LETTERATURA
LA LETTERATURA DEI POPOLI MODERNI

IL ROMANTICISMO


Quel moto letterario, filosofico e politico, che, nato e sviluppatosi in Germania col nome di romanticismo, rappresentò la reazione intellettuale della nazione tedesca all'oppressione francese e predicò l'opposizione al classicismo in poesia e al razionalismo in filosofia, e fece sentire la sua influenza anche in Italia nella prima metà del secolo XIX.

Il termine non era nuovo, nel Seicento l'inglese romantic aveva il significato di romanzesco, per indicare le narrazioni desunte dal romance, romanzo cavalleresco medievale; sinonimo di pittoresco per designare gli aspetti selvaggi e malinconici della natura, sia in senso spregiativo, che per definire tutto ciò che è irrazionale.

Quando F. von Schegel nel 1798 al fratello Willhelm volle definire cos'era questo aggettivo gli scrisse "Non ti posso mandare la mia interpretazione della parola "romantico": è lunga 125 pagine". Sottolineava dunque l'indefinibilità e l'ineffabilità programmatica di certi aspetti del "romanticismo".
"Era tuttavia una corrente di gusto e di pensiero, che, privilegiando le emozioni, la nostalgia e la malinconia, l'indefinito e l'infinito, il senso della lontananza, rifiutavano le armonie e le sicurezze del "buon gusto" codificato, del razionalismo e del classicismo accademico. In questa tensione si è voluto riconoscere il presagio della fine della società aristocratica e gli impulsi contraddittori della cultura borghese in ascesa, che non possono essere identificati esclusivamente nel razionalismo illuministico" (Furio Jesi)

Nasce, fra la Rivoluzione francese e la formazione dello Stato Tedesco, anni in cui sono intercalate tante sensibilità irrequiete, nella Rivoluzione Francese, nelle guerre napoleoniche, nella Restaurazione, nelle repressioni, nelle lotte liberali indipendentiste, per finire nelle rivoluzioni europee, dentro gli stessi stati assolutisti (vedi Austria), in quelli liberali (vedi Inghilterra), in quelli in lentissima formazione (vedi l'Italia dei piccoli "cortili"), in quelli in accelerata formazione (vedi Russia). In ognuna di queste fasi, nelle coscienze dei popoli coinvolti nei grandi conflitti, si creano delle profonde fratture; con le varie disillusioni, tradimenti, frustrazioni, miti nella polvere, aspirazioni stroncate, umiliazioni, ritorno a un nuovo tipo di stoicismo che è spesso falso; c'è l'attrazione per la morte, le malattie, le esperienze oniriche, le droghe, le fughe dalla perfezione dell'uomo, le evasioni nel trascendentale infinito o gli autoimposti isolamenti

Dopo il culto della libertà universale, si ritorna con i cocenti insuccessi, al sentimento nazionale, recuperando ogni popolo il suo storicismo partendo dalle origini, alla ricerca della propria identità. In Germania si esalta il valore della propria storia (Idealismo tedesco), della religione e dell'arte stessa. Il Romanticismo è in antitesi all'Illuminismo e vuole sostenere una nuova concezione della vita. Contro il razionalismo dell'età precedente si afferma il concetto della creatività dello spirito;  all'ateismo degli ideologi si contrappone il ritrovamento dei valori religiosi; contro l'antistoricismo illuministico, che respingeva la storia del passato, ritenendola colma di superstizioni e di errori, viene sostenuto un nuovo storicismo rivalutando le tradizioni; infine viene affermata l'autonomia della fantasia rispetto all'intelletto.

" Romanticismo - scrive il Cesareo (dopo leggeremo il De Sanctis)- è la scissione della coscienza; la quale, scontenta della vita terrena, aspira a qualcosa di infinito e d'eterno, che è fuori di lei, oltre il mondo del senso, nella pura regione dell'invisibile. Gli antichi ignoravano questo dissidio interiore: la loro vita era concorde e armoniosa; i loro dei noti significavano che la trasfigurazione simbolica dei loro stessi sentimenti; il loro ideale non oltrepassava la cerchia del loro naturalismo. Invece i moderni hanno la torturante aspirazione al mistero: il cristianesimo ha ingentilito la loro coscienza e promesso la felicità di là dalla vita; l'arte moderna deve quindi cercare altre vie che l'antica. Non può esser serena, ma rassegnata; non gioiosa, ma cogitabonda: a punto come chi aspetta, ma non trova, il suo bene. Le si addice la notte, il mistero, la malinconia; la pietà dei sentimenti irrequieti e complessi, l'orrore degli spettacoli tetri. Lasci da parte la mitologia, la storia greca e romana, Aristotele, l'imitazione dei classici, e accolga le trascendenti figurazioni del cristianesimo, gli angeli, i beati, i regni d'oltretomba, le leggende agiografiche e mistiche; tratti la storia del medioevo coi suoi cavalieri, le sue castellane, la sua società religiosa ed eroica; rinnovi le regole della poetica; imiti i retti e sinceri poeti stranieri, il Johnson, lo Shakespeare, Lope de Vega, Calderon de la Barca. Tale fu per l'appunto il romanticismo tedesco". (Cesareo)

Le prime esperienze, quindi l'origine, sono da ricercare nell'opera di HERDER e nello Sturm und Drang, ove fanno le prime esperienze SCHILLER e GOETHE. L'inizio ufficiale è però del 1797 quando esce a Berlino la rivista Athenaum, con una tendenza prevalente al misticismo e all'irrazionale (NOVALIS, HOLDERLIN) mentre l'opera di Goethe è volta alla ricerca di un nuovo equilibrio, detto poi classico-romantico.  I generi privilegiati sono il poema (filosofico, epico, idillico), il romanzo (storico, psicologico), il diario, la ballata, la novella. In Inghilterra sorge ufficialmente l'anno dopo, nel 1798,  ad opera di WORDSWORTH, COLERIDGE, ed ha come massimi esponenti GEORGE GORDON BYRON (1788-1824); PERCY BYSSHE SHELLEY (1792-1822); JOHN KEATS (1795-1821); WALTER SCOTT (1771-1832) che si afferma nel romanzo storico. In Francia, ove la sensibilità romantica  è stata preannunciata da ROUSSEAU , la data d'inizio è segnata da M.ME DE STAEL (1766-1817) con la pubblicazione nel 1813 di Germania, poi seguirono FRACOIS RENE' DE CHATEUBRIAND (1768-1848); ALPHONSE LAMARTINE (1790-1869); VICTOR HUGO (1802-1885); ALFRED DE VIGNY (1797-1863); ALFRED DE MUSSET (1810-1857); ALEXANDER DUMAS (1802-1870); SAINT-BEAUVE (1804-1869) e altri.

Fra coloro che diffusero le dottrine romantiche in Italia fu l'accennata Mme LUISA GERMANA NÈKER DE STAÈL col suo famoso libro "De l'Allemagne", che nel 1814 uscì a Milano, tradotto nella nostra lingua. Della Staèl, nel gennaio del 1816, una rivista milanese, "La Biblioteca Italiana", pubblicò, nella traduzione del GIORDANI, un articolo in cui si esortavano gl'Italiani a mettere da parte il vieto bagaglio mitologico e a prender conoscenza dei poeti stranieri per infondere vigore alla stanca poesia italiana. Ribatterono il Giordani ed altri, affermando che la poesia italiana non era affatto isterilita e provocando una risposta della Staèl, la quale diceva, fra l'altro, che "conoscenza non voleva dire imitazione e che l'umano intelletto più sa e più diventa originale". Questi furono i primi colpi della grossa battaglia combattutasi in Italia prò e contro il romanticismo, alla quale presero parte vivissima oltre che il citato Giordani, GIOVANNI BERCHET, PIETRO BORSIERI e LUDOVICO DI BREME. Il primo, nel 1816, sotto lo pseudonimo di Grisostomo, pubblicò una lettera semiseria "Sul Cacciatore feroce" e sulla "Eleonora di G. A. Burger", nella quale fingeva di scrivere ad un suo figlio collegiale per esortarlo ad allontanarsi dalla vecchia e fredda poetica e dall'imitazione dei poeti dell'antichità greco-romana e ad imitar la natura, ad accogliere le voci dell'anima popolare, ad attingere aspirazione dalle credenze e dalle tradizioni del popolo e ad esprimere sentimenti cari ed intelligibili a tutti, proponendogli come esempio le due ballate del Burger da lui tradotte.

L'opuscolo del Berchet provocò ampie discussioni e polemiche. Contro i romantici si schierò in prima fila l'austriacante "Biblioteca Italiana" che usciva a Milano e il "Giornale Arcadico" a Roma; i romantici, nel 1818, raccoltisi intorno al mecenate CONTE LUIGI PORRO LAMBERTENGHI, fondarono in Milano il "Conciliatore", ch'ebbe come redattore SILVIO PELLICO e come collaboratori FEDERICO CONFALONIERI, BERCHET, IL DI BREME, BORSIERI, ERMES VISCONTI, GIOVITA SCALVINI, ROMAGNOSI, TORTI e molti altri. "Il Conciliatore", divenuto ben presto palestra di patriottismo e d'irredentismo, venne, dopo soli tredici mesi di vita, soppresso dal governo austriaco e i suoi scrittori carcerati o dispersi; ma il "romanticismo" (tutto italiano) non poté esser soffocato, anzi, accrebbe la schiera dei suoi fautori e non tardò a diventare la bandiera del movimento liberale italiano.

Il Romanticismo anche se s'inserisce nel più alto discorso europeo, quello italiano si caratterizza, piuttosto che come movimento d'idee estetiche come espressione della borghesia illuminata nel suo programma d'espansione industriale, e non c'è niente di male, quando si ammetta la relativa attinenza di tale fenomeno al romanticismo vero e proprio. La cronistoria delle polemiche sul romanticismo ha inizio come abbiamo appena letto nel 1816, e paradossalmente sulle pagine di quella "conservatrice" rivista austriaticante che aveva come primo proposito di promuovere la borghesia produttiva per portarla ad un livello di moderna efficienza culturale. Paradossalmente proprio da queste pagine la Stael esortava alla sprovincializzazione della cultura italiana.
Ma bisogna dire che si era nel 1816, l'Italia era ancora divisa politicamente ed era in pieno periodo della Restaurazione. Erano stati ed erano ancora, tempi ancora bui. Non esisteva in Italia una lingua che poteva collocarsi al livello della nuova cultura europea. La testimonianza c'è data dal "Conciliatore" stesso che pubblicò in varie puntate la "proposta di alcune correzioni e aggiunte al Vocabolario della Crusca". Nello stesso tempo c'era chi -GIORDANI- condannava quelle che erano considerate non lingue ma dialetti, quindi questi nocivi all'unità linguistica e politica (quale fosse questa unità politica del Giordani non era molto chiara - Toscana, Centro e Sud Italia. erano allora ancora "pianeti" fuori dal "sistema solare" austro-lombardo); e chi invece -BREME- voleva un'apertura verso i "dialetti", ritenendoli capaci di ampliare la lingua nazionale (quale fosse questa lingua, con le polemiche che c'erano in corso nei confronti del "Toscano" (allora "fiorentino" parlato degli uomini colti) anche Breme non fu molto chiaro). Manzoni affronterà questo problema con "Dell'unità della lingua" solo nel 1868, e dopo aver più volte ritoccato e adeguato (dal 1825 al 1842) i suoi "Promessi Sposi", abolendo quel diaframma secolare che esisteva con la lingua dei letterati e la lingua viva del popolo.

Quello che accade subito dopo le polemiche, fu l'esortazione a "un fare" poetico che lasciasse da parte le questioni generali di romanticismo e classicismo e riflettesse "il genio nazionale eccitato e modificato dalle attuali circostanze" (G.D. Romagnoli, nel Conciliatore n.3, nell'articolo "Della poesia considerata rispetto alle diverse età delle nazioni" (Età con i legami stretti alle varie dominazioni, che avevano creato delle vere e proprie barriere linguistiche oltre che culturali e di tradizioni).
Nelle opere dei critici italiani sul romanticismo tedesco (e di quello francese che sotto molti aspetti era di riporto al primo - e che entrambi del resto gli italiani conoscevano in modo molto imperfetto e superficiale) nasce così l'idea di una letteratura come "espressione della società", che diventa quasi subito un'idea portante del nazionalismo (dal 1816 al 1848) e poi del cosiddetto risorgimento italiano (dal 1848 in poi).

Il più grande critico di questo periodo storico-politico-letterario è FRANCESCO DE SANCTIS (1817-1883), che fu il primo a guardare con occhio non velato da preconcetti; ciò che nel movimento romantico italiano vi ricercava non era l'ideale, ma la realtà, non il fine ma l'atto. "In tal senso tutta l'attività critica di De Sanctis è la riprova del rapporto che esisteva tra "letteratura" ed " espressione della società", che era un modo parziale d'intendere il romanticismo, ma era appunto quello (senza essere in contrasto con alcuni postulati del romanticismo europeo, e soprattutto tedesco,) che si conveniva al problema nazionale" (Luigi Baldacci). Una letteratura intesa a giovare quella società di cui peraltro voleva essere la fedele espressione. Non per nulla che il "Conciliatore" che era diventato ben presto palestra del patriottismo e d'irredentismo, venne soppresso dal governo austriaco, perché stava diventando la bandiera del movimento liberale e dell'unitarismo.

Proprio con il De Sanctis vogliamo iniziare il discorso sul "Romanticismo" per avere un'intera panoramica del secolo (dopo il periodo napoleonico) sui numerosi scrittori, poeti, romanzieri, politici, storici o di memorie. Più che una panoramica letteraria è un'analisi di quel periodo molto legato alla storia d'Italia; di quell'Italia tornata ad essere unita.

Nel leggerlo, non dimentichiamo che FRANCESCO DE SANCTIS, era meridionale di Morra Irpinia, Avellino; di famiglia borghese studiò prima presso uno zio prete; partecipò ai moti insurrezionali del 1848 da posizioni liberali (finì anche in carcere); fuggito da un esilio che lo avrebbe portato in America si rifugiò nel 1853 come esule a Torino; aderì poi all'unitarismo monarchico; fu ministro della pubblica istruzione con Cavour nel 1861; direttore (1863-65) del giornale "L'Italia" organo della sinistra formata da ex mazziniani; lo troviamo poi nei governi di sinistra nel 1878-'81; e combatté l'ingerenza ecclesiastica nelle scuole.

(Francesco De Sanctis, Storia della Letteratura)

"La stella di Monti scintillava ancora cinta di astri minori; Foscolo solitario meditava le Grazie; Romagnosi tramandava alla nuova generazione il pensiero del gran secolo vinto. E proprio nel 1815, tra il rumore dei grandi avvenimenti, usciva in luce un libriccino, intitolato Inni, al quale nessuno badò. Foscolo chiudeva il suo secolo con i Carmi; Manzoni apriva il suo con gl'Inni. Il Natale, la Passione, la Risurrezione, la Pentecoste erano le prime voci del secolo decimonono. Natali, Marie e Gesù ce n'erano infiniti nella vecchia letteratura, materia insipida di canzoni e sonetti, tutti dimenticati. Mancata era l'ispirazione, da cui uscirono gl'inni dei santi padri e i canti religiosi di Dante e del Petrarca e i quadri e le statue e i templi dei nostri antichi artisti. Su quella sacra materia era passato il Seicento e l'Arcadia, fino a che disparve sotto il riso motteggiatore del secolo decimottavo. Ora la poesia faceva anche lei il suo "concordato". Ricompariva quella vecchia materia, ringiovanita da una nuova ispirazione.

Ciò che muove il poeta non è la santità e il misterioso del dogma. Non riceve il soprannaturale con raccoglimento, con semplicità di credente. Mira a trasportarlo nell'immaginazione, e, se posso dir così, a naturalizzarlo. Non è più un "credo", è un motivo artistico. Diresti che innanzi al giovine poeta ci sia il ghigno di Alfieri e di Foscolo, e che non si attenti di presentare ai contemporanei le disusate immagini, se non pomposamente decorate. Non gli basta che siano sante; vuole che siano belle. L'idea cristiana ritorna innanzi tutto come arte, anzi come la sostanza dell'arte moderna, chiamata "romantica".

La critica entrava già per questa via, e fin d'allora sentivi parlare di "classico" e di "romantico", di "plastico" e di "sentimentale" di "finito" e d'"infinito". L'inno era poesia essenzialmente religiosa, la poesia dell'infinito e del soprannaturale. Sorgeva come sfida ai classici per la materia e per la forma. Pure il poeta, volendo esser romantico, rimane classico. Invano si arrampica tra le nubi del Sinai; non si regge, ha bisogno di toccar terra; il suo spirito non riceve se non ciò che è chiaro, plastico, determinato, armonioso; le sue forme sono descrittive, rettoriche e letterarie, pur vigorose e piene di effetto, perché animate da immaginazione fresca in materia nuova. Vi senti lo spirito nuovo, che in quel ritorno delle idee religiose non abdica, e penetra in quelle idee e se le assimila, e vi cerca e vi trova se stesso. Perchè la base ideale di quegl'Inni è sostanzialmente democratica, è l'idea del secolo battezzata e consacrata sotto il nome d'"idea cristiana", l'eguaglianza degli uomini tutti fratelli in Cristo la riprovazione degli oppressori e la glorificazione degli oppressi; è la famosa triade, "libertà, uguaglianza, fratellanza", vangelizzata; è il cristianesimo ricondotto alla sua idealità e penetrato dallo spirito moderno.

Onde nasce una rappresentazione pacata e soddisfatta, pittoresca nelle sue visioni, semplice e commovente nei suoi sentimenti, come di un mondo ideale riconciliato e concorde, ove si armonizzano e si acquietano le dissonanze del reale e i dolori della terra. Ivi è il Signore, che nel suo dolore pensò a tutt'i figli d'Eva; ivi è Maria, nel cui seno regale la femminetta depone la sua spregiata lacrima; ivi è lo Spirito, che scende, aura consolatrice nei languidi pensieri dell'infelice; ivi è il regno della pace, che il mondo irride, ma che non può rapire; il povero, sollevando le ciglia al cielo "che è suo", volge i lamenti in giubilo, pensando a cui somiglia. In questa ricostruzione di un mondo celeste accanto a una lirica di pace e di perdono, alta sulle collere e sulle cupidigie mondane, si sviluppa l'epica, quel veder le cose umane dal di sopra con l'occhio dell'altro mondo.

Questa novità di contenuto, di forma e di sentimento rende altamente originale il Cinque maggio, composizione epica in forme liriche. L'individuo, grande ch'ei sia, non è che un'"orma del Creatore", uno strumento "fatale". La gloria terrena, posto pure che sia vera gloria, non è in cielo che "silenzio e tenebre". Sul mondano rumore sta la pace di Dio. È lui che atterra e suscita, che affanna e consola. La sua mano toglie l'uomo alla disperazione, e lo avvia per i floridi sentieri della speranza. Risorge il "Deus ex machina", il concetto biblico dell'uomo e dell'umanità. La storia è la volontà imperscrutabile di Dio. Così vuole. A noi non resta che adorare il mistero o il miracolo, "chinar la fronte". Meno comprendiamo gli avvenimenti, e più siamo percossi di maraviglia, più sentiamo Dio, l'incomprensibile.

La storia anche di ieri si muta in leggenda, diviene poesia epica. Napoleone è un gran miracolo, un'orma più vasta di Dio. A che fine? Per quale missione? L'ignoriamo. È il segreto di Dio. Così volle.

Rimane della storia la parte popolare o leggendaria, quella che più colpisce le immaginazioni; le battaglie, le vicende assidue, gli avvenimenti straordinari, le grandi catastrofi, le miracolose conversioni. Il motivo epico nasce non dall'altezza e moralità dei fini, ma dalla grandezza e potenza del genio, dallo sviluppo di una forza che arieggia il soprannaturale. Sono nove strofe, di cui ciascuna per la vastità della prospettiva è quasi un piccolo mondo, e te ne viene un'impressione, come da una piramide. A ciascuna strofa la statua muta di prospetto, ed è sempre colossale. L'occhio profondo e rapido dell'ispirazione divora gli spazi, aggruppa gli anni, fonde gli avvenimenti, ti dà l'illusione dell'infinito. Le proporzioni sono ingrandite da un lavoro tutto di prospettiva nella maggior chiarezza e semplicità dell'espressione. Le immagini, le impressioni, i sentimenti, le forme tra quella vastità di orizzonti ingrandiscono anche loro, acquistano audacia di colori e di dimensioni. Trovi condensata la vita del grande uomo nelle sue geste, nella sua intimità, nella sua azione storica, nei suoi effetti sui contemporanei, nella sua solitudine pensosa: immensa sintesi, dove precipitano gli avvenimenti e i secoli, come incalzati e attratti da una forza superiore in quegli sdruccioli accavallantisi, appena frenati dalle rime. Questo è il primo movimento, epico-lirico, del secolo decimonono. Al macchinismo classico succede il macchinismo teologico. Ma non è mero macchinismo, semplice colorito o abbellimento. È un contenuto redivivo nell'immaginazione che ricostruisce a sua immagine la storia dell'umanità e il cuore dell'uomo. È Cristo smarrito e ritrovato al di dentro di noi. Ritorna la provvidenza nel mondo, ricompare il miracolo nella storia, rifioriscono la speranza e la preghiera, il cuore si raddolcisce, si apre a sentimenti miti: sui disinganni e sulle discordie mondane spira un alito di perdono e di pace. Ciò che intravedeva Foscolo, disegnò Manzoni con un entusiasmo giovanile, riflesso di quell'entusiasmo religioso, che accompagnava a Roma il papa reduce, ispirava ad Alessandro la federazione cristiana, prometteva agli uomini stanchi un'era novella di pace e riposo. La nuova generazione sorgeva tra queste illusioni, e mentre il vecchio Foscolo fantasticava un paradiso delle Grazie, allegorizzando con colori antichi cose moderne, Manzoni ricostruiva l'ideale del paradiso cristiano e lo riconciliava con lo spirito moderno. La mitologia se ne va, e resta il classicismo; il secolo decimottavo è rinnegato, e restano le sue idee. Mutata è la cornice, il quadro è lo stesso.

Guardate il Cinque maggio. La cornice è una illuminazione artistica, una bell'opera d'immaginazione, da cui non esce alcuna seria impressione religiosa. Il quadro è la storia di un genio rifatta dal genio. L'interesse non è nella cornice è nel quadro. Ben presto il movimento teologico diviene prettamente filosofico. Dio è l'assoluto, l'idea; Cristo è l'idea in quanto è realizzata, l'idea naturalizzata; lo Spirito è l'idea riflessa e consapevole il Verbo; la trinità teologica diviene la base di una trinità filosofica. Il Dio teologico è l'essere nel suo immediato, il nulla, un Dio astratto e formale, vuoto di contenuto. Dio nella sua verità è lo spirito che riconosce se stesso nella natura. Logica, natura, spirito, sono i tre momenti della sua esistenza, la sua storia, una storia dove niente è incomprensibile e arbitrario, tutto è ragionevole e fatale. Ciò che è stato, doveva essere. La schiavitù, la guerra, la conquista, le rivoluzioni, i colpi di Stato non sono fatti arbitrari, sono fenomeni necessari dello spirito nella sua esplicazione. Lo spirito ha le sue leggi, come la natura; la storia del mondo è la sua storia, è logica viva, e si può determinare a priori. Religione, arte, filosofia, dritto, sono manifestazioni dello spirito, momenti della sua esplicazione. Niente si ripete, niente muore: tutto si trasforma in un progresso assiduo, che è lo spiritualizzarsi dell'idea, una coscienza sempre più chiara di sé, una maggiore realtà.

In queste idee codificate da Hegel ricordi Machiavelli, Bruno, Campanella, soprattutto Vico. Ma è un Vico a priori. Quelle leggi, che egli traeva da' fatti sociali, ora si cercano a priori nella natura stessa dello spirito. Nasce un'appendice della Scienza nuova, la sua metafisica sotto nome di "logica", compaiono vere teogonie, o epopee filosofiche, con le loro ramificazioni. Hai la filosofia delle religioni, la storia della filosofia, la filosofia dell'arte, la filosofia del dritto, la filosofia della storia, illuminate dall'astro maggiore, la logica, o, come dice Vico, la "metafisica". Tutto il contenuto scientifico è rinnovato. E non solo nell'ordine morale, ma nell'ordine fisico. Hai una filosofia della natura, come una filosofia dello spirito. Anzi non sono che una sola e medesima filosofia, momenti dell'Idea nella sua manifestazione. Il misticismo, fondato sull'imperscrutabile arbitrio di Dio e alimentato dal sentimento, dà luogo a questo idealismo panteistico. Il sistema piace alla colta borghesia, perché da una parte, rigettando il misticismo, prende un aspetto laicale e scientifico, e dall'altra, rigettando il materialismo, condanna i moti rivoluzionari, come esplosioni plebee di forze brute. Piace il concetto di un progresso inoppugnabile, fondato sullo sviluppo pacifico della coltura: alla parola "rivoluzione" succede la parola "evoluzione". Non si dice più "libertà", si dice "civiltà", "progresso", "coltura".

Sembra trovato oramai il punto, ove s'accordano autorità e libertà, Stato e individuo, religione e filosofia, passato e avvenire. Anche le idee fanno la loro pace, come le nazioni. E il sistema diviene ufficiale sotto nome di "eccletismo". La rivoluzione getta via il suo abito rosso, e si fa cristiana e moderata sotto il vessillo tricolore, vagheggiando, come ultimo punto di fermata, le forme costituzionali, e tenendo a pari distanza i clericali col loro misticismo, e i rivoluzionari con il loro materialismo.

Queste idee facevano il giro di Europa e divennero il "credo" delle classi colte. La parte liberale si costituì come un centro tra una destra clericale e una sinistra rivoluzionaria, che essa chiamava i "partiti estremi". Luigi Filippo realizzò quest'ideale della borghesia, e l'eccletismo lo consacrò. Sembrò dopo lunga gestazione creato il mondo. Il problema era sciolto, il bandolo era trovato. Dio si poteva riposare. Chiusa oramai era la porta alla reazione e alla rivoluzione. Regnava il progresso pacifico e legale, governava la borghesia sotto nome di "partito liberale-moderato". Teneva in scacco la destra, perché, se combatteva i gesuiti e gli oltramontani, onorava il cristianesimo, divenuto nel nuovo sistema l'idea riflessa e consapevole, lo spirito che riconosce se stesso. Non credeva al soprannaturale, ma lo spiegava e lo rispettava; non credeva a un Cristo divino, ma alzava alle stelle il Cristo umano; e della religione parlava con unzione, e con riverenza dei ministri di Dio. Così tirava dalla sua i cristiani liberali e patrioti, e non urtava le plebi. E teneva ad un tempo in scacco la sinistra rivoluzionaria, perché se respingeva i suoi metodi, se condannava le sue impazienze e le sue violenze, accettava in astratto le sue idee, confidando più nell'opera lenta, ma sicura, dell'istruzione e dell'educazione, che nella forza brutale. Per queste vie la rivoluzione sotto aspetto di conciliazione si rendeva accettabile ai più, e si rimetteva in cammino.

Tra queste idee si formò la nuova critica letteraria. Rimasta fra le vuote forme rettoriche empirica e tradizionale, anch'ella gridò "libertà" nel secolo scorso, e, perduto il rispetto alle regole e all'autorità, acquistò una certa indipendenza di giudizio, illuminata nei migliori dal buon senso e dal buon gusto. L'attenzione dall'esterno meccanismo si volse alla forza produttiva, cercando i motivi e il significato della composizione nelle qualità dello scrittore; l'arte ebbe il suo "cogito" e trovò la sua formola nel motto: "Lo stile è l'uomo". Ma era una critica d'impressioni più che di giudizi, di osservazioni più che di princìpi. Con la nuova filosofia il bello prese posto accanto al vero e al buono, acquistò una base scientifica nella logica, divenne una manifestazione dell'idea, come la religione, il dritto, la storia: avemmo una filosofia dell'arte, l'estetica. Stabilito un corso ideale dell'umanità, l'arte entrò nel sistema allo stesso modo che tutte le altre manifestazioni dello spirito, e prese dalla qualità dell'idea la sua essenza e il suo carattere. Materia principale della critica fu l'idea con il suo contenuto: le qualità formali ebbero il secondo luogo. Avemmo l'idea "orientale", l'idea "pagana" o "classica", l'idea "cristiana" o "romantica" nella religione, nella filosofia, nello Stato, nell'arte, in tutte le forme dell'attività sociale, uno sviluppo storico a priori, secondo la logica o le leggi dello spirito. La filosofia dell'idea divenne un antecedente obbligato di ogni trattato di estetica, come di ogni ramo dello scibile; e il problema fondamentale dell'arte fu cercare l'idea in ogni lavoro dell'immaginazione, e misurarlo secondo quella. Ritornò su il concetto cristiano-platonico dell'arte, espresso da Dante, restaurato dal Tasso. La poesia fu il vero "sotto il velo della favola ascoso", o il "vero condito in molli versi". Divenuta la favola un velo dell'idea, ritornavano in onore le forme mitiche e allegoriche, e le concezioni artistiche si trasformavano in costruzioni ideali: la Divina Commedia, materia d'infiniti commenti filosofici, aveva il suo riscontro nel Faust.

Venne in moda un certo filosofismo nell'arte anche presso i migliori, anche presso Schiller. E non solo la filosofia, ma anche la storia divenne il frontespizio obbligato della critica, trattandosi di coglier l'idea non nella sua astrattezza, ma nel suo contenuto, nelle sue apparizioni storiche. Sorsero investigazioni accuratissime sulle idee, sulle istituzioni, sui costumi, sulle tendenze dei secoli cui si riferivano le opere d'arte, sulla formazione successiva della materia artistica; al motto antico: "Lo stile è l'uomo", successe quest'altro: "La letteratura è l'espressione della società". Ne uscì un doppio impulso: sintetico e analitico. Posto che la storia non sia una successione empirica e arbitraria di fatti, ma la manifestazione progressiva e razionale dell'idea, una dialettica vivente, gli spiriti si affrettarono alla sintesi, e costruirono vere epopee storiche secondo una logica preordinata

La storia del mondo fu rifatta, la via aperta da Vico fu corsa e ricorsa dal genio metafisico, e in tutte le direzioni: religioni, arti, filosofie, istituzioni politiche, leggi, la vita intellettuale, morale e materiale dei popoli. Questo fu il momento epico di tutte le scienze; nessuna poté sottrarsi al bagliore dell'idea; il mondo naturale fu costruito allo stesso modo che il mondo morale. Ma queste sintesi frettolose, queste soluzioni spesso arrischiate dei problemi più delicati urtavano alcuna volta con i dati positivi della storia e delle singole scienze, ed erano troppo visibili le lacune, i raccozzamenti disparati, le interpretazioni forzate, gli artifici involontari. Accanto a quelle vaste costruzioni ideali sorse la paziente analisi; il metodo di Vico parve più lungo e più arduo, ma più sicuro, e si ricominciò il lavoro a posteriori, ingolfandosi lo spirito nelle più minute ricerche in tutti i rami dello scibile.

Il movimento di erudizione e d'investigazione, interrotto in Italia dalla invasione delle teorie cartesiane e da' sistemi assoluti del secolo decimottavo, tutti di un pezzo, tutti ragionamento, con superbo disdegno di citazioni, di esempi, di ogni autorità dottrinale, quasi avanzo della scolastica, ora ripigliava con maggior forza in tutta la colta Europa, massime in Germania: ritornavano i Galilei, i Muratori e i Vico, si sviluppava lo spirito di osservazione e il senso storico, s'ingrandiva il campo delle scienze, e dal gran tronco del sapere uscivano nuovi rami, soprattutto nelle scienze naturali, nelle scienze sociali e nelle discipline filologiche. La materia della coltura, stata prima poco più che greco-romana, guadagnò d'estensione e di profondità. Abbracciò l'Oriente, il medio evo, il Rinascimento. È con tale attività di ricerca e di scoperta, che lo scibile ne fu rinnovato.

Stavano dunque di fronte due tendenze: l'una ideale, l'altra storica. Gli uni procedevano per via di categorie e di costruzioni; gli altri per via di osservazioni e d'induzioni. E spesso s'incontravano. La scuola ontologica teneva molto conto dei fatti, e proclamava che il vero ideale è storia, è l'idea realizzata. Non rimaneva perciò al di sopra della storia nel regno dei princìpi assoluti e immobili; anzi la sua metafisica non è altro che un progressivo divenire, la storia. Parimenti la scuola storica era tutt'altro che empirica, ed usciva dalla cerchia dei fatti, ed aveva anch'essa i suoi preconcetti e le sue congetture. La più audace speculazione si maritava con la più paziente investigazione. Le due forze unite, ora parallele, ora in urto, ora di conserva, posero in moto tutte le facoltà dello spirito, e produssero miracoli nelle teorie e nelle applicazioni. Al secolo de' lumi succedette il secolo del progresso. Il genio di Vico fu il genio del secolo. E accanto a lui risorsero con fama europea Bruno e Campanella. Il secolo riverì ne' tre grandi italiani i suoi padri, il suo presentimento. E la Scienza nuova fu la sua Bibbia, la sua leva intellettuale e morale. Ivi trovavano condensate tutte le forze del secolo: la speculazione, l'immaginazione, l'erudizione. Di là partiva quell'alta imparzialità di filosofo e di storico, quella giustizia distributiva nei giudizi, che fu la virtù del secolo. Passato e presente si riconciliarono, pigliando ciascuno il suo posto nel corso fatale della storia. E contro al fato non val collera, non giova dar di cozzo. Il dommatismo con la sua infallibilità e lo scetticismo con la sua ironia cedettero il posto alla critica, quella vista superiore dello spirito consapevole, che riconosce se stesso nel mondo, e non si adira contro se stesso.

La letteratura non poteva sottrarsi a questo movimento. Filosofia e storia diventano l'antecedente della critica letteraria. L'opera d'arte non è considerata più come il prodotto arbitrario e subiettivo dell'ingegno nell'immutabilità delle regole e degli esempi, ma come un prodotto più o meno inconscio dello spirito del mondo in un dato momento della sua esistenza. L'ingegno è l'espressione condensata e sublimata delle forze collettive, il cui complesso costituisce l'individualità di una società o di un secolo. L'idea gli è data con esso il contenuto; la trova intorno a sé, nella società dove è nato, dove ha ricevuto la sua istruzione e la sua educazione. Vive della vita comune contemporanea, salvo che di quella è in lui più sviluppata l'intelligenza e il sentimento. La sua forza è di unirvisi in spirito, e questa unione spirituale dello scrittore e della sua materia è lo stile. La materia o il contenuto non gli può dunque essere indifferente; anzi è qui che deve cercare le sue ispirazioni e le sue regole. Mutato il punto di vista, mutati i criteri.

La letteratura del Rinascimento fu condannata come classica e convenzionale, e l'uso della mitologia fu messo in ridicolo. Quegl'ideali tutti di un pezzo, che erano decorati col nome di "classici", furono giudicati una contraffazione dell'ideale, l'idea nella sua vuota astrazione, non nelle sue condizioni storiche, non nella varietà della sua esistenza. Cadde la rettorica con le sue vuote forme, cadde la poetica con le sue regole meccaniche e arbitrarie, rivenne su il vecchio motto di Goldoni: "Ritrarre dal vero, non guastar la natura."

Il più vivo sentimento dell'ideale si accompagnò con la più paziente sollecitudine della verità storica. L'epopea cedette il luogo al romanzo, la tragedia al dramma. E nella lirica brillarono in nuovi metri le ballate, le romanze, le fantasie e gl'inni. La naturalezza, la semplicità, la forza, la profondità, l'affetto furono qualità stimate assai più che ogni dignità ed eleganza, come quelle che sono intimamente connesse col contenuto. Dante, Shakespeare, Calderon, Ariosto, reputati i più lontani dal classicismo, divennero gli astri maggiori. Omero e la Bibbia, i poemi primitivi e spontanei, teologici o nazionali, furono i prediletti.

Spesso il rozzo cronista fu preferito all'elegante storico, e il canto popolare alla poesia solenne. Il contenuto nella sua nativa integrità valse più che ogni artificiosa trasformazione di tempi posteriori.

Furono banditi dalla storia, tutti gli elementi fantastici e poetici, tutte quelle pompe fittizie, che l'imitazione classica vi aveva introdotto.
E la poesia si accostò alla prosa, imitò il linguaggio parlato e le forme popolari.

"Tutto questo fu detto "romanticismo",
"letteratura dei popoli moderni".


La nuova parola fece fortuna. La reazione ci vedeva un ritorno del medio evo e delle idee religiose, una condanna dell'aborrito Rinascimento, soprattutto del più aborrito secolo decimottavo. I liberali, non potendo pigliarsela con i governi, se la pigliavano con Aristotele e con i classici e con la mitologia: piaceva essere almeno in letteratura rivoluzionario e ribelle alle regole. Il sistema era così vasto e vi si mescolavano idee e tendenze così diverse, che ciascuno poteva vederlo con la sua lente e pigliarvi ciò che gli era più comodo. I governi lasciavano fare, contenti che le guerricciole letterarie distraessero le menti dalla cosa pubblica. In Italia ricomparivano i soliti fenomeni della servitù: battaglie in favore e contro la Crusca, questioni di lingua, diverbi letterari, che finivano talora in denunzie politiche. La Proposta e il Sermone all'Antonietta Costa erano i grandi avvenimenti che succedevano alla battaglia di Waterloo.

L'Italia risuonò di puristi e lassisti, di classici e romantici. Il giornalismo, mancata la materia politica, vi cercò il suo alimento. Il centro più vivace di quei moti letterari era sempre Milano, dove erano più vicini e più potenti gl'influssi francesi e germanici. Là s'inaugurava nel Caffè il secolo decimottavo. E là s'inaugurava ora nel Conciliatore il secolo decimonono. Manzoni ricordava Beccaria, e i Verri e i Baretti del nuovo secolo si chiamavano Silvio Pellico, Giovanni Berchet e gli ospiti di casa Manzoni, Tommaso Grossi e Massimo d'Azeglio, divenuto sposo di Giulia Manzoni, e anello fra la Lombardia e il Piemonte, dove sorgevano nello stesso giro d'idee Cesare Balbo e Vincenzo Gioberti. La vecchia generazione s'intrecciava con la nuova.

Vivevano ancora, memorie del regno d'Italia, Foscolo, Monti, Giovanni e Ippolito Pindemonte, Pietro Giordani. Dirimpetto a Melchiorre Gioia vedevi Sismondi, italiano di mente e di cuore; e mentre il vecchio Romagnosi scrivea la Scienza della Costituzione, il giovane Antonio Rosmini pubblicava il trattato Della origine delle idee. Spuntavano Camillo Ugoni, Felice Bellotti, Andrea Maffei, il traduttore di Klopstock e di Schiller. Dirimpetto ai poeti vedevi i critici, dilettanti pure di poesia, Giovanni Torti, Ermes Visconti, Giovanni De Cristoforis, Samuele Biava. Nelle stesse file militavano Carlo Porta, Niccolò Tommaseo, i fratelli Cesare e Ignazio Cantù, e Maroncelli, e Confalonieri, e altri minori. Cosa volevano i romantici, che levavano così alto la voce nel Conciliatore? Parlavano con audacia giovanile della vecchia generazione, s'inchinavano appena al gran padre Alighieri, vantavano gli scrittori stranieri soprattutto inglesi e tedeschi, non volevano mitologia, si beffavano delle tre unità, e delle regole si curavano poco, e non curvavano il capo che innanzi alla ragione. Era il razionalismo o il libero pensiero applicato alla letteratura da uomini che in religione predicavano fede e autorità. I classici, al contrario, miscredenti e scettici nelle cose della religione, erano qualificati superstiziosi in fatto di letteratura. Né pareva ragionevole che Aristotele, detronizzato in filosofia, dovesse in letteratura rimanere sul suo trono. La lotta fu viva tra il Conciliatore e la Biblioteca italiana, a cui teneva bordone la Gazzetta di Milano. Vi si mescolavano ingenui e furfanti, scrittori coscienziosi e mestieranti.

E dopo molto contendere, fra tante esagerazioni di offese e di difese, si venne in tale confusione di giudizi, che oggi stesso non si sa cosa era il romanticismo, e in che cosa si distingueva sostanzialmente dal classicismo. Molti sostenevano che il Monti era un ingegno romantico sotto apparenze classiche, e altri che Manzoni con pretensioni romantiche era in verità un classico. Si cominciò a vedere chiaro, quando fu posta da parte la parola "romanticismo", materia del litigio, e si badò alla qualità della merce e non al suo nome. Al romanticismo, importazione tedesca, si sostituì a poco a poco un altro nome, "letteratura nazionale e moderna". E su questo convennero tutti, romantici e classici. Il romanticismo rimase in Italia legato con le idee della prima origine germanica, diffuse dagli Schlegel e da' Tieck, in quella forma esagerata che prese in Francia, capo Victor Hugo. Respingevano il paganesimo, e riabilitavano il medio evo. Rifiutavano la mitologia classica, e preconizzavano una mitologia nordica. Volevano la libertà dell'arte, e negavano la libertà di coscienza. Rigettavano il plastico e il semplice dell'ideale classico, e vi sostituivano il gotico, il fantastico, l'indefinito e il lugubre. Surrogavano il fittizio e il convenzionale dell'imitazione classica con imitazioni fittizie e convenzionali di peggior gusto. E per fastidio del bello classico idolatravano il brutto. Una superstizione cacciava l'altra.

Ciò che era legittimo e naturale in Shakespeare e in Calderon, diveniva strano, grossolano, artificiale in tanta distanza di tempi, in tanta differenza di concepire e di sentire. Il romanticismo in questa sua esagerazione tedesca e francese non attecchì in Italia, e giunse appena a scalfire la superficie. I pochi tentativi non valsero che a meglio accentuare la ripugnanza del genio italiano. E i romantici furono lieti, quando poterono gettar via quel nome preso in prestito, fonte di tanti equivoci e litigi, e prendere un nome accettato da tutti. Anche in Germania il romanticismo fu presto attirato nelle alte regioni della filosofia, e, spogliatosi quelle forme fantastiche e quel contenuto reazionario, riuscì sotto nome di "letteratura moderna" nell'eccletismo, nella conciliazione di tutti gli elementi e di tutte le forme sotto i princìpi superiori dell'estetica, o della filosofia dell'arte.

Pigliando il romanticismo in quel suo primo stadio, quando si affermava come distinto, anzi in contraddizione col secolo scorso, e muoveva guerra ad Alfieri e proclamava una nuova riforma letteraria, il suo torto fu di non accorgersi che esso era in sostanza non la contraddizione, ma la conseguenza di quel secolo appunto, contro il quale armeggiava. In Germania l'idea romantica sorse in opposizione all'imitazione francese così alla moda sotto il gran Federico. Era un'esagerazione, ma in quell'esagerazione si costituivano le prime basi di una letteratura nazionale, dalla quale uscivano Schiller e Goethe. E fu lavoro del secolo decimottavo. Schiller fu contemporaneo di Alfieri. Quando l'idea romantica s'affacciò in Italia, già in Germania era scaduta, trasformatasi in un concetto dell'arte filosofico e universale. Goethe era già alla sua terza maniera, a quel suo spiritualismo panteistico, che produceva il Faust.

Il romanticismo veniva dunque in Italia troppo tardi, come fu poi dell'eghelismo. Parve a noi un progresso ciò che in Germania la coltura aveva già oltrepassato e assorbito. La riforma letteraria in Italia, tanto strombazzata, non cominciava, ma continuava. Essa era cominciata nel secolo scorso. Era appunto la nuova letteratura, inaugurata da Goldoni e Parini, al tempo stesso che in Germania si gettavano le fondamenta della coltura tedesca. La differenza era questa, che la Germania reagiva contro l'imitazione francese e acquistava coscienza della sua autonomia intellettuale; dove l'Italia, associandosi alla coltura europea, reagiva contro la sua solitudine e la sua stagnazione intellettuale.

L'Italia entrava nel grembo della coltura europea, e vi prendeva il suo posto, cacciando via da sé una parte di sé, il seicentismo, l'Arcadia e l'accademia; la Germania al contrario iniziava la sua riforma intellettuale, rimovendo da sé la coltura francese, e riannodandosi alle sue tradizioni. L'influenza francese non fu che una breve deviazione nel movimento di continuità della vita tedesca, movimento fortificato nella lotta d'indipendenza, e che portò quel popolo nel secolo decimonono ad una chiara coscienza della sua autonomia nazionale e della sua superiorità intellettuale. Perciò la riforma tedesca procedette armonica e pacata con passaggi chiari, con progresso rapido, con intima consonanza in tutti i rami dello scibile, non ricevendo ma dando l'impulso alla coltura europea.

Esclusiva ed esagerata nel principio sotto nome di "romanticismo", la sua coltura in breve tempo abbracciò tutti gli orizzonti, e conciliò tutti gli elementi della storia in una vasta unità, della quale rimane monumento colossale la Divina Commedia della coltura moderna, il Faust. Ivi tutte le religioni e tutte le colture, tutti gli elementi e tutte le forme, si danno la mano e si riconoscono partecipi del redivivo Pane, sottoposte alle stesse leggi, spirito o natura, espressioni di una sola idea, già inconsapevoli e nemiche, ora unificate dall'occhio ironico della coscienza. Indi quella suprema indifferenza verso le forme, che fu detto lo "scetticismo" di Goethe, ed era la serenità olimpica di un'intelligenza superiore, la tolleranza di tutte le differenze riconciliate e armonizzate nel mondo superiore della filosofia e dell'arte.

Così il misticismo romantico si trasformava nell'idealismo panteistico, l'idea cristiana nell'idea filosofica, il Cristo del Vangelo nel Cristo di Strauss, la teologia s'inabissava nella filosofia, il domma e il dubbio si fondevano nella critica, e il famoso "cogito" trovava il suo punto di arrivo e di fermata nella coscienza di sè, come spirito del mondo morale e naturale: punto d'arrivo divenuto stagnante nel superficiale eccletismo francese.

Quando Manzoni, tutto ancora pieno di Alfieri, fu a Parigi, ebbe le sue prime impressioni da quei circoli letterari che facevano opposizione all'Impero, e dove abitava lo spirito di Châteaubriand e madama di Staël. Di là gli venne un riflesso della Germania, e si diede alla storia di quella letteratura. Strinse relazioni con uomini illustri delle due grandi nazioni; Cousin lo chiamava il suo "amico", Fauriel e Goethe mettevano su il giovine poeta. Il suo orizzonte si allargò, vide nuovi mondi, e reagì contro la sua educazione letteraria, contro le sue adorazioni giovanili, contro Alfieri e Monti. A Milano, caduto il regno d'Italia, le nuove idee raccolsero intorno a sè i giovani, e Manzoni divenne il capo della scuola romantica. Così, mentre la Germania, percorso il ciclo filosofico e ideale della sua coltura, si travagliava intorno all'applicazione in tutte le sue scienze sociali o naturali, in Italia si disputava ancora dei princìpi.

Naturalmente, né Manzoni né altri potevano assimilarsi a tutto il movimento germanico, lavoro di un secolo, e non lo vedevano che nella sua parte iniziale e superficiale. Ammiravano Schiller, Goethe, Herder, Kant, Fichte, Schelling, ma conoscevano assai meglio i nostri filosofi e letterati, e di quelli veniva loro come un'eco, spesso per studi e giudizi di seconda mano, spesso attraverso scrittori francesi. Rimasero essi dunque nella loro spontaneità, ponendo le questioni come le si ponevano in Italia, con argomenti e metodi propri; e ne uscì un romanticismo locale, puro di stravaganze ed esagerazioni forestiere, accomodato allo stato della coltura, timido nelle innovazioni, e tenuto in freno dalle tradizioni letterarie e dal carattere nazionale. Un romanticismo così fatto non era che lo sviluppo della nuova letteratura sorta col Parini, e rimaneva nelle sue forme e nei suoi colori prettamente italiano.

In effetti, i punti sostanziali di questo romanticismo concordano col movimento iniziato nel secolo scorso, e non è maraviglia che la lotta continuata con tanto furore e con tanta confusione finì nella piena indifferenza del popolo italiano, che riconosceva se stesso nelle due schiere. Volevano i romantici che l'Italia lasciasse i temi classici? E già n'era venuto il fastidio, e avevi l'Ossian, il Saul, la Ricciarda, il Bardo della selva nera. Volevano che i personaggi fossero presi dal vero? E che le forme fossero semplici e naturali? Ed ecco là Goldoni, che predicava il medesimo.
Spregiavano la vuota forma? E sotto questa bandiera avevano militato Parini, Alfieri e Foscolo, e appunto la risurrezione del contenuto, la ristorazione della coscienza era il carattere della nuova letteratura. Cosa erano le tre unità e la mitologia, pomo della discordia, se non questioni accessorie nella stessa famiglia? Fino un concetto del mondo meno assoluto e rigido, umano e anche religioso, intravedevi ne' Sepolcri di Foscolo e d'Ippolito Pindemonte.

Dunque la scuola romantica, se per il suo nome, per le sue relazioni, per i suoi studi, e per le sue impressioni si legava a tradizioni tedesche e a mode francesi, rimase nel fondo scuola italiana per il suo accento, le sue aspirazioni, le sue forme, i suoi motivi; anzi fu la stessa scuola del secolo andato, che dopo le grandi illusioni e i grandi disinganni ritornava ai suoi princìpi, alla naturalezza di Goldoni e alla temperanza di Parini. Erano di quella scuola più i romantici, i quali avevano aria di combatterla, che i classici, suoi eredi di nome, ma eredi degeneri, dopo i quali la sua vitalità si mostrava esaurita nella pomposa vacuità di Monti e nel purismo rettorico di Pietro Giordani. La scuola andava visibilmente declinando sotto il regno d'Italia, e non avendo più novità di contenuto, si girava in se stessa, divenuta sotto nome di "purismo" un gioco di frasi, intenta alla purità del Trecento e all'eleganza del Cinquecento.

Ritornavano in voga i grammatici, i linguisti e i retori; ripullulava sotto altro nome l'Arcadia e l'accademia. Così fu possibile la Storia americana di Carlo Botta, uscita a Parigi quando appunto uscirono gl'Inni; e fu tal cosa che gli stessi accademici della Crusca si sentirono oltrepassati e domandavano che lingua era quella.
Furono i romantici che, insorgendo contro la scuola, la rinsanguarono, e in aria di nemici furono i suoi veri eredi. Essi le apersero nuovo contenuto e nuovo ideale, le spogliarono la sua vernice classica e mitologica, l'accostarono a forme semplici, naturali, popolari, sincere, libere da ogni involucro artificiale e convenzionale, dalle esagerazioni rettoriche e accademiche, dalle vecchie abitudini letterarie non ancor dome, di cui vedi le orme anche tra gli sdegni di Alfieri e di Foscolo.

Come, sotto forma di reazione, essi erano la stessa rivoluzione, che moderandosi e disciplinandosi ripigliava le sue forze, tirando anche Dio al progresso e alla democrazia; così, sotto forma di opposizione, essi erano la nuova letteratura di Goldoni e di Parini che si spogliava gli ultimi avanzi del vecchio, acquistava una coscienza più chiara delle sue tendenze, e, lasciando gl'ideali rigidi e assoluti, prendeva terra, si accostava al reale.

Questo sentimento più vivo del reale era anche penetrato nel popolo italiano. Non era più il popolo accademico, che batteva le mani in teatro alla Virginia e all'Aristodemo e applaudiva all'Italia ne' sonetti e nelle canzoni. Vide la libertà sotto tutte le sue forme, nelle sue illusioni, nelle sue promesse, nei suoi disinganni, nelle sue esagerazioni. Il regno d'Italia, la spedizione di Murat, le promesse degli alleati, la lotta d'indipendenza della Spagna e della Germania, l'insorgere della Grecia e del Belgio aguzzavano il sentimento nazionale: l'unità d'Italia non era più un tema rettorico, era uno scopo serio, a cui si drizzavano le menti e le volontà. I più arditi e impazienti cospiravano nelle società segrete, contro le quali si ordinavano anche segretamente i sanfedisti. Fatto vecchio era questo.

Ma il fatto nuovo era, che nella gran maggioranza della gente istruita si andava formando una coscienza politica, il senso del limite e del possibile: la rettorica e la declamazione non aveva più presa sugli animi. La grandezza degli ostacoli rendeva modesti i desidèri, e tirava gli spiriti dalle astrazioni alla misura dello scopo e alla convenienza de' mezzi. La libertà trovava il suo limite nelle forme costituzionali, e il sentimento nazionale nel concetto di una maggiore indipendenza verso gli stranieri.

Una nuova parola venne su: non si disse più rivoluzione, si disse "progresso". E fu il maestoso cammino dell'idea nello spazio e nel tempo verso un miglioramento indefinito della specie, morale e naturale. Il progresso divenne la fede, la religione del secolo.
Ed aveva il suo lasciapassare, perché cacciava quella maledetta parola che era la "rivoluzione", e significava la naturale evoluzione della storia, e condannava le violente mutazioni. Il progresso raccomandava pazienza ai popoli, dimostrava compatibile ogni miglioramento con ogni forma di governo, e si accordava con la filosofia cristiana, che predicava fiducia in Dio, preghiera e rassegnazione.

Oltre a ciò, "libertà", "rivoluzione" indicavano scopi immediati e non tollerabili ai governi, dove progresso nel suo senso vago abbracciava ogni miglioramento, e dava agio ai principi di acquistarsi lode a buon mercato, promovendo, non fosse altro, miglioramenti speciali, che parevano innocui, com'erano le strade ferrate, l'illuminazione a gas, i telegrafi, la libertà del commercio, gli asili d'infanzia, i congressi scientifici, i comizi agrari.
A poco a poco i liberali tornarono là da dove erano partiti, e non potendo vincere i governi, li lusingarono, sperarono riforme di principi, anche del papa, rifacevano i tempi di Tanucci, di Leopoldo, di Giuseppe, e rifacevano anche un po' quell'arcadia. Certo, una teoria del progresso, che se ne rimetteva a Dio e all'Idea, doveva condurre a un fatalismo musulmano, e rendendo i popoli troppo facilmente appagabili, poteva sfibrare i caratteri, trasformare il liberalismo in una nuova arcadia, come temeva Giuseppe Mazzini, che vi contrapponeva la Giovine Italia.

Pure i moti repressi del Ventuno e del Trentuno, i vari tentativi mazziniani mal riusciti, la politica del non intervento delle nazioni liberali, la potenza riputata insuperabile dell'Austria, la forza e la severità dei governi, le fila spesso riannodate e spesso rotte, disponevano gli animi ad uno studio più attento dei mezzi, li piegavano ai compromessi, fortificavano il senso politico, rendevano impopolare la dottrina del "tutto o niente". Lo stesso Mazzini, che era all'avanguardia, aveva nel suo linguaggio e nelle sue formule quell'accento di misticismo e di vaporoso idealismo che era penetrato nella filosofia e nelle lettere, e che lo chiariva uomo del secolo, e si mostrava anche lui disposto a tener conto delle condizioni reali della pubblica opinione, e a sacrificarvi una parte del suo ideale.

Così, rammorbidite le passioni, confidenti nel progresso naturale delle cose, e persuasi che anche sotto i cattivi governi si può promuovere la coltura e la pubblica educazione, i più smisero l'azione diretta e si diedero agli studi: fiorirono le scienze, si sviluppò il senso artistico e il genio della musica e del canto; la Taglioni e la Malibran, la Rachel e la Ristori, Rossini e Bellini, le dispute scientifiche e letterarie, i romanzi francesi e italiani occupavano nella vita quel posto che la politica lasciava vuoto. In breve spazio uscivano in luce il Carmagnola, l'Adelchi e i Promessi sposi, la Pia del Sestini; la Fuggitiva, l'Ildegonda, i Crociati e il Marco Visconti del Grossi, la Francesca da Rimini del Pellico, la Margherita Pusterla del Cantù, l'Ettore Fieramosca e più tardi il Niccolò de' Lapi di Massimo d'Azeglio. Ultime venivano con più solenne impressione le Mie prigioni.

Ciclo letterario che fu detto romantico, un romanticismo italiano, che faceva vibrare le corde più soavi dell'uomo e del patriota, con quella misura, con quell'ideale internato nella storia, con quella storia fremente d'intenzioni patriottiche, con quella intimità malinconica di sentimento, con quella finezza di analisi nella maggiore semplicità dei motivi, che rivelava uno spirito venuto a maturità e nei suoi ideali studioso del reale. Con tinte più crude e con intenzioni più ardite comparivano l'Arnaldo da Brescia e l'Assedio di Firenze. Ciascuno sentiva sotto la scorza del medio evo palpitare le nostre aspirazioni: le minime allusioni, le più lontane somiglianze erano colte al volo da un pubblico che si sentiva uno con gli scrittori. Il romanticismo perdette la serietà del suo contenuto; la parola stessa usciva di moda. Il medio evo non fu più materia trattata con intenzioni storiche e positive. Fu l'involucro dei nostri ideali, l'espressione abbastanza trasparente delle nostre speranze. Si sceglievano argomenti, che meglio rappresentassero il pensiero o il sentimento pubblico, com'era la Lega lombarda, trasformata in lotta italiana contro la Germania.

Massimo d'Azeglio, che segna il passaggio dalla maniera principalmente artistica dei romantici ad una rappresentazione più velatamente politica, volgeva in mente un terzo romanzo, che doveva avere per materia la Lega lombarda. Il pittore arieggiava allo scrittore. Uscivano dal suo pennello la Sfida di Barletta, il Brindisi di Francesco Ferruccio, la Battaglia di Gavinana, la Difesa di Nizza, la Battaglia di Torino. Il medesimo era del misticismo.

L'ispirazione artistica, da cui erano usciti gl'Inni e il Cinque maggio e l'Ermengarda, non fu più il quadro, fu l'accessorio, un semplice colore attaccaticcio sopra un fondo estraneo, filosofico e politico. Vennero gl'inni alle scienze, alle arti, gli inni di guerra. Rimasero madonne, angioli, santi e paradiso, a quel medesimo modo che prima Pallade, Venere e Cupido, semplici ornamenti e macchine poetiche, estranee all'intimo spirito della composizione, o puramente arcadiche.

Dove la poesia getta via ogni involucro romantico e classico, è nei versi del Berchet. E non poco vi contribuì lord Byron, vissuto lungo tempo in Venezia, di cui si sentono i fieri accenti nell'Esule di Parga. Se Giovanni Berchet fosse rimasto in Italia, probabilmente il suo genio sarebbe rimasto inviluppato nelle allusioni e nelle ombre del romanticismo. Ma esule portava a Londra i dolori e i furori della patria tradita e vinta. Fu l'accento della collera nazionale in una lirica, che, lasciate le generalità dei sonetti e delle canzoni, s'innestò al dramma, e colse la vita nelle più patetiche situazioni.
La voce possente di questa lirica drammatica giunse solitaria in un'Italia, dove i secondi fini della prudenza politica avevano rintuzzato la verità e virilità dell'espressione. Si era trovata una specie di modus vivendi, come si direbbe oggi, una conciliazione provvisoria tra principi e popoli.
I freni si allentavano, c'era una maggiore libertà di scrivere, di parlare, di riunirsi, sempre in nome del progresso, della coltura, della civiltà: gli avversari erano detti "oscurantisti". I principi facevano bocca da ridere; promettevano riforme; e perfino il più restio, Ferdinando II, chiamava alle cattedre, alla magistratura, ai ministeri uomini colti, e per bocca di monsignor Mazzetti annunziava un largo riordinamento degli studi.

Che si voleva più? I liberali, con quel senso squisito dell'opportunità che ha ciascuno nell'interesse proprio, inneggiavano ai principi, stringevano la mano ai preti, ridevano perfino ai gesuiti. Fu allora che apparve in Italia un'opera stranissima, il Primato di Vincenzo Gioberti. Ivi con molta facilità di eloquio, con grande apparato di erudizione, con superbia e ricercatezza di formule si proclamava il primato della civiltà italiana riannodata attraverso le glorie romane alle tradizioni italo-pelasgiche, fondata sul papato restitutore della religione nella sua purità, riconciliato con le idee moderne, e tendente all'autocrazia dell'ingegno e al riscatto delle plebi. La creazione sostituita al divenire egheliano rimetteva le gambe al soprannaturale e alla rivelazione, tutto il Risorgimento era dichiarato eterodosso o acattolico, e il presente si ricongiungeva immediatamente con il medio evo.

Era la conciliazione politica sublimata a filosofia, era la filosofia costruita ad uso del popolo italiano. Frate Campanella pareva uscito dalla sua tomba. L'impressione fu immensa. Sembrò che ci fosse alfine una filosofia italiana. Vi si vedevano conciliate tutte le opposizioni, il papa a braccetto con i principi, i principi riappacificati ai popoli, il misticismo internato nel socialismo, Dio e progresso, gerarchia e democrazia, un bilanciere universale. Il movimento era visibilmente politico, non religioso e non filosofico. E ciò che ne uscì, non fu già né una riforma religiosa né un movimento intellettuale, ma un moto politico, tenuto in piede dall'equivoco, e crollato al primo urto dei fatti.

Questa era la faccia della società italiana. Era un ambiente, nel quale anche i più fieri si accomodavano, non scontenti del presente, fiduciosi nell'avvenire: i liberali biascicavano "paternostri", e i gesuiti biascicavano "progresso e riforme". La situazione in fondo era comica, e il poeta che seppe coglierne tutti i segreti fu Giuseppe Giusti. La Toscana, dopo una prodigiosa produzione di tre secoli, non aveva più in mano l'indirizzo letterario d'Italia. Si era addormentata con il riso del Berni sul labbro. La Crusca l'aveva inventariata e imbalsamata. Resisté più che poté nel suo sonno, respingendo da sé gl'impulsi del secolo decimottavo. Quando si sentì il bisogno di una lingua meno accademica, prossima per naturalezza e brio al linguaggio parlato, molti si diedero al dialetto locale, altri si gettarono alle forme francesi, altri con padre Cesari a capo l'andavano pescando nel Trecento. Non veniva innanzi la soluzione più naturale: cercarla colà dove era parlata, cercarla in Toscana.

La rivoluzione aveva ravvicinati gl'italiani, suscitati interessi, idee, speranze comuni. Firenze, la città prediletta di Alfieri e di Foscolo, dopo il Ventuno vide nelle sue mura accolti esuli illustri di altre parti d'Italia. Grazie al Vieusseux, vi sorgeva un centro letterario in gara con quello di Milano. Manzoni e D'Azeglio andavano per i colli di Pistoia raccattando voci e proverbi della lingua viva. Gl'italiani si studiavano di comparire toscani; i toscani, come Niccolini e Guerrazzi, si studiavano di assimilarsi lo spirito italiano. Risorgeva in Firenze una vita letteraria, dove l'elemento locale prima timido e come sopraffatto ripigliava la sua forza con la coscienza della sua vitalità. Firenze riacquistava il suo posto nella coltura italiana per opera di Giuseppe Giusti. Sembrava un contemporaneo di Lorenzo de' Medici che gettasse una occhiata ironica sulla società quale l'aveva fatta il secolo decimonono.
Quelle finezze politiche, quelle ipocrisie dottrinali, quella mascherata universale, sotto la quale ammiccavano le idee liberali gli "Arlecchini", i "Girella", gli "eroi da poltrona", furono materia di un riso non privo di tristezza. Era Parini tradotto dal popolino di Firenze, con una grazia e una vivezza che dava l'ultimo contorno alle immagini e le fissava nella memoria. Ciascun sistema d'idee medie nel suo studio di contentare e conciliare gli estremi va a finire irreparabilmente nel comico.

Tutto quell'equilibrio dottrinale così laboriosamente formato del secolo decimonono, tutta quella vasta sistemazione e conciliazione dello scibile in costruzioni ideali, quel misticismo impregnato di metafisica, quella metafisica del divino e dell'assoluto declinante in teologia, quel volterianismo inverniciato d'acqua benedetta, tutto si dissolveva innanzi al ghigno di Giuseppe Giusti. 00000 Giacomo Leopardi segna il termine di questo periodo. La metafisica in lotta con la teologia si era esaurita in questo tentativo di conciliazione. La moltiplicità dei sistemi aveva tolto credito alla stessa scienza.
Sorgeva un nuovo scetticismo che non colpiva più solo la religione o il soprannaturale, colpiva la stessa ragione. La metafisica era tenuta come una succursale della teologia. L'idea sembrava un sostituto della provvidenza.
Quelle filosofie della storia, delle religioni, dell'umanità, del dritto avevano aria di costruzioni poetiche. La teoria del progresso o del fato storico nelle sue evoluzioni sembrava una fantasmagoria. L'abuso degli elementi provvidenziali e collettivi conduceva diritto all'onnipotenza dello Stato, al centralismo governativo. L'eccletismo pareva una stagnazione intellettuale, un mare morto. L'apoteosi del successo rintuzzava il senso morale, incoraggiava tutte le violenze. Quella conciliazione tra il vecchio ed il nuovo, tollerata pure come temporanea necessità politica, sembrava in fondo una profanazione della scienza, una fiacchezza morale. Il sistema non attecchiva più: cominciava la ribellione. Mancata era la fede nella rivelazione: mancava ora la fede nella stessa filosofia. Ricompariva il mistero. Il filosofo sapeva quanto il pastore.

Di questo mistero fu l'eco Giacomo Leopardi nella solitudine del suo pensiero e del suo dolore. Il suo scetticismo annunzia la dissoluzione di questo mondo teologico-metafisico, e inaugura il regno dell'arido vero, del reale. I suoi Canti sono le più profonde e occulte voci di quella transizione laboriosa che si chiamava "secolo decimonono". Ci si vede la vita interiore sviluppatissima. Ciò che ha importanza, non è la brillante esteriorità di quel secolo del progresso, e non senza ironia vi si parla delle "sorti progressive" dell'umanità.
Ciò che ha importanza è l'esplorazione del proprio petto, il mondo interno, virtù, libertà, amore, tutti gl'ideali della religione, della scienza e della poesia, ombre e illusioni innanzi alla sua ragione e che pur gli scaldano il cuore, e non vogliono morire. Il mistero distrugge il suo mondo intellettuale, lascia inviolato il suo mondo morale. Questa vita tenace di un mondo interno, malgrado la caduta di ogni mondo teologico e metafisico, è l'originalità di Leopardi, e dà al suo scetticismo un'impronta religiosa. Anzi è lo scetticismo di un quarto d'ora quello in cui vibra un così energico sentimento del mondo morale. Ciascuno sente lì dentro una nuova formazione.

Lo strumento di questa rinnovazione è la critica, covata e cresciuta nel seno stesso dell'eccletismo. Il secolo sorto con tendenze ontologiche e ideali aveva posto esso medesimo il principio della sua dissoluzione: l'idea vivente, calata nel reale. Nel suo cammino il senso del reale si va sempre più sviluppando, e le scienze positive prendono il sopravvento, cacciando dal nido tutte le costruzioni ideali e sistematiche. I nuovi dogmi perdono il credito. Rimane intatta la critica. Ricomincia il lavoro paziente dell'analisi. Ritorna a splendere sull'orizzonte intellettuale Galileo accompagnato con Vico.

La rivoluzione, arrestata e sistemata in organismi provvisori ripiglia la sua libertà, si riannoda all'Ottantanove, tira le conseguenze. Comparisce il socialismo nell'ordine politico, il positivismo nell'ordine intellettuale. Il verbo non è più solo "libertà", ma "giustizia", la parte fatta a tutti gli elementi reali dell'esistenza, la democrazia non solo giuridica ma effettiva. La letteratura si va anch'essa trasformando. Rigetta le classi, le distinzioni, i privilegi. Il brutto sta accanto al bello, o, per dir meglio, non c'è più né bello, né brutto, non ideale, e non reale, non infinito, e non finito. L'idea non si stacca, non soprastà al contenuto. Il contenuto non si spicca dalla forma. Non c'è che una cosa, il vivente. Dal seno dell'idealismo compare il realismo nella scienza, nell'arte, nella storia. È un'ultima eliminazione di elementi fantastici, mistici, metafisici e retorici.

La nuova letteratura, rifatta la coscienza, acquistata una vita interiore, emancipata da involucri classici e romantici, eco della vita contemporanea universale e nazionale, come filosofia, come storia, come arte, come critica, intenta a realizzare sempre più il suo contenuto, si chiama oggi ed è la "letteratura moderna". L'Italia, costretta a lottare tutto un secolo per acquistare l'indipendenza e le istituzioni liberali, rimasta in un cerchio d'idee e di sentimenti troppo uniforme e generale, subordinato ai suoi fini politici, assiste ora al disfacimento di tutto quel sistema teologico-metafisico-politico, che ha dato quello che le poteva dare.
L'ontologia con le sue brillanti sintesi aveva soverchiate le tendenze positive del secolo. Ora è visibilmente esaurita, ripete se stessa, diviene accademica, perchè accademia e arcadia è la forma ultima delle dottrine stazionarie. Vedete Cousin con il suo eccletismo dottrinario. Vedete il Prati in Satana e le Grazie e nell'Armando. Vedete la Storia universale di Cesare Cantù. Erede dell'ontologia è la critica, nata con essa, non ancor libera di elementi fantastici e dommatici attinti nel suo seno, come si vede in Proudhon, in Renan, in Ferrari, ma con visibile tendenza meno a porre e a dimostrare che a investigare.

La paziente e modesta monografia prende il posto delle sintesi filosofiche e letterarie. I sistemi sono sospetti, le leggi sono accolte con diffidenza, i princìpi più inconcussi sono messi nel crogiuolo, niente si ammette più, che non esca da una serie di fatti accertati. Accertare un fatto desta più interesse che stabilire una legge. Le idee, i motti, le formule, che un giorno destavano tante lotte e tante passioni, sono un repertorio di convenzione, non rispondenti più allo stato reale dello spirito. C'è passato sopra Giacomo Leopardi.

Diresti che proprio appunto, quando s'è formata l'Italia, si sia sformato il mondo intellettuale e politico da cui è nata. Parrebbe una dissoluzione, se non si disegnasse in modo vago ancora ma visibile un nuovo orizzonte. Una forza instancabile ci sospinge, e, appena quietate certe aspirazioni, si affacciano le altre. L'Italia è stata finora avviluppata come di una sfera brillante, la sfera della libertà e della nazionalità, e ne è nata una filosofia e una letteratura, la quale ha la sua leva fuori di lei, ancorché intorno a lei. Ora si deve guardare in seno, deve cercare se stessa: la sfera deve svilupparsi e concretarsi come sua vita interiore.

L'ipocrisia religiosa, la prevalenza delle necessità politiche, le abitudini accademiche, i lunghi ozi, le reminiscenze d'una servitù e abiezione di parecchi secoli, gl'impulsi estranei soprapposti al suo libero sviluppo, hanno creato una coscienza artificiale e vacillante, le tolgono ogni raccoglimento, ogn'intimità. La sua vita è ancora esteriore e superficiale. Deve cercare se stessa, con vista chiara, sgombra da ogni velo e da ogni involucro, guardando alla cosa effettuale, con lo spirito di Galileo, di Machiavelli. In questa ricerca degli elementi reali della sua esistenza, lo spirito italiano rifarà la sua coltura, restaurerà il suo mondo morale, rinfrescherà le sue impressioni, troverà nella sua intimità nuove fonti d'ispirazione, la donna, la famiglia, la natura, l'amore, la libertà, la patria, la scienza, la virtù, non come idee brillanti, viste nello spazio, che gli girino intorno, ma come oggetti concreti e familiari, divenuti il suo contenuto.

Una letteratura simile suppone una seria preparazione di studi originali e diretti in tutti i rami dello scibile, guidati da una critica libera da preconcetti e paziente esploratrice, e suppone pure una vita nazionale, pubblica e privata, lungamente sviluppata.

Guardare in noi, nei nostri costumi, nelle nostre idee, nei nostri pregiudizi, nelle nostre qualità buone e cattive, convertire il mondo moderno in mondo nostro, studiandolo, assimilandocelo e trasformandolo, "esplorare il proprio petto" secondo il motto testamentario di Giacomo Leopardi: questa è la propedeutica alla letteratura nazionale moderna, della quale compaiono presso di noi piccoli indizi con vaste ombre. Abbiamo il romanzo storico, ci manca la storia e il romanzo. E ci manca il dramma. Da Giuseppe Giusti non è uscita ancora la commedia. E da Leopardi non è uscita ancora la lirica. C'incalza ancora l'accademia, l'arcadia, il classicismo e il romanticismo. Continua l'enfasi e la rettorica, argomento di poca serietà di studi e di vita. Viviamo molto sul nostro passato e del lavoro altrui. Non c'è vita nostra e lavoro nostro. E dai nostri vanti s'intravede la coscienza della nostra inferiorità.

Il grande lavoro del secolo decimonono è al suo termine.
Assistiamo ad una nuova fermentazione d'idee, annunzio di una nuova formazione.
Già vediamo in questo secolo disegnarsi il nuovo secolo.
E questa volta non dobbiamo trovarci alla coda, non ai secondi posti.

Colui che diede grandissima autorità al romanticismo italiano e, a ragione, della nuova scuola considerato il capo, fu Alessandro Manzoni.
Alessandro Manzoni nacque a Milano il 7 marzo del 1785 dal conte Pietro, che morì nel 1807, e da Giulia Beccaria, figlia di Cesare, che, separatasi dal marito, andò a convivere a Parigi con il conte Carlo Imbonati.
I primi studi di Alessandro, a Merate, a Lugano, presso i Padri Somaschi, nel collegio Longone di Milano, presso i Barnabiti, poi si diede al giuoco e si mise a frequentare salotti e teatri, meritandosi i rimproveri del Monti.
Ventenne, nel 1805 raggiunse la madre a Parigi e qui s'imbeveva di cultura francese, classicheggiante e razionalista, oltre a conoscere gli uomini più illustri del tempo, stringendo amicizia con uno di loro, lo storico e letterato Carlo Fauriel. Erano quelli, gli anni che la potenza degli eserciti napoleonici vincevano a Austerlitz, a Jena, e a Milano Napoleone costituiva il Regno d'Italia.

Mortogli il padre nel 1807, Alessandro Manzoni sposò, un anno dopo, la ginevrina Enrichetta Blondel, protestante, e con lei tornò e si stabilì a Parigi, dove il 15 gennaio del 1810 la moglie, che già lo aveva reso padre di una figliuola, Giulia (maritata poi a Massimo d'Azeglio), si convertì al Cattolicesimo.
Il passaggio di Enrichetta alla fede cattolica contribuì non poco a scacciare dall'animo del marito l'incredulità e a farlo tornare pio e religioso. Nell'agosto del 1810 ritornò definitivamente a Milano, tra il 1813 e i11830 gli nacquero i figli Pietro, Cristina, Sofia, Enrico, Clara, Vittoria, Filippo e Clotilde.
Dall'ottobre' del 1819 all'agosto del 1820 soggiornò nuovamente a Parigi, dal 26 agosto al 10 ottobre del 1827 a Firenze, dove conobbe il Giordani, il Leopardi, il Niccolini e il Capponi.
Nel 1833 perdette la moglie e quattro anni dopo passò a seconde nozze con Teresa Borri, vedova Stampa; nel 1848 alla rivoluzione, sulle barricate c'erano i suoi tre figli maschi, dei quali il più giovane, Filippo, fu fatto prigioniero; quello stesso anno Manzoni firmò l'appello dei Milanesi a Carlo Alberto per sollecitare l'intervento.

Nel 1841 gli moriva la madre; successivamente perse le quattro figlie e nel 1861 la seconda moglie.
Nel 1859 fu fatto presidente onorario dell'Istituto Lombardo, il 29 febbraio del 1860 fu nominato senatore e nel febbraio dell'anno seguente partecipò alla seduta in cui fu proclamato il regno d' Italia.

Nel giugno del 1872 fu fatto cittadino onorario di Roma; la sera del 22 maggio del 1873, a 88 anni chiuse in Milano, nella casa, di via Morone, la lunga e nobile vita, pianto da tutta la nazione e specialmente dalla città natale che gli fece funerali imponenti e solenni.

Le poesie giovanili del Manzoni, ripudiate poi dall'artista maturo, sono l'espressione degli ideali di democrazia e razionalismo e il prodotto dell'educazione classica dello scrittore.
A quindici anni Manzoni scrisse il "Trionfo della Libertà", poemetto in terza rima, dai versi sonanti, in cui sono flagellate la demagogia e la corruzione della Cisalpina; nel 1803 compose un idillio, "l'Adda", in sciolti, che il Monti trovò "belli, respiranti quel "molle atque facetum" virgiliano che a pochi dettano le " gaudentes rare Camoenae"; nel 1806 pubblicò un "Carme in morte dì Carlo Imbonati", l'opera sua, giovanile più originale; nel 1809 diede alla luce il poemetto mitologico "Urania", d'imitazione mondana, in cui celebrava i benefici apportati dalla poesia all'umanità.

La nuova coscienza del poeta, dopo il ritrovamento della fede, è documentata dagli "Inni sacri", "La Resurrezione", "Il nome di Maria", "Il Natale", "La Passione" e "La Pentecoste", composti fra il 1812 e il 1822, nei quali il poeta cercò, come scrisse il Fauriel, "di ricondurre alla religione quei sentimenti grandi, nobili ed umani che naturalmente da essa derivano ". Voci profonde di pace, di carità, di amore universale di fratellanza umana, di uguaglianza sociale, dopo tanti anni di guerre, di rivoluzioni e di sangue, queste che scaturivano dagli inni manzoniani. Qui non fervore d'estasi, non ardore di misticismo ispirano il poeta, ma l'amore operoso del bene, il comando della giustizia, la pietà degli umili e degli oppressi, che furono leggi sante del Vangelo prima di essere concetti programmatici di rivoluzioni; e da questa divina ed umana ispirazione sorgono dall'anima dolcemente commossa del Manzoni inni vibranti di fede, pervasi di umanità profonda, quali da più secoli non erano stati espressi dall'accesa fantásia d'un poeta" (Fauriel).

Agli "Inni sacri" seguirono nel 1819, le "Osservazioni sulla Morale Cattolica", scritte in difesa delle massime etiche del Cattolicesimo contro le accuse divulgate dallo storico ginevrino SISMONDO SISMONDI nella "Storia delle repubbliche italiane", dove era stato detto che "la morale cattolica aveva contribuito a far perdere all'Italia la diritta via".

Due anni dopo vennero fuori "Marzo 1821" e "Il Cinque Maggio", che con "l'Aprile 1814"
e "Il proclama di Rimini" costituiscono le liriche politiche del Manzoni.
Nella prima ode, dedicata al poeta tedesco Kòrner caduto per la libertà della sua patria nella battaglia di Lipsia, il poeta canta l'inizio del Risorgimento Italiano, immagina che l'esercito piemontese, varcato il Ticino, stringa un patto con i fratelli italiani, giurando di liberare la patria o di morire, e ai Tedeschi - che, combattendo contro Napoleone, hanno gridato: "Dio rigetta la forza straniera. Ogni gente sia libera e pera Della spada l'iniqua ragion - afferma che sui loro stendardi "Sta l'obbrobrio d'un giuro tradito" perchè essi non hanno mantenuto la promessa di render libera l'Italia, che contro il diritto delle genti tengono schiava.
Con la seconda ode, potente evocazione delle gesta di Napoleone, il poeta esalta la fede, consolatrice e salvatrice degli uomini, quella fede che, scesa nell'anima del Corso accasciata e in procinto d'esser preda alla disperazione, la sollevò alla speranza del premio eterno, al pensiero di Dio, il quale, dopo aver fiaccata la potenza dell'eroe da lui stesso voluta, gli fu unico compagno nell'agonia e "Sulla deserta coltrice Accanto a lui posò".

Obbedendo allo dottrine romantiche, secondo le quali la drammatica doveva svolgere argomenti tratti dalla storia nazionale, nel nostro medioevo il Manzoni cercò i soggetti per le sue tragedie "Il Conte dì Carmagnola" (1820) e l'"Adelchi" (1822).
Nella prima, protagonista è quel Francesco Bussone, prode capitano di ventura, che prima fu al servizio di Filippo Maria Visconti, poi, inimicatosi con lui, passò al soldo dei Veneziani, sotto le cui bandiere inflisse gravi sconfitte alle armi del duca di Milano, fra le quali celebre quella di Maclodio; quindi, sospettato di tradimento, fu decapitato.

II Manzoni ne voleva fare un personaggio vigoroso "desideroso di grande imprese, che si dibatte con la perfidia dei suoi tempi e con istituzioni misere, improvvide irragionevoli ", ma non ha saputo darci che una figura alquanto sbiadita, dal carattere appena accennato, cui dà qualche rilievo soltanto quel senso di rassegnazione e di umiltà contro la malvagità umana che è la caratteristica di molte figure manzoniane.
L'azione si svolge nel gran quadro della guerra tra Venezia e Milano, rievocante le tristi lotte fratricide, e un coro stupendo ("s'ode a destra uno squillo di tromba") interpreta liricamente i sentimenti del poeta, che soffre per quelle lotte e invoca l'unione degli Italiani contro lo straniero e si appella alla giustizia divina, che si vendica degli iniqui e protegge gli oppressi.
Nell'"Adelchi" è protagonista il figlio di Desiderio, ultimo re dei Longobardi, che in Carlomagno vede non solo il nemico del suo popolo, ma anche il nemico della sua famiglia avendo ripudiata sua sorella Ermengarda. Anche Adelchi come il Carmagnola è un vinto. Davanti alla vittoria dell'invasore e alla rovina del suo popolo, invaso dallo sconforto vorrebbe uccidersi, e invece si rassegna cristianamente pensando che la vita umana è una prova, e, ferito mortalmente, si spegne perdonando al vincitore e pregando per lui.
Accanto ad Adelchi sta la figura di Ermengarda, che nella solitudine del monastero è tormentata dal ricordo dell'amore che nutre ancora per chi l'ha scacciata, ha ricordo della felicità fugacemente trascorsa e finisce la sua vita dolorosa volgendosi a Dio. Figura anch'essa di vinta, che vive però nel drammatico contrasto interiore ed ha poi quiete nella rassegnazione, vittima innocente destinata ad espiare fra gli oppressi con la sua sventura le violenze della sua "rea progenie".
Due cori bellissimi esprimono il pensiero e il sentimento del poeta nel mostrarci il significato storico e morale del dramma. Il primo ("Dagli antri muscosi, dai fori cadenti") rappresenta il monito della storia ai popoli schiavi: non dal valore straniero, ma dal proprio sperino essi libertà; il secondo ("Sparsa le trecce morbide") colorando le infelici vicende della principessa, mette davanti allo sguardo degli uomini la giustizia divina, la quale vuole che i figli innocenti espiino le colpe dei padri.

Le due tragedie manzoniane, rappresentate, non ottennero successo. E in verità il loro pregio è tutto letterario, diremmo anzi che come lavori teatrali esse sono opere mancate, nonostante alcune scene davvero belle e qualche personaggio reso con molta vigoria.


Nel temperamento dello scrittore si debbono ricercare le cause dell'insuccesso teatrale delle sue tragedie; temperamento lirico anziché drammatico era quello del Manzoni, il quale era disposto più ad esprimere liricamente le passioni dei suoi personaggi che a rappresentarle sulla scena. Portato inoltre più all'analisi narrativa che alla sintesi drammatica, il suo ingegno doveva naturalmente produrre i frutti migliori nel campo della lirica e della narrazione: lì infatti diede gli "Inni sacri", le odi politiche e i cori, qui "I Promessi sposi" che costituiscono il suo capolavoro.

Emulo dello scozzese Walter Scott, narra il Manzoni nel suo romanzo immortale le vicende di due popolani lombardi, Renzo e Lucia, le cui nozze sono ostacolate dalla prepotenza di un signorotto, don Rodrigo, che, invaghitosi della giovane, vuole ad ogni costo possederla. Favoriscono le ribalde voglie di don Rodrigo i bravi al suo servizio, le autorità civili del paese, piccole e grandi uomini di chiesa e uomini di legge, la viltà di un curato, incapace, per paura, di compiere il suo dovere, una monaca corrotta istigata dal suo drudo e un potente bandito, l'Innominato; proteggono le vittime della prepotenza malvagia altri umili che nulla possono ed una mirabile tempra di frate cappuccino, il padre Cristoforo, che deve però lasciar libero il campo a don Rodrigo.
È l'eterna lotta del bene e del male che il Manzoni rappresenta in questa sua storia del secolo XVII ch'egli finge di rifare da un vecchio manoscritto; l'eterno conflitto tra il vizio e l'innocenza, la quale giacerebbe vinta sotto i colpi di quello se in sua difesa non sorgesse la Provvidenza Divina, che tocca il cuore di un grande peccatore facendolo tornare sulla buona via e rende giustizia agli oppressi raggiungendo con la mano inesorabile l'oppressore.

Narrando i casi dei due umili protagonisti, che, insidiati e perseguitati dall'umana. malvagità, riescono a trionfare su tutti gli ostacoli per il supremo volere della giustizia di Dio, il Manzoni ci mostra come in un gran quadro tutta la società contemporanea:

"…menzognera e fradicia nelle sue istituzioni, fondata sulla violenza in maschera di legalità, ossequente a una larva di religione che ha falsato per ridurla strumento di dominio. In essa anche le volontà pure, le anime sicure e intrepide, ingannate da menzognere apparenze o non sorrette da chi potrebbe, non riescono a compiere il bene che vorrebbero e ad interporsi fra gli oppressori. Dal signorotto arrogante al pavido curato trasgressore dei sacri suoi obblighi per timor dei potenti, al podestà che non si cura, di far rispettar la legge quando la violano i ricchi alla cui mensa lui s'impinza, all'avvocato imbroglione che le leggi travisa e mentisce a danno degli umili, all'uomo politico che della non meritata autorità abusa per coprire le prepotenze dei suoi parenti, al superiore ecclesiastico che abbandona alle rappresaglie del potere laico il povero frate difensore degli umili per non turbare la concordia fra i due ordini sociali condominanti - pago di salvare l'amor proprio della sua casta con egoistici compromessi - alla suora che, monacata per forza, si fa complice dell'insidia contro una pura fanciulla perché tristi passioni la rendono schiava di un manigoldo, al governatore e ai suoi consiglieri che fanno e disfanno con ridicola superbia leggi che nessuno rispetta, provvedimenti atti a moltiplicar l'anarchia, di grado in grado e di cerchio in cerchio possiamo seguire il flusso e il riflusso del disordine e del male della spagnolesca Lombardia del Seicento.
D'altra parte, il combattivo e talora imprudente ardore di giustizia del cappuccino, la serena magnanimità del cardinale, la semplice carità della famiglia del sarto che ospita Lucia liberata, accanto all'ingenuità impulsiva di Renzo e alla dolcezza rassegnata di Lucia, mostrano come grandi e piccoli, dotti e ignoranti, possano servire ai decreti della Provvidenza, purché accolgano devoti la parola di Dio, e dove siamo tutti uguali; mentre la bonomia del curato quando non lo acceca la paura, il loquace consenso della sua domestica, la petulante ingerenza di donna Prassede nel fare il bene e la ostinazione di suo marito nel tener fede a una scienza in tramonto - la quale lo porta a morir di contagio negando che esso esista, in nome dell'astrologia - ci ricordano che al mondo nelle anime umane non c' è solo il sublime e l'abbietto, ma, tutta una gradazione di valori intermedi. E nel rappresentare questa scala, il Manzoni esercita mirabilmente una dote in lui vivissima, e molto utile alla comprensione della vita vera, alla salvaguardia dalla retorica, dalla falsità accademica: l'umorismo (Galletti e Alterocca) ".

Così dalla penna del romanziere sorgono vivissime le figure di don Abbondio, don Rodrigo, l'Innominato, il cardinal Borromeo, padre Cristoforo, la monaca di Monza, il dottor Azzeccagarbugli, il Conte Zio, Agnese, Perpetua, fra Galdino, Tonio e Gervaso, Griso, don Ferrante, donna Prassedé, il Vicario, Ferrer e tanti altri.
L'artista le costruisce con pochi tocchi o si compiace di rifinirle pazientemente; ce ne fa conoscere l'animo e l'indole mostrandoci qualcuna delle loro peculiari caratteristiche o penetrando nell'intimo di ognuna di esse, scrutandole, studiandole, ascoltandone fin le più fievoli voci della mente e del cuore; le ravviva con la potenza del suo genio creatore e le colloca sapientemente nel vasto mondo del suo romanzo perché vi esplichino tutta la loro umanità, si amano, si odiano, gioiscono, soffrono, piangono, pregano, meditano, si rassegnano, perdonano; perché vi riflettano l'ideale cristiano dell'autore e per il suo trionfo agiscono colorandosi della sua luce, riscaldandosi alla sua bontà, conciliandosi nella sua mitezza; perché con la loro vita rendano più completa la vita dei luoghi ove si svolge l'azione, di cui l'occhio attento e amoroso dell'artista, guarda, nella luce o nell'ombra, ogni aspetto, ogni forma, ogni recesso: monti, laghi, fiumi, città, paeselli, piazze, vie, sentieri, chiese, conventi, campi, capanne.

Manzoni compose il suo romanzo dall'aprile del 1821 al settembre del 1823, intitolandolo "Gli sposi promessi", ma per motivi artistici e morali lo rivide, corresse, mutò e dopo lunga rielaborazione lo pubblicò, con il titolo attuale, nel 1827. Nonostante il successo editoriale, non contento della lingua che gli sembrava ed era troppo dialettale e sovente artificiosa e non dell'uso comune, il poeta, riprese in mano il romanzo e si recò a Firenze per "risciacquare", come disse, " i suoi cenci in Arno". Ci lavorò sopra per altri 13 anni, poi il romanzo nella nuova e definitiva redazione fu ripubblicato fra il 1840 e il 1842.

Non solo poeta fu il Manzoni, ma anche critico e storico. Per il "Conte di Carmagnola" scrisse una lunga prefazione in cui discusse molto acutamente delle famose unità di tempo e di luogo, che combatteva, dell'ufficio dei suoi cori e intorno ad altre questioni; e alle critiche, mosse dallo Chauvet alla suddetta tragedia, rispose con una "Lettre sur l'unité de temps et de lieu dans la tragedie" (1823) sostenendo le sue idee. All' "Adelchi" premise un dotto Discorso sopra alcuni punti della storia longobarda in Italia.
Nel 1833 scrisse una "Lettera sul Romanticismo al marchese Cesare D'Azeglio", nella quale esamina criticamente le teorie romantiche e le difende sotto l'aspetto cristiano. Altra sua opera critica è il discorso (1845) "Del romanzo storico e, in genere, de' componimenti misti di storia e d'invenzione", in cui proprio lui condanna il genere cui appartiene il suo capolavoro.

Ci lasciò inoltre un dialogo, "Dell'invenzione, una Storia della Colonna Infame", un frammento di un saggio comparativo su "La rivoluzione Francese del 1789 e la rivoluzione italiana del 1859" e, infine, parecchi scritti sulla lingua: "Sentir messa", "una lettera a Giacinto Carena "Sulla Lingua italiana", una relazione al ministro Broglio "Dell'unità della lingua e dei mezzi di diffonderla", una "Lettera a Ruggero Bonghi intorno al libro "De vulgari eloquio" di Dante, una "Lettera intorno al Vocabolario" e un "Appendice alla lettera al Borghi".

GIACOMO LEOPARDI: LA VITA E LE OPERE

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Mentre il Manzoni ritrovava la fede e ne faceva la guida della sua vita, un altro poeta perdeva invece quella fede, perdeva tutte le illusioni, e in compagnia del dolore s'avviava verso la tomba, dove per lui risiedeva l'unico vero: Giacomo Leopardi.
Nacque a Recanati il 29 giugno del 1798 dal conte Monaldo e da Adelaide dei marchesi Antici ed ebbe un'infanzia e una giovinezza molto tristi, privo com'era dell'amore del padre, tutto dedito ai suoi studi, e di quello della madre, donna dura ed aspra, intenta più ad assestare il patrimonio familiare che a curare i figli.

Dotato d'ingegno precocissimo, Giacomo trovò conforto solo nello studio e vi si diede con tanto impegno che conseguì risultati sbalorditivi, ma nello stesso tempo si rovinò la salute.
A tredici anni cominciò a studiar da sé il greco e l'ebraico, tradusse la Poetica di Orazio e compose due tragedie, "La virtù indiana" e "Pompeo in Egitto"; tra i quattordici e i quindici scrisse una "Storia dell'astronomia"; a diciassette un "Saggio sopra gli errori popolari degli antichi", tradusse gl'"Idilli" di Mosco, la "Batracomiomachia", il l° libro dell'"Odissea", il 2° dell'"Eneide", la "Titanomachia" di Esiodo e compose un "Inno a Nettuno" che fece credere ai dotti come un'opera dell'antica Grecia da lui ritrovata.
Entrato in corrispondenza con Pietro Giordani, grande ammiratore dell'ingegno del dotto giovanetto, nel 1818 gli fece visita a Recanati. Quel medesimo anno compose, dedicandole al Monti, le canzoni "All'Italia" e "Sopra il monumento di Dante" che si preparava a Firenze, nelle quali è vivo il contrasto tra la passata grandezza e la presente miseria d'Italia: Dal 1819 al 1822 furono anni molto tristi per Leopardi, che in aperto dissidio con i genitori per il suo liberalismo, malvisto dai concittadini, visse una vita cupa e solitaria, bruciato dal desiderio di fuggire lontano dal "natio borgo selvaggio", afflitto per qualche tempo da una grave malattia agli occhi che gli impedì di trovar nello studio una distrazione.

Finalmente, nel novembre del 1822, (aveva 24 anni) poté recarsi a Roma, ma nel maggio del 1823 dovette ritornare a Recanati, dove rimase fino al 1825. Poi fu a Milano al servizio dell'editore Stella, a Bologna, dove s'innamorò, non ricambiato, della contessa Teresa Corniani Malvezzi, a Firenze dove conobbe il Manzoni ed altri illustri scrittori, rivide il Giordani e fu invitato dal Viesseux a collaborare alla "Antologia", a Pisa, ancora a Firenze e di nuovo a Recanati, da dove per sempre lo trascinò via lo storico Colletta, che con generose offerte di denaro l'aiutò a tornare a Firenze. Qui rimase circa tre anni, confortato dalla nobile amicizia di molti valenti uomini, ma addolorato profondamente per la passione non corrisposta che gli aveva ispirato la signora. Targioni-Tozzetti.
Nel 1833 il suo amico Antonio Ranieri se lo portò a Napoli ospitandolo in casa sua e qui quattro anni dopo, il 14 giugno del 1837, l'infelice poeta ebbe finalmente quella pace che invano aveva fino allora invocata.

Oltre alle opere sopra accennate il Leopardi scrisse un "Commento al Canzoniere del Petrarca", compilò per lo Stella una "Crestomazia della prosa e della poesia italiana", tradusse il "Manuale d'Epitteto", compose i "Paralipomeni della Batracomiomachia", poemetto in ottave dove fa la satira dei tiranni d'Italia e degli sforzi fatti dai patrioti per conseguire la libertà, dettò le "Operette morali", prose limpide, schiette e vive, piene di profonda ironia, lasciò i "Pensieri", le "Lettere, appunti e ricordi, e lo "Zibaldone", intitolato prima "Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura", un insieme di note, di osservazioni e di riflessioni, interessantissime per la storia del suo spirito.

Ma l'opera sua alla quale è affidata la sua fama è costituita da i Canti: una quarantina in tutto, se non si tiene conto di quelli scritti nell'adolescenza e poi ripudiati, fra i quali degna di menzione la cantica in terza rima "Appressamento della morte".
Nel comporli il poeta ebbe come muse ispiratrici prima la patria e la donna, seducenti e dispensatrici di dolci promesse e di belle illusioni, poi il Dolore, la Morte, il Nulla, che disperdono ogni speranza, ogni illusione, devastano il cuore, intristiscono l'anima, uccidono la fede.

Per breve tempo, dal 1818 al 1821, la musa della patria eccita l'estro del Leopardi e non gl'ispira che sei canzoni. In quella all' "Italia" il poeta piange sulle rovine e sulla vergogna della patria, schiava dello straniero, si sdegna perché gl'Italiani combattono e muoiono a vantaggio di altra gente ed esalta quelli che spendono la vita per la libertà della propria terra; come i trecento Spartani caduti alle Termopili ed immortalati da Simonide.
Nella canzone "Sopra il monumento di Dante" il poeta vede ancora la patria saccheggiata dagli stranieri e gli Italiani combattenti in estranei lidi, e questa visione dolorosa gli soffoca nel cuore la gioia che era germogliata alla notizia del monumento che si preparava a Firenze al grandissimo poeta e la speranza, per un istante balenata, che l'esempio degli avi illustri potesse risvegliare gli Italiani sonnacchiosi e pigri e spingerli alla riscossa.

Nella canzone "Ad Angelo Mai", dinanzi lo sguardo del Leopardi c' è ancora l'Italia degenere, immersa nel sonno e nel fango, ma spera il poeta che le memorie della grandezza trascorsa, ridestate dai dotti, possano stimolare a nobili azioni l'animo degli Italiani. Questa speranza pervade il canto "Nelle nozze della sorella Paolina" e si sposa al monito rivolto alle donne italiane di amare uomini forti e di educare ad alti sensi, come le spartane, i figli.

Ma la speranza in una patria libera muore ben presto nel cuore del poeta. E' il 1821, l'anno dei moti e della reazione. "Ad un vincitore nel pallone" è l'ultima voce della musa patriottica del Leopardi. "Che vale addestrare le membra se la patria è infelice? Meglio morire, che solo a spregiarla vale la nostra vita. Meglio imitare Bruto, il quale troncò i suoi giorni poiché vide tramontate le libere istituzioni e si convinse che vana era la virtù in cui aveva creduto" (Bruto minore).

Accanto alle illusioni patriottiche, ma più rigogliose e più durature, fioriscono nell'animo del poeta le illusioni amorose, che sono motivo per lui di gioia e di tormento. Dalla Gertrude Cassi alla Fanny Targioni-Tozzetti parecchie figure di donne popolano la vita del poeta, allietandola di sorrisi e di speranze, cui sempre succedono la, delusione, il pianto e l'angoscia. Fugaci gioie d'amore sentimentale; lunghi sogni popolati di dolcissime visioni; desideri e speranze; delusioni, sconforti, lacrime, riempiono i canti amorosi del poeta di Recanati, che nel "Primo amore" esprime le pene suscitategli dalla breve visita della cugina Gertrude, in "A Silvia" e nelle "Ricordanze" canta la gioventù perduta e rievoca le illusioni scomparse, nell'"Ultimo canto di Saffo" impreca alla natura che solo alla bellezza e non alla virtù e all'ingegno ha dato la potenza della seduzione, nel "Sogno" vaneggia dietro le immagini della giovinezza e dell'amore perduti, ne "La vita solitaria" rimpiange le illusioni svanite; specie quelle amorose, nel "Pensiero dominante" rappresenta il suo cuore tutto riscaldato dalla fiamma che vi ha accesa la Targioni; in "Amore e Morte", sbigottito dal divampare della passione, anela addormentarsi nel virgineo seno della morte, in "A se stesso" esprime la nera disperazione dell'anima sua dopo il crollo dell'inganno estremo e, infine, in "Aspasia" vuol vendicarsi di chi gli ha messo l'inferno nel cuore, proponendosi di dimenticarla e chiamandola indegna del suo amore, e invece non può o non sa cancellare la seducente immagine di lei.

Ma la patria e l'amore non sono le sole muse del poeta e i soli argomenti del suo canto. I suoi desideri insoddisfatti, i suoi affetti feriti, i suoi mali fisici, i suoi disagi morali, il contrasto tra la realtà della vita e il dolce immaginare gli incupiscono l'anima, gli tolgono la fede nelle cose belle e sante della vita, lo inducono a meditare sulla propria infelicità, sul doloroso dramma dell'umanità, sulla vanità di tutte le cose e lo fanno persuaso che "ameni inganni" sono la gloria, l'amore, la giovinezza, la gioia e che una cosa sola è vera: la morte.
Il Leopardi allora si fa, cantore della tragedia sua e di quella dell'universo e in liriche stupende esprime i suoi rimpianti per le cose perdute, l'angoscia dell'anima, il logorio del cervello, il suo pessimismo profondo.

"Ma un poeta, per quanto si voglia pessimista, non può negare totalmente la vita: essa parla ai suoi sensi e al suo spirito con mille voci di necessità invincibile. Negli ultimi versi scritti a Napoli, il Leopardi, mentre altra speranza non ha tranne quella di uscir presto dalle pene morendo, non rinnega almeno la fraternità umana".
"Due sentimenti contrastano in lui: un umano dispregio della nostra vanità - che, mentre il male ci opprime da ogni parte, va millantando la potenza sconfinata e il sapere illimitato dell'uomo - e una sincera pietà, per quest'essere materialmente debole, incoerente, orgoglioso, ma capace di sublimi aspirazioni, audace a soffrire con energia intrepida e a lottar da solo contro la violenza della Natura: consapevole che la morte è rimedio, e tuttavia straziato dall'estremo addio ai suoi cari ("Sopra il ritratto di una bella donna scolpito nel monumento sepolcrale della medesima - Sopra un bassorilievo antico sepolcrale", ecc.). Ancora - nonostante il sinistro sorriso con cui terminano gli sciolti di "Aspasia" - ancora un compianto alla sorte nostra iniqua e un rimpianto delle prime giovanili speranze ("Il tramonto della luna"): ancora, nella "Palinodia", un ultimo scherno allo pertinaci illusioni nelle "magnifiche sorti e progressive" dell'umanità: e finalmente, ne "La Ginestra" (dell'anno prima della morte) l'ultima grandiosa epopea della guerra implacabile a noi mossa dalla Natura: visione immensa della tragica serie di sforzi vani contro l'occulto potere distruttore, che sempre ci schiaccia e sempre ci ritrova alacri all'opera e impenitenti nell'ingannare noi stessi ... "La ginestra" sembra contenere un intimo appello a tutte le spirituali forze umane, per formare una fraterna catena di dolore comune: sembra l'inizio d'un nuovo stato di animo, atto a riconciliare un giorno il poeta almeno con il prossimo, se non con la divinità.
Ed invece essa fu un termine, un'alba senza sera, che più atroce rende agli occhi nostri la catastrofe di una vita spenta in età giovane eppur già così ricca di opere immortali" (Galletti e Alterocca).

 

Leopardi si spense a NAPOLI il 14 luglio 1837, a 39 anni, mentre in città infuriava il colera. Era vissuto negli ultimi quattro anni in gravi angustie economiche e in condizioni di salute sempre più precarie, con accanto l'amico Ranieri, un giovane nobile napoletano indubbiamente un devoto di Leopardi anche se molti mettono in dubbio che sia stato capace di intenderne la vera grandezza. Ma non era il solo! Prima, durante e anche nei primi decenni dopo la morte, la grandezza di Leopardi fu generalmente misconosciuta. Pochissimi aderirono alla sua visione della vita e intesero la sua poesia. Giordano, Gioberti, Tenca e lo stesso De Sanctis, lo ammiravano come altezza poetica ma rimasero sempre molto freddi davanti al suo materialismo e pessimismo.

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ROMANZIERI E SCRITTORI DI MEMORIE

Il successo dei "Promessi Sposi" di Manzoni, produsse una larga fioritura di romanzi storici, in non pochi dei quali è evidente l'imitazione del grande lombardo. Ispirandosi a lui, il toscano GIOVANNI ROSINI, autore di una "Luisa Strozzi", scrisse "La Monaca di Monza"; LUIGI GUALTIERI "L'Innominato" e G. B. BAZZONI il "Falco della Rupe"; ma di queste opere pochissimi le ricordano.
Vita più lunga quelle del GROSSI, del D'AZEGLIO, del CANTÙ e del NIEVO.
TOMMASO GROSSI (1790-1853) fu anche poeta e si acquistò fama con le novelle in versi "La fuggitiva", "Ulrico e Lida" e "Ildegonda" e con il poema epico "I Lombardi alla prima crociata", ma l'opera sua migliore è il romanzo storico "Marco Visconti", dove è narrata una storia d'armi e d'amore del Trecento, in cui sono scene molto vivaci ed episodi di non scarsa bellezza.
Di MASSIMO D'AZEGLIO (1796-1866) abbiamo altrove ricordato gli scritti politici; qui ricorderemo "I miei ricordi", note autobiografiche vive, sincere e colorite, e i due romanzi storici "Ettore Fieramosca" e "Niccolò de' Lapi", nel primo dei quali con freschezza di stile e con intemperanza giovanile narra le avventure del Fieramosca e la famosa disfida di Barletta e nel secondo con maggiore sobrietà la storia di una famiglia popolana fiorentina e l'eroica ma sfortunata resistenza del popolo di Firenze alle soldatesche di Carlo V e di Clemente VII.
Di CESARE CANTU' (1804-1895), di cui parleremo ancora quando ricorderemo gli storici, ci lasciò un romanzo storico, "Margherita Pusterla", in cui si trova qualche episodio molto vivo e alcune scene mosse e suggestive.
Il più grande di tutti fu IPPOLITO NIEVO (1831-1861- perì nel naufragio dopo la spedizione dei Mille) garibaldino e poeta, morto a 29 anni, autore di novelle e di tragedie, di due delicate raccolte di versi -"Lucciole" e "Amori garibaldini"- e di un romanzo di gran respiro, cui è legata la sua fama - "Le confessioni di un italiano" - e che, malgrado le disuguaglianze, le sproporzioni e gli altri non pochi difetti, è una delle opere più vigorose del suo tempo. E' la storia dell'italiano nuovo, che si viene formando agli ideali del Risorgimento, pur sentendo la nostalgia del mondo settecentesco che scompare.

Si allontanano dal Manzoni il LANCETTI, autore di un "Gabrino Fondulo"; CARLO VARESE, che scrisse la "Sibilla Odaleta"; GIULIO CARCANO, autore della "Nunziata"; del "Damiano", di "Gabrio e Camilla" e dell' "Angiola Maria", primi esempi di romanzi intimi; ANTONIO RANIERI che con "Ginevra" o "l'orfana dell'Annunziata" trattò per primo in Italia il romanzo sociale e, per non citare altri, FRANCESCO DOMENICO GUERRAZZI (1804-1873), scrittore torbido (romanzo nero), gonfio, disordinato, ma ardente e vigoroso, che ci lasciò La Battaglia di Benevento, "L'assedio di Firenze, Veronica Cybo, Isabella Orsini, Beatrice Cenci, La torre di Nonza, Pasquale Paoli, Serpicina, Buco nel muro, L'asino, discorsi politici e vite d'uomini illustri; il TOMMASEO, autore del "Duca, d'Atene" e di "Fede e bellezza"; e il gesuita ANTONIO BRESCIANI, del quale basta ricordare "L'ebreo errante" e "Lorenzo il coscritto".

Molto in voga nel periodo del Risorgimento gli "epistolari" e le memorie autobiografiche.
Le sue "Memorie" le scrisse GIUSEPPE GARIBALDI, un libro di vivaci "Memorie" GIUSEPPE GIUSTI, memorie il generale PEPE e parecchi uomini politici e di guerra.
Un delizioso volume di ricordi autobiografici e di pensieri sull'arte ci lasciò lo scultore GIOVANNI DUPRÈ, i citati "Miei ricordi" del D'Azeglio, memorie sulla sua giovinezza il DE SANCTIS, "Ricordi" MAURIZIO BUFALINI; ma i libri di tal genere che più degli altri acquistarono gran fama furono le "Ricordanze della mia vita" di LUIGI SETTEMBRINI, dettate in una prosa semplice, colorita, efficace, sincera, a volte potente, e "Le mie prigioni" di SILVIO PELLICO, in cui le terribili sofferenze della lunga prigionia contrastano drammaticamente con la cristiana rassegnazione del condannato e le vicende d'ogni giorno sono narrate con accento modesto, dolce e sereno che lascia però trasparire il calore del sentimento patrio e religioso.

POETI PATRIOTTICI E SATIRICI - G. PRATI, A. ALEARDI, G. ZANELLA

LA SCAPIGLIATURA MILANESE

Molti furono i poeti minori del periodo del Risorgimento, specialmente i lirici. Non pochi di loro, fra cui il Cantù e il Mamiani, imitarono il Manzoni degli "Inni sacri", altri, come il Tommaseo, cantarono con originalità e calore la Fede, parecchi coltivarono la poesia satirica e giocosa, i più - ed era naturale - s'ispirarono alla patria e furono i cantori acclamati del riscatto italiano. Fra questi ultimi merita il primo posto GIOVANNI BERCHET, il quale, nell'esilio, scrisse romanze e ballate - Clarina, Il romito del Cenisio, Il rimorso, I profughi di Parga, Fantasie, tutte vibranti di patriottismo.
"Spira - dice il Cesareo - qua e là il soffio biblico, che spesso piacque ai poeti; i metri, l'aggettivazione, i paesaggi, il gusto della visione storica, tutto questo è derivato dal gran caposcuola, il Manzoni; ma dove si accenna alla patria, la mossa è nuova, ardita, drammatica, assai più comunicativa che nel Manzoni non fosse mai.

Su ! nell'irto; increscioso Alemanno,
su! Lombardi, puntate la spada:
fate vostra la vostra contrada,
questa bella che il Ciel vi sortì.
Vaghe figlie del fervido amore,
chi nell'ora de' rischi è, codardo,
più da voi non ispiri uno sguardo,
senza nozze consumi i suoi dì.

Versi, questi, che facevano balzare e lacrimare, di cruccio, di speranza e d'entusiasmo i padri che incitavano i giovani figli a rischiare la vita cospirando o a darla per la patria cadendo nelle sante battaglie della libertà ".

Altri poeti patriottici furono il piemontese ANGELO BROFFERIO, il Napoletano ALESSANDRO POERIO, l'abruzzese GABRIELE ROSSETTI, autore anche del poemetto polimetro "Il veggente in solitudine"; l'emiliano PIETRO GIANNONE, autore de "L'esule"; il veneto FRANCESCO DALL'ONGARO, che scrisse stornelli popolarissimi, l'altro veneto ARNALDO FUSINATO, i trentini ANTONIO GAZZOLETTI e GIOVANNI PRATI, il bresciano GIULIO UBERTI, il marchigiano LUIGI MERCANTINI, celebre per l' "Inno di Garibaldi" e il genovese GOFFREDO MAMELI, poeta e soldato, caduto giovanissimo (22 anni) nel 1849 alla difesa di Roma, del quale rimase famoso l'inno "Fratelli d'Italia", musicato da Michele Novaro.

Dei poeti satirici basta qui ricordare il milanese CARLO PORTA, poeta di grande forza
di cui son celebri "I desgrazi de Giovannin Borgee, La nomina del Cappellan, La guerra di Pret, La Nina del Verzee; l'altro famoso poeta dialettale GIOACCHINO BELLI, romano; l'aretino ANTONIO GUADAGNOLI e GIUSEPPE GIUSTI da Monsummano, che satireggiò con spigliatezza popolaresca tutta toscana la società del tempo, in parecchie poesie ebbe accenti nazionali ("Lo stivale, La terra dei morti", ecc.) e in qualche altra ("Sant'Ambrogio") sposando lo sdegno alla compassione e l'ironico al serio, riuscì ad esprimere con grande efficacia quel senso di umana fratellanza contro l'oppressore che animò il pensiero e l'azione del Mazzini.

Gli ultimi poeti del romanticismo furono GIOVANNI PRATI, di Campomaggiore nel Trentino, ed ALEARDO ALEARDI, veronese.
Il PRATI, come il veneziano LUIGI CARRER, fu seguace più del romanticismo straniero che dell'italiano; poeta dalla vena abbondante e melodiosa, salì in fama con la novella in sciolti "Edmenegarda"; imitò nelle sue ballate e romanze il Byron, il Lamartine, il Moore e l'Hugo; cantò le gesta di Casa Savoia; compose liriche amorose, satire, epigrammi, poemi storici e filosofici ("Jerone, Il conte di Riga, Satana e le Grazie, Rodolfo, Ariberto, Armando"); e negli ultimi anni della sua vita fu tra le file dei fautori del classicismo con due raccolte di versi intitolate "Psiche e Iside". Del Prati, allora famosissimo, non molte cose hanno sfidato il tempo, ma quelle che non sono state dimenticate - ad es. il "Canto d'Igea, Armando", Ideale, Incantesimo di Iside, Anniversario di Curtatone e A Ferdinando di Borbone - rivelano il poeta vero e l'artista squisito.
ALEARDO ALEARDI scrisse poemetti storici, liriche ispirate all'amor di patria e alla religione e versi di amore (famosi quelli intitolati "Lettere a Maria") ora con sentimentalismo languido e sdolcinato, tanto gradito ai lettori del tempo, ora con vuota rintronanza, sempre con virtuosità di forma che soffoca o svia il sentimento.
Un posto a sé lo si deve dare al sacerdote vicentino GIACOMO ZANELLA, che nelle sue poesie volle esaltare la scienza, il progresso e la civiltà e, da cattolico modernista, conciliare la scienza e la fede. Che vi sia riuscito pienamente non diremo, tuttavia qualche volta l'entusiasmo per la scienza operò sul suo spirito così fortemente da ispirargli liriche veramente belle come "Ospizi marini, Microscopio e telescopio, Per il taglio dell'istmo di Suez, Milton e Galileo e quel piccolo capolavoro: l'ode "Sopra una conchiglia fossile".

Una manifestazione del romanticismo fu la Scapigliatura milanese, composta da un manipolo di scrittori, sostenitori della teoria dell'arte per l'arte, sentimentali e sensuali insieme, che molto attinsero all'opera di Goethe, di Heine, di Hugo e di Baudelaire. Capo della Scapigliatura fu GIUSEPPE ROVANI, critico, giornalista, e romanziere milanese, autore di due romanzi pregevoli, "I cento anni" e "La giovinezza di Giulio Cesare".
Gli altri scrittori del gruppo furono EMILIO PRAGA, che affidò il suo nome ai volumi di liriche Tavolozza, Penombre, Fiabe e leggende, Trasparenze, in cui con squisita delicatezza e con sfacciato cinismo cantò affetti nobili e torbidi sentimenti, volò nelle regioni dell'ideale e strisciò nella più cruda realtà. IGINO UGO TARCHETTI, poeta malinconico, che ci lasciò il meglio della sua produzione lirica nel volume "Dispecta" e che nel romanzo "Una nobile follia" cercò di diffondere le teorie umanitarie antimilitariste del Tolstoi. GIOVANNI CAMERANA, pittore e poeta, che si diede la morte nel 1905 per nevrastenia. Il pavese CARLO DOSSI, ingegno originale e bislacco, che ci diede pagine stupende in "La desinenza in A" e in "Gocce d' inchiostro" e un buon romanzo sociale-utopistico intitolato "La colonia felice". VITTORIO BETTELONI, seguace del verismo, e infine ARRIGO BOITO, il quale, dopo aver fatto buona prova nella poesia, si diede tutto alla musica, dalla quale, con il "Mefistofele" e il "Nerone", ottenne una gran successo.


LA TRAGEDIA, IL DRAMMA STORICO E LA COMMEDIA

Anche nella tragedia il MANZONI fece scuola. Sulle sue orme si misero il PELLICO, autore applaudito di "Francesca da Rimini, Eufemio da Messina, Ester d'Engaddi" ed altre tragedie; il NIEVO, che compose, come abbiamo detto, "I Capuani" e "Spartaco"; CARLO MARENCO, autore di mediocri tragedie, tra cui citiamo la "Pia dei Tolomei" e "Arnaldo da Brescia"; e parecchi altri nomi riportati solo nelle grandi enciclopedie.

Imitatori dell'Alfieri furono invece il cortonese FRANCESCO BENEDETTI autore di undici tragedie, fra cui un "Cola di Rienzo", il cesenate EDUARDO FABBRI, che pubblicò nove tragedie, fra le quali una "Francesca da Rimini"; e per gran parte della sua produzione GIAMBATTISTA NICCOLINI, nato a Bagni di S. Giuliano nel 1782 e morto a Firenze nel 1861. Il Niccolini fu anche critico e poeta lirico, scrisse un "Canzoniere nazionale" e un "Canzoniere civile", e parecchie traduzioni, acquistando in tale campo un bel posto fra i migliori traduttori del tempo, quali ANDREA MAFFEI, BERCHET, ZANELLA, CARCANO, CARLO RUSCONI, PAOLO MASPERO, FELICE BELLOTTI, BORGHI, SETTEMBRINI, TOMMASEO e TOMMASO GARGANO.
La fama del Niccolini è dovuta alle tragedie. Scrisse le prime trattando argomenti classici e orientali ("Nabucco") seguendo le orme dell'Alfieri; in seguito, pur non abbandonando i suoi modelli, seguendo la moda romantica trattò con una certa, libertà soggetti tratti dalla storia nazionale. Nacquero così Antonio Foscarini, Giovanni da Procida, Lodovìco Sforza, Rosmunda d'Inghilterra, tragedie fiere di sentimento patrio e liberale, che suscitarono, dovunque furono rappresentate o lette, entusiasmi indescrivibili. Il capolavoro niccoliniano è "Arnaldo da Brescia", che, incarnando, l'odio contro la tirannide papale e imperiale tedesca, fu proibito dalla polizia e dalla censura, ma fu venduto lo stesso a migliaia di copie in Italia e fu tradotto all'estero. "Le tragedie del Niccolini però - nota il Cesareo - sono dimostrazioni di principi, non elaborazioni di carattere. Procida è l'odio dell'oppressione straniera sviluppato in concioni, Arnaldo è la lotta all'arbitrio papale spiegata in allocuzioni. Ci sono qua e là bellissimi squarci oratorii, ma la costruzione è meccanica: scarseggia l'esperienza del cuore umano, l'accento sincero della passione, la novità della fantasia, il color della vita ".

Parecchi cultori ebbe il DRAMMA STORICO, intorno a questo, MAZZINI scrisse un notevole saggio critico. Gran successo ebbe il "Povero Fornaretto" del DALL'ONGARO; ma chi s'alzò fra gli altri in questo genere fu il romano PIETRO COSSA, autore di Mario e i Cimbri, Bordello, Monaldeschi, Nerone, Plauto, Messalina, Cecilia, I Borgia, I Napoletani del 1799, con il quale gareggia il piemontese PAOLO GIACOMETTI, autore di due drammi storici, "Elisabetta regina d'Inghilterra" e "Maria Antonietta regina di Francia", e i drammi sociali a tesi, fra cui notevoli "La morte civile" e "La colpa vendica la colpa", e di parecchie commedie.
Nella COMMEDIA, prima si cercò di seguire le orme del Goldoni, poi s'imitò il teatro francese nelle produzioni dell'Augier, del Dumas figlio e del Sardou. Imitatori più o meno felici del Goldoni furono il bolognese FRANCESCO ALBERGATI, il romano GHERARDO DE ROSSI, il padovano ANTONIO SOGRAFI, i piemontesi ALBERTO NOTA e CAMILLO FEDERICI, il romano GIOVANNI GIRAUD, che godette grande fama specie per la briosa commedia "L'ajo nell'imbarazzo", e i toscani TOMMASO GHERARDI DEL TESTA e VINCENZO MARTINI.
L' influsso francese lo sentì fra gli altri anche il GIACOMETTI. Il maggior commediografo di questo periodo - che con GARELLI, PIETRACQUA, TOSELLI, BON, ZANNONE, BERSEZIO vide fiorire anche il teatro dialettale - fu il modenese PAOLO FERRARI, che prima seguì il Goldoni, poi la moda della commedia a tesi e riuscì a creare tipi indimenticabili come il marchese COLOMBI della commedia "La satira e il Parini". Altre commedie applaudite del Ferrari sono Il Goldoni e le sue sedici commedie nuove, Amore senza stima, Il duello, Il ridicolo, Cause ed effetti, Il suicidio, Fulvio Testi, a cui debbono aggiungersene alcune dialettali, come "Baltromeo Calzolaro, La siora Zvane" e "La medicina d'una ragazza malata", che è un vero capolavoro di comicità.

SCRITTORI POLITICI - STORICI E CRITICI - F. DE SANCTIS

Numerosi furono gli SCRITTORI POLITICI, parecchi dei quali - MAZZINI, GIOBERTI, BALBO, D'AZEGLIO, SETTEMBRINI, MAMIANI - abbiamo già accennato nel corso di questa storia e all'interno dei fatti storici nei riassunti dei vari anni). A questi possiamo aggiungere GUERRAZZI, CARLO CATTANEO, RUGGERO BONGHI, GIUSEPPE FERRARI, CESARE CORRENTI, CAVOUR, CARLO TENCA, ALBERTO MARIO E AURELIO SAFFI.
Altrettanto numerosi furono gli storici. Il Balbo scrisse la "Vita di Dante, Sommario della Storia d'Italia, Storia d'Italia sotto i barbari"; MICHELE AMARI "La Storia del Vespro siciliano, la Storia dei Musulmani di Sicilia"; CARLO TROYA la "Storia d' Italia nel Medio Evo"; GINO CAPPONI la "Storia della repubblica di Firenze"; ATTO VANNUCCI la "Storia dell'Italia Antica"; PAOLO EMILIANI-GIUDICI la "Storia dei Municipi italiani"; CESARE CANTÙ la "Storia universale, Storia degli Italiani, Storia dei cento anni 1750-1850, Gli ultimi trent'anni (1879), la Cronistoria dell'indipendenza italiana, La Lombardia nel secolo XVII, L'abate PARINI e la Lombardia nel secolo passato, Il principe Eugenio, memorie del Regno d'Italia, Il Conciliatore, Carbonari, ecc.
GIUSEPPE LA FARINA la "Storia d'Italia dal 1815 al 1850"; GIUSEPPE MANNO la "Storia della Sardegna"; LUIGI CIBRARIO una storia della dinastia di Savoia e "L'economia politica dei Romani"; CARLO VARESE la "Storia della Repubblica di Genova". E a questi si potrebbe far seguire un nutrito elenco di altri storici minori.

Chiuderemo questi rapidi cenni intorno alla letteratura italiana del periodo del Risorgimento, accennando alla critica, che, dopo l'esempio del Foscolo e l'avvento del romanticismo, si mise a percorrere vie nuove, in cui procedettero ingegni di varia misura, che tentarono di reagire alla retorica e alla critica tradizionalista e formalista.

I critici che più si distinsero furono il MAZZINI, il CAMERINI, autore di profili letterari, il MANZONI, il TOMMASEO, autore di "Saggi", di un "Commento alla Divina Commedia", e di un "Dizionario estetico"; il GIUSTI e CARLO TENCA, autore di importanti articoli pubblicati nel "Crepuscolo"; il SETTEMBRINI, autore delle "Lezioni di letteratura italiana", e PAOLO EMILIANI-GIUDICI, che nel 1844 scrisse una "Storia delle belle lettere in Italia", preceduta da un importantissimo discorso, e nel 1855 la ripubblicò con notevoli modifiche sotto il titolo di "Storia della letteratura italiana".

Infine con l'autore, con il quale abbiamo iniziato le pagine di questo periodo.

Il più grande critico di questo periodo storico fu FRANCESCO DE SANCTIS, nato a Morra Irpina nel 1817 e morto a Napoli nel 1883, il quale scrive il Cesareo - "fu il primo a dichiarare nettamente che in arte la forma è tutto, però nessun contenuto va sottratto al dominio della fantasia; che la creazione della bellezza, indipendente da ogni altra attività dello spirito, dall'utilità, dalla moralità, dal patriottismo, dalla religione, dalla filosofia; che la facoltà creatrice non è la conoscenza il 14 luglio, né l'invenzione, né l'immaginazione incompleta, ma la fantasia".
Il De Sanctis guardava l'opera d'arte con occhio non velato da preconcetti: ciò che vi ricercava non era l'ideale, ma la realtà; non il fine, ma l'atto; non l'astrazione, ma la natura; non l'insegnamento, ma la bellezza".

Su questi fondamenti, aiutato da un intuito portentoso e da una squisitissima sensibilità artistica, il De Sanctis costruì i "Saggi critici", il "Saggio sul Petrarca", "La Storia della letteratura italiana", i "Nuovi saggi critici", lo "Studio su Giacomo Leopardi" e le "Lezioni sulla letteratura italiana del secolo XIX", che, malgrado le disuguaglianze e le inevitabili lacune, rimangono fra le opere più belle e più geniali che la critica non solo italiana ma anche europea abbia mai prodotto.

Fonti, citazioni, e testi
Prof. PAOLO GIUDICI - Storia d'Italia -(5 vol. Nerbini)
VISCADI - Storia Letteratura (i 50 vol.) Nuova Accademia
DE SANCTIS - Storia della Letteratura Italiana, Einaudi
Dizionario Letteratura Italiana, (3 vol) - Einaudi 
CRONOLOGIA UNIVERSALE - Utet 
STORIA UNIVERSALE (i 20 vol.) Vallardi
STORIA D'ITALIA, (i 14 vol.) Einaudi
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Fine


Nelle prossime pagine analizzeremo quella letteratura
che lo stesso Francesco De Sanctis
volle indicare come

"Letteratura "dalla contemplazione all'azione" > > >

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