LETTERATURA

IL VALORE APOSTOLICO DI UN UOMO

GIUSEPPE MAZZINI
IL POLITICO, IL FILOSOFO, IL LETTERATO


* GIUSEPPE MAZZINI E LA GIOVANE (Giovine) ITALIA
* IL VALORE APOSTOLICO-EDUCATIVO DELLA GIOVANE ITALIA

* LA FORTUNA POLITICA DEL MAZZINI
* LO SPIRITO RELIGIOSO DEL MAZZINI
* IL DIO DI MAZZINI

Trasportatevi con l'immaginazione in un periodo intermedio fra il 1821 ed il 1831, fra due rivoluzioni fallite. Là troviamo i primi passi del giovane Mazzini. Ogni uomo che ha una vita da raccontare, cerca nella sua memoria una prima reminiscenza, una prima pagina in cui sembra che gli si riveli la sua vocazione. Mazzini nel 1861, posto oramai fuori d'ogni ragionevole azione, pubblicò le sue opere a Milano, con brevi cenni biografici; in essi vi sono le prime reminiscenze, la quale vi spiega già molte cose posteriori.

Era un giorno del 1821: la rivoluzione era caduta. Per le vie di Genova passava un vecchio con la sua donna e con un giovinetto. Ad un tratto, da un gruppo si scostò un giovane alto e barbuto, e domandò la carità per i poveri volontari proscritti per sempre dalla terra natia. In quel gruppo era SANTAROSA e Borgo de Carminati, gli uomini più importanti della rivoluzione piemontese. Il vecchio, era un medico, dette la sua moneta; quel giovinetto era il piccolo... Giuseppe.

D'allora, egli dice, mi rimasero in mente alcune parole: proscritti, tradimenti, Carboneria, spergiuro dei principi. Più tardi, nell'università di Genova, lo troviamo nella classe tumultuosa degli studenti di legge. C'era un gruppo di giovani uniti da un'idea comune, Federico Campanella, i Ruffini, Torre, Giuseppe Mazzini, tutti morti, tranne Campanella. Fu quello il primo nucleo della nuova democrazia. Invece delle
pandette studiavano Dante, imparavano a memoria i cori del Manzoni, si dichiaravano romantici, cioè per la libertà nella letteratura, come la volevano nella politica. A quell'età si formano amicizie che durano salde fino alla morte, ed essi rimasero sempre uniti.

Specialmente si amarono Jacopo Ruffini, studente di medicina, e Giuseppe Mazzini: bene inteso che né l'uno imparava Galeno né l'altro Giustiniano. Si univano, passeggiavano e discutevano la questione del giorno, la questione del classicismo e del romanticismo. A prima giunta, si dichiararono romantici; ma il Mazzini rifletteva: - va bene, l'arte dev'essere romantica; ma, se arte romantica vuol dire non convenzionale, senza imitazione classica, nazionale, arte che tragga le sue ispirazioni dalle viscere della nazione, che arte può essere dove non è nazione? Quando manca la materia, che altro é l'arte se non nugac canorae, vox praetereaque nihil, vano suono? - Capì che in quelle condizioni una vocazione letteraria sarebbe stata arcadica ed accademica e che il dovere era allora la vocazione politica: bisognava prima costituire la materia dell'arte, e poi passare ad essa.

Così il leggista, trasformato in letterato, si mutò in politico, deliberato a fare quanto poteva per creare la materia dell'arte, la nazione. Non smise gli studii letterari. La letteratura, considerata come fine a se stessa, gli parve futile gioco da fanciulli; per lui era uno strumento di propaganda delle nuove idee, per preparare la costituzione della patria una e libera. Questi concetti egli li svolse poi lungamente.
Si pubblicava un giornale, l
'Indicatore Genovese Mazzini, Jacopo Ruffini e gli altri amici chiesero al proprietario di esso che permettesse l'inserzione di annunzi di libri nuovi, di articoli bibliografici. Ottenuto il consenso, gli studenti cominciarono a pubblicare brevi articoli con giudizi molto sobri. Sceglievano le opere più recenti, come quelle di Guizot e di Cousin, allora molto popolari per la loro opposizione alla restaurazione, qualche cosa di Berchet che allora cominciava a scrivere, i romanzi e le poesie di Manzoni e della sua scuola. Animati dal successo, ingrandirono gli articoli e svegliarono i sospetti della polizia: il giornale fu soppresso.

Mancato loro il mezzo di propaganda letteraria, che fare? La Carboneria era bersaglio delle ire dei governi, perché il '21 era uscito da essa, e quelli ne facevano il capro espiatorio. I giovani genovesi pensarono di farsi Carbonari. Torre, uno studente di legge, già iniziato, ne parlò a Mazzini che vi si fece ammettere e ricevette la missione d'impiantare una sezione in Livorno. Egli vi andò e v'incontrò due giovani ch'erano più provetti ed anche più avanti nel movimento, il povero Bini e Guerrazzi.

BINI era un giovane di quelli che oggi si chiamano sentimentali, anima grande, e nondimeno rosa da desolante scetticismo. La vista del volgo che lo circondava, specialmente in paese commerciale come Livorno, dove nessuno pensava alla patria, lo aveva demoralizzato. A lui si rivolse Mazzini e, quantunque nulla sperasse, Bini gli promise aiuto.
GUERRAZZI era pieno di forza, persuaso di poter fare con le sue opere più di quello che non era dato agli altri di fare, troppo pieno della sua personalità. Mazzini, nemico dell'individualismo così esagerato, si affezionò più a Bini, giovane povero, intelligente idealista, il quale morì senza lasciar altro ricordo che una breve memoria scritta da Mazzini.
Nacque una corrispondenza fra i giovani di Livorno e quelli dì Genova. Soppresso l'
Indicatore Genovese, si fondò l'Indicatore Livornese con annunzi commerciali e bibliografici come il primo: infine, la polizia del granduca anche quest'ultimo ne proibì la pubblicazione.

Mazzini tornò a Genova, sempre agli ordini della Carboneria. Gli fu comandato di andare ad iniziare un giovane Carbonaro francese. Si chiusero in una stanza Mazzini, snudata la spada, badava alle solite cerimonie. Ad un tratto si aprì un uscio, una testa comparve, si ritirò. - Chi è ? domandò Mazzini. - È un nostro confratello. - Mazzini se ne andò trionfante per aver visto la testa di un confratello, e per aver guadagnato un altro proselito. L'iniziato era una spia, il confratello un carabiniere travestito.
Il giovane Mazzini fu messo nella prigione di Savona dove fu lasciato tutto solo, fra cielo e mare, a meditare per qualche tempo.


Non mi tratterrò più su questi minuti particolari. Aggiungerò solo che i giudici lo assolvettero perché c'era una testimonianza sola, quella del falso Carbonaro, essendo fuggito l'altro od indotto a non parlare. Ma egli era giovane d'ingegno, quindi pericoloso, ed il governo lo mandò via.
Nella solitudine del carcere aveva pensato: - Cos'è questa Carboneria? Tutti si dicono Carbonari e tutti ridono della Carboneria. Che società può essere quella ch'è derisa dagli stessi suoi membri? E che società é quella in cui un povero socio deve talvolta rassegnarsi a trovare vicino a sé una spia od un carabiniere? - La sua immaginazione cominciò a lavorare, e da quel lavorio uscirono le prime idee che lo condussero più tardi a fondare la
Giovane Italia.

Quando andò in esilio, già si parlava molto in Italia dei libri di Guizot, di Cousin, di Villemain, di Thiers, di Lamennais e di altri scrittori francesi. Le poesie di Berchet circolavano segretamente ed accendevano gli animi; qualche cosa del Rossetti veniva da Londra; gli uomini del '21 da terre straniere mandavano le loro ire ed i loro affetti alla patria. In Francia era succeduta la rivoluzione, prossima a scoppiare in Italia. - Dovete comprendere quale via prese Mazzini. Andò diritto a Parigi. Giovanetto, aveva ammirato tanto il Guizot, il Cousin e gli altri; ora immaginava trovarli quali li aveva veduti ne' libri. Giunto colà, cominciò a provare altri disinganni. Quegli uomini avevano messo a servizio del trono, di Luigi Filippo, la loro eloquenza che infiammava la gioventù. Egli va a trovare Sismondi e questi gli si mostra risolutamente federalista, si volge ai liberali del '21 e trova ghiaccio, va a Lione dove c'è più movimento, s'imbranca tra giovani che volevano penetrare in Piemonte e proclamarvi la rivoluzione. La polizia li manda via.

A Marsiglia riceve notizie del movimento del '31, quello in cui si mischiò Luigi Bonaparte. Va in Corsica, raccoglie gente per correre in soccorso de' liberali; ma, prima di salpare, sa che il movimento è fallito, vergognosamente fallito, senza un colpo di fucile. Sempre più sconfortato, tutte quelle idee che fermentavano nel suo spirito pigliano corpo : vuol romperla con la Carboneria e fondare una nuova associazione. Poiché questo é il titolo più serio fra i meriti di Mazzini, e la
Giovane Italia (o Giovine) ha avuto grande influenza nel nostro paese ed anche in altre parti di Europa....


Il frontespizio del primo fascicolo della rivista mazziniana,
pubblicata a Marsiglia il 18 marzo 1832

... fermiamoci un po' e domandiamoci: che cos'era? Quali princìpi la sorreggevano? In che differiva dalla Carboneria?

Mazzini ha avuto abitudine di scrivere sulle varie fasi della sua vita. Una sua pubblicazione intitolata
Cause che impedirono finora lo sviluppo della libertà in Italia, contiene le sue idee di allora: eccole in breve:

Il '21 ed il '31 sono due rivoluzioni non solo fallite, ma vergognosamente fallite. La Grecia insorse e meritò il soccorso dell'Europa, la Polonia insorse con tale eroismo che, cadendo, meritò le simpatie dell'Europa liberale. Nel '21 e nel '31 l'Italia cadde in modo da non meritare le simpatie di alcuno e da meritare il disprezzo di molti. Come ciò? Dunque in Italia c'è tanta codardia? Perché tante migliaia di uomini, che volevano divorare cielo e terra, dileguarono al primo apparire degli austriaci? In Piemonte non c'é tanto coraggio da affrontare una volta sola i nemici?
E Mazzini esamina così il problema: queste insurrezioni sono state promosse dai liberali del '21, - da quelli che per lui già erano la vecchia generazione. E chi erano costoro? Scendevano in linea retta dalla rivoluzione francese, erano atei, materialisti, utilitari, machiavellisti, della scuola di Bentham; passati per tutti i regimi, a volta a volta repubblicani, imperialisti, murattisti, borbonici, avvezzi a transigere, a far compromessi, a navigare secondo il vento, a mutare secondo le occasioni. In quegli uomini, dunque, l'entusiasmo di fede e l'amore di patria, se non spento, era raffreddato. Come potevano essi poi destare entusiasmo e fede in chi non ne aveva? Che forza potevano aver sulle nuove generazioni essi, con la fibra fiacca, col carattere distrutto ?

Mazzini attribuiva i disastri alla direzione di quegli uomini, e si metteva addirittura in rotta con tutti i vecchi liberali, dentro e fuori Italia.
Su qual fondamento volevano essi appoggiare la rivoluzione? In nome di che avevano fatto il '21 ed il '31 ? Si servivano di due ipotesi. Innanzi tutto, gli stranieri non sarebbero intervenuti nelle cose nostre, o, intervenendo l'Austria, la Francia ci avrebbe sostenuti. E poi si credeva che i prìncipi, molti dei quali erano anche Carbonari, avrebbero assecondato il movimento liberale. - L'Austria intanto intervenne e i francesi rimasero a casa, e più tardi si mossero ma per soffocare i moti di Spagna. Francesco Borbone spergiurò, il principe di Carignano tradì.

Dunque, essi davano alla rivoluzione una base che doveva crollare; insorsero rinnegando la loro bandiera rispettiva, non in nome d'Italia, ma gli uni per Napoli, gli altri per Roma, altri per Bologna o per Modena, accecati sì che quando gli austriaci invadevano il Modenese, i napoletani se ne stavano inerti per non violare il principio di non intervento. - In conclusione, la fiacchezza e lo scetticismo dei capi della rivoluzione, la falsa base dell'aiuto straniero e del favore dei prìncipi, le mezze idee su cui si reggeva il sistema, - tutto ciò non poteva muovere la gioventù e il popolo che rimase estraneo alla lotta. Quegli uomini vollero servirsi di arti diplomatiche, e la diplomazia li affogò.

Ebbene, quale sarà il principio della nuova associazione? La Carboneria era per Mazzini la scuola dottrinaria, la quale si era formato tutto un sistema di aiuti di principi e soccorsi stranieri e mezzi diplomatici. Non si trattava di sostituire un'associazione ad un'altra, bensì di formare un sistema nuovo sulla base della nuova associazione. E Mazzini, disperando de' vecchi, si volgeva ai giovani, e proclamava la
Giovane Italia, intendendo riuscire ad un'Italia rifatta a nuovo e rifatta dalla nuova generazione.
Dirimpetto erano atei, materialisti, utilitari. La formula antica era: Libertà, Eguaglianza, Fratellanza. Egli accetta la formula, ma dice: - la Libertà non è un fine, ma mezzo a sviluppare le nostre forze. L'Eguaglianza anch'essa è mezzo, e si vuole diventare tutti eguali, perché ciascuno possa concorrere ad uno scopo comune. E se quelli sono i mezzi, quale sarà il fine per cui debbono servire ? Non è l'individuo, proclamato libero ed eguale agli altri, sì che possa pensare a sé, al suo benessere particolare: in tal caso ci saranno milioni d'individui, ciascuno separato dagli altri, ciascuno intento ai suoi diritti, e non ci sarà la società. Il fine, per cui l' individuo.dev' essere dotato di Libertà e d'Eguaglianza, bisogna cercarlo in qualcosa di superiore, nell'Umanità; egli deve essere mezzo a realizzare la legge dell'umanità, il progresso, a cui l'umanità ha diritto secondo le forze concessele dall'Essere supremo.

Così la nuova formula è : Libertà, Uguaglianza, Umanità. Al disopra della vita di ciascuno è una vita universale, fondata sulla legge del progresso, - il germe del progresso è nelle forze date all'uomo, ma regolate da una legge, da un ordine provvidenziale, che è in idea quello che l'umanità è destinata ad attuare come fatto. Quindi la restituzione del sentimento religioso e la formula
Dio e Popolo.

" Dio - UmanitÓ - Patria - Dovere - Amore
Costanza: complemento d'ogni umana virt¨.
L'unitÓ d'Italia mezzo dell'UnitÓ Europea
Questi sono gli estremi termini della mia fede
"
                                                                               
 

Giuseppe Mazzini - Luglio 1850

Ma, oltre l'individuo e l'umanità, ci sono gruppi d'individui, nazioni, le quali anch'esse hanno una missione rispetto all'umanità. Ogni nazione ha le sue tradizioni ed il suo avvenire, ma ognuna deve apportare la sua pietra all' edificio comune. Da ciò sorge un altro elemento del nuovo sistema, - unità ed indipendenza nazionale.
Per riassumere quello che poi fu detto il Credo di Mazzini, vi ripeterò alcune belle sue parole: - "La vita in Oriente era contemplazione, nel cristianesimo era espiazione, nella rivoluzione francese era benessere individuale; e la vita, in questo sistema fondato sul progresso dell'umanità, è una missione, un esercizio di doveri: si nasce per concorrere al progresso generale nella misura delle proprie forze, e chi manca a quei doveri, è traditore dell'umanità".

L'INTERO VOLUME
"DEI DOVERI DELL'UOMO" E' QUI PRESENTE > > >



IL VALORE APOSTOLICO-EDUCATIVO DELLA GIOVANE ITALIA

La Carboneria era un sistema politico; la Giovane Italia innanzi tutto è sistema religioso e morale. Mazzini dice: bisogna prima educare la società e poi passare alla politica. Comprendete subito l'obbiezione che si può muovere a questo principio: se volete prima educare, quanti secoli aspetterete per giungere alla libertà, poiché l'educazione non si improvvisa?
Ebbene, anche qui c'é un'idea originale, che forma quasi il carattere più spiccato di questa scuola. L'educazione, secondo Mazzini, non si fa con la propaganda, coi libri, coi giornali, con le scuole, tutti mezzi inefficaci; si fa con l'azione. Educare l'uomo significa imprimere nella sua coscienza il dovere di concorrere al progresso comune, quindi educazione è operosità, è progresso.
Tutto il periodo che si dice mazziniano è periodo educativo. Quale educazione migliore dello spingere un giovane a dare la sua vita per la patria e per l'umanità? Quale propaganda più efficace d'un'insurrezione coronata dal martirio? Non basta dire ai giovani: bisogna convincerli che debbono operare come credenti nella loro missione. (Mussolini più tardi si rifà a queste idee mazziniane. Ndr.)
Perciò Mazzini insiste tanto sul sentimento religioso, perché fa uso di molte frasi bibliche. Sostiene che innanzi tutto ci vuole la religione del martirio: le nazioni si fondano col sangue e col martirio come le religioni; e quando sangue e martirio avranno resa una la nazione, le avranno dato energia di volere, allora bisognerà formarsi in comitato di azione, perché allora sarà sicura la vittoria.
Su quali princìpi dev'essere fondata l'insurrezione?
-Mazzini risponde: Non sull'intervento straniero, perché un popolo è indegno di libertà quando questa gli viene dal soccorso altrui, e lo straniero trasforma subito il beneficio in patronato ed in supremazia. Perché esso diventi libero, bisogna che l'iniziativa sia sua, che abbia fede in se stesso, ed, anche a costo di ritardare, sdegni la iniziativa straniera per la propria libertà. - Così intendeva egli l'iniziativa italiana.
Ma, in questa, si deve tener conto dei prìncipi e della diplomazia, o si deve strettamente osservare la massima:
tutto per il popolo e con il popolo? Mazzini non è assolutamente contrario al concorso di forze superiori interne, dei prìncipi, dei nobili, delle altre classi.

Ma a che vale discutere di un'ipotesi impossibile ? Chi può fidarsi dei prìncipi in Italia dopo Francesco Borbone, dopo il principe di Carignano, dopo l'assassinio di Ciro Menotti, commesso dal Duca d'Este? Tutto è possibile, ma a questa ipotesi finora mancano elementi ragionevoli; perciò bisogna concludere che l'insurrezione deve farsi, senza contare sui prìncipi. - Si noti però che, come ho detto, Mazzini non escludeva in modo assoluto l'intervento dei prìncipi italiani, e ciò mostrano la lettera che, appena esiliato, scrisse a Carlo Alberto e quella che, più tardi, mandò a Pio IX, e l'altra a Vittorio Emanuele. Quando gli avvenimenti gli mostrano possibile l'alleanza di principi e popoli, voi lo vedete entrare in questa via. Però, quando egli pensava a fondare la Giovane Italia, ogni uomo di senno avrebbe detto: è d'uopo tentare l'insurrezione come se l'aiuto dei prìncipi fosse impossibile. - Lasciamo le mezze idee, le questioni di opportunità e di convenienza, - egli sosteneva; - ogni rivoluzione deve farsi in nome d'Italia, per l'unità d'Italia, proclamando nettamente la repubblica, escludendo qualunque intervento di forze estranee al popolo. Tutto questo che oggi forma il verbo mazziniano, non rimase circoscritto nella testa d'un uomo febbrile o di un pensatore : egli era un pensatore che sentiva e faceva, e su questo programma fondò la nuova associazione, la quale subito si diffuse ed ebbe molti sotto-comitati; ed il Campanella a Genova, Farini in Romagna, La Farina in Sicilia, in Sicilia, Guerrazzi in Toscana, Carlo Poerio in Napoli - quantunque per una via tutta sua - i più eminenti uomini liberali che contava l'Italia, tutti ebbero parte nel movimento.

LA FORTUNA POLITICA DEL MAZZINI

Il frutto della propaganda mazziniana c'é stato, e bello. Alle rivoluzioni vergognose del '21 e del '31 successero belle pagine nella storia italiana, il '48, l'insurrezione calabrese, Palermo che intima la rivoluzione a giorno fisso e la fa, le difese di Roma, quella di Venezia con Manin, le resistenze di Bologna e di Brescia e le ultime avvisaglie di Garibaldi; tutti presagi delle lotte più gloriose di dieci anni dopo. L'Italia più non cadde se non combattendo, spargendo largamente il suo sangue, meritando le simpatie dell'Europa, dando tal segno delle sue forze popolari da indurre, più tardi, principi ed imperatori a tenerle a calcolo e servirsene per costituire l'unità nazionale.

Ogni uomo ha in vita un periodo ascendente ed un periodo di decadenza: fin qui la stella di Mazzini ha seguìto il cammino ascendente. Fino al '48 egli ha la parte del profeta, fervente, pieno d'entusiasmo, di fede, che infiamma tutti, produce miracoli, spinge al martirio, ma da quel tempo comincia la sua discesa - una rapida discesa. Parecchi fatti vennero a togliergli molto della sua forza. Fu constatato che non valgono miracoli di popoli contro eserciti bene ordinati e disciplinati: nonostante le eroiche difese, tutti caddero, martiri non vincitori. Un re, il traditore del '21, scendeva spontaneo in mezzo alla lotta e, vinto, vi lasciava la sua corona, e pochi mesi dopo la vita; accanto al martirio popolare si poneva il martirio reale. Salito al trono Vittorio Emanuele, egli solo serbò la fede alla costituzione. Infine, a dileguare le ultime speranze repubblicane di Mazzini, ecco Luigi Napoleone, diventato imperatore, ed il suo intervento a favore dell'unità italiana.

I fatti sono più forti delle dottrine. Le dottrine mazziniane guadagnarono quanti in Italia amavano la libertà, ma, poichè si fu persuasi che solo con un esercito bene ordinato e con l'intervento di uno Stato forte si poteva fare la nazione, avvenne ciò che Mazzini a torto chiamò diserzione, e si cercò di consolidare la libertà già ottenuta e preparare la libertà del resto d'Italia e l'unità.

Mazzini fu abbandonato da Montanelli, da Farini, da Poerio, da Arconati, infine da Emilio Visconti-Venosta, e tutti si affrettarono ad raggrupparsi intorno al trono piemontese, in cui vedevano il mezzo più agevole per fare l'unità e la libertà della patria. Si comprende la sua amarezza quando scrive ad uno dei suoi più cari, uno ch'egli amava come figlio, nel quale aveva riposto le sue maggiori speranze per la causa italiana, un giovane che ora é ministro degli affari esteri del regno d'Italia. Quella lettera bisogna leggerla per comprendere il suo dolore. - Ma, quando le diserzioni sono su scala così larga, non può farsene colpa a questo od a quello, e gli uomini sono naturalmente spinti a mettersi là donde possono più presto giungere al loro scopo.
Egli perdette gran parte della sua influenza. Quando tentò la rivoluzione a Milano, chi lo seguì? Bravi popolani lasciarono la testa sul patibolo, la borghesia non si mosse, e l'emigrazione lombarda in Piemonte biasimò il tentativo. Quando infine il principe che oggi é re d'Italia fece appello a tutte le forze vive del paese e volle giovarsi della democrazia, Mazzini rimase nell'ombra, ed il suo nome fu offuscato da un altro più popolare e più glorioso, dal nome di Giuseppe Garibaldi.

Questa decadenza dal '48 in poi è almeno compensata da un'influenza maggiore in Europa? Per chi guarda la corteccia, sì. Mazzini, che voleva l'iniziativa italiana e lavorava solo per l'Italia, allorché si vide di fronte l'impero francese ed il re di Piemonte prossimi a liberare il nostro paese, cercò di allargare il campo in cui si operava. E poiché fondamento della sua dottrina era l'associazione, se vi era una
Giovane Italia, perchè non poteva esservi una Giovane Polonia, una Giovane Germania, in mezzo a popoli che si dibattevano allora per conquistare la loro nazionalità?

Dopo il 2 dicembre, abbattuta la repubblica da Luigi Napoleone, a Berna si riunirono in una stanza tredici emigrati tedeschi, polacchi ed italiani, e firmarono i patti dell'alleanza dei popoli; più tardi vi si aggiunse la
Giovane Francia, ed altre nazioni furono ribattezzate giovani, e ci fu anche la Giovane Turchia, ed infine una federazione europea, l'alleanza de' popoli opposta all'alleanza dei re. Il fine era la rivoluzione europea per gettare giù tutti i troni e formare un'Europa di nazioni libere federali, in pace perpetua. - Ultima conseguenza di quelle idee é il Congresso degli Stati uniti d'Europa ed il Congresso della Pace, utopia innocente di cui si sono uditi gli echi nel nostro Parlamento.
Parte principale in quel movimento ebbero Mazzini e Kossuth : si costituì un comitato centrale europeo con sotto-comitati nazionali. Il primo dava ordini, gli altri facevano osservazioni. Mazzini era membro del comitato centrale europeo e del comitato nazionale, ed in quest'ultimo erano Aurelio Saffi, Montanelli, Maurizio Quadrio, Saliceti che poi lo abbandonò, Sirtori che si dimise quando il comitato voleva assolutamente imporre l'insurrezione.

Tredici emigrati formarono l'associazione: piacere innocente; quello che importava era che essa avesse efficacia in Europa, in mezzo a quelle condizioni. Di qui altri disinganni ed altra discesa per Mazzini. Ciò che nel suo programma era immediato ed effettuabile, la ricostituzione delle nazionalità, fu un'arma toltagli di mano: allo scopo si giunse per altre vie, senza di lui e contro di lui. Così Kossuth rimane in esilio dimenticato, ed il grande pensiero per cui agitò l'Ungheria é stato realizzato da Deak suo avversario e dall'imperatore. La nazione tedesca, che doveva essere fondata dai vecchi liberali di Francoforte, fu fatta dal re di Prussia, dal genio di Bismarck, e quei vecchi liberali stanno ora intorno al trono per rafforzare la patria tedesca; e la sperata giovine repubblica germanica é l'impero germanico, mezzo all'unità nazionale ed al progresso.

E l'Italia? Fu costituita da quei due uomini che Mazzini non voleva, da Napoleone, cui aveva giurato odio dopo che abbandonò nel '31 la causa italiana, e dal genio di Cavour. - La Polonia, fondate le altre grandi nazionalità, non porgeva speranza di azione efficace. Quindi il programma rimaneva senza base. Il moto era nazionale, e raggiunse lo scopo, tranne in alcune parti, come presso gli Czechi; ma l'associazione perdeva la ragion di essere.

Nuovi disinganni sopravvennero. Stabilite le unità nazionali, la democrazia riprese il suo corso, le dottrine mazziniane diventarono astratte: l'istinto proprio delle democrazie fece sentire che oramai fine di esse era la rivendicazione e la rigenerazione delle classi inferiori: comparve il socialismo, l'Internazionale, la Commune, e Mazzini si trovò tagliato fuori di questo lavorio. Passò gli ultimi anni solo, da alcuni considerato come impedimento, da altri come un nuovo papa, il papa dell'idea; e come ultimo pomo di discordia lasciò la sua rivalità con Garibaldi e la democrazia europea caduta nell'anarchia.

C'è una pagina di Mazzini che fa molto riflettere. L'uomo sente quando la sua stella gli é favorevole, e sente quando decade. Egli sentiva la base mancargli sotto i piedi, sentiva scemare la sua influenza. In quella mesta pagina egli dice: - "Quando vedevo i miei fini raccolti e conseguiti da altri senza e contro me, cosa potevo fare? Entrare nel movimento come gli altri? Ma avevo giurato serbare le mie convinzioni fino alla morte, e volevo mantenere la promessa". -
Tacere sarebbe stato più degno per lui; ma quando un uomo si é trovato in mezzo a movimenti che abbracciano tutta un'epoca, é impossibile che trovi in sé tanta serenità da tacere quando la sua parola non vale più. Perciò gli ultimi scritti suoi sono pieni di amarezza, di accuse, di recriminazioni, di polemiche, rattristato dal vedere il mondo camminare non male senza di lui che aveva creduto guidarlo con i suoi sistemi. Vedete qui cosa sia molte volte un uomo sottoposto fatalmente alla sua natura. - "Ero nato per essere letterato, dic'egli, e sarei diventato l'educatore della nuova generazione. - La sua azione politica era finita il '48; allora era tempo di volgersi a fare qualche cosa che raccomandasse la sua memoria nella storia della scienza e della letteratura.

Ricordate quello che Cinea diceva a Pirro :
"Conquistata Roma, che faremo noi? - Conquisteremo la Sicilia, rispondeva Pirro. - E dopo ? - Altri paesi. - E dopo? - Andremo innanzi. - Ed all'ultimo? - Godremo, trionferemo delle nostre vittorie".
E Cinea ripigliava: -
chi impedisce di far questo da oggi, perché forse il fato c'impedirà di farlo più tardi? - Trahit sua quemque voluptas : il fato di Pirro fu di morire ignobilmente sotto i colpi di una femmina, ed ìl suo ultimo che faremo noi? non venne. Così fu di Mazzini: immerso nelle cospirazioni, travagliato da passioni, non giunse per lui il tempo del raccoglimento e della vocazione letteraria. E morì, - guardate un po' la sorte degli uomini, - morì accusato da molti come il peggiore dei liberali, vituperato da tutti quelli che credevano stargli innanzi. L'uomo é punito dove pecca: - egli aveva detto a' liberali: voi volete fare il progresso a modo vostro, e non avete questo potere. L'argomento fu rivolto contro di lui, e lo dissero nuovo papa, pontefice dell'idea, lo accusarono di voler arrestare il progresso, di volere far rimanere immobile l'umanità nel cerchio delle sue idee.

Nonostante gli ultimi giorni tristi ma molto operosi, egli morì con doppio privilegio, cosa a pochi conceduta. Morì - ciò ch'é raro in Italia, - lasciando una scuola fervente, la quale crede empietà il solo discutere le sue dottrine. E morì costringendo i suoi avversari più implacabili all'ipocrisia, e riunendo tutti gl'italiani dietro al suo feretro, come Manzoni: i due, infatti, si sono tirati appresso, più che altri, il pensiero italiano.
In una cosa tutti saremo d'accordo, come furono d'accordo tutti gl'italiani quando egli morì. In Mazzini c'é il martire della patria, il grande patriota, credente, sincero, il quale, per quanto ha potuto, ha adempiuto alla sua missione, consacrando tutta la sua vita al progresso dell'umanità e sopra tutto del suo paese. Tutti
lo saluteremo come si é salutato Savonarola, come si sono salutati i martiri dell'Italia.

LO SPIRITO RELIGIOSO DEL MAZZINI

Vi ho schizzato la vita di Giuseppe Mazzini, e già conoscete i diversi aspetti sotto i quali dobbiamo esaminarlo per averne un'idea adeguata.
In lui é l'uomo religioso, che sente non potersi ottenere la rigenerazione nazionale se non é fondata sulla rigenerazione religiosa; - c'é il filosofo, che ha un sistema intorno alle sorti ed al fine dell'umanità; - c'è l'uomo politico, che studia di tradurre in atto le sue idee; - c'è lo scrittore, che nelle sue ore di raccoglimento si dà conto delle proprie opinioni, le studia e le svolge; - c'é l'oratore, il quale accusa e si difende, e consiglia ed incoraggia.
Dell'uomo religioso, del filosofo e del politico vi parlerò solo per farvi comprendere l'oratore e lo scrittore, perché scopo delle nostre lezioni non é la politica.
In lui é visibile una seria impronta religiosa. Questa non é sua singolarità, é lo spirito del secolo XIX, il quale, come ho detto altra volta, esce da una reazione morale ed intellettuale contro il secolo passato. Il secolo XVIII era ateo, materialista, razionalista; il XIX comincia credente e spiritualista fino al misticismo, e pronunzia il nome di Dio con tanta affettazione, con quanta si pronunziava nel secolo scorso il nome della Ragione.

I nostri principali scrittori in questo secolo sono improntati di spirito religioso, come nel secolo passato erano improntati di spirito razionalista. Allora avemmo Filangieri, Beccaria, Gioia, Romagnosi, sensisti e razionalisti come tutti gli altri. Nel secolo XIX abbiamo Manzoni, Rosmini, Gioberti, Mazzini, Berchet, Rossetti, tutti, se così si potesse dire, pieni di spirito deista.
Nonostante tutto questo movimento filosofico e mistico, nonostante scrittori così eminenti, com'é l'Italia di oggi? È quale la lasciò il secolo XVIII. É, come dice Mazzini, un'Italia che oscilla fra il paganesimo e l'ipocrisia, - paganesimo nelle classi inferiori, ipocrisia nelle classi intelligenti ed elevate. Gli sforzi dei nostri pensatori rimasero infruttuosi, in questo campo avemmo un insuccesso.
Ho nominato Manzoni, Rosmini, Gioberti e Mazzini lascio stare i due poeti, Berchet e Rossetti.

Cos'é MANZONI, e perché i suoi sforzi, i suoi libri sono inefficaci a mutare lo spirito nazionale? Manzoni è artista, ed ha trattato la religione da poeta: vagheggia un ideale, e l'ideale di Manzoni è una religione non corrotta com'é ora, ma ricondotta alla purità evangelica, alla semplicità antica. Le sue intenzioni non vanno di là dai quadri ch'egli tratteggia, non giungono sino all'azione. Anche nell'artista si poteva desiderare qualche cosa di più, un po' di ombra e di chiaroscuro, una certa antitesi che desse rilievo alle sue creazioni, opponendo ai quadri di carità evangelica altri che avessero ritratto la corruzione presente. Appunto queste ombre e questi chiaroscuri rendono così potente la parola di Dante. Quelli di Manzoni sono quadri idillici. Come gli uomini talvolta torcono lo sguardo dalla corruttela delle città e se ne vanno in mezzo alla pace dei campi, tra Filli e Cloe, così Manzoni torce lo sguardo da ciò che lo circonda e si consola creando quadri e figure di purità evangelica: notevoli specialmente Federico Borromeo e padre Cristoforo. Ora l'idillio é un godimento estetico, non una azione efficace; come sentiamo piacere degli idilli di Tasso e Guarini e li applaudiamo, così possiamo ammirare questi ritratti senza che abbiano alcuna efficacia sul nostro modo di operare, alcuna influenza su' sentimenti della nazione.

Guardiamo ROSMINI. Per lui la base religiosa é più seria: vuole la riforma ragionevole e temperata della religione; vuole emendar questa senza scuoterne le basi, rendendo democratica la Chiesa, come si dice, facendo sì che la gerarchia alta riceva la consacrazione delle elezioni popolari. Proprio queste elezioni popolari, che i democratici credono strumento per rovesciare la gerarchia, sono, per Rosmini, strumento a rinsanguarla, a renderla popolare; egli crede che, purificandola nei costumi, ed accostandola al popolo, essa riceverebbe nuova forza, nuova consacrazione. - Qui, da una parte, doveva essere combattuto dai democratici par l'intenzione di rafforzare la gerarchia contro cui erano rivolti tutti i loro sforzi, a dall'altra parte doveva disgustare i cattolici, i quali credono che di là nasca non la forza del loro organismo ma la distruzione. E Rosmini, navigando così fra venti contrari, vide affondare la sua barca.

GIOBERTI - Mentre Rosmini vuole consacrare l'autorità ecclesiastica mercè il popolo, Gioberti, soprattutto, vuole il riscatto dalla plebi e la libertà, e spera, che un giorno o l'altro questa si potrà conciliare col papato, anche con i gesuiti - almeno, ci fu un momento in cui credette anche ciò possibile. Gioberti vuol fare delle cosa dalla religione quel che si é fatto in politica: come i principi si sono riconciliati con i popoli mercè la costituzioni che assicurano il progresso a la libertà, così egli spera cha i papi faranno concessioni, e vuole, secondo la sua frase,
rimodernare il papato.
Par un momento le idee di Gioberti parvero prossima all'attuazione, a ciò fu agli inizi dal governo di Pio IX. Ma, alla fine, il papato indietreggiò, a venne la famosa enciclica che tutti sapete a dimostrare cha la chiesa potrebbe anche far concessioni temporali, ma per lo spirituale è fedele alla formula
sint ut sunt aut non sint.

MAZZINI - Viene finalmente Mazzini, ch'è il più radicale di questi scrittori religiosi, e rappresenta le opinioni democratiche, coma Manzoni rappresenta la parte artistica e poetica d'un cristianesimo rinnovato, e Rosmíni eGioberti quasi la parte costituzionale, cioé la teorie di quelli che hanno conciliato gli interessi politici, applicata alle cose religiose.

IL DIO DI MAZZINI

L'idea democratica dal Mazzini é
Dio e l'Umanità:. Una volta fra Dio, gli uomini ei popoli vi erano organismi intermedi, papa, imperatore, preti. Ebbene, - sostiene Mazzini, - se vogliamo reintegrare il sentimento di Dio nella coscienza, prima condizione è che la coscienza sia libera ed ognuno si foggi il suo Dio secondo il suo stato di educazione e d'istruzione.
Ma, per reintegrare il sentimento di Dio, bisogna prima averne un'idea chiara. Cos'é, dunque, questo Dio di Mazzini?
Ho letto con molta attenzione articoli a manifesti in cui egli espone la sue idee. Ebbene, in conclusione, é quello un Dio oscillante fra due concetti - un Dio personale ad un Dio impersonale.
Quando Mazzini parla al popolo, il suo é il Dio come tutti lo concepiscono, essere supremo da cui derivano le leggi dell'umanità; ma quando, attraverso i suoi veli, vuol filosofare e svelare le sue idee più intima, per lui Dio sarebbe la forza misteriosa del pensiero universale, quasi l'ordine e l'armonia universale, l'ideale.
Ciò si vede chiaro da una lettera scritta in francese al Sismondi, la quale é importante perché, dovendo parlare ad un uomo autorevole come lo scrittore dalla
Storia delle repubbliche italiane, Mazzini si esprime più da pensatore che da agitatore.

Tutte le rivoluzioni fatte finora, - egli dice, - sono stata schiacciata in nomr di Dio, a la grande resistenza che le idee liberali incontrano nelle moltitudini é dovuta alla credenza cha i propugnatori di esse siano nemici di Dio. Facciamo che questo Dio dei tiranni diventi Dio liberale e progressista; serviamoci della stesse formula, degli stessi nomi a cui le moltitudini sono abituate, a le avremo con noi.

Dunque, questo del Mazzini é un Dio politico, a ciò costituisce un vizio intrinseco del suo sistema. Quando non avete fede e sentimento, a che servirvi di questi nomi per fini politici? Parlate pure di politica, non di religione, che non esiste dove non é fede né sentimento.
Due concetti religiosi ha Mazzini. Il primo é: sopprimere gli organismi intermedi fra l'uomo a Dio. Questo é concetto protestante. Mazzini aborre dal protestantesimo, dichiara di non aver niente a far con esso, ma la verità é che la
Riforma si fonda su quel concetto.


Tutti sanno che per la
Riforma l'uomo é sacerdote a se stesso, legge la Bibbia e la interpreta secondo la sua coscienza e la sua intelligenza: la lettura della Bibbia é fondamento di tutte le scuole elementari nei paesi protestanti.
Ma tutto questo va a finire all'anarchia, e quel famoso individualismo da cui uscì la rivoluzione francese e che Mazzini combatte ad oltranza.
Se ogni uomo può foggiare a suo modo la sua religione, non avremo mai quella religione che deve essere base del risorgimento nazionale. Dunque, Mazzini crede che bisogna riedificare un'autorità religiosa che impedisca la confusione e tenga uniti insieme i credenti. Dove porre quest'autorità? Secondo alcuni, essa é nel papa; secondo altri, é nello Stato o nel capo dello Stato, poiché la regina Vittoria fa anche la pontefice. Mazzini dice:
se voi fate tante chiese nazionali, poiché ogni nazione ha il suo capo, avrete altrettante religioni. Bisogna trovare un'autorità religiosa che raccolga intorno a sé tutte le nazioni cristiane.

Quest'autorità egli la pone nel
Concilio, adunanza di tutti i credenti per mezzo dei loro mandatari, che negli ordini religiosi deve avere l'ufficio stesso della Costituente da lui voluta negli ordini politici. Ed egli ha ferma fede che questa riforma partirà da Roma, e crede che « il giorno in cui la Città eterna sarà redenta e capitale di venticinque milioni d'italiani, dovrà diventare la Roma d'un Concilio che fonderà l'unità religiosa in Europa e porrà fine a tutti gli scismi ». - Questa opinione l'ha espressa con calore in vari scritti.

L'idea del Concilio non é una novità; é, anzi, tradizione italiana. Nel seno stesso della Chiesa s'é discusso sempre se fosse prima il papa o il Concilio, e se nel primo o nel secondo fosse riposta l'autorità suprema in materia di fede. Queste discussioni sono parse alla Chiesa romana tanto pericolose che ultimamente ha sentito bisogno di un convocare un Concilio, il quale decapitasse se stesso dichiarando il papa infallibile, facendo proprio il contrario di quelle teorie per cui il Concilio aveva l'autorità ecclesiastica suprema.

Dunque, entrambi i concetti religiosi di Mazzini non sono originali. Ma che monta? Non dico a demerito suo, ma a lode. Le riforme religiose non si fondano su opinioni improvvisate, han tanto più forza quanto più sono radicate nella tradizione. Mazzini vedeva bene qual'era il mezzo più efficace per attuare la sua forma religiosa, quando metteva a sostegno di questa due concetti tradizionali.
Eppure, perché tutto ciò é stato inefficace? Perché la stessa scuola di Mazzini, quando tratta di religione, si agita nel vago e nell'indefinito? Perché in tutto questo sistema é una grande lacuna, con la quale é impossibile fondare niente di solido in fatto di religione.
Le religioni nuove, le riforme religiose non si fondano su concetti negativi ma su organismi concreti. Sopprimere il papa ed alla sua sostituire l'autorità del Concilio é facile a dire; ma quale sarà il concetto di questa nuova forma religiosa, poiché il Concilio é soltanto una parte del meccanismo? A spiegare ciò che intendo dire, valga un esempio:
Mazzini in politica vuole la Costituente, la quale deve assicurare la libertà, l'eguaglianza, la supremazia dell'ingegno, la giustizia distributiva e via di seguito: intorno alla Costituente si raggruppa tutto un complesso di idee. Ed il Concilio che deve fare? A che deve provvedere? Qui Mazzini si arresta e dice : questo é il segreto dell'avvenire.

Ora, se nel sistema che esaminiamo mancano le idee fondamentali d'una riforma religiosa, capite che si rimane nel campo vago delle aspirazioni: e volendo scrutare cosa sia questa riforma religiosa, troviamo solo che la religione attuale é materializzata e bisogna risollevarla, - le solite frasi generali. Ecco perché Mazzini e la sua scuola sono notevoli più per fervore di aspirazioni religiose che per chiarezza di idee concrete; e,
quando le idee chiare mancano, non c'é edificio qualunque o religione che possa sorgere.
A questo proposito, voglio presentarvi un'osservazione generale sullo stato dell'educazione nazionale in Italia, la quale vi dimostrerà l'insufficienza degli sforzi dei nostro pensatore.

L'Italia per lo sviluppo del pensiero religioso o filosofico é rimasta molto indietro agli altri paesi. Ha, certo, un complesso d'idee comune in cui crede, ma la gioventù italiana non ne ha studiato abbastanza lo sviluppo, non lo ha seguìto con rigore di scienza e rimane nell'indefinito. Ora, perché qualche cosa si possa fare rispetto alla rigenerazione religiosa, bisogna soprattutto gli studi importanti da cui escono i progressi religiosi della Germania, dell'Inghilterra, delle nazioni protestante.

Lo stato intellettuale di Mazzini corrisponde allo stato medio della gioventù italiana. Egli dice Dio e popolo, parla de Concili, della soppressione del papato, mette innanzi idee generale che trovano eco nel paese, ma non lasciano traccia seria perché mancano idee chiare e positive, manca sopra tutto l'elaborazione. In generale, allora, gl'Italiani erano troppo preoccupati di politica da potersi abbandonare a discussioni religiose: lo stesso Mazzini pensava all'Italia ed alla libertà, e la rigenerazione religiosa per lui era posteriore all'unità politica. Quando avemmo Roma, egli pubblicò un giornale, l'Italia del popolo, titolo che già aveva avuto un altro giornale stampato a Zurigo. Bisogna leggere quegli articoli, per vedere come, essendo finito il suo programma politico, Mazzini si volgeva al programma religioso.

In sostanza, quelle i quali si servivano di parole religiose, lo facevano piuttosto come arma politica, per affrettare l'unità nazionale, che per la rigenerazione religiosa. E la conseguenza é triste: l'ltalia rimane ancora qual'era prima. Fatta l'unità politica, manca l'unità intellettuale e morale fondata su l'unità religiosa. E se vorremo seguitare a trattare la religione come arma politica, senza restaurare quel sentimento religioso che per me é il sentimento del sacrificio individuale, il dovere uscire da sé e mettersi in comunicazione con gli altri per il bene di tutti, avverrà che l'Italia rimarrà oscillante ancora tra il paganesimo e l'ipocrisia: le classi basse staranno immerse nella superstizione, che Mazzini chiama paganesimo, e le alte saranno profondamente immorali, perché niente é più immorale dell'ipocrisia, niente dissolve il carattere quanto il fare cose cui non risponde la propria coscienza. La cosa più comune oggi è udire dei mariti dire: io non ci credo, ma conduco mia moglie in chiesa, perché le donne hanno bisogno della chiesa: questa é ipocrisia.

Credete che Giuliano Apostata avesse fede nel paganesimo? Egli era filosofo ed uomo intelligente. E Roma ci credeva? Niente affatto. E l'uno e l'altra facevano mostra di crederci appunto perché pensavano che le moltitudini non si possono regolare altrimenti. Era ipocrisia, diventata sistema, di cui fu conseguenza la catastrofe non solo religiosa, ma politica e sociale, la compiuta corruzione della razza latina e la conquista dei barbari.

 

Fonti, citazioni, e testi
Prof. PAOLO GIUDICI - Storia d'Italia -(5 vol. Nerbini)
VISCADI - Storia Letteratura (i 50 vol.) Nuova Accademia
DE SANCTIS - Storia della Letteratura Italiana, Einaudi
Dizionario Letteratura Italiana, (3 vol) - Einaudi 
CRONOLOGIA UNIVERSALE - Utet 
STORIA UNIVERSALE (i 20 vol.) Vallardi
STORIA D'ITALIA, (i 14 vol.) Einaudi
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