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Come abbiamo letto, otto giorni dopo il curioso pellegrinaggio a Bayreuth, Hitler è pronto!

..... per il famoso PUTCH
(nella foto il successivo assembramento di 3000 aderenti nel centro di Monaco)

 

 

PUTCH DELLA BIRRERIA DI MONACO

8 NOVEMBRE 1923 - Ore 20,45, la grande birreria Burgerbraukeller di Monaco è affollata di clienti che stanno ascoltando in una sala la relazione di tre commissari del governo. Si spalancano le porte ed irrompe minaccioso Hitler con i suoi fedelissimi. Impietrisce i presenti, e per fare ancora più scena, con la pistola spara in aria un colpo. "attenzione la rivoluzione nazionale é cominciata. Abbiamo circondato il palazzo con seicento uomini armati di tutto punto. Il governo bavarese e del Reich è stato rovesciato. Le caserme dell'esercito e della polizia sono occupate, gli uomini si sono schierati con noi e marciano sulla città con le nostre bandiere della svastica. Streseman non é più cancelliere. Io ho assunto la direzione politica del nuovo governo".

Ma è tutto un bluff (lo confesserà poi lo stesso Hitler). I presenti non si scomposero. Il famoso generale - Ludendorff (di destra)-  che da tempo appoggiava Hitler perchè aveva anche lui alcune ambizioni di potere, non si aspettava  una scena così plateale e drammatica; lui pur essendo militare era per la meno teatralità e in più temeva spargimento di sangue che avrebbe compromesso tutto. I "Corpi Franchi" mercenari governativi mica scherzavano, quelli sparavano su chiunque; anche sugli ex generali.
Riuscì a calmare la tensione, e mentre i compagni di Hitler non sapevano cosa fare, Hitler si cavò dall'impaccio, annunciando che all'indomani ci sarebbe stata una grande manifestazione di protesta in tutta la città e che il suo plateale intervento era solo un "forte" avvertimento.

Ma il giorno dopo, 9 novembre la grande parata che doveva conquistare il Palazzo era un semplice assembramento di circa 3000 aderenti che marciava verso il centro di Monaco. Qui trovarono la strada sbarrata dai poliziotti. Poi da un punto imprecisato partì un colpo, e subito dopo iniziò la carica e una fitta sparatoria. Nel caos e nel fuggi fuggi, rimasero uccisi 14 nazisti e 3 poliziotti.

Il fantomatico " colpo di Stato" era fallito miseramente, e Hitler pur fuggendo venne poi arrestato e processato per alto tradimento. Lui non si scompose, anzi, era la sua occasione per far parlare di sé tutta la Germania, attirare l'attenzione della pubblica opinione sul suo partito e le sue idee. Sapeva che sarebbe diventato un martire solo perché voleva un governo forte e una Germania rispettata.
Che é quello che volevano in sostanza un po' tutti, anche se non si esponevano troppo. Insomma nel fargli il processo il governo commise  il suo più grosso errore: gli offrì una platea in tribunale e la notarietà alla stampa. E Hitler non cercava di meglio.

Lo condannarono dopo 24 giorni di dibattito processuale: ma  nel difendersi ostentò sicurezza, dialettica, populismo, argomentazioni patriottiche inscenando veri e propri comizi che strappavano gli applausi ai presenti, trasformando l'aula del tribunale in un teatro.
24 giorni di appassionante difesa che tenne banco sui giornali dalle cui colonne - in crescendo- una buona parte (tra le righe - o evidenziando in grassetto le sue frasi riportate integralmente)  voleva libero il "patriota".

Ma lo condannarono a cinque anni assieme al -più famoso di lui- generale, che però fu messo in disparte, la platea era concentrata tutta su di lui. Quando Hitler lasciò il tribunale, sapeva di aver raggiunto lo scopo. Il processo era stato un vero trionfo. In Germania ormai tutti parlavano di lui.

In prigione, alla fortezza di Landsberg, in mezzo ai carcerieri e ai detenuti parlava solo di Patria e di un Reich forte. Lo ascoltavano gli uni e gli altri rapiti. Nei sei mesi di carcere (non dimentichiamo che con lui c'è Rudholf Hess, l'ex studente di filosofia appassionato di geopolitica)  ha scritto un libro, il Mein Kampf (La mia Battaglia) dettato a un compagno di cella. Vi riportava i suoi progetti per la Germania e di se stesso di cui ha una sconfinata fiducia.
E' infatti sempre deciso, come prima di entrare in galera, a rovesciare il governo e a instaurare un Reich forte ed aggressivo sotto... (e qui sembra proprio vaneggiare) sotto il suo comando.

La sua impresa la presentò come una  missione quasi “divina” e il potere assoluto stava alla base del suo progetto. Solo così avrebbe potuto trascinare la nazione verso una nuova alba di grandezza. 

1924 - 7 DICEMBRE - Landsberg, Germania. - Adolf Hitler esce finalmente dal carcere (si fanno fotografare con lui il direttore del carcere, i due giudici e il generale) per salire come un primo attore su un’auto scoperta di un amico. Con sè ha il libro che già considera la bibbia del suo movimento, ma che assieme al suo giornale già il giorno della condanna era stato messo fuorilegge; libro, partito e giornale.

IL MAIN KAMPF

Il libro si impegnò a stamparlo un suo compagno di galera, l'ex orologiaio Emile Maurice, ma non ebbe un gran successo, l'amico ci rimise perfino dei soldi.

Passò inosservato per anni, fino a quando Hitler salì al potere. Un vero peccato perché dentro quel libro, mentre il suo autore si agitava, su Mein Kampf,  i politici di tutto il mondo avrebbero potuto scoprire in anticipo, pagina su pagina, il suo programma per la conquista del potere e come avrebbe poi esercitato il medesimo per trasformare la Germania.

I pochi che lo avevano letto, la passione che Hitler vi aveva trasferito sembrò anche sincera, del resto quelle aspirazioni erano non solo sue ma di tutta la Germania, ciò nonostante i progetti contenuti erano pura  fantapolitica.
Invece era tutto il suo programma con estrema chiarezza, e un percorso da seguire nei minimi dettagli. E lui senza falsa modestia era ovviamente il condottiero:
"Attacco a est per l'occupazione della Polonia, Danzica, della Cecoslovacchia. Poi all'Austria. Attacco (anche !?) alla Russia. Attacco al Belgio, Olanda e Francia, lasciando l'Inghilterra in pace nella sua isola se veniva a patti e lasciava a lui solo dominare il resto dell'Europa". 

Vi era espressa la sua politica, quella della supremazia tedesca, la politica razzista e tutto il suo disprezzo e le ostilità per gli ebrei, per il marxismo, il capitalismo, e la borghesia ebrea che si era arricchita durante la Repubblica di Weimar a spese dei tedeschi.

Ad accelerare questi folli progetti - quando Hitler nel '33 salì al potere - ci pensarono gli stessi ebrei di tutto il mondo - quando un mese dopo, allarmati - non da Hitler che contava ancora poco - ma da tutti quelli che lo avevano appoggiato a far nascere il Nazismo erano aggressivamente scesi in campo per far risorgere la Germania.
Gli ebrei di tutto il mondo il 24 marzo 1933 dichiararono guerra alla Germania.....dove
auspicavano un vero e proprio piano di sterminio e la distruzione dell'intera Germania.
Compreso il successivo "piano Morgenthau": eliminazione di tutti i tedeschi, smembramento della Germania, la castrazione di 48 milioni di uomini tedeschi. Una vera e propria estinzione biologica del popolo tedesco (un progetto da far impallidire le successive "leggi razziali" hitleriane e mussoliniane verso gli ebrei, dove cominciarono pure loro (come aveva fatto Morgenthau) a chiamare gli ebrei "popolo di un altra razza".

Molti di questi particolari li abbiamo riportati in fondo alle pagine del sito MUSSOLINI > > > >

La Germania si sarebbe riscattata ad est occupando -usiamo le stesse parole di Hitler- "uno spazio vitale” ai danni dell’Unione Sovietica con gli odiati "bolscevichi". Il successo era garantito dalla convinzione della superiorità della razza ariana nei confronti delle altre. Hitler  infatti credeva fermamente nella divisione dell’umanità in diverse etnie costantemente in lotta fra di loro. Il diritto alla sopravvivenza spettava solo al vincitore di questa lotta, ovviamente ai tedeschi. I popoli non ariani andavano semplicemente distrutti senza pietà e al primo posto della lista c’erano gli ebrei che si erano amalgamati con il resto della società tedesca, occupando posizioni di rilievo, minandone la solidità e la compattezza. La Germania poteva uscire dalla grave crisi in cui era caduta e risolvere tutti i suoi problemi, ma solo sotto la sua guida. L’obiettivo era un Reich millenario libero dalle etnie impure, che avrebbe dovuto dominare su tutta l’Europa. 
Politicamente - sembrava fantapolitica o patologica megalomania- l'obiettivo di Hitler era di concentrare su di sè le due massime cariche politiche della Germania, cancelliere e presidente, e quindi diventare il Fuhrer, unica guida di tutto il paese.

Nessuno lesse il libro, o gli avversari politici che lo fecero sottovalutarono la portata delle mire di Hitler, mentre lui attenendosi al programma che aveva elencato nel suo libro procedeva una pagina dietro l'altra. E affermava a un certo punto che tutto questo si poteva realizzare con un milione di soldati e un solo uomo a comandarli: ovviamente quell'uomo era lui!

In questi primi tempi, evitava sempre in pubblico di trattare gli elementi più estremi della sua demagogia contenuta nel libro; nei suoi discorsi sapeva moderare con incredibile abilità il contenuto, il suo lessico lo adattava spesso alle esigenze. Solo con i suoi “fedeli” parlava apertamente dei suoi progetti per la Germania dopo la conquista del potere. Con il popolo invece manteneva un atteggiamento molto più moderato, ma non mancava mai di rimandarli a "La mia battaglia", al suo credo, a quel libro che dal 1933 in poi si cominciò a vendere in Germania con le tirature pari alla Bibbia.

Il nocciolo della questione (soprattutto dei revisionisti) verrà poi dopo. Cioè se i tedeschi sapevano o no di questi progetti: desiderio di una Germania dominante; predominio con i mezzi militari; governare il mondo con l'impronta imperialistica; infine l'idea di popolo "puro" con le leggi razziali e la "pulizia etnica".
Prima il libro non l'aveva letto nessuno, fu quasi un fiasco. Ma poi  quando salì al potere- il libro fu letto in tutte le case tedesche come una sorta di vangelo. Fu il libro -come abbiamo detto sopra- più venduto, al pari della Bibbia. Circa sei milioni di copie. Quindi nessuno potrebbe dire che i tedeschi non sapevano.
E sapevano anche gli Italiani: Il Corriere della Sera del 1933, all'indomani della grande ascesa  non aveva dubbi sulla natura  del nazismo "la sua vera forza non é quella numerica, né la sua volontà! Sono  sani e vitali elementi della politica europea e mondiale".


Così il libro anche in Italia con molto zelo fu stampato come "doveroso omaggio al grande Fuhrer" e fu pubblicato nel 1934 dalla Bompiani,  La mia battaglia (Mein Kampf).  Andiamo  alla pagina 364. Ed ecco cosa troviamo:

"In luogo dell'odio contro altri ariani, dai quali tutto può separarci, ma ai quali tuttavia ci unisce comunanza di sangue e di civiltà, dobbiamo votare al furore generale il perfido nemico dell'umanità, l'ebreo, il vero autore di tutte le sofferenze. Il nazionalsocialismo deve fare in modo che, almeno nel nostro paese, il mortale avversario sia riconosciuto e che la lotta contro di esso mostri anche agli altri popoli la via della salvezza dell'umanità ariana".... " Se all'inizio e durante la guerra si fossero tenuti sotto i gas velenosi quei 15.000 ebrei marxisti corruttori del popolo, come dovettero restare sotto i gas centinaia di migliaia dei migliori tedeschi di tutti i ceti e di tutti i mestieri, non invano sarebbero periti al fronte milioni di vittime" 

Hitler poi andò oltre i suoi progetti: quando in fatto di uomini questi furono venti volte di più, ma su una cosa non sbagliò, che l'uomo che doveva realizzare questi progetti era lui, e di questo ne era sicuro fin dalle prime pagine. Ma nessuno - quelli che contavano- lesse il libro. E chi lo lesse lo sottovalutò. 
Hitler lo consideravano per lo più un esagitato, che sarebbe crollato tanto velocemente come era nato. Molti lo considerarono uno strumento quasi inoffensivo per i propri fini. Pochi lo temettero davvero non comprendendo la sconfinatezza dei suoi obiettivi. Consideravano la lettura del libro una inutile perdita di tempo. Del resto l'autore - indicato con disprezzo - era quello che aveva tentato di fare un "colpo di Stato" in una... "birreria", intendendo che  il tentativo di rovesciare una repubblica era stato fatto in mezzo ai fumi dell'alcool.

E subito in contemporanea, pochi lessero il libro Ci sarà la guerra in Europa? di Knickerbocher. Lui era un famoso giornalista (premio Pulitzer),  uno dei pochi - fuori della Germania- che con inquietudine  aveva letto Main Kampf. Ne era rimasto scioccato e dato che Hitler era salito al potere da pochi mesi, si era messo in viaggio intorno al mondo e aveva poi interrogato tutti i potenti della terra. Il libro inchiesta  fu pubblicato in Italia nello stesso 1934 e sempre dalla Bompiani (ne possediamo una copia).

Un anno prima Hitler era salito legalmente al potere e aveva già impresso una svolta autoritaria.
Per quali motivi sarebbe scoppiata quella che fu poi la seconda  guerra mondiale era descritto nei minimi particolari, perfino che iniziava a Danzica; come Hitler avrebbe piegata la Polonia, la Cecoslovacchia, il Belgio e la Francia; non mancava l'Invasione (punizione) dell'Austria, il Paese che lo aveva da giovane umiliato. Il Giappone che farà la guerra alla Russia. Poi veniva tutto il resto, ma gli statisti dell'epoca si dimostrarono analfabeti.

Il libro di Knickerbocher iniziava così: "Ci sono sei milioni di uomini in uniforme...con la baionetta in canna, Che cosa aspettano?"
La risposta era lo stesso titolo del libro, pur avendo "come un inutile accessorio" il punto interrogativo.
Dentro, gli interrogativi non c'erano, anzi Knickerbocher
precisava: "La domanda non è se "Scoppierà la guerra?" ma "Quando scoppierà la guerra?"
"I giochi olimpici della morte sono partiti. Oggi sono le gare eliminatorie. Domani saranno le semifinali. Alla contesa partecipano Germania, Francia, Inghilterra, Russia, Giappone e l'Italia.
Ho interrogato Churchill mi ha detto "Rabbrividisco pensando il giorno. Non è molto lontano. Forse a un anno, o a diciotto mesi".


Il libro di Hitler costava 12 marchi (8 lire). L'altro quello di Knickerbocher costava 12 lire e Hitler li spese bene comprandone una copia. Dentro nel libro oltre al resto (le interviste ai potenti della Terra), un polemico generale francese rivelava che la sua Maginot non valeva nulla, che la si poteva aggirare benissimo in Olanda e anche sfondarla nella stessa Francia  in un preciso punto (Ardenne).
Hitler fece poi esattamente entrambe le due cose. Proprio in quei due punti.

Knickerbocher nel suo libro trasaliva pure, infatti scrisse: "La Francia diventa fascista. Colpevole l'Inghilterra che mostra di dilazionare troppo a lungo un patto con i francesi, e intanto la Germania ne approfitta e si concentra nel riarmo".

Insomma Hitler aveva chiarissime le idee, e dobbiamo aggiungere anche la scintilla di una geniale follia. Dopo il 1938, quando punterà al "dominio del mondo" (anche se questo lo volevano fare gli altri, quelli che avevano strangolato a Versailles la Germania) e si preparò a scatenare la guerra, qualcuno inizia a definirlo pazzo. Se lo era, lo era anche nel 1923. Da quel 1923, pagine funeste fin che si vuole ma comunque politicamente razionali.

Anche nel '33 ad esempio agisce  non come un dittatore, non usa la forza, ma segue un percorso nella forma costituzionale, perfettamente democratica. Prende il potere con la legalità. L'autoritarismo non se lo prende, gli viene regalato su un vassoio d'argento.

Solo il generale Erich Ludendorff,  capo di stato maggiore durante la prima guerra mondiale (e lui lo conosceva bene fin dal putsch della birreria) si era reso conto in che mani andava questo potere e scrisse profeticamente a Hindenburg  il seguente telegramma: “Nominando Hitler cancelliere del Reich tu hai posto la nostra sacra madre patria nelle mani di uno dei più astuti demagoghi di tutti i tempi. Io prevedo che quest’uomo diabolico sprofonderà il nostro Reich nell’abisso e procurerà al nostro popolo immani sofferenze. Le generazioni future malediranno il tuo nome”.
Era il 31 gennaio 1933. Da poche ore Hitler
si era insediato al Reichstag 
 
Hitler attua così il suo progetto; il suo pretenzioso programma nei minimi dettagli (e non certo da solo, come non era solo in Italia in questo stesso 1922 e '23, Mussolini).

Ma ritorniamo all'uscita dal carcere

1925 - GENNAIO - Poche settimane dopo il suo rilascio Hitler si incontrò col primo ministro bavarese, Heinrich Held, ed ottenne la revoca del decreto che dichiarava il partito nazista e il suo giornale fuori legge. Un passo importante perchè è l’inizio della riscossa per Hitler. Tenendo numerosi discorsi e nuovamente scrivendo sul giornale passa di nuovo all’offensiva con la sua oratoria e la sua penna che gli permette di riorganizzare subito e potenziare il partito nazista reclutando nuovi seguaci. Nel partito lui è il terzo fondatore con Lunderdorff e Ernst Rohm,  ma lui morde il freno per emergere.
 
Ristruttura il suo movimento e per nulla contento delle squadracce di Rohm (le SA) troppo perturbatrici quando lui fa i comizi, Hitler crea una sua personale "guardia del corpo" al comando di Himmler. Sono le "squadre di protezione", i Chutz-Staffel,  le SS. Non indossano la camicia bruna, ma la camicia nera.
Gli iscritti a NSDAP erano -alla sua uscita dal carcere- circa 27.000. Nel '26 salgono a 49.000. Nel '27 sono 72.000 e nel '28 saranno 110.000. Quindi in questo 1925 dovrebbero essere tra i 30 e i 40 mila. Un piccolo movimento, anche se si chiama partito.  

1925 - FEBBRAIO - Se Hitler aveva molta fretta, la circostanza in cui viene a trovarsi è favorevole per accelerare ancora di più i tempi. Infatti  nel corso del mese muore il presidente socialdemocratico Friedrich Ebert. C'è insomma una insperata elezione.  Erano sette i candidati per il prestigioso posto fra cui spiccavano tre favoriti per la vittoria finale: Otto Braun, socialdemocratico, Wilhelm Marx, del centro, e Karl Jarres, del partito nazionalista.
Il piccolo partito di Hitler è rappresentato da Lunderdorff, il generale. Vinse Jarres seguito da Braun. Ma siccome nessuno dei due aveva ottenuto la maggioranza si dovette procedere ad una seconda votazione. Nel frattempo i Nazionalisti avevano scaricato Karl Jarres puntando tutto su  Paul von Hindenburg, un vecchio feldmaresciallo di settantaotto anni, l'eroe nazionale della Grande Guerra.


1925 -  26 FEBBRAIO -
Hitler parte all'attacco e tramite il suo giornale incitò gli ex membri del partito a dimenticare i vecchi rancori ed a riunirsi a lui nella lotta contro il Marxismo, gli ebrei, il capitalismo, la borghesia.
Le stesse cose le ripetè in vari discorsi; uno proprio nella stessa birreria dov'era fallito il putsch. Gli amici ed i suoi sostenitori notarono immediatamente che i mesi di prigionia lo avevano cambiato: era più forte e deciso e con una forte dialettica.
Tutti i cinquemila sostenitori del partito nazista di Monaco accorsi ad ascoltare le parole della loro guida furono entusiasmati e galvanizzati dal discorso di Hitler; tutti pronti a seguirlo nella lotta contro la repubblica. Ricordiamo che non era il solo a lottare contro questa Repubblica di Weimar ma tutti i cittadini tedeschi, perchè nella stessa mancava una legittimazione popolare. Era un gioiello come Carta Costituzionale ma mancavano i repubblicani. 

1925 - MARZO
- Hindenburg, dei nazionalisti, vince le elezioni con un vantaggio del 3,3 per cento sui socialdemocratici. 
Il partito di Hitler nel contesto generale ovviamente ottiene risultati modesti  ma le elezioni gli sono utili per sbarazzarsi di due uomini dentro il partito; lui vuole diventare il leader incontrastato. E' insofferente a  Erich Ludendorff, il generale, ed è scontento di  Ernst Rohm, il creatore e comandante dell'organizzazione paramilitare (le SA - milizia). 
Il primo lo liquida con la scusa degli scarsi risultati da lui ottenuti alle elezioni, mentre il secondo fu allontanato per le divergenze  riguardo il controllo delle SA, l’organizzazione paramilitare nazista delle camicie brune, organizzata da Rohm che pretendeva (questo temeva Hitler) rimanessero sotto il suo totale controllo mentre Hitler pensava che esse dovessero per prima cosa servire il Partito nazista e non essere in mano a una precisa persona.
A causa di questa opinione contrastante Ernst dette le dimissioni. Ma era quello che aspettava Hitler per avere il controllo delle SA che dopo farà confluire e andrà a rafforzare
quella che lui ha già creato: le SS.

E' il suo primo successo; ora ha una forte milizia a sua disposizione. Ma non è l'unico successo. Dentro il partito c'è ancora qualche ribelle, due in particolare che si erano creati ognuno una propria fazione dentro il partito non in linea con le idee di Hitler, e la sua era una sola, non "un" partito, ma il "suo" partito, il partito di Hitler, del futuro Fuhrer.
Con il NSDAP Hitler si allarga, crea organizzazioni per i ragazzi, gli studenti, tenta con gli intellettuali, e cosa molto strana si occupa anche delle donne. Parlando al Lustgarden afferma populisticamente "C'è posto anche per le donne, nel nuovo Reich ogni ragazza troverà marito"

 1926 - 14 FEBBRAIO - Uno dei ribelli era Gregor Strasser, un piccolo farmacista bavarese incaricato da Hitler di coordinare le attività naziste nella Germania settentrionale  (Berlino); l'altro ribelle, il suo segretario, Joseph Goebbels.
Entrambi si lamentavano del fatto che il programma politico del partito mancava di contenuti ideologici.  I due pensavano che il pensiero del partito fosse più importante del suo capo. I rivoltosi si riunirono ad Hannover ed approvarono quasi all’unanimità un nuovo programma ideato da Strasser.
Fu l’inizio della ribellione dialettica. Hitler che non amava molto i progetti politici, venuto a conoscenza della situazione, montò su tutte le furie. Contestare un qualunque punto del suo programma equivaleva a rendersi colpevoli di tradimento verso il nazismo ed il suo capo assoluto.

Deciso a ribadire la propria autorità, Hitler indisse una riunione a Bamberga con tutti i capi del partito compresi i due ribelli. Parlò per quattro ore ribadendo le sue idee e respingendo quelle avversarie senza però mai nominare direttamente Strasser o Goebbels, come tutti si aspettavano.
I due, proprio per questo suo abile fair play non reagiscono con nessuna rottura. Anzi Goebbels che era stato conquistato dal discorso di Hitler abbandona  le idee del  bavarese per stringersi ancora di più a fianco di Hitler. Diventerà infatti uno dei suoi più stretti collaboratori, poi Galauthier di Berlino stessa, fino alla disfatta (si suiciderà con Hitler nello stesso giorno assieme alla moglie e i suoi sei figli infanti)

1926 - 3-4 LUGLIO -
Ristabilito l’ordine interno, Hitler organizzò il 3 e 4 luglio a Weimar una manifestazione per festeggiare la Giornata del Partito.  2000 nazisti marciarono per la città accompagnati da una banda musicale mentre il giorno dopo ci fu una serie di dibattiti e si tenne il discorso conclusivo di Hitler sulla politica e sulla perdita di prestigio della Germania in campo internazionale.

L’oratoria era l’arma vincente del dittatore. Preparava i suoi discorsi fin nei minimi dettagli. Annotava su dei fogli i punti principali e studiava i gesti con i quali avrebbe accompagnato le parole. Adottava persino stili diversi a seconda delle persone che doveva intrattenere: con i suoi sostenitori era impetuoso e veemente mentre con la gente comune era controllato e pacato. Con l’eloquenza e i semplice concetti riusciva tuttavia a catturare chiunque.
Dopo Bamberga, una figura assumeva sempre più potere all’interno del partito: quella di Joseph Goebbels. Abilissimo oratore come Hitler, lui era laureato in letteratura ed aveva abbracciato la fede nazista nel 1924. Hitler ammise più tardi che solo Goebbels, questo minuscolo uomo, riusciva a catturare completamente la sua attenzione.



"Herr Doktor" (così amava farsi chiamare)  era un uomo veramente minuscolo, non arrivava al metro e cinquantatré di altezza e pesava 45 chili.
Era nato a Rheydt, in Renania, da una famiglia cattolica, benestante ma assillata dal risparmio e dalla morigeratezza. Oltre a ciò, una forma di poliomelite  gli aveva reso un gamba più corta dell'altra di otto centimetri  che lo aveva reso zoppo sin dalla tenera età; era l'esatto opposto del mito fisico ariano.
Le due cose condizionarono profondamente il carattere del piccolo Joseph, ma non la sua caparbietà.
Quando poi Hitler salì al potere, Goebbels a soli 35 anni fu nominato capo del Ministero della propaganda e dell'Illuminazione del Popolo (Volksaufklärung), con il quale stese la propria longa manus su tutti i media. La propaganda - pari a quella di Hitler - divenne la sua arte.

 Goebbels  seppe esaltare le masse fino all'isterismo, tale da farle passare dall'isterismo all'azione. Quel che è certo, è che, fra i due, si creò una complessa e perfetta intesa. Diventato quest'anno Gauleiter di Berlino Goebbels mette non solo in pratica ma perfeziona le tattiche hitleriane della conquista della piazza, sfruttando le armi della provocazione e sposando il suo motto "Qualsiasi bugia, se ripetuta frequentemente, si trasformerà gradualmente in verità".

Scelto  per riorganizzare il distretto nazista a Berlino, diviso dalle fazioni e da lotte interne, Goebbels si dette immediatamente da fare ed impose la sua autorità in meno di due settimane. Organizzò diversi raduni di massa con al suo fianco le SS messe a sua disposizione da Hitler per il "servizio d'ordine", inoltre fondò anche un giornale, con il quale attaccava gli avversari politici; dal suo "Der Angriff" (L'Attacco)  lanciò il celeberrimo slogan "Ein Volk, Ein Reich, Ein Führer" (un popolo, un impero, un capo).

Sfruttando l'arma della stampa, della radio, del cinema e dei raduni, Goebbels fece guadagnare in una forma travolgente fama e consensi al nazismo hitleriano.
"La Massa - dirà Amann - ha sempre bisogno di un certo periodo di tempo per essere pronta ad apprendere una cosa. La sua memoria si mette in moto soltanto dopo che per mille volte le sono state ripetute le nozioni più semplici".
"Una suggestione ripetuta tende ad abbattere l'istintivo potere di resistenza dell'individuo. E' la vecchia storia della necessità dei ripetuti colpi di martello per poter ficcare il chiodo o del costante cadere della goccia che consuma la pietra". 

Hanna Arendt scriveva "I seguiti popolari non solo accettano la follia dei demagoghi ma la ritengono magica proprio perchè ne sono trascinati senza capirla". 
Agli elettori basta promettere "giustizia giusta", "ricchezza facile" e aggiungere "felicità per tutti" e le platee applaudono.
(E allora non c'era ancora quel potente mezzo che è la TV; qui nani, ballerine e saltimbanchi conquistano la notorietà su un pubblico nazional-popolare; sono poi candidati nel partito del "mandriano" di turno, e a questo portano voti, voti, voti; così lui può dire, "la mia elezione è democratica", il "popolo è con me". - Che significa, mi hanno delegato, e io posso fare quello voglio).

(vedi la scheda" IL DOTTOR  GOEBBELS )

Nel giro di pochi mesi il distretto di Berlino con Goebbels era diventato forte e compatto e le adesioni al partito aumentate vertiginosamente;  50.000 gli aderenti, ma in forte in aumento i più stretti collaboratori, che diventano loro stessi gli aiutanti di una potente macchina propagandistica.
Così con questa abile mossa  Hitler risolse due problemi. Riorganizzò un distretto allo sfascio e contrastò l’acerrimo rivale Strasser che non aveva abbandonato del tutto i suoi antichi progetti di rivolta; tuttavia sia a Goebbels che a Hitler, dentro il partito Strasser era molto utile, perchè  nei suoi distretti la sua influenza era grande e il numero dei seguaci erano molti (nella famosa sfida del '33 Strasser aveva nella sua corrente circa 60 deputati)

 Il partito non aveva grande risorse economiche e i fedeli del movimento si improvvisarono un po' tutti venditori di gadget, di stemmi del partito, di bandierine rosse con la svastica, di opuscoli e libri; e visto che in certi luoghi dove Hitler teneva i suoi discorsi la folla -interessata o di curiosi- era numerosa, si misero a chiedere perfino una specie di prezzo d'ingresso; una offerta al partito. 
Hitler quando poi iniziava a parlare, dall'inizio alla fine, non deludeva nè i curiosi nè i suoi seguaci, nè chi aveva fatto l'offerta spontanea.

Ebbe successo al sopraddetto raduno di Weimar, poi in altre località, ma in particolare ci fu un trionfo quando ritornò a parlare a Monaco. La coreografia era stata studiata  nei minimi dettagli. L’arrivo del Fuhrer fu preceduto da una parata delle SS accompagnata dalla banda musicale del partito e dalla consegna di un programma ad ogni spettatore.
Quando Hitler salì sul palco la folla si zittì e lui iniziò a parlare con veemenza e decisione gesticolando spesso con le mani. Il pubblico che lo ascoltava con interesse rimase affascinato dalle parole del dittatore. Hitler focalizzò il suo discorso sul problema dello "spazio vitale", sulle "umiliazioni ricevute a Versailles", e sulla creazione di una razza pura germanica, uniche soluzioni alla crisi in cui erano caduti i tedeschi. Lui -disse senza fare il modesto- era l’uomo della provvidenza per riscattare una Germania ferita, quasi in ginocchio.


1928 - MAGGIO - Ci sono nuove elezioni; ma Hitler essendo apolide, avendo rinunciato alla cittadinanza austriaca,  non poté presentarsi nelle liste. Al suo posto scelse  Goebbels, Goring e anche Strasser. 
GORING era stato un asso dell’aviazione durante la prima guerra mondiale. C'era anche lui allo sfortunato putsch della birreria, ma era riuscito durante i disordini a fuggire in Svezia. Ritornato quest'anno in patria si era riaffiancato a Hitler.
 Ma l’esito delle elezioni si rivelò un’amara sconfitta per il Fuhrer. I nazisti ottennero solo 800.000 voti ed appena dodici dei 491 seggi del Reichstag (il 2,4% meno delle elezioni del 1924 (3.0%)
Anche i nazionalisti persero terreno nei confronti dei socialdemocratici. Dopo questi sorprendenti risultati il panorama politico tedesco appariva sempre più caotico e confuso poiché i socialisti ed i comunisti non avevano ottenuto la maggioranza e la destra, che era rimasta al governo fino a quel momento, si era indebolita.


Risultati elettorali (1924 - 1928 - 1930 - 1932 - 1933)

  Partito di Hitler Estrema Destra Centro-Destra Socialdemocr. Comunisti
1924 3,0 % 20,5 % 33,3 % 26,0 % 9,0 %
1928 2,4 % 14,2 % 30,2 % 29,8 % 10,6 %
1930 18,3 % 7,0 % 24,0 % 24,5 % 13,1 %
1932 37,4 % 5,9 % 15,1 % 21,6 % 14,5 %
1933 43,9 % 8,0 % 13,2 % 18,3 % 12,3 %
Nonostante questo, la Germania recuperava credito e prestigio in campo internazionale grazie al suo ministro degli esteri Stresemann. Con una serie di incredibili colpi diplomatici aveva fatto ritirare le truppe francesi dalla Ruhr, aveva permesso l’ingresso nella Società delle Nazioni, e aveva ratificato il trattato di Berlino che garantiva i confini fra Germania ed Unione Sovietica. 

Tutto questo non era visto di buon occhio dai nazisti che basavano la loro politica sul malcontento generale e sulla perdita di prestigio dei tedeschi a livello internazionale. Ma anche l’economia nazionale dava segni di ripresa. Grazie ai capitali stranieri le industrie avevano ripreso a marciare a ritmi elevati e la produzione aveva raggiunto livelli accettabili, superiori a quelli del 1914. Il tenore di vita di una particolare piccola fascia della società tedesca era notevolmente migliorato, una piccolissima parte era perfino diventata opulenta.
Ma nell'altra fascia, la più consistente, le condizioni erano preoccupanti. Ci sono quest'anno in Germania un milione di senza lavoro che nel 1932 saranno addirittura sei milioni.

L'andamento dell'economia (1928 - 1932)
  Prodotto interno lordo Produzione industriale Disoccupati
1928 100 100 1,3 milioni
1930 91 87 3 milioni
1931 80 70 4,5 milioni
1932 76 58 6,1 milioni


Dopo il modesto risultato alle elezioni,  furono in molti ad affermare che il nazismo era definitivamente crollato. Ma Hitler non la pensava allo stesso modo. Ormai aveva imposto la sua autorità assoluta su tutti i componenti del partito ed aveva riunito sotto il suo comando una schiera di persone fedelissime che avevano abbracciato unicamente la fede nazista e le sue idee. Ovviamente sicuro della vittoria il dittatore manteneva alto il morale dei suoi seguaci preparandosi all’attacco finale.
Dovrà ancora attendere, ma lui intanto si prepara. Pronto a cogliere il momento più opportuno. Che non tardò a venire.

1929 - 7 GIUGNO - Gli Stati Uniti per venire incontro alla Germania propongono una riduzione delle riparazioni dovute dalla Germania e alcune cospicue dilazioni  di pagamento.
La prima sessione si svolge all'Aia ma terminerà con la firma l'anno dopo il 20 GENNAIO (con la clamorosa assenza dell'Italia di Mussolini nella prima e nella seconda fase ("I trattati sono carta straccia").
 Il nuovo patto per la Germania chiamato Young dal nome del banchiere americano Owen D. Young prevedeva una riduzione delle riparazioni di guerra che la Germania doveva pagare ai vincitori del primo conflitto mondiale a “solo” 121 miliardi di marchi. Inoltre i francesi si sarebbero ritirati dalla Renania entro il giugno del 1930, con quattro anni di anticipo. 

Anche se rappresentava un grande passo avanti rispetto agli accordi precedentemente stipulati (dal ministro degli esteri tedesco Stresemann, ormai prossimo alla morte)  il piano Young fu malvisto dai tedeschi. Ribadiva, infatti, che la responsabilità dello scoppio della prima guerra mondiale era da attribuire alla sola Germania ed obbligava a pagare ingenti risarcimenti in denaro fino al 1988. Ma cosa più grave, ricordava ai tedeschi  l’odioso trattato di Versailles e rievocava negli animi vecchi risentimenti e rancori mai del tutto dimenticati...

1930 - 20 GENNAIO - ... ed era quello che aspettava Hitler, era un momento favorevole per instaurare nella popolazione le idee sovversive naziste, e lui lo intuì prontamente. Si alleò con i nazionalisti di Hugenberg , anch’essi avversi alla Repubblica di Weimar e scontenti del piano Young.
Con l'alleanza ricevettero così i fondi per incominciare una campagna politica a livello nazionale per la promulgazione della Legge contro l’Asservimento del Popolo Tedesco. Il progetto si rivelò però un insuccesso. I nazisti e i nazionalisti potevano insieme contare soltanto su 85 seggi del Reichstag contro i 406 dei loro avversari e persero miseramente.

Hitler allora propose alla popolazione un referendum: se la maggioranza avesse votato a favore la legge sarebbe stata approvata. Ma anche questo tentativo naufragò di fronte agli scarsi risultati raggiunti: appena il quattordici per cento dei tedeschi appoggiò infatti il Fuhrer, che per salvare l’onore ed il prestigio agli occhi della gente abbandonò i nazionalisti.

Ma nonostante la dura sconfitta, la popolarità del Fuhrer era aumentata notevolmente e le iscrizioni al partito diventavano sempre più numerose per l’aggravarsi della situazione economica. Un altro successo di quest'anno fu l’elezione del nazista Wilhelm Frick a ministro degli Interni del gabinetto della Turingia. Hitler si concesse persino il lusso di acquistare una casa signorile a Monaco che arredò personalmente e  vi trasferì la sede del partito.

Intanto continuava a tenere discorsi provocatori contro la repubblica. Ma non essendoci elezioni in vista, gli altri partiti non gli davano tanto peso; cosa gradita perchè  era proprio questo disinteresse a permettere a Hitler di tenere i suoi discorsi senza intralci e a tenerli in ogni angolo del Paese. Ostacoli semmai li creò lui con le sue milizie senza freni. Veri o provocati ad arte, in alcune manifestazione erano scoppiati degli incidenti, lui pronto fece intervenire le SS per ripristinare l'ordine.
Negli scontri più accesi oltre i civili alcuni di questi militi morirono anche.

Hitler non si fece scappare neppure questa occasione. Iniziò ad arringare la popolazione che "ormai si stava combattendo una guerra, e che se molti uomini erano disposti a morire per la causa nazista voleva dire che questa era giusta e sacrosanta".

Poi frenò, quando le SS (che però erano quelli della vecchia SA di Rohm) incominciarono - o per convinzioni estremistiche o per rappresaglia nel vendicare i propri compagni- a essere ingovernabili, anche perchè erano convinti che la Repubblica sarebbe stata rovesciata con le armi che avevano in mano e che raggiunta la vittoria finale sarebbero diventati un regolare esercito.
(qualcosa del genere era accaduto anche in Italia nel '24-'25 con lo squadrismo fascista; fin quando fu messo nelle condizioni di non intralciare il perbenismo mussoliniano).

Hitler non voleva scatenare una guerra civile ad ogni comizio, non voleva spargimento di sangue, era deciso ad arrivare al potere legalmente. Ma non fu facile fermare i più scellerati (in seguito, nel '34,  fece piazza pulita compreso Rohm). 
Inoltre lo stesso governo stava prendendo severi provvedimenti contro questo violento gruppo paramilitare. E proprio in Baviera fu messo fuori legge, mentre in Prussia fu vietato ad ogni funzionario statale di aderire al partito nazionalsocialista di Hitler.

Se da una parte questi provvedimenti dimostrano che il governo temeva sia le bande che il partito nazista, dall'altra dava l'impressione a Hitler che il governo era fragile e inefficiente e ne approfitta proprio lui per mettere ordine fra i suoi collaboratori, riconciliandosi perfino con l’eterno rivale Strasser. 

1930 MARZO - Ad aiutare ancora una volta Hitler accade che a Marzo, nel governo tedesco dà le dimissioni il cancelliere  Hermann Muller. L’abile politico si lamentava del fatto che il Reichstag non appoggiava mai le sue proposte. Hindenburg che di norma non si intrometteva nelle vicende politiche fu costretto ad intervenire per evitare il peggio e dovette nominare un nuovo cancelliere. Nella scelta del successore di Muller i militari giocarono un ruolo fondamentale convincendo l’anziano presidente a rinunciare al sistema parlamentare e ad eleggere un cancelliere non legato ad una maggioranza.
E' questo il primo passo verso l'autoritarismo tedesco; prima ancora dell'ascesa di Hitler.

L'autoritarismo oligarchico.....

MUTA L'INTERA POLITICA TEDESCA


Tutto il sistema politico tedesco dopo questa decisione mutò radicalmente molto prima che Hitler salisse al potere, e che legalmente poi nel '33  di questo sistema, Hitler
si avvalse. 
I cancellieri ora promulgavano tutte le leggi non attraverso il parlamento ma grazie a decreti straordinari concessi dal presidente. 
Il Reichstag poteva vanificare i decreti presidenziali o richiedere la destituzione del cancelliere ma solo attraverso un voto di maggioranza. 
Ma per evitare simili possibilità Hindenburg poteva emanare un decreto di scioglimento del parlamento poco prima che questo votasse un no a un suo decreto o destituire il cancelliere. Stratagemma che non poteva certo portare i partiti a nuove elezioni.

Questa era insomma già dittatura! La dittatura di
Hindenburg.

La scelta del successore di Muller cadde su Heinrich BRUNING, un parlamentare del Partito cattolico di centro. 
Per circa due anni riuscì a governare grazie al tacito consenso dei socialdemocratici che, seppur non partecipando direttamente al suo gabinetto, non promossero mai una mozione di sfiducia impauriti dalla possibilità che le nuove elezioni potessero portare al governo di destra altri voti.

1931 MAGGIO -  Crolla il Credit Anstalt tedesco. La crisi economico-finanziaria con il fallimento della banca austriaca coinvolge tutte le economie dell'Europa centrale. In Germania il numero dei disoccupati sale a 6 milioni e la produzione industriale scende del 50% rispetto a aquello del già misero 1929.

1932 - MAGGIO - Le decisioni viste sopra  non favorirono di certo i socialdemocratici a causa della disastrosa politica economica di Bruning che aggravò ancora più tremendamente la situazione tedesca. Ciò gli alienò il favore delle masse che vedevano la disoccupazione dilagare a dismisura. Anche Hindenburg - riconfermato presidente della Repubblica il 13 marzo, incominciò a pentirsi della sua scelta. Non tanto per gli insuccessi riportati in ambito politico quanto per la riluttanza di  Bruning (che era di Centro) ad allearsi con la destra. 

Sempre consigliato dalla sua cerchia di amici militari, ed in particolar modo dal generale Kurt von SCHLEICHER, il presidente decise alla fine di maggio di destituire Bruning. 
Schleicher si era affermato in ambito militare nello stato maggiore tedesco durante la prima guerra mondiale occupandosi di logistica. Alla fine del conflitto si occupò dei rapporti fra l’esercito ed il governo presiedendo uno speciale ufficio sottoposto solo al ministero della Difesa. Grazie a questa rilevante posizione riuscì nella ristretta cerchia di militari a trovare dei consiglieri per Hindenburg.

Fu sempre lui ad influenzare la scelta del nuovo cancelliere: Franz von PAPEN, un aristocratico poco più che cinquantenne che ha qualche simpatia per i nazisti e protegge le azioni squadriste.
Sicuramente la scelta di Schleicher fu molto opportunistica, lui voleva usarlo come uno strumento. Papen, un vecchio amico del generale, non aveva le conoscenze necessarie per guidare il governo e si sarebbe dovuto quindi affidare ai suoi consigli per le questioni più complesse. Inoltre, per assicurarsi un ruolo attivo nel nuovo governo, Schleicher si riservò anche la carica di ministro della difesa dopo aver rinunciato al suo grado di generale per poter accedere al ministero.

 Il nuovo cancelliere si mise subito al lavoro per procurarsi una maggioranza parlamentare. Da un lato questa non gli era neppure necessaria potendo sempre contare sui decreti straordinari del presidente per promulgare le leggi. Dall’altro gli avrebbe però consentito di evitare il pericolo di un voto di sfiducia qualora lo stesso presidente (ormai dittatore) si fosse stancato di lui. Ma il centro cattolico si rifiutò categoricamente di appoggiarlo poiché lo riteneva coinvolto nell’estromissione dal governo del loro collega Bruning. 

Papen decise quindi di seguire la volontà del presidente schierandosi con la destra e quindi con i nazisti, che non gli dispiacevano. Per ottenere questo appoggio Papen accettò le richieste di Hitler di intercedere con Hindenburg per togliere il bando alle sue camicie brune e di indire nuove elezioni nazionali. Papen ottenne rapidamente il consenso di Hindenburg e approfittò di alcune sommosse scoppiate in Prussia - il più vasto dei diciassette stati federali - per richiedere al   presidente uno dei famigerati decreti straordinari  per sciogliere il governo prussiano. 

1932 - LUGLIO - Le nuove elezioni furono tenute a luglio e sancirono il successo della politica di Hitler ed il crollo dei partiti moderati di centro. Provati da anni di privazioni e di disoccupazione, i tedeschi esasperati per la lunga e difficile crisi economica si dimostrarono disposti a seguire qualsiasi ideologia estremista che promettesse un rapido cambiamento della situazione. Ciò permise ai nazisti ed ai comunisti di schiacciare in modo evidente le forze moderate che persero centinaia di migliaia di voti. 
Il partito di HITLER alle elezioni ottiene 13.745.000 voti e 230 dei 608 seggi del Reichstag,  contro i 133 dei socialisti, i 73 del Centro e gli 89 dei comunisti.

Il partito di Hitler, assicurandosi il 37,4% dei consensi popolari e riuscendo ad occupare ben 230 seggi al Reichstag, divenne il più forte della Germania. Il Fuhrer tentò subito di sfruttare i successi elettorali appena ottenuti a suo vantaggio richiedendo la Cancelleria in quanto leader del partito che aveva preso più voti. 
Papen non era disposto a perdere la carica appena ottenuta e cercò di addolcire Hitler offrendogli il posto di vice-cancelliere nel suo gabinetto e alcuni ministeri per i suoi collaboratori più stretti.
Ma Hindenburg rifiutò la richiesta, nutrendo una profonda avversione per il capo nazista, pur dimostrandosi d’accordo con Papen su alcune eventuali concessioni da offrire al capo nazista per i voti che portava. Ma Hitler, conscio che accettando la proposta dell’anziano presidente non avrebbe
raggiunto nessuna carica di rilievo, rifiutò sdegnosamente.

E senza l’appoggio dei nazisti il governo era in grave difficoltà. Papen poteva contare solo sul 10% dei consensi del Reichstag e si sarebbe trovato subito di fronte ad un voto di sfiducia non appena il parlamento si sarebbe riunito. Per evitare una simile eventualità, Hindenburg decise di concedere al cancelliere uno speciale decreto che gli avrebbe permesso di sciogliere il Reichstag quando lo avrebbe ritenuto opportuno. Anche le elezioni che sarebbero dovute seguire alla mozione di sfiducia furono annullate. Pur di mantenere in carica Papen, Hindenburg scelse di violare apertamente la costituzione concedendo al gabinetto il potere di governare in modo quasi assoluto, attraverso i suoi speciali decreti. In effetti con tale sistema era lui che governava; da vero dittatore.
Ed è su questa base che in seguito s'inserisce Hitler. E quando gli daranno il potere, approfittandone, lui non fa null'altro che esercitarlo.

Per Papen invece fu comunque tutto inutile. Quando a settembre si riunì il parlamento i comunisti promossero un voto di sfiducia. Papen tentò di opporsi utilizzando il suo speciale decreto ma la votazione andò avanti. I risultati furono terrificanti: 512 voti contrari e solo 42 a favore dell’attuale gabinetto; nemmeno il 10 per cento. Hindenburg tentò lo stesso di opporsi -volendo salvare l'amico- all’evidenza, affermando che il parlamento era stato sciolto prima che la votazione fosse terminata. Una vera e propria ipocrisia, degna del più losco dittatore!
Ma Papen di fronte ad una simile opposizione non trovò il coraggio di violare la costituzione e furono immediatamente indette nuove elezioni per l’inizio di novembre.

 1932 - NOVEMBRE - Hitler poteva ritenersi più che soddisfatto dell’andamento della situazione. Era riuscito a scalzare von Papen  e aveva la possibilità di incrementare la forza del suo partito grazie alle nuove elezioni. Ovviamente l’obiettivo era la Cancelleria, come Hitler ammise ai suoi aiutanti più fidati.
Ma le cose andarono ben diversamente e le speranze del Fuhrer si trasformarono ben presto in un miraggio. I nazisti persero molto terreno rispetto alle elezioni di luglio. Molti degli elettori che avevano appoggiato la causa nazista erano rimasti molto delusi dal fatto che Hitler non fosse riuscito ad occupare nessun ruolo di prestigio pur avendo 230 seggi in parlamento; per alcuni era perfino inconcepibile; nemmeno un pivello si sarebbe comportato così. 

Addirittura si diceva che aveva rifiutato la carica di vice-cancelliere (ed era vero) che agli occhi del popolo rimaneva comunque un ruolo importante e non privo di potere.  Complessivamente i nazisti ottennero 196 dei 584 seggi del Reichstag, perdendone quindi 34 rispetto alle elezioni precedenti di luglio. L’unico partito che seppe approfittare della situazione fu quello comunista che forte dei 100 seggi ottenuti divenne la terza forza politica della Germania.

In molti ambienti (soprattutto in quello industriale, guardando a cosa era successo in Russia) iniziò a suonare il campanello d'allarme.

La situazione al Reichstag rimaneva praticamente immutata. Solo i socialdemocratici persero effettivamente molti voti e i loro seggi scesero a 121.
 La situazione si fece quindi precaria per von Papen. Anche se il suo partito aveva incrementato la sua forza alle nuove elezioni, quasi il 90% della popolazione dei votanti era decisamente contraria al suo gabinetto. Il cancelliere decise quindi di presentare le proprie dimissioni pur rimanendo in carica fino alla nomina del suo successore. Hindenburg cercò comunque di far cambiare idea a Papen cercando di formare una coalizione che potesse ottenere la maggioranza al Reichstag. 
Hindenburg con molto ottimismo pur con riluttanza contattò Hitler su una sua possibile partecipazione al gabinetto Papen. Ovviamente non ci fu alcun accordo perché Hitler riavanzò le sue pretese, persisteva nella sua linea del "tutto o niente", voleva che la carica di cancelliere venisse affidata a lui.

Assicurò anche al presidente che avrebbe pensato a cercare la collaborazione di altri partiti per appoggiare la sua candidatura. Hindenburg, offeso da simili richieste, rispose che gli avrebbe concesso solo tre giorni per cercare degli alleati che lo sostenessero in un governo parlamentare. In più -in caso positivo- si riservò il diritto di scegliere lui personalmente i ministri degli Esteri e della Difesa.
 Erano condizioni impossibili. I due ministeri su cui il presidente aveva messo il proprio veto erano fra i più importanti. Inoltre tre giorni non sarebbero mai bastati per riuscire a discutere qualsiasi genere di accordi con altri partiti. Hitler, temendo che Hindenburg ancora una volta mirasse a screditarlo davanti al popolo, rifiutò l'offerta.. 

Papen si dimostrò quindi pronto ad accettare nuovamente l’incarico nonostante la sua popolarità fosse in continuo ribasso. Nei pochi mesi in cui era stato al potere non aveva certo contribuito a ingraziarsi il favore della massa. Anzi, le sue manovre economiche ebbero il risultato di aggravare la situazione disastrosa nella quale milioni di tedeschi si trovavano, aumentando anche il numero dei disoccupati. La sua scarsa abilità politica era ormai chiara a tutti e il governo, che doveva poggiare sui continui decreti speciali di Hindenburg, appariva agli occhi di molti quasi come una dittatura del presidente della repubblica le cui facoltà mentali - data l'età, 85 anni -cominciavano a preoccupare. 

L’unico risultato di una nuova riunione della Camera sarebbe stato un altro voto di sfiducia. Schleicher capì subito quanto stava succedendo. Uomo di intrighi, molto abile a muoversi nell’ombra per ottenere i suoi scopi, non era affatto soddisfatto del lavoro compiuto da Papen. Aveva appoggiato la sua nomina sperando di avvalersi di lui come uno strumento per i propri obiettivi ma una volta al potere Papen aveva dimostrato una propria indipendenza e in più il cancelliere era anche diventato troppo amico del presidente Hindenburg; Schleicher  ne era geloso e invidioso. 

(Non dimentichiamo che Papen era l'uomo dei capitalisti della Ruhr e dei proprietari terrieri Junger, e lo stesso Hindenburg era diventato (o almeno lui si considerava)  uno Junger quando questi e i capitalisti  nel 1927  lanciarono una iniziativa per  regalare  una grande tenuta (5000 ettari) al generale per farlo smettere di essere un sostenitore di una distribuzione di terre ai reduci).

Schleicher decise di intervenire. Intuì che lasciando Papen in carica, le forze politiche del paese si sarebbero riunite ma contro il governo. Il rischio era la guerra civile, e la Germania attraversando un momento così critico ne sarebbe uscita distrutta. Già poco prima delle elezioni di novembre un accordo tra nazisti e comunisti riguardo a uno sciopero dei trasporti a Berlino era bastato a paralizzare la capitale.


Ora c’era il rischio di una paralisi totale i cui effetti si sarebbero fatti sentire subito sull’economia del paese. Scheleicher incominciò così a dissociarsi dalle scelte politiche di Papen per mettere in atto il suo piano. 
Intanto cominciò a metter paura. Come ministro della difesa dichiarò, che in caso di guerra civile l’esercito non sarebbe mai riuscito ad opporsi alle truppe paramilitari di nazisti e comunisti messi insieme.
 Con questo stratagemma riuscì a togliere al cancelliere l’appoggio del gabinetto ingraziandosi nel frattempo Hindenburg riguardo ad una sua possibile candidatura alla cancelleria. Papen si dimostrò debole di carattere, ed esasperato dalla pressione che la situazione comportava presentò le sue dimissioni al presidente che le accettò. Papen anche se era l'uomo di governo degli aristocratici ("gabinetto dei baroni") non aveva i numeri dalla sua parte.
Il giorno seguente la carica di cancelliere passò nelle mani di Schleicher, l’ultimo a detenerla prima dell’avvento di Hitler.

Kurt von SCHLEICHER questo generale pur noto nell’ambiente politico,  non aveva mai svolto ruoli di primo piano, se si esclude i pochi mesi di ministro della difesa con von Papen, ma era pur sempre una carica militare.  Tuttavia era un abile oratore che riusciva facilmente  ad influenzare le opinioni degli altri. Da molti veniva considerato un freddo opportunista disposto a tutto pur di migliorare la propria posizione. I molti voltafaccia fatti da Schleicher stavano a dimostrarlo. Ma in realtà lui era un militare convinto e gli interessava (e capiva) poco la politica; per lui l’esercito doveva servire da garante al governo per mantenere il controllo dello stato e la sicurezza tedesca nei confronti dei paesi confinanti. Più in là non andava. Infine considerava Papen un buono a nulla, e Hitler un visionario. 

Ma Schleicher, con queste lacune, appena conquistato il potere, si trovò di fronte al solito problema per ottenere una maggioranza in parlamento che evitasse un voto di sfiducia. La scelta del neo cancelliere ricadde sui nazisti. Con i loro 196 deputati erano la forza di maggior peso nel Reichstag ed ottenere il loro appoggio sarebbe stato un significativo passo in avanti verso un governo più stabile. Ma di Hitler non ha nessuna considerazione, inoltre conoscendo già le sue pretese ogni contatto sarebbe risultato infruttuoso. Schleicher avventatamente - e qui dimostra di non avere capacità di analisi- rivolse la sua attenzione su Gregor Strasser, l'ex farmacista, il numero due del partito nazista, rivale da sempre del numero uno perchè non era mai soddisfatto della linea politica di Hitler, ed ultimamente si era perfino infuriato che il suo collega non avesse accettato almeno una fetta di potere con il suo ostinato "o tutto o niente".

Far comprendere alla base queste cose non era facile. Infatti la batosta di novembre alle elezioni, e la perdita di 34 seggi era già un brutto segnale, stavano perdendo l'appoggio delle masse e proprio nel momento in cui queste aumentavano.
Se si andava ancora a nuove elezioni il crollo sarebbe stato ancora maggiore. Quindi bisognava  accettare qualche proposta - sosteneva Strasser- per evitare questo effetto che si era già fatto sentire.

1932 - 4 DICEMBRE - Schleicher e Strasser si incontrano in segreto  per discutere della situazione (è in effetti un complotto). Ma Hitler venne a sapere della trattativa e il giorno seguente durante un vertice dei leader nazisti all’Hotel Kaiserhof, sede berlinese del partito, lo affrontò, ma Strasser espose crudamente i suoi timori. Se il parlamento si fosse sciolto i nazisti non sarebbero stati in grado di reggere ad una ulteriore campagna elettorale ed avrebbero subito altre pesanti perdite. 
Hitler troncò senza mezzi termini le argomentazioni di Strasser, accusandolo di tradimento. Poi tenne un discorso ai duecento deputati ribadendo innanzitutto la propria leadership nel partito e che sarebbe stato un tradimento del movimento se lui scendeva a compromessi con Hindenburg. Il potere sarebbe stato raggiunto senza nessuna alleanza, e solo riuscendo ad ottenere la carica di cancelliere. Alla fine i deputati si piegarono alla volontà di Hitler, che però non aveva ancora risolto la questione. Che peggiorò quattro giorni dopo con un colpo di scena.

Strasser con una banale scusa su una questione amministrativa del partito, dava le dimissioni. Non dimentichiamo che Strasser aveva una grande influenza nei distretti del Nord e molti deputati al Reichstag, circa 60  venivano proprio dalle sue file. 

Era chiaro ora cosa sarebbe accaduto. Strasser con la proposta di Schleicher -che gli aveva offerto la carica di vice cancelliere- voleva salire sul "treno" del nuovo governo. I suoi seguaci ed anche una buona parte di quelli Hitler lo avrebbero sostenuto, spaccando così l'unità del partito nazista in due parti. Del resto a Hitler anche i suoi fedeli  gli rimproverano di voler troppo e poi stringere in mano nulla; erano delusi dalla sua inconcludente strategia e già simpatizzavano per Strasser considerato un politico più concreto, dinamico, più realista. Con lui nel Reichstag almeno ci si entrava.

Hitler capisce che se questo accade lui è finito; prima si infuria, poi piagnucola, implora e drammatizza anche: "“Se il partito si sgretola” disse a Joseph Goebbels” mi sparo uno colpo alla tempia"
E lo ribadisce in un discorso ai suoi seguaci minacciando -in caso di disobbedienza di uno qualsiasi dei suoi collaboratori- che si sarebbe suicidato.

Di defezioni non ce ne furono, ma alla fine dell'anno l'unione e anche la sopravvivenza del partito nazionalsocialista era attaccato a un sottilissimo filo. Il futuro di Hitler sembrò chiudersi con l'anno 1932. Molti non rinnovarono nemmeno più la tessera, che poi erano le uniche risorse del partito.
Inoltre la grave crisi si era attenuata, c'erano a fine anno le prospettive di un crescita economica, il valore di azioni ed obbligazioni erano in netto rialzo, quasi del 30%; la disoccupazione era leggermente diminuita, e anche se c'erano ancora milioni di disoccupati, la fiducia stava tornando. Tutto ciò andava ovviamente a discapito della politica estremista nazista che puntava molto sulla sfiducia dei cittadini dovuta alla depressione economica.

E' molto importante questo aspetto perchè,  ripartito il volano di tutta l'economia mondiale, dal '29 in crisi, i primi frutti si vedranno già con l'inizio del prossimo anno, ma fortuitamente coincidono con la salita al potere di Hitler, e a lui si attribuiscono subito i meriti, la sua bravura, la capacità di infiammare le folle, e di avere cambiato le sorti della Germania.
Sarà invece il succedersi degli eventi, inaspettati per lo stesso leader nazista, a consegnarli il prossimo gennaio la cancelleria su un piatto d’argento, proprio nel momento di maggior difficoltà per il suo partito, cacciatosi dentro (e lui ne era il principale responsabile - con il "tutto o niente") in un vicolo cieco.

A parte questa situazione oggettiva, Hitler nonostante tutto, sulle sue qualità non aveva dubbi come futuro, a fine anno, ai suoi seguaci aveva confidato che "il 1933 sarà il nostro anno. Glielo posso mettere per iscritto” asserì alla festa di capodanno ad uno dei suoi maggiori sostenitori, Ernst Hanfstaengel. 
Brindando all'ottimismo lui si sente ancora "l'uomo del destino", non ha perso la sua fiducia e soprattutto non ha abbandonato il suo credo, il suo“Mein Kampf”, anche se ha cambiato strategia decidendo di raggiungere il potere nel rispetto della costituzione e della democrazia.  Non dimentichiamo che mentre brinda  al Reichstag  il suo partito conta sempre il maggior numero di rappresentanti. Anche se buona parte -ma non tutta- sta passando in mano al "traditore" Strasser. 
Ma se lui fa lo sgambetto al "traditore" - pensa Hitler- l'intera partita è sua.

Brinda ma intanto sta manovrando, complottando, intrigando con avversari e ex avversari. Fa alleanze, promette ricompense, spartisce i ministeri come se li avesse già in mano. Imbastisce  insomma una di quelle trame politiche che sono note in tutto il mondo; nulla di illegale ma è solo uno spregiudicato e abile  machiavellico gioco politico; ha dalla sua parte anche molta fortuna, ci sono sempre i decreti di Hindenburg,  ma lui ci mette anche molta prudenza, fa calcoli ed è lungimirante. Non si avventa sulla preda.

Deve spazzare via Schleicher dal Reichstag  e molti amici e nemici pensano - com'è logico- che al primo voto di fiducia i nazisti votino contro. Invece -paradossalmente- l'ordine è di sostenerlo. Non vogliono andare un'altra volta alle elezioni. Il pericolo - qui Hitler diventa realista- paventato da Strasser esiste per davvero, inoltre fare un'altra campagna elettorale (che sarebbe la sesta nell'arco di un anno - due del Reichstag, - due presidenziali e le elezioni  prussiane) significherebbe dissanguarsi, e quindi farla male, col rischio altissimo di perdere altri consensi.


siamo al 1933 ....

1933 - 4 GENNAIO - Hitler ha il suo primo giorno fortunato. In segreto (non sapremo mai chi dei due propose l'incontro - e le motivazioni erano identiche a entrambi: quella di vendicarsi - ma c'era dietro anche dell'altro come vedremo più avanti) si incontra con l’ex cancelliere Franz von Papen; che come abbiamo visto nelle precedenti pagine era stato scelto da Schleicher, ma poi screditato e liquidato per mettersi lui al suo posto non lasciandogli nemmeno la carica di vice cancelliere, promessa invece a Strasser se gli porterà a fine mese i voti dei nazisti.
Von Papen vuole vendicarsi; e se ricordiamo quanto letto in precedenza Schleicher era molto infastidito della sua indipendenza (lui che voleva utilizzarlo solo) ed era insofferente all'amicizia che Papen coltivava con
il presidente  Hindenburg.

Ma Papen voleva ritornare al Reichstag  e propose nell'incontro segreto con Hitler di formare un governo nuovo appoggiato da una coalizione tra nazisti e conservatori e che lui si sarebbe servito dell’appoggio e l'amicizia di  Hindenburg e dei suoi speciali decreti (oltre che un alleanza con i capitalisti della Ruhr e gli Junker). Insomma proponeva di dividersi il potere in due. Ai nazisti von Papen promise i due ministeri chiave (che Hitler, oltre il cancellierato, desiderava) quello della Difesa e quello degli Interni. Ma era sempre poco per Hitler.

Hitler sappiamo che era ostinato sul "tutto o nulla"; sappiamo che non era per nulla simpatico a Hindenburg; e che forse l'attempato presidente avrebbe espresso anche in questa nuova formazione governativa avversione verso questo appoggio richiesto da von Papen. Preoccupazioni queste subito espresse da Hitler ma anche subito spazzate via da von Papen. Ci avrebbe pensato lui a combinare un amichevole incontro con Hindenburg.

Si lasciarono e ognuno di loro pensò di utilizzare l'altro. Von Papen per ritornare al Reichstag  con il suo appoggio, e Hitler per sfruttare questo incontro "amichevole". Entrambi stavano attuando un piano ben preciso ed ognuno -pensando soprattutto a se stesso- era deciso ad andare fino in fondo.
Ma era von Papen che aveva le carte in mano da giocare non Hitler.
Infatti  von Papen non si fece più sentire dopo quell'incontro.
 
UN BEL COLPO PROPAGANDISTICO

1933 - 4-15 GENNAIO - L'occasione delle elezioni  nel piccolo stato del Lippe di poco più 100.000 abitanti (quindi finanziariamente poco impegnative per il partito di Hitler) fu un vero capolavoro di strategia propagandistica. Bisognava rilanciare il partito, sfatare che era in declino. Farne un evento ridondante. "Impressionare!!"  era la parola d'ordine.

Ci fu la mobilitazione generale dei seguaci. Auto, moto, tende, profusioni di altoparlanti invasero i piccoli centri di questa regione, quasi tutti di campagna, con poche presenze di industrie.
Tutti i più importanti esponenti del partito tennero decine e decine di comizi anche nei più piccoli paesi. Ed in ognuno di questi fecero affluire quelle poche migliaia di iscritti dalle regioni circostanti. I
raduni erano quindi gremiti di gente, resi spettacolari, di una grandiosità sconcertante. Bande musicali, inni, musiche, marce e una folla enorme fin dal mattino animavano i centri dove era previsto un comizio. Gli effetti scenografici, i discorsi inframmezzati  da orchestrati scroscianti applausi, gli oratori ossequiati all'arrivo e portati alla fine dei loro interventi in trionfo, concentrarono su Lippe tutta l'attenzione dei media (accortamente fatta affluire). 
La parte più rilevante di questa ridondanza la misero infatti in piedi i giornali (tutti avvisati). Trasformarono una semplice elezione di provincia in un grande evento nazionale.


Dopo aver suonato questa spettacolare grancassa, con il 39,5% dei voti i nazisti riuscirono ad imporsi sugli altri partiti ed a conquistare la maggior parte dei 21 seggi. Anche se non riuscirono a sconfiggere le forze di sinistra le elezioni di Lippe impressionarono comunque.
Un giornale cattolico (forse invidioso) scrisse: “Perché un simile incremento di voti? Perché nessun partito in Germania possiede o può impiegare a) così tanti soldi, b) così tanti oratori, c) così tante tende, auto e altoparlanti da eguagliare l’azione nazista nel Lippe in modo tale da sottoporre ogni circoscrizione elettorale alla stessa enorme pressione usata per assicurare un simile successo ???”. 
Questo giornale faceva un gran favore ai nazisti che andavano urlando ai quattro venti che il successo era il segnale di ripresa del partito. Il risultato - potevano ora andare a dire in giro - era un evidente indice di gradimento del popolo che si era nuovamente stretto attorno al partito nazista nella lotta contro il sistema repubblicano e il marxismo.

 
A turbare queste esultanti giornate, il 12 venne l'incontro reso pubblico sui giornali di Strasser con Hindenburg. Che cosa i due stavano tramando nessuno lo sapeva. Al Reichstag  c'era Schleicher ma era anche alla fine della sua avventura. Il 31 gennaio alla riunione del Reichstag  c'è infatti la resa dei conti. Il Parlamento doveva votare la fiducia, che Schleicher  non aveva; e questo lo sapevano tutti.

Ci mancava che Strasser -con chissà quale alleanza- andasse lui al Reichstag e Hitler era spacciato. Strasser si sarebbe tirato dietro tutti. Ma proprio tutti. I suoi e anche quelli di Hitler  che non vedevano l'ora di aver in mano anche loro una piccola fetta di potere.
Hitler fu quasi preso dallo sconforto, poi appoggiandosi al modesto ma comunque clamoroso successo elettorale ottenuto a Lippe, partì il suo violento attacco al "traditore".
"Ecco chi aveva fatto perdere consensi alle elezioni del '32. Lui il traditore. Chi si schiera con Strasser e disonorato per sempre". Parlò con questi toni per tre ore di seguito.

Poi al termine la orchestrata scena madre ultra-scenografica: tutti a giurare fedeltà ad Hitler. Il giorno dopo bluffando sui giornali, scrissero a titoli cubitali "Il caso Strasser è chiuso. Tutti hanno abbandonato Strasser". Non era vero, ma con un buon titolo su un giornale c'è chi vince e chi perde.

Strasser effettivamente (ma non per questo attacco) poche settimane dopo uscì di scena. Si ritirò. Non diede più fastidio. Anche se il prossimo anno verrà poi assassinato nella "“notte dei lunghi coltelli”.
Strasser come vedremo al Reichstag non ci sarebbe mai arrivato. Era solo un fantasma di Hitler che fra l'altro gli impediva di vedere il nocciolo del vero problema.

Infatti le pene e i problemi dentro il partito di Hitler non erano terminati (anche finanziari- Hitler dovette mettere mano ai proventi del suo libro che aveva iniziato ora a vendere con qualche successo).  Formazioni SA di alcune città si dimostrarono insoddisfatte della politica di Hitler volevano una linea più rivoluzionaria per rovesciare l’attuale repubblica.
La tensione sfociò persino in una violenta ribellione di 6000 camicie brune guidata dal comandante delle SA della Franconia centrale, Wilhelm Stegmann. Hitler reagì espellendo tutti dal partito e denunciandoli come traditori, ma le parole del Fuhrer non furono sufficienti e le diserzioni si estesero a macchia d’olio anche alle regioni circostanti.

L’organizzazione paramilitare nazista si stava lentamente sgretolando e se Hitler non fosse riuscito ad ottenere la cancelleria, eliminando così dissidi e contrasti, lui e tutta la sua impalcatura sarebbe crollata definitivamente in un paio di mesi. Finiva sul lastrico anche economicamente.

 1933 - 18 GENNAIO -  Ma Hitler non è ancora finito. E' in piedi, questa è la sua unica risorsa, e già gli basta.  Prosegue la sua strada con la sua fede cieca, e nella strada incontra improvvisamente la sua fortuna in un uomo. Che sarà uno dei protagonisti di tutta la politica di Hitler e della Germania (Troviamo lui alla firma del mussoliniano Patto d'Acciaio e ancora lui al Patto con i Russi).

E'  Joachim von RIBBENTROPP (futuro ministro degli esteri del Reich- uomo potentissimo- Definito anche il "Bismarck del Terzo Reich- ma anche "il boia con la feluca". Finirà impiccato a Norimberga).

Emigrato giovanissimo si era fatto le ossa di commerciante di Champagne in America. Era ritornato in Europa per la Grande Guerra. Visse anche una grande esperienza diplomatica come il più brillante giovane della delegazione ai trattati di Versailles. Tornò a vendere champagne Pommery, poi degli Henkel-Trocken di cui sposò infine la figlia. Entra così nell'ambiente industriale, in quello bancario e ha a disposizione risorse finanziarie eccezionali.
Già nel '29 aveva conosciuto Hitler in un breve incontro. Poi l'incontro in questo gennaio che fa cambiare il destino a Hitler e alla Germania. Probabilmente tutta la politica di Hitler sarebbe stata diversa. Non esiste un'azione diplomatica tedesca che non sia stata concertata da Hitler con Ribbentropp.

E' lui che lo aiuta nuovamente a incontrarsi con l'amico von Papen che Hitler dal 4 gennaio non ha più visto né sentito. I due riprendono il discorso ripartendo da quel punto cruciale; ma Papen è irremovibile, alla cancelleria vuole andarci lui, con l'eventuale appoggio dei nazisti, Hitler invece pretende l'incontrario. L'ostinazione lo acceca.
Non capisce che von Papen nella sua posizione si trova in forte vantaggio, il suo destino non dipende  certo da Hitler, mentre Hitler eccome dipende da Papen; lui è lo strumento per arrivare a Hindenburg, ed è anche il comune nemico di Schleicher. Che fra l'altro quest'ultimo al Reichstag  non sta  operando male e nemmeno si preoccupa  che qualcuno complotti contro di lui. Papen non lo ritiene  capace di un complotto, e Hitler ormai lo considera finito, o al limite da usare.

Ma non dimentichiamo che  Schleicher  ha sempre la spada di Damocle del 31 gennaio prossimo quando si riunirà il Reichstag per il voto della fiducia che Schleicher non ha, e Hindenburg non sembra intenzionato a concedergli il risolutorio decreto di scioglimento anche perchè simpatizza proprio per il suo amico Von Papen che vuole riportare al Reichstag.

Schleicher  dovrà  insomma a fine mese fare fagotto, salvo chiedere in appoggio i voti dei nazisti, addirittura al suo nemico che come lui è sull'orlo del precipizio; solo un contributo dei nazisti può garantire al suo governo una parvenza di stabilità e scongiurare una prematura caduta. Ed è anche convinto di potersi servire con facilità di quei voti distruggendo nello stesso tempo il mito dell’opposizione ad oltranza al governo che aveva portato da anni molti voti proprio ai nazisti. Insomma è convinto che i nazisti accetteranno la sua proposta come una sorta di àncora della salvezza buttando a mare se necessario Hitler pur di entrare nel Palazzo.

Ma Schleicher  non conosce Hitler, che se c'è due cose che non può soffrire sono proprio i compromessi e i tradimenti.
In più Schleicher non sa -e sottovaluta- che la stessa cosa che lui ha in mente, la sta architettando Von Papen, addirittura con Hitler dalla sua parte (o almeno così Hitler crede).

Il destino insomma non dipendeva più dalla volontà di Hitler ma dalla abilità dei suoi nemici o dai nuovi alleati. 
Hitler forse si rese conto per la prima volta nella sua vita che si sta giocando tutto in questi dieci giorni, e non ha nessuna carta in mano. Non gli basta il Mein Kampf anche se quelle idee sono le sue credenziali che in qualche salotto dell'alta finanza stanno leggendo da alcune settimane.
Per giocarla la sua carta, Hitler ha bisogno che qualcuno gliela metta in mano.

Hitler se si volge da una parte cade nello sgambetto teso dal nuovo Cancelliere SCHLEICHER e forse da  STRASSER, che  crede che sia arrivato "il suo momento" e non quello di Hitler, perchè lui è convinto di portarsi dietro tutti i suoi 60 deputati nazisti della sua corrente, oltre quelli di Hitler (pronti a emigrare) e quindi riuscire a esautorare il suo capo, che rischia non solo una  spaccatura totale dentro il partito, ma rischia di rimanere beffato dal tradimento del suo collega e dai suoi frustrati elettori.

Ma se Hitler si volge dall'altra parte diventa solo uno strumento di von Papen e della sua classe di privilegiati della vecchia Germania, i proprietari terrieri, i generali, i grandi industriali (che Hitler odia da sempre)  ma che improvvisamente (non erano riusciti a padroneggiare né il Centro né i socialdemocratici)  hanno deciso di far pace con la demagogia, perché incapaci di dare un aspetto popolare all'"autorità".

Per soddisfare i loro desideri - si sono chiesti- non c'era bisogno di un nuovo partito, di un nuovo capo politico, ma l'uomo del popolo c'era già. Bastava che costui s'impadronisse dell'entusiasmo delle masse.
E di demagogia fin dal '23 Hitler ne era diventato il maestro, assieme alla propaganda. Lippe insegnava, quindi bastava aiutarlo, fare in modo di organizzare tante Lippe. Dar così vita a un sistema di governo tedesco creato con l'apparente iniziativa e il consenso popolare; quello della massa, poi esserne i padroni senza (pensavano) pagarne il prezzo. Stando nell'ombra. Il regista dell'operazione era Von Papen. Lo strumento ideale Hitler. Questo pensavano. Ma anche loro sottovalutano il "caporale".

Hitler si rende ben conto che finisce prigioniero delle classi alte tedesche, degli industriali che ha sempre odiato, ma non ha altra scelta.

(All'altro ex socialista, a Mussolini,  nel '22 si presentò lo stesso scenario. I proprietari terrieri volevano impedire l'espropriazione delle terre, coprire gli scandali degli arricchimenti facili avvenuti nella guerra, gli ufficiali  desideravano tornare a comandare un grande esercito, i grandi industriali continuare ad avere il monopolio, la classe media riavere i propri soldi; e gli operai non chiedevano altro che ritornare a lavorare in un modo o in un altro, compresi gli operai socialisti. Tutti desideravano cancellare il verdetto del 1918 e le conseguenze che ne erano derivate). 

In Germania alcune cose era ancora più marcate perché tutti dalla guerra erano usciti umiliati e sfasciati. Messi addirittura alla pari con gli Slavi, i Polacchi, i Cechi. 
I tedeschi se volevano fare nuovamente grande la Germania con il programma "nazionale", con i poveracci del Centro o gli utopisti socialdemocratici non andavano da nessuna parte. Ci volevano i soldi degli industriali per dare una spinta al grande volano.  Realismo. Fatti.

1933 - 22 GENNAIO - Il venditore di Champagne von Ribbentrop, ancora lui, organizza l'incontro decisivo con von Papen. Vi partecipano Hitler e Goring, e a fianco di von Papen stranamente  ci sono il segretario presidenziale Otto Meissner e lo stesso figlio del presidente Hindenburg, Oskar.

Hitler conferì in privato con Oskar. Cosa gli promise non lo sapremo mai, non lasciarono nulla di scritto. Mentre Goring fa altrettanto intrattenendo Meissner che ambizioso com'è capisce (o sa già) che c'è aria di grande rimpasto e l'unica cosa che chiede se Hitler andrà al cancellierato è quella di conservare la sua carica; quindi disponibile ad appoggiarlo consigliandolo al presidente.

Von Papen ha invece fatto un bel lavoro nell'ombra e ha già negoziato con i grandi industriali l'appoggio a Hitler come Cancelliere.
Dal leader nazista ottiene la promessa che se andrà al Reichstag non farà mai nulla che possa essere disapprovato dai capitalisti della Ruhr.
E' quasi un ricatto, ma se ci fu un momento in cui Hitler sentì di essere "forte" e che la sua "missione" si stava compiendo pur cambiando alleati (e che alleati !!!)  fu proprio questo:  il grande capitalismo della Germania era al suo fianco!
Von Papen gleli ha accennati.

Dietro a Hitler (ora !) non ci sono solo gli scontenti, gli arrabbiati, i disoccupati, ma ci sono i grossi personaggi della Germania Guglielmina, i grandi notabili, i grandi industriali, i grandi banchieri: il principe Augusto figlio del Kaiser, i dirigenti della Deutsche Bank, della Commerz Bank, della Dresder Bank. I grandi industriali dei colossi chimici Farben, gli Henkel, i Schnitzler, i Bosch, i Thyssen, i re della gomma Conti, dell'acciaio Voegler, delle Assicurazioni Allianz. Poi i gruppi Simens, Aeg, i Krupp, gli Junker e tutti gli industriali, della Reichsverband. La Adler Sa, Aeg, Astra, Auto-Union, Bmw, Messerschmitt, Metall Union, Opta Radio, Optique Iena, Photo Agfa, Puch, Rheinmetall Borsig Ag, Schneider, Daimler Benz, Dornier, Erla, Goldschmitt, Heinkel, Solvay, Steyr, Telefunken, Valentin, Vistra, Volkswagen, Zeiss-Ikon, Zeitz, Zeppelin e altre innumerevoli (l'80% - poi venne assorbito anche il restante 20%)

 
Addirittura gli stavano offrendo su un piatto d'argento quel potere che non era stato mai capace di prendersi, anzi ultimamente stava perfino correndo il rischio di non avere nemmeno più gli elettori che aveva soltanto pochi mesi prima. A Lippe nessuno meglio di lui sapeva che aveva bluffato e che i suoi problemi erano gravi, compresi quelli economici. Il suo partito aveva i giorni contati. E se andavano al potere i capitalisti di von Papen, senza di lui, questi  l'avrebbero spazzato via in poche ore,.

Inoltre sapeva che von Papen aveva  alle spalle (oltre il grande capitale)  Franz Seldte, leader dello Stahlelm, un’organizzazione paramilitare con oltre 300.000 uomini. Questo significava che accettando la proposta di von Papen, avrebbe raddoppiato le sue SS. Chi l'avrebbe più fermato!

Finito l'incontro il più era stato fatto. Meissner e Oskar (il figlio)  erano le due persone più influenti sull'ottantacinquenne Hindenburg. Von Ribbentrop aveva ammorbidito von Papen a rinunciare al cancellierato. La destituzione di Schleicher era data già per scontata con il decreto del presidente. Hitler e Goring si erano più che convinti che tutto stava andando secondo i loro piani. Restava solo più l'incontro con Hindenburg che fu fissato subito, per il giorno dopo.

1933- 23 GENNAIO
- L'incontro fatidico con  Hindenburg. L'antipatia e la poca stima per Hitler non si era per nulla attenuata nell'anziano generale. Quando il terzetto, compreso il figlio, gli proposero la nomina di Hitler, Hindenburg rifiutò categoricamente, era convinto che il cancellierato andasse a von Papen, che invece si proponeva come vice.
(Papen rassicurò
Hindenburg e i suoi amici di cordata dicendo loro che voleva "prima prendere i voti di tutti i nazisti, leghiamo al carro  Hitler, poi lo mettiamo sotto il carro e lo stritoliamo fino a non lasciargli sano nemmeno un osso" ).

Hitler che non sa nulla della tresca, davanti all'opposizione di Hindenburg  non si perde d'animo,  suggerisce al vecchio Presidente di  rimandare a casa i due "traditori" - che nonostante il doppio gioco non sono ancora riusciti a formare un governo nè mai riusciranno a formarne uno- e gli presenta una compagine governativa che ha già preparato, con dentro alcune garanzie per tutti loro, gli Hindenburg, in primo piano suo figlio Oskar con un importante incarico.
Poi propone un ministero comprendente  alcuni esponenti della vecchia classe politica, presentati come nazionalisti indipendenti, oltre ad alcuni suoi uomini di partito la cui dirigenza dello stesso sarebbe andata proprio a suo figlio Oskar; von Papen assumeva la carica di Vice, e visto che a Hindenburg stava a cuore la destinazione del ministero della difesa, propose il rassicurante generale Werner von Blomberg, l’inviato tedesco alla conferenza tedesca sul disarmo che si stava tenendo in Svizzera, vecchio amico e collega dell'anziano presidente.  Ma non sa Hindenburg che da alcuni mesi che von Blomberg si stava avvicinando all’ideologia nazista e aveva espresso spesso il desiderio di vedere il leader nazista alla guida del governo, deluso dalla lenta rinascita militare dell'incapace Schleicher che aveva conservato  -proprio lui ex generale logistico - anche questo ministero.

Anche von Papen -portando acqua al suo mulino-  cercò di rassicurare Hindenburg affermando che la maggior parte dei ministri erano disposti a restare in carica anche con Hitler, e fu anche contento il vegliardo quando gli riferirono che il suo beniamino, barone Konstantin von Neaurath restava al ministero degli esteri. Insomma tutti i suoi consiglieri più fidati erano ormai a favore di un insediamento del leader nazista alla cancelleria.
Ma tutto fu rimandato al giorno 27 gennaio.

 1933 - 26 GENNAIO - Schleicher apprese l’incontro e le trame del complotto;
e fu un duro colpo scoprire che oltre a non aver più la parola d'onore del suo collega generale, ora presidente, che gli aveva a suo tempo promesso il suo appoggio e perfino il decreto dello scioglimento delle camere per evitare il voto di sfiducia, c'era il tradimento di Meissner e di Oskar, e che a conferire c'era  von Papen e Hitler. Insomma che era stato abilmente giocato.
Si precipitò da Hindenburg, chiedendo spiegazioni, ma il vecchio generale non lo ascoltò nemmeno gli presentò la lettera di dimissione già compilata solo da firmare e lo salutò.

1933 - 28 GENNAIO - Quando furono note ormai tutte le manovre per la destituzione di Schleicher, e anche chi erano i complottisti capeggiati da von Papen, i partiti cattolici di centro si allarmarono. Paventarono sommosse, guerra civile, la catastrofe. Proposero per mantenere la calma nel Paese - ma anche minacciando che senza il loro appoggio avrebbero potuto con i loro voti far crollare il governo - di formare una coalizione proprio con i nazisti e i nazionalisti per dar vita a un governo di tipo parlamentare e non presidenziale.

Dopo tante ostilità dimostrate ai nazisti i cattolici arrivavano però in ritardo. Hitler ora non aveva più paura del Centro e rifiutò qualsiasi proposta. Lui puntava al cancellierato con pieni poteri e i decreti del presidente (o dei suoi consiglieri) lo avrebbero aiutato.

Più accomodante von Papen, che promise al leader dei cattolici del Centro, Schaffer, un ministero, quello della Giustizia; ci avrebbe insomma pensato lui.
Ma il giorno 30 all'approvazione presidenziale della lista dei ministri, von Papen con uno stratagemma lasciò vacante il nome di quel ministero preparandosi a dire se il presidente glielo chiedeva che era stato riservato a un esponente del partito cattolico e che il Centro stava ponderando chi mandare. Ma Hindenburg non si accorse di nulla nè gli chiese nulla,  firmò. E i cattolici furono giocati anche loro.

Pur non disponendo i nazisti di una maggioranza in Parlamento, furono convocate proprio per questo le elezioni, con l'incarico finalmente ottenuto, il 5 marzo presero il 44 per cento dei voti e appoggiati dai nazionalisti non solo ottennero la maggioranza ma il successivo 23 marzo riuscirono a fare approvare una legge che conferiva al governo poteri eccezionali. Dei cattolici insomma non avevano più bisogno.

Altro allarme, per una eventuale rielezione di von Papen (e questo ci conferma che i militari non erano poi così tanto belligeranti, ma semmai solo insicuri) venne dal capo del comando dell’esercito Kurt von Hammerstein. Precipitandosi da Hindenburg  lo mise in guardia che l'elezione di von Papen, avrebbe potuto causare una guerra civile. Ma le sue parole non impressionarono minimamente il presidente.

1933- 30 GENNAIO -
Siamo all'epilogo. Tutti i giochi sono stati fatti. La formazione del nuovo governo è pronta. Il presidente approva la nomina dei nuovi ministri. Quattro di essi - Finanze, Affari Esteri, Poste e Comunicazioni - vanno agli stessi del governo uscente. A Hugenberg l’Agricoltura e il Tesoro; a Von Blomberg la Difesa; a Seldte il Lavoro; a Goring i Trasporti; a Frick gli Interni vice -cancelliere von Papen; cancelliere Adolf Hitler. I ministri giurano.

Alle undici e mezzo  era tutto finito ed il gabinetto Hitler era ormai una realtà.

Era avvenuto tutto così in fretta che solo i rappresentanti dei partiti ne sapevano qualcosa. Per i cittadini fu una vera sorpresa. Tutti ricordavano che Hindenburg aveva promesso che non avrebbe mai e poi mai consegnato la cancelleria a Hitler; e non era un mistero l'antipatia che nutriva per lui.
Sorpresa o no a cominciare dalle prime ore del pomeriggio a Berlino e poi nelle città dell'intera Germania, tutti iniziarono ad essere nazisti. Dopo soli 35 giorni (alle elezioni del 5 marzo) lo erano già il 44 per cento. Il 12 Novembre al plebiscito della Sahar il 90% dei votanti della regione si espresse a suo favore
Tre mesi dopo (il 25 marzo) l'"effetto" si fa sentire anche in Italia, Mussolini al "suo" plebiscito fa anche lui il "pieno" con il fascismo: 10.026.513, contrari 15.265.

1933 - 31 GENNAIO - Dalla sera del 30 e fino all'alba del 31, i festeggiamenti dei nazisti a Berlino furono imponenti. Si susseguirono tutta la notte nell’intera Germania. Hitler affacciato alla finestra del suo studio al Reichstag  continuò a salutare la gente osannante per la vittoria appena ottenuta. Una parata di 25.000 SS sfilò sulla Wilhelmstrasse in mezzo a centinaia di migliaia di persone accorse a celebrare la vittoria e il grande evento della Germania.

Dal balcone del grande imponente Palazzo, Hitler salutò la folla più volte  poi si ritirò da solo a passeggiare nei grandi saloni, nelle grandi stanze, forse ricordando le miserie di Vienna, la galera a Monaco e tutto quanto aveva scritto in Main Kampf. Erano passati soli dieci anni, e ora aveva in mano tutta la Germania e un milione di persone davanti a lui che sfilavano osannanti a gridare il suo nome.
Indubbiamente nei suoi passi perduti, passò in rassegna la sua singolare vita, "scarsa attitudine allo studio", "scarsa attitudine nella pittura",   infine,  nonostante fosse rimasto ferito due volte in guerra i suoi superiori non lo mandarono oltre il grado di caporale, perchè espressero un giudizio senza appelli: "ha scarsa attitudine, è inadatto al comando, non ha carattere".

Questa vittoria non fece altro che rinforzare in Hitler la convinzione di essere l’uomo della provvidenza. Ormai si sentiva invincibile, e la tendenza a giocare sempre il tutto per tutto si era ormai radicata profondamente nel suo modo di fare, una convinzione che non lo avrebbe mai più lasciato.

Rivide le umiliazioni a Braunau e quelle di soldato tedesco in guerra e poi la cocente mortificazione al ritorno. Gli tornò alla memoria il barbone che si aggirava nella Vienna opulenta, gli vennero in mente le idee che a Monaco sembravano utopistiche; e non dimenticò i sei mesi passati in galera. Ora, era solo nell'immenso salone a passeggiare inquieto, mentre la "grande" Germania era ai suoi piedi. Forse il delirio d'onnipotenza s'impossessò di lui. Nella storia del resto é successo a molti. Si chiama "alessandrite", la conquista e l'unificazione del mondo sognata dal grande macedone ha sempre sconvolto il cervello di tutti i potenti che sono saliti su un trono. Da allora ne sono rimasti immuni pochi. 
Quante volte si sono sentite e si sentono ancora oggi queste frasi: "Sono invincibile", "Il popolo è con me",  "Chi è scelto dalla gente è come se fosse unto dal Signore", "Il Paese vuole me", "L'Italia io la smonto e la rimonto", "Sono solo io capace, senza questi ominuncoli che ci sono in giro", "Ho la stessa idea di Dio, la vittoria del bene sul male", "Vi spiegherò il mio vangelo", ecc. ecc.  E Hitler andava dicendo in giro all'incirca le stesse cose.
Cose che sentiamo dire ancora oggi, a tutte le latitudini. Italia compresa.

Se poi tutto questo si trasforma in "pseudologia fantastica" (chi crede nelle proprie bugie - così definì Jung la patologia del dittatore) il punto di arrivo è uno solo: e quando va male sono grandi tragedie. Gli uomini quando sono tanti formano la massa, spesso irrazionale, qualche volta facile a usare;  ma non sempre, chi crede che gli uomini siano formiche, non conosce né gli uomini e nemmeno le formiche.

Ma era possibile farsi venire l"Alessandrite"? Bastava aver scritto Mein Kampf? Bastava appoggiarsi agli sradicati, ai violenti e agli irresponsabili estremisti? Bastava avere vicino quelli che desideravano la restaurazione della potenza tedesca ma poi agivano con il disprezzo della legge? Potevano forse costruire qualcosa sfasciando tutto e ricostruire con le mani nude? Fare forse una rivoluzione sociale?  No! Non era sufficiente mettersi in marcia, anche se a capo c'era un demagogo non sarebbero andati da nessuna parte. Avrebbero solo peggiorato la situazione.

Brunig era stato anche lui il nemico della repubblica e l'araldo della dittatura. Schleicher che non era un santo pur essendo un militare, aveva l'ossessione di una ripresa militare. Provò perfino a fare un'alleanza con i sindacati della sinistra. Eppure non riuscirono a muovere le folle, la massa. E nemmeno Hitler fino al 31 dicembre del 1932 non c'era riuscito anche se da dieci anni non aveva cambiato una virgola nella sua demagogia, una sola parola nei suoi discorsi, nè una sola pagina nel suo Mein Kampf. 

Occorreva altro!  In una manciata di giorni sopraggiunse quello che mancava a Hitler. Lo abbiamo letto. In un mese ha risolto la sua  critica situazione. Ora dentro il partito nazista di HITLER non ci sono  solo gli scontenti, gli arrabbiati, i disoccupati, ma ci sono dei grossi personaggi della Germania Guglielmina, i grandi notabili, i grandi industriali, i grandi banchieri: il principe Augusto figlio del Kaiser, i dirigenti della Deutsche Bank, della Commerz Bank, della Dresder Bank. I grandi industriali dei colossi chimici Farben, gli Henkel, i Schnitzler, i Bosch, i Thyssen, i re della gomma Conti, dell'acciaio Voegler, delle Assicurazioni Allianz. Poi i gruppi Simens, Aeg, i Krupp,  gli Junker e tanti altri. 

Infine  c'é SCHACHT, l'economista di fama mondiale, un mago della finanza, che dirigeva la prestigiosa Reich Bank. Improvvisamente si dimette e diventa il consigliere economico del caporale Hitler, disprezzato e tacciato fino a pochi giorni prima "una demagogica macchietta". Sarà lui -Schacht- il vero autentico autore dello straordinario "super miracolo" tedesco.
Inizialmente Hitler lo usarono, e furono questi oscuri nuovi potenti a decidere la vittoria di Hitler,  poi in seguito alcuni si trovarono la pistola puntata nella schiena, e qualcuno anche una pallottola se non ubbidivano al caporale con la quinta elementare, che loro avevano fatto generale, nominato Fuhrer, messo al vertice.

Ne vogliamo citare qualcun'altra di queste aziende che collaborarono "volontariamente" o "costrette"?
Eccole:
Adler Sa, Aeg, Astra, Auto-Union, Bmw, Messerschmitt, Metall Union, Opta Radio, Optique Iena, Photo Agfa, Puch, Rheinmetall Borsig Ag,  Schneider, Daimler Benz, Dornier, Erla, Goldschmitt, Heinkel, Solvay, Steyr, Telefunken, Valentin, Vistra, Volkswagen, Zeiss-Ikon, Zeitz, Zeppelin e altre innumerevoli.

Tutti dovettero ubbidire all'ex barbone, e molti divennero anche servili.

L'ex barbone di Vienna, così in breve tempo (dopo la pausa dell'ambiguo "gioiello" della REPUBBLICA DI WEIMAR che non poteva durare più a lungo  perchè era una repubblica senza repubblicani; non c'era una legittimazione popolare) conquista le masse, i "colletti bianchi", i militari, e "accetta" l' alleanza con gli industriali, che gli rilanciano l'economia, costruiscono opere colossali, ricreano la grande industria e la ricerca, ma soprattutto ricostruiscono in breve tempo il più potente esercito. Il tutto partendo da una nazione in sfacelo, in ginocchio, con una Germania che aveva perso persino la sua identità.

E' insomma un bilancio che nessun visionario poteva realizzare. Nessun uomo politico poteva aspirare a tanto, salvo essere un visionario come lui oltre avere dalla propria parte i potenti appoggi; un pazzo se non ha a fianco dei sani non cambia il volto a una nazione in quattro anni, e non lo cambia neppure uno tutto sano se non ha, uno, cento, mille seguaci (poi furono milioni) e soprattutto se non ha i mezzi, i grandi capitali e i veri cervelli che manovrano questi mezzi e questi  denari; una montagna di denaro

Oggi ci sembrano quelli del suo Main Kampf, progetti folli, eppure le sue idee (che non erano nuove) le troviamo in un baleno diffuse tra l'elite tedesca (perfino in quella conservatrice) e tra il popolo.
Nella  prima potremmo dire che agirono per opportunismo e nel secondo perchè fu plagiato.
Ma non si sono combattute tutte le guerre del mondo, di un Re, di un Imperatore, di un Papa, -sempre- con queste due componenti? E il popolo poteva forse intervenire sulle scelte? Ma quando mai!! Alzati e cammina, quella è la direzione; poi i potenti magari il giorno dopo ci ripensano e ne indicano un'altra direzione, dalla parte opposta. E le stupide "formiche" ubbidiscono.

Lo storico Kershaw ha scritto ultimamente una ennesima biografia di Hitler, e in una recensione intervista sul Corriere d. S. del 22 agosto 2000, sottolinea (tutti i corsivi che seguono) la "complicità delle masse col Fuhrer, che non era pazzo ma un carnefice voluto dal popolo" - . "Che i tedeschi hanno proiettato su di lui i loro desideri. E ne sono rimasti vittime" - "Che le sue idee i suoi progetti erano diffusi tra le élite tedesca e anche tra il popolo".
Dimentica Kershaw  il potere dei "dittatori" occulti, la grande macchina propagandistica, i mezzi messi a disposizione dal grande capitale. Nessun popolo riesce a proiettare su alcuno i propri desideri se questi desideri non gli sono rifilati da mattina a sera con i media e con tutti i mezzi propagandistici che costano una montagna di soldi. Il popolo non acquista nemmeno una caramella se qualcuno non gli millanta la bontà di questa in ogni momento e in ogni luogo. Questa regola la conosce perfino il venditore ambulante di noccioline. E se lui vende tante noccioline non significa che i consumatori hanno creato  l'ambulante di noccioline, ma é l'incontrario, è il venditore che si è fatto sentire da molti gridando "noccioline".

Le idee e i progetti di Hitler non erano diffusi fra le élite e tra il popolo, ma semmai furono proprio le èlite a diffondere (senza esporsi) nel popolo "le loro" idee e "i loro" progetti. Hitler fu solo uno strumento per volgarizzare con la demagogia e l'oratoria messianica i desideri latenti di ogni tedesco.
Senza le èlite Hitler non sarebbe mai diventato Fuhrer. E il popolo non avrebbe mai acquistato le sue sconosciute "noccioline". Il suo "vangelo" nel 1932 era da dieci anni che si stava coprendo di polvere.

"L'attacco all'unione sovietica ha trovato grande appoggio tra i generali della Wehrmatcht" scriveva Kershaw. Ma quale appoggio? Se i generali non avevano le armi delle acciaierie Krupp e company, dove e su cosa si appoggiavano? Se non c'era la Mercedes e altre industrie  con cosa andavano in Francia o Russia, a piedi, con la demagogia? erano sufficienti i "desideri latenti"?

"La sua spinta interiore è stata una visione politica: portare la Germania ad essere  nuovamente una grande nazione".  E' ingenuo credere che con quella piccola tormentata folla nazional-socialista e con il Mein Kampf in mano a Hitler fosse possibile con gli altri partiti fare il compromesso su un punto qualsiasi (che elencheremo sotto) per far riprendere l'economia alla Germania e nello stesso tempo assicurare l'ordine pubblico necessario per realizzarla.

La verità  invece è che economicamente  la Germania degli industriali doveva mantenere in vita un processo senza soste nella sua espansione europea per non essere spazzata via in brevissimo tempo. Proprio due mesi prima di utilizzare  la demagogia populistica di Hitler, il grande capitalismo tedesco dopo l'elezione del presidente democratico Roosevelt - a novembre- avvertì la minaccia del risveglio degli Stati Uniti.
Nel programma di Roosevelt c'era la politica del New Deal; il riconoscimento del governo sovietico; e per finire la politica del "buon vicinato" Panamericano. Mercati non da poco, da far tremare non solo la Germania ma anche l'Inghilterra e il resto del mondo.

Gli Stati Uniti non avevano nulla da inventare, dopo la guerra nulla da ricostruire, dovevano solo rimettere in funzione a pieno regime le loro acciaierie che avevano, per tornare a invadere i mercati mondiali.
Lo stesso problema tedesco (strozzamento dell'economia, dei mercati, delle esportazioni) lo aveva l'Inghilterra. Fino al punto che nel marzo del 1939, cioè pochi mesi prima dello scoppio della guerra,  i rappresentanti dell'industria britannica si trovavano a Dusseldorf per diventare soci con la Germania in una guerra commerciale contro gli Stati Uniti. (!!!).
(Prima Roosevelt, poi Truman, alla fine della guerra si ricordarono di questo particolare. Churchill fu silurato il 25 luglio, a poche ore dalla fine della guerra. L'Inghilterra fu messa da parte!)

I motivi erano molto semplice: In Inghilterra fra il 1929 e il 1937, l'aumento della produzione era aumentato del 24%, ma l'esportazione era caduta al meno 16%. Nel '38 dopo tante discussioni erano riusciti a stipulare uno straccio di accordo commerciale con gli Usa, ma nel frattempo gli americani si erano già  impossessati dei mercati di 20 paesi. E proprio perché era uno straccio di accordo, gli inglesi una soluzione dei loro problemi non l'avevano mica trovata. Entrambi dopo il '29 i due paesi si erano ignorati, anzi l'Inghilterra schiaffeggiò gli Usa, isolandosi, tornando ai metodi della guerra d'indipendenza americana.

Ed ecco l'incontro con i tedeschi a Dusseldorff. I britannici conclusero poco, anzi diedero a Hitler la percezione che gli inglesi erano in difficoltà, ed era vero, quindi l'idea fu quella di fare la sua guerra da solo. Prima a Oriente (Polonia) poi a Occidente. Sapeva benissimo che l'Inghilterra era impreparata; e così la Francia.

Torniamo in Germania e scopriamo che a Dicembre (un mese prima che Hitler entrasse nel Reichstag) proprio dopo le elezioni in USA di Roosevelt, fu nominato un commissario di governo con ampi poteri dati dal solito Hindenburg, per la creazione di posti di lavoro, e due giorni prima del giuramento di Hitler, era già stato varato un "programma d'urgenza" che comportava una fortissima "spesa pubblica" per strade, case, trasporti via d'acqua, trasporti terra interni, trasporti pubblici nelle città, ferrovie, ecc. ecc. che non era il New Deal di Roosevelt basato su deficit di un bilancio o quanto meno su nuove forme di tassazione (quindi committente lo Stato); ma erano quelli tedeschi tutti investimenti privati, degli industriali, della Reichsverband). 

Salito al potere, dopo nemmeno 90 giorni, ai primi d'aprile, Hitler annuncia il piano per l'abolizione della disoccupazione con spese pubbliche ragguardevoli e il blocco dei salari.
Il potente e abile Schacht sale subito in cattedra, ed esercita: 
a) il controllo del commercio estero;
b) si occupa del controllo dei cambi;
c) rifiuta di svalutare il marco;
d) dispone che per ogni transazione per l'uscita di valuta estera occorre una licenza;
e) stabilisce che tutti i pagamenti esteri devono essere rimessi alla Reichsbank (che prima guidava lui) che le importazioni devono essere effettuate solo da paesi disposti a ricevere marchi e non valuta convertibile.

Hitler firma, ma di queste cose non ne capisce nulla, nè del resto poteva metterci le mani, non era nemmeno capace di fare una divisione e una moltiplicazione decente; aveva la quinta elementare! Le idee filosofiche o ideologiche si possono imparare anche a cento anni, ma quelle matematiche e di scienza economica e bancaria bisogna impararle sui banchi di scuola e di una buona scuola e poi averle esercitata a livello mondiale; come appunto aveva fatto Schacht.
Infatti in questa rosa di provvedimenti c'era materia tecnica da far impallidire un grande economista. Ma anche questi con tutta la buona volontà, data la mole di formule e di cifre, non potevano certo averla elaborata e organizzata in meno di tre mesi. Questo era un lavoro di anni fatto dalle migliori menti dell'alta finanza. C'era l'arte e l'espressione del vertice di tutto l'intero mondo economico, finanziartio e industriale tedesco.
(ricordiamo che poi al Processo di Norimberga, Schacht, fu l'unico assolto. Erano forse imbarazzanti e troppi i rapporti da lui mantenuti con le grandi banche delle potenze nemiche)

La si chiamò pianificazione, mentre invece era una direzione (e che direzione! le migliori teste del mondo finanziario e industriale!!). Diversa da quella sovietica, questa "pianificazione" dell'economia dello Stato ammetteva l'impresa privata e le istituzioni economiche del capitalismo. Fu chiamata Wirtschaftslenkung (impresa privata guidata); Una macchina economica secondo scopi politici.  In effetti quella dal '33 al '38 sfruttando la demagogia populistica di Hitler era  semmai l'incontrario Una macchina politica  secondo scopi economici (anche se il Deutsche Volkswirt nel 1937  scriveva ancora "lo stato è sotto tutti gli aspetti pratici socio di ogni impresa tedesca", in effetti era l'incontrario, ogni impresa tedesca (riunite nella Reichsverband (una specie di nostra Confindustria) era socia dello Stato, e lo era di maggioranza.

Quando Hitler salì le scale per entrare nel Reichstag, trovò tutta la politica economica già pronta, già pianificata, con una struttura economica altamente organizzata, già razionalizzata; avevano già adottato il controllo dei cambi. E senza questo coordinamento già pronto e in atto Hitler non era l'uomo da poter modificare l'economia nell'arco di tre mesi. Lui non era nemmeno capace di far quadrare i conti del giornale che ancora a dicembre era sull'orlo del fallimento.

Nel dicembre 1932 questa era la situazione dentro la Reichsverband. Era sotto la direzione di potenti industriali  e ne facevano parte 29 organizzazioni industriali e 50 territoriali. Che coprivano l'80 per cento delle imprese industriali tedesche. Erano in grado di esercitare un'influenza considerevole sullo svolgimento di tutta la politica nazionale. L'anno dopo, già in febbraio, estesero il controllo anche al rimanente 20 per cento quando (loro) resero obbligatorio ai piccoli imprenditori  di iscriversi ai relativi gruppi territoriali e seguire - se volevano lavorare- tutte le direttive della Reichsverband.

Ma la  Reichsverband tedesca fin dal 1870 era già potente! E non è vero che l'economia tedesca "trustizzata", cartellata, sindacata, sia stato poi il risultato della guerra, o del dopoguerra. Il primo cartello carbonifero in Germania, sorto a Dortmund, è del 1879.
Nel 1905, dieci anni prima che la guerra mondiale scoppiasse, in Germania si contavano sessantadue (62!) cartelli metallurgici. C'era un cartello della potassa nel 1904, un cartello dello zucchero nel 1903, e dieci cartelli nell'industria vetraria. 

Nel complesso quando "misero" Hitler al potere, e fu creata la Wirtschaftslenkung dai 500 ai 700 cartelli si dividevano in Germania il governo dell'industria e del commercio. Poi dopo aver fatto il "loro" programma, messo l'"uomo" giusto, vllero innestare la quinta marcia.

I risultati della Wirtschaftslenkung (impresa privata guidata) si fecero subito sentire e vedere: la produzione sale già a fine 1933 al 3,2%; nel 1935 é al 5,5%; nel 1938 aveva raggiunto il 18,1 %.(!) L'occupazione: dei 6 milioni di disoccupati nel'32, nel 1936 ne aveva assorbiti 4,5 milioni, due anni più tardi era quasi del tutto scomparsa, meno di 500.000 (C.W Guillembaud The Econony Recovery of Germany 1933-1938, Cambridge 1939).

Tutto questo fino al 1938. Hitler dunque aveva (con alle spalle la potenza economica) centrato il primo obiettivo della sua demagogia: la piena occupazione, una economia forte, un futuro roseo, una Germania grande.
La produzioni di armi c'era stata negli anni precedenti, ma non di molto superiore a quella americana, francese e inglese che era come spesa pari a quella dell'edilizia. Quindi tutta l'economia tedesca nei confronti della produzione militare era piuttosto marginale, preparata soltanto a guerre brevi di difesa e su piccola scala (nemmeno l'industriale più bellicista minimamente pensava  a una guerra totale, a una invasione della Francia o peggio ancora a quella della Russia).

Insomma era una produzione quella militare (secondo loro) che non avrebbe disturbato eccessivamente la grande industria, nè compromesso il livello e il modo di vita dei cittadini. La Wirtschaftslenkung puntava al consumismo interno, a rubare i mercati mondiali all'Inghilterra (e c'era già quasi riuscita) e all'America, che con il New Deal  nel 1939 non aveva ancora risolto nessuno dei suoi grossi problemi. Nè vi erano idee nuove con nuove prospettive

Ma dal 1938 la politica hitleriana (o meglio Hitler in persona) iniziò a dire ai pianificatori dell'economia della Wirtschaftslenkung   (quegli stessi che lo avevano mandato al potere nel '33 - che dirigevano, più che pianificare l'economia)  che "la condotta per i preparativi della guerra non riguardava loro, anzi che questi ricevevano e soddisfacevano soltanto le richieste di uomini e materiali degli  industriali".( A. Schweitzer, Big Business in the Third Reich, London, 1964, p. 533).

Il 1938 é  il momento in cui viene messo da parte il "mago" Schracht (anche se rimane dietro le quinte con qualche modesto incarico), e da parte anche la Reichsverband - il comitato dell'unione naz. industriale.
Hitler dopo l'enunciazione letta sopra iniziò (anzi tornò come in gioventù) ad attaccare il "sistema capitalistico" affidando questi compiti al generale Goering (già messo a capo nel '36 di un "suo" personale piano quadriennale) con immensi poteri sulla carta per puntare al secondo obiettivo (grande riarmo=grande guerra) "e se gli industriali si fossero rifiutati di cooperare, lo stato nazionalsocialista stesso avrebbe saputo come assolvere questo compito". 

E Goering (e lo stato nazionalsocialista) inizia subito a esercitarlo questo mandato, creando (sembrò una sfida alla vecchia Reichsverband)  le acciaierie "Hermann Goering" nella pianura del Brunswick, e altre grande  iniziative siderurgiche. Nello stesso tempo le aziende tedesche già produttrici di armi furono messe nella posizione di Wehrwirtschaftsfuhrer con i dirigenti messi da Hitler che iniziarono ad agire con poteri paramilitari e sotto il controllo militare. (A.S. Milward, The Germany Economy at War, london 1965, p.6). Cioè la Reichsverband fu come "sequestrata" dentro il Reich. E ovviamente qualcuno cominciò già a considerare questo "immorale" e a diventargli nemico.

(((( Ma la stessa cosa accadde in Italia quando Mussolini il 25 ottobre del 1938, si scagliò contro la grande borghesia  senza tanti preamboli gridando: "quel mezzo milione di vigliacchi borghesi che si annidano nel nostro Paese" ...  "colpevoli di restare freddi e indifferenti di fronte al grande rinnovamento morale e ai sacrifici imposti dal regime al paese".
"Che cosa è successo nell'anno XVI  (1938) del regime? E' successo un fatto di grandissima importanza. Abbiamo dato dei poderosi cazzotti nello stomaco della borghesia italiana. L'abbiamo scoperta, l'abbiamo identificata. Qualche volta si nasconde anche tra le nostre file. Dobbiamo liberarci di essa, bisogna cacciarla anche se dovessimo levarci di dosso la carne viva".
Già aveva dimenticato il "patto" del 1920, che diceva:
"Se per gli interessi nazionali bisogna lottare contro il socialismo e se occorre sostenere i proprietari terrieri e i produttori per non causare lo sfascio della società in una rivoluzione o in una guerra civile, allora il fascismo si schiererà con la borghesia". 
L'anno precedente al suo giornale -Il Popolo d'Italia- aveva già cambiato il sottotitolo. Da Quotidiano Socialista -dopo i finanziamenti degli industriali-  lo aveva abilmente sottotitolato:  Quotidiano dei combattenti e dei produttori. Poi il 1° gennaio del '21, ancora più esplicito (con i finanziamenti dei "siderurgici") metterà il motto di Blanqui  "Chi ha del "ferro" ha del pane". Il patto con gli industriali era ormai senza più sottintesi (e quando andrà al governo alla fine del 22, suo primo pensiero fu quello di abrogare la legge sulla nominatività dei titoli.
(ma già nel 1933 al discorso sulle corporazionì, c'erano stati molti "schiaffi" al supercapitalismo nostrano. Perchè anche gli industriali italiani e le banche stavano guardando al grande profitto creandosi i cartelli. Mussolini reagì con l'Iri, l'Imi, la Bin, ecc. cioè con le partecipazioni statali, una sorta di "terza via" tra mercato liberista e collettivismo socialista, che però non accontentò nessuno. Salvo quando nel '45 dopo il grande caos, il grande capitalismo con la "GRANDE ABBUFFATA" si riappropriò di tutto e... senza pagare neppure una lira e senza rimborsare i grandi finanziamenti ricevuti.)


Ma torniamo alla Germania del 1933. Messo al potere, Hitler ha ora il compito che gli ha affidato una èlite; di diventare capopopolo con gli slogan e metterlo in condizione di seguirlo.
E...
"il popolo lo segue ma non perché è di indole reggicoda, ma perchè il "germanico" ammira e segue un capo che dimostra quel coraggio perfino insolente nell'interpretare i sentimenti nazionalistici" (lo scriveva già Tacito).

Dai tempi di Tacito l'idea di un popolo "puro" dal punto di vista etnico i "germanici" l'hanno sempre avuta. Rileggiamoci tutto il periodo delle campagne militare germaniche romane, da Maroboduo, Arminio ecc.) 
L'idea che il loro capo (che grida, incita, affascina, persuade) ai germanici gli sta bene, perfino l'idea che lui sia un "messia". (Chamberlain lo chiamò così).  Infatti nella loro atavica religione, nei miti, non c'era una divinità astratta, ma i dei erano i condottieri, i grandi capi della tribù, dette fare. Wulfila che vi diffuse l'arianesimo (natura umana del Cristo) ebbe successo proprio perchè  i loro dèi erano soprattutto eroi in carne ed ossa, e il Cristo ariano predicato da Wulfila era più assimilabili a un modello reale da seguire, che era l'opposto di quello astratto enunciato a Nicea. I loro dei erano dei guerrieri.
Il germanico "ha ammirazione solo per l'uomo dominante, per il condottiero, il capo del branco" (salico);  "davanti a una personalità forte invece di piegare la testa e ubbidire, la testa la alza e lo segue" (Tacito).

I Germanici, da quando i romani penetrarono nel loro territorio sappiamo che hanno questa indole da 2000 anni. Quasi nella stessa zona, nel 7 d.C. le truppe di Tiberio si scontrarono con Maroboduo, un astro nascente, geniale, crudele, impavido, che era riuscito a riunire (siamo sicuri che anche lui usò la demagogia, infatti studiando a Roma qualcosa aveva imparato)  -per la prima volta in quel mondo ancora barbaro perchè ancora arcaico- tutte le tribù germaniche e a galvanizzarle.
I romani si accorsero che sarebbe andato molto lontano e non volevano fare patti con lui anche se lui era disponibile a farli. Lo isolarono  mentre stava organizzando una nazione in anticipo di quasi due millenni.

Un solo capo - si dissero i romani - é troppo pericoloso, gli preferirono i piccoli sparsi capi tribù, e questi, senza idee chiare, senza intuito politico, si potevano eliminare uno alla volta (Mussolini rese bene l'idea all'Aventino: "spennarli uno alla volta i capi, per non farli troppo strepitare") sfruttando le loro rivalità arcaiche e la loro ignoranza. Moroboduo infatti non lo sconfissero con le armi, lo presero con il tradimento, usando Erminio (il capo di una tribù che si era alleato con lui), ma non lo uccisero, sarebbe diventato un pericoloso martire, lo portarono in Italia e gli offrirono un palazzo dove visse per anni, in piena considerazione; intanto i romani sterminavano una a una le disordinate tribù germaniche (rimaste senza l'abile demagogo); infine dopo averlo utilizzato, eliminarono anche Erminio, un senza cervello, un guerriero bravo, ma non un condottiero come il carismatico Moroboduo.

Le caratteristiche, l'indole germanica, le aveva spiegate molto bene Tacito, un popolo guerriero che lottava per il suo capo fino alla morte, che non lo discuteva, ma si metteva con orgoglio a sua disposizione, convinto.
E per tutta la storia, per gli interi 2000 anni, vedremo sempre questi atteggiamenti, questa indole, che affonda nelle radici antropologiche, nel genoma arcaico di un popolo; ed è nelle tradizioni della  legge salica.
FEDERICO II il GRANDE > > >   (che riuscì a creare la grande Prussia dal nulla solo col nazionalismo) ce ne ha dato un esempio concreto. Il nazionalismo (politico-sociale e militare) tedesco  principia da lui.

E vale la pena leggere l'intera biografia di questo formidabile stratega, prima antimachiavellico poi tenacemente machiavellico da superare lo stesso Niccolò; ma anche colto sovrano e uno dei più illuminati monarchi d'Europa. Questa era la dissomiglianza con Hitler che ne aveva forse l'indole ma non la cultura. Federico dai 15 ai 20 anni teneva la corrispondenza con Voltaire, Hitler a quell'età faceva il barbone a Vienna.

Della patologia di Hitler, se patologia vi fu dopo il disastro, se ne occuparono i medici e gli psichiatri, e se ne occupano ancora, ma rimane il fatto che era un demagogo molto lucido, e narcisisticamente soddisfatto (come tutti gli uomini demagoghi che vanno (o qualcuno manda) al potere - sono quasi sempre convinti di essere "eletti", "unti dal Signore", "invincibili", la serie è lunga).

Nel 1940 Hitler sarà perfino onesto nell'ammettere "ho creato la grande Germania con il bluff politico". Sapeva di averli giocati tutti, e irrideva quelli che si ritenevano sani (i colti, gli intellettuali, i filosofi, i grandi banchieri, gli economisti) e che invece erano stati o ciechi o pazzi,  a seguirlo (e alcuni comportandosi da miserabili accattoni- come sempre in ogni tipo di regime e latitudine).
Ma gli andava bene a tutta questa gente l'arrogante propaganda di Hitler e i suoi discorsi del razzismo che appartengono al rango di quella che Veblen chiamava psichiatria applicata; cioè "l'arte di sfruttare per scopi particolari un certo pregiudizio esistente, estremamente pernicioso perchè contraddice ed ostacola la tendenza morale dell'umanità verso l'integrazione universalistica, quella che fa dei valori umani, a cominciare dalla verità, fatti arbitrari che esprimono la forza vitale della razza e così non avendo una sostanza propria, possono essere manipolati arbitrariamente per i fini più violenti ed abbietti" (Abbagnano, Dizionario di filosofia, Torino 1960).

Sulla propaganda, gli espedienti di cui Hitler intendeva valersi erano ampiamenti descritti sul suo Mein Kampf, e anche queste frasi, alla borghesia gli andavano bene:
"Le masse non sanno cosa farsi della libertà e, dovendone portare il peso, si sentono come abbandonate. Esse non si avvedono di essere terrorizzate spiritualmente e private della libertà e ammirano solo la forza, la brutalità e i suoi scopi, disposti a sottomettersi. Capiscono a fatica e lentamente, mentre dimenticano con facilità. Pertanto la propaganda efficace deve limitarsi a poche parole d'ordine martellate ininterrottamente finchè entrino in quelle teste e vi si fissano saldamente. Si è parlato bene quando anche il meno recettivo ha capito e ha imparato.. Sacrificando questo principio fondamentale e cercando di diventare versatili si perde l'effetto "perchè le masse non sono capaci di assorbire il materiale, nè di ritenerlo". 

Ognuno lo collochi nella propria ottica. Altri personaggi autorevoli lo hanno fatto: Churchill disse che era "un genio feroce e maniaco"(ma quando era in funzione antibolscevica non gli dispiaceva proprio, e di fare grossi affari con lui, in funzione anti Usa nemmeno, fino a pochi mesi prima dello scoppio della guerra, nel '38 a Dusseldorf. Quando con la Germania di Hitler voleva sferrare una guerra economica all'America). 

Thomas Mann definì Hitler "una catastrofe" (Questo dopo. All'inizio disprezzava anche lui  la democrazia). Kesselring "una grande mente". Speer "un Mefistofele". Guderian (l'uomo che aveva inventato le panzerdivision, poi fu cacciato) "un cinico". Brecht "il Male". Jung "affetto di pseudologia fantastica, cioè chi racconta e poi crede nelle proprie bugie".

Lui aveva scritto Mein Kampf sotto chissà quale impulso (lui lo riteneva messianico questo impulso, come tutti quelli che vanno al potere!)   e con una fanatismo maniacale iniziò ad attenersi e  seguire quel programma per fare la "sua battaglia". Spesso facendosi sommergere dall'ira. (vedi l'ostinazione su Belgrado - dove forse perse il filo di Mein Kampf - I serbi infatti nelle sue pagine non  vi figuravano. Fu una lacuna fatale.
Altrettanto fu la "sorpresa" in Russia- Bastava rileggersi La battaglia di Poltava del 1709 (vedi in Battaglie), e aveva trascurato di leggere perfino lo stesso Napoleone - Più furbo e pratico fu Stalin nel '42: dimenticò il bolscevismo, e per amor di patria, per vincere l'invasore nazista, richiamò alla mente del popolo russo le grandi gesta degli zar, gli stessi che il bolscevismo aveva combattuti, cacciati, eliminati).


Pazzi però nelle 27.450 guerre che sono riportate nella storia,  ve ne sono a centinaia e a migliaia. Tutti avevano sete di dominio, sete di potere, non preoccupandosi delle guerre che scatenavano, ne' dei morti, ne' delle distruzioni. Alcuni li onoriamo anche: Alessandro Magno, Cesare, Cortez, Napoleone (basterebbe leggere cosa si scrisse per cento anni e più di Napoleone! Un pazzo, un folle, un sanguinario, un brigante, un dittatore, un maniaco, un inetto, un visionario - libri e giornali erano pieni), Lincoln, Cavour, Garibaldi, comprese le Crociate, dimenticandoci che per ambizione di potere o per una ideologia politica o religiosa (sempre sfruttando la demagogia), costoro non si preoccupavano affatto dei vivi.


Se Hitler avesse lui usato la bomba atomica aumenteremmo verso di lui l'odio; la usarono altri, che per giustificarsi dissero che era "per evitare di far morire altri innocenti", ma una simile frase l'avrebbe potuta dire anche Hitler. La sganciarono invece gli altri! e fu quindi "un atto di giustizia e di sopravvivenza di un popolo" con una argomentazione che non ammette discussioni, naturalmente  se  visto solo dal un punto di vista. Del resto solo gli storici che si mettono a servizio del nuovo padrone possono continuare a scrivere storia. Gli altri farebbero apologia e verrebbero subito zittiti e lasciati morire di fame.

Mc Arthur se non lo fermavano e lo destituivano subito, avrebbe compiuto il più grande massacro del genere umano. In Giappone voleva sganciare le altre dieci bombe nucleari su Tokio, e nella successiva guerra in Corea, senza ritegno ne voleva usare 30-40 di bombe atomiche a costo di scatenare una guerra con la Cina.
Truman lo fermò in tempo. E gli Americani (i democratici come i repubblicani) pure. Era diventato popolare, in Oriente più di un imperatore, quasi un dio; in patria fu esaltato, ma quando si presentò candidato presidente degli Stati Uniti, alla prima votazione gli americani gli diedero solo 10 voti su 1100. Alla seconda nemmeno uno. Come cadono gli dei!!

E non dimentichiamo Churchill, a sei giorni prima della fine della guerra, gli inglesi lo umiliarono, lo mandarono a casa; anche lui il 25 luglio, del '45 però (due anni dopo il suo "amico Mussolini" perdente  che anni prima aveva definito "il più grande legislatore vivente"... "il faro cui tutti i paesi antisocialisti possono guardare con fiducia"").
Gli inglesi dissero che Churchill
stava diventando troppo  pericoloso, "che gli piaceva troppo fare la guerra".

Neppure sani furono per anni e anni tutti quegli uomini di Stato, leader politici, governanti, i grandi industriali (anche americani - fu per merito di un ammiratore americano che Hitler potè comprarsi il suo primo giornale e farci la sua propaganda), gli intellettuali, che tennero rapporti con Hitler, firmarono con lui trattati, patti, progetti, programmi, e gli imprenditori siglarono grandi affari con gli scambi con l'estero. Per costoro Hitler diventò pazzo solo quando  si accorsero che era diventato troppo forte.
La forte economia della Germania nel 1939 faceva - a tutto il mondo - molto più paura delle sue armi.
Prima tutti si recavano a Berlino a incontrarlo Hitler e a felicitarsi. Basta dare un'occhiata ai giornali di tutto il mondo di allora. Il risultati della "Pianificazione" dell'economia tedesca con la Wehrwirtschaftsfuhrer,  negli anni 1937-38 stava sconvolgendo tutti gli equilibri non solo dell'Europa.

L'economia liberista in America dopo  la Grande guerra e il dopoguerra aveva generato nel paese una grande prosperità, creato una grande euforia. Tutti in America "giocavano" con le azioni; si erano aperti 75.000 uffici di cambio; e gli americani avevano investito nella stessa Germania moltissimi capitali (Piano finanziario Dawes, poi Young) convinti che solo con una forte ripresa produttiva questo paese avrebbe potuto... pagare i suoi debiti.

I capitali li davano con una mano e se li riprendevano con l'altra. I debiti di guerra con il trattato di pace costringevano i tedeschi a consegnare quasi tutto il valore aggiunto della loro produzione industriale ed agricola ai paesi vincitori. Fattori che contribuirono a creare un malcontento generale verso il governo, incapace di far fronte ai problemi derivanti dalla crisi economica. Tantissime persone provate dalle privazioni causate dal trattato iniziarono a votare per i nazisti, contribuendo così alla loro ascesa. Il documento del trattato era così duro che a Versailles un membro della commissione americana commentò: “Questo non è un trattato di pace, vedo almeno una dozzina di guerre in esso”.

Poi nel '29 il grande crollo di Wall Street che oltre che mettere sul lastrico (ma solo alcuni) speculatori americani, colpì proprio la Germania, data la diretta e quasi totale ormai dipendenza di prestiti e di forniture. Negli Usa inizia la Grande Depressione. Le fabbriche chiudono, gli operai perdono il lavoro, gli agricoltori non sanno a chi vendere, i disoccupati nel 1930 sono tre milioni, nel 1933 erano saliti già a quindici milioni.
A meditare che sia la fine del liberalismo sono proprio gli americani non solo gli europei, perchè è fallita l'autoregolamentazione del capitalismo. Il libero mercato si è rivelato una favola, la regola della libera concorrenza è crollata quando i grandi gruppi monopolistici  hanno iniziato a dominare e (gestendo ormai da soli la produzione e la distribuzione) ad accrescere il loro capitale, per di più distribuendo bassi salari.

Ci furono milioni di persone rovinate, ma ci furono anche poche centinaia di capitalisti senza scrupoli che fagocitarono decine di migliaia di imprese. La "nuova società" creata dal capitalismo, apparve quella che era: una giungla. Dentro lo stesso capitalismo comparvero tigri, leoni, iene, sciacalli, avvoltoi e tanti vermi che imputridirono un sistema.
(una situazione questa che potrà ancor accadere in questi anni 2000).

Le "grandi scelte"  per l'economia mondiale agli inizi degli anni Trenta, sono dunque tre:
1) il comunismo che con i primi discreti risultati dei "Piani" la Russia ha messo fine ad ogni iniziativa della speculazione privata e "sembra" aver messo termine alla leggenda dell'equilibrio del libero capitalismo; 
2) la socialdemocrazia tedesca come la intende Hitler (o meglio chi l'ha mandato al Reichstag), cioè un capitalismo riformato; che non è poi molto diverso da quello che stava facendo (dopo il '33) anche Keynes in America concependo uno stato assistenzialista che crea occupazione attraverso grandi opere pubbliche per distribuire reddito;
3) oppure il fascismo che proprio nel '30 si presenta come l'unica prospettiva per il futuro dopo aver fatto Mussolini un'alleanza Stato & Grande capitale; suggellato poi con le corporazioni (accettate ma non molto gradite dai banchieri e dalla grande industria quando lo Stato iniziò a sostituirsi a loro con l'Imi, l'Iri, e le partecipazioni. Malumore che doveva esserci, visto che Mussolini fa quel famoso discorso del '38 che abbiamo ricordato sopra) 

La prima scelta (quella socialista) poteva andar bene solo per l'URSS, uscita da appena qualche anno dall'arcaica Russia contadina zarista, con uno Stalin le cui abitudini e mentalità decadente degli zar, Stalin spesso inconsapevolmente, era incline a imitare. 
La seconda (quella del New Deal americano) stava ottenendo -"sembra"- non buoni frutti (Roosevelt aveva contro i conservatori); che fossero efficaci a lungo termine questi provvedimenti dell'assistenzialismo non lo sapremo mai (la successiva guerra ha stravolto l'iniziale idea Keynesiana, e che proprio lui stesso nel '40 capovolse).
Una cosa è però certa, l'assistenzialismo keynesiano in America era uno stratagemma che non poteva durare per molti anni puntando solo al mercato interno senza avere altri sbocchi sui mercati mondiali e soprattutto europei. Non avrebbe mai avuto un suo decollo.

La guerra, anche se le ragioni per farla si sono poi ammantate di ideali,  sappiamo che fu fatta perchè c'erano in gioco enormi interessi finanziari (quasi identici al primo intervento, ma molto più accentuati e quasi drammatici per gli Usa; il '29 era una cocente realtà che pur non avendo provocato un vero e proprio disastro, il fantasma - dal 1934 al 1939- era rimasto ad aggirarsi su tutta l'economia americana; per l'America era in gioco la sua stessa sopravvivenza, e proprio in un periodo in cui le tecnologie in ogni parte del mondo stavano decuplicando la produzione.

E questo fattore iperproduttivo stava accadendo anche in Europa e soprattutto in Germania. Se la Germania avesse vinto (e paradossalmente avrebbe vinto anche senza far la guerra - ma questo Hitler non lo capì) la potenza industriale tedesca dominando l'Europa (con un mercato di 400 milioni di abitanti) avrebbe schiacciato nell'arco di qualche anno l'America (125 milioni di abitanti).
 
Il desiderio di elevare a potenza mondiale la Germania non era solo una visione politica di quel caporale che nel 1923 alla Birreria era ancora una figura poco più che ridicola, ma era il desiderio dell'èlite, della grande industria, dei grandi banchieri, che approfittarono del demagogo, dei generali che volevano riscattarsi, e infine dell'ultimo dei protagonisti: il popolo. 
Impresa non difficile, perché ci vuole ben poco a un "seduttore politico" populista  per far nascere il culto intorno alla sua persona. Soprattutto se si hanno a disposizione per la propaganda le influenti categorie (i grandi monopoli tedeschi) accennate sopra.
Da solo Hitler - non essendo mai stato capace di intrattenere dei veri rapporti personali di amicizia con nessuno, nemmeno con i suoi più stretti collaboratori (fonte migliore: le memorie del suo cameriere privato - dopo dieci anni di servizio licenziato in tronco in malo modo) da solo non poteva fare l'economista, nè riarmarsi, nè tanto meno crearsi il culto della personalità.
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"La guerra è la salute dello stato" scriveva nel 1917 lo scrittore americano Randolphe Bourne alla vigilia della Grande Guerra americana in Europa. Indubbiamente gli americani con la Prima ne furono convinti (ma intervennero solo dopo 3 anni dall'inizio!); poi non ebbero più dubbi nel fare pure la Seconda (intervenendo pure in questa dopo 3 anni!). Interventi entrambi utili all'America con l'Europa costretta sia nella prima che nella seconda - a rimborsare per anni e anni in soldoni il loro disturbo, e far acquistare poi da loro ogni cosa per poter rinascere. (vedi IL PIANO MARSHALL > )

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All'Europa servì come (utile) scossa sussultoria per far crollare le ultime colonne dei secolari imperi, "democratici" ma ancora feudali, che ostacolavano il nuovo capitalismo. Agli Stati Uniti servì per far capire - ai suoi cittadini nel proporgli la "Crociata in Europa" (è il titolo delle Memorie di Eisenhower) che era cambiata un epoca, e che l'isolazionismo avrebbe portato a una economia stagnante prima e la recessione poi. Cioè l'America era a un vicolo cieco nel 1939!!

La vecchia Europa del resto (dicono alcuni) ci guadagnò; deve agli Stati Uniti  due volte la sua liberazione, e gli deve anche il Piano Marshall che ha permesso all'Europa stessa (nemici o alleati) la sua ricostruzione economica; piano che ha dato alle  nazioni del vecchio continente le prime suggestioni di un'economia coordinata a livello mondiale - ovviamente tutta gestita e coordinata dall'egemonia americana. Che questo sia stato un bene lo dirà la Storia futura. Sappiamo che quando una potente nazione ne domina alcune, vuole poi dominare su tutto il resto del mondo, con la forza e le minacce e con un qualsiasi pretesto. Il primo sogno dei potenti è infatti quello di disarmare gli avversari, sostenendo che da questi viene il costante pericolo.
Se poi se si hanno anche le armi atomiche, tutto diventa più facile.

"Pensare che questa generosità fosse disgiunta da qualsiasi interesse
- ha scritto Angelo Magliano su L'Europa (agosto 1971)- vuol dire credere che la politica sia qualcosa che non è.
In realtà l'America nei confronti dell'Europa ha fatto una politica generosa, aperta, illuminata, fortemente idealistica, MA... sempre una politica, cioè non un rapporto religioso in cui l'interesse si muta in carità".


Per partecipare alla prima guerra Wilson dovette insistere, e altrettanto dovette fare Roosevelt nella seconda. Ma di evangelico in questi due interventi non c'era proprio nulla. Erano in gioco la sopravvivenza economica e i mercati mondiali, e per farlo bisognava puntare solo all'eliminazione fisica dei concorrenti. Accordi, patti, intese, trattati, non avrebbero mai risolto nulla, ma solo rimandato il problema. Unica soluzione: la forza.

Non solo i paesi socialisti rispetto a quelli capitalisti stavano cercando una buona strada da percorrere; ma gli stessi paesi liberisti erano a un vicolo cieco.
Non dobbiamo dimenticare che l'Inghilterra e la stessa America durante tutta la depressione (1929-1939 arroccandosi nel protezionismo) avevano rinnegato tutto quello che ormai sembrava tradizionale nella loro vita politica, economica e morale (tali da permettere a Mussolini di dire che "il capitalismo è morto e per sopravvivere si è gettato di piombo nelle braccia dello Stato assistenziale o ha innalzato barriere doganali  insormontabili") cioè entrambe si stavano suicidando. E pur entrambe coscienti che era un suicidio, stentavano, sia l'Inghilterra che l'America a trovare alternative. E nel '39 non le avevano ancora trovate (visto che Churchill nel '38 era a Dusseldorf per "giocare" l'America).

La competizione "olimpica" "i giochi della morte" come scriveva Knickerbocher nel '34, "inizieranno in Germania". E così è poi avvenuto, ma ad accendere la fiaccola non è stato di sicuro Hitler, gli hanno solo messo in mano il fiammifero.
Chi? I terrorizzati da un "fantasma che si aggirava" in Germania negli ultimi mesi dentro la borghesia
("confindustria" tedesca). Sgomenti e impotenti,  prigionieri  del fatto ineliminabile che se l'espansione della potenza industriale tedesca si fosse arrestata per un momento, la loro solida posizione sarebbe andata in frantumi. Gli industriali  tedeschi avevano bisogno del monopolio economico su tutta l'Europa se volevano far sopravvivere i loro grandi potentissimi complessi (e i 600 cartelli).
( e sembra che lo sia ancora oggi anni 2000)


E dall'America le notizie che giungevano non erano incoraggianti. Gli Usa avevano quasi superata la loro crisi e stavano riconquistando lentamente i mercati (e non disdegnarono di farli con la Russia bolscevica).

L'unica via d'uscita per la Germania  era quella di iniziare una guerra economica, ma era necessario prima creare un governo popolare, un regime politico legittimato dalle masse. Ma per farla questa "guerra" non era facile trovare un politico capace di imporre ai tedeschi i sacrifici richiesti. 
Von Papen (lo stesso che poi sceglie e guida Hitler nel gennaio del '33 con patti chiari) quando era lui capo del governo l'anno prima aveva raccattato alle elezioni un misero 10% dal "popolo", e in Parlamento 42 voti a favore contro i 512 contrari. Un fallimento della Reichsverband per quanto economicamente potente.

Ci voleva dunque un demagogo che riuscisse prima a creare dei desideri al popolo, e questo a proiettare su di lui i propri desideri. Demagogia per ottenere un alto numero di consensi.
Prima ancora che ne rimanesse vittima il popolo, nel '38  erano rimasti vittime quelli della
Reichsverband, cioè chi aveva mandato al potere Hitler. Si ritrovarono tutti con una pistola puntata sulla schiena. 
Iniziata l'"avventura" il popolo nel '39 seguì anche lui l'idea fissa del capo con un metodo vecchio come il genere umano:
"La massa ha sempre bisogno di un certo periodo di tempo per essere pronta ad apprendere una cosa. La sua memoria si mette in moto soltanto dopo che per mille volte le sono state ripetute le nozioni più semplici" (sono parole di Max Amann, ma Hitler le aveva già scritte nel suo Main Kampf).
Ripetizione e pretesa autorità, sono infatti due vecchie frodi mascherate da Verità.

Ma per difendersi non è che gli altri posero il veto a certi metodi, semmai li alimentarono.

ROOSEVELT alla vigilia dell'inizio di quella che Eisenhower chiamò poi nelle sue memorie "Crociata in Europa",  fece un bel discorso ai suoi compatrioti un po' recalcitranti, e sempre con la vocazione all'isolazionismo.
Un isolazionismo (voluto e ottenuto) che aveva dato buoni frutti fino all'intero Ottocento con i coloni, contro i loro stessi cugini inglesi.

Quindi isolazionismo e indipendenza ottenuto dai Coloni? ma quale coloni! A lottare per l'indipendenza dalla madre patria i veri coloni non contavano nulla; i voti validi erano solo quelli dei grandi proprietari terrieri (in base alla vecchia "legge divina" della vecchia patria, che conservarono anche a indipendenza avvenuta), subito dopo appoggiati dai nuovi capitalisti dell'industria nascente.
E solo per un breve periodo. (Tyne la guerra d'indipendenza la definì "tredici Stati indipendenti che agivano temporaneamente uniti per acquistare ciascuno la propria indipendenza". Cioè lotta per il potere, per il dominio fra Stato e Stato, fra regione e regione, e fra gruppi sociali all'interno di ogni stato e regione: vale a dire una lotta per il predominio interno".
Dei cortili, come del resto erano le nazioni in Europa: dei cortili. (Un Belgio che ha meno abitanti di New York, una Olanda e una Danimarca che ne hanno meno della metà)

Infatti subito dopo nella Guerra di Indipendenza (mettendo da parte il "divino")  lottarono fra di loro; e non  certo furono ispirati entrambi dalle tanto celebrate dottrine liberiste. Fra Pennsylvania e Virginia ad esempio ci fu un contrasto durato vent'anni. Lo Stato di New York e il New Hampshire si azzuffarono per il possesso delle Montagne verdi. I whigs,  liberali,  lo furono meno quando i contadini marciarono su New York per bruciare le case dei ricchi Cortland e Mooore. Cinicamente dissero che "nessuno tranne loro stessi avesse il diritto di ribellarsi". Se in Pennsylvania  si aveva paura degli indiani, nelle due Caroline se ne aveva ancor di più - nel 1764-1771- dei bianchi (i veri coloni, operai e contadini) strumentalizzati dai ricchi proprietari, ora di uno stato, ora dell'altro. (come i "cortili" europei appena detti sopra).
 
Roosevelt alla fine, nel 1940, convinse i suoi concittadini a partecipare a questa "seconda avventura" rispolverando una legge del 1892, che autorizzava a "dare in affitto proprietà militari quando queste servono e sono utili al bene pubblico"  (Demagogia anche questa).

La interpretò in questo modo: "In Europa non possiamo né vogliamo intervenire; ma aiutare gli inglesi significa anche difendere il bene pubblico, cioè l'America".
Erano 11 anni che inglesi e americani si ignoravano, reciprocamente che non si scambiavano nemmeno uno spillo. Adesso come dei samaritani gli Usa correvano ad aiutarla.

La mobilitazione fu impressionante, i risultati sull'economia americana fu senza precedenti.

Ripetiamo:

"La guerra è la salute dello stato"
...lo scriveva lo scrittore americano Randolphe Bourne nel pieno della guerra del 1915-18. - Indubbiamente gli americani si convinsero che era così con la Prima e non ebbero più dubbi con la Seconda.
E questa è appunto la Seconda
Compresi gli anni in cui poi intervennero

  1939 1941 1942 1943 1944 1945
PIL 91,4 126,4 161,6 194,3 213,7 215,2
Produz. Industriale 109 162 199 239 235 203
Uomini Lavoratori 45,7 50,3 53,7 54,5 54,0 52,8 (1)
Uomini Impegnati in guerra 0,4 1,5 5 6,8 7,2 7,4
Orari settim. lavoro 37,7 40,6 43,9 44,9 45,2 43,4
Borsa (1935-'39=100) 94,2 80,0 69,4 91,9 99,8 121,5
Entrate Bilancio 6,7 15,7 23,2 39,6 41,6 43,0
Acquisti beni/servizi d. stato 13,1 24,7 59,7 88,6 96,5 84,8
Reddito delle persone 72,6 95,3 122,7 150,3 165,9 171,9
Costruzione aerei 2.141 19.433 47.836 85.898 96.318 46.000
Costruzione carri 346 4.052 24.997 29.497 17.565 20.000
Costruzione navi Milioni ton. 1,5 2,5 7 16 16,3  
(1) Più i 12 milioni di individui (donne/anziani) mobilitati in servizi diversi (l'occupazione sale al più 60 %)

( La 2a guerra mondiale, fu -durante il conflitto- per l'economia americana un boom senza precedenti. - E altrettanto senza precedenti fu -dopo il conflitto - la produzione industriale (e quindi consumi e il benessere indotto) con gli aiuti elargiti col "Piano Marshall" ai paesi europei e la immediata riconversione produttiva delle industrie, uscite indenne dal conflitto).

Questo sollecito accadeva prima di intervenire direttamente nella seconda guerra mondiale; ma nella Prima, il Democratico Wilson non lo aveva detto, ma lo aveva fatto, anche se molti americani (i Repubblicani) erano allora contrari all'intervento in Europa. Cioè le idee non erano ancora molto chiare. E una buona parte dei cittadini americani le idee rimasero tali anche quando finì la Grande Guerra; nonostante i notevoli vantaggi ottenuti e i colossali crediti da incassare da vinti e vincitori.
(Agli italiani che quel bene pubblico americano da difendere con i suoi 600.000 morti contribuirono a difendere, gli mandarono il conto  fino all'ultimo spillo che avevano impiegato nell'"aiutarli". Cioè per "difendere il bene pubblico americano " che però fu fatto senza spendere una lira, anzi incassando a destra e a manca).

Il fallimento poi della
Società delle Nazioni pur concepita da Wilson fu dovuto proprio  per l'assenza degli Stati Uniti che l'avevano promossa, ma poi il segretario di stato KELLOG respinse la formula bilaterale e il principio delle sanzioni  contro un eventuale stato europeo aggressore (perchè volevano seguitare a vendere indisturbati agli europei le merci sia ai "galli" che alle "galline" che si azzuffavano nel pollaio della vecchia Europa).

Se la dovevano sbrigare da soli gli europei.  Ma senza la "forza" militare di dissuasione  dell'America i litigiosi stati europei tornarono alla tradizionale politica delle (ambigue) alleanze e dei (fragili)  trattati difensivi (come ai tempi passati, durante e dopo Napoleone). Così  fu un susseguirsi di infrazioni al diritto, di fronte alle quali la "casareccia"  Società delle Nazioni  o rimase apatica o votò provvedimenti del tutto inadeguati.
Fu così che ripartirono tutte quelle liti lasciate in sospeso nel primo conflitto; in quello italo-etiopico addirittura la Società delle Nazioni finì prima nel ridicolo e infine nella tomba, e da quel momento l'Europa si lanciò -per la seconda volta in una generazione- nella guerra totale  (ma in effetti era solo la prosecuzione della  prima Grande Guerra, che molti avevano giustificato perchè così "avrebbe finalmente assicurato al mondo la democrazia", "una guerra che avrebbe posto fine alle guerre").

 L'autodeterminazione dei popoli -secondo Wilson- costituiva un mezzo per porre fine alle discordie. Ma nel tracciare le nuove linee, alcuni lo ottennero questo diritto a prezzo della violazione dei diritti di altri alla autodeterminazione.
E cose accadde? che le nazioni democratiche e anche quelle dichiaratamente pacifiste, si trovarono a guerra conclusa padrone del campo e capaci di aggiustare le cose come volevano loro. Cioè un salto all'indietro, ognuna con le mire nazionalistiche per ottenere o recuperare la piena indipendenza. E se già all'inizio c'era insofferenza per l'idea di conferire un certo potere ad un organo internazionale, quando questo potere venne del tutto a mancare, l'era dei dittatori iniziava. E l'inizio di un disastro pure.
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L'attrazione di Hitler (fin dal 22) per il Fascismo Mussoliniano.

C'erano dunque -ritornando all'inizio del secolo- due scelte ideologiche per un nuovo sistema politico economico e sociale mondiale (il primo sempre di più congiunto al secondo); c'erano due dottrine, ma entrambe teorizzate con molta dialettica. Quella liberale -nonostante fosse collaudata nell'altro secolo - conservando l'arroganza faceva fatica a capire le nuove realtà sociali che stavano affiorando prepotentemente. Mentre quella Marxista socialista - non ancora sottoposta a verifica ma solo teorizzata - da anni indicava strade da percorrere che però erano ancora deserte. Idem nel resto d'Europa; quando c'erano manifestazioni e ribellioni di vario genere, erano poco efficaci perchè i leader erano a capo di una forza debole, non organizzata, perfino divisa (e dopo la Grande Guerra, dal 18 in poi lo saranno ancora di più).

Quindi da una parte c'era la tanto desiderata rivoluzione utopistica; dall'altra quella più pragmatica ma già con qualche crepa, ed entrambe in conflitto a interrogarsi seriamente. La prima affermava che il capitalismo era arrivato al capolinea, che era finito! Mentre il capitalismo con la rivoluzione industriale e con i consumi in esplosione mutando pelle iniziava a non essere  più quello feudale, latifondista, colonialista; era più disinvolto e anche più realista (scuole, servizi, sanità, migliori salari non erano solo regali, ma erano una necessità, dicevano i più avveduti); ma aveva questo nuovo capitalismo comunque i suoi timori e i suoi problemi  all'interno, perchè non era ancora abbastanza forte, era solo danaroso.
Molte certezze non c'erano. I conservatori ammonivano, niente avventure, lasciamo tutto come prima. "se iniziamo a essere umani finiremo sul lastrico", "se diamo l'istruzione più nessuno vorrà fare lavori umili", "la salute? ci pensa la natura a eliminare i più deboli e a far sopravvivere i più forti". E così via!

A questo punto una doccia fredda ci voleva per scuotere i vecchi ottusi capitalisti. Forse fu il maggior beneficio che procurò indirettamente il comunismo in tutta la sua storia. Diede la sveglia anche al più incallito conservatore. Trasformandolo anche lui in un "ribelle". (le serrate degli industriali non erano anche quella una rivoluzione? )

Il capitalismo e la società borghese nel corso dell'Ottocento avevano con facilità trasformato e dominato il mondo (il colonialismo usando anche le cannoniere e le mitragliatrici) e fino al 1917 avevano fornito l'unico modello concreto e visibile. "Un modello generatore di progresso, di ricchezza e di cultura attraverso lo sviluppo economico e tecnico scientifico". Dicevano!  Intanto usavano la forza!

Gli altri modelli erano solo immaginari, utopie per sognatori,  miraggi di milioni di proletari che credevano a uno stravagante genere di teorie di esaltati filosofi e sociologi. Quindi irrealizzabili. Regole precise per l'azione del resto non c'erano, gli stessi lavoratori non s'intendevano più, parlavano altre lingue e andavano in diverse direzioni. C'erano le varie correnti dei marxisti ma erano scesi in campo anche le varie correnti dei cattolici (che finalmente si erano accorti dei fermenti sociali e scesero in campo nelle elezioni pure loro); c'erano poi i surrealisti ma c'erano anche quelli che seguivano gli istinti più anarcoidi.
L'obiettivo di tutti era comunque uno solo; avere dalla propria parte le masse per la conquista dello Stato; e compito delle masse era afferrare questo strumento e farlo proprio. Ma fino al 1917 non era sortito un bel nulla. Anzi si erano accentuate queste divisioni; e la massa con la tremenda esperienza non era più una sola, si era divisa in tanti colori ed aveva accelerato quel cambiamento che tutti stavano aspettando.

Siamo quindi arrivati al 1917, quando all'improvviso in piena guerra il comunismo sovietico fornì un modello alternativo a quello capitalistico (ma molto vago, poco accorto, poco intelligente, per nulla esperto nel management, nella finanza, nell'economia).
Esce nel 1917 di Lenin  "Lo Stato e la Rivoluzione" - Lo Stato -scrive- è un prodotto della società divisa in classi e, più precisamente, lo strumento di cui si avvale la classe dominante per consolidare il suo potere. Pertanto lo Stato non si pone come arbitro tra le classi, ma, attraverso l'esercito permanente, la burocrazia e la polizia, fa il gioco dei ceti privilegiati.
Dunque al proletariato si impone di afferrare questo strumento e farlo proprio; e non gradualmente, infiltrandosi nelle ruote dell'ingranaggio, ma attraverso la rivoluzione, condotta da un partito operaio ed operante nell'interesse di tutti i lavoratori. Questo sarà la fine dello stato borghese: del suo esercito, sostituito dall'armata popolare, della sua burocrazia, rimpiazzata da funzionari elettivi, investiti dal potere legislativo e di quello esecutivo. Tutto ciò non si deve chiamare Stato, anche se gli somiglia".


Nel 1917 tutto questo era avvenuto con la Rivoluzione d'Ottobre. Essenzialmente era un modello dello stesso tipo occidentale, con la sola differenza che faceva a meno dell'iniziativa privata e delle istituzioni liberali. E non era più quella prospettiva seducente teorizzata e predicata alle masse da oltre mezzo secolo, ma si era concretizzata nella rivoluzione leninista. Il modello era partito, stava dilagando, esaltando le masse, impressionando la vecchia borghesia; e già si puntava a un socialismo mondiale, visto che il "materiale" umano era abbondante, i sindacati forti anche nei Paesi industrializzati, e lo stesso capitalismo al suo interno minato da lotte concorrenziali spregiudicate.
Sorgevano infatti le "nuove èlite", antevedute da Nietzsche in termini filosofici, e da Pareto  in termini socio-economici. (vedi questi argomenti in PARETO)

La Russia con la sua sterminata estensione territoriale  non era l'utopistica Repubblichetta d'Icaria sognata da Cabet (vedi 1840)  ma era il vecchio, il  "grande" e immenso impero  zarista. Nell'immaginario collettivo dell'intera Europa, la Russia (anche se retrogada) era uno dei più grandi e potenti Stati del mondo. 

Dopo quell'Ottobre e dopo la Grande Guerra, il mondo non era più quello di prima. E tutto quello che era stato solo teorizzato si era veramente concretizzato. Ma paradossalmente il successo lo avevano colto entrambi le due correnti di pensiero. Due diversi sistemi economici e sociali a sfidarsi sul pianeta; contemporaneamente. Entrambi con una vittoria in tasca.

Da una parte, in Russia si era materializzato il collettivismo marxista che -anche questo nell'immaginario collettivo del proletariato di tutto il mondo- per come veniva raccontato faceva sognare tutti i lavoratori fino allora sfruttati. Quindi alle teorie di Proudhon prima ancora che a quelle di Marx, alcuni iniziarono a credere veramente, ad aver fiducia.
(lo stesso Mussolini; però  fino al 1919, con una "ideologia" tutta sua, nuova ma ancora confusa - e rimarrà sempre tale. Infatti a Verona nel '44 farà marcia indietro, e torna al 1919, parlando di Socializzazione).

Mentre dall'altra parte del pianeta, in America si era rafforzato il liberalismo, il libero mercato, dato per spacciato ma che invece stava producendo una opulenza che non si era mai vista prima nella storia dei popoli. In più, l'America aveva crediti con tutta l'Europa, da incassare dai vinti e dai vincitori. Dove sarebbe arrivata? Avrebbe vinto la "grande partita" sull'intero pianeta? 

Di un sistema  si sapeva poco, salvo la propaganda che magnificava il bolscevismo come il sogno di tutti gli uomini: e le notizie che giungevano da quel "pianeta" dicevano che in  Unione Sovietica era stato realizzato questo grande progetto universale sempre ambito dagli uomini di tutta la terra. Anche se espresso in cifre si sapeva ben poco, e  immagini di questo decantato benessere ne circolavano poche. 

Dell'altro sistema invece si sapeva fin troppo, e anche questo sembrava la realizzazione di un magnifico sogno:  in America però tutto questo oltre che essere stato realizzato, tutti lo potevano vedere. Le cifre parlavano da sole, su giornali, riviste, saggi, libri, mode e costumi. 
Nel 1929 negli Stati Uniti erano concentrati gli 88 centesimi degli autoveicoli esistenti in tutto il mondo, 26.697.398 su un totale di 35.805.632" (291.587 in Italia). Funzionavano 401.000 Km di ferrovie (Italia 17.017) In esercizio  21.679.000 di telefoni (il 59% mondiale). Solo New York possedeva 1.702.889 telefoni  (6 volte l'intera Italia). C'erano 25 acciaierie (2 in Italia) -
(Report 1930-31, Le Vie d'Italia dell' aprile  del 1932). Il totale delle risorse di tutto il pianeta toccava il 50 per cento in Usa; l'Italietta alla stessa data possedeva l'1%.

Con questi numeri  a dieci anni dalla fine della guerra, sembrò quasi scontato chi avrebbe vinto la partita, quindi chi avrebbe imposto il proprio sistema economico sul pianeta. Non occorreva un analista economico. Lo capiva anche l'uomo della strada, che faceva pure lui guadagni in Borsa.

Poi arrivò il '29. Il crollo. Le crepe che erano state preannunciate e poi mostrate dai detrattori di quel sistema, si rivelarono improvvisamente reali baratri che inghiottivano tutto. Risparmi, occupazione, imprese, benessere, consumi. Più nessun autorevole economista mondiale vedeva in occidente un futuro rosa. Crisi del Capitalismo dunque? Sembrava proprio di si.

Se gli anni della guerra e della rivoluzione russa avevano scosso con una crisi il grande impero Britannico, quello della Grande crisi americana dal '29 al '33 aveva scosso l'intero mondo ormai in un verso o nell'altro dipendente.
Solo a est, ma anche quelli che in occidente dal '17 stavano attendendo anche loro la Rivoluzione, si deliziavano con le notizie della grande depressione d'oltre atlantico, che però dall'America poi si estese presto anche nell' Europa occidentale.


Gli Stati Uniti oltre che diminuire i consumi interni, persero il  40% delle esportazioni, che provocarono altra disoccupazione. L'unica soluzione che rimediò l'America - per salvare capra e cavolo, industrie e occupazione, fu quella dell'assistenzialismo keynesiano fortemente osteggiato dai conservatori. Sussidi senza distinzione per tutti. Uno Stato assistenziale, centralizzato, non proprio molto lontano dalle concezioni socialiste. Infatti negli Usa iniziarono a formarsi movimenti ideologici di sinistra, proliferarono i profeti del cedimento, cresceva quella sindrome che più tardi lo scrittore J. Burnhan, espose in un libro, titolandolo "Il suicidio dell'Occidente".
Ma avvenne anche un'altra cosa, elevò barriere doganali insormontabili,  rinnegando tutto quello che ormai sembrava tradizionale nella sua vita politica, economica e morale: dandosi ad un protezionismo sempre più forte. Imitando in peggio quello che aveva fatto già l'Inghilterra dandogli il suo "colpo fatale", cioè l'abbandono del gold standard.

Capitalismo, marxismo, fascismo

Qual'era il modello vincente?

Non va dimenticato che, per quanto possa sembrare assurdo, l'immagine della Russia stalinista godeva di un diffuso "rispetto democratico" in tutto il mondo. Proprio nel 1933 gli stessi Stati Uniti (ovviamente per fare affari, facendo un grossissimo dispetto all'Inghilterra) avevano riconosciuto l'U.R.S.S., e non erano pochi gli ambienti intellettuali americani disposti a concedere credito e credibilità al regime dello "splendido georgiano"

Ma perchè meravigliarsi? I mezzi per capire c'erano. In un libro uscito in Italia nel 1921, Caracciolo, Bagliori  di Comunismo, Biblioteca di cultura storica(lo riportiamo interamente in altre pagine) c'è un intervista di Losowski, presidente dei sindacati operai della Russia soviettistica, ai giornalisti recatisi in Russia a studiare l'organizzazione del regime comunista russo, che affermava:

"Se la sperata rivoluzione europea non avviene, la rivoluzione bolscevica russa è condannata a perire. Non possiamo sussistere se il comunismo non si propaga dappertutto, Se rimarremo soli, fatalmente cadremo. Come si potranno conciliare nelle relazioni commerciali l'economia comunista e quella borghese? Nella vita economica internazionale valgono le leggi dei vasi comunicante; perciò, o noi saremo costretti ad accettare le vostre leggi, o voi le nostre, e ciò in un breve periodo di tempo. Noi per guadagnare tempo dobbiamo utilizzare anche il più breve respiro, altrimenti è la morte!" 
Chi leggeva in questi anni 1920, se voleva poteva anche capire qualcosa e antevedere il 1933 hitleriano, ed anche il "crollo del muro" del 1990!

Eppure negli anni critici ('29-'32) durante la crisi economica di tutto l'Occidente, non erano così sporadici anche in America i casi di intellettuali e operai disposti a lasciare l'odiato "inferno capitalista" per trasferirsi armi e bagagli nel "paradiso dei lavoratori". Un esempio per tutti può essere considerato l'operaio americano Fred Beal, di estrazione comunista, che lasciò l'America e si "rifugiò" in Russia dopo una condanna inflittagli in seguito ad uno sciopero. La stampa di tutto il mondo non mancò di regalare un'eccezionale cassa di risonanza all'avvenimento del famoso ribelle "americano"  "Fred".

Il modello vincente ( e senza indagare troppo) a molti sembrò a questo punto quello comunista. Ma nonostante tanti sforzi e tanti progetti chi era molto attento (Hitler e Mussolini leggendo i loro scritti del tempo, attenti lo erano) proprio nello stesso 1929 questo nuovo modello dietro la facciata presentò delle vistose crepe, che divennero col tempo baratri; il bolscevismo non poteva andare molto lontano. Salvo pianificare tutto con la forza, comprese le risorse umane; livellare le intelligenze; e la dinamicità individuale anch'esse con la forza. Appiattire tutto insomma. A farlo ci pensò il gergiano Stalin
A questo punto però Nietzsche e Pareto non avevano più ragione! Non trionfavano le "nuove èlite", ma le grandi masse di analfabeti e di incompetenti messi a fare i dirigenti senza meriti professionali.
Perfino alla Giustizia era stato creato il Commissariato del Popolo (con qualche "analfabeta" dentro a fare il giudice). 

Quindi da una parte (in America) una forte crisi che rimetteva in discussione tutto, e dall'altra (in Russia) più che una crisi c'erano già i presagi di un colossale fallimento, però tenuto ostinatamente nascosto (e c'era gente che non voleva vedere né capire!).

Ma ecco apparire la terza soluzione;  un modello operativo di sviluppo che poteva combinarsi con svariate convinzioni e ideologie (socialiste, evangelico-cristiane, liberiste-liberali): il FASCISMO. 
O meglio il modello di Mussolini; tutta sua questa nuova ideologia anche se debitrice a quelle correnti culturali dei primi anni del Novecento che abbiamo già accennato (Pareto e C.). Mussolini  pur attivista e grande apostolo del Socialismo, tenendolo d'occhio fin dal 1915 (quindi ancora prima della Grande Guerra, e prima ancora del successo della Rivoluzione d'Ottobre) iniziò a criticarlo il Bolscevismo. Proprio lui che aveva lottato sempre contro, non credeva proprio alla fine del capitalismo. Perchè non credeva alla forza disordinata delle masse ("Sono sporche, luride e non ubbidiscono").

Aveva scritto infatti su Utopia (1915)  "I socialisti commettono un gravissimo errore, credono che il capitalismo ha compiuto il suo ciclo. Invece il capitalismo è ancora capace di ulteriori svolgimenti. Non è ancora esaurita la serie delle sue trasformazioni. Il capitalismo ci presenta una realtà a facce diverse: economica, prima di tutto". (Da Pareto, in Svizzera qualcosa aveva appreso. La "Teoria delle Elite" ad esempio).

Poi scriveva nel 1917. "....La rivoluzione non è il caos, non è il disordine, non è lo sfasciamento di ogni attività, di ogni vincolo della vita sociale, come opinano gli estremisti idioti di certi paesi; (il riferimento alla Russia è chiaro. Ndr) la rivoluzione ha un senso e una portata storica soltanto quando rappresenta un ordine superiore, un sistema politico, economico, morale, di una sfera più elevata; altrimenti è la reazione, è la Vandea. La rivoluzione è una disciplina che si sostituisce a un'altra disciplina, è una gerarchia che prende il posto di un'altra gerarchia"
(1917, 26 luglio, Il Popolo d'Italia) (in altre parole, c'è un pizzico di Nietzsche e una presina di Pareto).

Nel Luglio del 1917, quindi tre mesi prima della Rivoluzione d'Ottobre in Russia, il primo Soviet degli operai che si era formato a Pietroburgo dopo la Rivoluzione Civile, aveva già abbondantemente deluso. Emergevano già all'interno i contrasti del potere bolscevico-menscevico. Potere che  diventò anarchia. Infatti fin dall'estate del 1917 gli assalti alle proprietà dei ricchi assunsero i connotati di una rivolta incontrollata. Le dimore dei latifondisti vennero date alle fiamme, si prendevano i loro averi, le loro terre e numerosi furono gli omicidi. Vasti settori chiesero con insistenza che il governo ristabilisse l'ordine. E cosa grave da sottolineare fu il carattere spontaneo di questi moti, nessuno dirigeva -in quei mesi- gli operai o i contadini che si ribellavano, erano mossi solo dall'odio verso i ricchi.

Anche molti attenti storici hanno sottolineato, che le masse erano ben lungi dall'essere bolscevizzate. Marx o il neo-comunismo queste masse non sapevano nemmeno cosa fossero. Fra l'altro le vere masse proletarie non esistevano perché erano servi, non operai. Il proletariato semmai era in Inghilterra, erano lì le grandi industrie, le miniere, gli arsenali; erano in Inghilterra le potenti Trade Union, non certo in quella Russia contadina, fatta da un centinaio di milioni di zotici analfabeti e da quattro-cinque milioni di "proprietari" terrieri, per lo più incolti.

Ed ecco ancora Mussolini: "Non basta essere in tanti, ma si deve essere preparati" e quando inizia a vedere i pessimi risultati di Lenin, che sta correndo ai ripari mettendo ai vertici delle varie attività gli immaturi e arroganti funzionari di partito per fare un po' d'ordine, Mussolini rincara la dose: "Bello i soldati uniti al popolo! Bello il collettivismo! Bello la distribuzione delle terre! Male invece i nuovi dittatori statali nelle fabbriche e nelle campagne".
"I socialisti italiani alla rivoluzione ci credono ma non sanno come e con chi fare la rivoluzione "rossa"",  "se li contiamo i conti non tornano"


Ha insomma capito cosa ci vuole; e con  un tocco da maestro, decisamente opportunistico, dal suo Popolo d'Italia cancella il sottotitolo "Quotidiano Socialista" e lo sostituisce con "Quotidiano dei combattenti e dei produttori". E spiegò dalle sue colonne: "La parola socialista nel 1914 aveva un senso, ma ora è anacronistica..... bisogna esaltare i produttori perché da loro dipende la ricostruzione.... e ci sono proletari che comprendono benissimo l'ineluttabilità di questo processo capitalistico....produrre per essere forti e liberi...." - "le dottrine socialiste sono crollate, i miti internazionalistici caduti, la lotta di classe è una favola".

Agli operai nel 1921 MUSSOLINI quando fece la svolta decisa a destra, affermò "Voi non siete tutto, siete soltanto una parte, nelle società moderne. Voi rappresentate il lavoro, ma non tutto il lavoro e il vostro lavoro é soltanto un elemento, nel gioco economico. Finché gli uomini nasceranno diversamente "dotati", ci sarà sempre una gerarchia delle capacità".

Poi Mussolini rincara la dose  presentando il suo programma politico: "Se per gli interessi nazionali bisogna lottare contro il socialismo e se occorre sostenere i proprietari terrieri e i produttori per non causare lo sfascio della società in una rivoluzione o in una guerra civile, allora il fascismo  si schiererà con la borghesia".

ALBERTINI il direttore del Corriere della Sera così lo salutò "il fascismo ora interpretato é l'aspirazione più intensa di tutti i veri italiani" e aggiunse "ha eliminato per sempre il pericolo socialista".
La Stampa di Torino "Il governo Mussolini é l'unica strada da percorrere per ridare agli italiani quell'"ordine" che tutti ormai reclamano intensamente".

Pochi italiani allora "sapevano scrivere", ma chi aveva queste capacità, questo scriveva!

Ed infatti con i primi discreti successi, si assiste ad una propagazione di piccoli fascismi, in Austria, Ungheria, Grecia, Polonia, Bulgaria, Romania, Spagna, Portogallo ed in altri 29 Stati.  Non ne è immune la Francia (vedremo l'anomalo periodo di Vichy e come avvenne la disfatta), mentre in Inghilterra, oltre l'ammirazione di un Churchill (parlando alla Lega antisocialista, Mussolini lo definisce "il più grande legislatore vivente", "il faro cui tutti i paesi antisocialisti possono guardare con fiducia")  all' Università di Oxford viene fondato un Istituto per lo studio del Fascismo, come immagine, come realtà, come realizzazioni, come risultati: "esempio di un'innovazione economica in un periodo di grandi crisi mondiale". 

E non solo il suo sviluppo attrae, ma vanno a rimorchio le politiche di alcuni Stati. 
Alla "germinazione" spontanea dei popoli non crede nessuno, l'apostolato lo fa chi sta alla guida del Paese, e lo fa quando è sicuro di avere l'appoggio della grande borghesia, cioè quando ha alle spalle il grande capitale. Da soli né un Hitler né un Mussolini potevano andare molto lontano, se non si appoggiavano al capitalismo.

Nel mondo del resto - come abbiamo appena letto- non c'erano altri modelli vincenti; quello d'oltre oceano che tutti prima guardavano e cercavano di imitare era crollato miseramente; l'America per diversi anni fece fatica ad uscire dalla sua grave crisi che aveva investito tutti i settori economici. La produzione di beni con la estesa meccanizzazione era diventata enorme ma i consumatori pochi. L'isolazionismo caro a tanti conservatori inizia ad avere delle grosse crepe; non solo dentro la grande finanza, nelle industrie, nelle banche, ma lo capisce anche l'uomo della strada. "A cosa serve produrre tanto se poi non possiamo nè noi acquistare, nè abbiamo Paesi a cui vendere?"

Ovviamente le sta guardando anche "lui" queste due grande crisi: HITLER. E sta guardando fin dal 1922, e perfino imitando Mussolini fin dalle prime battute.
Ma dal '22 fino al '33 non può far nulla. Quando infine con undici anni di ritardo rispetto al suo "maestro" riesce ad avere il potere assoluto, irrompe come un ciclone  nell'arena europea con il suo nazismo. Una cosa nuova?  Ma pare proprio di no nel sentire ancora una volta la voce autorevole dell'informazione, se a questa dobbiamo credere.
Ma vera o falsa,  non dimentichiamo che a questa informazione si abbeveravano gli italiani, i pochi che sapevano leggere, figuriamoci gli altri!

Il Corriere della Sera del 1933, all'indomani della grande ascesa al Reichstadt del suo massimo e singolare rappresentante non aveva dubbi sulla natura e sulla salute del nazismo e di Hitler.
"la sua vera forza non é quella numerica, né la sua volontà!  E' la suggestione profonda dell'esempio italiano, é l'attrazione che esercita il Fascismo sopra tutti gli elementi sani e vitali della politica europea e mondiale".

Su questa attrazione, su questa strada, si spingono molti, cercano di carpirne i segreti; perfino in Inghilterra e in America. Nel Fascismo e nel Nazismo vedono l'unica alternativa ai due modelli in crisi. Gli elogi per il primo si sprecano, ma Mussolini potenzialmente non è che può far più di tanto, l'Italia è povera di materie prime, di miniere, non ha la Ruhr, nè possiede quella mentalità borghese mercantilistica nata in Prussia ancora con la Zollerverein (concessa dai Principi per evitare l'unione politica tedesca, fu poi  paradossalmente proprio la Zollerverein - il grande capitale - a fare (e poi (attenzione) a condizionare, l'unione politica).
E la mentalità della Zollerverein  in Germania non era per nulla morta, l'eredità l'aveva presa solidamente in mano la
Reichsverband di cui abbiamo già parlato nelle precedenti pagine, con i suoi monopoli e i suoi potenti cartelli.

Mentre i timori per il nazismo sono invece dovuti ai preoccupanti fattori stimolanti che la Germania ha a favore, cioè che ha grandi risorse interne oltre che la potente  e bene organizzata Reichsverband. E l'industria tedesca ne è ben cosciente, ma sta anche vedendo una discreta ripresa degli Usa, fino allora data per spacciata. (l'accordo del '33 con i Russi preoccupò non poco gli inglesi e lo stesso Hitler; e le mire in Oriente pure).
Questa ascesa tedesca la temeva l'Inghilterra, ne era intimorita la Francia, e anche a Wall Street non erano del tutto indifferenti.
Dove sarebbe arrivata in pochi anni l'economia tedesca con quel ritmo che voleva imporsi per riguadagnare terreno?

Investimenti pubblici (1933 - 1939)
(in miliardi di marchi)

  Servizi pubblici
(investimenti)
Forze armate
(investimenti)
Indebitamento
dello stato
Disoccupati
(in milioni)
1933 0,6 0,7 12,0 6,0
1935 1,0 5,2 14,6 3,1
1937 1,2 11,0 25,5 0,5
1939 0,9 26,0 43,0 0,4

Se osserviamo bene le cifre, alla fine di questo sviluppo,
si poteva vedere solo una cosa: la guerra.


E come abbiamo più volte accennato, per realizzare questi successi di immagine e di risultati economici sia Mussolini che Hitler non erano soli. I discorsi dei dittatori seduttori non hanno mai creato grandi imprese o grandi eserciti, per farlo hanno bisogno dei capitalisti, occorrono i soldi dei capitalisti.

Insomma leggendo ci sembra che la pazzia allora aveva contagiato tutti. Il meglio della borghesia italiana e quella tedesca. Tale da sentirsi perfino unita, gli uni attratti dagli altri, come ci spiegava il Corriere che abbiamo letto sopra. "Attrazione e Suggestione".

Poi quando il fascismo finì, tutti a scrivere che era una buffonata, a dirci che c'erano le stupide adunate, il salto nel cerchio di fuoco dei gerarchi, le ridicole frasi epiche ecc. Nessuno a raccontarci quali erano invece i discorsi che si facevano nei "salotti" dell'alta finanza.
E che dire dei 2000 "fervidi assertori del fascismo" rappresentanti della "nazione Operante" ? Dentro i 2000 troviamo i migliori nomi dell'industria italiana. Soci? opportunisti? banderuole? 

Purtroppo questa attrazione spinse i due dittatori uno nelle braccia dell'altro; ma fra poco sarà fatale. Anche perché nel suo Main Kampf Hitler  non aveva previsto un Mussolini sulla sua strada; l'uomo era "uno solo".  Quando lo incontrò per la prima volta a Piazza San Marco, pur ammirandolo come uomo per quello che aveva fatto, lo ritenne subito un inferiore. Il plotone che lo accolse era sgangherato, indisciplinato e Hitler disprezzò subito chi aveva un così ridicolo esercito. Se quello era il meglio che cosa era il resto!? E la disciplina dov'era? 

Mussolini dovette sempre insistere per dargli un aiuto; in Francia e poi in Russia. Hitler non ne voleva sapere. "E' meglio che lei si limiti a fare propaganda e basta" -gli scrive- "Il soddisfacimento non é possibile per ragioni tecniche...comprendo la vostra situazione.....tenete impegnate le forze anglo-francesi mediante una efficace campagna di propaganda".
Insomma lo ha liquidato! Lo utilizza con supponenza, solo per fare degli spot pubblicitari per la propaganda filotedesca.

In tutta la sua corrispondenza (e la vedremo a suo tempo) Hitler lo tratta da inferiore, mentre l'altro lo esalta. Erano due individui isolati che non avrebbero mai potuto avere un colloquio franco. Si nascosero a vicenda operazioni belliche che, essendo alleati, richiedevano invece -per avere pieno successo- la massima collaborazione strategica e logistica; oltre che ideologica.
Fu infatti sconcertato Mussolini quando Hitler fece il patto con Stalin; non ci voleva credere. "Come? ho combattuto tutta la vita contro i comunisti!". Gli dispiaceva ma ebbe un vantaggio, non pochi comunisti in Italia si schierarono con i fascisti; e in Francia nel '40 gli stessi comunisti iniziarono a boicottare la produzione bellica francese per permettere la vittoria di Hitler e dei nazisti (quando cioè Hitler non si era ancora rivolto verso la Russia ma era alleata).


Con questi inizi (siamo appena nel 1940) Mussolini e Hitler  iniziarono a intralciarsi a vicenda,  così uno finì impantanato a Stalingrado dopo aver tolto all'amico le castagne sul fuoco in Africa e in Grecia ("mi ha messo le manciate di sabbia  nei miei perfetti ingranaggi" dirà in seguito); mentre l'amico é frustrato dalle sue vittorie ("ogni volta che conquista uno stato mi fa solo un fono") lo critica, ha paura della sua forza ("in 24 ore quello lì scende dal Brennero e io sono solo! Francia, Inghilterra? vedi che bell'aiuto hanno dato alla Polonia!" -
La prima si trincerò sulla Maginot (che poi all' invasione  resisterà
due settimane) e l'altra "sprecò" per la Polonia un (uno) soldato, poi se ne tornò sull'isola abbandonando i polacchi al loro destino. Poi alla stessa invasione della Francia non è che fece di meglio, sbarcarono a Dieppe, poi a Donquercke via di corsa per il ritorno sull' isola, rifiutando perfino di impiegare i propri aerei "ci servono per difenderci da una eventuale invasione" disse Churchill ai francesi e girò i tacchi per tornarsene a Londra (non eccessivamente disturbato da Hitler. Che ovviamente dopo Parigi pensava ad altro). 

Con questi precedenti,  Mussolini tentenna, si pone mille dubbi, mentre gli italiani non vedono l'ora di affiancarsi all'alleato quando Hitler è già quasi alle porte di Parigi.
"Ma allora cosa ci siamo alleati a fare?" scrivevano i giornali. Mentre il Re (era lui il Capo delle Forze Armate, non dimentichiamolo) si aggirava nei quartieri generali ripetendo a tutti "Chi è assente ha sempre torto".

Gli industriali: "un errore perdere l'occasione di vincere la guerra accanto all'alleato tedesco" che bisognava subito "correre in aiuto" (ai vincitori)" prima che diventasse troppo tardi". La rivista Bertoldo andava anche oltre l'ottimismo, vaneggiava "Londra non sarà piena di tedeschi, ma fra poco sarà piena di italiani".

Come sarebbe finita l'Europa se Hitler trionfava? Ognuno avrebbe steso per terra il migliore tappeto rosso per riceverlo nelle proprie aziende, ogni politico, funzionario, militare si sarebbe riciclato, avrebbe detto che già venti anni prima la pensava come lui.
Lo abbiamo visto fare molte volte, e se osserviamo bene sta accadendo tuttora in questo 2000. Con alcuni Stati dove fin che vanno bene le esportazioni pieghiamo la testa ad ogni diktat, oggi economico, domani forse politico, e poi....? Ci si trova la corda al collo e bisogna cedere la propria sovranità a chi ha già comprato tutto quello che di buono avevamo: industrie, porti, aeroporti, ferrovie e perfino i cioccolatini.

Venti anni fa Arafat era il capo del terrorismo mondiale; dieci anni fa la Cina fece inorridire tutto il mondo con quelle immagini in piazza, eppure oggi i due capi di Stato sono stati ricevuti con tutti gli onori, andati in udienza anche dal Papa e tutti gli imprenditori hano fatto la fila nelle ambasciate per accaparrarsi i loro mercati (Le ideologie politiche non contano nulla, e nemmeno quelle religiose. (Cavour era riuscito a mandare l'Italia cristiana in Crimea per aiutare i musulmani Turchi; più di cosi!)

Fu, Hitler, per concludere, un megalomane, ma anche molto realista, pochi mesi prima della disfatta disse "se vinco sarò un grande personaggio della storia, se perdo diranno di me che ero un pazzo e mi malediranno". Sembra dunque che la lucidità gli era rimasta fino all'ultimo. E non si era affatto sbagliato sui giudizi dei posteri, dopo essersi suicidato.
Mussolini non fu meno profeta di lui: "Io ho in pugno gli italiani? E' tutto un bluff;  basta un titolo su un giornale e gli italiani ti buttano subito nella polvere nel giro di ventiquattrore".
A lui gli andò anche peggio
. Lo appesero a Piazzale Loreto. 

Tutto il mondo è paese. Anche quando va tutto bene!
Churchill con tutto quello che aveva fatto in cinque anni di guerra, ebbe anche lui (incredibilmente)  il suo 25 luglio nel 1945. A sei giorni dalla fine della guerra, gli inglesi gli diedero il benservito. Lo mandarono a casa perchè "gli piaceva troppo fare la guerra"
Destituito dal popolo. Dal popolo inglese! Ovviamente con la propaganda degli industriali. La guerra lontana nel Pacifico ormai non rendeva più, mentre la ricostruzione in Europa era tutta ferma; e questo era il grande business! Prima si cominciava e meglio era per tutti.

Per Churchill fu una umiliazione. Mancavano sei giorni alla fine della guerra!
Significa che Mussolini lo avrebbero appeso comunque fosse andata a finire l'avventura. 
Il popolo purtroppo è fatto così. E' ingrato con i vinti e i vincitori.
Molti si sentono indispensabili, ma come tutti possono vedere, di questi indispensabili ci si riempiono i cimiteri.
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Hitler aveva raggiunto dunque nel 1933 il suo traguardo e lo aveva raggiunto secondo non un suo piano ma con quello che gli avevano preparato gli altri. Aveva vinto, battuto l'avversario, e in più aveva eliminato il temibile concorrente all'interno del suo stesso partito, e aveva al suo fianco i grandi capitalisti.
Poi eliminò anche tutti gli altri che lo avevano appoggiato (come l'illuso Von PAPEN "Abbiamo legato Adolf al nostro carro; un paio di mesi poi gli stritoleremo le ossa") perchè credevano di "utilizzarlo" per poi abbatterlo, come fecero i liberali, i cattolici e i socialisti italiani nel 1922 con Mussolini che "volevano utilizzarlo" (Giolitti) .

Come aveva fatto il re d'Italia Vittorio Emanuele nel '22, chiamando a Roma al Governo Mussolini che aveva in tasca solo pochi voti, senza una maggioranza. 
HINDENBURG cedette anche lui forse alla paura, e chiamò a formare un governo il capo di un partito  che non aveva nemmeno una maggioranza in Parlamento. Due copioni identici.
Furono però ottimamente ricompensati: HINDENBURG padre ricevette in seguito 5000 ettari di terra, e il figlio OSKAR entrò con autorevolezza nel partito, mentre MEISSNER che aveva pilotato l'"avventura" diventò generale (finiranno poi entrambi impiccati a Norimberga).

Come c'era riuscito Hitler?
Padroneggiò il socialismo spurio del suo programma, catturò i delusi socialdemocratici o -come ha scritto Taylor in Storia della Germania- utilizzò " il paganesimo del suo programma mandando  a marcire la base religiosa del Centro" ? (
I cattolici tentarono di resistere, ma poi accettarono tutta la linea politica di Hitler senza più protestare. Poi anche nella cattolica Austria quando vi entrò, gli suonarono le campane e gli benedirono i gagliardetti, e diventarono pure razzisti). 

Improvvisamente appoggiato- (molti si sono chiesti perchè questo appoggio dei grandi capitalisti è avvenuto così in ritardo? - risposta: l'America era rimasta sempre  un colosso mondiale e anche dopo il '29, nel '33 stava in qualche modo superando  la grande crisi).
Hitler crea dunque un sistema che rappresentava le aspirazioni più profonde del popolo tedesco. Un sistema di governo tedesco mai creato prima per iniziativa popolare (nemmeno Bismarck ne era stato capace) con una formula: il precedente Impero era stato imposto con le armi dell'Austria e della Francia; la Confederazione germanica era stata imposta dagli eserciti austriaci e prussiani; l'Impero Hohenzollern era stato creato con le vittorie in Prussia; la Repubblica di Weimar imposta dagli alleati.
Il "suo" (qui dubitiamo)  Reich, il Terzo Reich invece nasceva con un forza sola e una iniziativa tutta tedesca e non doveva nulla alle forze straniere. Inoltre tutti -questo sì- volevano cancellare il verdetto del 1918, e tutti si sentirono obbligati a sostenere questa politica. Tutta la Germania, tutti i tedeschi proiettarono i propri desideri, le nostalgie e le speranze nel Fuhrer.

Le prime mosse di HITLER per avere consensi alle elezioni di marzo furono morbide, poi con il successo politico ottenuto, diventato Cancelliere, balzerà al 44% dei seggi e subito fa scattare lo stesso "piano" di Mussolini.
Fa votare una legge  (più il plebiscito del 12 novembre 1933) che gli conferisce pieni poteri,  che autorizza il suo governo a legiferare per quattro anni senza il controllo del Parlamento. In pratica il Parlamento si esautorò da solo, com'era avvenuto in Italia nel 1922.
Tutti, incapaci (?) di capire cosa stava succedendo. Oppure - dicono altri storici- perchè tutti convinti (in prima fila i capitalisti)  che quella del Nazional-socialismo era l'unica strada per riportare l'ordine nel Paese.
E il Paese non è mai  il comune cittadino, il popolo plebeo, le masse; ma sono le forze economiche: sono solo quelle che contano. E queste forze  sia in Italia sia in Germania, mettendosi dietro le quinte, accettarono non l' imponderabile destino, ma fecero delle scelte precise, inequivocabili.
Fecero pace con la demagogia, e anche loro sperando poi di piegare ai loro fini l'uomo del popolo,  gli diedero il consenso e il necessario appoggio finanziario! Perchè a loro ormai solo più questo conveniva fare! 

Poi c'erano i generali, i magistrati, i pubblici funzionari, le classi professionali, che volevano quello che Hitler era  in grado di offrire (ora appoggiato dai capitalisti): volevano il dominio tedesco dell'Europa, anche se in un primo momento non ne avevano voluito pagare il prezzo.

Nel corso dell'anno troviamo Hitler che adotta lo stesso "copione" di Mussolini anche nei minimi particolari; ha vestito i suoi seguaci con la camicia bruna; formato squadre per "mantenere l'ordine"; ha rotto anche lui "gli indugi"; ha  premuto la mano nello svuotare le istituzioni e, subito ha iniziato ad esercitare il potere prendendolo tutto in mano (e difendendolo, creando la Gestapo - come Mussolini creò la Milizia); riesce a trasformare il suo nazismo in una struttura capace di controllare tutto il Paese.
Eccolo al Governo, a prendersi personalmente i Ministeri chiave dello Stato; poi comincia a "operare" all'interno e all'esterno seguendo lo stesso copione di Mussolini, ma soprattutto seguendo quanto c'era scritto nel suo Main Kampf. Comprese le leggi razziali.

Con l'Austria inizia a rafforzare subito l'idea della riunificazione; é il suo primo pensiero appena è salito al vertice, vuole fare quello che a Daunau aspettano da duemila anni; togliere il confine; ma soprattutto vuole prendersi le sue vendette con i viennesi; Ma per l'annessione, Hitler dovrà poi aspettare il 12 marzo del '38.

Con la Santa Sede (che fretta i cattolici!) il 20 Luglio '33 firma un concordato (come Mussolini) e riceve il riconoscimento della Chiesa al suo nazismo;  il leader del Partito Cattolico Tedesco Kaas, andrà a Roma per diventare consigliere presso Papa Pio XI, poi dello stesso futuro Papa Pio XII, che non dimentichiamo è stato Nunzio apostolico proprio in Germania, a Berlino;  lui uno dei firmatari del concordato.

Nel Concordato c'erano due clausole segrete: 1) Un fronte comune contro la Russia comunista; 2) Il dovere dei sacerdoti chiamati a servire l'esercito tedesco.
Una decisione questa tassativamente vietata dal trattato di Versailles. Aggirandola e sottoscrivendola, la Chiesa dava un implicito riconoscimento formale alla politica di Hitler. Anzi la benediceva. Per poi pentirsene.

Infatti, Hitler nello stesso anno, come aveva fatto Mussolini, una volta ottenuta l'alleanza con la Chiesa, fa sciogliere tutte le organizzazioni cattoliche, perfino quelle a carattere sportivo, e le suore che insegnano nelle scuole (il 65%) le manda tutte a casa (scenderanno in pochi mesi al 3%).
Il Papa cominciò -tardivamente- ad essere addolorato, inizia le sue proteste, condannerà il nazismo nel '37 ma dopo quattro anni ormai era troppo tardi (e quello che avvenne poi dopo, dal '39 in poi, é sempre rimasto molto oscuro).

Sappiamo però che quando Hitler presentò il disegno di legge per i pieni poteri che lo rendesse dittatore in maniera legittima, la Chiesa, i cattolici, cioè il Centro, votò anch'esso in favore della dittatura (si disse poi " per salvaguardare la sua posizione, impotente ad offrire resistenza"- Troppo superficiale e poco convincente un simile comoda tesi. ).

Un'altra buona occasione (Hitler non aspettava altro) avviene sempre nel 1933 dal cancelliere Austriaco DOLLFUSS (centro-destra) che pone fine al regime parlamentare, ed emana una nuova costituzione dove l'Austria d'ora in poi si chiamerà Stato Cristiano Tedesco.
E' una forma di governo dittatoriale fascista, però (stranamente) contrastato fortemente dai nazisti. Il tutto con la plateale benedizione e l'appoggio del clero e del consenso popolare cattolico (il Centro).
La Chiesa ha fatto un grande favore a Hitler che si trova ora "scodellata" l'Austria sul proprio tavolo (e non dimentichiamo che Hitler é austriaco! Solo da un anno é tedesco).
Nel 1934, in febbraio scoppia la guerra civile fomentata dai socialisti  contro il governo, che spalleggiato dalle milizie parafasciste fanno fallire il colpo di stato, ma il successivo 25 luglio a cadere sotto i colpi di un commando nazista è lo stesso Dollfuss.
Poi nel 1938 Hitler, dopo un ultimatum, il 12 marzo invade e si annette l'Austria.

Seconda mossa sempre nell'anno 1934: Hitler con Mussolini stipula patti per la revisione dei TRATTATI del 1918, e lo trasforma in mediatore della situazione (che in Europa va sempre più deteriorandosi). Con Francia e Inghilterra da una parte e Italia Germania dall'altra, MUSSOLINI ha già siglato il 7  GIUGNO 1933 un altro famoso accordo il "Patto a 4"; ottenendo un grande successo diplomatico internazionale, ma che al momento critico questo accordo sarà ininfluente.
Mussolini ha sempre considerato i patti, carta straccia, compresi quelli di Versailles. Ma Hitler raggiunge il suo scopo di politica estera e soprattutto interna.

In quella interna fin dall'anno prima, il 12 NOVEMBRE '33, con un  plebiscito nella Saar gli ha messo  in mano il 90% dei voti. Un trionfo da Giulio Cesare! che gli storici hitleriani vanno ormai affermando che "era "un nordico"; e fu grande, - dicono - perché alcune gocce di sangue nordico stillarono giù verso sud".
A Roma queste affermazioni fanno andare in bestia Mussolini che di Cesare è un fanatico e della romanità latina ha un vero e proprio culto.

HITLER diventa il FUHRER del Reichstag. Il plebiscito gli assegna il pieno controllo del Parlamento, di avversari non ne ha, e nemmeno più contestatori dentro il suo partito. Nella notte del 27 FEBBRAIO '33 proprio l'edificio del Reichstag era andato  in fiamme. Alcuni dissero che erano state le sue squadre naziste composte da irresponsabili teste calde, mentre queste addossavano la colpa ai comunisti; per Hitler vanno bene entrambe le due versioni;  giustifica così la violenta repressione in un campo come nell'altro.

HITLER elimina gli oppositori ma anche i ribelli in seno al suo stesso partito. Le "teste calde" sono abbattute in quella che fu definita, la "notte dei lunghi coltelli". E anche in questa operazione prende esempio dal suo "maestro" quando in occasione del "caso Matteotti", MUSSOLINI addossando la colpa alle "teste calde" del suo partito, oltre che scatenare una caccia agli oppositori, nello stesso tempo mise in atto una grossa epurazione fra quanti pensavano di essere più bravi di lui, che credevano di opporsi alla sua dittatura creando delle infide cellule autonome, impegnate a fare congiure dentro lo stesso partito fascista. 
Un copione che Hitler seguirà anche nei minimi particolari. Poi  inizia a non aver più bisogno del "maestro", trasformatosi in seguito in un irresponsabile, debole e anche fastidioso allievo.

 

VEDI ANCHE >>>> MUSSOLINI FECE TUTTO DA SOLO?? >>>

 

Ma tutto il seguito è un'altra storia,
ed è la storia della Seconda Guerra Mondiale.

Nei sottostanti link i vari avvenimenti nel periodo dell'ascesa di Hitler

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DOPO WEIMAR HITLER SALE AL POTERE

I MAESTRI DI HITLER DI RAZZISMO E DI ANTISEMITISMO (Wagner, ecc.)

IL MIO REICH DOMINERA' IL MONDO

PRIMA MOSSA LA CECOSLOVACCHIA (la voce di Hitler - Ultimatum)

IL PATTO PARADOSSALE HITLER-STALIN

L'INVASIONE DELLA POLONIA

LA VOCE DI HITLER DURANTE L'ATTACCO

L'ATTACCO DI HITLER ALLA FRANCIA E INGHILTERRA

L'IRA DI HITLER PER GLI ITALIANI IMPANTANATI IN GRECIA

22 GIUGNO 1941 - HITLER INVADE LA RUSSIA

1942 - A STALINGRADO L'INFERNO PER LA WEHRMACHT

COME STALIN BEFFO' HITLER CON IL GIAPPONESINO

LA SORPRESA DI STALIN A HITLER: IL T 34

INIZIA LA DISFATTA - I RUSSI ALLE PORTE DI BERLINO - LA FINE

IL DOTTOR  GOEBBELS

HERMANN WILHEM GOERING

LA MISTERIOSA STORIA DI BORMANN 

"BORMAN E LA BOMBA ATOMICA > > >

LE ULTIME FOTO DI HITLER

PROCESSO DI NORIMBERGA

LE LEGGI RAZZIALI IN GERMANIA - 1933-1935 - Documenti vari


WERNHER VON BRAUN:
DALLE V2 DI HITLER ALLA CONQUISTA DELLA LUNA PER GLI AMERICANI

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