L'ARABIA PREISLAMICA

LA PENISOLA ARABA - STORIA - MAOMETTO PROFETA -
MAOMETTO E LA SUA DOTTRINA - I PRIMI QUATTRO CALIFFI.

LA PENISOLA ARABA - STORIA

L'Arabia, che copre una superficie di circa 3.000.000 kq., è formata da un grande altipiano, degradante verso est, ma tagliato a picco verso ovest. Dinanzi alle montagne di arenaria che la limitano ad ovest, dette Sarat (il dorso) e da considerarsi come i contrafforti della catena armeno-siriaca, si distende una stretta pianura marittima, la Tihama, che offre, specialmente a sud e quando l'acqua non fa difetto, tutti i requisiti necessari alla civiltà. Qui, nella regione dello Jemen con la capitale Sana, fiorivano già molto prima dell'E. V. l'agricoltura e il commercio: città stabili, castelli e templi attestavano la laboriosità, la concordia, la religiosità dei loro abitanti. Ma la sorgente principale della loro prosperità, il commercio coll'India, fu nell'epoca ellenistica deviato dal loro paese; da allora cominciò, e sempre più si accentuò, la decadenza dell'Arabia meridionale. Pure i Sabe riuscirono ancora a sottrarsi all'influenza politica dell'impero romano; Elio Gallio tentò invano, nel 24 a. C., di sottometterli alla signoria di Augusto. Ma al principio del medioevo il centro della potenza politica araba si era già spostato verso settentrione, nella regione costiera del Hig'as, con le città di Mecca, Medina e Tàif.

L'interno della penisola, il Neg'd, è appena sezionato da due catene che vanno a finire a nord-ovest, l'Ag'a e la Salma, oggi G'ebel Shammar, nelle quali si continua la formazione granitica del Sinai: un deserto, ma non dappertutto uniforme. Soltanto a sud si distende fino alle regioni marittime di Mahra e Hadramant un deserto di sabbia inabitabile e mai attraversato da uomini, il Roba al-chali («quartiere vuoto») ; a nord la regione ha piuttosto i caratteri della steppa. Qui dopo la stagione delle pioggie, in primavera, il suolo si copre di abbondante erba, che assicura il nutrimento alle greggi di cammelli dei nomadi arabi e quindi a questi stessi. Può darsi che nei tempi preistorici il clima migliore offrisse sostentamento ad una più numerosa popolazione. Ma le nostre notizie, anche le più antiche, ci mostrano sempre l'eccesso della popolazione costretto ad emigrare.

Gli abitanti della penisola, erano suddivisi in tribù e sottotribù innumerevoli. Due gruppi in specie si staccano nettamente l'uno dall'altro, gli Arabi settentrionali e meridionali, i cosidetti Kelb e Kais dell'età islamitica: già distinti per la lingua, non meno certo che per i costumi e l'indole del popolo: distintivi mantenutisi anche dopo le confusioni prodotte dall'impulso migratorio e dallo svilupo dell'attività industriale.
Il deserto, che occupa la massima parte dell'Arabia, determina le condizioni sociali degli abitanti. La sua vegetazione permette solo l'allevamento del bestiame, che nelle migrazioni deve essere spinto attraverso estesissime regioni: il che esclude per gli Arabi una divisione politica in base ai luoghi abitati. Solo la consanguineità raggruppa le famiglie in schiatte, e queste in tribù. Anche i grandi aggruppamenti di tribù son ricondotti a pretesa affinità di sangue, e così, come presso gli Ebrei, tutto il popolo è costretto in un sistema genealogico. Ma il sentimento della omogeneità non abbraccia però il popolo tutto quanto: al di là del gruppo delle famiglie più strettamente imparentate, che pongono sempre le tende l'una accanto all'altra, esso si fa sentire ancora soltanto nella tribù, che in numero di qualche migliaio di uomini, emigra e occupa in comune i pascoli. Chi osa penetrare nel dominio di un'altra tribù, corre rischio di essere ucciso e derubato da questi stranieri, e come tali sono suoi nemici. Egli è invece salvo se gli riesce di toccare la veste o di entrare nella tenda o nella casa di un nemico. Tale protezione vien spesso volontariamente concessa ad un viandante; anzi, il membro di una tribù può persino accogliere per sempre uno straniero nella propria famiglia. Così la tribù può annettersi intere famiglie, dapprima tollerate solo come coinquilini, ma dopo alcune generazioni ammesse a tutti i diritti della consanguineità.

Dentro la tribù, tutti i membri hanno gli stessi diritti e doveri che scaturiscono dalla consanguineità. Ciascuno è tenuto a soccorrere il fratello in caso di bisogno, senza domandare se questi abbia torto o ragione. Tale dovere incombe prima di tutto solo alla sua famiglia; ma quando questa non sia forte abbastanza, tutta là tribù ne prende il posto.
In questa comunità, per quanto fondata sulla libertà e l'eguaglianza di tutti, si riscontrano i rudimenti del principio autoritario. Le famiglie e le tribù si adattano a vedere alla loro testa uomini, che l'opinione pubblica ha volontariamente riconosciuto per guide e signori a causa delle loro qualità personali e delle loro sostanze. Anche quando, come non di rado avveniva, tale dignità passava di padre in figlio, questi doveva riguadagnarsela trovando di esserne degno. Questi signori (sàijid) non godevano di speciali diritti, quantunque nelle deliberazioni prese in comune si tenesse in special conto la loro opinione. In compenso, tanto maggiori erano generalmente i loro doveri: si richiedeva da loro che fossero sempre pronti a prender le parti della tribù e dei compagni bisognosi di aiuto, con la loro vita in tempo di guerra, con le loro sostanze in tempo di pace. Loro cura precipua è di mantenere la concordia della tribù, spesso minacciata dalll'egoismo dei singoli.

Contese d'indole finanziaria tra fratelli di tribù si appianano nelle quotidiane assemblee. In caso di dissidi fra persone estranee alla tribù, si consulta un uomo o una donna rinomata per saggezza, spesso un sacerdote o un indovino. Solo dalla buona volontà delle parti contendenti o dalla superiorità di una di esse dipende poi se la sentenza viene o no eseguita.
Non essendo concesso il potere esecutivo nemmeno ai capi della tribù, non esiste giustizia criminale e ciascuno deve farsi giustizia da sè contro un ladro o contro l'assassino di un parente. Se nel territorio di una famiglia si trova qualcuno ucciso da mano ignota e il sospetto cade sopra un membro della famiglia stessa, questa presta a favore di lui il giuramento di purificazione, la cui efficacia però può essere distrutta da un nuovo giuramento per parte della famiglia dell'ucciso. Il più prossimo erede della vittima ha il dovere di vendicarne l'uccisione. Ma poiché il parentado del colpevole prende per lo più le sue parti, dalla vendetta di sangue sorge la inimicizia di sangue, che spesso si trascina per intere generazioni con sempre rinnovati assassini. La vendetta del sangue può anche compensarsi mediante il pagamento di cammelli e i capi debbono cercare, dentro alla tribù, che si venga ad un accordo, per cui possono interporsi, ma non ordinarlo. Per lo più le famiglie si decidono ad un accordo solo dopo essersi esaurite in lunghe ostilità. Si evita la vendetta del sangue quando l'uccisore venga dal suo parentado volontariamente consegnato ai danneggiati perchè sia compiuta la vendetta; ma ciò è ritenuto così poco onorevole, che il parentado preferisce per lo più di ucciderlo da sè.

Questo diritto del deserto valeva ancora, essenzialmente, nelle città del Hig'às. Come i Beduini nelle loro tende, così le singole famiglie se ne stavano quivi nei loro quartieri, libere e indipendenti, senza accettare ordini da nessuno. Nella Mecca il sentimento dell'onore, spesso esagerato nel deserto, era alquanto mitigato dagli interessi comuni, per il santuario della Kaaba e per il commercio che ne dipendeva; i rapporti economici più complicati davano alle famiglie più facoltose una superiorità sulle più povere, maggiore che non nel deserto. Ma a Medina si era ancora nelle condizioni più primitive. Appunto al principiare di questo periodo storico le inimicizie di sangue vi eran divenute così frequenti, che nessuno poteva dirsi sicuro della propria vita.

Soltanto nel nord e nel sud l'Arabia aveva veduto gli inizi di una più rigida organizzazione politica. L'agricoltura favorita dalla fertilità del suolo e la prosperità arrecata al paese dal commercio con l'India fecero sorgere nello Jemen, già per tempo, istituzioni monarchiche, accanto ad una nobiltà feudale uscita dalla organizzazione per tribù dei Beduini, la quale per un certo periodo andò di pari passo con la monarchia. Le famiglie stabilite nei castelli dell'Arabia meridionale si mantenevano sempre unite in pace e in guerra, appunto come nel settentrione i loro nomadi cugini. Dopo che col decadere del loro commercio fu scomparsa anche la loro potenza, che aveva pur sfidato gli eserciti di Augusto - nè riuscirono a resuscitarla gli Ebrei, per lungo periodo influenti nel paese, i cui signori avevano convertito, per qualche tempo, alla loro fede - il re Ela Asbeha, del regno abissino di Aksîim, si stabilì nell'Arabia meridionale, certo per invito dell'imperatore di Bizanzio. Il suo secondo governatore, Abraha, le cui imprese son ricordate in una grande iscrizione arginale del 543, fece anche una punta a settentrione, certo per attaccare la Persia, ma non si spinse oltre la Mecca. Allora i signori feudali dell'Arabia meridionale, malcontenti della signoria straniera, si rivolsero per aiuto appunto a questo antico avversario della potenza bizantino-cristiana. Il re Chosrau Anosharwàn fece partire una spedizione, che d'accordo con la nobiltà ostile cacciò via il governatore abissino. Da allora in poi lo Jemen, benchè quasi solo nominalmente, rimase sotto il dominio persiano.

Nel nord, sul confine del deserto siriaco, già molto prima e con più durevoli effetti gli Arabi si erano intromessi nella politica mondiale. Già sotto il re assiro Tiglatpileser III (745-728) troviamo qui un regno Aribi, governato da regine e che fino all'età di Asarhaddon appare fra gli stati vassalli dell'Assiria. Nell'epoca persiana l'unica nostra fonte per la storia dell'Arabia settentrionale è l'iscrizione di Taima, che ci dà un'idea dell'ordinamento del culto cittadino, con i suoi sacerdoti e il patrimonio de' suoi templi. Nell'età ellenistica troviamo qui il regno dei Nabatei, che al sud arrivava quasi fino a Medina. La capitale era Petra, castello roccioso posto circa a mezza strada fra il Mar Morto e la punta del golfo arabo : importanti rovine e numerose iscrizioni sulle tombe di roccia ne attestano ancor oggi la fiorente cultura. I Romani lasciarono loro l'indipendenza, come alleati, fin sotto Traiano; ma nell'anno 106, avendo già essi mostrato sotto Tito un atteggiamento ambiguo durante la rivolta giudaica, il loro regno fu soppresso e ridotto a provincia dell'Arabia.

La loro parte di mediatori fra il commercio orientale e occidentale fu assunta allora da Palmira, pure soggetta alla signoria araba, quantunque fra i suoi abitanti prevalessero gli Aramei, fortemente grecizzati. Il re Odenat (260-268) riuscì a sottomettere tutta la Siria, tanto che il debole imperatore romano Gallieno lo riconobbe coimperatore per l'Oriente. Morto lui, sua moglie Zenobia ne mantenne ancora per un certo tempo la potenza, finchè Aureliano nell'anno 273 distrusse Palmira. Il suo tragico destino deve aver fatto profonda impressione sugli Arabi del deserto: ancora nei primi secoli dell'Islàm si narrava della Sainab una leggenda solo debolmente connessa con i fatti storici.
Da allora non vi furono più nel nord regni arabi indipendenti. I Romani e i Bizantini loro successori ebbero sempre l'accorgimento di rendere vassalli i signori arabi dei confini, difendendosi così per mezzo loro dalle incursioni dei nomadi. In tale posizione troviamo a Damasco, nel VI secolo, la dinastia dei Ghassànidi. Il più illustre rappresentante di questa casa, al-Harith V, fu nominato «patrikioss» da Giustíniano, che gli affidò il comando supremo su tutti gli Arabi della Siria settentrionale. Ma pare che dopo la sua morte la potenza raccolta nelle sue mani si dividesse di nuovo in tanti principati. (Solo dopo l'invasione dei Muslim [Musulmani] ritroviamo un Ghassanide a capo supremo di tutti gli Arabi della Siria).

La stessa politica dei Romani tennero verso gli Arabi anche i loro antichi nemici ereditari, i Persiani. A Shapur I (241-272) -si attribuisce la nomina di Amo in Adì della casa dei Lachmidi a re sugli Arabi di Babilonia.. Questi, e i suoi successori, risiedettero a Hira, circa dieci miglia a sud delle rovine di Babilonia. Mundhir V (580-602), l'ultimo di quella casa, si mostrò più volte disobbediente ai Persiani, tanto che Chosrau II, attiratolo a Ctesifone, se ne sbarazzò. Ma se ne videro le conseguenze: nel 610: tremila Arabi invasero il territorio dell'Eufrate e sconfissero i persiani presso Dhu Kàr. La mancanza di una valida difesa dei confini facilitò, anche in seguito, ai Muslim la conquista del paese.

Non meno della politica, anche la vita religiosa degli Arabi si trovava in uno stadio assai primitivo. L'animismo ne era la base, la credenza cioè che, al pari dell'uomo, tutta la circostante natura avesse un'anima. In uno stadio un po' più progredito, le anime si staccano dagli animati, nei quali si crede risiedere una forza spirituale, un demone. Secondo i Semiti, gli alberi, le caverne e le fonti erano in specie abitate da spiriti. L'adorazione per questi demoni comincia da quando rivelano il loro nome agli uomini, come Jahwe a Giacobbe nel sogno di Bethel. Solo quando si conosce il nome di un demone lo si può invocare e così agire su di lui. Mediante il sacrificio rituale gli dèi acquistano una consanguineità con la tribù dei loro fedeli, ne divengono il patrono e spesso l'antenato, venendo così a perdere il loro carattere primitivo. Gli speciali rapporti delle singole tribù con i loro dèi conducono necessariamente al politeismo. Ma il legame fra una tribù e il suo dio non è così stretto, come per es. in Israele quello fra Jahwe e il suo popolo. Non di rado singole famiglie prendono il nome da dèi diversi da quello della tribù, e la stessa divinità è venerata da tribù diverse. Avendo gli dèi sedi fisse, godono - quando la tribù dei loro fedeli passa in un'altra regione - del culto di chi ne prende il posto; e quelli tornano a loro una o due volte all'anno, in occasione delle feste.

Certi santuari esercitavano un'attrazione speciale. Ad Okàs ed alla Mecca, per es., le varie tribù si recavano in pellegrinaggio anche da lontani paesi. Durante le feste regnava nel deserto la tregua di Dio. Nelle solennità religiose si tenevano anche fiere e mercati, nei quali si scambiavano non solo merci, ma anche prodotti intellettuali. Per non piccola parte a queste fiere, e quindi indirettamente alla religione, debbono gli Arabi lo svolgimento di una lingua al disopra dei dialetti, di una poesia legata a forme determinate, di una comune concezione del mondo.
La venerazione degli dèi da parte di differenti tribù preparò necessariamente la fusione delle varie forme di divinità: su tutte dominò, già durante il paganesimo arabo, la semplice idea di un dio, Allah, di fronte al quale tutti gli altri scesero sempre più al grado di idoli, finchè con la predicazione del profeta si venne a scuotere la base della adorazione loro tributata. Il culto degli idoli rimase per un certo tempo, avendo gli Arabi maggior dimestichezza con essi che con Allah; ma questo culto non bastava più a soddisfare, come nell'uomo primitivo, tutto il sentimento religioso. Quanto più scemava l'importanza del culto, tanto più cresceva il valore dei sentimento religioso in genere, rivolto ad Allah. Egli è il vero custode dei patti, per quanto questi dapprima continuassero a concludersi in sedi speciali del culto e fossero in tal modo posti sotto la protezione degli idoli. Allah è in specie il protettore dell'ospite appartenente ad altra tribù, senza però che per riguardo a lui si venga meno al dovere verso i parenti. La sua volontà è l'irrevocabile destino. Ma questa fede nel destino non indebolisce l'energia dell'uomo: anzi lo spinge a spuntarla da se, senza aspettare aiuto dall'alto.

Questo sfasciarsi del paganesimo fu pure affrettato dall'influenza delle religioni monoteiste, che già da un pezzo avevano acquistato seguaci anche in Arabia. Nell'Arabia meridionale il giudaismo prese tale preponderanza, che i signori indigeni si convertirono ad esso e perseguitarono il cristianesimo rivale. Gli Ebrei avevano ricchi possedimenti nelle oasi del nord-ovest, a Taima, Chaibar, Jathrib, Fadak, dove vivevano in comunità chiuse, delle quali facevano certo parte molti Arabi convertiti. Sebbene si fossero resi indispensabili come mercanti, i Beduini li tenevano in dispregio; cosicché poca influenza religiosa avranno potuto esercitare in queste regioni.
Posizione affatto diversa assunse il cristianesimo di fronte agli Arabi, molto sensibili alle impressioni esterne. Tutti i Beduini del nord avevano stretti rapporti con la popolazione stabile aramea, la cui civiltà già da un pezzo si era compenetrata col cristianesimo. Come religione di Stato, esso esercitava una forte attrazione nel tardo impero romano (con la sua sede a Costantinopoli); ma anche la dinastia dei Lachmidi di Hira, soggetta al regno persiano, aveva finito per convertirsi al cristianesimo. Fin nell'interno dell'Arabia, e in specie nelle città commerciali del Hig'as, dovè penetrare una conoscenza sia pure superficiale delle dottrine e costumanze cristiane, grazie ai continui rapporti con le tribù parenti nel settentrione. Molto vi avranno contribuito anche gli anacoreti, le cui celle si trovavano sparse dalla Palestina e dalla penisola sinaitica fin nell'interno del deserto. Il deserto serviva pure di rifugio a diverse sètte perseguitate dalla chiesa ortodossa, e qui avranno diffuso le loro dottrine spesso con maggior successo che non la ortodossia ufficiale.

Gli Arabi, come già detto, debbono soprattutto alla poesia, il più importante loro patrimonio spirituale comune, la coscienza di formare un solo popolo, nonostante i contrasti di tribù. La poesia si era potuta sviluppare protetta in certo modo da istituzioni religiose. Con idee religiose era certo congiunta fin dai primordi. Ha le prime radici nell'impulso allo svago, nella gioia del suono e del ritmo, che aiuta l'uomo della natura a sostenere le fatiche del lavoro ; le prime canzoncine nacquero forse durante le marce dei nomadi. Ma nelle parole pronunziate in forma solenne l'uomo della natura include nello stesso tempo la speranza che esse abbiano la forza di ottenergli ogni effetto desiderato; così l'antica poesia serve pure alla magia, non ancora di carattere ostile in questo stadio della religione. È in guerra che tocca all'esperto della parola di maledire il nemico, come Balak richiedeva da Bileam. Dalla maledizione si svolge, via via che la fede nella sua potenza magica sparisce, la poesia satirica: trasportata, per le relazioni tra le singole stirpi, sul terreno personale, diventa essa un'arma temutissima, finchè si abbassa a formare una sorgente di guadagno per il poeta ricattatore.
Come in tutto il mondo, così in Arabia un'altra fonte di poesia sta nell'amore sessuale, non però cantato di per se stesso nella poesia d'arte (la sola che conosciamo da vicino), ma adoperato dal poeta come spunto per il suo tema particolare, consistente per lo più nella glorificazione della propria persona, della propria tribù ovvero, nei bardi professionali, nell'elogio di un patrono. Per tali poesie « ad intento » (qaside) era in uso da lungo tempo una forma, si può dire, fissa. Prima di venire al soggetto vero e proprio, il poeta deve diffondersi nell'elogio dell'amata, esprimere la bramosia della perduta gioia d'amore, descrivere lungamente qualche aspetto della natura. Gli Arabi eccellono nella descrizione del deserto e dei suoi animali caratteristici, in specie del cammello. Anche queste descrizioni però non sono soltanto frutto di osservazione propria, ma spesso si aggirano in forme tradizionali. Questa poesia non offre pertanto molta occasione a sviluppare la propria individualità, cosicchè risaltano solo quei poeti che offrono i più spiccati contrasti, tali il re e poeta vagante Imruulkais, i cui antenati della casa principesca dei irida nell'Arabia meridionale avevano raccolto, sul finire del VI secolo, le più forti tribù beduine del nord per scorrerie e saccheggi nell'impero romano e persiano; e che si consumò nello sforzo di riguadagnare alla sua casa l'antica posizione, finchè mori ad Ancira nell'Asia minore, ospite dell'imperatore di Bizanzio; tali Suhair, il cantore della illuminata saggezza della vita, e il bardo professionale el-Asha. Non solo i poeti dell'arte, ma anche i pastori di capre della tribù dei Hudhail, attendati presso la Mecca, si servono nei loro sfoghi poetici di una lingua comune, nutrita di tutti i dialetti ed intesa dappertutto, eppure nettamente distinta dalla lingua dell'uso quotidiano. Questa « lingua dei canti », analoga a quella che troviamo presso molti «popoli naturali », sembra abbia dominato, oltre tutto il Neg'd e lo Hig'as, fin nella Babilonia; solo gli Arabi della Siria ne ricevettero più che non le dessero. Da essa nacque l'arabo classico, divenuto in grazia all' Islam lingua universale nell'Asia anteriore e in tutta la sponda meridionale del Mediterraneo,

2. MAOMETTO PROFETA.
- Sul terreno così preparato sorse la religione del profeta arabo Muhammed. Nacque egli alla Mecca, nel Hig'às, posta in una valle sassosa e sterile, distesa da nord a sud in mezzo alla quale sorgeva la Kaaba, in origine santuario del dio della luna Hubal. Dal cortile del tempio scaturiva la famosa sorgente Semsem. Nella Mecca dominava la tribù dei Koraish, fra i quali più ragguardevoli le famiglie Machsùm e Umaija. La ricchezza della città veniva dal commercio, procacciatole dal pellegrinaggio alla Kaaba.
L'anno di nascita del profeta si calcola circa il 570. Apparteneva alla famiglia dei Banù Hashim, che non sembra avessero speciale importanza nella vita cittadina. Per quanto la tradizione si sforzi di magnificare il profeta fin dal bel principio, non può nascondere le condizioni molto misere della sua famiglia quando egli venne al mondo. Suo padre Abdallàh, figlio di Abdalmuttalib, un piccolo mercante, morì durante un viaggio di affari a Medina, a soli due mesi dopo che gli era nato il figlio. Di lì a pochi anni la moglie lo seguì nella tomba: l'orfano crebbe affidato alle cure prima del nonno Abdalmuttalib, poi dello zio Abú Tàlib. L'unica testimonianza autentica sulla gioventù del poeta ci è conservata nei versetti del Corano, stira 93, 3-8: « Il tuo Signore non ti ha abbandonato, nè si è rivolto da te. L'al di là è meglio di ciò che vediamo qui. Egli ti darà ancora ciò che ti rallegrerà. Non ti ha trovato orfano e ti ha nutrito? vagante, e ti ha guidato? bisognoso, e ti ha cresciuto? ».

Fattosi adulto, Maometto entrò al servizio di Chadig'a, vedova di un ricco mercante. Questa donna continuava da sè il traffico ereditato dai suoi due primi mariti: anche perchè la donna, in specie se indipendente dal lato economico, godeva nell'Arabia preislamitica libertà assai maggiore che non più tardi. Pare che al suo servizio Maometto accompagnasse alcune carovane dalla Mecca verso il sud, forse anche fino a Bostra, in cui, come principale fortezza bizantina della regione orientale del Giordano, si decentrava il commercio del grano. Forse mostrava già allora speciali attitudini: certo è che la sua padrona, benchè di circa quindici anni maggiore a lui, lo prese in speciale simpatia. Essa stessa gli propose di sposarla, e questo matrimonio non solo lo tolse alle cure materiali, ma gli diede anche per altri lati grosse soddisfazioni. Dalla loro unione nacquero quattro figlie e due figli: questi morirono giovani, senza lasciare prole. Come marito di una negoziante, Maometto si occupò dapprima con zelo degli affari di lei; nè rinnegò in seguito questa sua prima attività, come si vede dalla preferenza con cui usa le metafore tolte dalla terminologia commerciale.

Assai per tempo, come pare, Maometto s'interessò di questioni religiose: fatto non infrequente allora in uomini d'ingegno vivace, ormai insoddisfatti del culto pagano. La tradizione asserisce che durante i suoi viaggi ebbe occasione di intrattenersi con cristiani e con ebrei; è probabile che nella Mecca stessa frequentasse qualche cristiano, che però della Bibbia questi non avevano allora che una scarsa conoscenza.
Mentre però diversi dei suoi contemporanei, come per es. il poeta Umaija in abi 'Salt di Taîf, la città prossima alla Mecca, si contentavano di un monoteismo generico, pare che Maometto si desse in braccio all'ascetismo e passasse i giorni e le notti sul monta Hirà presso la Mecca a fantasticare sulla salvezza dell'anima. Riconosciuta la vanità dei molti dèi adorati dai suoi compaesani, doveva nello stesso tempo domandarsi per quanto tempo ancora Iddio li lascerebbe in quella falsa credenza, Egli che pur si era rivelato ad altri popoli per mezzo di profeti. E si immaginò di essere egli stesso chiamato a tale ufficio di profeta. Ma la sua innata timidezza lo trattenne a lungo dal presentarsi in pubblico come tale. Un fatto avvenutogli sul monte Hirù lo tolse dai dubbi. Vide dinanzi a se una figura che ritenne dell'angelo Gabriele e alla quale attribuì la voce interna che lo diceva l'inviato di Dio. Si trattava forse di una illusione ottica simile a quella del fantasma di Brocken, e per la quale, suppose il De Goeie, egli vide
nella nebbia la sua propria ombra (ricorda un po' la visione della croce di Costantino).
Sua moglie ebbe subito fede nella sua missione divina ed egli stesso non esitò più, quando sempre più frequenti si ripeterono quegli attacchi di febbre durante i quali credeva di udire la voce di Gabriele. Egli era solito proclamare, a mo' di rivelazione, ciò che credeva di aver udito in quello stato d'animo, non appena cessato.

Nel centro del mondo ideale di Maometto, espresso nelle rivelazioni più antiche, sta l'aspettazione di un giudizio finale per ciascun uomo: davanti a questo giudizio egli trema, al pari dei primi cristiani, al pari dei settari del suo tempo. In necessario contrasto con queste paurose immagini, descrive quindi le gioie del paradiso, allo stesso modo - osserva, giustamente l'Jacob - che descriverebbe un'antica osteria araba servita da premurose chellerine, quali troviamo nelle poesie.
L'ardente entusiasmo che dominava il profeta nei primi anni, si manifesta anche nella forma dei suoi discorsi, pieni di audaci immagini e di slancio retorico, con movimento ritmico e colorito poetico. Cominciano spesso con strani giuramenti e sono sempre brevissimi.

Presso i suoi semplici compaesani queste rivelazioni non incontravano molta simpatia: ne raccoglieva derisioni, o il sospetto di esser posseduto da un demone. Egli allora si difendeva con attacchi violenti, perfino con maledizioni, contro i suoi avversari, alcuni dei quali sono personalmente assaliti e uno - Abú Lahab, parente suo - citato per nome.

I seguaci di Maometto dovevano credere nell'unico Dio e abbandonarsi alla volontà di Lui: da tale abbandono, Islam, prese il nome la sua religione. È probabile che fin dai primi tempi egli mettesse una tassa a vantaggio dei poveri e bisognosi delle comunità, tassa che acquistò poi a Medina maggiore importanza. Dovere principale dei credenti, compiendo il quale entravano nella comunità, era la preghiera, recitata dapprima tre volte al giorno, più tardi cinque volte, A ciascuno era poi lasciato di compiere altri esercizi religiosi, come l'invocazione di Dio, in specie nelle veglie notturne, da lui stesso in principio zelantemente praticata, secondo l'esempio degli asceti cristiani. Certo fin dai primi tempi la preghiera era preceduta da una abluzione, come si faceva anche in diverse sette cristiane.
Insieme alla moglie si convertirono il nipote Ali, lo schiavo o liberto Said e i due amici Abú Bekr e Saad ibn abi Wakkas. Gli altri suoi seguaci si reclutarono dapprima tra gli schiavi e la povera gente. Le classi dirigenti dovettero presto scorgere un pericolo nella sua predicazione, credendo minacciato, oltre alla religione avita, il nerbo del loro commercio, cioè i pellegrinaggi alla Kaaba. Quella buona gente non poteva allora prevedere che Maometto, affezionato al luogo natio, negoziante per giunta e ben lontano quindi dal voler danneggiare questi interessi, li avrebbe fatti prosperare, con la sua religione, oltre ogni speranza.

Nella snervante ed infruttuosa lotta contro la miscredenza dei suoi compaesani delle classi più alte, Maometto si confortava con l'esempio dei profeti anteriori, che non si erano trovati meglio di lui. Così gli piace narrarne, nelle sue rivelazioni, le vicende, in specie quelle di Mosè. Del resto la sua conoscenza della Bibbia e assai superficiale e riboccante di errori. Alcuni tratti attinse forse alla leggenda giudaica, la cosiddetta Haggàda, ma più ancora a maestri cristiani, dai quali conobbe il Vangelo dell'infanzia, la storia dei sette dormienti, la saga di Alessandro ed altri elementi inalterabili della letteratura universale del medioevo. Si aggiungano alcune leggende arabe, come quella della rovina dei Thamúd, a necessario complemento della quale forse egli stesso inventò la scarna leggenda del profeta Sàlich. In questi racconti lo stile si fa sempre più diffuso e languido; gli piace di ricantarvi sopra lunghe disquisizioni retoriche sul modo in cui Dio si manifesta in tutta la natura.

Ma i suoi avversari non si contentavano di rifiutare la sua predicazione. Fiutando nella diffusione della nuova fede un pericolo per i loro comuni interessi, cercarono, con repressioni di ogni sorta, di staccare da lui gli schiavi e i liberti a quella convertitisi. Si narra che Abn Bekr, l'amico di Maometto, impiegasse una parte considerevole delle sue sostanze a riscattare quei martiri; ma i suoi mezzi non potevano naturalmente bastare a proteggere tutti i fedeli dalla iniqua persecuzione. Perciò il profeta si decise a sottrarre con la fuga almeno una parte della sua comunità agli oppressori. E poichè allora supponeva che la sua fede non si scostasse molto dal cristianesimo, indirizzò i suoi seguaci al più prossimo rappresentante politico di questa religione dentro il loro orizzonte, al Negus di Abissinia. I suoi concittadini idolatri mantenevano rapporti con l'Arabia meridionale, allora soggetta all'impero persiano. Ma la Persia era da tenpo nemica delle potenze cristiane. Egli non si sbagliò pertanto nel supporre che il Negus cristiano avrebbe concesso rifugio ai suoi seguaci perseguitati dai pagani. Si narra che questa emigrazione avvenisse nel quinto anno da che egli aveva assunto l'ufficio di profeta e che vi partecipassero 83 uomini ed alcune donne, fra le quali Rukaija, figlia del profeta, col marito Othmàn, il futuro califfo.
La comunità rimasta alla Mecca ricevè nel frattempo un cospicuo incremento dalla conversione di Omar ibn al-Chattab, imparentato per parte di madre con la ricca e potente tribù dei Machsumidi e tenuto in alto conto fra i Cittadini in grazia delle sue prerogative personali. Ma non bastò a tener fronte alle più vigorose rappresaglie degli avversari. Proclamarono essi il boicottaggio contro Maometto e il suo parentado e li rinchiusero nel loro quartiere, la gola di Abú Talib. Sebbene questo suo zio e padre adottivo non volesse saper nulla di lui come profeta, pure respinse con indignazione la pretesa dei Meccani di negargli la sua protezione. In questo periodo di angustie e di persecuzioni, il profeta si lasciò andare ad una concessione alle idee pagane, riconoscendo, con una pretesa rivelazione, come figlie di Allàh ed intermediarie fra Lui e gli uomini le dee al-Làt, Ussà e Mànat. Anche se più tardi la coscienza lo spinse a rinnegare tale confessione, essa per un certo tempo giovò a riconciliare i due partiti cittadini ; difatti, avutone sentore, molti degli emigrati - fra cui sua figlia e il marito di lei - tornarono dall'Abissinia alla Mecca. Di lì a poco il destino colpì duramente il profeta: in uno stesso anno (619) la morte gli rapi la moglie e lo zio Abu Tàlib. Toccò al fratello di lui, Abu Lahab, fanatico avversario della nuova religione, di assumere in sua vece e come capo del parentado, la protezione del profeta; una tale strana situazione non poteva durare a lungo.

In tali gravissime difficoltà, il profeta pensò di cercare la salvezza fuori della Mecca. Si volse dapprima a Tàif, la città meridionale più vicina, legata alla Mecca da attivi commerci. Ma la sua predicazione non ebbe qui miglior successo che dai suoi concittadini: non solo lo schernirono, ma lo cacciarono via a sassate e dovette cercar rifugio nel giardino di un pagano, suo compagno di tribù. Ne osò tornare alla Mecca, se non quando un ragguardevole personaggio del suo parentado gli ebbe solennemente promessa la sua protezione.
In occasione del pellegrinaggio del marzo del 620, Maometto cercò di far proseliti fra i numerosi forestieri che colà accorrevano da ogni parte dell'Arabia. Conobbe così alcuni uomini della tribù dei Chasrag', residenti a Medina. Questa città ospitava una numerosa comunità di Ebrei. Quante volte, nelle ostilità frequenti fra essi e i pagani non avranno minacciato a questi ultimi la venuta del Messia, atteso vendicatore dei torti patiti ! Si erano così familiarizzati con l'idea di un messo di Dio, che accolsero l'Islam, tanto più che per le loro vicende erano predisposti al pensiero religioso, nolto di più che non gli annoiati mondani della Mecca.

La loro città, che portava ancora il vecchio nome di Jathrib, giace in una pianura irrigua del Hig'às settentrionale, presso alle montagne che dividono il Neg'd dalla Tihàma. Al pari delle altre antiche sedi di civiltà nelle oasi a nord-ovest dell'Arabia, Medina consisteva di masserie, villaggi e case fisse, sparse fra gruppi di palme, giardini e campi coltivati. I principali abitanti di questa oasi erano gli Aus e i Chasrag', più tardi compresi sotto l'onorifico nome musulmano di Ansar, cioe «aiutatori» (del profeta); e che si consideravano come appartenenti alle tribù del mezzogiorno. Si dice che prima della loro immigrazione la città fosse in potere degli Ebrei, la cui potenza economica però era stata spezzata, pare, dalla su ricordata spedizione di Abraha, governatore abissino dell'Arabia meridionale; da allora gli Ebrei vivevano sparsi sotto gli Aus e i Chasrag', prima loro clienti. Solo la tribù dei Kainukà conservò il suo quartiere chiuso, ma non senza aver perduto il possesso delle terre: rimasto solo alle due tribù dei Nadir e dei Koraisa, domiciliati fra gli Aus, coi quali solo da poco avevano stretto rapporti politici sulla base di una perfetta eguaglianza.

Gli Arabi di Medina eran divenuti contadini, senza però abbandonare del tutto le abitudini della libera vita di nomadi. Non riconoscevano nessuna autorità; ma, dacchè facevano vita sedentaria, non potevano più, come prima, schivare i conflitti sempre rinnovantisi. Ne venivano lotte interne continue, finche scoppiò una guerra fratricida fra le tribù degli Aus e dei Chasrag', cui partecipò tutta la città. Gli Aus ebbero la peggio. Una parte di essi aveva accondisceso a una pace vergognosa e in seguito alla cessione dei terreni si era ridotta pressochè al grado di cliente; l'altra parte, troppo altera per accettare simili patti, aveva preferito di essere esiliata dal proprio territorio. Ma alleatisi con le tribù giudaiche dei Nadir; e dei Koraisa gli Aus eran venuti alla riscossa, e in una battaglia decisiva presso Buath eran riusciti, dopo lunga lotta, a strappare la vittoria ai Chasrag'. Però non si era venuti ad una pace onorevole; durava la guerra di tutti contro tutti, e la mancanza di sicurezza era tale che nessuno non poteva più occuparsi dei propri affari senza rischio della vita.

Questo stato di cose doveva apparire alle due tribù tanto più insopportabile, in quanto esse non avevano ancor perduta la coscienza della loro affinità. Ma nessuno fra loro era tanto ragguardevole, da poter sedare la contesa; l'arbitro già da un pezzo indispensabile poteva venire solo di fuori. E così la contesa fratricida aveva spianato la via al profeta.
I sei Chasrag'iti, coi quali Maometto si era incontrato in occasione del pellegrinaggio del 620 sull'Akaba, il passo fra Mina e la Mecca, tornarono in patria e qui si adoperarono per la diffusione della nuova fede, aiutati da un seguace prima emigrato in Abissinia. L'anno dopo cinque di loro, con sette nuovi proseliti, tornarono alla Mecca, incontrandosi con Maometto nello stesso luogo. Obbligatisi dinanzi a lui alle leggi fondamentali dell'Islam, ritornarono in patria accompagnati da un valente conoscitore delle idee del profeta. La comunità-madre della Mecca ebbe da attraversare ancora una crisi: in molti fedeli eccitò dubbio e scandalo il racconto di un viaggio miracoloso a Gerusalemme, che Maometto - evidentemente in seguito a un sogno - diceva di aver fatto di notte in compagnia dell'angelo Gabriele, e durante il quale - secondo la tradizione più tarda - sarebbe giunto fino in cielo. Ma si dice che Abu Bekr, dando per primo l'esempio di fede incrollabile, riuscisse a far tacere i dubbiosi.

Nel 622 venne da Medina alla Mecca un discreto numero di nuovi credenti, delle due tribù degli Aus e dei Chasrag' ; allora Maometto per mezzo dallo zio Abbas rinunziò formalmente alla protezione del suo parentado per mettersi sotto quella dei nuovi convertiti. Avutone notizia i Koraishiti pagani, si lagnarono presso il capo, pure tuttora pagano, dei Chasrag' di questa intrusione nelle loro faccende; ma si tranquillizzarono quando costui, senza indovinare che i giorni della sua autorità erano contati, escluse la possibilità di un tale evento.

Silenziosamente e a poco a poco i credenti della Mecca lasciarono nell'estate del 622 la loro patria mettendosi in cammino verso Jathrib. Solo nell'autunno il profeta, accompagnato da Abu Bekr, tenne loro dietro, avendo dovuto prima, come depositario, regolare degli affari di denaro per i suoi seguaci. Il 20 settembre del 622 giunse a Kuba, sobborgo a circa mezzo miglio da Medina. Questa Hig'ra [Egira] del profeta, che non era una fuga, ma un espatriare per romperla con un passato insostenibile e per iniziare una vita nuova, parve ai musulmani, e con ragione, così importante, che sotto il regno del secondo califfo ne fecero il punto di partenza di una nuova era, riconducendo naturalmente tal punto al primo giorno di quell'anno.

Primo pensiero di Maometto fu di innalzare un tempio per la preghiera: costruito di tegole crudi e coperto da un tetto di foglie di palma, in breve fu pronto. Al compito, naturalmente a lui spettante, di pacificatore provvide stipulando un patto dettagliato, il cui testo ci rimane, fra gli abitanti della città. Le varie famiglie si riunirono in una comunità unica, posta sotto la protezione di Allah e comprendente anche i pagani e gli ebrei. La preponderanza toccava di per sé ai credenti, essendo questi l'anima della corporazione ed obbligando le loro azioni la comunità, secondo l'antica teoria araba. Il diritto generale di vendetta è soppresso. L'uccisore è soggetto alla vendetta del sangue, ma nessuno può prendere le sue parti. La comunità è solidale contro nemici esterni; ma gli Ebrei, quando non si tratti di un attacco contro la città stessa, sono obbligati solo a contribuire alle spese di guerra, non a prendervi parte attiva.

Sostegno principale di Maometto nella nuova patria furono i suoi compaesani emigrati dalla Mecca, i Muhag'irún. Mentre i Meccani discretamente agiati si distribuivano nei vari quartieri della città, quelli privi di casa e di mezzi - e non erano pochi - si raccolsero intorno al profeta, formando la sua guardia del corpo e contribuendo non poco ad accrescerne la considerazione presso i suoi nuovi concittadini.
Nei primi tempi del soggiorno a Medina l'interesse religioso del profeta era dominato dai suoi rapporti con gli ebrei. Forse egli sperava che si sarebbero convertiti alla sua dottrina. Per questo cercò di propiziarseli, adattando in diversi punti al loro culto il culto della sua comunità. Già alla Mecca aveva introdotto il sistema di pregare rivolti verso Gerusalemme. Ad imitazione del digiuno giudaico nel giorno dell'espiazione, il 10 tishri, prescrisse il digiuno per il giorno della Ashma, il 10 muharram. Avendo potuto a Medina celebrare pubblicamente e indisturbato il servizio religioso insieme alla sua comunità, stabili l'ufficio del « muedhdhin » [muezzin], incaricato di chiamare i fedeli alla preghiera.

Con ciò veniva a mettersi in voluto contrasto con le due religioni monoteiste. Mentre nelle sinagoghe d'Oriente l'invito alla preghiera si faceva a suon di tromba, i cristiani adoperavano grosse raganelle di legno (semanteria) invece delle campane, come ancor oggi la chiesa romana usa durante la settimana santa. In contrasto con queste due usanze, Maometto scelse la voce umana per chiamare i suoi fedeli alla preghiera.
Ma presto si accesero dispute d'ogni sorta fra Maometto e i dottori ebrei. Per quanto le cognizioni di questi ultimi, in una comunità così remota, fossero scarse, essi erano molto superiori, per sapere positivo e per acutezza di mente, rispetto al profeta ignaro di ogni disciplina di studi: nè potevano restar loro celate le molteplici lacune della sua scienza biblica, esposte nelle súre della Mecca. Ma i loro motteggi in proposito non valevano a scuotere in lui la fede nella verità delle sue rivelazioni. L'opposizione degli ebrei alla sua dottrina voleva solo dire per lui che essi si erano scostati dalla retta fede e che avevano falsificato le sacre scritture, la cui origine divina egli aveva già pur riconosciuta.

Questa polemica con gli ebrei ebbe presto conseguenze pratiche. Già nel secondo anno del suo soggiorno a Medina egli prescrisse che chi pregava dovesse rivolgersi non più verso Gerusalemme, ma verso il santuario della Kaaba. E mise sempre più in rilievo il carattere nazionale, prettamente arabo, della sua religione. Tolse via il digiuno della Ashma, prima prescritto ad imitazione degli ebrei, sostituendolo col digiuno, ancor oggi osservato, durante tutto il mese di Ramadàn. All'opposto dei cristiani, che durante il digiuno della quaresima si astenevano solo dal mangiar carne, prescrisse ai fedeli completa astensione dal cibo durante il giorno, lasciandoli liberi di compensarsi durante la notte.
A motivare questo riaccostarsi al culto della sua città natale, Maometto asseriva che la sua religione, era identica a quella di Abramo: il quale aveva fondato il santuario della Mecca per il figlio Ismaele e istituito il pellegrinaggio annualmente celebrato; una volta ripulito questo dagli abusi pagani, si sarebbe tornati subito alle divine tradizioni di Abramo.

In tal modo egli veniva anche a motivare lo scopo più prossimo e più importante della sua politica estera, l'assoggettamento cioè degli Arabi pagani. Le circostanze non gli concedevano di aprir subito una campagna regolare contro di essi. Ma le carovane dei Meccani, che passavano da Medina, svegliarono ben presto la cupidigia dei credenti. Pare che fin dal primo anno e al principio del secondo Maometto tentasse ripetutamente, ma invano, di catturare quelle carovane. Solo al principio del mese sacro di Rag'ab una colonna mobile, inviata da lui con ordini suggellati, riuscì a sorprendere una ricca carovana di Meccani, la cui scorta - fidando nella tregua di Dio - non aveva preso speciali misure di sicurezza, ed a portarne via un copioso bottino. Ma quando vide l'indignazione suscitata in Medina stessa da questa violazione del diritto delle genti, Maometto ripudiò la propria iniziativa, pure indubbia, dando a credere che i suoi ordini fossero stati male interpretati. Più tardi però, quando la vista della ricca preda ebbe a sufficienza risvegliati gli appetiti, non temette di dichiarare, in una delle sue rivelazioni, legittima la lotta contro gli infedeli anche nel mese sacro, facendo poi spartire la preda.

Di lì a due mesi si presentò di nuovo l'occasione di ripetere questo bel colpo. Si aspettava alla Mecca la carovana siriaca di Gaza, cui partecipavano con i loro capitali quasi tutte le ditte della Mecca. Era condotta da Abú Sufjàn, capo della casa degli Umaija. Per invito di Maometto circa 300 volontari, tanto immigrati quanto medinesi, si tenevano pronti ad una scorreria contro la carovana. Ma Abú Sutjàn, che se l'aspettava, fece passare i suoi per un'altra via, lungo la costa. Intanto i Meccani, avvertiti da un corriere del pericolo imminente, si misero in marcia verso nord, in numero -- si dice - tre volte maggiore dei musulmani. Maometto aveva pensato di sorprendere Abu Sufjàn presso Badr, località sulla strada carovaniera, fornita di acqua potabile. Ma invece di lui si vide venire incontro un buon nerbo di truppe. Ci volle tutta la grande forza persuasiva di Maometto per indurre i suoi uomini ad accettare la battaglia. Ma una volta decisi, l'ubbidienza e la disciplina, a cui i suoi seguaci erano abituati per via delle preghiere quotidiane in comune, riportarono la vittoria sopra la disordinata preponderanza dei Meccani.

Grande fu l'effetto morale di questo primo successo. Quasi ogni famiglia meccana ebbe da piangere la morte di un parente o da riscattare un prigioniero. A Medina la vittoria accrebbe molto l'influenza del profeta, rendendogli possibile una energica opposizione contro i suoi avversari che fin allora aveva dovuto tacitamente sopportare. I Medinesi rimasti tuttora pagani dovettero ora convertirsi all'Islam. Molti di loro lo fecero con qualche ripugnanza, e questi « incerti » diedero ancora assai da fare al profeta. Agli Ebrei andò ancora peggio.

I primi ad accorgersi della sua potenza furono i Kainukà, tribù di orefici. Prendendo a pretesto il fatto che essi avevano ucciso un musulmano, ucciso in rissa da un ebreo, Maometto riunì i suoi soldati contro di loro e li costrinse alla resa, dopo averli assediati per due settimane nel loro quartiere. Condannati a morte, ebbero, per intercessione del capo dei Chasrag', commutata la pena nella perdita di ogni avere e nell'esilio.

Continuando Maometto a disturbare il commercio carovaniero dei Meccani, questi, alleatisi coi loro vicini Thakif di Tàif, decisero di vendicare la sconfitta di Badr. Misero insieme un esercito di 3000 uomini, poderoso in proporzione ai mezzi degli Arabi, fra cui 700 protetti da corazze, con 200 cavalli e 3000 cammelli. Portandosi dietro una moltitudine di donne, procedevano lentamente. Al cominciare del 624 giunsero alla pianura che si stende al nord di Medina fino al monte Ochod, distante una buona mezz'ora dalla città. Maometto voleva dapprima, consigliato dal capo dei Chasrag', aspettare l'assalto in città, ma poi l'ardore battagliero dei suoi lo indusse a uscire contro i nemici. Alla vista del poderoso esercito, i credenti si persero d'animo; ciò nonostante Maometto non rinunziò a combattere in campo aperto, ne si scoraggiò nemmeno quando il capo dei Chasrag' si ritirò in città con 300 uomini. Malgrado questo cattivo inizio i Musulmani si trovarono a tutta prima in vantaggio e già penetravano negli accampamenti dei nemici. Il che vedendo, una divisione di arcieri, che doveva coprire il loro fianco sinistro, credette bene di abbandonare il suo posto. Ne approfittò Chàlid ibn al-Walid alla testa della cavalleria meccana per dare addosso al fianco scoperto dei musulmani, offrendo così il primo saggio della sua perspicacia militare, più volte poi dimostrata (in seguito) quando entrò a servizio dell'Islam, fino a divenire "la spada dell'Islam".

La battaglia era perduta per i musulmani; Maometto stesso ferito, e la voce sparsasi della sua morte tolse ai suoi l'ultima ombra dl resistenza. Per fortuna di questi ultimi, i Meccani non seppero trar profitto della vittoria; soddisfatti del loro successo tornarono semplicemente in patria.
Questa sconfitta non poteva certo, agli occhi dei suoi seguaci, recar danno al profeta, ben sapendo essi di averla meritata con la loro disubbidienza. Ma presso i Beduini dei dintorni la sua reputazione fu assai scossa, come si vide per es. dall'assassinio di 40 dei suoi missionari nel territorio della tribù dei Hawàsin. Egli dovè cercare di compensare con una nuova impresa quanto aveva perduto in rinomanza guerresca. Gli Ebrei furono anche questa volta la vittima più vicina e più facile. Sotto un pretesto da nulla assalì i Nadu, rinchiudendoli nel loro quartiere. Dopo quindici giorni di assedio, e poichè non osavano aiutarli nemmeno i Koraisa, loro compagni di fede, dovettero capitolare.

Emigrarono nell'oasi di Chaibar, a 20 miglia a nord di Medina; dove già si trovava una numerosa colonia ebraica. Maometto assegnò i loro possessi ai suoi Muhag'irùn. Nel corso dell'anno 626 il profeta condusse anche scorrerie contro alcune tribù beduine, spingendosi una volta fin verso la Mecca. In tali spedizioni non rischiose soleva condurre seco due delle sue mogli. In una di queste spedizioni la sua moglie favorita Aisha, figlia di Abu Bekr, allora quattordicenne, messasi una sera a ricercare una collana smarrita, si trovò lontana dal campo e vi fece ritorno solo al mattino seguente, accompagnata da un giovane già prima da lei conosciuto. Venuta perciò in sospetto di infedeltà, il profeta la rimandò dai genitori. Ma trascorso un mese Allah gli confermò l'innocenza di lei mediante una rivelazione; così fu decretato che ogni accusa contro una donna maritata, quando non fosse corroborata da quattro testimoni, dovesse ritenersi calunniosa ed esser punita con cento scudisciate. Il suo genero Ali si era trovato fra quelli che volevano persuadere il profeta a separarsi da Aisha; da questo tempo data certamente l'odio col quale essa perseguitò Ali durante il suo califfato. Ad ogni modo questa avventura della collana non esercitò alcuna influenza sulla posizione sociale delle donne nell'Islam, come si è creduto.
L'obbligo del velo per le donne maritate era già antico in Arabia, e il profeta lo aveva già prima intimato di nuovo in altra occasione. Ma il velo non ha impedito alle donne, tanto prima dell'Islam quanto dopo fin nell'età degli Umaijadi, di mostrarsi assai liberamente in pubblico e spesso di esercitare un'influenza assai considerevole. Solo l'istituzione dell'harem, introdotta dagli Abbasidi secondo l'esempio bizantino-cristiano, finì per abbassare la dignità della donna.

Nonostante le scorrerie di Maometto fra i Beduini, i Meccani erano nel frattempo riusciti a mettere insieme una forte lega contro di lui. Circa nel marzo del 627 mossero contro Medina pressochè 10.000 uomini, compresi 4000 Koraishiti, sotto il comando supremo di Abú Sutjan. Questa volta marciarono con straordinaria rapidità, tanto che Maometto ebbe solo una settimana di tempo per prepararsi al loro assalto. Data la preponderanza dei nemici, non c'era da pensare a una battaglia in campo aperto. Doveva difendersi dentro Medina stessa, tanto più che secondo lo statuto della comunità solo in questo caso tutti quanti i cittadini erano obbligati a seguire l'esercito. La città era discretamente protetta da tre lati da file contigue di case, ma scoperta dal lato settentrionale. Consigliato da un antico schiavo persiano, Salman, Maometto fece qui scavare una larga fossa, per garantirsi dall'attacco della cavalleria. Un tal mezzo di difesa era fino allora sconosciuto in Arabia, ed eccitò tanta meraviglia che questa spedizione ne prese il nome di « guerra della fossa » (da allora quasi tutti i castelli e le fortezze usarono questo accorgimento)

Lo scopo fu pienamente raggiunto: i nemici si videro costretti a porre l'assedio e se ne stancarono presto, soprattutto per la difficoltà dell'approvvigionamento con i campi privi di raccolti di ogni genere. Fallite anche, per la loro indecisione, le trattative con la tribù ebraica dei Koraisa, dimoranti appunto sul limite estremo della città, e vedendo che le cavalcature, il possesso più prezioso degli assedianti, morivano in massa per l'inclemenza del clima, i Meccani dovettero in breve decidersi alla ritirata. Lo stesso giorno Maometto assalì i Koraisa, la cui condotta era sempre stata ambigua e che dopo quindici giorni di assedio furono costretti ad arrendersi. Per dare un esempio, Maometto fece giustiziare gli uomini, in numero di 600, mentre le donne e i bambini erano venduti come schiavi.

Da quando Maometto prescrisse di pregare col viso rivolto verso la Kaaba, riconoscendone così la santità, dovette continuamente mirare, come scopo supremo della sua politica, ad impadronirsene. Dapprima tentò di prendere parte, in pace con i suoi, al pellegrinaggio generale dell'anno 627. Accordatosi, probabilmente per mezzo di suo zio Abbas, con i capi della città e trovatili in disposizioni pacifiche, si mise in viaggio, in veste di pellegrino, verso la Mecca, insieme a 1500 uomini armati della sola spada. Ma pare che nel frattempo gli umori verso di lui fossero mutati. Giunto a dieci miglia dalla città, venne a sapere che i Meccani coi loro alleati avevan posto il campo dinanzi alla porta di settentrione e spinta innanzi la cavalleria sulla strada di Medina. Allora Maometto piegò a destra, ed evitando gli avamposti della cavalleria, giunse ad Hodaibija, sul confine del territorio sacro. Di qui aprì trattative coi Meccani, inviando a tale scopo in città il proprio genero Othman, più di altri influente per appartenere alla stirpe degli Umaijadi. Passati tre giorni senza che ritornasse, si sparse la voce che fosse stato assassinato.

Maometto non avrebbe potuto lasciare impunita una tale violazione del diritto delle genti, per quanto non preparato alla battaglia. Raccolse pertanto intorno a sè le sue genti; e all'ombra di un grande albero si fece giurare di nuovo fedeltà. L'aver prestato questo « omaggio della soddisfazione », cioè della soddisfazione divina, costituì più tardi un alto titolo di gloria. Quella voce però risultò infondata; i Meccani si mostrarono ben disposti a un accordo pacifico. Col parlamentario inviato al suo campo Maometto concluse un armistizio per dieci anni. Acconsentì inoltre a rinunziare per questa volta al suo proposito e a tornare indietro; in compenso i Meccani, passato l'anno, gli avrebbero lasciata libera la città per tre giorni, sì che egli e i suoi potessero attendere indisturbati alle cerimonie del pellegrinaggio. Se durante l'armistizio qualcuno dei Koraish fosse venuto a lui contro il volere del suo parentado, egli doveva consegnarlo; mentre i disertori dalla parte di lui potevano restare indisturbati alla Mecca. Questa concessione mosse a sdegno i compagni del profeta, tanto più avendo egli rinunziato ad esser qualificato come « messo di Dio » nel documento del trattato. Ma l'avvenire gli diede ragione.

Secondo le convenzioni, egli aveva consegnato ai Banú Suhra uno dei loro clienti. Costui però uccise strada facendo uno dei due custodi che dovevano riaccompagnarlo alla Mecca, e fuggì presso la costa. Intorno a lui si raccolsero di lì a poco numerosi fuggiaschi, che si trovavano nella sua stessa condizione; e sotto la sua guida presero ad assalire le carovane meccane che di là passavano. Toccò allora ai Meccani stessi di pregare il profeta di cancellare quel malaugurato paragrafo del trattato e di riprendersi i banditi.
Allo scopo di offrire ai suoi seguaci un compenso per l'apparente insuccesso di Hodaibija, Maometto li condusse, poco dopo e cioè nella primavera del 626, contro le ricche colonie di Ebrei di Chaibar, Wàdilkorà e Fadak. Costoro avevano preso come alleati, perchè li difendessero, 4.000 Beduini della tribù dei Ghatafàn; ma quando questi videro che gli Ebrei non osavano tener testa al profeta in campo aperto, ma si rinchiudevano nei loro castelli, li abbandonarono.
Dapprima i Musulmani, non possedendo macchine da assedio, non riuscirono a nulla. Solo ricorrendo al tradimento riuscì loro di penetrare in uno dei quartieri, dove trovarono arnesi da guerra e li misero in opera contro gli altri castelli. Allora gli Ebrei capitolarono, col patto di poter liberamente uscire insieme alle donne e ai bambini, previa consegna di tutti i loro beni. Ma non sembrando opportuno di stabilire colonie di credenti a grande distanza da Medina, il che avrebbe sottratto forze all'Islam tuttora giovane, il terreno fu lasciato agli Ebrei, col patto che versassero la metà delle rendite.

Nel prossimo pellegrinaggio Maometto potè quindi, secondo il patto, entrare nella Mecca. I pagani avevano abbandonato la città, ma oltre ai suoi parenti, rimastivi con suo zio Abbas a capo, egli ebbe la soddisfazione di ricevere la confessione di fede di alcuni fra i più accaniti avversari di prima, tra i quali di Chàlid ibn al-Walid, il vincitore di Ochod, detto poi « la spada dell'Islam » e dell'Umaijade Amr ibu al-As, in seguito primo governatore d'Egitto.
La nuova potenza che cominciava a formarsi in Arabia attrasse fin da allora l'attenzione dei governatori delle province dell'impero bizantino. Kyros (Ciro), patriarca di Alessandria, vicerè di Egitto sotto l'imperatore Eraclio e detto dagli Arabi, con storpiamento del suo soprannome greco, Mukaukis, mandò in dono al profeta, di cui doveva ben conoscere i gusti, insieme ad altro, due belle schiave. Una di queste, Maometto la lasciò al suo poeta di corte Hassan ibu Thàbit, il cui ufficio era di celebrare le gesta dei Musulmani. L'altra, Màrija, se la prese egli stesso per concubina ed ebbe la gioia che gli partorì un figlio, mentre tutte le sue mogli legittime, ad eccezione di Kadig'a, eran rimaste sterili. Gli pose nome Ibrahim, a ricordo del patriarca di cui si sentiva chiamato a ristabilire la fede; ma il figlio morì ancor prima di aver compiuto un anno.

Non altrettante pacifiche furono, fin dal principio, le relazioni dei Musulmani coi Bizantini della Siria. Diffondendosi la potenza di Maometto anche fra i Beduini dell'Arabia settentrionale, presto egli venne a contatto coi posti di confine romaici. Un messo, che egli aveva inviato nel 629 dal comandante della fortezza di Bostra nella regione orientale del Giordano, fu imprigionato e ucciso. Per vendicare questo delitto Maometto spedì al nord un esercito di 8.000 uomini, guidati da suo figlio adottivo Said ibu Hàritha. Le truppe ghassànide di confine mossero contro i Musulmani e nella battaglia ingaggiata a poche miglia al nord di Medina rimasero vincitori i credenti, i quali si spinsero allora fino a Muta, presso l'estremità meridionale del Mar Morto. Quí s'imbatterono in un esercito bizantino, nel frattempo raccolto sotto il comando del patrikios Teodoro.

Il valore dei Musulmani, per quanto grande, non poteva compensarne la deficienza numerica, caduti Said e due altri generali nominati in sua vece da Maometto, Chàlid ibu al Walid riuscì a stento a ricondurre a Medina le truppe decimate. Per attenuare la cattiva impressione di questo scacco, Amr ibn al-As fu spedito di lì a poco contro i Beduini al nord del deserto; e le sue mosse energiche indussero nello stesso anno la maggior parte delle tribù a convertirsi all'Islam.

I Koraishiti della Mecca avevano da un pezzo rinunziato alla speranza di una nuova vittoria sul profeta, badando solo a mantenere l'armistizio di Hodaibija e di scansare nuovi pericoli per il loro commercio già di per sè indebolito. Il profeta invece non attendeva che un pretesto per finirla una buona volta con essi. E il pretesto di dichiarare rotta la pace gli fu offerto da una rissa scoppiata fra una tribù di Beduini convertiti all'Islam e alcuni partigiani dei Koraish, ed alla quale si diceva avessero preso parte anche cittadini della Mecca.
Nel Ramadan dell'anno 630 egli marciò contro la sua città natale con un grosso contingente di Medinesi e Beduini, in tutto 10.000 uomini. Già a mezza strada parecchi Meccani, fra i quali suo zio Abbas, gli vennero incontro e si unirono a lui. Solo un esiguo partito di cittadini pensava ancora sul serio alla resistenza. Posto che ebbe il profeta il campo a Marr as-Sahràn, a nord-ovest della Mecca, gli si presentò Abù Sutjàn stesso, una volta l'anima dell'opposizione contro di lui, per fare confessione di fede. Ottenuta la promessa di piena sicurezza per sè e per tutti quelli che avevano cercato asilo in casa sua, tornò in città. Di buon grado i suoi concittadini seguirono il consiglio di non opporsi all'entrata del profeta. Solo un manipolo di irriducibili si tenne pronto alla lotta. Maometto fece entrare le sue truppe nella Mecca da tre parti contemporaneamente. Chàlid ibn al Walid trovò breve resistenza solo alla porta meridionale, occupata dai partigiani della guerra, forse con la speranza di aprirsi il varco verso lo Jemen. Senza seria lotta la città si sottomise al suo grande figlio, da lei otto anni prima cacciato in esilio.

Giunto dinanzi alla Kaaba, Maometto girò sette volte attorno al santuario, toccando ogni volta la pietra nera. Con ciò egli veniva ad accogliere il rito pagano nella sua religione. Ma fece distruggere gli idoli posti nel tempio ed impose anche la consegna degli idoli rimasti nelle case private, quantunque non si aspettasse dai suoi concittadini la immediata conversione all'Islam. Solo quattro dei suoi antichi avversari espiarono con la morte colpe particolarmente gravi. Verso gli altri mostrò tanta benignità, da eccitare la gelosia dei Medinesi: che però, come presto si vide, temettero a torto che egli pensasse di rimanere alla Mecca.

Solo per una quindicina di giorni Maometto potè godere, nella sua città natale, del successo. Nel frattempo si era addensata contro di lui una nube minacciosa. I Thakif di Tàif, la città vicina al sud della Mecca, si erano alleati con la tribù affine dei Hawàsin, beduini sparsi dappertutto nel Neg'd. Un esercito di 30.000 uomini, poderosissimo per l'Arabia, si era accampato presso Honain. Venuti alle mani, i Beduini all'avanguardia delle truppe maomettane furono dapprima sopraffatti dalla cavalleria nemica; ma gli alleati, nonostante la prepotenza numerica, non riuscirono a scuotere la salda resistenza delle truppe medinesi, formanti il nocciolo dell'esercito. La maggior parte dei Hawàsin poterono scampare a Tàif, solo perchè i Beduini di Maometto ricordatisi intempestivamente di esser loro legati da parentela, li inseguivano in modo fiacco. Ricco bottino rimase ai vincitori nel campo nemico: Maometto ebbe così modo di rafforzare nella fede i neofiti suoi compaesani, offrendo doni « da guadagnare il cuore ».

Non altrettanto bene riuscì a Maometto la sua impresa contro la città stessa di Tàif. Quando subito dopo la battaglia di Honain, senza trattenersi a dividere la preda si spinse sotto le mura, trovò accanita resistenza da parte dei Thakif; né valsero a spezzarla le sue primitive macchine da assedio, via via incendiate dai nemici. Trascorse due settimane in vani e noiosi tentativi, egli tornò al campo, presso al quale era rimasto il bottino di guerra. Qui convennero anche parecchi Beduini fuggiti da Tàif, per rientrare in possesso dei loro averi e riscattare i loro parenti, in premio della loro conversione. In tal modo egli potè, senza pensiero, lasciarsi dietro i pagani tuttora rinchiusi a Tàif, visto che i loro alleati di prima li tenevano a bada.
Tornato il profeta a Medina, nel corso dei due anni successivi gli si presentarono deputazioni di quasi tutte le tribù beduine, per fare atto di volontaria sottomissione.

Nel 630 si arrese anche la città di Taîf, ormai quasi ridotta alla miseria dalle orde beduine senza posa scorrazzanti sotto le sue mura. Gli ambasciatori. venuti a far atto di sottomissione, chiesero invano una breve proroga in favore della loro dea Lat. Maometto fu inesorabile. Mughira ibn Shuba, un Thakif già prima presentatosi al profeta e che ritroveremo quale arrivista senza coscienza, ebbe l'incarico di distruggere la statua della protettrice della città. Ogni resistenza spirituale da parte del paganesimo era ormai finita. Anche i Cristiani dell'Arabia settentrionale non esitavano a rinnegare la fede. Solo nel sud la chiesa di Nag'ran, che già sotto un re ebreo aveva resistito ad una violenta persecuzione, si mantenne fedele al cristianesimo. Invano il profeta sfoggiò tutta la sua persuasiva col vescovo Abu'l-Harit e col principe Abdalmasicb, venuti in persona a Medina per le trattative; essi furono irremovibili e Maometto dovè contentarsi di un trattato che garantiva loro libertà di religione e di culto in compenso di un ragguardevole tributo.

Un indizio sicuro che Maometto teneva fin d'allora, incontrastata, la signoria sull'Arabia, ci è offerto dal riconoscimento della sua autorità da parte dei maggiori poeti del suo tempo. Nell'età pagana, i, poeti eran stati non solo l'orgoglio della loro tribù, ma con la forza delle loro parole avevano esercitato anche una notevole influenza politica. I due più celebrati poeti dell'età di Maometto, Lebid e al Asha, si convertirono all'Islam e l'ultimo di essi anzi esaltò il profeta in un panegirico, tuttora conservatoci. In fondo questi non era molto tenero della loro arte, nella quale vedeva uno dei più bei fiori dell'antico paganesimo. Se poi i suoi rappresentanti , ardivano di adoperarla contro la fede, egli era implacabile. Kaab, figlio di Suhair, di uno dei più illustri poeti dell'età pagana, della tribù dei Musaina, vedeva con dispetto, come erede dell'arte paterna, la diffusione della nuova fede, la quale con le sue incomode esigenze turbava profondamente le abitudini della vita quotidiana. Quando poi il suo stesso fratello Bug'air si fece maomettano, egli diede sfogo ai suoi sentimenti con amari versi satirici. Il profeta non poteva lasciare impunita una cosa tale. Kaab fu dichiarato fuori della legge, si da non essere più sicuro della sua vita se non avesse ottenuto il perdono del profeta. Egli mise pertanto tutta l'arte sua nel comporre un sonante encomio del nuovo signore del mondo arabo. Giunto felicemente a Medina, ottenne per mezzo di un'astuzia il permesso di leggere il suo carme. Maometto ne riportò sì profonda impressione, che gettò al poeta, come dono, il suo mantello, non di rado adoperato in Arabia, al pari che nella Francia medievale, come ricompensa ai poeti e cantori.

Kaab ritenne il dono così prezioso da rifiutare più tardi i diecimila dirham che glie ne offriva il califfo Moawija, il quale solo dopo la morte del poeta potè acquistare la veneranda veste dai suoi eredi. Da allora fu custodito, come uno dei più preziosi possessi, nel tesoro del signore dei credenti, prima a Damasco, poi a Bagdad; finchè nell'anno 1258 fu preda delle fiamme quando i Mongoli espugnarono questa città.
Solo una volta ancora Maometto condusse una spedizione armata. Era tuttora invendicata la disfatta di Muta inflitta alle sue truppe dai Bizantini. Nel cuore dell'estate del 630 chiamò le sue genti per una campagna contro i Romaici. Da che cosa vi fosse indotto, non è chiaro; forse credeva di dover tenere occupati i Medinesi non soddisfatti nemmeno dopo la spartizione del bottino di Honain. Si mise in marcia verso il nord, con 30.000 uomini; ma non andò oltre Tabuk, oasi con campi di grano e piantagioni di palme, presso il confine dell'impero bizantino. Qui fece sosta, sia che la vecchiezza fiaccasse già la sua energia, sia che si fosse convinto della inattuabilità del suo proposito. Qui venne a fargli omaggio il principe cristiano di Aila, ora Akaba, sulla punta settentrionale dei braccio orientale del Mar Rosso.

Non era lontano il giorno in cui doveva esser tolto al paganesimo arabo fin l'ultimo sostegno. Dopo la presa della Mecca il profeta aveva per intanto tollerato che la cerimonia del pellegrinaggio continuasse ad esser celebrata alla maniera pagana. Nel 630 mandò Abú Bekr a guidare i pellegrini da Medina alla Mecca, probabilmente per non sanzionare con la sua presenza gli abusi che colà regnavano. Ma al termine della cerimonia il suo genero Ali diede lettura a nome suo, a Mina, di un decreto, conservatoci nei primi versetti della IX sura e in cui il profeta si stacca definitivamente dagli idolatri. Nessun miscredente dovrà più in avvenire compiere il pellegrinaggio nel terreno santo. I trattati conclusi dal profeta con gli infedeli restano in vigore fino al termine convenuto, purchè questi continuino ad eseguirli puntualmente. A chi non è legato da un trattato, resta la scelta fra la conversione all'Islam o la guerra fino allo sterminio. Fino al termine dei mesi sacri i pagani hanno tempo di tornare in patria indisturbati; dopo, saranno assaliti dovunque si trovino. Questa rottura raggiunse lo scopo: solo in pochi casi i Musulmani furono costretti, nell'Arabia stessa, a ricorrere alle armi.

Verso la fine dell'anno decimo dell'Egira, nella primavera del 632, Maometto poteva considerare la sua missione in Arabia. come compiuta. A testimonianza di ciò egli intraprese con tutte le sue donne e con largo seguito di fedeli, un solenne pellegrinaggio alla Mecca, detta nella biografia tradizionale il « pellegrinaggio di congedo ». Tutto quel che egli fece in quei giorni è riferito con minuta esattezza, ed è considerato fino ad oggi dai musulmani quel pellegrinaggio come modello per il retto compimento dei doveri religiosi. Si dice che nel secondo o terzo giorno il profeta tenesse un'allocuzione, soprattutto per fissare il computo dell'anno in base a dodici mesi lunari e inoltre per inculcare ai credenti i doveri fondamentali dell'Islam.
Tornato dal pellegrinaggio il profeta trovò a Medina varie notizie minacciose. Nell'Arabia centrale un capo dei Banù Hanifa, di nome Musailima, si era sollevato e con una lettere insolente invitava il profeta a riconoscerlo come suo pari. Anche nel lontano oriente eran scoppiate fra i Banu Assad agitazioni sospette. Ciònonostante il profeta decise una nuova campagna contro i Bizantini.

Nel maggio del 632 affidò il comando delle truppe da spedirsi contro i Cristiani a Usàma, figlio del Said caduto a Muta. Durante questi preparativi il profeta cadde malato, pare di febbre malarica, epidemica a Medina. Sebbene non avesse che 62 anni, la sua forza aveva molto sofferto dagli strapazzi degli ultimi tempi e dagli eccessi dell'harem. Dovette rinunziare all'abitudine di passare via via una notte nelle tende delle sue donne, e prendere stabile dimora presso la moglie favorita Aisha. Dopo aver esortato all'ubbidienza i fedeli, scontenti della nomina del giovine Usàma, fu costretto a rinunziare alla pratica quotidiana della preghiera, ufficio che trasmise al suo vecchio amico e suocero Abú Bekr.
Perdeva sempre più le forze e la sua coscienza era turbata da allucinazioni. Il 7 giugno del 632, di domenica, voleva dettare le sue ultime volontà; ma Omar credette bene di non accondiscendere al suo desiderio, temendo che delle disposizioni non ponderate potessero compromettere gli interessi della religione. Nell'ultima notte la febbre quasi cessò e al mattino l'infermo parve migliorato. Raccoltisi i credenti per la preghiera, il profeta uscì dalla porta che dalla tenda di Aisha metteva nella moschea, per vedere ancora una volta i suoi fidi. Appena rimessosi a letto, la febbre lo riprese. Cominciò l'agonia. Verso mezzogiorno, Aisha sentì che la stretta della sua mano si affievoliva. Ancora un debole grido: « il sublime compagno del paradiso », e Maometto era morto.

3. MAOMETTO E LA SUA DOTTRINA.
- Non sarà mai facile, per il sentimento di noi Europei, di dare un giusto giudizio del carattere del profeta. Questo giudizio non riuscirebbe incerto se noi conoscessimo solo o il fanatico della Mecca con le sue incrollabili convinzioni e la sua profonda influenza sugli uomini migliori del suo popolo, ovvero solo l'esperto diplomatico di Medina, che tiene fisso l'occhio alla sua alta mira, la signoria su tutta l'Arabia, e che per raggiungerla non indietreggia nemmeno dinanzi a passeggere umiliazioni. Ma appunto la fusione di queste due qualità, che ci fa dubbiosi della sua schiettezza durante i suoi ultimi anni di vita, è tipica della sua età e del suo popolo. Non gli si deve far troppo carico di aver talvolta offeso le idee morali del suo tempo per soddisfare gli impulsi della sua indole sessuale; egli stesso non nascose mai le sue debolezze umane: nè pretese mai di esser mondo di peccati.

La religione di Maometto, naturalmente, deve solo giudicarsi in base al Corano. Di un suo sistema non si può propriamente parlare: acutezza e conseguenza di pensiero non furono mai il suo forte. Il suo mondo ideale gli appartiene solo in piccola parte, derivato com'è dal cristianesimo e dal giudaismo, che egli però seppe abilmente adattare ai bisogni religiosi del suo popolo.
Il dio di Maometto è prima di tutto il Signore. Già fin dall'età babilonese il semita vede nel suo dio un dominatore ostinato, capriccioso e crudele, la cui volontà è inesplorabile solo in quanto è volubile come quella di un despota orientale. Anche il dio di Maometto castiga il miscredente con interna soddisfazione, come un Arabo vendicativo si vendica di un'offesa personale. Non emana i suoi decreti in quanto sono santi e giusti, ma perchè così gli piace. Di una conseguenza qualsiasi non è da parlare. Ora Maometto fa sì che Dio stabilisca ab aeterno quali degli uomini arriveranno alla beatitudine per mezzo della fede, quali persisteranno nell'errore e saranno perciò eternamente dannati; ora non nega all'uomo il libero arbitrio. Non è meraviglia che proprio su questo punto si accendessero, nella dogmatica posteriore, le lotte più accanite. Si sa che finì per trionfare la dottrina assoluta della predestinazione, ossia quel fatalismo che da allora in poi forma uno dei tratti più essenziali della concezione mondiale islamitica.

Del resto il monoteismo astratto, al quale l'Islàm deve in non piccola parte l'efficacia del suo proselitismo, si è svolto solo a poco a poco. Nel primo periodo della sua attività profetica, e sotto l'influenza de' suoi maestri cristiani, Maometto aveva ammesso due mediatori fra Dio e l'uomo, la parola (l'ordine) e lo spirito, con manifesta dipendenza dalla dottrina della trinità, da lui più tardi così aspramente combattuta. Di pari passo coll'irrigidirsi del concetto di Dio si andò formando un grossolano antropomorfismo, occasione in seguito a violente contese dogmatiche, terminate con la vittoria dell'ortodossia, che volle interpretati alla lettera tutti i relativi passi del Corano, evidentemente anche secondo lo spirito dei fondatore della religione.

Il secondo dogma fondamentale dell'Islam dice: Maometto è il messo di Dio. Il profeta aveva preso dall'Antico Testamento la dottrina del peccato originale. Per ammonire gli uomini delle conseguenze, in specie dell'idolatria, Iddio mandava - secondo l'insegnamento di Maometto - di tempo in tempo a ciascun popolo dei profeti, manifestando loro la propria volontà per mezzo dell'angelo Gabriele. Queste rivelazioni si trovano, benchè non più in forma genuina, nelle sacre scritture degli Ebrei e dei Cristiani. Il penultimo profeta è Gesù: al pari de' suoi predecessori, egli ha predetto la venuta di Maometto, dopo il quale non apparirà alcun altro profeta. Maometto è stato inviato in specie agli Arabi; ma la sua religione, l'Islam o abbandono nella volontà di Dio, deve ristabilire su tutta la terra la pura dottrina di Abramo, falsificata dagli Ebrei e dai Cristiani.

La parola di Dio a Maometto è il Corano. Così si chiamò dapprima ogni singola rivelazione; più tardi il nome fu applicato alla raccolta di tutte le rivelazioni. Come norma e regola di vita il Corano trova il suo necessario complemento nelle parole e fatti del profeta, la Sunna, che spetta alla tradizione di propagare. Essendosi però formata in gran parte solo nei due primi secoli dell'Islam, essa non deve usarsi come fonte per la dottrina stessa del profèta, se non con grande cautela.
Nel secondo periodo della sua attività meccana le idee escatologiche stanno in prima linea. Il nocciolo delle sue concezioni dell' al di là risale a fonti giudaiche, e quindi indirettamente dell'antica Babilonia e della Persia. Da principio credeva che il giorno del giudizio fosse imminente: poi si vide costretto a rimandarne il termine a una data sempre più remota, di cui Dio si è riservata la nozione. Il principio ne sarà annunziato da un potente colpo o suono, a cui seguirà un suono di trombe o il grido di un angelo. Subito la terra prende a scuotersi, i monti tremano come un miraggio o volan via come nubi e son ridotti in polvere, il mare trabocca dalle rive, il sole comincia a girare sul suo asse, la luna si oscura e si spezza, le stelle precipitano, il cielo si apre, schiudendo alla vista degli uomini il mondo futuro.

Secondo le súre più antiche, nel giudizio universale sarà aperto solo il libro celeste in cui tutte le azioni degli uomini son registrate; e conforme ad esso sarà pronunziata la sentenza. A ciascuno è data la lista delle sue azioni, perchè la legga; a chi è data nella mano destra, capisce che lo attende il premio; a chi è data nella sinistra, riconosce che lo aspetta la dannazione. I beati vanno a destra di Dio, i dannati a sinistra, mentre i più pii si schierano in tre gruppi accanto al trono celeste. Nelle descrizioni posteriori questa semplice scena vien dipinta con sempre più vivaci colori: Dio pesa le buone e le cattive azioni in una bilancia. I dannati cercano di scusare le loro colpe, ma i profeti del loro tempo testimoniano contro di essi. Alla sentenza tien dietro immediatamente il premio o il castigo. I giusti soli trasportati nel giardino dell'Eden e nel paradiso, che Maometto, il cittadino arabo cresciuto nel clima torrido della valle, immagina posto sulla fresca vetta d'un monte. Zampilla lassù una vivace fontana; molli seggi su variopinti tappeti la circondano. Vi seggono i beati, raggianti di gioia, vestiti di raso verde con fibbie d'argento bevono chi l'acqua della sorgente mescolata ad essenze preziose, chi vino squisito versato da anfore turate col muschio. Tutto intorno alberi, che dànno ombra nonchè frutta e grappoli d'uva. Godono inoltre della compagnia di fanciulle dagli occhi neri (Hur), alle quali Dio ha concesso perpetua giovinezza.

Come si vede, queste gioie del paradiso sono calcolate esclusivamente per la fantasia di uomini. Alle donne, cui è pure promesso il soggiorno in quei giardini, il profeta promette assenza di odio e invidia e le gioie che vengono dai pii discorsi e dal saluto di Dio.
Mentre ai beati si schiude il paradiso, i dannati piombano nel gahannam [la geenna], nell'abisso pieno di vampe infuocate. Oltre ai tormenti delle fiamme, altri ne minaccia Maometto agli scellerati, però senza la gradazione sistematica delle pene, quale la fantasia degli Ebrei e dei Cristiani vede nell'inferno. Alla fontana del paradiso corrisponde una sorgente calda e fetente, il cui liquido strazia le viscere degli assetati. Invece delle frutta, si porge loro un'erba puzzolente, che non calma gli stimoli della fame. Più tardi ne prende il posto l'albero Sakkùm, « che sorge dal fondo della vampa e reca come frutti teste di satana ». Altrove l'inferno è dipinto come una stanza della tortura, con anelli di ferro e catene, maneggiate da diciannove sgherri al comando di un capo. Alle torture del corpo si aggiungono i tormenti dell'anima; i dannati rimproverano sè stessi, scagliano maledizioni, supplicano invano la liberazione. Le pene dell'inferno sono eterne non meno delle gioie del paradiso; e Maometto respinse aspramente a Medina la speranza degli Ebrei, che ai peccatori del popolo d'Israele toccasse solo una punizione temporanea.

I doveri religiosi non stanno nel Corano in intimo rapporto con la dottrina propriamente detta; hanno piuttosto, come nel tardo giudaismo, il carattere di legalità esteriore. Comandamenti di alto valore morale, come quello della probità, son messi alla pari con prescrizioni puramente rituali, come l'abluzione prima della preghiera. Questo anzi è il primo dovere canonico dei fedeli. Se l'acqua manca, si può sostituirla con una fregagione con la sabbia. Secondo dovere è la preghiera. Consiste in una serie di formule e luoghi del Corano del tutto fissi, da recitarsi in atteggiamenti pure rigorosamente stabiliti e alternantisi regolarmente. L'insieme di queste formule e posizioni del corpo si chiama Reka, da ripetersi almeno due volte per ciascuna preghiera. Ciascun credente ha l'obbligo di pregare cinque volte al giorno : prima del levar del sole, a mezzogiorno, nel pomeriggio, poco prima del tramonto, a sera e al principio della notte. Le ore della preghiera sono annunziate da un araldo, muezzin, dalla torre della moschea. Il venerdì la preghiera del mezzogiorno vien recitata in comune durante un officio divino pubblico. Le tien dietro la Chutba, allocuzione tenuta dal pulpito dall'officiante; dopo una tacita preghiera termina essa con la confessione di fede, col suffragio per Maometto e la sua famiglia, nonchè per i primi convertiti specialmente benemeriti dell' Islam e per tutti i credenti in genere; per la vittoria delle armi islamitiche, più tardi anche per il regnante, che con questo suffragio veniva ad essere riconosciuto come tale dalla comunità. Il riposo dal lavoro non era prescritto per il venerdì.

Il terzo dei principali doveri religiosi è il digiuno, l'astensione dal cibo e dalle bevande e da ogni altro godimento, per es. dai profumi, dall'alba al tramonto, per tutto il mese di Ramadan. In conto di sacra è specialmente tenuta la notte precedente il 27 Ramadàn, la cosiddetta Lailat alkadr o « notte della missione », nella quale il profeta fu chiamato al suo ufficio mediante la rivelazione della XXXVI súra. Dal dovere del digiuno sono esenti solo gli ammalati, i viaggiatori e i soldati in marcia, che però devono riguadagnare i giorni perduti.

Il quarto dovere canonico, da compiersi almeno una volta nella vita da ogni credente, è il pellegrinaggio; l'inadempimento è perdonato solo ai privi di mezzi, agli ammalati, ai non liberi. Giunto al confine del territorio sacro, il pellegrino deve lasciare le proprie vesti e indossare l'abito da pellegrino; consistente in due pezzi di stoffa qualsiasi, uno dei quali gli ricopre le spalle, l'altro si avvolge attorno ai fianchi. Solo i sandali sono permessi; il capo deve restare scoperto anche nell'estate più ardente. È la foggia di un periodo di civiltà da un pezzo scomparsa che sopravvive nel culto, come avviene anche in varie altre religioni. Alla Mecca, si deve prima di tutto visitare la Kaaba: un dado di pietra non del tutto regolare, lungo circa 40 piedi, largo 30 ed alto circa 40, ricoperto di stoffa ai quattro lati. La Kaaba occupa all'incirca il centro di una piazza aperta, lunga circa 200 e larga 150 passi, sulla quale oggi si trovano soltanto un paio di piccoli fabbricati laterali e che è contornata da una doppia fila di colonne.

Nell'interno della Kaaba, prima della riforma di Maometto, stavano degli idoli; poi sembra che non vi rimanessero che i candelabri. Gli angoli sono presso a poco orientati ai punti cardinali : nell'angolo orientale, circa 4 o 5 piedi sopra terra, è murata la famosa pietra nera, sasso ovale di circa 7 pollici di diametro, con superficie ondulata. Essa è oggetto di venerazione religiosa nella Mecca pagana, come anche altrove presso i Semiti troviamo assai spesso pietre sacre; Maometto accolse nel rituale del pellegrinaggio la costumanza di baciarla, senza darne speciale motivazione. Nei primi tempi dell'Islam questo culto della pietra, che si sentiva pagano, trovò opposizione. Accanto alla Kaaba zampilla la fonte Semsem, che anticamente salvò dal morir di sete nel deserto il progenitore degli arabi settentrionali, Ismaele, insieme ad Vagar madre di lui. I fedeli ne bevono l'acqua devotamente, dopo aver girato per sette volte attorno alla Kaaba. Vien poi la corsa fra Safa e Marwa. Son questi due punti elevati; il primo, distante circa 50 passi dal lato di sud-est della moschea, è segnato da tre piccoli archi aperti, ai quali si sale per tre gradini di pietra; il secondo ne dista circa 600 piedi, segnato solo da una piattaforma cui si accede egualmente per una gradinata. La distanza fra questi due punti deve essere coperta sette volte a passo di corsa, in modo da terminare a Marwa. Mentre con ciò sono compiute le cerimonie di rito per la piccola visita, o Umra, nel grande pellegrinaggio annuale i pellegrini, dopo il primo giro intorno alla Kaaba, si recano in massa, passando per la valle della Mina, nella vasta pianura alle falde dell'Arafàt, collina di granito alta 200 piedi, posta a circa tre miglia ad ovest della Mecca. Si dice che sulla vetta di essa Gabriele insegnasse per la prima volta la preghiera ad Adamo: in ricordo di che, i pellegrini vi compiono le loro devozioni. Quindi nel pomeriggio, a mezzo monte, vi si tiene una predica che dura, spesso interrotta da devote esclamazioni dei fedeli, precisamente fino al tramonto. La stessa sera tornano indietro, pernottando però a Musdalifa nella valle del Mina. Il giorno seguente prima dell'alba, ascoltano un'altra predica e quindi continuano ad avanzarsi fino alla valle del Mina. Dopo breve sosta i pellegrini si raccolgono dinanzi a una colonna bassa, sulla quale ciascuno deve gettare sette pietruzze. Lo stesso fanno a due altre pietre nel mezzo e all'uscita della valle : si dice a ricordo di Abramo, che in tale maniera cacciò via il diavolo che voleva impedirgli il passo. La festa termina qui con un sacrificio solenne ; i Beduini spingono innanzi grandi greggi di pecore, e ciascun pellegrino, rivolto verso la Mecca, taglia il collo al una pecora, dicendo : « In nome di Dio pietoso e misericordioso, Dio è grande ». Dopo di che depongono l'abito da pellegrino e si fanno tagliare i capelli, che nessun ferro deve toccare nel periodo consacrato. Per lo più si resta ancora due giorni a Mina, per ripetere al mattino la cerimonia delle pietruzze. Il dodicesimo giorno del mese delle feste si ritorna a Mecca, si fa un altro giro attorno alla Kaaba, e a passo di corsa il tratto fra Safà e Marwa; quindi si riprende la via della patria.
Anche per i musulmani che non partecipano al pellegrinaggio, i tre giorni dal 10 al 13 Dhu'l-Hig'g'a sono sacri. È la grande festa, detta oggi dai Turchi Korbàn Bairàm, o "festa del sacrifizio», per la quale in ogni casa si sgozza una pecora.

Il quinto dovere canonico, la tassa per i poveri, ha preso sempre più, con lo svolgersi della comunità musulmana, il carattere di una tassa governativa, come dovremo dire in seguito.
Oltre a questi cinque doveri canonici, considerati inviolabili, vi è ancora una lunga catena di prescrizioni, che la religione impone di osservare, e che tiene stretta tutta quanta la vita pubblica e privata dei Musulmani. Qui non possiamo accennare che alle più importanti.
Contro gli infedeli il Musulmano deve mostrarsi ostile; il combatterli è dovere religioso. Gli idolatri si devono assalire senz'altro; gli Ebrei e i Cristiani solo quando non abbiano tenuto in conto l'invito, ripetuto tre volte, di convertirsi all'Islam. Dopo la vittoria gli uomini siano uccisi, le donne e i bambini ridotti in schiavitù. Chi cade nella guerra santa, è sicuro del paradiso, come martire della fede. Secondo l'esempio del profeta, e permesso di stipulare trattati con Ebrei e Cristiani. Con ciò il dovere della guerra santa è solo differito, non soppresso.
Nella vita quotidiana cibo e bevande in specie sono in parte regolate conforme a prescrizioni dell'Antico Testamento. Sono impuri, e quindi da non mangiarsi, tutti gli, animali non scannati o non uccisi a caccia, inoltre il sangue e la carne toccata da creature impure, per es. da un infedele. Del tutto vietati sono gli animali da rapina, i cani, i gatti e i porci. Son pure proibite tutte le bevande inebrianti: benchè il Corano ricordi solo il vino, la teologia posteriore, secondo il senso della proibizione, la ha estesa all'alcool in qualsiasi forma, senza però riuscire a farla sempre rispettare. Insieme al vino il Corano condanna il gioco d'azzardo, in gran voga nell'antica Arabia e rovina di parecchi patrimoni. La proibizione delle immagini, a cui sostegno solo una tradizione poteva invocarsi, risale ad una superstizione diffusa tra molti popoli; e per quanto trasgredita durante il fiorire della civiltà islamitica, non potè non inceppare e ritardare il libero svolgimento dell'arte.
La legislazione matrimoniale dell'Islam pose fine alla licenza dominante in questo campo nell'antica Arabia, ma non tolse di mezzo la poligamia. Ma poichè la legge prescrive espressamente di mantenere ciascuna moglie in modo conforme alla propria condizione, per ovvi motivi economici la grande massa del popolo deve accontentarsi della monogamia. Il divorzio invero è reso assai facile, ma ciò è la conseguenza necessaria della separazione di sessi voluta dai costumi, e che esclude quasi del tutto i matrimoni d'inclinazione. Essendo poi ogni musulmano libero di prendersi, oltre alle quattro legittime mogli, quante schiave gli piaccia in qualità di concubine, molta è la tentazione, per le classi benestanti, di non darsi pensiero di una bene ordinata vita di famiglia. La legittimità di un figliuolo non dipende dalla posizione della madre, ma solo dal riconoscimento da parte del padre; riconoscimento che anche nei rapporti patrimoniali dà ai figli delle schiave gli stessi diritti che a quelli delle mogli legittime. Tutto questo nei primi secoli dell'Islam. Fra la nobiltà araba, si dava molto peso alla discendenza pura da parte di madre, e soltanto la degenerazione della famiglia nell'harem avvenuta sotto gli Abbàssidi portò ad applicare fino alle ultime conseguenze le disposizioni dei diritto matrimoniale ed ereditario.
Maometto non tolse di mezzo la schiavitù, come non la tolse l'antica chiesa cristiana; ma ne attenuò per più lati la durezza. Senza dubbio lo schiavo, o fatto prigioniero in guerra o comprato, è dal punto di vista giuridico un oggetto, e come tale può essere ereditato e donato. Il possessore dispone liberamente della persona e del lavoro dello schiavo, ma è tenuto a trattarlo bene. La prole partorita da una schiava al suo padrone, deve restare in casa e dopo la morte di lui diviene libera. Liberare uno schiavo è del resto tenuto per opera pia; lo schiavo può anche riscattarsi da sè, se gli riesce di raccogliere con i guadagni propri la somma necessaria. Però lo schiavo liberato resta comuqnue in una certa dipendenza dal suo antico padrone.
Il diritto penale islamitico è rimasto in uno stadio abbastanza primitivo, non avendo, svolto che rudimentalmente l'antico pensiero giuridico dei pagani. Come dicemmo, l'assassino é condannato a morte; l'omicidio involontario si espia mediante un indennizzo ai superstiti. Le lesioni corporali possono compensarsi secondo la legge del taglione, occhio per occhio, dente per dente; ma il colpevole può anche liberarsi mediante un'ammenda pecuniaria. Il furto e punito col taglio della mano destra, in casi di recidiva con altre mutilazioni. L'adultero riceve cento colpi di frusta; ma se è un infedele e ha sedotto una musulmana è condannato a morte. Così pure chi bestemmia Dio, il profeta e i suoi predecessori, nonchè l'apostata dell'Islam, quando perseveri nella miscredenza.


4. I PRIMI QUATTRO CALIFFI.
Parve dapprima che la morte del profeta mettesse in dubbio anche l'opera della sua vita, l'unità religiosa e quella politica dell'Arabia. In Medina stessa riuscì ad Abu Bekr, il suocero e il più antico e fedele compagno di Maometto, di prendere, dopo brevi incertezze, le redini del governo, come suo vicario o califfo; poiché tanto Ali, cugino e genero del profeta, quanto Saad ibn Ubada, capo degli Ansar, non possedevano l'energia necessaria per far valere le loro pretese, fondate per il primo sul diritto ereditario, per il secondo sul diritto della designazione nella propria famiglia. Ma in tutta l'Arabia si svegliò ben presto lo spirito della rivolta. La lotta non era, per lo più, diretta contro l'Islam come religione, ma contro la supremazia dei Koraishiti a Medina. I profeti si mettevano a capo dei ribelli in nome di Allah, come Maometto, non già in nome di uno degli antichi idoli. Alcuni dei rivoltosi fecero sapere a Medina che essi intendevano continuare l'esercizio del culto, ma non volevano più pagare le tasse. Il loro malcontento era stato in particolare provocato da quegli uomini spediti da Maometto, negli ultimi anni, presso molte tribù per predicar loro la fede e riscuotere le tasse; le tribù, finora libere e padrone nei loro pascoli, vedevano in essi delle spie del governo di Medina e quindi li avevano in odio.
L'ultima cura del profeta era stata di mettere in armi l'esercito destinato a vendicare sui Bizantini la disfatta di Muta. Sebbene la rivolta minacciasse già da ogni parte, Abu Bekr sentì il dovere di compiere l'ultima decisione del profeta.

FINE

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