Sui "silenzi" di PIO XII...   La Chiesa e gli Ebrei Indifferenza o Solidarietà?
(SECONDA PARTE )

4. Verso la verità storica     (un intervento)
                                         
 
5. Le fonti cattoliche dell’Archivio Segreto Vaticano
a.  I principi della politica estera vaticana
b.  Il Concordato di  Pacelli  con il Reich
c.  La politica vaticana verso il razzismo
L'enciclica Mit brenneder Sorge
d. Il Silenzio di Pio XII                                
         6. Conclusione
                                     

4. Verso la verità storica.

Fin qui le testimonianze sull’ambivalenza del mondo cattolico nei confronti degli ebrei, e in modo particolare dell’ambiguità dimostrata dalla Chiesa Cattolica nei loro confronti. Ma sarebbe un errore storico accogliere acriticamente e senza vagliare alla luce di una solida critica storica le obiezioni fin qui presentate e ricorrenti. Perché, se teoricamente le affermazioni di principio contenute in Hans Kung e in Ernesto Rossi possono essere vere, bisogna verificare se esse possono essere storicamente vere.
L’opera di Ernesto Rossi, per quanto metodologicamente corretta, tuttavia risente della superficialità dovuta alla conoscenza non di tutte le fonti, ma di quelle ufficiali a lui disponibili; come anche, sul piano della critica storica, è difficilissimo fondare giudizi certi senza conoscere dall’interno i motivi di fondo che ispirassero i pronunciamenti papali dell’epoca, cosa che il Rossi non poteva conoscere a pieno, come anche il basarsi sulle opinioni contenute nei diari di Galeazzo Ciano e dell’ambasciatore di Berlino presso la Santa Sede von Weizsacher. Anche perché i rapporti diplomatici della Santa Sede erano evidentemente condizionati nell’epoca dal fatto che la Chiesa, appunto perché vivente e radicata in territori dominati da regimi totalitari ed oppressivi, non avesse pienamente la libertà di agire ed esprimersi, ma risultasse condizionata da numerose ed evidenti limitazioni.
 
Viceversa, l’opera di un teologo interno ma dissidente come Hans Kung risente molto della passione e dell’idealità proprie dell’autore di “Infallibile?” , critico da sempre del potere papale. Sicuramente, alla luce del senno di oggi, la Chiesa non avrebbe dovuto sicuramente tacere, ma storicamente poteva ragionevolmente parlare? E se avesse parlato con chiarezza, limpidezza e trasparenza allora, essa che fine avrebbe fatto? Mi si risponderà che è tipico della Chiesa dare la vita, e affrontare il martirio, ma una Chiesa distrutta, sradicata, divelta, e un papa e un Vaticano occupato, con gli ecclesiastici arrestati o uccisi, avrebbe potuto salvare - anche se pochi – quel milione di ebrei oggi stimato nel complesso? Oppure, rigirando la domanda di Kung, se la Chiesa avesse fatto il diavolo a quattro, i morti si sarebbero fermati a “solo” 6 milioni oppure sarebbero stati molti di più ? Bisogna ragionevolmente considerare che il regime nazista e il regime fascista avevano “tolle ranza zero” verso gli oppositori, e che per loro qualunque accordo era carta straccia; quindi, si sarebbe scatenata una persecuzione inimmaginabile contro la Chiesa, dalla quale sicuramente il Signore l’avrebbe salvata, ma che sul piano della concretezza storica gli avrebbe impedito di fare alcunché per salvare chichessia. E così non si sarebbe salvato nessuno. 

Quello che è innegabile, che va riconosciuto, deprecato e condannato è l’ideologia antisemita coltivata nella Chiesa dal Concilio di Elvira del 306 fino a Pio XII. Sicuramente – e storicamente – essa ha contributo a rendere drammatico il problema ebraico nei giorni dell’olocausto e della seconda guerra mondiale.
Sicuramente è inspiegabile la durezza e la fermezza, tipica di Papa Pacelli, avuta dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale nei confronti degli Ebrei e dello Stato di Israele, come anche l’omissione di confessione della colpa.
Ma la posizione della Chiesa, come emerge dai documenti dell’Archivio Segreto Vaticano, di “silenzio” ha una sua radicata ragionevolezza storica, da cui è dipesa la salvezza di molti. Anche la politica estera e diplomatica del Vaticano, in questi tempi così oscuri, probabilmente se non evangelicamente coraggiosa era però la più efficace e valida per salvare i singoli. La Chiesa ha preferito agire ed operare nel silenzio, piuttosto che parlare. D’altronde, anche oggi si chiede una Chiesa che faccia meno parole e più fatti.

5. Le fonti cattoliche dell’Archivio Segreto Vaticano.

a. I principi della politica estera vaticana.

Come già accennato, è grazie all’opera di P.Blet, R.Graham, A. Martini e B.Schneider che tutti i documenti pontifici inerenti l’Olocausto e la seconda guerra mondiale sono stati portati alla luce, consentendo di avere un panorama storico-critico fondato.
Innanzitutto, bisogna considerare l’atteggiamento verso gli stati totalitari della diplomazia vaticana : il totalitarismo non significava una rinuncia ad una politica estera vaticana presso tale stato, ma finché da questo non venivano contestate o abolite norme cattoliche, la questione se cominciare, continuare o interrompere l’attività di politica estera con quello stato o regime era una questione di opportunità, in quanto il fine principale era rappresentato dalla possibilità di svolgere un’azione pastorale di cura d’anime. Inoltre, non va sottovaluto relativamente all’epoca, che la mancanza di mezzi adeguatamente efficaci e la frequente difficoltà di calcolare le conseguenze, principali e collaterali, per l’intera chiesa mondiale rappresentavano il caratteristico dilemma della politica estera vaticana nei confronti di questi stati, ostili da un punto di vista della normatività e della prassi . D’altronde, il poter mantenere relazioni diplomatiche, significava per il Vatic ano una certa possibilità di intervenire e continuare a mantenere contatto con le Chiese locali. 

Viceversa, non essendoci relazioni diplomatiche con l’Unione Sovietica, lì la Chiesa non potè far nulla, non avere notizia di nulla, salvare nessuno.
La massima della politica estera vaticana del periodo che va dal 1922 al 1945 può essere condensata nella storica frase di Pio XI del 24 maggio 1929: “Quando si trattasse di salvare qualche anima, di impedire un maggior danno delle anime, ci sentiremmo il coraggio di trattare con il diavolo in persona”. Una frase molto forte, che fa emergere l’atteggiamento complessivo della Chiesa, soprattutto nei confronti del problema ebraico, visto come problema eminentemente umanitario.

b. Il Concordato con il Reich: un esempio della politica difensiva della Chiesa minacciata.

Il primo problema concreto da affrontare, e che Kung e Rossi sottolineano, è il concordato del Reich, tanto avversato. La Santa Sede, secondo le conferme venute dagli studi storici del 1969 e del 1972, e confermanti le notizie fornite da Rober Leiber nel 1963, non aveva avuto alcun ruolo nell’ascesa al potere di Hitler nella primavera del 1933. In merito alla nomina di Hitler a cancelliere del Reich, avvenuta il 30 gennaio 1933, l’ordinanza di emergenza del 28 febbraio e le elezioni al Reicstag del 5 marzo, non vi sono compromissioni né dell’episcopato tedesco, né del cardinale Pacelli, già nunzio a Berlino dopo la guerra, né della Santa Sede . Per quello che riguarda il sì del Partito del Centro alla legge sui pieni poteri e al comunicato, di poco successivo della conferenza episcopale di Fulda, in cui molti studiosi, secondo l’interpretazione comunemente data, avevano visto il contemporaneo cedimento dei centristi e dei vescovi al nazionalsocialismo perché con lo sguardo a l Concordato del Reich che si andava delineando, per cui la dittatura veniva barattata con concessioni politico-culturali, non vi è affatto conferma dalle fonti : il sì del centro del 23 marzo non era vincolato al concordato del Reich, mentre la presunta ritrattazione degli annosi divieti da parte della conferenza episcopale del 28 marzo nei confronti del nazionalsocialismo era al condizionale : non fu fatta alcuna pressione da parte della Nunziatura di Berlino, né tantomeno da parte del Vaticano.

  L’errore cardinale fu commesso da mons. Kaas, che giudicò molto ottimisticamente la dichiarazione fatta da Hitler il 23 marzo, favorevole al cristianesimo e alla chiesa. Il susseguente sì del centro ai pieni poteri costrinse la conferenza episcopale a revocare “sub condizione” i precedenti divieti dei vescovi verso il nazionalsocialismo. Così, questi eventi, posero il Vaticano in posizione obbligata quando il vicecancelliere cattolico Franz Von Papen si presentò il 10 aprile a Pacelli, cardinale segretario di stato, con l’offerta di chiudere un concordato . Nei fatti, le offerte, fin da principio, contenevano molte proposte allettanti, in maniera economica e di istruzione. 
Negli ambienti vaticani c’era la convinzione che il potere di Hitler, totalitario, sarebbe durato a lungo, con possibili effetti disastrosi per la Chiesa tedesca, e per tale motivo non si volle rifiutare questa offerta di trattativa. Pacelli era pessimista, e si preparava ad una lunga durata del Terzo Reich, ma non si illudeva più di tanto . Solo Pio XI, per un breve periodo, pensò di poter trovare in Hitler un baluardo verso il comunismo , ma dopo il ricevimento del vescovo di Osnabruck, oscillava nel giudizio sulla situazione interna della Germania tra il moderato ottimismo e il pessimismo più radicale, anche se sembrava inclinare più al pessimismo.
 
Verso la fine di agosto, in missive riservate, il Papa censurò la persecuzione degli ebrei in Germania con parole molto aspre, come un’offesa «non solo alla morale, ma anche alla cultura ». Per cui la dimensione che si prospettava dei pericoli in Germania per la Chiesa spinse il Vaticano ad essere disponibile alla trattativa, anche perché, con l’ordinanza di emergenza del 28 febbraio e la legge sui pieni poteri, Hitler aveva creato le basi per lo stato nazionalsocialista. In qualunque momento il governo avrebbe potuto derogare dalla costituzione, e la chiesa era indifesa anche dal punto di vista del diritto. Essa, quindi, era necessita al Concordato, all’accordo con il “demonio”, che sostanzialmente avrebbe rispetto questo accordo in quanto tale. Per cui, agli occhi della Santa Sede, il concordato con il nazifascismo era un’arma difensiva, a differenza dei patti lateranensi. Chiaramente, in Italia la Santa Sede era più ascoltata, poteva intervenire maggiormente, e lo stato f ascista costretto ad accontentare il Papa, anche a malavoglia: cosa non possibile in Germania, dove era necessario garantirsi “il minimo” per la sussistenza.

La genesi fu tormentatissima, con la collaborazione di Pacelli e Kaas, nel frattempo trasferitosi a Roma, dopo essersi dovuto dimettere il 6 maggio da presidente del Partito del Centro, dopo una prima fase di trattativa da parte di von Papen. Partecipò alla fase di emendamento anche l’episcopato tedesco . 
L’ultima discussione avvenne in Vaticano, alla presenza di von Papen, dell’arcivescovo di Friburgo Grober, e di Pacelli, tra il 30 giugno e il 2 luglio, quando il testo del Concordato preparato non fu approvato da Hitler, che voleva prendere tempo. Così fu inviato a Roma il ministero degli interni del Reich, e il dirigente Buttmann. Nel frattempo, alla fine di giugno, il quadro politico tedesco era decisamente peggiorato : i sindacati erano stati sciolti, sia quelli socialisti che cristiani, il Partito Socialista fu soppresso il 22 giugno, mentre il 25 giugno furono arrestati 2000 rappresentanti della BVP, tra cui 200 sacerdoti, per accellerarne lo scioglimento, che avvenne il 4 luglio, insieme alla DVP, liberale, mentre la DNVP si scioglieva il 27 giugno e il partito di Stato (DDP) il 28 giugno. Il partito del Centro, ormai, era alla fine, e Bruning il 29 giugno ne aveva dovuto preannunziare lo scioglimento: cessava così in Germania, sotto la spinta del governo hitleriano , anche la parvenza di un regime parlamentare. Forte di questo fatto, Hitler spinse per un concordato a lui più favorevole, ed esautorò il Von Papen che ormai non gli serviva più. 

Non era escluso che, se non fosse più stato necessario, Hitler avrebbe ritirato la sua delegazione e agito di testa sua con la Chiesa Cattolica. In queste drammatiche condizioni, il Vaticano e il suo segretario di Stato si trovarono a dover operare in condizioni senza via di uscita : o si firmava il Concordato, o era la fine per la Chiesa Cattolica tedesca. Così, in tutta fretta, la Santa Sede accettò la depoliticizzazione del clero, come divieto generale di ogni attività di partito (art.32) e si limitò a salvare il possibile tra le associazioni (art.31). Infatti, drammaticamente, la questione, visto che si intuiva chiaramente che in Germania, attraverso le ondate di adeguamenti e le azioni di polizia, il problema delle associazioni e della Chiesa stessa sarebbe stato risolto con la violenza, era addirittura se si dovesse trattare con il Reich. L’ultima spinta la diede esplicitamente l’arcivescovo Grober, in una lettera a Pacelli del 1 luglio, dove drammaticamente sottolineava che o sarebbe andato tutto in frantumi o si sarebbe potuto conservare semplicemente “lo status quo ante” , quindi in forma più riflessiva, il 2 luglio, pose la condizione che il governo ritrattasse la sua recentissima azione di polizia del 1 luglio e offrisse garanzie per il futuro . 

Pacelli seguì questa strada, e riuscì ad ottenere che Hitler revocasse la maggior parte dei provvedimenti del 1 luglio contro le organizzazioni cattoliche e formalmente vietò che si ripetessero. Questo fatto consentì, almeno temporaneamente, alle associazioni cattoliche di sopravvivere. 
L’art.31 del Concordato, nella redazione finale, tutelava soltanto le organizzazioni cattoliche con finalità esclusivamente religiose, di cultura, carità e beneficenza cristiane, mentre le altre ne avrebbero goduto solo a determinate condizioni stabilite dall’episcopato tedesco e dal governo del Reich. Tuttavia, per la fretta, anche se mancante l’esplicita definizione dei criteri e delle competenze per questa regolamentazione, la Santa Sede lo firmò il 20 luglio. Fu l’errore tattico più grave che la Curia avesse potuto commettere: infatti, dopo l’entrata in vigore del trattato, il Reich sfruttò la lacuna e si arrogò la competenza decisiva per decidere le associazioni ammissibili e non. Il Vaticano non accettò la cosa, ma la lotta che condusse non produsse alcun frutto: Hitler decideva come credeva. La Santa Sede aveva ancora l’arma della non ratifica del trattato, ma questa cadde perché la Conferenza Episcopale tedesca, riunita a Fulda tra il 29 e il 31 agosto, premette per una rapida approvazione, secondo la teoria del “tanto presto, tanto meglio”, in quanto viva era la paura che il Furher poteva perdere interesse al concordato, e per fermare le sempre più gravi azioni anticattoliche.
La Santa Sede manifestò alcune riserve ai desideri dell’Episcopato, e solo il 10 settembre perfezionò la ratifica, con pochissimo entusiasmo, nonostante i discorsi ufficiali .

Le conseguenze : immediatamente, Hitler guadagnò prestigio, e la sua propaganda interpretò la firma tutt’altro che convinta del Cardinale Segretario di Stato come una legittimazione papale del nazionalsocialismo, e questo, anche se falso era politicamente inevitabile. L’inviato inglese in Vaticano, scrivendo al suo governo, sottolineava come «la conclusione del concordato comporta assai poco una simpatia del Vaticano verso il regime nazista» .
Nei fatti, non fu «spezzata le resistenza dei cattolici tedeschi contro un regime criminale», come sostenne Thomas Dehler al Bundestag l’11 marzo 1956 , ma anche se vi furono imbarazzanti commistioni, consentì perlomeno, a differenza delle confessioni protestanti, di poter conservare il patrimonio religioso, di rivendicare l’autonomia delle organizzazioni cattoliche, e una certa libertà di intervento della Chiesa in Germania, anche se è innegabile che i rapporti furono sempre tesissimi, difficili, e sull’orlo della rottura, per le continue violazioni nazifasciste. Tuttavia, anche per la Chiesa, a breve termine, esso costituì una vittoria, perché fu un aiuto insostenibile nella lotta per l’autoaffermazione per le associazioni cattoliche più minacciate, consentendo alla Chiesa di restare quella che era, lasciando libertà di parola e insegnamento nelle chiese .
 
A lungo termine, il concordato non servì a nulla a Hitler, anzi non riuscì ad allineare i vescovi tedeschi secondo i desideri del Furher, e questi lo sentì come un pesante vincolo. Per questo motivo ne tenne sempre minor conto, violandolo come e quando credeva e rispettandolo quando riteneva opportuno: anzi, cercò di indurre il Vaticano alla denuncia del Concordato, per avere così le mani libere per distruggere la Chiesa Cattolica e sradicare la sua istituzione, ma la prudenza della Santa Sede, che sapeva bene che il capo del Reich non poteva, per motivi interni alla Germania, e per non apparire lui il responsabile della distruzione di questa istituzione, cosa che gli avrebbe alienato i favori dei molti ufficiali cattolici del Reich, violare in una volta tutte le disposizioni contenute nel trattato, consigliò un silenzio assoluto su questo punto, e anzi consentì ad essa di poter denunciare e stigmatizzare le singole violazioni . Il Concordato, quindi, si rivelò una straordin aria arma di difesa nei confronti del regime totalitario, come aveva asserito il Cardinale Pacelli già nell’agosto del 1933 , consentì al cattolicesimo tedesco di superare in modo sostanzialmente integro il Terzo Reich, e favorì la resistenza al totalitarismo.

Il Concordato è un esempio della politica vaticana “del silenzio utile”, che purtroppo la Santa Sede dovette attuare con i regimi totalitari per salvare il salvabile, mentre le denunce pubbliche, plateali, e mondiali avrebbero provocato la distruzione della Chiesa stessa, l’impossibilità di aiutare chicchessia, e avrebbero ottenuto solo il cordoglio e la commiserazione delle potenze occidentali e degli ebrei, ma senza frutti concreti. Invece, pur se all’apparenza poco evangelico, l’atteggiamento di seguire la via politico-diplomatica si rivelò ragionevolmente utile, in quei tempi difficili in cui, nei fatti, la Chiesa non era libera, come invece lo è oggi.

c. La politica vaticana verso gli Ebrei e il razzismo. 

Possiamo così comprendere bene, con un nuovo esempio storico, la portata e l’efficacia della politica vaticana di quegli anni verso gli ebrei e la questione razzistica. 
Con il regime nazista, come già accennato, i rapporti furono difficilissimi fin dal primo momento, perché ogni concessione della Chiesa era cedimento al totalitarismo, e ogni resistenza aveva per effetto seri ostacoli verso di lei. La Santa Sede cercò di agire sempre in accordo con i vescovi tedeschi, non rinunciando ad occuparsi dei problemi fondamentali dello Stato e della Società .

A mantenere i rapporti con il Reich fu il Cardinale Segretario di Stato Pacelli. Il Razzismo fu il primo terreno di scontro diplomatico – politico. «Non esiste alcuna determinazione di concordato che possa obbligare la Chiesa a riconoscere come normative per i propri membri leggi statali che rinunciano alla prima esigenza che devono assolvere le leggi dello stato eticamente obbliganti e cioè alla corrispondenza con la legge divina» , scriveva il futuro Pio XII contestando le leggi razziali, e quindi: «Una legge umana è impensabile senza un ancoraggio nel divino. E questo ancoraggio non può basarsi su un “divino” inteso in senso arbitrario, la razza. Non sull’assolutizzazione dello stato. Un tale “dio” di sangue e di razza non sarebbe nient’altro che l’immagine riflessa autocreata della propria ristrettezza e limitatezza» .

Tutto questo “diplomatico” scambio di note, che esprime comunque un “non silenzio” della Chiesa sull’argomento, fu pubblicato dalla Santa Sede in più riprese, tra il 1934 e il 1936 come libro bianco, e se si considera che tutti questi libri bianchi furono notificati ai vescovi tedeschi, che li ripresero nelle loro omelie e indicarono loro l’opinione e la volontà del Vaticano , senza che il governo del Reich, in ragione dello “stretto” Concordato non potesse impedirlo, si può capire che più che attraverso plateali (e inutili) proteste “giornalistiche” si seguissero strade più interne ma più sicure, e sicuramente sul terreno pratico più efficaci. Senza contare che l’Osservatore Romano nel 1935 pubblicò il contenuto di due note molto chiare, riprese dai bollettini dei Vescovi tedeschi.

Un altro atto deciso contro il razzismo fu l’enciclica Mit brenneder Sorge, del 14 marzo 1937, letta e diffusa contemporaneamente a stampa in tutte le chiese cattoliche della Germania il 21 marzo del 1937. Essa nacque dal fitto rapporto tra l’episcopato tedesco, la Segreteria di Stato e il Papa. Prese le mosse dall’indirizzo tradizionale di omaggio dei Vescovi tedeschi a Pio XI, riuniti a Fulda, del 19 agosto 1936, e dai colloqui riservati di Roma avuti dai 3 cardinali tedeschi più i due vescovi più giovani, oppositori decisi del nazismo, Von Galen di Munster e Von Preysing di Berlino , nel gennaio 1937. Pur se si rimase sostanzialmente d’accordo di attenersi al concordato del Reich nella misura possibile, parve a tutti necessaria una lettera pastorale decisa. Il cardinale Faulhaber preparò in gran segreto per Pacelli un primo abbozzo, che questi, fino al 10 marzo, rivide in collaborazione con mons. Kaas e con il Papa. Uscì una lettera molto dura nella sostanza, anche se non metteva in crisi il concordato. 

Mit brenneder Sorge
Ecco i punti salienti:

1. La persecuzione della Chiesa Cattolica nel Terzo Reich aveva motivazioni e finalità politiche: l’altra parte «ha eretto a norma ordinaria lo svisare arbitrariamente i patti, l’eluderli, lo svuotarli e finalmente il violarli più o meno apertamente… L’esperienza degli anni trascorsi rivela macchinazioni che già dal principio non si proposero altro se non una lotta fino all’annientamento» .
2. Il fondamento di ciò era nei principi del nazionalsocialismo, e cioè il totalitarismo e il razzismo: «Se la razza o il popolo, se lo stato o una sua determinata forma, se i rappresentanti del potere statale o altri elementi fondamentali della società umana hanno nell’ordine naturale un posto essenziale e degno di rispetto; chi peraltro li distacca da questa scala di valori terreni, elevandoli a suprema norma di diritto, anche dei valori religiosi, e divinizzandoli con culto idolatrico perverte e falsifica l’ordine da Dio creato e imposto» Concetto di razza, principio dell’unica guida e totalitarismo sono concetti rifiutati dalla Santa Sede, perché «L’uomo, in quanto persona, possiede diritti dati da Dio che devono essere tutelati da ogni attacco da parte della comunità» , e quindi a prescindere da qualsiasi tipo di semitismo o antisemitismo, si potrebbe aggiungere.

La reazione dei nazisti, che solo all’ultimo minuto seppero dell’Enciclica e non potettero bloccarne la lettura nelle 11.500 chiese parrocchiali, fu di impedirne la diffusione successiva con rappresaglia di violenza inusitata, con una violenta propaganda contro Papa e Vescovi, con la ripresa di processi sommari per immoralità verso religiosi e preti cattolici, preparando la denuncia del Concordato, ed esigendo, il 29 maggio “ripari” dalla Santa Sede, mentre si mandava in ferie l’ambasciatore presso il Vaticano. 
Pacelli non si impressionò, e nella nota di risposta del 24 giugno 1937 non si scusò, respinse ancora la politica tedesca e ritorceva l’accusa. Tuttavia, la reazione violenta, che aveva reso criticissime le condizioni della Chiesa tedesca, consigliò alla Santa Sede maggior prudenza e un’azione più silenziosa, sospendendo nell’estate del 1938 la guerra delle note . 
La denuncia del Concordato da parte del Reich non avvenne, per motivi non chiariti : sicuramente perché negli ambienti della Cancelleria, data la forte presenza cattolica, e il programma di espansione progettato, non si giudicò ancora giunto il momento. Si procedette ad altri atti di rottura: divieto delle associazioni giovanili, soppressione delle scuole confessionali, non estensione del concordato ad Austria e Sudeti e ricusazione di nuovi accordi.

Quando avvenne la “notte dei cristalli” contro gli ebrei nel novembre 1938, Pacelli non giudicò, allo stesso modo di molte altre potenze, opportuno procedere ad un’inutile protesta ufficiale, che avrebbe violato il Concordato e impedito qualsiasi libertà alla Chiesa, come avveniva in Austria e nei Sudeti, dove le violenze naziste erano all’ordine del giorno, ma fece arrivare ai vescovi tedeschi l’esortazione a fare quanto possibile per salvare il salvabile, con la solidarietà concreta verso gli ebrei .

Il peggioramento dei rapporti con Hitler portò ad una divergenza nella Conferenza Episcopale Tedesca : mentre Preysing e Galen volevano contro il regime una mobilitazione costante dell’opinione pubblica in seguito alle violazioni del diritto, piuttosto che una “politica del ricorso” proposta da Bertram e seguita fino a quel momento, la maggioranza dei vescovi non era d’accordo, date le dure ritorsioni. La Santa Sede non intervenne nella questione, anche se Pacelli avrebbe voluto che si prestasse più ascolto a Galen e Preysing. Innegabile, comunque, agli occhi del mondo apparve la persecuzione della Chiesa cattolica e il dissidio papa-Hitler, e la non accettazione da parte della Chiesa del regime totalitario. Chiaro è che, una vittoria di Hitler, avrebbe costretto la Chiesa in una strada senza uscita, e come in Russia, avrebbe corso il rischio della distruzione .

Diversa, anche se parimenti asfissiante, era la situazione in Italia : qui il cardinale Pacelli e papa Ratti, che avevano molta più influenza e libertà d’azione, cercarono di limitare la portata delle leggi razziali, con azioni più decise e con proteste molto più chiare ed esplicite. 
Sostanzialmente, le ricostruzioni di Ernesto Rossi sono abbastanza fedeli dal punto di vista storico, ma vanno completate ed inquadrate nella stessa problematica della politica estera vaticana. In Italia le proteste furono più vibranti, ma l’ottica della Santa Sede, cioè quella di ottenere risultati concreti più che giornalistici nei confronti degli ebrei, fu predominante. Si intervenne pubblicamente dove si poteva intervenire, come nel caso di argomenti sui matrimoni misti, sugli ebrei battezzati, ma in sostanza si intervenne con migliaia di azioni private, premendo su tutti gli “amici” della Santa Sede nelle forze armate, nel regime, nella burocrazia, nella Corona, sui Vescovi, su esponenti del clero.

  Così, anche la formulazione contorta e controversa delle leggi razziali del 1938/39, le loro numerose eccezioni, l’idea stramba del “discriminare” più che perseguitare, favorì in molti casi un’azione positiva della Santa Sede verso gli ebrei, grazie al clima di ambiguità vige nte. Verso il governo italiano, nei confronti delle proteste del Duce, di Ciano e degli altri, si seguì la politica della “non contraddizione” ufficiale, e del lanciare falsi segnali con il silenzio ufficiale, del “non parlare” per “non far capire”. Così come verso il Von Weizsacher e il governo tedesco. 
In questa situazione difficile, in cui le comunicazioni della Santa Sede, formalmente libere, erano di fatto controllate, i canali non ufficiali fecero comunque arrivare le direttive alla periferia.

Eletto Pontefice, Pio XII fu presentato dalla propaganda come il Papa Tedesco e Fascista, ma in realtà, come anche l’azione di Segretario di Stato lo dimostra, non lo fu. Anzi, dopo aver nominato Mons. Maglione Segretario di Stato, personalmente diresse ed organizzò la rete di assistenza agli ebrei della Santa Sede, in cui era coinvolta tutta la Segreteria di Stato, i Nunzi Apostolici, i singoli Vescovi del luogo, i religiosi ed anche personalità laiche, organizzando un gigantesco gioco di squadra silenzioso e discreto che portò, secondo le stime attuali, alla salvezza di circa un milione di israeliti .
Uomo di pace, non a prezzo di loschi compromessi , si professò imparziale durante il conflitto per non perdere possibili margini di manovra, nei paesi dominati dal totalitarismo, per soccorrere i perseguitati in questi territori, e per garantire l’opera della Santa Sede e la salvezza della Chiesa .

  Anche se “evangelicamente”non condivisibile, questa prospettiva, in quei difficili anni, era l’unica razionalmente e storicamente possibile per fare qualcosa di positivo. La prudenza diplomatica era giustificata dal fatto di non volere arrecare ai cattolici viventi in territori a rischio sofferenze inimmaginabili con prese di posizione chiare e limpide, ma poco pratiche, ma anche per non ingigantire le persecuzioni contro gli ebrei . Con estrema sofferenza interiore, per attenersi a questo principio, non prese ufficialmente posizione contro o a favore di nessuno, fece sparire dal vocabolario le parole “comunismo” ed “occidente”. Anche per preservare quell’indipendenza alla Santa Se de che le consentì di agire in modo sostanzialmente inalterato durante la guerra e mantenere contatti con i suoi Nunzi e l’Episcopato, ad eccezione della Russia e dei territori occupati dalla Germania. Nei momenti più difficili dell’occupazione tedesca (ottobre 1943 – 5 giugno 1944), pur se furono violati gli edifici di via della Conciliazione e del Laterano nel dicembre 1943 per ricercane ebrei e perseguitati politici, lo Stato del Vaticano rimase indenne da interventi diretti di Hitler, dando ragione al papa .

Se l’enciclica già pronta contro il razzismo e l’antisemitismo, che da cardinale Pacelli aveva preparato, non fu pubblicata nel 1939, è essenzialmente perché il Papa giudicò pericolosa la sua uscita, perché in Italia e Germania, e negli stati loro soggetti, si sarebbe scatenata una persecuzione molto più violenta e decisa contro gli stessi ebrei, oltre a compromettere l’azione della Chiesa in loro favore .
La contrarietà di Pio XII al nazismo, lungo la guerra, nonostante le presunte immagini ufficiali, si fonda sull’azione da lui intrapresa per far giungere agli alleati, già nell’inverno 1939/1940, i progetti di Hitler tramite l’opposizione militare tedesca, e i contatti che ebbe con gli esponenti di tale opposizione fino al 1944, e in numerose note riservate, ritrovate negli archivi segreti.
Verso gli ebrei, si puntò esclusivamente tutto sull’azione umanitaria, a prescindere da ogni appartenenza etnica e nazionale dei colpiti , ma un’angosciosa differenza tra la volontà di aiuto e la possibilità reale segnò quest’epoca, in cui tutti gli esponenti della Chiesa, dalla Segreteria di Stato, alle Nunziature, agli Episcopati, sperimentarono la loro limitatezza. 

La Curia si scontrò con la non collaborazione di Germania e Russia, mentre nel novembre 1941, sotto la responsabilità di Giovan Battista Montini, il futuro Paolo VI, fu istituita una speciale commissione per i soccorsi, coordinata dal prelato Mario Brini, subbissata da un lavoro enorme. La mole di documenti rinvenuti sull’opera di questa commissione è la testimonianza che tutto il Vaticano fu coinvolto quasi esclusivamente nell’opera umanitaria e caritatevole verso i perseguitati razziali, politici e i colpiti da catastrofe, e di tutto questo il papa faceva trasparire intenzionalmente il meno possibile, appunto per non compromettere le possibilità di successo, soprattutto riguardo gli ebrei .

  Ufficialmente si tacque, in concreto si agì. Tanto più procedeva lo sterminio degli Ebrei da parte di Hitler, tanto più erano laconiche le risposte della Segreteria di Stato: «la Santa Sede ha fatto, fa e farà tutto ciò che è nelle sue forze», era la sempre uguale e laconica risposta.
Oggi, grazie all’ora di P.Blet, si conosce che gli interventi furono migliaia, in tutti i paesi europei, in Croazia, in Slovacchia, dove si cercò di sfruttare il fatto che Tiso era prete cattolico, anche se con rapporti molto tesi sulla questione, in Turchia, in Romania, in Italia, dove gli sforzi furono coronati da successi maggiori, ed anche in Germania ed Ungheria, mentre nulle erano le possibilità di intervento nel Benelux, in Austria, Polonia .
In Italia e Germania, si arrivò una volta a mille casi singoli, si facilitò l’emigrazione ebraica tramite il tedesco “St.Raphaelverein”, fino allo scioglimento coatto imposto dai nazisti il 26 giugno 1941, si cercò di impedire la legislazione razziale o la sua applicazione negli stati sotto l’influsso tedesco, con maggiori successi in Italia, dove fino al 1943 Mussolini impedì la deportazione di qualunque ebreo e mantenne inalterato questo principio, finché potette, nella RSI. In Romania, il concordato fu un utile strumento per ottenere molto, mentre in Ungheria, nonostante la legislazione razziale, la Santa Sede riuscì ad impedire un trattamento inumano in molti casi. Energie non comuni furono poi spese per salvare gli ebrei battezzati e quelli sposati con coniuge cattolico.

Sulla bocca del Papa, dopo il 1941, in cima alla sua preoccupazione era la deportazione degli Ebrei: evitarla o almeno limitarne e circoscriverne l’ampiezza fu uno dei punti principali del programma pontificio di aiuto, anche quando ancora non si avevano notizie di campi di sterminio. Purtroppo, furono solo un milione ad essere salvati da parte cattolica : un numero relativamente basso, ma dietro cui c’era l’impegno della Chiesa Cattolica e del Papa con tutte le loro forze per ogni singola vita umana. Più alto era l’influsso rimasto alla Santa Sede sui singoli governi, tanto più si ottennero risultati soddisfacenti .

L’atteggiamento del papa sulla “soluzione finale”, scatenata da Hitler all’inizio del 1942, era ben chiaro : cercare di impedirla con oggi mezzo. Nel radiomessaggio del Natale 1942, il Papa parlò della persecuzione contro «quei centinaia di milioni di individui che, senza qualsiasi colpa loro, qualche volta solamente per ragioni della loro nazionalità o razza, sono designati per la morte o per l’estinzione progressiva». Anche se in forma diplomatica, al rabbino capo Herzog, che chiedeva un intervento pubblico al papa contro lo sterminio degli Ebrei, il Vaticano rispondeva il 12 febbraio 1943 in modo che lo stesso rabbino giudicava altamente soddisfacente e significativo, e faceva pubblicare la risposta sul California Jewish Voice: «Questa settimana il Vaticano ha inviato una lettera al rabbino capo Herzog, assicurando che sta facendo tutto il possibile per portare soccorso alle vittime della persecuzione nazista, incluso gli ebrei» .

In merito alla deportazione degli Ebrei romani del 16 ottobre 1943, che Rossi e Kung sottolineano, bisogna ricordare che essa durò un giorno solo. Avuta notizia della deportazione, Papa Pacelli intervenne direttamente e di persona, tramite suo nipote, Carlo Pacelli, presso il generale Hudal, un vecchio cattolico, ed ottenne una lettera di questi al generale Stahel al mezzogiorno dello stesso giorno, cosa che determinò la sospensione della razzia delle SS, in forma temporanea, mentre – se è vero che sull’Osservatore Romano apparve un corsivo, relativo alla Carità del Papa, in cui si affermava che il Santo Padre «estenderebbe la sua cura paterna a tutti gli uomini senza distinzione di nazionalità, di religione e di razza» - in gran segreto, diversi esponenti della Chiesa, per i canali non ufficiali e senza pubblicità, si preoccupavano di avvertire gli ebrei, salvandoli in Vaticano. Ciò grazie al non intervento dell’esercito tedesco, a quanto asserisce la testimonianza dell’uf ficiale tedesco Nikolaus Kunkel, apparsa recentemente. 

L’ufficiale tedesco, oggi ottantenne, racconta dell’atmosfera pesante di quei giorni, quando era nell’aria persino una occupazione del Vaticano, e dei frequenti contatti tra il comandante della Piazza di Roma Stahel e la Santa Sede. Narra come le SS avessero ricevuto l’ordine di deportare gli ebrei, ma il comandante della piazza si disse contrario e invitò Berlino a desistere, senza esito. Tuttavia, l’esercito tedesco non impedì, dopo la sospensione della razzia, che gli Ebrei trovassero rifugio tra le Mura Leonine : «In effetti i perseguitati vi poterono trovare rifugio in modo relativamente semplice… probabilmente, entrando soprattutto da Piazza San Pietro… Per noi era un successo che tra circa 8.000 oppure 9.000 ebrei solo 1.000 fossero stati arrestati dalle SS» . Secondo l’ufficiale tedesco, il successo era stato coronato dal “silenzio” ufficiale del Papa, in quanto una sua presa di posizione ufficiale avrebbe cost retto l’esercito a dover far rispettare gli ordini di Hitler : «E’ facile parlare dopo. Noi, al servizio del Comandante tedesco a Roma, eravamo in ogni caso dell’opinione che una presa di posizione forte avrebbe avuto conseguenze negative» . Fu proprio la mancanza di reazioni ufficiali che favorì il resoconto “tranquillizzante” a Kappler, a Ritter e a Berlino di von Weizsacher, e che favorì anche il non precipitare degli eventi.
 
La Segreteria di Stato non esitò ad essere ambigua nel rispondere alle “interessate” domande del Maresciallo Petain, sull’opportunità della legislazione antirazziale, nei rapporti ufficiali con il governo italiano e tedesco, con i regimi fantoccio insediati dai nazifascisti: e questo non per collusione, ma perché era perfettamente inutile discutere con loro, se non a rischio di svelare i piani della Santa Sede, rendendo impossibile l’azione umanitaria.
Se dall’opera di John F.Morley emerge invece un severo giudizio sulla diplomazia pontificia, secondo il quale essa è fallita perché non ha fatto tutto quello che le sarebbe stato possibile e perché, trascurando gli ebrei e perseguendo un obiettivo di riserbo «invece di un impegno umanitario, ha tradito gli ideali che essa stessa si era dati» , dallo studio della documentazione emerge esattamente che la diplomazia vaticana fece tutto quanto era in suo potere di fare per gli ebrei. Il Morley, vivente in un regime libero, non ha considerato tutte le situazioni contingenti e limitanti imposte dall’operare in un contesto di totalitarismo e negatore dei diritti umani. Storicamente, non si è potuti arrivare dove si voleva, ma idealmente la Chiesa ci ha provato.

d. Il Silenzio di Pio XII

Al termine di questo viaggio, occorre da affrontare un’ultima questione, quella del “silenzio di Pio XII”, che nella ricerca storica fin qui condotta, già fa trasparire la sua soluzione.
Tutti i commentatori si sono scagliati contro questo “silenzio”, ma come abbiamo visto, con il senno del poi è facile fare della grossolana critica storica, senza aver presenti tutti i termini del problema, almeno per “capire” l’atteggiamento di Papa Pacelli. In realtà, il Papa fu totalmente partecipe del dramma ebraico, ma non lo divulgò ai quattro venti. 
La questione posta dagli storici è vedere in che modo un papa in forza del suo ufficio è tenuto a dare testimonianza contro la violazione degli elementari diritti dell’uomo, come il genocidio della seconda guerra mondiale . Papa Pacelli fu il primo a porsi questa domanda, e gli fu posta per le vie diplomatiche sia attraverso una lettera di Radonski a Maglione, via Londra, nel 1942, sia attraverso l’Arcivescovo Preysing di Berlino il 6 marzo 1943, che lo sollecitava a prendere posizione . Rispondendo all’arcivescovo Frings, il 3 marzo 1944, il Papa riconosceva che decidere era «dolorosamente difficile» . Tuttavia, le decisioni papali furono responsabilmente ponderate.

Il suo dilemma era quanto chiara dovesse essere la parola che è richiesta dall’ufficio e quanto concreta essa può essere in base alle conseguenze. Il Papa, poi, preferiva parlare più dei “peccati” che non dei “peccatori”: a lui competeva illuminare sui principi fondamentali, mentre spettava ai vescovi concretizzare sul luogo, e considerando tutte le conseguenze, i principi. 
Si pose comunque spesso in maniera drammatica il problema se, di fronte al terrore scatenato, con questo atteggiamento assolveva a tutti gli obblighi del suo ufficio, e meditò molte volte di andare oltre le condanne generali. L’intento di evitare il peggio è «uno dei motivi fondamentali per i quali ci poniamo limiti alle nostre dichiarazioni», scriveva a Preysing, Arcivescovo di Berlino, il 30 aprile 1943 . Il papa e i suoi collaboratori, sulla base di quanto sapevano ed avevano sperimentato del nazionalsocialismo, erano fermamente convinti che un’infiammata protesta non avrebbe interrotto la carneficina, bensì l’avrebbe aggravata a seconda del momento e delle circostanze, e al tempo stesso avrebbe distrutto le possibilità che erano rimaste di agire per via diplomatica in favore degli Ebrei ungheresi o rumeni.

In questo modo, prima degli altri, il Vaticano potette essere informato dell’Olocausto, e agire di conseguenza. Già nella primavera del 1942 in Vaticano erano note fonti ebraiche di Bratislavia e di Budapest che la deportazione era per molti colpiti sicura condanna a morte, e dell’esistenza dei Lager. Poiché il silenzio era vincente in simili circostanze, a Roosevelt, che tramite il delegato a Washington, mosso da tre rabbini, aveva chiesto al papa un “pubblico appello” per richiedere la sospensione dello sterminio degli ebrei, era stato risposto il 3 aprile 1943, non senza motivo il laconico «Santa Sede continua occuparsi favore Ebrei» . La Segreteria di Stato, infatti, riteneva in un documento interno che un appello pubblico non sarebbe stato conveniente, perché bisognava evitare che la Germania lo prendesse come pretesto per rendere ancora più gravi le misure antiebraiche nei territori occupati ed esercitasse nuove e più forti insistenze sulla politica ebraica degli stati!
satelliti .
 
Sotto questo sfondo andava inteso il radiomessaggio del Natale 1942, poiché lo stesso Pio XII, in privato, parlando del discorso tenuto, aveva confidato ai collaboratori più stretti che quella sua parola: «era breve, ma fu ben capita», cosa che ripetette nella missiva a Preysing del 30 aprile .
Conclude Repgen : «Il papa, dunque, ha anche parlato, ma la parola non fu il suo mezzo principale o esclusivo nella lotta contro la politica ebraica di Hitler… Dominante fu per lui l’aspetto, di responsabilità morale, di dover evitare di scegliere una forma di provocazione che non avrebbe fermato, bensì aumentato le disgrazie: con un pubblico appello non si sarebbe ottenuta la cessazione dello sterminio degli Ebrei, ma la drastica rappresaglia verso ebrei, cattolici e chiese, connaturata nella logica del sistema di dominio nazionalsocialista. Al contrario la politica del Papa conservò alla Santa Sede la possibilità di salvare ancora degli Ebrei. Poiché questa chance venne sfruttata efficacemente, al Papa già allora dalle centrali ebraiche fu espresso il più vivo riconoscimento per la sua opera di salvezza» .

6. Conclusione.

Tutto questo percorso storico ci fa comprendere come, per la Chiesa Cattolica, molta acqua sia passata sotto i ponti : nella comunità cattolica c’è stata una radicale conversione dall’antisemitismo “discriminatorio” professato dal Concilio di Elvira del 306, e fino alla seconda metà dell’800, anche attraverso la purificazione dell’Olocausto della Seconda Guerra Mondiale, all’accettazione piena e convinta dei nostri fratelli maggiori. 
Questo cammino della Chiesa, già evidente, anche se mancante il coraggio finale di riconoscimento dello Stato Ebraico, avvenuto oggi con Giovanni Paolo II, era presente già in Pio XII e in gran parte dei cattolici testimoni della Seconda Guerra Mondiale, ma è maturato in pienezza solo nel dopoguerra, prima con Giovanni XXIII, quindi con la dichiarazione Nostra Aetate del Concilio Vaticano II, ed in modo speciale nell’occasione di questo Giubileo.
Già nella Terzo Millennio Adveniente, il Santo Padre aveva chiesto ai cattolici e quindi ai cristiani la “Purificazione della Memoria”, chiedendo perdono per tutte le colpe della Chiesa Cattolica contro l’umanità, ed anche per l’Olocausto, scatenato da cattolici o pseudo cattolici, come anche per tutte quelle violenze verbali degli uomini di Chiesa contro gli Ebrei.
 
Si era posto nella linea di Don Gaetano Tantalo, che un giorno del 1947, dopo aver letto lo scritto di D’Azelio, aveva ammesso «La Chiesa doveva fare pubblica ammenda, per denunciare al mondo i gravi errori, che ha commesso contro gli Ebrei» . Proprio a queste parole del Servo Dio sembra ben corrispondere l’immagine della primavera 2000 di Giovanni Paolo II in preghiera davanti al Muro del Pianto in Gerusalemme, che infila con un gesto significato in questo luogo sacro per l’Ebraismo, un documento in cui afferma che mai più ci sarà persecuzione degli ebrei da parte dei cristiani e che la Chiesa chiede perdono di questi suoi errori, concludendo dopo duemila anni un cammino molto duro, con aspetti riprovevoli.
Se Kung era critico sulla volontà della Chiesa di fare ammenda dei propri errori, quel gesto luminoso ed immenso, di portata eccezionalmente storica, lo ha accontentato. Ma un gesto che deve ricordare a noi tutti la necessità di voltare pagina, e favorire l’impegno di non perseguitare mai più un uomo per le sue convinzioni di razza, lingua e religione. 
Per concludere, si riporta il discorso del 23 marzo 2000 ai Rabbini di Terra Santa di Giovanni Paolo II: 
«Molto reverendi Rabbini Capi, è con grande rispetto che vi faccio visita qui oggi e vi ringrazio per avermi ricevuto a Hechal Shlomo. Questo incontro ha un significato veramente unico, che - spero e prego - condurrà a maggiori contatti fra Cristiani ed Ebrei, volti a raggiungere una comprensione sempre più profonda del rapporto storico e teologico fra le nostre rispettive eredità religiose. Personalmente, ho sempre desiderato essere annoverato fra coloro che, da entrambe le parti, operano per superare i pregiudizi e per garantire un riconoscimento sempre più ampio e pieno del patrimonio spirituale condiviso dagli Ebrei e dai Cristiani. Ripeto ciò che ho detto in occasione della mia visita alla comunità ebraica di Roma, ossia che noi Cristiani riconosciamo che l'eredità religiosa ebraica è intrinseca alla nostra fede: "siete i nostri fratelli maggiori" (cfr. Incontro con la Comunità ebraica della città di Roma, 13 aprile 1986, n. 4). Speriamo che il popolo ebraico riconosca che la Chiesa condanna totalmente l'antisemitismo e ogni forma di razzismo perché in radicale contrasto con i principi del cristianesimo. Dobbiamo cooperare per edificare un futuro nel quale non vi sia più antigiudaismo fra i Cristiani e anticristianesimo fra gli Ebrei.Abbiamo molto in comune. Insieme possiamo fare molto per la pace, per la giustizia e per un mondo più fraterno e umano. Che il Signore del cielo e della terra ci conduca a un'era nuova e feconda di rispetto reciproco e di cooperazione, a beneficio di tutti! Grazie.» .

PREGHIERA DI GIOVANNI PAOLO II 
AL MURO OCCIDENTALE DI GERUSALEMME
 
"Dio dei nostri padri, tu hai scelto Abramo e la sua discendenza perché il tuo Nome fosse portato alle genti: noi siamo profondamente addolorati per il comportamento di quanti nel corso della storia hanno fatto soffrire questi tuoi figli, e chiedendoti perdono vogliamo impegnarci in un'autentica fraternità con il popolo dell'alleanza. Per Cristo nostro Signore. Amen. Domenica, 26 marzo 2000 IOANNES PAULUS PP. II "

DON FRANCESCO MARTINO
martino.francesco@tiscalinet.it

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