LA LETTERATURA DOPO CESARE 

LA LETTERATURA DELL'ETÀ AUGUSTEA
I PROTETTORI DELLE ARTI - GLI ERUDITI - GLI ORATORI
* I DECLAMATORI - * GLI STORICI - LA POESIA
GALLIO - TIBULLO - PROPERZIO - OVIDIO
ORAZIO - VIRGILIO

 I PROTETTORI: Augusto, Mecenate, Agrippa, Pollione, Valerio Messalla. 
 GLI ERUDITI: Verrio Fiacco, Giulio Igino, L. Crassizio, Sinnio Capitone, Vitruvio Pollione.
GLI ORATORI: Pollione, Messalla, Labieno, Cassio Severo.
L'ELOQUENZA IN DECADENZA 
DECLAMATORI E GIURISPRUDENZA: Antistio Labeone e Ateio Capitone. 
 GLI STORICI Asinio Pollione, Seneca il vecchio, Cremuzio Cordo, Fenestella, 
Pompeo Trogo, Tito Livio.
LA POESIA: Gallo, Tibullo, Properzio, Ovidio, Orazio, Virgilio

MECENATI, ERUDITI, ORATORI, GIURISTI, STORICI


La vittoria di Azio, riportando la pace, permise all'impero di assumere un ritmo possente di vita.
Grandi reti stradali, sviluppo dei traffici terrestri e marittimi permise non soltanto lo scambio di merci tra le varie province e una libertà del principio della selezione economica, ma permise a Roma di diventare una patria ideale, un crogiuolo che riceve forme di civiltà da tutte le parti e torna a distribuirle ringiovanite dalla sua concezione universale. 
Su tutto si stende anche l'universalità della lingua, che si compenetra di fattori latini e greci, in un bilinguismo che stringe più fortemente ancora di più i legami.
Tra questo primo secolo a.C. e il terzo si stende il periodo aureo della letteratura latina che fortemente imbevuta di spiriti ellenistici, riesce tuttavia a dare forme nuove e originali in una sintesi dell'elemento greco e di quello romano per poi inserirsi in essa di un sentire tutto diverso. E già verso la fine del II secolo la letteratura perde il carattere meramente romano e diventa universale proprio per l'apporto delle province. Artisti da tutte le parti confluiscono a Roma e ne cantano le lodi e l'arricchiscono con il pensiero e con l'arte.
Tutto inizia con Ottaviano Augusto!
La pace augustea non era proprio stata imposta ma riposava sul consenso universale, e questo permette ad Augusto che le arti e le lettere  diventano un'arma potente di governo, un mezzo efficacissimo di propaganda della politica del principe, un appoggio validissimo del nuovo regime. I più grandi ingegni concorrono con le opere a rendere più grande e più saldo l'edificio che Augusto ha costruito magnificando insieme la multiforme opera di lui e la gloria di Roma. La pace, di cui l'impero gode entro i suoi vasti confini, è propizia agli studi e al propagarsi della coltura e la munifica protezione che i maggiori cittadini e i principali collaboratori di Augusto accordano agli artisti, ai poeti, ai letterati, dà grande sviluppo alle manifestazioni della coltura e dell'arte che in quest'età, giustamente appellata aurea, danno i frutti maggiori e più belli.

Scrittore, oltre che protettore degli studiosi, è il medesimo Augusto. Poeta, compone in esametri un poema, Sicilia, in cui forse cantava le sue imprese contro Sesto Pompeo, e un volume di epigrammi e comincia a scrivere una tragedia, Aiaee; oratore, è lodato per l'eleganza, la proprietà e la chiarezza; storico, scrive una vita di Druso, i Commentari de vita sua in tredici libri e un indice delle cose da lui compiute; studioso di filosofia e di geografia, detta le Hortationes ad phiosophiam ed una Descriptio Italiae.
Fedelissimo ministro ed uno dei principali artefici della fortuna di Augusto è MECENATE, il cui nome è divenuto sinonimo di protettore delle lettere e delle arti. Autore fecondo di prose e di versi, compone un libro De cultu suo, un Symposion, un volume di dialoghi; ma la sua vera fama, anziché nella sua vasta colturam consiste nell'aver protetto i più grandi ingegni del tempo, di cui sapeva gustare le opere. 
Accanto ad Augusto e a Mecenate, parecchi altri uomini politici coltivano le lettere e le scienze e proteggono e diffondono gli studi, fra cui degno di menzione Vipsanio AGRIPPA, oratore efficace, scrittore sobrio di memorie e grande costruttore di superbi edifici; ma più di tutti meritano di essere ricordati Asinio Pollione  e Messalla Corvino.

Del primo ASINIO POLLIONE -nato nel 76 a.C, fedele, fino alla morte, di Giulio Cesare e, fino ad Azio, di Marc'Antonio, uomo d'armi e di studi- nulla ci rimane. Ma sappiamo che fu autore di tragedie, di cui Virgilio ed Orazio fanno grandissime lodi, che fu oratore insigne e critico molto acuto e che scrisse una storia delle guerre civili. Fu lui che, trionfando nel 40 a.C. sui Dalmati, fondò la prima biblioteca pubblica nell'atrio del tempio della Libertà sull'Aventino che adornò di ritratti di illustri letterati e scienziati, parecchi anni prima che, dietro il suo esempio, Augusto fondasse le biblioteche Octaviana e Palatina; fu lui che primo espose al pubblico preziose raccolte di opere greche; e a lui si deve la consuetudine, di cui in seguito purtroppo si fece abuso, delle recitationes in riunioni d'invitati.

Il secondo MESSALLA CORVINO, partigiano di Bruto prima, di Antonio poi e di Augusto in ultimo, console nel 31, praefectus urbis nel 26, capo di una spedizione contro gli Aquitani, fu oratore della scuola di Cicerone, ebbe fama di critico fine e di scrittore limpido e, scevro di esibizioni, fu autore di versi greci e latini e amico di poeti che, come Tibullo, Ovidio, Macro, Rufo Ligdamo, Sulpicio e Linceo, trovavano nella sua casa larghissima ospitalità.
Sotto protettori così potenti ed illustri non possono gli studi non fiorire.
Eruditi di grande valore abbiamo in questa età. Fra essi primeggia VERRIO FLACCO, il quale, dopo VARRONE, è, senza dubbio, l'uomo più dotto della latinità. A lui, che fu precettore dei nipoti di Augusto, Caj'o e Lucio, si debbono i Fasti Praenestini, scolpiti in tavola di marmo nel Foro della sua città natale, due libri de orfhographia, un libellus sui Saturnali, un'opera sulle oscurità di Catone (de oscuris Catonis), i Rerum memoria dignarum libri, i Rerum etruscarum libri, i preziosissimi e numerosi libri De verborum significatu, dei quali, nel secondo secolo dell'era volgare, Sesto Pompeo Festo fece un compendio.

Accanto a Verrio Fiacco è da mettersi Cajo GIULIO IGINO, liberto di Augusto e prefetto della Biblioteca Palatina, autore di un trattato De agricoltura, di un altro De apibus, di un'opera sulle famiglie romane di origine troiana (De familiis Troianis), di un'altra intorno all'origine delle città italiche (De origine urbium italicarum), di biografie di uomini illustri (De vita rebusque illustrium virorum), di un commento al Propempticon Pollionis di Elvio Cinna e di alcuni libri sull' Eneide.

Fra gli altri eruditi non vanno dimenticati L. CRASSIZIO di TARANTO, autore di un pregevole commento alla Zmyrna di Cinna, il grammatico Sinnio Capitone e Vitruvio Pollione, il quale nei dieci libri De architettura, ci da un interessantissimo manuale dell'arte delle costruzioni.

I più illustri oratori del tempo di Augusto sono ancora ASINIO POLLIONE, assieme a VALERIO MESSALLA, a TITO LABIEMO e CASSIO SEVERO. Pollione inizia la sua carriera a ventidue anni con un'accusa contro Catone e presto sale in grande fama d'avvocato. Quintiliano e Seneca gli sono prodighi di lodi e qualcuno lo mette tra i primi dopo Cicerone. Messalla non ha la forza di Asinio, ma è pulito ed elegante se pur qua e là abbonda nel ricercatezza; Labieno sta tra la vecchia scuola ciceroniana e la nuova del tempo d'Augusto, è ora grave, ora vivace, ora maestoso, ora rabbioso, di liberi sentimenti e schietto lo è sempre. Più grande di tutti è Cassio Severo, di Longula, uomo di grande ingegno e di vasta coltura, spirito sarcastico e temperamento bilioso, oratore potente, implacabile accusatore di uomini e donne dell'alta società e suscitatore di odii, che relegato a Creta e poi in un' isola delle Cicladi vi muore dopo venticinque anni d'esilio.

L'eloquenza però, malgrado i quattro oratori citati più su, è in decadenza. Curazio Materno, nel famoso Dialogo degli oratori di Tacito ce ne dice le cause: « La grande eloquenza al pari della fiamma ha bisogno di materia che la alimenti edi movimento che la ecciti. Ciò non mancava al tempo delle agitazioni repubblicane: proposte di leggi nuove, brame di popolarità, arringhe di magistrati che duravano fino a notte, accuse contro cittadini potenti, odi implacabili tra illustri casati, politica partigiana dei notabili, lotta continua del Senato contro la plebe. Tutto ciò, sebbene dilaniasse la repubblica, pure esercitava l'eloquenza e sembrava che la colmasse di premi, poiché chi più degli altri era bravo nel parlare più facilmente si procacciava gli onori e la pubblica stima. Aggiungasi la grandezza dei processi e l'alta dignità degli imputati. Difatti con il crescere degli avvenimenti cresce la vigoria dell' ingegno e nessuno può pronunziare un magnifico discorso se non ha da trattare una causa importante.

Catilina, Verro, Milone e Antonio fanno la grandezza di Cicerone, non P. Quinzio e Licinio Archia. Ora è più adatta la forma dei giudizi, ma allora l'eloquenza si esercitava maggiormente nel Foro in cui a nessuno si ingiungeva di parlare in un giro di poche ore e ognuno parlava come voleva, né era limitato il numero dei giorni e dei difensori. Allora grandi processi e grandi orazioni. Nessun discorso di Cicerone, di Cesare, di Bruto, di Celio, di Calvo fu pronunziato, come ora, davanti ai centumviri, se si eccettuino quelli di Pollione a difesa degli eredi di Urbinia, tenuti sotto il governo di Augusto, quando la lunga quiete dei tempi, la perenne pace del popolo, la continua tranquillità del Senato e specialmente il governo del principe avevano pacificato fra tutte le altre cose anche l'eloquenza ». (Tacito)

Ora l'eloquenza, che nei tempi della repubblica aveva una impetuosa vita nel Foro, diventa declamazione nelle aule di recitazione e nelle scuole dei retori.
È il tempo dei declamatori anziché degli oratori, di Porcio Latrone, di Giunio Gallione, di Arellio Fusco, di Albucio Silo, di Marullo, di Cestio Pio, di Papirio Fabiano, di Vozieno Montano, di Rubellio Blando e dei molti altri che Seneca il vecchio cita nella sua opera Oratorum et rethorum sententiae divisiones, colores.

Fiorente invece è la giurisprudenza, il cui studio ha l'appoggio del principe, il quale approvando il parere dei giuristi prima che sia emesso conferisce ad esso autorità e forza di legge. I maggiori rappresentanti dello studio del diritto sono M. ANTISTIO LABEONE e O. ATEIO CAPITONE; il primo -discepolo di Trebazio e autore di circa quattrocento volumi- è fedele in politica alle vecchie istituzioni repubblicane e tende a rinnovare la giurisprudenza; il secondo, favorevole al nuovo regime, orienta lo studio del diritto verso le forme monarchiche. Dal dissidio dei due giureconsulti nascono due opposte scuole l'una delle quali da PROCULO, discepolo di Labeone, prende il nome di proculiana, l'altra, da Sabinio, scolaro di Capitone, quello di sabiniana.

Decade, al pari dell'eloquenza, la filosofia, la quale non ha come cultori che dei mediocrissimi dilettanti; ma la storia ha insigni cultori, fra i quali alcuni greci: Diodoro Siculo, Dionigi d'Alicarnasso e Strabone.
Fra gli storici latini, degni di menzione sono ASINIO POLLIONE e SENECA IL VECCHIO che scrivono intorno, alle guerre civili, CREMUZIO CORDO autore di Annales, in cui si esaltano gli uccisori di Cesare, FENESTELLA, autore di Annales anche lui, e POMPEO TROGO, oriundo dalla Provincia Narbonese, il quale in un'opera in quarantaquattro libri dal titolo Historiae Philippicae narra gli avvenimenti dell'Asia e della Grecia fino alla caduta del regno macedonico, le vicende dei Parti, dell'antica Roma, di Massilia e della Spagna fino alle guerre di Augusto contro i Celtiberi.

Ma di tutti gli storici il più grande è TITO LIVIO. Nacque a Padova nel 39 a.C  a Padova, dopo essere vissuto lungo tempo a Roma, morì nel 17 d.C. - Livio scrisse di retorica e di filosofia, dedicò però il meglio del suo ingegno e la maggior parte della sua vita alla storia. Di Roma egli narrò le vicende in quel gran monumento della letteratura latina che è l'opera Ab Urbe condita, divisa in centoquarantadue libri, di cui soltanto trentacinque, oltre pochi frammenti, sono pervenuti fino a noi. Sette secoli di storia, racchiusi tra due tragedie: la tragedia di un grande popolo e la tragedia di un esercito, la distruzione di una città, Ilio, e la distruzione di un esercito, quello di Varo.

Tra l'una e l'altra tragedia è tutta la vita di un popolo, di un popolo di pastori che con la forza delle armi e per volere dei numi divenne padrone del mondo. Il concetto informatore dell'opera di Livio è la glorificazione di Roma. Lo storico vive in un tempo in cui l'imperio romano si è esteso su quasi tutti i popoli della terra; Roma ha raggiunto il massimo della sua potenza; sono finiti gli sconvolgimenti che minacciavano questa potenza, rendevano dubbiosi gli animi della sorte della repubblica e costringevano le menti a limitare lo sguardo alle cose presenti. Scevro di preoccupazioni, ora lo storico può volgersi indietro e guardare tutto il lungo e faticoso cammino che il popolo romano ha percorso e considerarne le imprese come una complessa e grandiosa vicenda degna di essere tramandata ai posteri in un'opera che sia narrazione minuta e insieme apoteosi degli avvenimenti. Oltre che lo scopo di glorificare le imprese del popolo romano, narrandone la storia Livio si prefigge un fine civile e morale; vuole mostrare cioè per mezzo di quali uomini e di quali virtù Roma sia divenuta potente e come, decadendo i costumi e venendo meno la disciplina, sia precipitata così in basso da non poter sopportare né i mali né i rimedi, e si propone di porgere numerosi  esempi buoni e cattivi affinché essi servano di ammaestramento e siano imitati o fuggiti.

Critici aspri Livio li ebbe in quantità: fu accusato di aver fatto posto nella sua storia a numerose leggende, di non essersi servito di documenti ufficiali, di non aver fatto un esame rigoroso delle fonti, di non essere stato preciso ed obbiettivo. Manca però di fondamento gran parte di queste accuse. Tito Livio sa bene che favolosi sono i racconti intorno all'origine di Roma, ma non possiede documenti storici sulla cui scorta poter riuscire a ricostruire il remotissimo passato: egli perciò accetta quanto trova negli annalisti e nei poeti, riportando le narrazioni tradizionali, ma avverte che non vuole confermare ne rifiutare i fatti anteriori alla fondazione di Roma che sa essere intrecciati più di poetiche favole che di veritiere memorie. Se Livio dà posto alle favole questo lo fa per intimo compiacimento, non per convinzione. Egli difatti scrive: «All'antichità si concede di mescolare le cose divine alle umane e di rendere così più auguste e venerabili le origini delle città. E se è permesso ad un popolo di consacrar le sue origini ed attribuirle agli dèi, la gloria militare del popolo romano è così grande che, se chiama Marte suo fondatore e padre, debbono le genti ancor questo pazientemente sopportare come sopportano di esser da lui dominate ».

Che Livio non si sia servito di documenti ufficiali non è provato, fa anzi credere il contrario la non scarsa gamma di fatti, da lui raccolti e riportati, di usi, costumi, credenze, formule. Quanto all'esame delle fonti certo Livio non poteva applicare i principi della critica storica richiesti dai moderni; egli ebbe presente gli storici che lo precedettero; di questi preferì i più antichi e nei punti controversi accolse quei giudizi che erano stati accettati dai più ed usò tanta diligenza nella ricerca della verità da meritarsi l'elogio di Tacito. Certamente l'opera di Livio non è priva di difetti: errori di cronologia, vi sono e inesattezze e lacune per ciò che riguarda il diritto, la tattica, la geografia; ma quelli scompaiono in un lavoro di così vasta mole e queste rappresentano un difetto che non è soltanto di Livio ma di tutti gli storici antichi. 
Con maggior ragione si può dire dello storico padovano che l'amore della patria e il sentimento vivissimo della nazionalità lo indussero a tacere o a distorcere avvenimenti che menomavano l'onore di Roma e a dar poca o cattiva luce ai nemici del popolo romano. Ma di questo popolo egli voleva fare l'apoteosi,  perciò non poteva indugiarsi sulle virtù degli altri o mettere in evidenza le imprese sfortunate, che, del resto, non sempre sono taciute o falsate.

Malgrado i suoi difetti la storia liviana è un monumento letterario maestoso. La narrazione è chiara e scorrevole; lo stile non è prolisso né conciso e perciò non ingenera oscurità e non produce stanchezza. Livio ha la dignità e la sostenutezza dello storico, l'eleganza del poeta e la loquacità dell'oratore. A volte è semplice è dimesso, a volte grave e solenne, ora rapido e concitato, ora vivace e colorito. Il racconto è variato da abilissime orazioni che concorrono mirabilmente a mostrarci i sentimenti e il carattere dei personaggi; nei ritratti sobri spesso c'è vivezza e calore e in quelli pieni di colore c'è la rappresentazione drammatica. In certi punti la storia diventa poema, la narrazione assume l'aspetto di un quadro, l'espressione prende gli accenti d'una sinfonia grandiosa. L'autore si esalta, si commuove e commuove, quasi sempre uno spirito eroico anima le sue pagine. È lo spirito di Roma che vive in lui, è l'orgoglio della razza che canta, è la potenza stessa del popolo romano conquistatore che rende potente l'arte dello scrittore, nell'opera del quale le virtù di questo popolo, come quelle di Achille nel poema omerico, hanno la più alta consacrazione.

GALLO, TIBULLO E PROPERZIO

Più che il secolo della prosa quello di Augusto è il secolo della poesia. Se fra i prosatori non c'è che un grande, Livio, fra i poeti c' è un gruppo: GALLO. TIBULLO, PROPERZIO, OVIDIO, ORAZIO, VIRGILIO - che può rendere immortale tutta la letteratura di un popolo.
CORNELIO GALLO nacque a Forum Julii nel 70 a.C.. Amico di Virgilio, di Asinio Pollione e di Ottaviano, fu del partito di quest'ultimo contro Antonio, espugnò la città di Paretonio, ebbe nel 30 la prefettura d'Egitto e, accusato come concussore e cospiratore, si uccise tre anni dopo.
Gallo fu uno dei più grandi eligiaci latini. Tutta la sua vita e tutta la sua poesia furono piene dell'amore per Volumnia, che, sotto il nome di Citeride, aveva fatto la mima ed era stata l'amante di Marc'Antonio e di Giunio Bruto e poi tradì Gallo per seguire oltre le Alpi un ignoto ufficiale. Gli amori con Volumnia, dal poeta chiamata Licoride, dovevano certamente cantare i quattro libri elegiaci di Amores di Cornelio Gallo, ma essi andarono perduti e solo per testimonianza di critici e poeti noi sappiamo che lui fu grande. Quintiliano, difatti, lo mette tra i più grandi elegiaci romani dell'età augustea, Virgilio, nell'egloga sesta, ricorda con lode un poemetto mitologico dell'amico e, nella decima, lo chiama grande e Ovidio dice che i carmi di lui «avevano reso in Oriente e in Occidente famoso il nome di Licoride».

Giunse invece fino a noi l'opera poetica di ALBIO TIBULLO, nato forse a Gabii da famiglia equestre e vissuto, come si crede — fra il 70-20 a.C . « Mentre Virgilio, Orazio e Properzio non avevano altro pensiero che celebrare Augusto con magnifiche lodi e rivolgere tutto l'ingegno a provare che egli era il più gran benefattore degli uomini, e che a lui per diritto divino si doveva l'impero del mondo, il solo Tibullo si teneva in dignitoso silenzio, e quando tutti ardevano incensi sull'ara del vincitore fortunato non aveva neppure una parola per lui, né sapeva cantare altro che i suoi amori, e le glorie dell'amico Messala Corvino, uno dei pochissimi repubblicani, che conservassero qualche dignità sotto il novello principato » (Vannucci).

Al seguito di Messalla fu Tibullo in Oriente; ma durante il viaggio cadde ammalato, fu costretto a fermarsi a Corcira. Nel 27 egli prese parte alla spedizione contro gli Aquitani e pare che si comportasse valorosamente; ma egli non era nato per le armi; egli era nato per la quiete della campagna e per l'amore. Le armi le odiò e le maledisse nella sua poesia, mentre campi li lodò nei suoi canti, e l'amore fu la principale musa che lo ispirò. 

Così lo descrive Pascal: "Tibullo è, nei campi, come un antico colono che ama le sue terre, e si compiace della vita semplice, di cui ha quasi un senso religioso, e si compiace dei lavori agricoli e della venerazione agli antichi dèi; né ha desideri fugaci, né vaga lontano con la fantasia, né si cura di sapere se altre campagne sono più belle, mai esaltare le proprie in confronto di altre. A lui basta ripararsi all'ombra di un albero, vicino a un ruscello, prender parte ai lavori campestri stimolando i tardi bovi, curare le seminagioni e gli innesti; basta sperare che i tini spumeggino di mosto, basta addormentarsi mollemente al cheto mormorio di una pioggerella estiva: piaceri semplici e puri. La campagna è qui amata dal poeta con tutta l'intensità e la schiettezza di sentimenti dell'antico agricoltore, laborioso e pio, per cui quell'amore è intima essenza e condizione necessaria di vita,  perché esso è la sua natura, la sua tradizione famigliare, la sua educazione fin dalla prima infanzia, in una parola la campagna è la sua anima. Ma naturalmente quando in questo quadro di pace e di semplicità campestre comparisce una persona amata, il quadro si trasforma, si ravviva, si colorisce, perde le sue linee uniformi; ed anche l'anima perde la sua pace. Il poeta si sforza continuamente di ricondurre l'immagine della sua Delia a quella della  vita campestre, da lui vagheggiata ed amata. Delia domina sovrana nella sua fantasia; essa è ormai il fondo del quadro, è la luce del suo sogno di beatitudine. Essa guarda le messi prosperose, essa i tini ricolmi, essa accarezza il piccolo schiavo, che si fa ardito e scherza con la sua padrona, essa porta le offerte al dio campestre, essa tutto vivifica col suo sorriso, e dinanzi a lei, signora, il poeta è nulla, vuole esser nulla. Questo il sogno luminoso, ma la realtà è oscura. Il poeta, diventato conscio a poco a poco della sua infelicità, ha scatti di ira, di gelosia, ha impeti di minaccia, prorompe in maledizioni contro la porta, che non si apre se non è battuta con un pugno d'oro, si scaglia veemente contro la madre avara di Delia, investe tra l'ironico e il furioso l'amante più fortunato, impreca con ogni sorta di voti feroci contro la vecchia infame, che favorisce le infedeltà di Delia, augurando che vaghi affamata intorno ai sepolcri, e corra ululando nuda per le vie. L'ultimo grido della passione sciagurata è nella elegia VI del libro primo; ivi par di scorgere che parli uno, cui la benda sia caduta dagli Occhi: non più il fremito angoscioso, non più l'esaltazione entusiastica, bensì il sarcasmo rovente, verso una donna non degna di stima e non degna di amore » (Pascal).
Delia, il cui vero nome fu Plania, non è la sola donna che anima la poesia di Ti bullo. Un'altra donna amò il poeta, negli ultimi anni della sua vita: Nemesi. È questa una cortigiana avida, non mai sazia di denaro, che ha incatenato l'anima del poeta ed è il suo tormento. Tibullo cerca di scuotere il giogo della capricciosa fanciulla e a volte impreca a lei, ma la passione lo vince e gli fa chinare il capo e lui si dichiara pronto a tutto pur di essere guardato benignamente dalla donna senza la quale la sua esistenza sarebbe una inutile cosa.
Semplice e riboccante di sentimento è la poesia tibulliana e vi corre una vena di dolce malinconia che la rende soavissima. Non mancano in essa, come in quella degli altri elegiaci latini, i luoghi comuni, ma non è che vi abbondano. Tibullo, se non è un artista personalissimo, è un poeta sincero, un poeta dall'anima semplice, che vagheggia un ideale di pace e di amore e, togliamo il fosco della sua passione per Nemesi e i brevi tumulti della gelosia ispiratagli da Delia, è appunto il suo desiderio di pace e il suo ideale d'amore che caratterizzano la sua poesia che, nell'espressione, ha tutta la freschezza, semplicità e intima affettuosità dei sentimenti dai quali è sgorgata.

Del circolo di Mecenate fu SESTO PROPERZIO, nato, forse, in Assisi, nel 46 a.C, che affidò il suo nome a quattro libri di elegie. In esse il poeta elogia Mecenate ed Augusto, canta la morte del giovane Marcello e quella del naufrago Paetus, la vittoria di Azio e, a iimitazione degli Aetia di Callimaco, leggende dell'antica Roma: il dio Vertunno; la rupe Tarpeia, Ercole e Caco e l'origine del culto di Giove Feretrio. Ma Properzio non ha la stoffa del poeta epico e lui stesso lo sa, lui che sovente dice di non avere le ali per innalzarsi nel cielo dell'epica e che in una elegia finge di avere una visione in cui Calliope ed Apollo lo ammoniscono di non tentare ardui voli. «Le insegne della tua milizia sono quelle di Venere » egli si fa dire da un astrologo, ed erotica è la maggiore e miglior parte della sua poesia, che è quasi tutta piena dell'amore per una donna. Cintia è colei che ha ispirato a Properzio una passione indomabile e del suo amore per lei è nelle elegie properziane cantato il romanzo. Il poeta dice che morrà di quest'amore, ma gli premuore Cintia e l'amore non dura ininterrotto che cinque anni; poi risorge e si trascina senza forza sino alla morte dell'amata. Il canzoniere erotico di Properzio narra tutta una storia intima: desideri, gelosie, timori, dispiaceri, ansie, nostalgie, ricordi. Noi vediamo il poeta, di ritorno da un banchetto, curvo sull'amata che dorme, desideroso di baciarla; lo vediamo triste nel timore che lei lo abbandoni e lieto quando sa che la sua donna ha deciso di non lasciarlo; lo seguiamo nella solitudine di una campagna dove cerca di spiegarsi il freddo contegno di Cintia; contempliamo con lui la valle del Clitunno e la tranquilla campagna ove la donna è andata a villeggiare; assistiamo al banchetto del giorno natalizio della bella e alla ressa che gli Amorini fanno intorno al poeta, dimentico dei suoi doveri di amante. In una stupenda elegia, Cintia, da poco morta, appare in visione al poeta che non trova sonno nel suo letto, gli ricorda le gioie passate, i giuramenti non mantenuti, il triste funerale, gli parla delle ombre delle caste spose dell' Eliso, gli raccomanda la nutrice e l'ancella e gli espone i suoi postumi desideri: «Togli l'edera dal mio sepolcro perché con il suo groviglio di rami mi fa male, e dove l'Anione placido scorre tra i frutteti scrivi sulla colonna un carme per me, ma breve che possa leggerlo in fretta il passeggero venendo dalla città: «Cintia giace, bionda come l'oro, sulla terra di Tivoli e ne venne lustro alle tue rive, o Anione ».
La mitologia ingombra un poco la poesia properziana e la lingua ne è a volte incerta e contorto é lo stile, pur tuttavia essa abbonda di grandissimi pregi. Properzio e artista vigile, poeta personalissimo che, pur traendo molti motivi dai lirici alessandrini, ha un suo mondo ricco di fantasmi, in cui dolcemente si culla e che sa tradurre con calore nelle forme dell'arte. Ovidio lo disse blando e Marziale voluttuoso e fecondo, e veramente egli è cantore carezzevole, ha la vena piena ed è squisitamente sensuale; ma è anche un romantico sognatore che non vede il mito con occhio di pagano, che si distacca nell'accento e nella concezione dagli altri poeti del suo tempo e da lontano preludia a certi cantori dell'ultimo medioevo e a molti dell'età moderna.

OVIDIO


PUBLIO OVIDIO NASONE nacque a Sulmona, città dei Peligni, il 20 marzo del 43 a.C da ricca famiglia equestre, figlio secondogenito. Andato a Roma giovinetto, vi studiò con successo prima grammatica, poi retorica sotto M. Arellio Fusco e M. Porciò Latrone e, terminato il suo corso di studi, passò ad Atene per perfezionarsi. Insieme al poeta Pompeo Macro visitò l'Asia Minore, l'Egitto e la Sicilia, poi ritornò a Roma e fu un assiduo frequentatore della casa di Valerio Messala Corvino. Il padre voleva avviarlo alla carriera politica, ed infatti coprì alcune cariche pubbliche (vigintiviro, triumvir capitalis, decenvir, membro dei centumviri iudicandis):  ma non volle andare oltre nella carriera di magistrato che non si confaceva alla sua natura e al suo ingegno. Per l'amore per la poesia rinunciò il seggio al Senato.
 Ebbe tre mogli: dalla prima, "né degna né utile", presto divorziò, della seconda che pure era una donna onesta non fu a lungo marito, della terza, una vedova della famiglia Fabia, fu tenerissimo sposo. Era già da tempo in grandissima fama come poeta erotico ed aveva compiuti i cinquant'anni, quando, sul finire dell'anno 7 d.C, un ordine di Augusto escludeva dalle pubbliche biblioteche le opere del poeta e mandava Ovidio in esilio a Tomi (Costanza), sul mar Nero, ai confini ,dell' impero. Qui l'infelice Ovidio visse nove anni nella speranza prima di riveder la patria e la famiglia, poi di una residenza migliore. Ma Augusto fu inflessibile, ne Livia, Tiberio e Germanico ebbero pietà della sorte del poeta, che, vinto dalla nostalgia e dal clima malsano, trovò con la morte la fine alle sue sofferenze nell'anno 17.

Vastissima è l'opera poetica di Ovidio. Alcune delle sue cose sono andate perdute, come la Medea, tragedia giovanile che ebbe altissime lodi da Tacito e Quintiliano, un poema astronomico (Phaenomena), una raccolta di epigrammi, un epitalamio per le nozze di Paolo Fabio Massimo, un'elegia in morte di Messala, un carme in onore di Tiberio vincitore degli Illirici, parte di un carme sulla pesca (Halieutica) e un poemetto in lingua gotica sulla famiglia imperiale; ma il più e il meglio della produzione ovidiana è giunto sino a noi. I tre libri degli Amores furono quelli che procurarono rapida fama al poeta giovanissimo. È un romanzo d'amore in versi, la cui eroina è Corinna, donna Capricciosa e avida, simile in parte alla Nemesi properziana; una raccolta di elegie dove sono cantati gli amori giovanili del poeta, amori in cui dominano la sensualità e la galanteria e in cui non si riscontra nessun accento di passione violenta. Agli Amores seguirono le Heroides, lettere amorose di antiche eroine ai loro amanti: Penelope a Ulisse, Flilide a Demofoonte, Briseide ad Achille, Fedra ad Ippolito, Ipsipile a Giasone, Didone ad Enea, Ermione ad Oreste, Deianira ad Ercole, Arianna a Teseo, Canace a Macareo, Medea a Giasone, Laodamia a Protesilao, Ipermestra a Linceo, Saffo a Faone, Elena a Paride, Ero a Leandro, Cidippe ad Aconzio, cui sono aggiunte tre lettere di eroi, Paride, Leandro ed Aconzio, alle loro amanti. Come gli Amores così l'epistolario delle Heroides costituisce un romanzo, che se non ha unità di azione e di personaggi ha però una indissolubile unità psicologica. Esso è il romanzo non di una donna mitica o reale, ma dell'anima femminile e, pur nella cornice della leggenda, è colmo di profonda umanità.
Da romanziere erotico Ovidio con i tre libri dell' Ars amatoria si fa maestro d'amore, precettore di voluttuoso amore, come dice egli stesso. Non è l'amore puro, l'amore che deve essere consacrato dal matrimonio e costituire la famiglia, quello di cui il poeta di Sulmona da gli insegnamenti, ma l'amore frivolo, l'amore raffinato e sensuale, l'amore dei salotti e delle alcove, quell'amore che poteva albergare nel cuore di una Giulia e corromperlo. I primi due libri sono rivolti agli uomini e insegnano come si conquisti e conservi l'amore delle fanciulle; il terzo è rivolto alle donne, cui viene insegnato il modo di farsi amare. L'Ars amatoria alla quale può darsi come appendice un'altra opera ovidiana, De medicamine faciei, trattato sui cosmetici -non è un arido poema didattico, una noiosa raccolta di consigli, ma una pittura finissima dell'ambiente mondano di Roma, un esame acuto dell'anima maschile e femminile, un'opera in cui la materia didascalica è rotta e ravvivata da bellissimi episodi, che, come quelli di Pasifae, Bacco ed Arianna, Achille in Sciro, Dedalo e Icaro, Calipso e Ulisse, Marte e Venere, Cefalo e Procri, formano altrettante suggestive novelle, e da intermezzi sui giuochi istituiti da Romolo e sulla spedizione contro i Parti.

All'Ars amatoria sono strettamente legati i Remedia amoris, in cui Ovidio insegna agli uomini con precetti ed esempi come essi possano liberarsi dal giogo dell'amore. Con questo trattato si conclude a ciclo didascalico ed erotico di Ovidio e si inizia ora, con le Metamorfosi e coi Fasti, il ciclo epico e nazionale.
Le Metamorfosi sono una collana di mitiche trasformazioni tratte dalla mitologia greca e romana e dal poeta sviluppate e ravvivate, una collana varia di canti uniti l'uno all'altro da legami formali o sostanziali, tenui ma infrangibili, canti che vanno dall'origine del mondo alla trasformazione di Cesare in astro. «Il pregio dominante dell'arte ovidiana nelle Metamorfosi è l'evidenza sommamente plastica. Ovidio è il poeta che meglio ha saputo congiungere l'arte poetica all'arte figurata; non ha la potenza rappresentativa misteriosa, improvvisa e alle volte informe dei poeti creatori: egli è più esperto e più sapiente: nei suoi "bassorilievi", così animati, C'è la precisione e la bravura del grande artista modellatore. È poeta fantastico, ma osservatore: e la osservazione precede sempre. Coglie il personaggio nell'atto della metamorfosi e fa sentire la spaventosa stupefazione di questa coscienza di uomo che resta dentro un corpo il quale, senza più la facoltà umana della espressione dolorosa, senza più poter gridare e gemere e disperarsi, si trasforma via via per inesorabili e orribili adattamenti in corpo di altra natura. Il prodigio che conclude la favola ha sempre lo stesso carattere: sono esseri umani mutati in altri animali, in piante, in acque, in pietre; e la figura umana si risolve senza sforzo, quasi spontaneamente, nell'altra figura per una serie di conversioni che sembrano affatto naturali, sì da farci apparire come una vasta e continua parentela tra le forme tutte dell'universo. Ma oltre all'atto della trasformazione fisiologica, che si ripete in molti casi e porterebbe il racconto a inevitabile monotonia, Ovidio attende allo stato d'animo che accompagna la metamorfosi ed è così diverso in tutti gli episodi. L'arte del poeta non è soltanto attratta dal corpo che si tramuta, ma pure e specialmente dall'animo che inorridendo si trasloca. Qui è la varietà grande e tragica del poema ovidiano. Lucrezio era stato il poeta delle cause; Ovidio fu il poeta delle forme » (Marchesi).
Con i Fasti -opera che doveva constare di dodici libri e rimase interrotta dopo il sesto- Ovidio illustra poeticamente il calendario romano, sulla scorta di Verno Fiacco, di Livio, di Varrone e di Lucrezio; descrive le feste di Roma e le loro origini e, pur trovandosi di fronte a una materia degna di esser trattata da un erudito, sa vivacizzarla ed animarla con la potenza della sua fantasia e la squisitezza della sua arte.

Dimenticato per quasi mille anni, introdotto in Europa dagli Arabi, Metamorfosi fece riscoprire agli occidentali tutta la mitologia greca ed ebbe una vastissima incidenza culturale, tanto che lo stesso Dante pose Ovidio nel suo Limbo a fare corona ad Omero, mentre tutti i grandi scrittori dal primo Rinascimento in poi trassero ispirazione da quest'opera: Ariosto, Cervantes, Lope de Vega, Calderon, Marlowe, Shakespeare, Milton, Goethe, Swimburne, Swift, Shaw fino al nostro D'Annunzio ecc. ecc. Non di meno le opere degli artisti pittori e scultori, che da queste descrizioni mitologiche presero negli ultimi 800 anni, ispirazione per i loro grandi capolavori, fino a Picasso (1931- con 30 opere). Da ricordare anche le innumerevoli opere musicali liriche e sinfoniche, come quella di Monteverdi, Haendel, Cherubini, Gluck, Lulli, Rameau ecc ecc. Insomma Metamorfosi ha contribuito a far nascere tantissimi capolavori

L'ultima voce della sua poesia è quella dell'esilio. Sulle inospitali rive del Mar Nero egli compone i Tristia e le Epistulae ex Ponto, oltre i 322 distici dell' Ibis, rivolti ad uno dei suoi calunniatori. Il poeta è stanco e soffre; si lagna nelle sue tristi elegie dei suoi patimenti e del luogo ov' è costretto a vivere, si duole del castigo ricevuto non già per colpa ma per imprudenza, esprime la sua gratitudine ai pochi amici che non lo hanno, nella sua sventura, dimenticato, pensa con nostalgia all'Italia, alla lieta vita di Roma, alla moglie e invoca la clemenza di Augusto. 

Quanta differenza tra gli agili canti degli Amores e questi stanchi lamenti della sua agonia! Ma sia negli uni che negli altri Ovidio si rivela il più grande poeta elegiaco di Roma. Che narri le sue avventure amorose con la misteriosa Corinna,  riveli la passione da cui furono travolte le mitiche eroine, sorrida ironicamente mentre dà consigli d'amore o rinnovi i vecchi miti di Grecia, conversi piacevolmente sui cosmetici che ridanno la bellezza a un volto sfiorito di donna o esalti l'innocenza e la felicità dell'età dell'oro, tratteggi le madri infelici della leggenda, Ecuba, Niobe, Cerere, Teletusa, o ci mostri le trasformazioni prodigiose di creature della mitologia, descriva la sua vita infelice nella remota Tomi o rievochi il gaudio della sua esistenza romana, ricordi la sposa fedele e lontana o si rifugi, per trovar l'ultimo conforto, nelle braccia della sua Musa, Ovidio sa sempre tramutare i suoi fantasmi e i suoi affetti in opera di poesia. Multiforme è il suo ingegno, inesauribile la sua vena, fervidissima la sua fantasia. La sua lingua presenta una ricchezza, una proprietà e una precisione sorprendenti, il suo verso corre limpido e facile e nel distico perfetto e nell'elegia sapiente ed armoniosa sono resi con sorprendente evidenza tutti i suoni, tutti i colori, tutte le forme di quel magico mondo che visse nello spirito agitato del poeta di Sulmona.

Intorno alle cause dell'esilio esiste una ricca letteratura: in realtà le nostre conoscenze sono congetture, forse probabili, ma sempre congetture. Il poeta mantenne sui motivi del suo esilio uno scrupoloso riserbo, né notizie sono pervenute da altre fonti. Qualcosa di grave era sicuramente accaduto ma Ovidio accenna con "duo criminam carmen et error" (Tristia II, 207) di essere stata l'Ars Amandi che andava controcorrente con l'opera moralizzatrice di Augusto.
Ma l'Ars Amandi Ovidio l'aveva pubblicato dieci anni prima, quando la morale augustea era semmai ancora più rigida.  Tacito invece accenna (Annales 3, 24) che la causa fu l'adulterio della tanto adorata  nipote di Augusto, Giulia con Silano. Forse Ovidio non vi era direttamente implicato ma solo testimone del fatto e che forse tacque per chissà quali motivi.
Sappiamo però che Giulia venne bandita ed esiliata a Ventotene nello stesso anno subito dopo Ovidio, e che Silano cadde nella disgrazia di Augusto.

Qualche passo in Ovidio su questa "rea complicità" lo troviamo in Tristiam in senso metaforico, ma che però sembra molto chiaro:
"Perché io vidi una cosa? Perché i miei occhi si resero rei? perché la mia imprudenza scopriva una colpa? Atteone vide nuda Diana: egli non sapeva, eppure fu dilaniato dai cani. E' giusto! la colpa, anche se casuale e l'offesa sono per i primi numi di un delitto e si devono scontare. Il giorno in cui il funesto errore mi travolse una casa fu rovinata, piccola ma nobile e decorosa...Non decreto del Senato, non sentenza di giudice mi ha imposto l'esilio: la tua invettiva e un semplice editto di relegazione, mite in apparenza ma crudele nella sostanza, ha vendicate tutte le tue offese. Relegato, sono detto, non esule: le parole del tuo editto sono state invece miti nel qualificare la mia disgrazia!"

Tutte le opere di Ovidio vennero rimosse all'atto della condanna dalle pubbliche biblioteche, anche se oramai circolavano in tutti i salotti di Roma. E anche Tiberio gli rifiutò il condono per rispetto al suo predecessore. 

L'opera Ars amatoria è un poema che sembra un manuale, Ovidio insegna l'arte di amare esponendo in modo sistematico e organico sia l'arte della conquista, che il modo di mantenere quanto ci si è procurati.

Per gli UOMINI da' suggerimenti come attrarre la donna e ritiene che ciascuna di essa anche la più bella del mondo può essere conquistata, salvo sapersi regolare ed applicare le giuste strategie dell'arte di amare. Quindi gli uomini non devono mai supplicarle, non presentarsi troppo azzimato ma nemmeno trascurato, deve essere una bellezza naturale. La donna ama la conversazione, i complimenti, le lusinghe, i giuramenti (anche se falsi, fateli!!), le lacrime e i baci. Né dimenticate di fare sempre il tifo per chi ella preferisce, non contrariatela mai, e siate puntuali agli appuntamenti, anche se lei per natura non lo è mai. Di ogni suo difetto non evidenziatelo mai, semmai se li ha fateli passare per pregi. Questo significa che se la conquista è facile,  se si vuol far durare l'amore per lungo tempo, non e per nulla facile se non si seguono certi precetti.

Per quanto riguarda le DONNE, invita loro ad essere arrendevoli con gli uomini, e ad avere cura della propria persona evidenziando in modo naturale la bellezza che si possiede, nascondendo solo alcuni difetti della faccia e del corpo. Altro consiglio è poi quello di farsi notare in pubblico, incedere con grazia, passeggiare sotto i portici, visitare i templi, le are, assistere agli spettacoli, quindi interessarsi di musica, poesia, canto ; ed è meglio non farsi accompagnare da serve ed amiche particolarmente belle, e nel caso con queste bisogna passare del tempo in compagnia, non manifestare le proprie conquiste perché potrebbero cogliere loro il frutto.

Il poema, 3 libri con 2.330 versi, ebbe grande successo non solo nella Roma contemporanea di Ovidio (quella soprattutto dell'alta società) ma fu tramandata, viva e conosciuta per tutto il medioevo per fiorilegi, ed infine fu ripresa nella famosa composizione di Abelardo nel sec.XI, Carmine Burana, e poi ancora in Spagna con Panphilus de amore, indi nella letteratura francese in lingua d'oil, e perfino da Milton con De arte amandi.

ORAZIO

Povera di vicende fu la vita di Quinto Orazio Fiacco. Nato l'8 dicembre del 65 a.C. a Venosa, tra l'Apulia e la Lucania, nell'antica terra dei Sabini. Fu, giovanissimo, dal padre figlio di un liberto di modesta condizione all'inizio poi più agiato come coactor argentarium (battitore di aste; le percentuali gli permisero di crearsi una specie di banca personale e perfino di anticipare subito le somme ai venditori, ovviamente con alti interessi). Orazio, proprio con questi successi commerciali del padre, potè quindi essere mandato a istruirsi a Romam, dove egli attese agli studi sotto i più celebrati maestri. All'età di vent'anni andò a perfezionarsi in Atene e qui da un anno si trovava quando (dopo l'uccisione di Cesare) vi giunsero Bruto e Cassio per preparare la guerra contro i cesariani. Arruolatesi sotto le insegne di Bruto con il grado di tribuno militare, ne seguì le sorti, combattè a Filippi e fu un superstite della famosa rotta. Concessa dai triumviri l'amnistia politica, Orazio fece ritorno in Italia; ma il suo poderetto paterno era stato confiscato e per vivere, dovette fare lo scriba quaestorius. La povertà lo spinse a far versi. Conosciuto da Varo e Virgilio, fu da questi, nel 38, presentato a Mecenate, che fu il suo grande protettore oltre che amico. Da Mecenate cinque anni dopo nel 33, ebbe perfino in dono una villa nella campagna sabina, a una quarantina di chilometri da Roma, e qui visse tranquillamente il resto dei suoi anni, amico di Augusto di cui non volle essere segretario per non rinunziare alla quiete del suo podere. Ma la florida condizione gli permisero di fare numerosi viaggi, e molti acquisti per la sua ricca biblioteca.
Sembra che il suo nome  non fu mai legato con il nome di una donna; c'è una certa Cimara come amore giovanile, ma è lui a darne notizia, e sembra che questo amore abbia tutto il sapore di una letteraria idealizzazione
Morì il 27 novembre dell' 8 a.C. pochi mesi dopo Mecenate accanto al quale fu sepolto sull'Esquilino.

La fama di Orazio è affidata a due libri di satire, uno di epodi, due di epistole, a quattro di odi e al carmen saeculare. Quando Orazio entra nell'agone poetico il dramma è trattato con competenza e successo da Fundanio e Pollione, la poesia bucolica da Virgilio, l'epica da Vario. Solo la satira non ha cultori degni. Orazio, che vuoi primeggiare, sceglie il genere satirico nel quale non può avere valorosi competitori e al quale è portato dal suo temperamento. E sono le satire quelle che rivelano a Roma il nuovo poeta. In questo genere Orazio riesce veramente originale e supera tutti coloro che lo hanno preceduto. Seguendo l'esempio di Lucilio, egli arricchisce il genere poetico con elementi autobiografici e crea piccoli capolavori in quei capitoli in cui narra gustose vicende sue e dei suoi amici, come in quelli in cui sono descritti il suo viaggio a Brindisi con Mecenate e Virgilio, la cena offerta a Mecenate da un avaro, Nasidieno Rufo, e le noie di un importuno sollecitatore. 

Ma non soltanto i casi del poeta e dei suoi intimi sono argomento delle satire oraziane; queste sono tanti quadri della vita romana. Sfilano e agiscono avari arricchiti, fattucchiere, ignoranti, maldicenti, furbi, pseudo filosofi, scapestrati, banchieri, avventurieri; il poeta acutamente osserva la vita che gli si svolge davanti e la ritrae con finezza insuperabile, pungendo senza aver l'aria di voler far male, ammaestrando con un sorriso pieno d'ironia, coprendo di ridicolo chi merita, esprimendo il suo parere direttamente o per bocca d'altri. Manca l'invettiva in Orazio e manca anche il fiele; la vita di Roma lo disgusta, sì, ma egli si limita a deriderla mostrandocene gli aspetti turpi e quando è stanco sente il bisogno di parlare di sé stesso e della severa educazione ricevuta dal padre e si rifugia nella tranquillità del suo podere che contrappone alla città rumorosa e viziosa. 

A render più completa la rappresentazione di Roma, Orazio nella decima satira del primo e nella prima del secondo libro, tratta argomenti letterari, e nella terza e nella quarta del secondo libro argomenti filosofici, flagellando con arte insuperabile i letterati oziosi, i critici ignoranti e i falsi stoici ed epicurei e cogliendo l'occasione per esprimere il proprio giudizio in materia di letteratura e di filosofia: «Ar tista finissimo -scrive l'Occioni- esempio di sobrietà, di eleganza, puro e preciso nell'uso della, lingua in ogni suo scritto, nella satira acuto osservatore per natura e per abito mentale, pratico nei giudizi, amante di una certa misura in tutte le cose, graziosamente maligno, egli riuscì per le proprie forze nuovo e potente. Felicissimo nei passaggi, egli sorprende il lettore con inattesi contrasti, e lo tiene sospeso, come disse Persi, al suo naso adunco, excusso naso, divertendo con la vivacità del dialogo, o con gli incidenti comici conditi sempre con nuova giocondità,  frammettendo al racconto o al dialogo novellette ed apologhi, che sono di una bellezza unica, paiono le cose più ingenue del mondo, ma hanno una grande dose di ridicolo per il disgraziato preso di mira. La sua satira è una composizione anzitutto ben disegnata; a colorirla si prestano tutte le tinte immaginabili, ma fatte con tale arte che le più stonate si uniscono in bell'armonia nell'insieme. Orazio è mordace e patetico,, eloquente e ingenuo; ora melanconico, ora scherzevole, ora sostenuto nei versi, ora trascurato a bella posta, si piega con naturalezza meravigliosa a tutti gli affetti, producendo una infinità di impressioni tutte varie e gradite».

Per lo spirito satirico che si avverte in alcune di esse, le Epistole furono considerate da qualcuno una continuazione delle Satire;  ma in queste Orazio è il giovane che si affaccia nella scena della vita e, osservandone i vizi inizia la sua battaglia; in quelle invece il poeta è nella maturità degli anni e, perdute le illusioni e tirata via la maschera dal viso, si apparta dal mondo e cerca, se non le gioie, la quiete nell'aria non viziata della campagnà. La vita campestre, di cui ha, nelle Satire, a volte tessute le lodi come per contrapporla a quella corrotta della città, qui non è motivo letterario ma realtà. Orazio ha deposta la sferza e quando vuole esercitare la satira lo fa con una tristezza sconsolante.
 A Sceva (Ep. XVII) dice che chi vuole divenire agiato deve sollecitare il favore dei grandi, e dice questo con bocca piena d'amarezza; a Iccio (XII) che fa il filosofo e il commerciante, consiglia di goder la vita sfruttando la carica di esattore; a Numicio (VI) parla dell'onnipotenza del denaro, parla della politica, dell'amore, dei cibi, della virtù, in cui qualcuno può cercare la felicità, ma questa -dice- non si trova che nella immutabilità dell'animo; a Lollio scrive che è difficile l'arte di piacere ai grandi e che solo la filosofia può dare la tranquillità allo spiritò (XVIII). 
La filosofia! Non quella dei libri, ma quella dettata dall'esperienza della vita, quella filosofia che Orazio pratica, che gli è norma di esistenza. È il travaglio dell'anima che avvelena la vita, non è nelle false gioie delle città la felicità. Questa consiste nel vivere secondo natura, e la natura vera non si riscontra che nella campagna. Nelle Epistole il tono è più elevato di quello delle Satire c'è  un senso di malinconia che avvince e un senso di umanità che le anima e dà ad esse un contenuto universale.

Nella prima epistola del secondo libro, dedicata a Mecenate, e nella terza ai Pi soni, Orazio si rivela critico letterario fine e giudizioso. In esse è un nobile tentativo di storia critica della poesia romana e in special modo della drammatica e un insieme di precetti sull'arte dello scrittore che attestano quanto fosse vasta la cultura dell'autore e quanto grandi il suo buon gusto e l'esperienza artistica.
Come lirico Orazio esordì con gli Epodi che per lo spirito satirico che hanno si ricollegano alle Satire. Sono diciassette componimenti di argomento vario, ora mordaci ora giocosi, ora rabbuffati, ora acri e violenti, pieni tutti di giovanile freschezza e d' impeto audace. Ma la giambica non è la poesia del suo temperamento: è quella invece della sua dolce gioventù. Quando la gioventù sfiorisce, Orazio sente il bisogno di raccogliersi in sé stesso. È questo il tempo delle sue epistole campestri e delle odi. Nelle Odi la sua anima trova il riposo e la sua arte la perfezione. Egli canta l'amore, l'amicizia, la religione, la campagna in tutti i suoi aspetti e in tutte le sue voci, una treccia di donna, lo scroscio di una fontana, un lembo di cielo, tutto ciò che fa cornice al quadro della sua vita, ma non si esalta e quasi mai si mostra profondamente commosso. Sembra quasi ch'egli non voglia denudarci l'anima sua e tema di esser sorpreso in un intimo abbandono. La compostezza è la caratteristica della sua lirica. Orazio esercita un vigile e continuo controllo su sé stesso e non ci svela i suoi segreti e noi non sappiamo se egli soffra o gioisca. Forse la vita, che da giovane ha vissuto  ha inaridito la sorgente della sua gioia ed ha lasciato vuota la sua anima; certo dall'esperienza ha origine quella lieve amarezza che pervade la sua lirica. Pur se nelle Odi manca quell'intimità che rende grande Catullo e il grido dell'anima non echeggia, esse sono il monumento più perfetto della lirica latina. Orazio è artista sommo e maestro insuperabile nell'arte di colorire, di ritrarre, di rappresentare, di piegare ai suoi voleri la lingua e i metri, di dare rilievo alle immagini ed armonia al canto. Questo, qualche volta, acquista maestosa solennità e si leva ad altezze insuperate e sembra una voce di sacerdoti, i sacerdoti della patria e della religione degli avi. Al cospetto di Roma immortale egli diventa il vate della stirpe e compone il Carme Secolare, il carme Sublime che sul Palatino e sul Campidoglio due volte nel giugno del 737 dell'anno di Roma (17 a.C.) un coro di giovinetti e di vergini fanciulle dovrà cantare e che rimarrà per la sua suprema bellezza una delle voci più alte della lirica dei nostri padri.
Una eloquente esaltazione di Roma nel mondo.

VIRGILIO


PUBLIO VIRGILIO MARONE appartiene alla generazione che abbraccia la prima metà dell'età augustea, a quella che diede i natali ad Asinio Pollione, a Vario Rufo, a Orazio, a Mecenate e ad Augusto stesso,.
Visse ventiseienne, i tempi dell'uccisione di Cesare, dell'uccisione di Cicerone, l'effimera potenza di Marc'Antonio e trentaseienne visse l'aurea battaglia di Azio.
Si trovò a vivere proprio nella sua gioventù tutta la grande tragedia della politica romana del I secolo a.C., il crollo della repubblica e la decisa affermazione del principato. Aspirando anche lui come tutti i romani a una pace serena nel mondo.
VIRGILIO nacque il 15 ottobre del 70 a.C  ad Andes (Pietole) presso Mantova, da famiglia di agricoltori agiati, noti anche per una industria di ceramica, che provvidero a una buona educazione del figlio, seguendo quella alla moda: eruditi in grammatica e in retorica guardando alla carriera forense e forse anche in quella politica nella capitale. Il sogno per i loro figli di tutti i provinciali ricchi.

Virgilio fece i primi studi a Cremona, dove rimase fino al 55: di là passò a Milano e poco dopo a Roma, dove studiò greco sotto Partenio di Nicea, filosofia sotto l'epicureo Sirene e retorica sotto Epidio, insieme, si crede, con Ottaviano. Poi tornò al suo villaggio natìo, dove (deludendo il genitore) si diede a comporre carmi bucolici. Correva l'anno 41 quando, non bastando l'agro cremonese ai veterani triumvirali che avevano diritto alle terre, le distribuzioni si estesero al territorio mantovano. Il podere di Virgilio toccò ad un certo Arrio, ma, per mezzo di Asinio Pollione, allora governatore della Transpadana, il poeta riuscì a riaverlo; l'anno dopo però, essendo a Pollione succeduto Alfeno Varo, Virgilio perdette di nuovo i suoi beni e, tornato a Roma, ottenne, per intercessione di Mecenate, in compenso altri campi nella Campania. Virgilio aveva appena trent'anni ed aveva già composto le Bucoliche, che lo rivelarono a Roma e gli procurarono potenti amicizie, nonché denari, una bella casa sull'Esquilino proprio vicino a Mecenate, poderi a Nola, altri terreni a Napoli e in Sicilia.
Non ebbe moglie, le dicerie parlano di una regolare relazione con la moglie di Vario Rufo, ma altre dicerie -essendo molto timido con le donne e schivo com'era, quindi casto- affermano che gli diedero -giocando sul nome- il soprannome "virginello"

Il resto della sua vita lo trascorse tra Roma e Napoli. Tra il 37 e il 30 si dedicò a comporre le Georgiche e nel 29 ad Atella, ne lesse i quattro libri ad Ottaviano e a Mecenate. Quell'anno si chiudeva il tempio di Giano e Virgilio iniziava l'Eneide. Sette anni dopo, nel 22, egli volle offrire ad Augusto una primizia del suo poema e gliene lesse alcuni canti. Era presente Ottavia, la sorella dell'imperatore e, -secondo quel che scrive Donato- quando il poeta giunse ai versi del Sesto libro (Tu Marcellus eris...) la povera madre, che meno di un anno prima aveva perduto il giovanissimo figlio, cadde svenuta per la commozione. Nel 19, allo scopo di rivedere e dare definitiva redazione al suo poema, Virgilio si recò in Grecia a Megara. Ammalatosi riparò ad Atene, qui incontrò Augusto che tornava dall'Oriente, che persuase il poeta a ritornare con lui in Italia. Virgilio era molto ammalato, tuttavia ascoltò il suggerimento e si accompagnò al principe, ma durante il viaggio la malattia si aggravò e, sbarcato a Brindisi, il poeta vi morì il 21 settembre di quell'anno. Aveva 51 anni.
 La sua salma venne trasportata a Napoli e sepolta sulla via di Pozzuoli.

Le Bucoliche sono la prima opera poetica di Virgilio. In dieci egloghe il poeta di Andes, discepolo ideale di Teocrito, ma non di lui un imitatore, ha voluto cantare i prati e le selve che ha popolato di naiadi e di satiri, di greggi, di armenti e di pastori. È tutto un mondo agreste quello che agita la fantasia di Virgilio e che l'arte del poeta fa meravigliosamente rivivere nel verso armonioso. I personaggi di questo mondo sono, è vero, convenzionali personaggi della tradizione letteraria anziché della realtà, e questo è un grave difetto delle egloghe virgiliane; ma esso, malgrado la sua gravità, scompare in mezzo a tale e tanta bellezza di poesia quale e quanta Virgilio ne ha profusa nei suoi carmi bucolici. 
La campagna vive nella potente rappresentazione del poeta, la campagna in cui è nato, ha vissuto la prima giovinezza, da cui è stato cacciato e verso la quale egli tende con l'anima piena di nostalgia. Nelle egloghe la campagna ha un'anima che aderisce pienamente con quella del cantore e da questa adesione completa la poesia riceve un suggello di bellezza e di verità. Tutte le voci della campagna hanno un'eco immediata e grande nello spirito del poeta. 

È quella di Virgilio la voce di Melibeo che lascia la sua terra traendosi dietro il gregge, la voce di Menalca ricantata da Licida e da Meri, la voce di Menalca e di Mopso che nel canto in onore di Dafni fanno forse l'apoteosi di Cesare; è la voce di Virgilio, del mite Virgilio, quella che rievoca la pace e la giustizia del secolo di Saturno e forse è sua la voce di Coridone che urla ai monti e alle selve il suo amore, e di Damone che il perduto amore lamenta: simboli del dolore dell'esule o rievocazioni tristi della prima giovinezza.
La campagna silvestre della bucolica diventa nelle Georgiche terra feconda, cui l'aratro apre il seno per la semente, terra che biondeggia di messi e si allieta ai frutti che pendono dai rami. L'ozio pastorale qui si fa dolce fatica di agricoltori, il bue che ingrassa nei pascoli qui invece sottomette il collo al giogo ed aiuta l'opera dell'uomo, le canzoni dei pastori qui diventano canto gioioso di coloni che accompagna l'umana operosità. La Georgica è il poema della terra e dell'uomo, l'apoteosi del lavoro, il libro della nuova Italia, quella d'Augusto, che, uscita dalle sterili guerre civili, si redime nella pace e nell'attività. Poema didascalico, che nei suoi quattro libri tratta di agricoltura e di zootecnica; ma la materia si è tramutata, per opera di Virgilio, in altissima poesia, la materia non è rimasta arida, precettistica; essa è divenuta rappresentazione vivace della perenne e santa fatica dell'uomo. Virgilio ama la terra e le creature che sulla terra vivono ed operano e da questo amore scaturisce il suo canto che è benedizione e preghiera, ammaestramento e glorificazione. La terra è il multiforme scenario del poema, e l'agricoltore è l'eroe: il cielo e le divinità non sono muti spettatori, ma giganteschi attori che rendono più solenne l'azione. Bellissimi episodi e descrizioni rendono più vario e più colorito il quadro del poema: nel primo libro rievocazione dell'età dell'oro; la digressione sulle stagioni e il racconto dei prodigi avvenuti per la morte di Cesare, nel secondo le feste di Bacco e il quadro meraviglioso della vita campestre; nel terzo la corsa dei cocchi, le battaglie dei tori per il possesso della femmina, la vita dei pastori nomadi dell'Africa e della Scizia, e la moria del bestiame nel Norico; nel quarto, il giardino di Carico e la leggenda di Aristeo con il commosso episodio di Orfeo ed Euridice. 

« La Georgica — scrive il Marchesi — è il capolavoro della letteratura latina per la compiutezza musicale e poetica: nessun'opera ha una più solida unità di concezione e di espressione, una più indissolubile bellezza di suono, di parola e di immagine. La parola di Virgilio ha sempre una intima e intraducibile vita, sia che presenti con la chiara semplicità di un solo verso, il mandorlo in fiore, o faccia sentire lo stordimento confuso del meriggio canicolare: sia che risusciti le figure e le luci di una veglia notturna nel casolare di campagna o l'incanto di una sera d'estate. È sorprendente la potenza poetica di Virgilio che sa ridurre a continua visione la semplice precettistica rurale. Non è abilità, è sentimento. Quando descrive gli innesti egli sente la meraviglia dell'opera umana che sa compiere la stupenda metamorfosi nella vita vegetale e ottiene «che il faggio s'imbianchi del candido fiore del castagno» e da un tronco inocchiato di sterile albero si levi su, presto, una gran pianta «stupita delle nuove fronde e dei frutti non suoi». Virgilio è il sommo poeta della campagna: egli prestò la sua arte alla natura.»

Con l' Eneide Virgilio unisce la leggenda di Enea alla storia di Roma, fa l'apoteosi epica della romanità e della famiglia Giulia, celebra le origini della Città che sono anche quelle della stirpe di Augusto e canta le fortunose vicende dell'eroe troiano come quelle di un uomo destinato dai Numi a dar principio alla potenza romana.
Enea, lo sventurato guerriero che ha assistito alla distruzione della sua patria e deve lottare con gli elementi e con gli uomini per trovarsene una nuova, è il protagonista dell'epopea virgiliana, ma il suo vero eroe è il Fato, il Fato che si serve di Enea perché sia compiuta la sua volontà che è quella di dar principio alla grandezza di Roma. Pur non essendo che nella volontà del Fato, Roma è sempre presente nel poema e gli dà la sua anima; Roma è nei vaticinii, è sulle navi sbattute dalle tempeste, è davanti le mura di Cartagine, è nelle imprecazioni di Didone, è nelle ombre pallide dell' Eliso, è nel fragore delle armi sulle campagne del Lazio e nella tenacia dei combattenti, siano essi Troiani che Latini o Rutuli, è nelle capanne di Pallanteo, in ogni episodio, in ogni canto, in ogni verso del poema. E con l'anima di Roma vi è l'anima di Virgilio e la sua arte.

È  il poeta delle armi e degli eroi o è invece il pio e dolce cantore della pace campestre ove fiorisce l'idillio e ferve il fecondo lavoro dell'umanità? E' l'Italia -la terra dove il sole tramonta- è per lui la magna parens virum o la magna parens frugum? È Marte o è Cerere la divinità che più fortemente gli accende l'estro?  Ispirano la sua poesia gli accenti commossi del vomere lucente che squarcia la terra nera o la spada terribile che balena in pugno al guerriero coperto di ferro?

Virgilio è il poeta perfetto della nostra gente e della nostra terra di cui cantò, in versi che non muoiono, pascua, rura, duces, le opere di pace e le glorie di guerra, il lavoro assiduo e fecondo e le virtù eroiche. Ed anche il mare, il mare nostro cantò, quasi fosse consapevole, il vate nato venti secoli or sono, che l'avvenire della patria era sul mare che le prore troiane solcarono e su cui sofferse e lottò, anche contro gli dèi, colui che fu romanae stirpis origo.
Roma e l'impero romano stanno al vertice del pensiero di Virgilio e costituiscono il centro vitale del suo mondo poetico; ma di Roma e dell'impero egli non narra la secolare gloriosa storia: egli risale ai tempi favolosi dell'epopea; fonde con l'elemento fantastico lo storico e la realtà la trasforma in remoto vaticinio.

Realtà presente è la grandezza romana, è il potente impero d'Augusto, ma le origini lontanissime di questa realtà più che nella virtù degli uomini sono nella volontà del Fato. Roma è la regina del mondo perché così ha voluto la divinità, ed Enea non è l'eroe che lotta perché vuole raggiungere uno scopo, ma è lo strumento della inflessibile volontà del destino. A Venere, che piange per le sofferenze del figlio, Giove predice le gloriose sorti di Enea e dei suoi discendenti; mentre fumano le rovine di Troia nella notte tragica l'ombra di Creusa dice al figlio d'Anchise: «Esule andrai per il vasto mare verso la terra dell'occaso dove il lidio Tevere scorre tra i campi fecondi »; a Delo l'oracolo di Apollo risponde: antiquam exquirite matrem, l' Esperia della profezia di Cassandra; predice Celeno che i profughi fonderanno in Italia la loro città, e l'indovino Eleno accenna alla riva di un solitario fiume del Lazio che sarà la sede del futuro impero, e Giove, per il tramite di Mercurio, all'eroe troiano in Cartagine ordina di navigare. Ammonimenti e predizioni guidano Enea nel suo pellegrinaggio. Lui sa la volontà del Fato e, nei campi del pianto, all'ombra di Didone dice: «il volere degli dèi, che mi fa andare ora per la notte infernale, mi fece andare anche allora ».

Il destino di Roma, voluto nell'Olimpo, vaticinato in tutte le stazioni mediterranee delle peregrinazioni dell'eroe troiano, adombrato in parte nelle imprecazioni di Didone, è confermato nell'inferno. Qui la storia diventa dramma, la verità si sposa alla leggenda, la realtà rivive nella visione. E la visione è grandiosa. Roma è ancora lontana e passano nell'Eliso, davanti agli sguardi di Enea, gli eroi futuri da Silvio a Claudio Marcello. Più tardi, nello scudo di Enea, opera d'un dio, rivivrà Roma nella sua leggenda e nella sua storia, con i suoi riti e con i suoi grandi figli, Roma civile in armi contro l'Oriente barbaro, vittoriosa sul mare; e nel centro della figurazione di tutto questo mondo campeggerà la nave dell' impero illuminata e guidata dalla stella di Cesare.
Cantore delle armi e degli eroi Virgilio, ma anche poeta dei pascoli, dei campi e dell'umano lavoro.

Nella Georgica, che è l'epopea del lavoro umano, il teatro è la campagna dove la vita trascorre serena, e la dura fatica tempra la gioventù. L'eroe senza nome, grande nella sua umiltà, glorioso per la sua quotidiana fatica, è l'agricoltore che abbatte le selve ed affonda il vomere nella dura terra e spezza le zolle e sparge nel solco la semente e poi lieto falcia le mèssi; è l'agricoltore che educa le viti e pianta l'ulivo, cura gli armenti e costruisce gli alveari.
Nella Bucolica c'è ancora la campagna, la sua dolce terra mantovana, ricca di pascoli e copiosa di frutti, e gli eroi sono i pastori: Melibeo che lascia le pasture del paese natio, Coridone e Damone che fanno risuonare le selve di amorosi lamenti, Menalca, Damete e Mopso che cantano a gara al suono della zampogna, Sileno rievocante nella grotta favole di tempi lontani.
Tristezza di canti, malinconia di tramonti, quiete solenne di campi sono nella poesia bucolica e georgica di Virgilio, tutta piena di amore immenso per la terra, tutta pervasa da un senso di religiosità.
La natura vive nella poesia virgiliana e tutte le cose, le più piccole e le più grandi, ma tutte le cose buone, interessano e commuovono l'anima pia del poeta, il cui canto è preghiera, desiderio di pace, esaltazione della fatica umana.
Egli confessa di non esser nato per cantare le armi che insanguinano e distruggono, ma per cantare gli strumenti pacifici del lavoro e la divini gloria ruris.
La pace universale è il suo sogno e lui preconizza il ritorno dell'età dell'oro e il prossimo avvento della vergine Astrea.

Sembrano due poeti diversi di indole, due personalità distinte ed opposte l'autore dei poemi bucolici e georgici e quello del poema nazionale. Eppure il poeta è uno e non c'è dissidio sostanziale tra i vari momenti dell'opera poetica virgiliana.
Virgilio non ama la guerra anche se canta lo strepito delle battaglie, e la guerra non esalta considerata come fine a sé stessa. La guerra è una dura necessità degli uomini, è una fatale parentesi nella pace universale. Lo stesso Enea è pio, non è l'eroe assetato di sangue e bramoso di strage e spesso combatte contro sua voglia. Nella Georgica e nella Bucolica noi sentiamo il desiderio del mite poeta di vedere restaurato sulla terra il regno della giustizia, della pace e del lavoro e questo desiderio lo leggiamo chiaramente nell'ottavo libro dell' Eneide dove la patriarcale vita del Lazio antico è ritratta con acuta nostalgia ed è quasi il sogno costante dell'anima virgiliana.

Qui è tutto Virgilio, qui gli aspetti vari della sua anima e della sua arte si fondono mirabilmente, qui è la glorificazione più bella della terra nostra. Il religioso canto georgico si unisce al sonoro canto epico, alla pace della campagna fa riscontro lo strepito della battaglia, al muggito degli armenti pascolanti tra il Palatino e il Campidoglio risponde il martellare di Vulcano che appresta le armi di Enea; di faccia ad Evandro, il re patriarca, ma lontano nel tempo, sta Augusto, l'imperatore di Roma, e di fronte alle piccole e rozze biremi di Enea le potenti navi che trionfarono ad Azio.
Tutta la storia di Roma: ma Roma non c'è ; c' è Pallanteo, villaggio di pastori, l'urbe futura ; c'è il Lupercale scavato nella roccia, dedicato al culto di Pan, c'è la porta Carmentale, c' è il bosco dell'Argileto, il monte Tarpeio; e il Tevere scorre tranquillo fra le campagne, dimora di ninfe e di fauni, di Ausoni, di Sicani e di Arcadi, e il Campidoglio è folto di macchie e i passeri cinguettano sui tetti delle capanne, nelle valli e sui colli da dove le aquile spiccheranno l'ardito volo per le vie del mondo.
Virgilio giunge a Roma dal campicello di Andes, al poema epico attraverso il canto bucolico e georgico, alla visione del trionfo di Augusto, dalla soave visione delle campagne lombarde, latine e partenopee.

Per lui l'Italia è, sì, madre di eroi, ma è soprattutto madre di mèssi e di armenti, e se santa è l'arma di Enea che uccide Turno per dar pace alle genti latine, detestabile è la spada che devasta i campi e fa arrugginire la vanga.
La grandezza di Roma lo esalta e lo ispira, ma la pace, la laboriosità e la prosperità della patria sono il suo sogno. Il padre Enea soffre e lotta sul mare per conquistarsi un regno, lottano i suoi discendenti per la grandezza della stirpe, ma la vittoria di Cesare chiude un plurisecolare periodo di guerre ed apre un'era di pace, di giustizia e di lavoro.
È la grande vicenda di Roma che il poeta della gente latina fissò nel verso immortale, il destino della nostra stirpe, grande ieri, oggi, domani, in guerra e in pace, sul mare popolato di navi e sui campi biondeggianti di messi.

Fonti: 
APPIANO - BELL. CIV. 
CASSIO DIONE - STORIA ROMANA 
PLUTARCO - VITA DI BRUTO 
SVETONIO - VITE DEI CESARI 
SPINOSA - GIULIO CESARE
PAOLO GIUDICI - STORIA D'ITALIA 
UTET - CRONOLOGIA UNIVERSALE
IGNAZIO CAZZANIGA , 
STORIA DELLA LETTERATURA LATINA, 
Nuova Accademia Editrice, Milano 1962).
+ BIBLIOTECA DELL'AUTORE  

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