ARISTOTELE
La Vita, la Politica, l'Etica

testi di Diego Fusaro


Aristotele nacque a Stagira, una cittadina della penisola Calcidica nel nord della Grecia nel 384 a. c. Il padre Nicomaco era medico presso la corte del re dei macedoni Aminta, ma morì quando Aristotele era ancora giovane. Egli fu quindi allevato da un parente più anziano, di nome Prosseno.
Nel 367, all'età di 17 anni, andò ad Atene al fine di entrare a far parte dell'Accademia di Platone, che si trovava all'epoca a Siracusa. Vi rimase per ben 20 anni svolgendo un'attività di insegnamento, sino alla morte di Platone che fu nel 347-348: in realtà se ne sarebbe già andato prima in quanto aveva idee divergenti da quelle del maestro, ma si trattenne fino alla sua morte per il rispetto che aveva nei confronti di Platone. Si allontanò dall'Accademia proprio quando era subentrato Speusippo e tra i motivi del suo allontanamento possiamo annoverare la crescente ostilità che si era venuta a creare ad Atene verso il re macedone Filippo, il quale nel 348 si era impadronito di Olinto nel nord della Grecia.

Nel 347 si recò da Ermia, tiranno di Atarneo, che nutriva simpatie per la filosofia platonica e aveva messo a disposizione degli accademici una sede ad Asso,nella Troade, una zona dell'Asia minore. Qui si stabilì Aristotele e poi nel 345 a Militene, sull'isola di Lesbo. In questo periodo egli sposò Pizia, nipote di Ermia, dalla quale ebbe 2 figli, Pizia e Nicomano, entrò in rapporto con Teofrasto, che divenne suo discepolo, e intraprese ricerche biologiche sugli animali. Nel 343 Filippo lo invitò a corte in veste di precettore di Alessandro. Qui rimase a lungo finchè Filippo non fu assassinato da Pausania nel 336 e Alessandro gli succedette al trono.
Nel 335 Aristotele fece il suo rientro ad Atene con Teofrasto e svolse attività di ricerca e di insegnamento nel Liceo, un ginnasio vicino al tempio di Apollo Liceo (originariamente fu chiamato "peripato", passeggiata e luogo di discussione), raccogliendo intorno a sè amici e scolari. Nel 323 però, morto Alessandro in Oriente, prese il sopravvento in Atene la corrente anti-macedone capeggiata da Iperide. La tradizione vuole che Aristotele, accusato di empietà a causa dei suoi difficili rapporti con la monarchia macedone, abbia allora pronunciato la celebre frase: " Non voglio che gli Ateniesi commettano un secondo crimine contro la filosofia ", alludendo alle vicende di Socrate. Di fatto egli si allontanò da Atene e si ritirò a Calcide, sull'isola di Eubea, dove la famiglia di sua madre aveva possedimenti: qui morì intorno a 62 anni nel 322 a. c. Nominò suo esecutore testamentario Antipatro, che proprio nel 322 ristabiliva il dominio macedone sulla Grecia e su Atene, e lasciò Teofrasto a capo della scuola.

Dunque Aristotele vive una generazione dopo rispetto al maestro Platone. Proprio rispetto a Platone ha origini sociali e geografiche differenti: abbiamo detto che non era di Atene e questo aspetto contribuì al fatto che Aristotele desse meno peso alla politica rispetto a Platone, che si sentiva pienamente cittadino della polis. Senz'altro a far sì che desse poco peso alla politica fu anche il fatto che all'epoca la polis stava attraversando un periodo di profonda crisi: infatti nella seconda metà del quarto secolo subentrò il regno macedone (ricordiamoci che il padre di Aristotele fu medico di Filippo e Aristotele stesso fu precettore di Alessandro Magno). Tuttavia quando si dedica alla politica, Aristotele risulta essere ancora molto legato al concetto di polis. Senz'altro Aristotele è influenzato dall'Accademia dove era stato per molto tempo, sebbene non condividesse pienamente le ideologie (dirà " amicus Plato, sed magis amica veritas ": egli era molto legato alla figura del suo maestro, ma tuttavia era più attratto dalla verità).

Atene si trova in un momento difficile dove si alternano al potere il partito macedone (al quale Aristotele era vicino) e quello anti-macedone, il cui più grande e accanito sostenitore era l'oratore Demostene. Risulta particolarmente importante l'esperienza a Militene: qui, come detto, si dedicò insieme a Teofrasto a ricerche in ambito biologico e tutte strettamente legate al mondo terreno: si dice spesso che Aristotele sia partito come platonico (seguendo la dottrina delle idee) ma che poi habbia dato una svolta alle sue indagini orientandole sempre di più verso il mondo terreno. Non a caso nella celebre "Scuola d'Atene" di Raffaello, Platone (ormai vecchio) è raffigurato con il dito teso verso l'alto e verso il mondo delle idee, mentre Aristotele è raffigurato con la mano aperta e tesa verso la terra, verso il mondo terreno.



E' a lungo prevalsa l'idea che Aristotele segua uno schema: si è infatti sempre pensato che le opere legate alla ricerca empirica dovessero essere state scritte nella fase della vecchiaia, quando Aristotele si era ormai definitivamente allontanato dal maestro Platone e dalle sue dottrine incentrate sul mondo intellegibile. E' invece assai probabile che le opere di ricerca empirica siano state elaborate durante il soggiorno sull'isola di Militene, tra il primo ed il secondo soggiorno ad Atene. Se non risalgono esattamente a quel periodo, appare comunque evidente che risentano di tale esperienza: sono opere piene di osservazioni della vita marina tipica dell'isola. Gli uomini del 500 - 600 che polemizzarono avevano di Aristotele l'idea di un pensiero astratto e, potremmo dire, "libresco": Galileo stesso contrapporrà la lettura del libro della natura a quella dei libri cartacei che gli aristotelici leggevano. In realtà è una polemica non corretta: è sì vero che gli aristotelici erano come Galileo li definiva, ma è altrettanto vero che Aristotele non era così ! Quello di Aristotele non era poi un pensiero così sistematico ( spesso lo si è contrapposto a Platone stesso, che sondava le stesse cose da più punti di vista) e rigido: non è affatto vero che non guardasse al mondo ma solo ai libri. Senz'altro i libri gli piacevano e lo affascinavano, ma comunque le opere biologiche rivelano che faceva osservazioni dirette, specialmente a Militene: si recava spesso sulla spiaggia e nelle reti dei pescatori trovava interessante materiale di osservazione; amava anche andare ad osservare dai pastori. I dati di fatto li esaminava, ma chiedeva anche il parere agli esperti in materia (pescatori, pastori): era un uomo molto attento alla realtà. Per esempio scoprì che i cetacei non sono pesci, riuscì a scovare gli organi genitali dei polpi (che si trovano sul collo) e osservò lo sviluppo dell'embrione del pollo prendendo e aprendo uova fecondate.

Mentre Platone ha composto un solo dialogo dedicato al mondo empirico (il " Timeo "), Aristotele ha dedicato più della metà delle sue opere a questo mondo. A differenza del maestro (che riteneva che il nostro non fosse il vero mondo), Aristotele era convinto che l'unico mondo esistente fosse il nostro. Va poi detto che gran parte dei concetti aristotelici sono di derivazione biologica ed è interessante come dalla biologia derivino concetti filosofici. Platone svolgeva la duplice attività di maestro e di conferenziere, di Aristotele possediamo tutto ciò che ha scritto, ma il problema è che le cose più importanti non le ha messe per iscritto: come il suo maestro ha scritto per la pubblicazione: scriveva molto bene, ma probabilmente non come Platone. Dai dialoghi composti per la pubblicazione emerge che le sue posizioni non si distinguevano molto da quelle di Platone (può benissimo darsi che siano composizioni che risalgono ad un periodo in cui non si era ancora allontanato da quelle idee): in una di queste opere troviamo di un tale che si reca da un oracolo per chiedere se tornerà mai in patria. Nonostante l'oracolo gli avesse detto che sarebbe tornato in patria, egli morì: probabilmente la patria alla quale si fa qui riferimente non è nient'altro che l'iperuranio platonico.

Prendiamo ora in considerazione un'altra opera, il "Protrettico", che potremmo definire "invito alla filosofia" ( funzione che lo scritto già rivestiva in Platone): si tratta di un invito rivolto al re di Cipro a dedicarsi alla filosofia tramite un ragionamento "sofistico" e dialettico: la domanda che Aristotele pone è se si deve filosofare o no. Se non si deve filosofare si dirà che la filosofia è dannosa, spregevole. . . insomma si motiverà il perchè non bisogna filosofare: ma così facendo si filosofa, si fa un ragionamento filosofico. Sembra un'argomentazione sofistica ma non lo è in verità: una filosofia che fa prevalere gli aspetti irrazionali nella realtà lo fa tramite la razionalità (è il caso di Schopenaur o di Niezsche). Comunque questi dialoghi per la pubblicazione li possediamo solo per frammenti. Probabilmente andò così: Aristotele, come Platone, insegnava a scuola e scriveva, però a differenza del maestro il lavoro scolastico lo metteva per iscritto: quindi accanto agli scritti finalizzati alla pubblicazione vi erano gli appunti per le lezioni. Gli appunti erano più che altro uno schema da seguire e ci doveva comunque essere una componente di oralità. Questo ci aiuta a comprendere perchè fossero così schematici e disordinati. Oltre agli appunti che si tracciava Aristotele, vi erano anche quelli che prendevano i suoi alunni mentre lui spiegava: chiaramente anche questi hanno uno stile ben differente da quello usato nei testi da pubblicare.

E' proprio negli appunti che troviamo il vero Aristotele. Alla sua morte, i due gruppi di opere ebbero destini differenti: 1) quelle rivolte verso la scuola e sotto forma di appunti (dette ESOTERICHE o ACROMATICHE) finirono per cadere in disuso per via della loro "pesantezza" stilistica: l'aggettivo "esoterico" ha a che fare con il mistero 2)quelle finalizzate alla pubblicazione (ESSOTERICHE), fluide e scorrevoli proprio perchè dovevano essere pubblicate, ebbero enorme successo: quelle esoteriche, come detto, erano troppo pesanti e ridondanti (nelle due "Etiche" 3 dei libri sono identici !!! E nella "Metafisica" riprende cose già dette) e finirono per andare perdute. Nella metà del primo secolo Andronico di Rodi ritrovò gli scritti esoterici andati perduti: li ripulì e cercò di tirare fuori un'edizione, riordinando il tutto. I criteri per riordinare delle opere sono parecchi ed uno dei più usati è senz'altro quello cronologico, che è neutro e nello stesso tempo coglie l'autore nel suo svilupparsi e perfezionarsi. Ma Andronico preferì riordinare per argomenti, raggruppando tutti i libri che trattavano un determinato argomento insieme: logica, fisica, etica. Tutto questo ebbe due conseguenze: a) A sparire furono le opere essoteriche (quelle volte alla pubblicazione), in quanto si capì subito che il vero Aristotele era quello degli appunti scolastici. b) Ancora oggi abbiamo l'ordine che fu assegnato da Andronico e non quello effettivamente assegnato da Aristotele: non bisogna farsi ingannare, in quanto Aristotele ha scritto opere singole: non possiamo sapere se quello di Andronico fu realmente l'ordine che diede Aristotele (è molto imbrobabile). Di conseguenza la sistematicità di cui lo si accusava gli derivava da Andronico: infatti Aristotele era aperto e desideroso di confrontarsi con predecessori e contemporanei.

L'intero "corpus" aristotelico è strutturato secondo l'andamento dato: 1) Logica (che Aristotele non chiamava però così: lui inventò la logica ma non la parola; la chiamava "analitica": si tratta degli aspetti formali dei ragionamenti): i tanti scritti di logica vengono definiti "organon" (strumento della conoscenza): nella sua classificazione delle scienze, Aristotele non inserisce la logica perchè non ha contenuti: il contenuto della logica è la sua forma stessa. Le due categorie di conoscenza erano la FISICA (in quanto ci sono corpi che cadono: comprendeva anche la biologia) e l'ETICA (intesa in senso lato: politica).
Questa è dunque la tripartizione classica, ma nella logica ci sono anche la retorica e la politica, ma è sotto il nome di "Metafisica" (ciò che sta al di là della dimensione fisica) che si trovano gli scritti più importanti: Aristotele la chiamava Filosofia prima. Perchè si chiamava metafisica ? Inizialmente la filosofia prima venne chiamata metafisica perchè Andronico collocò i trattati di filosofia prima dopo i trattati di fisica: "metà" in greco, seguito dall'accusativo, significa "dopo" e quindi "metà tà fusicà" significava ciò che stava dopo le cose fisiche. Da allora nasce quest'idea della metafisica, prima con valenza editoriale, dopo con il significato vero e proprio: le cose al di là del mondo fisico.

Qui emergono diversi concetti che però Aristotele elaborava "fisicamente": a confermare questa tesi è il fatto che raccogliesse pareri qua e là, oppure che varò la costituzione per gli Ateniesi (egli raccolse 158 costituzioni per avere materiale su cui ragionare per la sua politica: tra l'altro un secolo fa in Egitto questa costituzione ateniese di Aristotele fu ritrovata in un papiro ): non si deve poi scordare la "historia animalium" (che non è una storia, bensì una descrizione particolareggiata degli animali), che potremmo catalogare come opera zoologica: Aristotele per creare quest'opera aveva raccolto diverse esperienze (l'amico Teofrasto, invece, si occupò di botanica). Nella "Metafisica" Aristotele argomenta che l'uomo per sua inclinazione naturale aspira alla conoscenza e traccia dunque una scala gerarchica della conoscenza (un pò come aveva fatto Platone ): man mano che si sale ogni gradino è caratterizzato da un approfondimento rispetto al precedente. Al gradino più basso troviamo:
1) la SENSAZIONE: ricordiamoci che Aristotele ha della conoscenza una concezione empiristica: la mente umana prima delle sensazioni è una "tabula rasa" (una tavola incerata schiacciata e rinnovata): prima dell'esperienza sensuale non c'è nulla (a differenza di quanto diceva Platone, che era un innatista); in Aristotele c'è un rifiuto radicale della concezione innatistica: la conoscenza ci deriva interamente dall'esperienza sensuale. Per Platone l'esperienza sensuale c'era, ma era una concausa: era infatti semplicemente un modo per realizzare la reminescenza.

L'opposizione Platone - Aristotele è davvero forte: ancora oggi c'è chi è innatista (e sostiene che nasciamo già con alcune cose nella testa) e chi è empirista (ed è del parere che la nostra mente è una tabula rasa). In realtà la filosofia successiva non sarà nient'altro che una variante di posizioni aristoteliche o platoniche. E' come se questi due grandi filosofi avessero tracciato i due modelli per filosofare. Le sensazioni sono quelle che l'uomo ha in comune con gli animali: per Aristotele ci sono due tipi diversi di anime: un tipo, più complesso, ed un altro, più semplice. L'anima dei vegetali, per esempio, non prova sensazioni, mentre quella dell'uomo e dell'animale prova sensazioni: è proprio il poter provare sensazioni che funge da punto di partenza per la conoscenza. Aristotele attribuisce grande importanza all'udito (organo con cui si possono ascoltare i discorsi: malgrado Aristotele sia più "libresco" di Platone, in lui non troveremo mai una polemica contro gli scritti: anzi, l'idea che per studiare ci si debba servire di libri è tipicamente aristotelica ) e questo significa che ai suoi tempi l'oralità era ancora importantissima. Però per Aristotele l'organo di gran lunga più importante era la vista perchè più di ogni altro consente di distinguere gli oggetti: non a caso conoscere significa proprio distinguere, definire: ad un livello empirico la prima separazione è la distinzione degli oggetti sensibili. Però il grosso limite della sensazione è che fa cogliere solo il fatto, il che (in greco l'"oti") e non il perchè (il "dioti"): per arrivare al perchè bisogna seguire un lungo percorso.

2) Al secondo gradino Aristotele mette la MEMORIA: l'intelligenza si può sviluppare se accanto alla sensazione c'è la memoria: gli animali non riescono a conservare la singola esperienza e così non hanno intelligenza. La memoria consiste proprio nel conservare le singole esperienze, nel ricordare le sensazioni.

3) Al terzo gradino Aristotele pone l'ESPERIENZA: essa non è la singola sensazione, bensì l'accumularsi di sensazioni grazie alla memoria: questa è l'esperienza: mettendo insieme una serie di casi singoli si riesce ad arrivare ad una prima forma di generalizzazione. Se si ha avuto a che fare con malattie e cure, si avrà una generalizzazione e si saprà come agire nel caso si ripresentino: mi sono accorto che una medicina giova ad una determinata persona, poi ad un'altra e poi ad un'altra ancora tutti accomunati dalla stessa malattia, anche somministrandola ad un'altra persona otterrò gli stessi risultati. Chi ha esperienza medica e ha visto che certe medicine hanno giovato a più persone con una stessa malattia è arrivato a dire che a chi ha tale malattia va somministrata tale medicina: questa però non è ancora la "scienza" vera e propria. Si ha una vera conoscenza quando si può dire che la determinata malattia va curata con una determinata medicina perchè va ad operare su determinate cose, organi. . .

Con la scienza si arriva al "dioti" puro; mentre con l'esperienza intuisco che una determinata medicina giova in certi casi, con la scienza riesco a fornire delle motivazioni: ad esempio, tramite la scienza so che l'aspirina ha un effetto anticoagulante e che di conseguenza posso prevenire e curare l'infarto: non dico più che in certi casi ha funzionato e che quindi anche qui deve funzionare, bensì che avendo un effetto anticoagulante curerà e gioverà a tutti coloro che han l'infarto. Si passa così dall'oti al dioti: quelle persone sono guarite perchè hanno quella determinata malattia e questa medicina la cura. Si passa quindi dal particolare all'universale: il vero passaggio è quando da un pò di casi riesco a cogliere il significato universale: non parlo più di individui che hanno certi sintomi etc. , ma, per esempio, di diabetici. Da una collezione di casi particolari raggiungo una concezione universale. La scienza grazie all'esperienza mi dice che le malattie circolatorie si curano con l'aspirina e di conseguenza quell'individuo che soffre di cuore deve essere curato con l'aspirina: con una serie di esperienze raggiungiamo la scienza. Aristotele, poi, afferma che coloro che sono esperti, che hanno acquisito tante esperienze, sono migliori rispetto a quelli che hanno studiato e sanno solo il dioti: affinchè la scienza entri in funzione le esperienze sono fondamentali: esse ci consentono di riportare i casi singoli a verità universali.

L'esperto ha solo la casistica, lo scienziato solo la scienza, la verità universale: nella pratica l'esperto va meglio fin tanto che lo scienziato non fa esperienze. Un medico che non abbia mai studiato medicina, ma che sia esperto (avendo già curato o operato) è di sicuro meglio di un medico che abbia studiato tutto ma che non abbia mai avuto esperienze di intervento. Il medico con scienza ed esperienza risulta a sua volta essere il migliore di tutti: l'esperienza è un insieme di casi da cui si possono trarre conclusioni generali operative: il buon medico deve sapere da casi particolari ricondursi a casi generali e viceversa. La "tekne" sembra essere molto vicina all'esperienza, ma in realtà comporta un coglimento della realtà universale, l'acquisizione del dioti e dell'oti. Da questi singoli casi si trae una verità di carattere generale: perchè in tutti quei casi va così? Nel caso della medicina parliamo di eziologia, perchè si usa una determinata cura: se si sa calare l'universale nel particolare è già una buona cosa: perchè se io ho un 'ottima conoscenza dell'universale (che ho ottenuto studiando sui libri), ma poi non so calarla nel particolare, la mia conoscenza è inutile. In realtà si dovrebbe parlare di scienza applicata, di "tekne".

Aristotele sulle scienze fa una classificazione generale:
1) le scienze applicabili (quelle che mi consentono di produrre qualcosa)
2) le scienze NON applicabili (quelle che non mi fanno produrre niente).
A proposito delle "teknai" Aristotele effettua una tripartizione: ci sono le tecniche a)necessarie b)utili c)piacevoli. Esaminiamo le distinzioni: la tecnica di procacciarsi il cibo è senz'altro necessaria: occorrono conoscenze applicative per sapersi procacciare il cibo (Ippocrate diceva che occorreva pure la conoscenza di come cucinarlo, e questa è una scienza utile, non fondamentale); come esempio di "tekne" piacevole possiamo portare l'arte culinaria, che mira solo a soddisfare e a dare piacere al palato. La tekne per Aristotele non rappresenta comunque il livello più alto del sapere perchè è subordinata in ogni caso a fini diversi della conoscenza: è dall'esperienza che si genera la tekne, ma l'esperienza non è ancora tekne pura: la tekne è infatti caratterizzata dall'avere come oggetto della propria conoscenza l'universale: la medicina raggiunge il livello di tecne (e non più di semplice esperienza) quando è in grado di conoscere che un determinato rimedio non guarisce solamente Socrate e Platone, bensì ogni persona affetta da una determinata malattia. Il che significa che quel rimedio è efficace nella totalità o universalità dei casi in cui c'è quella malattia. Anche chi ha fatto esperienza sa che quel determinato rimedio è stato efficace in una pluralità di casi, ma non sa perchè (ha l'oti, ma non il dioti).

Secondo Aristotele al di sopra delle tecniche si colloca una forma di conoscenza che ha di mira soltanto se stessa: il sapere per il sapere, ossia la conoscenza disinteressata, libera da vincoli, non subordinata a fini esterni ad essa. Questa è la "sophia", il sapere più sublime a cui mira la filosofia. Così Aristotele ha definitivamente staccato l'idea del sapere da come era in passato, dove il sapere veniva visto come legato e funzionale all'agire e al produrre. Per poter ricercare questo sapere disinteressato occorre quella che in greco era detta "scholè", ossia l "otium" latino, il tempo libero da ogni attività lavorativa o pubblica. Dunque se è vero che tutti gli uomini per inclinazione naturale aspirano al sapere, è altrettanto vero che solo i filosofi realizzano in senso pieno questo fine iscritto nella natura dell'uomo. Ma perchè questo sapere che in fondo non serve a nulla è la cosa più importante ? E' proprio il fatto di non servire a niente che lo innalza: una cosa che non serve è più nobile perchè non è legata al rapporto di servitù. Le sensazioni servono all'uomo e ne prova piacere: se per esempio avessimo la possibilità di conoscere la realtà senza vederla, non per questo vorremmo essere ciechi: nella vista consiste un piacere irrinunciabile.

Questo "esperimento mentale" conferma le tesi di Aristotele. Comunque Aristotele crea anche una scala di acquisizione cronologica di queste teknai: le scienze necessarie sono le prime che l'uomo deve acquisire, in quanto gli consentono la sopravvivenza, poi deve acquisire quelle utili, che gli offrono comodità non fondamentali, ma importanti, ed infine quelle piacevoli (ed inutili): possiamo riassumere così la scala di acquisizione cronologica:"primum vivere, deinde philosophare ": prima di tutto bisogna pensare alla vita (Aristotele si mostra ancoira una volta legato al mondo terreno). Il fatto che vengano acquisite per ultime, non significa che le scienze piacevoli valgano meno, anzi sono le più preziose in assoluto. Le prime scienze che acquisiamo sono le esperienze, ma le più importanti sono le scienze universali, che consentono una visione di insieme.

Come abbiamo detto, le conoscenze piacevoli si sviluppavano nella "scholè": per noi il non fare niente è un concetto negativo prima che sul piano morale-assiologico, su quello ontologico: nel non far niente vi è la mancanza di qualcosa. Per i Greci e per i Latini era diverso: la "scholè" era quella parte dell'esistenza in cui ci si dedicava all'attività studiosa. E' interessante come Aristotele insista su questa forma di studio disinteressato e affermi ripetutamente che questa sia la più nobile delle vite. Questo è dovuto a due fattori:
1) la mentalità greca generale (come quella Latina) era propensa ad esaltare l'ozio
2) tra Platone e Aristotele c'è una grande differenza: secondo Platone si deve arrivare alle conoscenze supreme, al mondo intellegibile; per Aristotele le conoscenze sono sensibili e presenti su questo mondo. Quando delineano il modello di vita da seguire, Platone traccia il percorso volto al raggiungimento del bene in sè (si vede comunque nel mito della caverna che i filosofi devono ritornare sulla terra a governare: il punto di arrivo è il re-filosofo); per Aristotele non è così: riconosce il modello dell'uomo cittadino, ma l'uomo più elevato sarà lo studioso, colui che si dedica all'otium e non al negotium: come mai ? Ricordiamoci che Aristotele vive dopo Platone, in un'epoca in cui la polis è in crisi (per Platone e Socrate era scontato che l'uomo ed il cittadino fossero un tutt'uno ): vi è un progressivo scollamento da Socrate in poi tra uomo e cittadino, che un tempo erano indivisibili: Socrate aveva voluto morire, mentre Platone si era reso conto che la politica fosse ingiusta e aveva spostato la figura del politico nel mondo ideale: Sofocle in persona aveva notato questo progressivo scollamento uomo-cittadino.

Per Aristotele non solo l'uomo può essere uomo senza essere necessariamente cittadino, ma anzi nella dimensione in cui non è cittadino è migliore: questa teoria avrà gran successo e prenderà piede (pensiamo agli epicurei ed al loro motto "lathe biosas", " vivi di nascosto ": l'uomo per essere felice deve vivere lontano dalla politica, in privato ). Quindi possiamo provare a tracciare una graduatoria del graduale staccamento uomo - cittadino: a) in Socrate c'è piena identificazione b) in Platone c'è sì identificazione, ma non in questo mondo (in quello delle idee) c) Aristotele apprezza la vita politica, ma non c'è più l'identificazione tra uomo e cittadino d) in Epicuro c'è un totale rifiuto della figura uomo-politico associata.
Va poi ricordato che Aristotele era uno straniero e non poteva svolgere vita politica: è quindi evidente che non si sentisse uomo-cittadino, ma tuttavia questo è l'aspetto meno imprtante che determinò lo scolllamento aristotelico tra uomo e cittadino. Dalla fine del quinto secolo fino al terzo si arriva ad un rifiuto della politica: la filosofia nasce quando le civiltà si sviluppano e un gruppo sociale ( i filosofi ) può vivere senza lavorare. Aristotele distingue due grandi classi di scienze: quelle che hanno come oggetto il necessario e quelle che hanno come oggetto il possibile.
Osserviamo qui sotto lo schema generale: Le prime sono dette scienze TEORETICHE e riguardano appunto ciò che è o ciò che avviene necessariamente sempre o per lo più (in greco "epì polù") nello stesso modo. Per necessario intendiamo ciò che non può essere o avvenire diversamente da come è o avviene. Si tratta dunque di domini di oggetti o eventi caratterizzati da una regolarità totale o con scarse eccezioni: la matematica rientra nelle teoretiche perchè 2 + 2 mi darà sempre 4 e non si può fare nulla se non indagare a fondo. Il mondo biologico rientra anch'esso nelle teoretiche ma nella "sezione" epì polù (per lo più ). L'epì polù lo possiamo definire come un surrogato delle scienze matematiche, che vanno sempre allo stesso modo: Aristotele studiò anche le generazioni e si accorse che non sempre riuscivano bene: gli individui di solito (per lo più) vengono in un modo, ma può succedere che vada diversamente e che abbia storpiature, deformità. Come nel caso delle generazioni, così anche nel mondo molti avvenimenti sono accidentali ma non sono studiabili perchè di essi non si può indicare il dioti (il perchè).

Il secondo ambito è invece costituito dalle scienze PRATICHE e POIETICHE: esse concernono ciò che può essere in un modo o nell'altro; questa è la caratteristica propria dell' azione e della produzione di oggetti: esse infatti possono avvenire o non avvenire, avvenire in un modo o in un altro. A loro volta azione (praxis, da qui pratiche) e produzione (da poieo, da qui poietiche) si distinguono per il fatto che l'azione ha il proprio fine in se stessa, ossia nell'esecuzione dell'azione stessa, mentre la produzione ha il suo fine fuori di sè, ossia nell'oggetto che essa produce. L'etica è una scienza pratica: il suo fine è in se stessa ed è il comportamento; la poesia è una scienza poietica perchè mi fa produrre poesie: il suo fine sta al di fuori di sè. Tuttavia Aristotele non ci parla molto delle poietiche perchè non lo interessavano molto: ricordiamoci che per lui la vita migliore è quella del filosofo, mentre quella dell'artigiano che produce non è valutata positivamente (come d'altronde non lo era in tutto il mondo greco). L'unica scienza poietica valida ed utile era per Aristotele la poesia, della quale ci parla ampiamente nella "Poietica", opera che però non ci è pervenuta interamente: pare che ce ne fosse un altro libro che non fu mai ritrovato e sulla cui ricerca ruota "Il nome della rosa" di Umberto Eco.
Per Aristotele il concetto di poietica era molto legato a quello di tragedia: la poietica infatti la si può estendere a qualsiasi forma di creazione artistica: è la conoscenza che genera qualcosa. A riguardo dell'opera d'arte e della tragedia erano già state formulate due importanti tesi: a) Gorgia, il cui giudizio era stato fortemente positivo: in assenza di un modello da imitare (per lui l'essere non esisteva e tutto era falso), l'artista è colui che crea nuovi mondi ed è tanto più bravo tanto più riesce ad ingannare gli spettatori. b) Platone, il cui giudizio non era certo stato positivo: per lui l'arte e la tragedia erano copie di copie, vale a dire copie del mondo sensibile che a sua volta è copia del mondo intellegibile. Si aggiungeva poi la crisi sul piano morale: l'arte fomenta e stimola la passioni inducendo i giovani (e non solo) ad avvicinarsi ad esse. Aristotele assume una nuova ed importantissima posizione: egli rivaluta l'arte (ed in particolare la tragedia) sia sotto il profilo ontologico sia sotto quello etico: sul iano ontologico Platone diceva che era imitazione di imitazione, Aristotele fa notare che la tragedia ha per lo più come argomento il mito, che racconta cose non vere: i prsonaggi sono dei "tipi umani". La tragedia, dice Aristotele, descrive il verosimile: non ci dice cosa ha fatto quella determinata persona in quel frangente, ma cosa farebbe qualsiasi persona in quel caso. Ci presenta non il vero ma il verosimile: questo per Aristotele è un elemento che conferisce un valore particolare: ricordiamoci che la vera scienza per Aristotele è scienza dell'universale e non il particolare: la tragedia ha quindi una valenza conoscitiva ed è molto migliore della storia: la storia infatti non mette mai di fronte all'universale, bensì racconta le gesta dei singoli: mi racconta casi particolari e non universali. La tragedia ha quindi una valenza filosofica perchè mi mette di fronte a casi universali. La tragedia è imitazione in forma drammatica e non narrativa di un'azione seria e compiuta in sè attraverso una serie di avvenimenti che suscitano pietà e terrore: il suo contenuto è un mito. Da qui in poi si rivaluterà completamente l'arte che Platone aveva disprezzato. Per dirla alla Platone, l'arte per Aristotele non imita il mondo sensibile, ma le idee stesse: imita infatti l'universale.

Esaminiamo ora l'aspetto etico-morale dell'arte: come Platone, così anche Aristotele sostiene la metriopazia ( il controllo, la misura delle passioni) e non l'apazia (la privazione delle passioni ): la valutazione della tragedia da parte di Aristotele è antitetica rispetto a Platone anche sul piano etico: Platone diceva che stimolava alle passioni e che quindi andava abolita, Aristotele introduce la KATARSI artistica: (parola che deriva dalla medicina, suo padre era medico, e risente del suo interesse biologico: katarsi significa "purga" e più in generale "purificazione": è il meccanismo con cui ci si purifica dalle sostanze dannose ): chiaramente è una metafora.
Ma che cosa intende Aristotele per purificazione ? Il passo in cui ci parla della katarsi è molto breve (ricordiamoci che erano appunti) complesso e quindi è difficile capire se intenda purificazione dAlle passioni o dElle passioni: Se fosse dAlle passioni, sembrerebbe che con la tragedia ci si libera dalle passioni, il che è una contraddizione; quindi Aristotele intendeva purificazione dElle passioni: nella tragedia infatti vengono messe in gioco passioni negative, spaventose: Platone le rifiutava totalmente perchè pensava che vedendole si stimolassero e nascessero in chi le vedeva; Aristotele, invece, scopre che vedere in scena certe passioni ha l'effetto di oggettivarle e di far sì che l'individuo possa riuscire a controllarle: ancora oggi gli psicologi mirano quando i pazienti sono afflitti da ansie a farle uscire, a tirarle fuori, a far prendere coscienza al paziente delle proprie ansie: il fatto di guardarle in faccia, a tu per tu, consente di controllarle e di razionalizzarle. Vedere sulla scena, in un situazione in cui si oggettiva e si vede con un certo distacco, permette di razionalizzare le passioni. Il processo della katarsi consente all'uomo di vivere meglio le passioni negative, il terrore inducendolo a guardarsene.

LA POLITICA e L'ETICA

Passiamo ora ad esaminare la politica e l'etica aristotelica, che stanno nelle scienze pratiche. La politica riguarda il comportamento della società, mentre l'etica quello del singolo. In Platone il cittadino e l'uomo erano ancora grosso modo un tutt'uno, ma con Aristotele la distinzione si accentua. Aristotele dedica un libro alla politica ("La politica"). Il punto di partenza è la frase famosa "l'uomo è per natura un animale politico"; Aristotele dice che non sono politici nè gli animali nè gli dei: solo l'uomo lo è.
Cosa significa quest'espressione ? Vuol dire sia che per natura è legato ad una vita comunitaria con gli altri sia che la forma tipica della vita sociale è la polis (termine dal quale deriva la parola politica). Aristotele come sappiamo ha vissuto rapporti stretti con la Macedonia: tuttavia la politica di Alessandro Magno ha poco a che fare con il pensiero di Aristotele: è legato all'idea che l'uomo è legato alla polis e Alessandro Magno è la negazione della polis. Aristotele innanzitutto fa notare una cosa: altri animali vivono in società, ma è un fatto istintivo: in loro manca l'aspetto organizzativo. Dire che l'uomo per natura è un animale politico significa anche implicitamente negare il cosiddetto "CONTRATTUALISMO", la tesi secondo la quale lo stato è un contratto, una convenzione fatta a tavolino dagli uomini, che si rendono conto che stare insieme è vantaggioso. Aristotele la pensa diversamente: è un'attitudine naturale; è vero che gli uomini si raggruppano anche per interesse, per trarre vantaggi: nessuno può fare tutto bene e da sè ed è meglio che ciascuno si specializzi in un'attività. Ma non è un processo convenzionale, bensì è spontaneo. Aristotele dice poi che il fatto di vivere insieme non è solo dettato da esigenze materiali: anche se l'uomo avesse tutto ciò di cui ha bisogno e fosse autonomo tenderebbe lo stesso a vivere insieme ad altri. Vi è una spontanea voglia di stare insieme. L'uomo tende quindi ad aggregarsi in modo naturale: i contrattualisti dicevano che ogni uomo era un atomo nella società. Il carattere naturale per Aristotele comporta il carattere gradualistico: vede nella polis l'ultima gradino dei processi aggregativi: prima c'è il villaggio, e prima ancora la famiglia, il nucleo naturale dei processi di aggregazione sociale, il cui culmine è nella polis.

Che la famiglia sia un'associazione naturale e precedente alla polis è un'affermazione importante perchè ha influenzato molto la dottrina cattolica sulla famiglia. La famiglia è la società naturale e primordiale: è nata prima e autonomamente e quindi ha dei suoi diritti. Quando Aristotele parla della famiglia la chiama OIKOS (casa): è interessante perchè la famiglia è il nucleo primario non solo sul piano degli affetti, ma anche sul piano economico: economia infatti significa regolamentazione dell'oikos. Quando Aristotele parla della famiglia cita 4 figure: padre, madre, figli e schiavi, che svolgevano attività agricole e di servizio per la casa. Anche nella famiglia si formano diversi rapporti di autorità: il padre (il pater familias latino) ha diversi rapporti di autorità sulla moglie, sui figli e sugli schiavi. Il rapporto nei confronti dei figli è temporaneo e dura finchè essi non crescono; il rapporto nei confronti degli schiavi è permanente. A noi pare sconcertante il concetto di schiavitù, ma Aristotele cerca di fornire argomentazioni valide: tuttavia, lui stesso si accorge di alcune contraddizioni. Lui dice che la schiavitù è un qualcosa di naturale e necessario (da notare che Aristotele tende molto di più di Platone ad accettare le cose come sono: non ci dice come Platone come dovrebbe essere il mondo, ma come è effettivamente); anche nello studio della politica Aristotele parte dai phainomena, dalle documentazioni storiche per poi fare confronti tra le varie forme di governo: raccolse tantissime costituzioni e fece le sue considerazioni. Come giustifica la schiavitù ? Dice che esistono individui per natura liberi ed altri per natura schiavi; l'argomentazione è fondata sulla capacità di deliberare, di ragionare; Aristotele dice che c'è una parte dell'umanità capace a mettere in pratica le sue capacità mentali (in potenza le abbiamo tutti, si tratta di farle passare in atto ) e una parte che non è capace: non sa fare scelte razionali.

Se è così, dice Aristotele, è meglio non solo per i padroni, ma anche per gli schiavi stessi essere schiavi (va ricordato che la schiavitù greca era molto meno pesante di quella romana): una persona incapace di governarsi autonomamente trae solo benefici dall'essere governata da qualcun altro. Aristotele arriva a definire lo schiavo STRUMENTO INANIMATO. Il vero problema è che in concreto non si diventa schiavi per il fatto che non si è in grado di pensare: si diventa schiavi con le guerre: chi perde diventa schiavo, chi vince diventa padrone. Ricordiamoci che Platone stesso aveva rischiato di diventare schiavo perchè era stato catturato dai pirati: certo Platone in quanto a pensare ne sapeva qualcosa. . . Aristotele se ne rende conto ma non trova altre via di uscita.

Aristotele è stato il fondatore della scienza economica: uno dei concetti fondamentali da lui elaborati è la concezione del denaro e delle sue funzioni. Per lui esistono due modi per usare il denaro, una legittima, l'altra no. L'economia è il governo della casa, il processo con cui si procurano i beni per far funzionare bene la casa. Naturalmente bisogna fare acquisti e scambi: c'è il baratto ma anche l'uso della moneta. Le idee di Aristotele sul denaro verranno addirittura riprese da Marx: l'uso del denaro è legittimo se viene usato per fare acquisti, ma diventa illegittimo se lo si usa non come mezzo ma come fine, quando cioè non lo uso più per fare acquisti ma per accumularlo: Aristotele quindi condanna l'accumulazione (in Greco "crematistikà"). E' un uso contro natura del denaro; questo concetto di secondo natura e contro natura è sempre presente in Aristotele. La natura del denaro, la sua essenza è quella di essere mezzo di scambio. E' una condanna ante litteram del capitalismo.

Passiamo all'analisi politica vera e propria: opera anche lui una catalogazione delle forme di governo. E' una catalogazione abbastanza simile a quella operata da Platone nel "Politico": la distinzione tra forme di governo negative e positive è data dal fatto che chi governa governi per l'interesse pubblico o personale. La monarchia è la forma di governo dove il singolo governa per il bene di tutti; la tirannide quella dove il singolo governa per il proprio bene. L'aristocrazia e l'oligarchia sono lo stesso e così anche la democrazia e la politeia. La democrazia è il governo dei molti: la collettività può governare negli interessi di tutti (politeia) o in quelli della maggioranza che governa (la democrazia). La politeia è la costituzione per eccellenza (secondo Aristotele); in realtà bisogna fare attenzione al fatto che Aristotele divida secondo due criteri politici: a) numerico: governano tanti, pochi. . . b) sociologico: la democrazia non è solo il governo dei più, ma anche il governo del demos (popolo): anche in Italiano l'espressione popolo ha duplice valenza: può essere governo della popolazione, ma anche governo del popolo inteso come parte inferiore della società. Condanna la democrazia perchè è il governo della maggioranza popolare, socialmente inferiore, che tende a governare per il proprio interesse, varando leggi a proprio interesse.

Per Aristotele la miglior forma di governo è la politeia, la democrazia positiva, quando i più governano bene. La politeia viene vista secondo un criterio quantitativo, ma anche secondo un criterio sociale: Aristotele dice che tutti accetteremmo che fosse uno solo a governare se egli avesse più virtù di tutti gli altri messi insieme: sarebbe il miglior governo, ma è puramente astratto. Nella politeia, per quanto la maggior parte delle persone abbia virtù mediocri, tutto sommato mettendole insieme qualcosa si ottiene: messi insieme non saranno gran chè, ma insieme riusciranno a far funzionare il governo. Sul piano della sociologia come si caratterizza la politeia ? Per il prevalere del ceto medio: la politeia è una democrazia moderata, del ceto medio. Il motivo principale è che è una società non polarizzata, dove non c'è netta distinzione tra ricchi e poveri: una società troppo polarizzata è instabile perchè in perenne conflitto. Quindi sarà una società più stabile; ma c'è poi un effetto paradossale: noi siamo abituati all'idea che una democrazia funziona tanto meglio quanto più è compartecipata: Aristotele fa un ragionamento opposto. In sostanza dice in maniera più realistica quanto Platone aveva detto nella " Repubblica ": il ceto medio non ha alcun interesse a governare (come i filosofi per Platone ); se diamo il potere al ceto medio, è presumibile che esso sarà poco attirato dal governo perchè ha una sua attività economica. Parteciperà moderatamente: Aristotele ha in mente una democrazia tranquilla.

Passiamo ora all'etica: primo concetto fondamentale è quello di felicità; l'etica di Aristotele è un'etica eudaimonistica (che mira alla felicità). Va però fatta una distinzione tra etica EUDAIMONISTICA ed EDONISTICA (che mira al piacere): Aristotele tende a descrivere come l'uomo si comporta e non come dovrebbe comportarsi. Dice che l'uomo mira alla felicità; l'etica edonistica è una variante dell'etica eudaimonistica. L'etica epicurea sarà edonistica: l'uomo cerca il piacere. Aristotele non nega che il piacere abbia la sua importanza; ma la felicità non è il piacere, è qualcosa di più ampio che contiene anche il piacere. L'etica di Aristotele è eudaimonistica ma non edonistica. Il ragionamento di Aristotele è questo: deve arrivare a capire quale è il fine ultimo dell'uomo. Quindi dice che bisogna distinguere i fini in sè ed i fini che mirano a realizzarne altri: è vero che ciascuno ha fini personali, ma in realtà il fine ultimo di tutti è la felicità: cosa vuoi fare ? voglio acquisire un titolo di studio. Ma non è un fine in se stesso: lo fai in funzione di qualcos'altro. Per svolgere una professione. Non è un fine ultimo: lo fai per fare qualcos'altro: per avere soldi. Ma coi soldi voglio andare in vacanza. Ma perchè vuoi andare in vacanza ? Per fare cose che mi piacciono. Perchè vuoi fare quelle cose ? Perchè così sono felice. La felicità è il fine ultimo dell'uomo. Il piacere non è il fine ultimo, ma accompagna e perfeziona ogni attività e sarà tanto migliore quanto migliore è l'attività che esso accompagna. La felicità non viene mai concepita come far niente: è sempre legata all'attività, sia fisica sia intellettiva: la felicità è l'atto di un'azione ben riuscita. Il piacere si accompagna a queste situazioni. Che cos'è la felicità per l'uomo ? La felicità deriva dall'esercizio di un'attività e visto che la specificità dell'uomo è la razionalità, si può dire che la felicità derivi dall'esercizio della ragione. Per gli animali in teoria non si può parlare di felicità, ma comunque la felicità di un cavallo, per esempio, è fare il cavallo. Lo stesso in un certo senso vale per l'uomo. E' meglio essere sani che malati, belli che brutti e così via, ma non è l'elemento centrale: l'elemento centrale è fare l'uomo, esecitare la ragione. Esercitare la ragione vorrà dire due cose distinte. Aristotele ha distinto ragione teoretica (quella che ci fa conoscere) da ragione pratica (quella in grado di goverrnare razionalmente il nostro comportamento ). Questa distinziona delle funzioni della ragione governa la distinzione delle due tipologie di VIRTU': la parola virtù va intesa in senso più generico da come siamo abituati: in Greco è "aretè" ed è l'eccellenza, ciò che fa sì che l'uomo sia veramente uomo, esercitando al meglio le facoltà che gli sono proprie. Ci sono le virtù etiche e le virtù dianoetiche, che riguardano la ragione, la virtù teoretica di per se stessa: le etiche riguardano l'uso della ragione volto a finalità pratiche, mentre le dianoetiche riguardano l'uso della ragione di per se stessa. Le etiche invece hanno a che fare con il costume, l'ethos (il mos latino). Sono legate a funzioni pratiche. Aristotele considera le virtù etiche come "habitus", la tendenza di fondo a comportarsi in un determinato modo. Nella fattispecie la virtù è habitus a comportarsi secondo la medietà: la mediocritas latina, la via di mezzo, l'evitare gli estremi. Aristotele in greco la chiama "MESOTES", la capacità a tenere il giusto mezzo. La virtù è quindi in generale la disposizione costante a cogliere la via di mezzo sempre. Cosa vuol dire ?

Ricordiamoci che quella aristotelica (come quella platonica) è l'etica della metriopazia, del controllo delle passioni. Rispetto ad ogni passioni bisogna evitare sia l'eccesso sia l'eliminazione. Per passione intendiamo quegli istinti naturali che la ragione deve saper controllare. Prendiamo come esempio la virtù del coraggio: consisterà in una habitus a mantenere il giusto mezzo di fronte ad una paura. Quale è il giusto mezzo ? Non la codardia, ma nemmeno la temerarietà. Consisterà in una medietà. La medietà di cui parla Aristotele è più qualitativa che quantitativa: l'esempio classico di Aristotele è quello della generosità: non si deve nè essere avari nè prodighi (lo dice anche Dante nel settimo canto dell'Inferno): la generosità consiste nel dare il giusto. Se essere prodighi vuol dire dare 10 denari ed essere avari vuol dire darne 2, non è che la generosità consista nel darne 6 (che è la media matematica): il giusto mezzo è qualcosa di molto più sfumato. Essere generosi vuol dire cogliere il giusto comportamento in ogni singola circostanza. Non è sempre la metà: a volte può essere di più, a volte meno. Chiaro che la generosoità per chi ha tanti soldi è diversa rispetto a chi ne ha pochi. Il problema è questo: l'habitus è innato o acquisito ? Don Abbondio avrebbe optato per la prima ipotesi: il coraggio se non lo si ha non può nascere da sè. Aristotele non sarebbe d'accordo: per lui infatti c'è il problema di un'apparenza di circolo vizioso che lui vuole risolvere. Quale è ? E' questa: compirà azioni coraggiose chi è coraggioso; però è anche vero che è compiendo azioni coraggiose che si acquisisce l'habitus. Quindi c'è un circolo vizioso apparente: chi è coraggioso compie azioni coraggiose, chi compie azioni coraggiose diventa coraggioso. In realtà è molto meno vizioso di quel che sembri: è evidente che solo chi sa suonare il pianoforte suona bene il pianoforte. E' anche vero che non c'è altra maniera per imparare a suonare il pianoforte che suonare il pianoforte. In realtà cosa è che realmente succede ? In una sorta di circolarità aperta mi si dice a livello teorico come fare un accordo con il piano: si acquisiscono pian piano le basi fino ad arrivare a suonare autonomamente. Non è un circolo vizioso. E' presumibile che Aristotele intendesse dire che ci fossero proprio momenti in cui mettersi a tavolino e studiare il da farsi. La ragione pratica mi fa scegliere il comportamento giusto. Aristotele individua poi il concetto di giustizia distributiva e commutativa. E' un concetto già intuito da Platone: la giustizia distributiva è quella che distribuisce secondo certi parametri; quella commutativa è quella che distribuisce in parti uguali. La giustizia distributiva distribuisce determinate cose a gruppi di persone: denaro, onore, potere. . . Ma secondo quale criterio ?

Aristotele sottolinea che i criteri variano a seconda del regime. I regimi democratici distribuivano il potere in base alla cittadinanza, quelli oligarchici in base alla ricchezza e così via. La commutativa è quella che regola gli scambi: non è una questione di proporzione, ma di uguaglianza. In poche parole, mentre con la distributiva ci sarà chi riceverà di più e chi di meno a seconda dei criteri in vigore, con la commutativa non è così: negli atti di compravendita non conta che una persona sia nobile, bella ricca e altro. . . Se io vendo una cosa voglio che mi si dia in cambio lo stesso valore: è irrilevante se sono più ricco, più bello. . . Aristotele dice che questo vale sia per i contratti volontari (come quello di compravendita) sia per quelli involontari. Lui definisce il furto "contratto involontario": uno prende ad un altro una cosa che l'altro non è disposto a dargli; però vale anche qui la giustizia commutativa: bisogna punire il ladro in modo equivalente al danno che la vittima ha subito e questo vale per tutti. Da notare una cosa: è uno dei tanti modi di concepire la punizione, ma non è il solo.

Poi Aristotele fa una classificazione delle virtù dianoetiche, che corrisponde all'elenco dei diversi tipi di scienze: l'arte (tekne), la saggezza (phronesis), la scienza, l'intelletto e la sapienza. Apparentemente non corrisponde: le scienze erano 3 e qui troviamo 5 nomi. In realtà in pratica corrisponde: sono 5 virtù del sapere. L'arte corrisponde alle scienze poietiche (è un sapere che mira a produrre), la saggezza corrisponde alle scienze pratiche (saggezza è ben diverso da sapienza: è il sapere che mi permette di governare il mio comportamento), tutte le altre 3 corrispondono alle teoretiche: la sapienza è la somma di scienza ed intelletto: l'intelletto è la capacità di cogliere i principi di una dimostrazione, la scienza è la capacità di dimostrare. Mettendo insieme queste due facoltà ottengo la sapienza. C'è una sovrapposizione tra le scienze etiche e tra le dianoetiche: la saggezza: è una forma del sapere, ma essendo forma di sapoere che riguarda il saper fare, il comportarsi è chiaro che è la ragione che mi consente di sviluppare le virtù etiche: le scelte umane si fanno con la saggezza.

Il tema conclusivo dell'etica è l'AMICIZIA: ci son diversi tipi di amicizia: a) per utilità: sono amico di uno perchè ne traggo vantaggi; b) per piacere: sono amico di uno perchè mi fa piacere (magari è una persona divertente); c) amicizia disinteressata, fondata sulla virtù: lega i buoni ed i buoni naturalmente. L'amicizia non è necessariamente legata all'utilità o al piacere; come nella politica dicevamo che l'uomo per natura è animale politico, qui l'uomo per natura cerca amicizie, è animale socievole. Nessun uomo fa a meno di avere amicizie. La vera amicizia è quella fondata sulla virtù: è l'unica che lega buoni con buoni. Aristotele fa notare che se anche l'uomo potesse fare a meno da un punto di vista pratico delle amicizie, tenderebbe ugualmente ad averne. La conclusione è incentrata sulla ricerca del modello ultimo di vita da imitare. Fa una distinzione che in Platone non c'era: Platone era molto socratico ed il sapiente platonico era quello che sapeva e che era giusto di conseguenza.

In Aristotele c'è collegamento tra scienza e virtù, ma non una sovrapposizione (come invece c'era per Platone); sul piano umano il modello di vita è quello fondato sulle virtù etiche: il modello del buon cittadino. In realtà però le virtù dianoetiche sono superiori, però il seguire perfettamente le virtù dianoetiche è un qualcosa di sovraumano. Chi è il modello del sapiente che segue la virtù dianoetica ? La divinità. Essa pensa sempre e all'oggetto supremo: una vita contemplativa, di studio, intellettuale. E' ancora superiore rispetto al cittadino, ma è sovraumano: anche il filosofo che cerca di seguire le virtù dianoetiche si avvicina alla divinità. Ma la divinità svolge quell'attività di continuo, il filosofo lo può fare solo in qualche momento: ha esigenze biologiche, politiche, economiche. . . Solo in pochi momenti gode della virtù divina. E' una posizione intermedia quella di Aristotele. Il sapiente è ancorato al divino in primo luogo perchè gli oggetti del suo sapere sono divini: egli infatti cerca di scoprire i principi e le cause che sono all'origine del mondo. Va poi detto che la divinità stessa è l'esatta proiezione della vita del sapiente: il pensare, la "theoria", è l'attività propria della divinità, che però a differenza del sapiente, la esercita ininterrottamente: " sedendo et quiescendo efficitur sapiens " ( sedendo e riposando si diventa saggi ).

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