ARISTOTELE
LE OPERE

testi di Diego Fusaro


In diversi passi dei suoi scritti Aristotele parla di opere " essoteriche " ( exoterikoi logoi ) e in un brano della Poetica ( I 454b 15 ) usa nello stesso significato l' espressione " opere pubblicate " ( ekdedomenoi logoi ). Il riferimento é ad un complesso di libri destinati ad un pubblico più vasto della ristretta cerchia degli allievi, e perciò caratterizzati da una particolare cura per la forma, quella stessa che indusse Cicerone a parlare del "flumen orationis aureum " ( acad. II, 119 ) a proposito dello stile del filosofo.

Di questi scritti nulla ci é rimasto, tranne una Costituzione di Atene, conservataci da un papiro egiziano, alcuni titoli e un certo numero di frammenti. Il corpus aristotelico a noi pervenuto é invece costituito dalle cosiddette opere " acroamatiche " ( cioè destinate all' ascolto ) o " pragmateiai ", che si possono chiamare anche " esoteriche ", in quanto di uso esclusivamente interno alla scuola, il Liceo. Al primo gruppo, quello delle opere perdute, appartenevano alcuni scritti giovanili in forma dialogica, che anche nei titoli riecheggiavano opere di Platone ( Politico, Sofista, Menesseno, Simposio ) o comunque riprendevano argomenti tipici della speculazione di quello, come " grillo " o " Sulla retorica ", " Eudemo " o " Sull' anima ", " Sulla filosofia ", " Sull' educazione ", " erotico ", " Sulla giustizia ", " Protrettico " ( cioè esortazione alla filosofia ) ecc.

Al suo regale allievo macedone erano indirizzati gli scritti " Sulla monarchia " e " Alessandro " o " Sulla colonizzazione ", mentre carattere essenzialmente erudito avevano alcune compilazioni come gli " Elenchi dei vincitori dei giochi Pitici e Olimpici ", " Le vittorie alle Dionisie cittadine e alle Lenee " e " Le didascalie ", che riportavano gli argomenti dei drammi partecipanti ai concorsi drammatici, con la data e il piazzamento ottenuto, mentre un' opera di proporzioni gigantesche, realizzata con l' apporto degli allievi, era la raccolta delle Costituzioni di 158 città greche, della quale faceva parte quella di Atene.

Le opere esoteriche ci sono giunte ordinate secondo uno schema, che si apre con il cosiddetto Organon, comprendente gli scritti dedicati alla logica, concepita appunto come " strumento " ( organon ) indispensabile e preliminare alla speculazione filosofica: essi sono le Categorie ( di dubbia autenticità ), sulle dieci definizioni dell' essere; " Sull' interpretazione ", sulle parti e le forme della proposizione; " Analitici primi ", in due libri, sul sillogismo; " Analitici secondi ", anch' essi in due libri, sulla teoria della conoscenza; " Topici " in otto libri, sul metodo dialettico di argomentazione; " Confutazioni sofistiche ". Seguono gli scritti dedicati alla fisica, intesa come scienza della natura, che comprendono la " Fisica ", in otto libri, sulla costituzione dell' universo; " Sul cielo ", in quattro libri; " Sulla generazione e sulla corruzione ", in due libri; " Fenomeni metereologici ", in quattro libri.

Una sezione di questo gruppo di opere é dedicata allo studio del mondo vivente: a un' introduzione di carattere generale, " Sull' anima " in tre libri, segue una raccolta di nove opuscoli, di vario argomento, nota col titolo latino di " parva naturalia " ( " brevi trattati di scienze naturali " ) e una serie di scritti sul mondo animale ( " Sulle parti degli animali ", " Sulla generazione degli animali ", ecc. ). Alla parte dedicata alla fisica segue, in 14 libri, quella che Aristotele chiamava " filosofia prima ", ma che é comunemente detta " Metafisica ", dalla posizione occupata all' interno del corpus ( metà tà fusikà, dopo gli scritti di fisica ).

L' opera, che dopo una storia della filosofia precedente passa a trattare la dottrina dell' Essere, risulta costituita da parti composte in tempi diversi e non tutte autentiche, ma al di là delle oscillazioni di pensiero costituisce uno dei momenti chiave della speculazione aristotelica. La ricerca del bene individuale e di quello collettivo sono rispettivamente oggetto dell' etica e della politica. La prima comprende tre scritti: " Etica Nicomachea ", in dieci libri, detta così da Nicomaco, figlio di Aristotele, che ne fu l' editore; " Etica Eudemea", in sette libri, che per motivo analogo al precedente prende il nome da Eudemo, discepolo di Aristotele, ma non da tutti é ritenuta autentica; " Grande Etica ", in due libri, meglio nota col titolo latino di " Magna moralia " e quasi certamente di redazione scolastica. In otto libri é la " Politica ", di cui taluni considrano le Costituzioni una sorta di lavoro preparatorio. Completano lo schema la " Retorica ", in tre libri, e la Poetica, in due libri di cui ci é giunto solo il primo.

A queste opere vanno aggiunte quelle che, pur presenti nel corpus, sono quasi concordemente ritenute spurie e tra le quali possiamo ricordare " Sull' universo ", " Sullo spirito ", " Sui colori ", " Sulle piante ", " Problemi ", " Retorica ad Alessandro ", ecc. Il modo in cui questo secondo gruppo di scritti ci é pervenuto é quanto mai avventuroso: lasciati da Aristotele in eredità al suo successore Teofrasto e da questo a un altro allievo, Neleo di Scepsi, rimasero nelle mani dei discendenti di costui, che per un certo periodo li nascosero addirittura in un sotterraneo per sottrarli ai sovrani di Pergamo, i quali avrebbero voluto collocarli nella loro biblioteca. Acquistati poi dal bibliofilo Apellicone di Teo, furono infine ritrovati ad Atene da Silla durante la guerra militare ( 86 a. C. ) e portati a Roma, dove vennero pubblicati da Andronico di Rodi.
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LA CONOSCENZA

Della "Metafisica" Aristotele argomenta che l'uomo per sua inclinazione naturale aspira alla conoscenza e traccia dunque una scala gerarchica della conoscenza (un pò come aveva fatto Platone ): man mano che si sale ogni gradino è caratterizzato da un approfondimento rispetto al precedente. Al gradino più basso troviamo
1) la SENSAZIONE: ricordiamoci che Aristotele ha della conoscenza una concezione empiristica: la mente umana prima delle sensazioni è una "tabula rasa" (una tavola incerata schiacciata e rinnovata): prima dell'esperienza sensuale non c'è nulla (a differenza di quanto diceva Platone, che era un innatista); in Aristotele c'è un rifiuto radicale della concezione innatistica: la conoscenza ci deriva interamente dall'esperienza sensuale. Per Platone l'esperienza sensuale c'era, ma era una concausa: era infatti semplicemente un modo per realizzare la reminescenza.

L'opposizione Platone - Aristotele è davvero forte: ancora oggi c'è chi è innatista (e sostiene che nasciamo già con alcune cose nella testa) e chi è empirista (ed è del parere che la nostra mente è una tabula rasa). In realtà la filosofia successiva non sarà nient'altro che una variante di posizioni aristoteliche o platoniche. E' come se questi due grandi filosofi avessero tracciato i due modelli per filosofare. Le sensazioni sono quelle che l'uomo ha in comune con gli animali: per Aristotele ci sono due tipi diversi di anime: un tipo, più complesso, ed un altro, più semplice. L'anima dei vegetali, per esempio, non prova sensazioni, mentre quella dell'uomo e dell'animale prova sensazioni: è proprio il poter provare sensazioni che funge da punto di partenza per la conoscenza. Aristotele attribuisce grande importanza all'udito (organo con cui si possono ascoltare i discorsi: malgrado Aristotele sia più "libresco" di Platone, in lui non troveremo mai una polemica contro gli scritti: anzi, l'idea che per studiare ci si debba servire di libri è tipicamente aristotelica ) e questo significa che ai suoi tempi l'oralità era ancora importantissima. Però per Aristotele l'organo di gran lunga più importante era la vista perchè più di ogni altro consente di distinguere gli oggetti: non a caso conoscere significa proprio distinguere, definire: ad un livello empirico la prima separazione è la distinzione degli oggetti sensibili. Però il grosso limite della sensazione è che fa cogliere solo il fatto, il che (in greco l'"oti") e non il perchè (il "dioti"): per arrivare al perchè bisogna seguire un lungo percorso.

2) Al secondo gradino Aristotele mette la MEMORIA: l'intelligenza si può sviluppare se accanto alla sensazione c'è la memoria: gli animali non riescono a conservare la singola esperienza e così non hanno intelligenza. La memoria consiste proprio nel conservare le singole esperienze, nel ricordare le sensazioni.

3) Al terzo gradino Aristotele pone l'ESPERIENZA: essa non è la singola sensazione, bensì l'accumularsi di sensazioni grazie alla memoria: questa è l'esperienza: mettendo insieme una serie di casi singoli si riesce ad arrivare ad una prima forma di generalizzazione. Se si ha avuto a che fare con malattie e cure, si avrà una generalizzazione e si saprà come agire nel caso si ripresentino: mi sono accorto che una medicina giova ad una determinata persona, poi ad un'altra e poi ad un'altra ancora tutti accomunati dalla stessa malattia, anche somministrandola ad un'altra persona otterrò gli stessi risultati. Chi ha esperienza medica e ha visto che certe medicine hanno giovato a più persone con una stessa malattia è arrivato a dire che a chi ha tale malattia va somministrata tale medicina: questa però non è ancora la "scienza" vera e propria. Si ha una vera conoscenza quando si può dire che la determinata malattia va curata con una determinata medicina perchè va ad operare su determinate cose, organi. . . Con la scienza si arriva al "dioti" puro; mentre con l'esperienza intuisco che una determinata medicina giova in certi casi, con la scienza riesco a fornire delle motivazioni: ad esempio, tramite la scienza so che l'aspirina ha un effetto anticoagulante e che di conseguenza posso prevenire e curare l'infarto: non dico più che in certi casi ha funzionato e che quindi anche qui deve funzionare, bensì che avendo un effetto anticoagulante curerà e gioverà a tutti coloro che han l'infarto. Si passa così dall'oti al dioti: quelle persone sono guarite perchè hanno quella determinata malattia e questa medicina la cura.

Si passa quindi dal particolare all'universale: il vero passaggio è quando da un pò di casi riesco a cogliere il significato universale: non parlo più di individui che hanno certi sintomi etc. , ma, per esempio, di diabetici. Da una collezione di casi particolari raggiungo una concezione universale. La scienza grazie all'esperienza mi dice che le malattie circolatorie si curano con l'aspirina e di conseguenza quell'individuo che soffre di cuore deve essere curato con l'aspirina: con una serie di esperienze raggiungiamo la scienza. Aristotele, poi, afferma che coloro che sono esperti, che hanno acquisito tante esperienze, sono migliori rispetto a quelli che hanno studiato e sanno solo il dioti: affinchè la scienza entri in funzione le esperienze sono fondamentali: esse ci consentono di riportare i casi singoli a verità universali.

L'esperto ha solo la casistica, lo scienziato solo la scienza, la verità universale: nella pratica l'esperto va meglio fin tanto che lo scienziato non fa esperienze. Un medico che non abbia mai studiato medicina, ma che sia esperto (avendo già curato o operato) è di sicuro meglio di un medico che abbia studiato tutto ma che non abbia mai avuto esperienze di intervento. Il medico con scienza ed esperienza risulta a sua volta essere il migliore di tutti: l'esperienza è un insieme di casi da cui si possono trarre conclusioni generali operative: il buon medico deve sapere da casi particolari ricondursi a casi generali e viceversa. La "tekne" sembra essere molto vicina all'esperienza, ma in realtà comporta un coglimento della realtà universale, l'acquisizione del dioti e dell'oti. Da questi singoli casi si trae una verità di carattere generale: perchè in tutti quei casi va così. Nel caso della medicina parliamo di eziologia, perchè si usa una determinata cura: se si sa calare l'universale nel particolare è già una buona cosa: perchè se io ho un 'ottima conoscenza dell'universale (che ho ottenuto studiando sui libri), ma poi non so calarla nel particolare, la mia conoscenza è inutile. In realtà si dovrebbe parlare di scienza applicata, di "tekne".

Aristotele sulle scienze fa una classificazione generale:

1) le scienze applicabili (quelle che mi consentono di produrre qualcosa)
2) le scienze NON applicabili (quelle che non mi fanno produrre niente).

A proposito delle "teknai" Aristotele effettua una tripartizione: ci sono le tecniche a)necessarie b)utili c)piacevoli. Esaminiamo le distinzioni: la tecnica di procacciarsi il cibo è senz'altro necessaria: occorrono conoscenze applicative per sapersi procacciare il cibo (Ippocrate diceva che occorreva pure la conoscenza di come cucinarlo, e questa è una scienza utile, non fondamentale); come esempio di "tekne" piacevole possiamo portare l'arte culinaria, che mira solo a soddisfare e a dare piacere al palato. La tekne per Aristotele non rappresenta comunque il livello più alto del sapere perchè è subordinata in ogni caso a fini diversi della conoscenza: è dall'esperienza che si genera la tekne, ma l'esperienza non è ancora tekne pura: la tekne è infatti caratterizzata dall'avere come oggetto della propria conoscenza l'universale: la medicina raggiunge il livello di tecne (e non più di semplice esperienza) quando è in grado di conoscere che un determinato rimedio non guarisce solamente Socrate e Platone, bensì ogni persona affetta da una determinata malattia. Il che significa che quel rimedio è efficace nella totalità o universalità dei casi in cui c'è quella malattia.

Anche chi ha fatto esperienza sa che quel determinato rimedio è stato efficace in una pluralità di casi, ma non sa perchè (ha l'oti, ma non il dioti). Secondo Aristotele al di sopra delle tecniche si colloca una forma di conoscenza che ha di mira soltanto se stessa: il sapere per il sapere, ossia la conoscenza disinteressata, libera da vincoli, non subordinata a fini esterni ad essa. Questa è la "sophia", il sapere più sublime a cui mira la filosofia. Così Aristotele ha definitivamente staccato l'idea del sapere da come era in passato, dove il sapere veniva visto come legato e funzionale all'agire e al produrre. Per poter ricercare questo sapere disinteressato occorre quella che in greco era detta "scholè", ossia l "otium" latino, il tempo libero da ogni attività lavorativa o pubblica. Dunque se è vero che tutti gli uomini per inclinazione naturale aspirano al sapere, è altrettanto vero che solo i filosofi realizzano in senso pieno questo fine iscritto nella natura dell'uomo.

Ma perchè questo sapere che in fondo non serve a nulla è la cosa più importante ? E' proprio il fatto di non servire a niente che lo innalza: una cosa che non serve è più nobile perchè non è legata al rapporto di servitù. Le sensazioni servono all'uomo e ne prova piacere: se per esempio avessimo la possibilità di conoscere la realtà senza vederla, non per questo vorremmo essere ciechi: nella vista consiste un piacere irrinunciabile. Questo "esperimento mentale" conferma le tesi di Aristotele. Comunque Aristotele crea anche una scala di acquisizione cronologica di queste teknai: le scienze necessarie sono le prime che l'uomo deve acquisire, in quanto gli consentono la sopravvivenza, poi deve acquisire quelle utili, che gli offrono comodità non fondamentali, ma importanti, ed infine quelle piacevoli (ed inutili): possiamo riassumere così la scala di acquisizione cronologica:"primum vivere, deinde philosophare ": prima di tutto bisogna pensare alla vita (Aristotele si mostra ancoira una volta legato al mondo terreno). Il fatto che vengano acquisite per ultime, non significa che le scienze piacevoli valgano meno, anzi sono le più preziose in assoluto. Le prime scienze che acquisiamo sono le esperienze, ma le più importanti sono le scienze universali, che consentono una visione di insieme.

Come abbiamo detto, le conoscenze piacevoli si sviluppavano nella "scholè": per noi il non fare niente è un concetto negativo prima che sul piano morale-assiologico, su quello ontologico: nel non far niente vi è la mancanza di qualcosa. Per i Greci e per i Latini era diverso: la "scholè" era quella parte dell'esistenza in cui ci si dedicava all'attività studiosa
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LA CONCEZIONE DEL CITTADINO

Per noi moderni il non fare niente è un concetto negativo prima che sul piano morale-assiologico, su quello ontologico: nel non far niente vi è la mancanza di qualcosa. Per i Greci e per i Latini era diverso: la "scholè" era quella parte dell'esistenza in cui ci si dedicava all'attività studiosa. E' interessante come Aristotele insista su questa forma di studio disinteressato e affermi ripetutamente che questa sia la più nobile delle vite. Questo è dovuto a due fattori:
1) la mentalità greca generale (come quella Latina) era propensa ad esaltare l'ozio
2) tra Platone e Aristotele c'è una grande differenza: secondo Platone si deve arrivare alle conoscenze supreme, al mondo intellegibile; per Aristotele le conoscenze sono sensibili e presenti su questo mondo.

Quando delineano il modello di vita da seguire, Platone traccia il percorso volto al raggiungimento del bene in sè (si vede comunque nel mito della caverna che i filosofi devono ritornare sulla terra a governare: il punto di arrivo è il re-filosofo); per Aristotele non è così: riconosce il modello dell'uomo cittadino, ma l'uomo più elevato sarà lo studioso, colui che si dedica all'otium e non al negotium: come mai ? Ricordiamoci che Aristotele vive dopo Platone, in un'epoca in cui la polis è in crisi (per Platone e Socrate era scontato che l'uomo ed il cittadino fossero un tutt'uno ): vi è un progressivo scollamento da Socrate in poi tra uomo e cittadino, che un tempo erano indivisibili: Socrate aveva voluto morire, mentre Platone si era reso conto che la politica fosse ingiusta e aveva spostato la figura del politico nel mondo ideale: Sofocle in persona aveva notato questo progressivo scollamento uomo-cittadino.

Per Aristotele non solo l'uomo può essere uomo senza essere necessariamente cittadino, ma anzi nella dimensione in cui non è cittadino è migliore: questa teoria avrà gran successo e prenderà piede (pensiamo agli epicurei ed al loro motto "lathe biosas", " vivi di nascosto ": l'uomo per essere felice deve vivere lontano dalla politica, in privato ). Quindi possiamo provare a tracciare una graduatoria del graduale staccamento uomo - cittadino: a) in Socrate c'è piena identificazione b) in Platone c'è sì identificazione, ma non in questo mondo (in quello delle idee) c) Aristotele apprezza la vita politica, ma non c'è più l'identificazione tra uomo e cittadino d) in Epicuro c'è un totale rifiuto della figura uomo-politico associata. Va poi ricordato che Aristotele era uno straniero e non poteva svolgere vita politica: è quindi evidente che non si sentisse uomo-cittadino, ma tuttavia questo è l'aspetto meno imprtante che determinò lo scolllamento aristotelico tra uomo e cittadino. Dalla fine del quinto secolo fino al terzo si arriva ad un rifiuto della politica: la filosofia nasce quando le civiltà si sviluppano e un gruppo sociale (i filosofi) può vivere senza lavorare.

LA POLITICA

La politica riguarda il comportamento della società, mentre l'etica quello del singolo. In Platone il cittadino e l'uomo erano ancora grosso modo un tutt'uno, ma con Aristotele la distinzione si accentua. Aristotele dedica un libro alla politica ("La politica"). Il punto di partenza è la frase famosa "l'uomo è per natura un animale politico"; Aristotele dice che non sono politici nè gli animali nè gli dei: solo l'uomo lo. Cosa significa quest'espressione ? Vuol dire sia che per natura è legato ad una vita comunitaria con gli altri sia che la forma tipica della vita sociale è la polis (termine dal quale deriva la parola politica).

Aristotele come sappiamo ha vissuto rapporti stretti con la Macedonia: tuttavia la politica di Alessandro Magno ha poco a che fare con il pensiero di Aristotele: è legato all'idea che l'uomo è legato alla polis e Alessandro Magno è la nagazione della polis. Aristotele innanzitutto fa notare una cosa: aqltri animali vivono in società, ma è un fatto istintivo: in loro manca l'aspetto organizzativo. Dire che l'uomo per natura è un animale politico significa anche implicitamente negare il cosiddetto "CONTRATTUALISMO", la tesi secondo la quale lo stato è un contratto, una convenzione fatta a tavolino dagli uomini, che si rendono conto che stare insieme è vantaggioso. Aristotele la pensa diversamente: è un'attitudine naturale; è vero che gli uomini si raggruppano anche per interesse, per trarre vantaggi: nessuno può fare tutto bene e da sè ed è meglio che ciascuno si specializzi in un'attività. Ma non è un processo convenzionale, bensì è spontaneo.

Aristotele dice poi che il fatto di vivere insieme non è solo dettato da esigenze materiali: anche se l'uomo avesse tutto ciò di cui ha bisogno e fosse autonomo tenderebbe lo stesso a vivere insieme ad altri. Vi è una spontanea voglia di stare insieme. L'uomo tende quindi ad aggregarsi in modo naturale: i contrattualisti dicevano che ogni uomo era un atomo nella società. Il carattere naturale per Aristotele comporta il carattere gradualistico: vede nella polis l'ultima gradino dei processi aggregativi: prima c'è il villaggio, e prima ancora la famiglia, il nucleo naturale dei processi di aggregazione sociale, il cui culmine è nella polis. Che la famiglia sia un'associazione naturale e precedente alla polis è un'affermazione importante perchè ha influenzato molto la dottrina cattolica sulla famiglia. La famiglia è la società naturale e primordiale: è nata prima e autonomamente e quindi ha dei suoi diritti.

Quando Aristotele parla della famiglia la chiama OIKOS (casa): è interessante perchè la famiglia è il nucleo primario non solo sul piano degli affetti, ma anche sul piano economico: economia infatti significa regolamentazione dell'oikos. Quando Aristotele parla della famiglia cita 4 figure: padre, madre, figli e schiavi, che svolgevano attività agricole e di servizio per la casa. Anche nella famiglia si formano diversi rapporti di autorità: il padre (il pater familias latino) ha diversi rapporti di autorità sulla moglie, sui figli e sugli schiavi. Il rapporto nei confronti dei figli è temporaneo e dura finchè essi non crescono; il rapporto nei confronti degli schiavi è permanente. A noi pare sconcertante il concetto di schiavitù, ma Aristotele cerca di fornire argomentazioni valide: tuttavia, lui stesso si accorge di alcune contraddizioni. Lui dice che la schiavitù è un qualcosa di naturale e necessario (da notare che Aristotele tende molto di più di Platone ad accettare le cose come sono: non ci dice come Platone come dovrebbe essere il mondo, ma come è effettivamente); anche nello studio della politica Aristotele parte dai phainomena, dalle documentazioni storiche per poi fare confronti tra le varie forme di governo: raccolse tantissime costituzioni e fece le sue considerazioni.

Come giustifica la schiavitù ? Dice che esistono individui per natura liberi ed altri per natura schiavi; l'argomentazione è fondata sulla capacità di deliberare, di ragionare; Aristotele dice che c'è una parte dell'umanità capace a mettere in pratica le sue capacità mentali (in potenza le abbiamo tutti, si tratta di farle passare in atto ) e una parte che non è capace: non sa fare scelte razionali. Se è così, dice Aristotele, è meglio non solo per i padroni, ma anche per gli schiavi stessi essere schiavi (va ricordato che la schiavitù greca era molto meno pesante di quella romana): una persona incapace di governarsi autonomamente trae solo benefici dall'essere governata da qualcun altro.
Aristotele arriva a definire lo schiavo STRUMENTO INANIMATO. Il vero problema è che in concreto non si diventa schiavi per il fatto che non si è in grado di pensare: si diventa schiavi con le guerre: chi perde diventa schiavo, chi vince diventa padrone. Ricordiamoci che Platone stesso aveva rischiato di diventare schiavo perchè era stato catturato dai pirati: certo Platone in quanto a pensare ne sapeva qualcosa. . .

Aristotele se ne rende conto ma non trova altre via di uscita. Aristotele è stato il fondatore della scienza economica: uno dei concetti fondamentali da lui elaborati è la concezione del denaro e delle sue funzioni. Per lui esistono due modi per usare il denaro, una legittima, l'altra no. L'economia è il governo della casa, il processo con cui si procurano i beni per far funzionare bene la casa. Naturalmente bisogna fare acquisti e scambi: c'è il baratto ma anche l'uso della moneta. Le idee di Aristotele sul denaro verranno addirittura riprese da Marx: l'uso del denaro è legittimo se viene usato per fare acquisti, ma diventa illegittimo se lo si usa non come mezzo ma come fine, quando cioè non lo uso più per fare acquisti ma per accumularlo: Aristotele quindi condanna l'accumulazione (in Greco "crematistikà"). E' un uso contro natura del denaro; questo concetto di secondo natura e contro natura è sempre presente in Aristotele. La natura del denaro, la sua essenza è quella di essere mezzo di scambio. E' una condanna ante litteram del capitalismo.

Passiamo all'analisi politica vera e propria: opera anche lui una catalogazione delle forme di governo. E' una catalogazione abbastanza simile a quella operata da Platone nel "Politico": la distinzione tra forme di governo negative e positive è data dal fatto che chi governa governi per l'interesse pubblico o personale. La monarchia è la forma di governo dove il singolo governa per il bene di tutti; la tirannide quella dove il singolo governa per il proprio bene.

L'aristocrazia e l'oligarchia sono lo stesso e così anche la democrazia e la politeia. La democrazia è il governo dei molti: la collettività può governare negli interessi di tutti (politeia) o in quelli della maggioranza che governa (la democrazia). La politeia è la costituzione per eccellenza (secondo Aristotele); in realtà bisogna fare attenzione al fatto che Aristotele divida secondo due criteri politici: a)numerico: governano tanti, pochi. . . b) sociologico: la democrazia non è solo il governo dei più, ma anche il governo del demos (popolo): anche in Italiano l'espressione popolo ha duplice valenza: può essere governo della popolazione, ma anche governo del popolo inteso come parte inferiore della società.

Condanna la democrazia perchè è il governo della maggioranza popolare, socialmente inferiore, che tende a governare per il proprio interesse, varando leggi a proprio interesse. Per Aristotele la miglior forma di governo è la politeia, la democrazia positiva, quando i più governano bene. La politeia viene vista secondo un criterio quantitativo, ma anche secondo un criterio sociale: Aristotele dice che tutti accetteremmo che fosse uno solo a governare se egli avesse più virtù di tutti gli altri messi insieme: sarebbe il miglior governo, ma è puramente astratto. Nella politeia, per quanto la maggior parte delle persone abbia virtù mediocri, tutto sommato mettendole insieme qualcosa si ottiene: messi insieme non saranno gran chè, ma insieme riusciranno a far funzionare il governo.

Sul piano della sociologia come si caratterizza la politeia ? Per il prevalere del ceto medio: la politeia è una democrazia moderata, del ceto medio. Il motivo principale è che è una società non polarizzata, dove non c'è netta distinzione tra ricchi e poveri: una società troppo polarizzata è instabile perchè in perenne conflitto. Quindi sarà una società più stabile; ma c'è poi un effetto paradossale: noi siamo abituati all'idea che una democrazia funziona tanto meglio quanto più è compartecipata: Aristotele fa un ragionamento opposto. In sostanza dice in maniera più realistica quanto Platone aveva detto nella "Repubblica": il ceto medio non ha alcun interesse a governare (come i filosofi per Platone ); se diamo il potere al ceto medio, è presumibile che esso sarà poco attirato dal governo perchè ha una sua attività economica. Parteciperà moderatamente: Aristotele ha in mente una democrazia tranquilla.

L'ETICA

Passiamo ora all'etica: primo concetto fondamentale è quello di felicità; l'etica di Aristotele è un'etica eudaimonistica (che mira alla felicità). Va però fatta una distinzione tra etica EUDAIMONISTICA ed EDONISTICA (che mira al piacere): Aristotele tende a descrivere come l'uomo si comporta e non come dovrebbe comportarsi. Dice che l'uomo mira alla felicità; l'etica edonistica è una variante dell'etica eudaimonistica. L'etica epicurea sarà edonistica: l'uomo cerca il piacere. Aristotele non nega che il piacere abbia la sua importanza; ma la felicità non è il piacere, è qualcosa di più ampio che contiene anche il piacere. L'etica di Aristotele è eudaimonistica ma non edonistica. Il ragionamento di Aristotele è questo: deve arrivare a capire quale è il fine ultimo dell'uomo.

Quindi dice che bisogna distinguere i fini in sè ed i fini che mirano a realizzarne altri: è vero che ciascuno ha fini personali, ma in realtà il fine ultimo di tutti è la felicità: cosa vuoi fare ? voglio acquisire un titolo di studio. Ma non è un fine in se stesso: lo fai in funzione di qualcos'altro. Per svolgere una professione. Non è un fine ultimo: lo fai per fare qualcos'altro: per avere soldi. Ma coi soldi voglio andare in vacanza. Ma perchè vuoi andare in vacanza ? Per fare cose che mi piacciono. Perchè vuoi fare quelle cose ? Perchè così sono felice. La felicità è il fine ultimo dell'uomo. Il piacere non è il fine ultimo, ma accompagna e perfeziona ogni attività e sarà tanto migliore quanto migliore è l'attività che esso accompagna. La felicità non viene mai concepita come far niente: è sempre legata all'attività, sia fisica sia intellettiva: la felicità è l'atto di un'azione ben riuscita. Il piacere si accompagna a queste situazioni.

Che cos'è la felicità per l'uomo ? La felicità deriva dall'esercizio di un'attività e visto che la specificità dell'uomo è la razionalità, si può dire che la felicità derivi dall'esercizio della ragione. Per gli animali in teoria non si può parlare di felicità, ma comunque la felicità di un cavallo, per esempio, è fare il cavallo. Lo stesso in un certo senso vale per l'uomo. E' meglio essere sani che malati, belli che brutti e così via, ma non è l'elemento centrale: l'elemento centrale è fare l'uomo, esecitare la ragione. Esercitare la ragione vorrà dire due cose distinte. Aristotele ha distinto ragione teoretica (quella che ci fa conoscere) da ragione pratica (quella in grado di governare razionalmente il nostro comportamento ).
Questa distinzione delle funzioni della ragione governa la distinzione delle due tipologie di VIRTU': la parola virtù va intesa in senso più generico da come siamo abituati: in Greco è "aretè" ed è l'eccellenza, ciò che fa sì che l'uomo sia veramente uomo, esercitando al meglio le facoltà che gli sono proprie. Ci sono le virtù etiche e le virtù dianoetiche, che riguardano la ragione, la virtù teoretica di per se stessa: le etiche riguardano l'uso della ragione volto a finalità pratiche, mentre le dianoetiche riguardano l'uso della ragione di per se stessa. Le etiche invece hanno a che fare con il costume, l'ethos (il mos latino). Sono legate a funzioni pratiche.

Aristotele considera le virtù etiche come "habitus", la tendenza di fondo a comportarsi in un determinato modo. Nella fattispecie la virtù è habitus a comportarsi secondo la medietà: la mediocritas latina, la via di mezzo, l'evitare gli estremi. Aristotele in greco la chiama "MESOTES", la capacità a tenere il giusto mezzo. La virtù è quindi in generale la disposizione costante a cogliere la via di mezzo sempre. Cosa vuol dire ? Ricordiamoci che quella aristotelica (come quella platonica) è l'etica della metriopazia, del controllo delle passioni. Rispetto ad ogni passioni bisogna evitare sia l'eccesso sia l'eliminazione. Per passione intendiamo quegli istinti naturali che la ragione deve saper controllare.

Prendiamo come esempio la virtù del coraggio: consisterà in una habitus a mantenere il giusto mezzo di fronte ad una paura. Quale è il giusto mezzo ? Non la codardia, ma nemmeno la temerarietà. Consisterà in una medietà. La medietà di cui parla Aristotele è più qualitativa che quantitativa: l'esempio classico di Aristotele è quello della generosità: non si deve nè essere avari nè prodighi (lo dice anche Dante nel settimo canto dell'Inferno): la generosità consiste nel dare il giusto. Se essere prodighi vuol dire dare 10 denari ed essere avari vuol dire darne 2, non è che la generosità consista nel darne 6 (che è la media matematica): il giusto mezzo è qualcosa di molto più sfumato. Essere generosi vuol dire cogliere il giusto comportamento in ogni singola circostanza. Non è sempre la metà: a volte può essere di più, a volte meno.

Chiaro che la generosoità per chi ha tanti soldi è diversa rispetto a chi ne ha pochi. Il problema è questo: l'habitus è innato o acquisito ? Don Abbondio avrebbe optato per la prima ipotesi: il coraggio se non lo si ha non può nascere da sè. Aristotele non sarebbe d'accordo: per lui infatti c'è il problema di un'apparenza di circolo vizioso che lui vuole risolvere. Quale è ? E' questa: compirà azioni coraggiose chi è coraggioso; però è anche vero che è compiendo azioni coraggiose che si acquisisce l'habitus. Quindi c'è un circolo vizioso apparente: chi è coraggioso compie azioni coraggiose, chi compie azioni coraggiose diventa coraggioso. In realtà è molto meno vizioso di quel che sembri: è evidente che solo chi sa suonare il pianoforte suona bene il pianoforte. E' anche vero che non c'è altra maniera per imparare a suonare il pianoforte che suonare il pianoforte. In realtà cosa è che realmente succede ? In una sorta di circolarità aperta mi si dice a livello teorico come fare un accordo con il piano: si acquisiscono pian piano le basi fino ad arrivare a suonare autonomamente. Non è un circolo vizioso.

E' presumibile che Aristotele intendesse dire che ci fossero proprio momenti in cui mettersi a tavolino e studiare il da farsi. La ragione pratica mi fa scegliere il comportamento giusto. Aristotele individua poi il concetto di giustizia distributiva e commutativa. E' un concetto già intuito da Platone: la giustizia distributiva è quella che distribuisce secondo certi parametri; quella commutativa è quella che distribuisce in parti uguali. La giustizia distributiva distribuisce determinate cose a gruppi di persone: denaro, onore, potere. . . Ma secondo quale criterio ? Aristotele sottolinea che i criteri variano a seconda del regime. I regimi democratici distribuivano il potere in base alla cittadinanza, quelli oligarchici in base alla ricchezza e così via.

La commutativa è quella che regola gli scambi: non è una questione di proporzione, ma di uguaglianza. In poche parole, mentre con la distributiva ci sarà chi riceverà di più e chi di meno a seconda dei criteri in vigore, con la commutativa non è così: negli atti di compravendita non conta che una persona sia nobile, bella ricca e altro. . . Se io vendo una cosa voglio che mi si dia in cambio lo stesso valore: è irrilevante se sono più ricco, più bello. . . Aristotele dice che questo vale sia per i contratti volontari (come quello di compravendita) sia per quelli involontari. Lui definisce il furto "contratto involontario": uno prende ad un altro una cosa che l'altro non è disposto a dargli; però vale anche qui la giustizia commutativa: bisogna punire il ladro in modo equivalente al danno che la vittima ha subito e questo vale per tutti.

Da notare una cosa: è uno dei tanti modi di concepire la punizione, ma non è il solo. Poi Aristotele fa una classificazione delle virtù dianoetiche, che corrisponde all'elenco dei diversi tipi di scienze: l'arte (tekne), la saggezza (phronesis), la scienza, l'intelletto e la sapienza. Apparentemente non corrisponde: le scienze erano 3 e qui troviamo 5 nomi. In realtà in pratica corrisponde: sono 5 virtù del sapere. L'arte corrisponde alle scienze poietiche (è un sapere che mira a produrre), la saggezza corrisponde alle scienze pratiche (saggezza è ben diverso da sapienza: è il sapere che mi permette di governare il mio comportamento), tutte le altre 3 corrispondono alle teoretiche: la sapienza è la somma di scienza ed intelletto: l'intelletto è la capacità di cogliere i principi di una dimostrazione, la scienza è la capacità di dimostrare. Mettendo insieme queste due facoltà ottengo la sapienza. C'è una sovrapposizione tra le scienze etiche e tra le dianoetiche: la saggezza: è una forma del sapere, ma essendo forma di sapoere che riguarda il saper fare, il comportarsi è chiaro che è la ragione che mi consente di sviluppare le virtù etiche: le scelte umane si fanno con la saggezza.

Il tema conclusivo dell'etica è l'AMICIZIA: ci son diversi tipi di amicizia: a) per utilità: sono amico di uno perchè ne traggo vantaggi; b) per piacere: sono amico di uno perchè mi fa piacere (magari è una persona divertente); c) amicizia disinteressata, fondata sulla virtù: lega i buoni ed i buoni naturalmente. L'amicizia non è necessariamente legata all'utilità o al piacere; come nella politica dicevamo che l'uomo per natura è animale politico, qui l'uomo per natura cerca amicizie, è animale socievole. Nessun uomo fa a meno di avere amicizie. La vera amicizia è quella fondata sulla virtù: è l'unica che lega buoni con buoni.

Aristotele fa notare che se anche l'uomo potesse fare a meno da un punto di vista pratico delle amicizie, tenderebbe ugualmente ad averne. La conclusione è incentrata sulla ricerca del modello ultimo di vita da imitare. Fa una distinzione che in Platone non c'era: Platone era molto socratico ed il sapiente platonico era quello che sapeva e che era giusto di conseguenza. In Aristotele c'è collegamento tra scienza e virtù, ma non una sovrapposizione (come invece c'era per Platone ); sul piano umano il modello di vita è quello fondato sulle virtù etiche: il modello del buon cittadino. In realtà però le virtù dianoetiche sono superiori, però il seguire perfettamente le virtù dianoetiche è un qualcosa di sovraumano. Chi è il modello del sapiente che segue la virtù dianoetica ? La divinità. Essa pensa sempre e all'oggetto supremo: una vita contemplativa, di studio, intellettuale. E' ancora superiore rispetto al cittadino, ma è sovraumano: anche il filosofo che cerca di seguire le virtù dianoetiche si avvicina alla divinità. Ma la divinità svolge quell'attività di continuo, il filosofo lo può fare solo in qualche momento: ha esigenze biologiche, politiche, economiche. . . Solo in pochi momenti gode della virtù divina.

E' una posizione intermedia quella di Aristotele. Il sapiente è ancorato al divino in primo luogo perchè gli oggetti del suo sapere sono divini: egli infatti cerca di scoprire i principi e le cause che sono all'origine del mondo. Va poi detto che la divinità stessa è l'esatta proiezione della vita del sapiente: il pensare, la "theoria", è l'attività propria della divinità, che però a differenza del sapiente, la esercita ininterrottamente.

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