disordinate e confuse, riducendole ad un principio unitario. 
Sono i primi filosofi della Grecia del VI secolo, detti IONICI perchè fioriti nelle colonie ioniche dell'Asia Minore, e NATURALISTI, perchè assunsero un elemento della natura a spiegazione della natura tutta.

L'origine di tutte le cose è per TALETE  di Mileto l'acqua, per ANASSIMANDRO di Mileto (611-547 a.C.) una sostanza indeterminata detta "aperion" (l'illimitato - mescolanza  originaria, eterna e infinita di tutte le cose), per ANASSIMENE di Mileto (586-528 a.C.) è l'aria.
Ad Anassimandro la tradizione attribuisce il primo modello geometrico dell'universo (che resisterà oltre 2000 anni): la Terra (di cui disegnò anche la prima carta) è un cilindro che occupa il centro comune di più cerchi, su cui si trovano, rispettivamente, le stelle, i pianeti la Luna e il Sole.

Nella ricerca di questo principio unificatore della realtà, il pensiero è già in atto, quantunque esso non riconosca se stesso nell'opera di unificazione. Comune a questi pensatori, dunque è la ricerca "naturalistica", volta cioè a individuare il primo principio di tutte le cose.
Tra la scuola ionica  (vi rappresenta il vertice) e quella successiva eleatica  (ne è dunque l'iniziatore anche se non è lui il fondatore)  troviamo ERACLITO (550-480 a. C.)  pensatore stravagante, enigmatico e oscuro per lo stile e il contenuto spesso ambigui e paradossali.  Indica subito che il  problema centrale di tutta la  speculazione filosofica é il "continuo divenire di tutte le cose", e spiega questo divenire mediante i contrari, la cui armonia o sintesi  presuppone un meccanismo a livello superiore. Nega la realtà riducendola  a semplice apparenza.  Accenna alla figura di un dio, a una legge divina, "unica legge, di cui si nutrono tutte le leggi umane" (frammento 114), ma lo indica astrattamente:  "il dio , come il fuoco, è giorno e notte, inverno estate, guerra e pace, sazietà e fame, e si altera come il fuoco" (fr. 67). E  non risparmia le sue frecciate polemiche ai riti assurdi della religione greca tradizionale e alle superstiziose preghiere che il volgo rivolge alle statue di marmo, nella totale ignoranza di quale sia la vera natura degli dei (fr.5).

ERACLITO è il filosofo del "tutto scorre" (panta rhèi); "non potrai bagnarti due volte nelle acque dello stesso fiume".
Ed è il filosofo che influenzò più tardi Aristotele (con uno degli ultimi eleatici, Cratilo); ma anche dopo duemila anni, in piena età moderna troviamo Hegel che lo considerò iniziatore della dialettica oggettiva, e si spingerà il filosofo tedesco ad affermare: "Non c'è preposizione di Eraclito che io non abbia accolto nella mia logica". Nieztsche non lo ignora, anzi si sbarazza di molta "zavorra" che si è accumulata in due millenni e più, e riparte da lui;  vide in Eraclito  l'espressione dell'innocenza dionisiaca del mondo, al di là del bene e del male e prima della degenerazione moralistica socratico-platonica.

Dunque, di quella unificazione tentata dalla scuola Ionica, Eraclito accetta qualcosa ma  lascia sussistere la molteplicità,  anzi intende dar ragione della molteplicità delle cose. Ma negando la realtà sorge allora il sospetto che la molteplicità, come tale, non esista, e sia soltanto un'illusione dei sensi, che la ragione umana deve dissipare, rivelando l'unità dell'essere. Questi sospetti s'insinuano in altri filosofi, e i dubbi (o le ambiguità eraclitee)  diventano un sistema filosofico nella Scuola di Elea (detta eleatica) fondata da SENOFANE di Colofone (560?-445?), che comincia con l'applicare il principio dell'unità nella critica della superstizione. Poichè la molteplicità è illusione dei sensi e gli dei sono molti, egli nega gli dei.  "Dio è uno solo, non simile agli uomini nè in figura nè in pensiero". Bandisce la concezione antropomorfica degli dei, origine del politeismo;  "gli Etiopi li rappresentano  neri e camusi, i Traci con gli occhi azzurri e le chiome fulve; e se i buoi e i cavalli sapessero dipingere, i loro dei se li rappresenterebbero sotto forma di cavalli e di buoi". 
Di Eraclito parleremo ancora nella correnti naturalistiche in antitesi a quelle eleatiche, ma prima ci dobbiamo soffermare a un altro eleatico.

Compare un singolare discepolo di Senofane (non sappiamo ancora oggi chi poi dei due abbia influenzato l'altro). E'  PARMENIDE di Elea (n. 540?-a.C. secondo Laerzio, tra il 510-515 secondo Apollodoro). La sua influenza sul pensiero greco fu immensa con il suo enigmatico (e inventore) dell' "È". Pessimistico per alcuni, ottimistico per altri. Resta il fatto che il sapere universale rivelato dalla dea al filosofo (che va a complicare ancora di più le cose) si compone di due "vie" o modi di ricerca nettamente distinti e contrapposti. Un bivio formato dalla via "che è e che non è possibile non sia" (la via della verità) e dalla via "che non è e che è necessario non sia".  Parmenide  estende la dottrina di Senofane dal campo religioso ad ogni ramo della conoscenza e, negando il divenire e la molteplicità, prodotti dalla conoscenza sensibile e dell'opinione volgare, lascia sussistere la sola realtà dell'Essere uno, immutabile, eterno. "Il non essere non può nè essere conosciuto nè espresso; non si può far altro che porre l'essere e dire: è".

A dare manforte a Parmenide, giunge un suo allievo: il dialettico ZENONE di Elea (n.490-480 ?) dimostrando che l'uomo volgare,  crede alla moltiplicità, alla divisibilità e al movimento delle cose, e si raggira tra mille contraddizioni ed assurdi. I celebri sofismi di Zenone hanno appunto lo scopo di dimostrare le assurdità a cui conduce la credenza comune. Per esempio a chi sostiene l'esistenza del movimento egli oppone il sofisma della freccia: una freccia che vola, non si muove nel luogo dove si trova, nè sul luogo dove non si trova e, quindi mentre sembra che si muova, è ferma nei vari punti della sua traiettoria. Zenone intende dare un'immagine del tempo come un insieme di infiniti istanti, in ognuno dei quali la freccia è ferma anche se noi la vediamo  in volo. Altrettanto famoso quello di Achille e la tartaruga. Del resto i paradossi zenoniani con la loro struttura logica sono stati sempre oggetto di un intenso lavoro di interpretazione, studiati e confutati da Aristotile in poi.

Resta comunque il fatto che la scuola di Elea rappresenta un progresso su quella ionica, in quanto addita nella conoscenza razionale il principio unificatore del reale: ma rende vana quest'opera di unificazione, quando sopprime quella varietà del reale che è indispensabile all'atto unificatore.

Posteriori agli Ionici, all'incirca contemporaneo degli Eleati, troviamo il leggendario PITAGORA di Samo (590-490 a.C.). Leggendario per la sua scienza della matematica e della metempsicosi. Ma entrambi le due discipline, compreso il famoso teorema,  erano già note agli antichi babilonesi (di sicuro in Cina, vedi la Storia dei i -Ching - vi scopriamo singolare analogie). E sappiamo oggi che Pitagora viaggiò molto, proprio in Egitto e a Babilonia, venne insomma a contatto con gli orientali. Più scienziato che filosofo, indubbiamente fu molto attratto dai risultati già millenari ottenuti dai due antichi popoli (anche se in Egitto la matematica era del tutto sconosciuta; in duemila non avevano ancora scoperto un sistema per fare una semplice divisione, nemmeno con il 3).  Per quanto riguarda invece sul territorio mesopotamico (che -strano- non era poi così distante dall'Egitto)  la matematica, con le numerpse tavolette dei "compiti in classe" degli studenti ritrovate a Ur e a Ebla, (vedi immagine - sono al British Museum) abbiamo le testimonianze che questa scienza era conosciuta, trattata e perfino insegnata nelle scuole, già 1200 anni prima di Pitagora,  e  possiamo benissimo anche desumere che alla sua epoca questa scienza si era evoluta rispetto alle tavolette rinvenute solo pochi anni fa.
(la notazione posizionale era conosciuta fin dal 2400 a.C.).

Ritornando alla filosofia, Pitagora ricerca, come gli ionici, un elemento unificatore delle cose e lo ritrova in un principio ideale che non sopprime, come quello degli eleati, la varietà del reale, ma lo armonizza: questo elemento è il numero. Interprete dello spirito ellenico, egli vede avverarsi ovunque nell'universo la legge della proporzione numerica, la quale vige nell'accordo delle note musicali, nella composizione dei corpi, nell'equilibrio delle funzioni spirituali proprio dell'uomo virtuoso, nella suprema armonia cosmica. Con tale concezione Pitagora porge ai filosofi di tutti i tempi motivo d'infinite applicazioni (ma anche molto interrogativi, che non hanno ancora una risposta).

Quale straordinaria felicità - comunque- e nello stesso tempo sgomento deve  aver provato Pitagora quando scoprì quelle semplici leggi, che in qualsiasi modo applicate fornivano sempre gli stessi risultati (anche se sappiamo non proprio esatte - ancora oggi discutibili - leggi Geymonat, Storia del pensiero filosofico e scientifico. Capitolo, "I numeri principio della realtà") che in quanto a originalità in Pitagora c'era molto poco. Certamente la dimostrazione riferita negli Elementi  di Euclide non fu fatta da Pitagora (che non lasciò scritto nulla); ma anche  in quella uscita dalla sua Scuola non vi era molta chiarezza sulla "discontinuità", c'era semmai il più astruso "labirinto" della ragione. Infatti, il rapporto tra continuo e discontinuo resterà, per tutta la storia del pensiero umano, un problema molto difficile e molto dibattuto. I pitagorici non s'inoltrarono nel "labirinto", e i successivi scienziati non trovarono altra via se non quella di scindere completamente la geometria dall'aritmetica, interpretando la prima come studio del continuo e la seconda come studio del discontinuo. La "svolta" che poi avvenne con il cristianesimo bloccò definitivamente questa speculazione sul "dualismo"  che tornerà con le violenti "dispute" dialettiche a partire dal XVII secolo, da Cartesio e Leibniz in poi. Il colpo di grazia venne dopo, nel 1847 con  Boole, quando affermò, con audacia, che i simboli matematici riferiti a numeri e grandezze  erano "una circostanza accidentale" e rivendicava una libertà di interpretazione e di "manovra", ma della quale a ben vedere, soltanto più tardi, se ne è fatto un uso effettivo e sistematico.

 L'irriducibile e ostinata lotta di Leibniz (implacabile sulle sue Epistole) sul dualismo cartesiano complicò ancora di più lo sforzo per uscire da dentro  quel labirinto in cui si era cacciato Pitagora, la sua scuola e tutti gli altri che seguirono.
E mai più pensava Leibniz, proprio lui, inventandosi la numerazione binaria  di avere sancito e firmato (o riscoperto - vedi I-Ching) con il suo sistema la più importante convenzione oggi adottata dai computer che è basata su un naturale stato o principio: quello di dualità. Quasi una beffa del destino!

Ma torniamo a Pitagora che  fra l'altro non ignora un altro problema: quello del dolore. Cerca anche qui la soluzione con la dottrina della metepsicosi fondando a Crotone una specie di setta religiosa  la cui dottrina (indubbiamente ispirata all'orfismo, di certo a quella indiana) sosteneva  la trasmigrazione delle anime, costrette a incarnarsi in successive "carceri" corporee, umani e bestiali, a causa di una colpa originaria (creando un bel precedente) da espiarsi sino alla finale purificazione. In parallelo (e questa è una sua concezione, una sua tesi che nessuna religione allora  menzionava) indica la scienza come strumento di purificazione. In che cosa consistesse tale scienza e questa purificazione non è stato da lui nè dalla sua scuola mai definito. Forse per Pitagora quella gioia e quello sgomento che abbiamo già sopra menzionato, fungeva da purificazione. Una gioia gratificante che provò dunque solo lui. 
Non ci lasciò scritto nulla. Quello che gli viene attribuito sono presumibilmente falsificazioni dell'inizio dell'era cristiana. E sono solo fantasiose elaborazioni di parte. Ma visto che c'erano alcune concezioni sull'anima e sulla sua sorte, solo parte di queste idee si mutuarono, mentre su tutto il resto si calò un sipario "nero".

Lasciamo ora queste due scuole; l'eleatica con la sua tesi, e le correnti naturalistiche con  le loro antitesi che con maggior vigore  riaffermano il movimento, la molteplicità, il divenire degli elementi, e stanno rivolgendosi non solo alla natura, ma anche alla politica, alla religione, alla scienza e alla educazione, e ritorniamo ad alcuni primi filosofi (o saggi) di questo primo periodo.

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