IL FASCISMO E L'ISLAM


IL LIBRO DEL MESE: Mussolini paladino dei Musulmani?
Un recente saggio ricostruisce luci e ombre dell'ambigua vocazione filoaraba del dittatore


di ALESSANDRO FRIGERIO



In oro massiccio, finemente cesellata dagli abili artigiani berberi, la spada dell'Islam puntava dritta al cielo. Sotto, un Mussolini un po' appesantito nel fisico, ma rinvigorito nello spirito dalla recente conquista dell'Impero, la sguainava con soddisfazione, al culmine di una cerimonia sfarzosa e coreograficamente perfetta.

Era il 20 marzo 1937, e nell'oasi di Bugàra, appena fuori Tripoli, si consumava l'atto finale del corteggiamento del fascismo nei confronti degli Arabi e dell'Islam. La spada, consegnata da Iusuf Kerbisc, capo di un contingente berbero utilizzato dagli italiani fin dal tempo della Grande Guerra contro i "ribelli", era il simbolo attraverso il quale una parte del mondo arabo voleva esprimere l'approvazione per la politica islamica del fascismo.

Una politica che dopo il 1945 verrà dimenticata, oppure sbrigativamente inserita nella categoria del più classico opportunismo mussoliniano. Ma che per un decennio, dai primi anni Trenta fino allo scoppio del conflitto mondiale, sembrò interpretare, talvolta in modo disordinato, l'essenza stessa del fascismo, perennemente combattuto tra rivoluzione e ordine, tra la vocazione a farsi paladino revisionista del trattato di Versailles e le ambizioni coloniali da ultima arrivata tra le grandi potenze.

A illuminare l'argomento è appena giunto un agile volume scritto da Enrico Galoppini, studioso e profondo conoscitore del mondo arabo (
Il fascismo e l'Islam, Edizioni all'insegna del Veltro, Parma, 2001, pp. 166), che ricostruisce alcuni aspetti delle inclinazioni filoaraba e filoislamica di Mussolini, indagandole alla luce dei più recenti studi e delle fonti giornalistiche d'epoca, seguendole nel suo percorso disordinato ma incessante, così simile, spiega l'autore, a un fiume carsico che "balzava periodicamente agli onori delle cronache per poi scomparire e proseguire lontano dagli sguardi dei più".

La sorgente nascosta della politica verso il Medio Oriente risaliva agli anni Venti, e di organico aveva ben pochi aspetti, ereditata com'era da quella dell'Italia liberale. La lontana Rodi nel Dodecaneso, la Tripolitania e la Cirenaica ancora non completamente "pacificate" e le due teste di ponte in Africa orientale, l'Eritrea e la Somalia italiana, costituivano un lascito dei primi sessant'anni del Regno d'Italia. Ma negli anni Venti di una specifica politica araba ancora non si poteva parlare.

Troppo forte era l'esigenza di Mussolini di giocare la carta della credibilità con l'Inghilterra per azzardare mosse che potessero dispiacere, troppo impellente la necessità di riconquistare saldamente le zone interne della Libia per poter fare degli arabi degli interlocutori politici. E, infine, ancora troppo influenti erano le spinte cattoliche, soprattutto dopo i Patti Lateranensi, per immaginare un avvicinamento al mondo islamico.

Ma nei primi anni Trenta Mussolini si scopre giocatore sempre più audace e decide di sfoggiare una maggiore autonomia e un più marcato dinamismo. Il mondo arabo, sottoposto ai mandati di tipo semicoloniale di Francia e Inghilterra, diventa così una carta appetibile. Ma ancora Mussolini non ha deciso come giocarla. Lusingare le aspirazioni indipendentiste o farsi addirittura protettore dell'Islam?
E ancora, spendere tutto per indurre l'Inghilterra a un
gentlemen agreement che sancisca l'influenza italiana nel Mediterraneo o prendersi ciò vuole in barba a tutto e tutti?

Una cosa però è certa. Fascismo e mondo arabo-islamico concordano nel sentirsi reciprocamente insoddisfatti per le sistemazioni di Versailles. E oltretutto possono dire di vantare anche dei nemici in comune. La Francia, principale beneficiaria dei "mandati", che in Siria e in Libano attizzava il particolarismo e si ergeva a protettrice dei cattolici d'Oriente. L'Inghilterra, che reprimeva il nazionalismo arabo e agevolava l'emigrazione ebraica in Palestina.
E' così che scattano le prime iniziative di "attenzione" verso il mondo arabo.

Nel 1930 nasce a Bari la Fiera del Levante, quattro anni dopo Radio Bari inizia a trasmettere anche in lingua araba, a Roma si organizzano un paio di convegni degli studenti asiatici, si promuovono pubblicazioni e partono le prime sovvenzioni a giornalisti e giornali arabi. Inizia un lavorio occulto per prendere contatto con esponenti nazionalisti e panarabi mediorientali.

Fino a quando nel 1934 Mussolini enuncia a chiare lettere la sua svolta. "Gli obiettivi storici dell'Italia hanno due nomi: Asia e Africa. Sud e Oriente sono i punti cardinali che devono suscitare la volontà e l'interesse degli italiani", dichiara alla seconda assemblea quinquennale del regime.

E aggiunge, per sgombrare il campo da fraintendimenti, che "Non si tratta di conquiste territoriali, e questo sia inteso da tutti vicini e lontani, ma di un'espansione naturale, che deve condurre alla collaborazione fra l'Italia e le nazioni dell'Oriente immediato e mediato". Insomma, Italia come ponte tra Oriente e Occidente alla ricerca di una "espansione spirituale, politica, economica" che andasse ben oltre l'ambito ormai sempre più stretto del Mare Nostrum.

Fin qui i fatti, forse non troppo noti ma già documentati anni addietro da Renzo De Felice (
Il fascismo e l'Oriente, il Mulino, 1988). Il merito del volume di Galoppini è invece un altro, e cioè quello di chiarire quali furono le strategie di penetrazione tra gli Arabo-Musulmani e di individuare l'immagine, tutta personale, che il fascismo tentò di offrire di sé e dell'Islam al mondo.
La difficoltà a stabilire "quanto l'opinione pubblica araba fosse davvero ben disposta nei confronti dell'Italia fascista, oppure convinta della strumentalità della sua politica islamica", la si deve soprattutto all'impossibilità a individuare nel mondo arabo-islamico, negli anni Trenta così come oggi, un interlocutore privilegiato. A livello religioso non esisteva un vero e proprio rappresentante dell'Islam, essendo questa religione priva di una gerarchia strutturata sulla falsariga di quella ecclesiastica.
Sul piano politico, invece, mentre esistevano gruppuscoli nazionalisti e indipendentisti, sulla cui affidabilità permanevano tuttavia numerosi dubbi, a livello di politica 'alta' il fascismo doveva confrontarsi con la maggiore influenza di Francia e Inghilterra sulle èlites politiche arabe.

A parte alcuni contatti con la corte egiziana, che non lasciarono grande traccia, in Medio Oriente il fascismo preferì puntare tutto sulla carta 'antiborghese' e sul 'fattore islam'. L'Italia si propose quindi come paladina di giustizia contro le 'demoplutocrazie', avvicinandosi preferibilmente agli esponenti tradizionali del mondo islamico piuttosto che agli intellettuali nazionalisti. Si aprirono così canali privilegiati con il Gran Muftì di Gerusalemme Hajj Amin al-Huseyni e con movimenti palestinesi contrari all'ebraizzazione della Palestina, si fornì assistenza economica e tecnologica all'Iraq, si guardò al sovrano saudita Ad Ibn Sa'ud come a un nuovo 'Duce d'Arabia'.

Nacquero anche organizzazioni arabe d'ispirazione fascista, soprattutto in Egitto e in Siria. Strutturate spesso come formazioni paramilitari e caratterizzate, sulla scia della migliore liturgia nostrana, da divisa colorate (le 'camicie azzurre', le 'camicie verdi'), queste formazioni ammiravano del fascismo l'aspetto militaristico, la sua volontà di rivalsa rispetto alle potenze occidentali e il suo oscillare continuo fra tradizione e progresso.

Ma il filofascismo arabo si esaurì in queste e poche altre manifestazioni, non assumendo mai vere e proprie connotazioni ideologiche. Del resto, come ha puntualmente chiarito Renzo De Felice, "la qualifica di 'fascisti' attribuita anche da studiosi di rilevo al Mufti di Gerusalemme, a el-Gaylani, a Chandra Bose e ad altri esponenti dei movimenti nazionali asiatici ed africani che furono in contatto e collaborarono con qualcuna o tutte le potenze del Tripartito prima e durante la seconda guerra mondiale non regge ad uno studio ravvicinato delle vicende attraverso le quali si svilupparono i loro contatti e la loro collaborazione e alla immagine, al giudizio che di essi hanno i loro rispettivi popoli. […] Quanto al Mufti, in lui il movimento nazionale palestinese vede uno dei maggiori protagonisti della propria lotta nella fase antibritannica e anche sovrani arabi moderati, come quello dell'Egitto, negli anni immediatamente successivi alla fine del secondo conflitto mondiale, videro in lui un uomo da accogliere e trattare col massimo rispetto".

Come mette bene in luce il volume di Galoppini, quel che invece s'impone dalla metà degli anni Trenta è "un'interpretazione dei rapporti con il mondo arabo-islamico che tende a stabilire un'analogia tra il fascismo e l'Islam. L'Italia lascia il posto al 'fascismo'; la rivoluzione starebbe dando i suoi frutti, lasciandosi alle spalle l'Italietta liberale".
Sulla stampa italiana si comincia a parlare di 'razza araba' e della sua superiorità rispetto non solo agli ebrei ma anche agli altri popoli di colore. In barba all'universalità del messaggio del Corano gli arabi vengono identificati come una sorta di razza eletta all'interno del mondo musulmano. E "a furia di assimilare in tutto l'Islam al fascismo - scrive Galoppini - si finiva per scambiare […] l'Islam per un regime d'ordine, quale per certi versi il fascismo fu".

La consegna della spada dell'Islam a Tripoli, nel 1937, costituì l'apice della politica di Mussolini verso il mondo arabo. E da questo punto di vista la Libia fu il laboratorio dove la sua sperimentazione fu più intensa. Per non apparire imperialista e fugare ogni dubbio sulla sua 'vocazione' islamica il fascismo dovette però faticare non poco. Già in occasione della conquista dell'Etiopia la propaganda di regime dovette arrampicarsi sui vetri per fornire una giustificazione umanitaria alle operazioni e all'impiego di alcuni contingenti libici: la guerra d'Etiopia fu fatta passare per una guerra di liberazione dei mussulmani contro le vessazioni perpetrate dal governo 'schiavista' e filoccidentale del Negus. E per recuperare qualche punto anche a livello di immagine, in Libia il fascismo intervenne massicciamente costruendo e restaurando moschee, inaugurando scuole di cultura islamica e fornendo agevolazioni ai pellegrini diretti alla Mecca. La colonia libica rivestì a tutti gli effetti il "ruolo di vetrina delle buone disposizioni italiane nei confronti dell'Islam".

(Alcune righe prese dalla cronaca dell'anno 1937 - Ndr.)
"A Tripoli, davanti una moltitudine araba convenuta per lo storico incontro, viene utilizzata una hollywodiana coreografia; l'"apparizione" di Mussolini su un cavallo bianco che spunta dalla cima di una duna del deserto seguito da duemilaseicento cavalieri, mentre lui snuda la fiammeggiante "spada dell'Islam" d'oro massiccio ricevuta dai capi arabi: Toccò il vertice della popolarità. La sua apoteosi sembrava pari a quella di Alessandro Magno; ebbe la sensazione che anche lui stava compiendo una "missione"; la riunione di popoli di varie razze, colore, lingue e religione. Gli balenò anche a lui, forse, come al macedone, "l'unificazione mondiale". L'onnipotenza sulla Terra. L'"Alessandrite" che ha contagiato tutti in 2300 anni.
In Egitto - si disse e si scrisse - Mussolini compiva il suo secondo "miracolo" religioso; i secolari "infedeli saraceni", alla Mecca, davanti alla Kaaba, (era l'assurdo degli assurdi) invocarono Allah di proteggerlo e da lui farsi proteggere; lui "cristiano" (opportunista dei Patti Lateranensi) il "protettore dell'Islam!". Solo in seguito si seppe che quegli arabi erano degli arabo-spagnoli legati ad alcuni esponenti fascisti, "registi" della coreografia e che avevano recitato la parte come in un film, anzi era veramente un film , per i cinegiornali, e servivano per fare propaganda. )

La missione civilizzatrice del fascismo voleva trasmettere l'idea che il bravo mussulmano fosse anche un bravo suddito coloniale, devoto al suo capo. "È questa la gente della Libia che ha giurato fedeltà all'Italia di Mussolini - si legge in una cronaca dell'epoca -, che è pronta ad agire ad un suo cenno, a prendere le armi contro il nemico comune".

Ma i risultati della politica filo-araba, perseguita nel corso di tutti gli anni Trenta, alla fine si dimostreranno decisamente scarsi. L'Inghilterra li sopravvaluterà ampiamente, cadendo preda di una psicosi da 'italiano sotto il letto'. Una psicosi che contribuirà, assieme alla conquista italiana dell'Etiopia, a far perdere a Mussolini quel poco credito conquistato a Londra fino ad allora.

Con la Germania, invece, l'Italia non riuscirà mai a stabilire una strategia comune. A Hitler, disinteressato alle colonie e attento esclusivamente alla conquista dello spazio vitale a est, la carta araba interessava solo in funzione antibritannica. Ma in alcuni casi ciò contribuì a fare del Reich un rivale di Mussolini, in quanto il totale disinteresse coloniale nazista fu in molti casi percepito dal mondo arabo come assai meno ambiguo del tentativo mussoliniano di tenere assieme il 'posto al sole', l'impero coloniale, con la tutela del modo arabo e dell'Islam.


ALESSANDRO FRIGERIO
Bibliografia
Il fascismo e l'Islam, di Enrico Galoppini, Edizioni all'insegna del Veltro, 2001, pp. 166.

 

Questa pagina (solo per Storiologia)
è stata offerta da Franco Gianola
direttore di http://www.storiain.net

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