PROCESSO E MORTE DI SOCRATE

di Alessandro Nirta

Socrate, il nome del grande filosofo rievoca, immediatamente, una nazione, una città e un ramo dello scibile.

La nazione non può essere che la Grecia, “terra, che sembra essere stata in modo particolare scelta da cielo, come la scena sopra di cui l’uman genere spiegar doveva nella più alta perfezione, tutte le superiori facoltà, che lo distinguono così altamente sopra gli altri animali della terra; e non v’è dubbio, queste umane genti portarono al più elevato punto di perfezione quasi tutte le scienze: nella politica, nelle arti liberali, nella filosofia, nella poesia, nell’eloquenza, e ogni altro prodotto creato dall’ingegno umano”.

La città è Atene, culla della cultura e dell’identità europea, con la sua magnifica Acropoli, le cui colonne, le cui sculture, i cui misteri, travolgono l’uomo moderno, costringendolo a restare senza fiato davanti all’immobile solennità del Partenone, imponente simbolo di una nobiltà e di una dignità, cui il tempo e gli uomini, sempre pronti a distruggere, non possono recar rovina.

La rievocazione, però, di colpo, s’interrompe, il sogno si trasforma in incubo. Al nome di Socrate s’associano altre immagini, l’ingiustizia e la morte, balzano sulla scena, distruggono l’idilliaca visione, e ci riconducono al nostro essere uomini. Al nostro essere destinati a non essere.

S’affretta allora a soccorrerci la filosofia, con i dialoghi del divino allievo di Socrate, ed ecco sparire l’ingiustizia, ed ecco svanire la morte, ecco, anzi, la morte tramutarsi in qualcosa di diverso; ecco la morte divenire vita.

Socrate e la morte sono i protagonisti dei quattro dialoghi platonici, che descrivono le vicende del pensatore dal processo fino alla fine della vita. Più ci s’immerge, però, nella lettura, più si diventa protagonisti. Seguendo Platone è il lettore, alla fine, ad innalzarsi con Socrate oltre la morte.

Eutifrone

Questo dialogo, scritto in epoca posteriore all’Apologia e al Critone, pur se non estraneo ai tre, che nella ricostruzione fatta dai moderni, lo seguono, non ha come tema centrale il processo e/o la morte di Socrate. La causa intentata contro il filosofo, semplicemente, fornisce l’occasione per un discorso sulla santità.

L’opera è, tuttavia, interessante perché c’illustra la personalità del pensatore ateniese, i motivi che lo hanno condotto in tribunale, nonché il suo peculiare modo di condurre l’indagine filosofica.

La scena è ambientata nelle vicinanze del portico del Re, luogo di culto, nel quale si svolgevano anche alcuni processi. Eutifrone, una sorta di veggente, esperto in questioni sacre, gli si avvicina e inizia a conversare.

EUT: Cos’è successo di nuovo Socrate perché tu abbandonate le dispute al Liceo, ora t’intrattieni presso il portico del Re? Perché non credo che anche a te capiti di avere di una causa come ho io.

SOC: Veramente, Eutifrone gli ateniesi non la chiamano causa, ma accusa.

EUT: Che dici? Qualcuno dunque ti ha accusato, a quel che pare; io certo non riuscirò a convincermi di questo: che tu accusi un altro.

Due battute, all’inizio del dialogo, sono state sufficienti, a Platone, per descriverci con completezza la personalità di Socrate. A quanto detto da Eutifrone non occorre aggiungere altro.

Dopo lo scambio iniziale Socrate spiega che, chi l’accusa è un giovane di nome Meleto, per il quale il filosofo è colpevole d’essersi rifiutato di riconoscere gli Dei onorati dalla città e d’avere introdotto altre nuove divinità. L’anziano pensatore sarebbe responsabile, inoltre, della corruzione dei giovani.

Queste imputazioni derivavano dall’aver, Socrate sempre affermato, di avere presso di se un demone (1), che, in certe circostanze, gli si manifestava, impedendogli di compiere un’azione, o facendogliene interrompere una già avviata. Meleto, e con lui, Licone e Anito, gli altri due accusatori, l’ultimo, probabilmente, tirava i fili, s’avvalse di tali dichiarazioni per trascinare l’anziano filosofo in tribunale.

Soddisfatta la curiosità d’Eutifrone, è Socrate a domandare a cosa è dovuta la venuta in tribunale del religioso. Questi spiega d’essere al portico del Re per accusare il padre d’omicidio. Socrate, sentito Eutifrone, dichiara: “Non penso proprio che il primo capitato metterebbe in piedi una causa simile, ma piuttosto uno che in fatto di saggezza s’è fatto molto avanti”. L’ironia socratica non è colta dall’interlocutore, che anzi procede nel discorso affermando essere santa l’azione che sta compiendo. Il filosofo chiede allora ad Eutifrone di spiegargli cosa sia il santo, la delucidazione del religioso gli sarà utilissima nel processo che lo aspetta.

Eutifrone non si fa pregare è definisce santo quello che egli sta facendo, trascinare in tribunale chi ha commesso un omicidio, anche se si tratta del proprio padre. La parzialità della risposta non soddisfa il filosofo. Le azioni sante sono molte, e Socrate non vuole conoscerne una o due ma “quell’idea per la quale tutti gli atti sono santi”. Socrate è alla ricerca di una definizione universale.

L’interlocutore definisce allora il santo come “ciò che è caro agli Dei”. Ancora una volta Socrate non è persuaso. E’ noto che gli Dei sono spesso in conflitto fra loro, da cosa potrebbero scaturire questi contrasti se non dalla discussione intorno al Santo, al Giusto al Buono ecc?

Eutifrone ammette l’esattezza del ragionamento socratico. Modificando, di conseguenza, la sua definizione, il santo è “ciò che è caro a tutti gli Dei”. Socrate, ancora non convinto, eleva il livello della disputa domandando se il santo è amato dagli Dei perché santo di per sé, o se diviene santo in virtù dell’amore delle divinità. Eutifrone risponde che il santo è santo di per sé indipendentemente dall’amore degli Dei. La seconda definizione del religioso dimostra, quindi, tutta la sua fallacia.

Per pervenire ad una giusta definizione del santo, Socrate prende, allora, un’altra strada, chiedendo ad Eutifrone se tutto il santo sia giusto. La risposta del religioso è, ovviamente, positiva. Socrate allora prosegue: “E forse, dunque, anche tutto il giusto è santo, o il santo è tutto giusto, ma il giusto non è tutto santo, ma una parte di esso è santo, un'altra invece è qualche altra cosa”. Vale a dire “ove è il giusto lì è anche il santo? Oppure dove è il santo, ivi è anche il giusto, ma dove è il giusto, non sempre lì è anche il santo. Il santo, infatti, è parte del giusto”.

Resta ora da stabilire quale parte del giusto sia il santo, e quale parte, pur continuando ad essere giusta, non sia santa. La risposta d’Eutifrone non si fa attendere, la parte santa del giusto è quella riguardante la cura degli Dei, la parte non santa quella che si occupa degli uomini.

Un’altra volta, ancora, Socrate non è appagato dalla definizione, ogni cura, infatti, tende al miglioramento del curato, non si può pretendere di raffinare, ulteriormente gli Dei, che sono già perfetti.

Eutifrone risponde che ciò che per cura intendeva non l’arte di guarire, ma l’arte di servire gli Dei. Qual è dunque, incalza Socrate, il fine di quest’arte? Fare cosa cara agli Dei è la risposta.

Siamo, così, tornati al punto di partenza. Urgerebbe, adesso, un riesame totale della questione. Eutifrone, però, non reggendo più il discorso, fugge, letteralmente, verso casa, piantando in asso Socrate.

In questo dialogo, come un po’, in tutti quelli dedicati a Socrate, emerge la volontà platonica tesa a scagionare il maestro dalle accuse che lo hanno condotto alla morte. Socrate, dimostra, infatti, nell’Eutifrone di credere negli Dei: un miscredente non avrebbe neanche avviato la discussione che ho sopra riassunto. Il dialogo ci mostra un Socrate teso, non a negare l’esistenza dei Numi, ma, a correggere le errate credenze degli uomini riguardo le divinità

Le cause del processo

Il processo a Socrate avvenne nel 399 A. C. Comprendere i motivi che portarono il filosofo alla morte, non è possibile senza ricostruire, almeno in parte, le circostanze politiche e religiose, che portarono al processo e alla condanna dell’anziano pensatore.

Il contesto politico - religioso

Cinque anni prima, a conclusione della guerra del Peloponneso, navi spartane avevano fatto il loro ingresso nel porto del Pireo, le lunghe mura della città furono rase al suolo, tra il suono dei flauti e le danze dei nemici. Sparta aveva distrutto l’impero d’Atene.

I vincitori instaurono un governo compiacente, che fu detto dei “Trenta Tiranni”. Durò poco. Un anno dopo la democrazia sarebbe stata restaurata. Fu proclamata un’amnistia generale, dalla quale furono escluse soltanto le personalità maggiormente compromesse col regime di Trenta, poco più di cinquanta. Tutti gli oligarchici, che lo volessero, potevano ritirarsi ad Eleusi.

Nel 401 i democratici, inquietati da alcune voci su una rivolta preparata dagli esuli, chiedono un incontro con i capi oligarchici, che sono uccisi a tradimento. I fuoriusciti sono costretti a tornare ad Atene (nessuna violenza, oltre a questa, sarà loro inflitta) dove sarà più agevole controllarli.

Nel 399 l’odierna capitale della Grecia è, dunque una città vinta ma libera. Una polis che dopo le inevitabili epurazioni, che seguono ogni cambio di regime, e, che ad Atene non furono indiscriminate, feroci e vili, come tante che la storia recente e passata ricorda, è tornata alla normale dialettica democratica.

Questo clima di pacificazione è turbato dal processo a Socrate. Un processo che, ammantandosi col crisma della religiosità occulta, come tanti altri, le sue motivazioni profondamente politiche.

Tutti i processi religiosi contro i filosofi, dell’antica Grecia, non furono, infatti, mai avviati da santuari, o sacerdoti, ma solo da politici, o da gente da questi prezzolata. A Delfi o ad Eleusi si comprendeva la volontà dei vari pensatori di correggere le false credenze del volgo, più che quella di negare gli Dei.

La religione rivestiva un’enorme importanza nelle polis dell’antica Grecia. Il culto e le sue pratiche ispiravano e guidavano la vita, pubblica e privata delle varie città. Ad Atene le riunioni dell’Assemblea erano sempre precedute dalla purificazione del luogo deputato ad accoglierla ed in due, delle quattro riunioni mensili dell’Assemblea stessa, le questioni religiose erano le prime ad essere affrontate. 

Intorno al V sec. Giunsero però in Attica, provenienti dalle colonie greche d’Asia e d’Italia, dottrine e pensatori che mettevano in crisi le tradizionali credenze religiose. Gli attacchi mossi, da tali concezioni, contro la religione, furono interpretati come critiche pungenti rivolte alle ideologie politiche dominanti.

Analizzando, infatti, i vari processi d’empietà del V secolo scopriamo che le cause, tranne che in un caso: il processo a Protagora, furono sempre intentate da consorterie politiche, abili a sfruttare le paure e le superstizioni della massa, per raggiungere i loro obbiettivi. Il processo ad Anassogora (448), mirava a turbare lo strapotere di Pericle. La mutilazione delle erme (415) fu imputata ad Alcibiade per frenare la vertiginosa ascesa del giovane leader democratico. Il procedimento contro Andocide (400), mirava a nascondere gli intrighi e gli incoffessabbili doppi giochi, che si celavano dietro la condanna ad Alcibiade di quindici anni prima.

Chiarito che il processo a Socrate fu un processo politico, resta da chiederci perché ad Atene ci si volesse, o con la morte o con l’esilio, liberare del filosofo.

La democrazia è un sistema politico, forse il meno peggiore, per dirla con Churchill, ma sempre un sistema politico. Un organismo del genere abbisogna per sopravvivere, che i membri della società in cui vige, non solo gli prestino obbedienza, ma credano ciecamente in esso. Più il sistema politico si consolida e, soprattutto, più assume coscienza della propria potenza, più sarà tollerante nei confronti dei suoi oppositori. Potrà, in ogni caso, sempre verificarsi il sorgere di una personalità, dotata di un carisma e di una virtù, tali da riuscire a mettere in crisi anche il più stabile degli apparati. Contro costui il sistema non potrà essere comprensivo.

Ad Atene, insomma, un ordinamento politico debole, o, è lo stesso, che tale si percepiva, non si spiega altrimenti la spedizione contro i quattro gatti d’Eleusi, si trovò di fronte una personalità come quella di Socrate lo scontro non poteva essere che all’ultimo sangue.

Socrate, in realtà non cercò mai la lotta con le istituzioni. Fu il suo essere filosofo che lo condusse fatalmente ad urtarsi con queste.

La filosofia favorisce l’affermarsi delle personalità individuali, si schiera, sempre e decisamente contro la massa facendo emergere il singolo, colui che possiede opinioni e pensieri propri, e, in virtù di questi assume, nei confronti del mondo che lo circonda, una posizione diversa, e soprattutto, nuova. Non per niente la libertà più preziosa, è quella di pensiero.

L’indipendenza spirituale, è la base d’ogni altra emancipazione. E’ profondamente sbagliato pensare, inoltre, che la filosofia affranchi solo il filosofo, infatti, a parte l’ovvia constatazione che a tutti gli uomini è dato riflettere e quindi sono in grado di liberarsi, conoscersi ed elevarsi, da soli, al disopra della massa, è sufficiente che il pensiero di un solo essere umano giunga a formulare una certa idea, perché questa si diffonda promuovendo un generale miglioramento delle condizioni dello spirito.

La filosofia raggiunge questi risultati grazie all’antidogmatismo che la contraddistingue, ogni risultato finale, ogni convincimento è perennemente messo in discussione dalla reginae scientiae. Ecco, perché, la filosofia è sempre stata odiata e perseguitata, dal potere costituito. La filosofia è oppressa, perché libera, perché pensiero cosciente, libertà che mira a produrre altra libertà, nessuna struttura politica può a lungo tollerarla.

Socrate, che andava in giro per le vie d’Atene a porre domande, a ragionare, a far nascere nuovi pensieri, metteva in crisi il sistema che non potendo abbatterlo con le armi del pensiero scatenò, contro di lui, la grossolanità e le credenze irrazionali della massa, che sempre disprezza e cerca di distruggere la qualità, che pone in luce il suo essere solo quantità.

Apologia

E’ questo, probabilmente, il primo dialogo di Platone. Scritto sull’onda delle emozioni suscitate dalla morte di Socrate, descrive la difesa del filosofo e i momenti successivi alla sua condanna a morte.

La denuncia contro Socrate è la seguente:

“ Accusa mossa e giurata da Meleto figlio di Meleto del demo di Pitto contro Socrate figlio di Sofronisco.
Socrate commette reato non credendo negli dei in cui crede la città e cercando d’introdurre nuove divinità; commette anche reato corrompendo i giovani.
Pena: la morte".

Letta la denuncia e la ricusazione, s’ascoltano i testimoni, quindi i querelanti, Meleto, un poeta tragico senza talento, Anito, un riccone frustrato, un democratico fondamentalista, cui l’amnistia non ha permesso di saziare la sua sete di sangue innocente, e Licone un demagogo fallito. Infine, silenzioso, Socrate, che portatosi davanti ai giudici, cessato il brusio degli spettatori, inizia la sua difesa.

Cos’abbiate provato voi Ateniesi alle asserzioni dei miei accusatori, io non so dire. E’ vero che anch’io sotto la spinta del loro argomentare giunsi a dubitare di me stesso.

Proprio Socrate, l’accusato, l’unico protagonista fra tante mezze figure, spezza la tensione, grazie all’ironia che lo contraddistingue.

Dopo essersi scusato per il suo modo d’esprimersi, dovuto alla sua poca pratica di tribunali, Socrate afferma di temere, più delle recenti accuse mossegli da Meleto, le calunnie che da tanto tempo lo screditano presso gli Ateniesi. Queste hanno avuto, infatti, la possibilità di radicarsi profondamente nell’animo dei giudici, che, tra l’altro le hanno ascoltate, da giovani, quando è più facile essere ingannati.

Due sono le imputazioni dalle quali intende scagionarsi: quelle mossegli da alcuni commediografi, in particolare da Aristofane nell’opera Le nuvole, cioè d’occuparsi dei corpi celesti e di non credere agli Dei, e quella d’essere un sofista, in pratica, un sapiente, che delle sue conoscenze faccia commercio.

Socrate per evidenziare la vacuità di queste accuse non ha bisogno di ricorrere alla dialettica, si limita, semplicemente, a chiedere ai cittadini presenti, se mai lo hanno sentito parlare di tali argomenti, o chiedere denaro per i suoi discorsi. Le risposte non possono essere che negative, ma fanno sorgere un'altra domanda: come mai il filosofo è tanto odiato da essere richiesta per lui la condanna a morte?

“Sono qui”, risponde il pensatore, a causa “di una certa sapienza. E qual’è poi questa sapienza? Quella che viene considerata sapienza umana, e, in realtà, io rischio d’essere saggio in questa sapienza. Quelli invece di cui parlavo poco fa( i primi accusatori), potrebbero essere saggi in una sapienza che è più grande rispetto a quella umana. Io in realtà questo tipo di sapienza non lo conosco e se qualcuno invece lo afferma, mente e parla per spargere calunnie sul mio conto”.

Socrate può sostenere d’essere possessore della sapienza umana, perché è stato l’oracolo di Delfi ad indicarlo come il più saggio tra gli Ateniesi. Potrebbe testimoniarlo Cherefonte, amico di Socrate fin dalla giovinezza e convinto democratico, che, esiliato dai trenta tiranni, non esitò a prendere le armi per restaurare la democrazia, ma purtroppo è morto, c’è comunque il fratello che può confermare quanto Socrate s’appresta a dire. Cherefonte, infatti, chiese alla Pizia, se Socrate fosse il più saggio fra i suoi concittadini, ed ottenne risposta affermativa.

Stupito per quanto rivelato dal Dio, Socrate si diede subito da fare per smentirlo. Recandosi da un noto uomo politico, che, facilmente, avrebbe dimostrato maggior saggezza di lui.

“Mentre stavo esaminando questo tale, provai quest’esperienza: mi sembrava che quest’uomo avesse la fama e fosse sapiente per molti altri uomini e, in particolare modo, per se stesso, ma che in realtà non lo fosse; e, allora, tentai anche di fargli intendere che credeva d’essere sapiente ma che in realtà non lo era. Da quel momento fui odiato non solo da lui, ma anche da molti di quelli che erano presenti. E, mentre me n’andavo via, consideravo, fra me e me, che ero più sapiente di lui: era molto probabile che nessuno di noi due sapesse nulla di bello e di buono, ma costui, credeva di sapere pur non sapendo, io, invece, poiché non so, non penso nemmeno di sapere. Di là me n’andai da un altro che aveva la reputazione d’essere sapiente e mi sembrò di provare le stesse cose. Così venni in odio a lui e a molti altri”.

Socrate, malgrado questi insuccessi, non si arrese, continuò le sue ricerche interrogando prima i poeti e gli autori di tragedie, poi gli artisti. Tutti gli parvero, però, poco sapienti e afflitti dalla stessa presunzione dei politici. Il filosofo non riuscì a smentire il Dio di Delfi. La sua indagine gli aveva procurato solo dei nemici.

Cessato di difendersi dalle prime accuse, Socrate si occupa adesso delle seconde.

Chiamato Meleto comincia ad interrogarlo, rendendolo ben presto ridicolo.

L’accusatore giunge ad affermare che di tutti gli Ateniesi, l’unico a corrompere i giovani è Socrate, dimostrata così la cecità del delatore. Il filosofo vuole evidenziarne anche la stoltezza, perché Socrate dovrebbe rendere malvagi i giovani della città? Non sarebbe lui, loro assiduo frequentatore, il primo a riceverne danno?

Venendo alle accuse d’ateismo, non ha il filosofo sempre sostenuto d’aver presso di se un demone? Meleto, che cerca di tergiversare, è costretto dai giudici a rispondere, e la risposta non può che essere affermativa. Com’è dunque possibile, conclude il filosofo, che lui creda nell’esistenza dei demoni, che sono figli degli Dei, e non in quella di chi li ha generati?

La pochezza di Meleto e la facilità con la quale le sue accuse sono state confutate, dimostrano, ancora volta, che è solo l’odio verso Socrate, a muovere gli accusatori, così rabbiosi, da non retrocedere neanche di fronte alla calunnia, pur di portarlo in tribunale.

Potrebbe Socrate, in cambio della vita, rinunciare a quello stile di vita che tanto astio ha fatto sorgere contro di lui? No! Egli non smetterà di filosofare, facendo vergognare tutti quegli Ateniesi, che interessati ai soli beni materiali, non perseguono la virtù. Anito, inoltre, non può in alcun modo nuocergli, giacché un uomo di un certo valore non può subire danni da uno peggiore: “Egli potrà, certo, farmi condannare a morte, cacciare in esilio, farmi privare dei diritti di cittadino, tutte cose che egli, e altri ancora, crederanno grandi mali: io non lo credo, ma ritengo sia un male molto maggiore quello che egli fa, il tentare di fare condannare a morte ingiustamente un uomo”.

La morte di Socrate non sarà, in ogni caso, un male per il filosofo ma per la città: “Perché se mi ucciderete, non troverete facilmente un altro come me, posto a fianco della città dal dio, come di fianco a un cavallo grande e di razza, ma per la sua grandezza piuttosto lento e bisognoso, anche se è ridicolo a dirsi, di un tafano per essere stimolato, quale a me sembra che il dio abbia posto me al fianco della città, per stimolarvi, persuadervi, rimproverarvi, uno per uno incalzandovi per tutto il giorno, ovunque. Non sarà facile che un altro come me possa venire a voi, o cittadini, ma, se darete retta a me, mi risparmierete. Ma, voi, forse, importunati, come chi è svegliato, quando sta per addormentarsi, picchiando contro di me, e dando ascolto ad Anito, mi condannerete a morte con tutta tranquillità, e continuerete a dormire per il resto della vostra vita, salvo che il dio, preoccupandosi di voi, non rimandi qualcuno in vece mia”.

E’ questo sicuramente uno dei vertici di tutto il dialogo, il filosofo serve alla città, perché sveglia i cittadini dal sonno. Scuote, in altre parole, il loro conformismo, evidenzia le loro miserie, se lo condanneranno, perché turba il paradiso artificiale, che si sono costruiti dando retta alle menzogne altrui e, soprattutto, mentendo a se stessi, saranno loro a pentirsi perché non troveranno più nessuno, che mostrando loro le tenebre e i fumi ideologici in cui sono immersi, li guidi verso la luce.

Che Socrate sia un dono degli Dei alla città è dimostrato dalla povertà in cui versa , occupandosi costantemente della città, il filosofo ha finito per trascurare, infatti, i propri affari. E’ lecito allora chiedergli per quale motivo non ha mai preso parte alla vita politica d’Atene. Il demone non l’ha voluto, e ha fatto benissimo. Il filosofo, qualora si fosse occupato di politica, non avrebbe potuto recare alcun giovamento né a se stesso né alla città perché sarebbe morto precocemente: “E voi non prendetevela con me se dico la verità. Non è possibile, infatti, che nessun uomo si salvi, se si oppone legittimamente a voi o a un’altra moltitudine e tenta di impedire che nella città si compiano ingiustizie o fatti illegali, ma è necessario, per chi si batte realmente per il giusto, anche se vuol sopravvivere per breve tempo, condurre vita privata e non ricoprire cariche pubbliche”.

Il filosofo può provare quanto ha appena detto. Quando, infatti, gli Ateniesi, contro la legge, intendevano giudicare dieci comandanti militari, solo Socrate s’oppose, chiedendo il rispetto della procedura, e, se non si fosse sottratto all’ira della folla, sarebbe, assieme alla legge e alla giustizia, anche lui morto quel giorno. Più pericolosa, ancora, la situazione in cui Socrate venne a trovarsi nel 403, incaricato dai capi dei trenta tiranni, d’arrestare, assieme ad altri quattro concittadini, che accettarono, Leonte di Salamina, il filosofo rifiutò d’obbedire, ritenendo ingiusto quanto comandato. La sua sorte sarebbe stata segnata, se di lì a poco non fosse stata restaurata la democrazia.

Socrate ha finito di parlare. I giudici si sono riuniti per decidere la sua sorte. Al loro ritorno, annunciano il verdetto:

280 si sono pronunciati per la condanna, 220 per l’assoluzione. Le due parti devono, ora, proporre le pene che giudicano più adeguate al caso. I giudici decideranno, poi, quale proposta accettare. Meleto chiede la pena di morte.

Socrate, dopo essersi detto favorevolmente colpito dalla sentenza, trenta voti sarebbero stati sufficienti ad assolvere il filosofo e a condannare Meleto al pagamento di una pesante multa, espone ai giudici la sua richiesta. L’istanza dev’essere proporzionale ai meriti di chi la formula? Ebbene, Socrate, che non si è mai prestato ai tradimenti e alle congiure che hanno contrassegnato gran parte della vita pubblica ateniese, che si è sempre preoccupato più del benessere della città che del suo, chiede d’essere mantenuto nel Pritaneo, l’edificio, che ospitava gli uomini che avevano dato lustro alla città. Pene alternative alla morte non ha alcun motivo per chiederne. In prigione sarebbe lo schiavo dei carcerieri, in esilio lo zimbello dei suoi ospiti, una multa non avrebbe i soldi per pagarla, se, tuttavia, i suoi amici, s’impegnano a pagarla per lui chiede d’essere multato d’una mina d’argento.

I motivi che hanno indotto Socrate a chiedere d’essere ammesso nel Pritaneo, richiesta che spingerà i giudici a condannarlo a morte, sono stati interpretati, nel corso dei secoli, nelle maniere più varie, esporre le varie teorie, e|o, trovarsi d’accordo con una o con l’altra è non solo seccante ma anche inutile. Fu la sete di giustizia di cui Socrate aveva appena parlato, a spingere il filosofo a fare quella richiesta.

I giudici si ritirano per l’ultima deliberazione. Stavolta il verdetto è più severo nei riguardi dell’imputato:

360 giudici sono favorevoli alla pena capitale.

Appresa la condanna Socrate si rivolge ai giudici che gli hanno votato contro. Lui non ha perso il processo perché non è riuscito a confutare le accuse dei suoi accusatori, ma, semplicemente perché, ha cercato di convincere loro, i giudici, della falsità delle accuse che gli erano mosse contro, invece d’implorarli di salvarlo, denigrando se stesso e le sue azioni. Socrate s’era comportato in quel modo per non mortificare la sua condizione di libero cittadino, né si pente di questa decisione: “Perché né in tribunale né in guerra, né Io, né alcun altro, deve orchestrare un tal contegno, di fare di tutto per poter sottrarsi alla morte. Anche nelle battaglie, del resto, spesso appare chiaro, che uno può evitare la morte e buttando le armi e volgendosi a supplicare gli inseguitori. “Ma, cittadini, non è questa la difficoltà, sfuggire alla morte, ma è molto più difficile evitare la malvagità: essa corre, infatti, più veloce della morte. Ora Io, che sono tardo e vecchio, sono colto da quella che è più tarda; i miei accusatori, invece, sono stati colti da quella che è più veloce: la malvagità”.

Socrate s’intrattiene poi con i giudici, a lui favorevoli, e con gli amici per consolarli. Il demone, che, sempre, gli ha impedito di compiere azioni inique, o, dannose per se stesso. Quel giorno non si è manifestato, segno che tutto era andato per il verso giusto, poiché il demone giammai avrebbe spinto Socrate verso l’ingiustizia o verso un male.

Prova che la morte sia un bene, emergerà, anche dal seguito del discorso.

“La morte, infatti, è una di queste due cose: o è come essere nulla e il morto non ha alcuna consapevolezza, oppure, è un cambiamento, una migrazione dell’anima da quaggiù a un altro luogo. Ora se la morte è non avere alcuna coscienza, ma come un sonno, quando uno dormendo non vede nemmeno un sogno la morte può essere un meraviglioso guadagno; io penso, infatti, che se uno scelta la notte in cui dormì più profondamente, e dopo averla messa a confronto, con tutti gli altri giorni e le altre notti della sua vita, dovesse dire in quali giorni e in quali notti egli fosse vissuto in maniera migliore e più piacevole di quella notte stessa, io penso che costui, non tanto un privato ma anche il Gran re, troverebbe che son ben facili a contarsi questi giorni e queste notti”. Se poi la morte è un emigrare, ed è vero quel che si dice, che là s’incontrano tutti i morti quale bene può esserci più grande di questo, o giudici? Che se uno giunto nell’Ade liberatosi dai sedicenti giudici di qui, troverà laggiù i veri giudici. E qual prezzo non accetterebbe ognuno di voi per stare insieme a Orfeo, a Museo, a Esiodo, e ad Omero”.

Dopo aver raccomandato ai giudici la moglie e i figli Socrate si commiata:

"Ormai è ora d’andare, io verso la morte, voi verso la vita. E’ ignoto a tutti, chi di noi vada verso il destino migliore, tranne che alla divinità".

Critone

Questo dialogo scritto, probabilmente, poco dopo l’Apologia, è frutto degli stessi stati d’animo, che hanno inspirato il precedente.

Il pensatore sta dormendo. Quando, nella sua cella, giunge L’amico Critone

Il sole non è ancora sorto su Atene, Socrate appena desto, incontra il volto familiare di Critone. Il filosofo, nonostante l’ora, rimprovera l’amico per non averlo svegliato, questi si scusa, non intendeva turbare la serenità di Socrate, tanto più che è latore di cattive notizie: la nave di Delo (2) giungerà al Pireo quello stesso giorno. Il filosofo domani non sarà più. Socrate, però, è d’altro avviso. In sogno una bellissima donna vestita di bianco gli ha, infatti, annunciato: <<Socrate fra tre giorni giungerai a Ftia dalle pingui zolle>>. Udito il sogno, Critone rompe gli indugi e comunica all’amico il motivo che lo ha spinto a venirlo a trovare, così di buon’ora: far evadere il prigioniero.

I discepoli di Socrate hanno pensato a corrompere i carcerieri ed altre persone incaricate di condurre il filosofo in Tessaglia. L’amico fa, inoltre, intendere che, non manca il tacito assenso delle istituzioni della città.

Socrate non intende fuggire, però, senza aver prima riflettuto su quanto s’accinge a fare, la ragione che ha guidato tutta la sua vita, la governerà anche in quest’occasione. La coerenza con le sue idee, che non ha tradito neanche dinanzi ai giudici, imporrà a Socrate di rinunziare alla fuga.

Socrate ha sempre sostenuto che non bisogna commettere ingiustizia né compiere azioni malvagie, neanche per rispondere ad un’ingiustizia, o ad un male, che ci siano stati inflitti.

Fuggendo, inoltre, Socrate non commetterebbe ingiustizia nei confronti non di una persona, ma verso le cose più sante.

Critone chiede una delucidazione su quanto il filosofo ha appena affermato. Socrate, per chiarire meglio il suo concetto, immagina che le leggi d’Atene compaiono davanti a loro, mentre stanno fuggendo. Cosa direbbero allora le leggi? Dopo aver ricordato a Socrate che deve la vita a quelle fra loro che regolano i matrimoni, rinfaccerebbero al pensatore che proprio lui che ha sempre agito in conformità al giusto, s’accinge ora a compiere un sopruso verso la patria, la cosa più sacra e veneranda. Compiuti i diciotto anni Socrate aveva il diritto, come ogni cittadino ateniese, di allontanarsi dalla città per andare a vivere in un altro luogo, ma non l’ha fatto. Questo significa che le ha accettate e trovate giuste, l’ha, inoltre, dimostrato, anche, accettando il processo e la condanna inflittagli, perdendo, così, ogni diritto ad infrangerle.

Giunto nel luogo dell’esilio, i suoi nuovi concittadini non penserebbero, a causa del reato, da lui commesso, che le accuse d’empietà e corruzione fossero più che giuste. Socrate ricorrendo, alla sua età, a tutti quei trucchi e travestimenti necessari al buon esito della fuga si renderebbe, inoltre, ridicolo, e tutti comprenderebbero che il suo insegnamento era privo di valore. Una volta morto, anche se riuscisse a fuggire dovrebbe prima o poi morire, e, vista l’età di Socrate, la data della sua dipartita non sembra, alle leggi, così lontana, il filosofo dovrebbe rendere conto alle implacabili leggi dell’Ade, d’aver infranto quelle d’Atene. Sotto tutti gli aspetti conviene dunque a Socrate accettare quanto le leggi hanno stabilito, ricordando, anche, che non l’ingiustizia delle leggi, ma quella degli uomini l’ha condotto alla morte.

Ascoltato il discorso, l’amico se ne dichiara convinto, “e allora”, conclude il filosofo, “lascia perdere, Critone, e facciamo quel che c’indica la divinità”.

Platone, in questo dialogo, intende evidenziare che, per Socrate, giustizia e virtù non sono semplici parole, ma rivestono un profondo significato.

La coerenza del filosofo verso la sua dottrina, non fa che innalzarne ancora di più l’immagine agli occhi del lettore moderno nell’antica Grecia, infatti, il filosofo che non conformasse la sua vita all’insegnamento che impartiva, era considerato uomo di poco conto, e prive di qualsiasi valore le sue idee, il comportamento del pensatore ateniese sarà, dunque, stato giudicato normale dai suoi contemporanei, che non potevano neanche immaginare l’ipocrisia e la falsità che contraddistinguono gli intellettuali d’oggigiorno.

Fedone

Questo dialogo è stato scritto parecchio tempo dopo quelli che lo precedono. L’allievo prende, qui, il sopravvento sul maestro. Platone, in altri termini, espone per bocca di Socrate quelle che sono le sue teorie sull’anima e la morte. E’, in ogni modo, probabile, che i discorsi, nella cella, abbiano affrontato il tema dell’anima, e che, Socrate sia riuscito a convincere gli amici delle sue verità, ricorrendo ad argomenti simili a quelli messigli in bocca da Platone.

La descrizione della serenità con cui il filosofo affrontò la morte, è sicuramente veridica, e conferma quanto emerso dal Apologia e dal Critone.

E’ l’alba, ad Atene, l’aria è fresca, gli amici del condannato sono riuniti fuori dalla prigione, Socrate sta conversando con la moglie e il figlioletto più piccolo, un carceriere ammette gli amici alla presenza del pensatore, vedendoli Santippe inizia a piangere ad alta voce la sorte del marito, il pensatore prega Critone d’allontanarla, mentre un guardiano gli toglie i ceppi.

Il filosofo e la morte

Sciolto dalle catene, Socrate si rivolge agli amici, che piangono la sua sorte, non devono essere tristi, perché il vero filosofo deve desiderare la morte, che, però non può né deve procurarsi in maniera violenta. L’apparente contraddizione del discorso spinge Simmia e CebeteC a chiedere un chiarimento. Socrate ribadisce quanto ha appena affermato, l’essere morti è preferibile, per alcuni uomini, all’essere vivi, proprio per questo sarebbe iniquo che costoro, si procurassero da sé questo bene.

Gli uomini sono, infatti, possesso degli Dei, non è, quindi lecito per loro uccidersi, prima che le divinità, è questo il caso di Socrate, non abbiamo inviato chiari segnali in tal senso.

Quanto appena detto dal pensatore ateniese ha, secondo Cebete, un senso, ciò che il tebano non comprende, è il desiderio d’annientamento di sé, che il filosofo dovrebbe avere.

Socrate, sperando di avere maggiore successo che in tribunale, comincia a difendere la sua tesi. La morte altro non è che una separazione dell’anima dal corpo. Il vero filosofo deve avere, naturalmente, maggiore cura della prima che del secondo. Proprio, infatti, la missione più alta del filosofo, il suo unico dovere, l’acquisizione della sapienza è, tra tutte le attività umane, quella cui il corpo è di maggiore impedimento. L’anima, infatti, ragiona bene, sulle realtà terrene, quando non è turbata dai sensi, sempre ingannevoli, e dai sentimenti, quali il piacere e il dolore, causati dal corpo. La ricerca delle <<cose in sé>>, del bello, del giusto, del buono in assoluto, compito supremo per il filosofo non abbisogna, poi, neanche dell’aiuto dei sensi, gli oggetti in sé possono essere raggiunti, infatti, solo tramite il pensiero libero da ogni impurità.

E’ inevitabile, dunque, che nel filosofo, maturi ben presto la convinzione che, finché l’anima resti unità al corpo, mai, potrà raggiungere la verità. Molteplici sono gli impedimenti creati dal corpo a questa ricerca. Nient’altro ci procura il corpo se non miserie, guerre e battaglie. Le ricchezze sono all’origine d’ogni guerra, e le ricchezze, che non sono d’alcuna utilità all’anima, sono indispensabili al corpo. Tutti questi argomenti dimostrano che, se si desidera conoscere qualcosa nella sua purezza, è assolutamente necessario affrancarsi dal corpo, per contemplare, questa purezza con la sola anima. Dato che l’anima s’emancipa definitivamente dal corpo solo con la morte, e siccome, il filosofo, per assolvere il compito che gli è assegnato vive una buna parte della sua vita come se fosse morto, vale a dire, con l’anima disgiunta dal corpo, non c’è niente di strano nel sostenere che, il filosofo pur senza cercare di procacciarsela, debba desiderare la morte.

L’anima, la reminiscenza, la metempsicosi

Il ragionamento di Socrate ha un punto debole che Cebete non manca di rilevare, l’anima potrebbe perire insieme al corpo.

Il filosofo ateniese è, ora, chiamato a dimostrare l’immortalità dell’anima. Socrate ricorre ad un ragionamento. Ogni ente trae origine dal suo contrario, il grande dal piccolo e il piccolo dal grande, il lento dal veloce, il forte dal debole, e così via. E’, altresì, evidente, che la vita genera il suo contrario: la morte, cosi come il sonno nasce dalla veglia, ma come dal sonno si rigenera la veglia, dobbiamo ammettere, che, allo stesso modo, dalla morte sorge la vita, a meno che, la natura non sia, a questo riguardo, zoppa.

Un’altra prova, può essere addotta a sostegno dell’immortalità dell’anima. Questo secondo argomento è fondato sulla teoria della reminiscenza, che Socrate comincia ad illustrare.

"Chi si ricorda di qualcosa è necessario che l’abbia conosciuta. La sensazione di un ente può, inoltre, farne venire un altro alla memoria. Vedere Simmia può, ad esempio farci ricordare di Cebete. Un simile evento prende il nome di reminiscenza".

Chiarito quel che s’intende per reminiscenza, Socrate sviluppa l’argomento. Gli uomini sostengono l’esistenza, ad esempio, dell’uguale in sé. Da dove deriva questa conoscenza? Non certo dal mondo della natura, possiamo dire che due oggetti fisici sono uguali, ma sappiamo benissimo che non lo sono perfettamente, oppure, qualcuno sostiene che due cose sono uguali, mentre un altro n’afferma l’assoluta diversità, l’uguale in sé, al contrario, non può essere che perfettamente uguale.

Pur non essendo gli uguali fisici, quindi, uguali all’uguale in sé, proprio tramite la percezione di questi, abbiamo ottenuto la conoscenza dell’uguale in sé. Siamo, dunque, rispetto a quest’evento, costretti a parlare di reminiscenza. Dell’uguale in sé, però, non abbiamo mai avuto la percezione, com’è possibile allora che due esseri del mondo fisico c’è lo portino alla mente? La reminiscenza, però, può verificarsi solo in virtù di una precedente conoscenza, quand’è allora che abbiamo contemplato l’uguale in sé?

E’, innanzi tutto, necessario ammettere di non averlo percepito dopo la nascita, l’uguale in sé, cosi come il giusto in sé, il buono in sé, il bello in sé, non sono entità del mondo che percepiamo.

La conoscenza delle cose in sé, che abbiamo acquisito, dunque, prima di nascere, e persa al momento della nascita, la riacquistiamo in virtù della reminiscenza, ogni imparare altro non è, che un ricordare.

Le nostre anime hanno, quindi, contemplato le cose in sé, i noumeni per dirla con Kant, prima della nostra nascita.

Il discorso di Socrate ha soddisfatto Scimmia (3). Cebete, al contrario, pur dichiarandosi completamente convinto da quanto detto dal pensatore ateniese, mette in risalto come il discorso di questi abbia dimostrato soltanto la preesistenza dell'anima al corpo, non il suo sopravvivere all’estinguersi di questo.

All’obiezione di Cebete, il filosofo ateniese risponde che la prima dissertazione, ha dimostrato il sorgere della vita dalla morte, è sufficiente integrare le due esposizioni per avere un quadro completo sulle vicende dell’anima, prima e dopo lo spegnersi del corpo.

Cebete prega allora l’anziano pensatore di continuare, le paure suscitate dalla morte, atterriscono non Cebete e Simmia, ma qualcosa che è dentro di loro, un fanciullino, dice il pensatore tebano, allo scopo di spiegarsi, che spaventato dalla fine della vita ha un costante bisogno d’essere rasserenato.

Socrate, di buon grado, viene incontro alle richieste dei due interlocutori.

E’ necessario, a questo punto, interrogare noi stessi, su quali siano quegli enti cui è relativo il disperdersi e a quali, invece, pertenga l’eterna esistenza.

Gli enti eterni non possono essere altro che le cose in sé, le cose destinate a divenire sono, invece, quelle destinate a perire. E’ indubbio che gli enti eterni sono invisibili, mentre, visibili sono quelli transeunti

Spostando la nostra attenzione dagli enti agli esseri umani, sappiamo che essi sono formati da un corpo e da un’anima. Il corpo è visibile, l’anima invisibile, l’anima è dunque simile alle cose in sé, il corpo ricorda gli oggetti dell’esperienza, il corpo e di conseguenza destinato a morte certa, l’anima invece è eterna. Il discorso di Socrate potrebbe, a questo punto, concludersi, ma il filosofo, continua la sua dissertazione sull’anima.

L’anima pura che s’è dedicata alla filosofia, giunge, una volta affrancatasi dal corpo, in un luogo a lei simile, in un posto nobile e puro dove sarà finalmente beata, libera dal corpo e dalle sue paure. L’anima che, invece, si scioglie dal corpo, impura, quell’anima, cioè, che, invece, di dirigere il corpo, in conformità alla sua natura superiore, s’è da questo lasciata trascinare, s’allontanerà dal corpo, appesantita dai desideri terreni, che le impediranno di giungere là dov’è l’anima che s’è dedicata alla conoscenza, facendola restare sulla terra, ad aggirarsi attorno ai sepolcri e alle tombe. Le anime divenute visibili, dopo la morte, dei corpi che occupavano, non possono che essere le anime dei malvagi, che continueranno a vagare sulla terra, pagando il fio della loro scelleratezza, fin quando non si reincarneranno in un altro corpo. Le anime malvagie occuperanno i corpi degli animali cui somigliano, asini, lupi, maiali, avvoltoi ecc. Le anime che invece hanno condotto una vita all’insegna della correttezza e dell’onesta nei rapporti con gli altri si reincarneranno, in corpi di animali civili, quali sono, ad esempio le formiche e le api, ma solo le anime dei filosofi potranno, come già detto, restare sempre presso gli Dei contemplando le verità ultime ed immutabili.

Socrate ha concluso il suo discorso, ora tace riflettendo su quanto ha detto, posando lo sguardo sereno sugli amici che lo circondano, nota Simmia e Cebete che conversano a bassa voce, li incoraggia, se non ancora convinti da quanto ha affermato, ad esporre i loro dubbi. Cebete spiega, allora, le ragioni del suo turbamento, non nega né la preesistenza dell’anima, né la metempsicosi, crede, però, che l’anima non sia immortale, ma soltanto più resistente del corpo, così che, dopo aver consumato molti corpi, s’estingua anch’essa, se le cose stanno così, il coraggio di fronte alla morte è da sciocchi.

Le parole di Cebete, accolte nel silenzio più assoluto, hanno gelato i cuori di tutti. La morte è tornata ad essere un enigma oscuro, non più illuminato dalla filosofia. Il pensatore di Tebe, temendo che la foga del discorso l’abbia portato, considerando a situazione di Socrate, troppo oltre, forse, dopo aver deglutito a vuoto un paio di volte si sarà guardato intorno come a chiedere scusa, qualcuno degli amici di Socrate tace col volto rivolto al suolo, altri scoppiano in lacrime, per un attimo anche il maestro sembra turbato. Un attimo soltanto, poi Socrate carezzando le chiome di Fedone, si rasserena ed è pronto a rispondere all’obiezione dell’amico.

L’immortalità dell’anima

Un ente qualsiasi del nostro mondo è bello, buono, giusto, eccetera, perché partecipa della bellezza in sé, oppure della bontà in sé, o, ancora, della giustizia in sé.

Socrate rende ancor più chiaro il suo discorso, una cosa non è bella per i colori, o per la forma, ma solo per la comunione che si stabilisce fra lei e l’idea del bello. Le cose belle sono belle per la bellezza. Le cose grandi, così, saranno grandi a causa della grandezza, e quelle piccole perché hanno in sé la piccolezza, addirittura, se sommiamo l’uno a un altro uno, il due che ne risulterà, sarà due, non a causa dell’addizione, ma perché partecipa dell’idea della dualità. 

Ottenuto l’assenso su quanto ha esposto Socrate prosegue. Ammessa l’esistenza del caldo e del freddo, non affermeremo che sono la neve e il fuoco, ma, che questi due enti fisici, partecipano rispettivamente dell’idea di freddo e di quella di caldo, pur non essendo il caldo ed il freddo in sé. La neve che non è il freddo, e non è, quindi, il contrario del caldo, si scioglie all’appressarsi del calore, così come il fuoco all’appressarsi del freddo si spegne, da questo si deduce non solo, com’è ovvio, che il freddo in sé non tollererà mai di divenire caldo, e viceversa, ma che, anche, gli enti materiali, che partecipano delle idee in sé, non sopportano di divenire altro dall’idea che portano in loro e, piuttosto, che trasformarsi nel suo contrario preferiscono estinguersi.

Quel che si è appena detto, non contraddice quanto detto prima a proposito della genesi di un ente dal suo contrario, prima s’è detto che da cosa contraria nasce cosa contraria, ora s’afferma che il contrario in sé non può divenire il contrario di stesso, ora, che una cosa in sé non può divenire il contrario di se stessa né quando è in sé né quando è inscritto in qualcosa del mondo.

Socrate, con un altro esempio, chiarisce, un’altra volta ancora, la sua esposizione. Il dispari sarà sempre chiamato dispari, vi sono, però altri enti (questo è il punto fondamentale) che, pur non essendo il dispari, oltre che col proprio nome, debbono anche essere chiamati col nome di dispari. Uno di questi enti è, per esempio, il tre. Allo stesso modo il due, il quattro, eccetera, pur non essendo il pari, sono comunque pari. Il tre, che non è contrario del pari, non accetterà mai, lo stesso, di divenire pari, vale a dire cosa contraria all’idea di dispari della quale partecipa, il tre, inoltre, pur non essendo il contrario del due, non tollererà neanche di divenire due, perché, così, riceverebbe la forma (pari), contraria all’idea di cui partecipa (il dispari).

In conclusione, un’idea che è inscritta in una cosa, non solo le dà la sua forma, ma, neanche le consente d’assumere una forma a lei contraria.

Acquisite, sarebbe meglio chiarite, queste conoscenze, il discorso può tornare a vertere sull’anima. L’anima ovunque giunga porta con sé la vita, perché la vita è l’idea, il principio che in essa è inscritto, la morte è il principio contrario alla vita, quindi, l’anima, pur non essendo il contrario della morte, non potrà accoglierla, perché in lei è inscritta la vita in sé.

Socrate può adesso, finalmente, tirare le somme del ragionamento, quello che partecipa e non può partecipare dell’idea del pari, sarà dispari, quello che non partecipa e non può partecipare dell’idea di cultura, sarà incolto, quello che non partecipa e non può partecipare dell’idea di morte, sarà immortale.

Il pensiero dell’immortalità dell’anima, d’altronde, non reca felicità a tutti gli uomini ma solo a coloro che ben si sono comportanti durante la loro vita, per gli altri, questo pensiero, sarà fonte di tribolazione, perché il destino delle anime dopo la separazione dal corpo dipenderà da come hanno vissuto su questa terra.

L’anima del filosofo giungerà pura nel mondo delle idee, ma l’anima dei malvagi sarà gettata nel Tartaro dove soffriranno per l’eternità le pene che si sono meritate.

Ormai è sera, così come il giorno anche la vita di Socrate volge al termine, il filosofo consola ancora gli amici rassicurandoli che fra poco sarà lontano è felice, quello che resterà sulla terra altro non è se non un inutile involucro.

Lavatosi, Socrate s’intrattiene, poi, con i figli, s’appresta, quindi, a bere la cicuta, Critone lo invita a rimandare il momento della morte: molti sono coloro che assumono il veleno a notte inoltrata, ma Socrate, che non vede l’ora di staccarsi dal corpo, per poter dedicarsi, senza più alcun intralcio, alla sapienza, non gli dà neanche ascolto.

Terminata la bevanda fatale, il filosofo esorta gli amici affinché cessino di piangere e siede in attesa della morte.

“Critone debbo un gallo ad Esculapio (4), dateglielo, non ve ne dimenticate”.

Con queste ultime parole Socrate si congeda dai suoi amici e dal mondo.


1) Demoni - E’ opportuno sgombrare il campo dagli equivoci. Il termine demone (daìmon) non stava ad indicare, nell’Antica Grecia, un essere infernale, o un’entità malvagia, ma un essere divino superiore agli uomini ed inferiore agli Dei. I Greci attribuivano ai demoni, anzi, il compito di dirigere secondo i dettami delle divinità le azioni degli uomini. Fu con l’avvento del cristianesimo, che il nome demoni venne associato a creature diaboliche e spaventose. I demoni buoni dell’antichità ellenica, possono essere identificati con gli angeli della tradizione cristiana.

2) La nave di Delo. - Dopo l’uccisione del Minotauro da parte di Teseo, ogni anno delegazione ateniese si recava a Delo. Prima del ritorno della nave la città doveva mantenersi pura. Nessuna condanna a morte poteva, fino al giorno dopo l’arrivo della nave, dunque, essere eseguita. Socrate è stato condannato a morte, il giorno dopo la partenza della nave, per questo, pur essendo trascorso quasi un mese dalla fine del processo è ancora in vita.
Il filosofo sta dormendo. Quando, nella sua cella, giunge L’amico Critone.

3) Scimmia e Cebete - Filosofi pitagorici

4) Eusculapio. - Eusculapio era il Dio della medicina, chi era guarito da un male gli sacrificava un gallo. L’unità tra anima e corpo era stata la malattia di cui era afflitto Socrate, che fra poco sarebbe guarito.

Alessandro Nirta
sandrunirta@hotmail.com

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