LETTERATURA
del SECOLO XIII

(Origini - dai "trovatori" alla "popolare" )


PRIMA PARTE
IL PENSIERO LATINO NEL MEDIOEVO - NUOVI ORIENTAMENTI DELLA VITA - LA CAVALLERIA - LA LETTERATURA FRANCESE E PROVENZALE - LE ORIGINI DEL VOLGARE - POESIA POPOLARE AMOROSA E RELIGIOSA - LA POESIA CAVALLERESCA E TROVADORICA IN ITALIA

nella SECONDA PARTE
LA "SCUOLA POETICA SICILIANA" - LA LIRICA TOSCANA PROVENZALEGGIANTE - LA POESIA ALLEGORICA, REALISTICA E SATIRICA - LA PROSA NEL SECOLO XIII
IL "DOLCE STIL NUOVO" - GUINIZZELLI, FRESCOBALDI, GIANNI ALFANI, LAPO GIANNI, CINO DA PISTOIA, GUIDO CAVALCANTI - LA POESIA GIOVANILE DI DANTE ALIGHIERI

 

IL PENSIERO LATINO NEL MEDIOEVO
NUOVI ORIENTAMENTI DELLA VITA - LA CAVALLERIA

Nel secolo XII scendeva in Italia, forse seguendo il Barbarossa, BERNARDO DI VENTADORN, l'avventuroso trovadore di Provenza, e il "canto d'amore fiorito" sulle sue labbra, sbocciava appassionato sotto il cielo sereno della penisola. E mentre la poesia trovadorica riempiva le città e i castelli con le sue note nuove ed armoniose, altre note, imitanti il suono delle trombe guerresche e il fragore cupo delle armi, erano lanciate, nelle province del Veneto, dai Cantatores Frangicenarum.

Dietro orizzonti lontani erano scomparse le soavissime note elegiache di Tibullo e Ovidi; verso lidi misteriosi s'erano dileguati i sospiri appassionati di Catullo e i sonanti carmi di Virgilio; all'apparire degli svelti trobadours e dei gravi jongleurs, che cantavano il languore delle castellane e i fendenti dei paladini, erano spariti per sempre gli aedi e i rapsodi che, nella terra sacra a Saturno, avevano cantate le lodi degli dei e le glorie degli eroi. La radiosa luce della poesia classica si era spenta.
Durante quasi tutto il Medioevo, dal tramonto dell'età augustea fin dopo il mille, essa, come anche il pensiero latino, era rimasta a rischiarare, in Italia e in parte dell'Europa, or con fasci luminosi, or con deboli guizzi, le tenebre.

Roma, benché vinta, aveva soggiogato, con il suo fascino, i vincitori e il pensiero latino, quasi alimentato dai ruderi attestanti la passata grandezza, era stato mantenuto vivo, con la lingua, dalle corti e dalla Chiesa, dal laicato e dal clero, nelle scuole e nei conventi, ed era sfato tramandato ai posteri dalle tradizioni popolari e dalle opere dei dotti.
Chi studia i libri degli scrittori dell'età di mezzo lo ritrova in Cassiodoro e in Boezio, nelle epistole e nei poemi sacri di Ennodio, in Gregorio Magno e in Fortunato Venanzio, nel Giovannicio e in Felice; nei grammatici, fioriti a Milano, a Benevento, a Salerno, a Pavia sotto gli Arichi e Liutprando, e nei lettori del Foro Traiano; in Eginardo e in Vitichindo, in Adamo di Brema e in Eccardo di Aura, in Giovanni Imonide e in Ilderico da Salerno, in Berengario e in Guglielmo Pugliese.
La poesia classica si era spenta, dopo di aver mostrato in lingua romanza, gli ultimi barlumi; dopo essersi abbellita, nell'agonia, dei miti di Orfeo e Euridice, di Piramo e Tisbe, di Pelope e di Tantalo; dopo aver fatto rivivere per un momento, tutti gli eroi del mondo pagano: Achille, Ettore, Priamo, Ulisse, Menelao, Paride, Enea, Alessandro, Cesare nel "Roman d' Enéas", nel "Roman de Troie" di Benoit de SainteMore, nel "Roman de Thèbes", nell'"Enfances Hector" e nei romanzi su Alessandro il Macedone di Albèric de Briancon, Lambert le Tort e Alegandre de Bernay.

Si riscontra anzi in questi stessi poemi la morte del mondo letterario pagano; infatti, il mondo antico non è descritto tale quale fu; esso era passato, con tutti i suoi costumi e tutti i suoi eroi, lungo la via delle leggende medievali e, ricco di aspetti e d'atteggiamenti diversi, acquistati durante il percorso, era giunto al secolo XII.
Appunto per ciò nei poemi suddetti si osservano stranezze strabilianti: le città rassomigliano in tutto e per tutto alle medievali, francesi sono i luoghi e i costumi; gli eroi antichi hanno perduto tutta la loro classica maestà e si sono trasformati in Paladini e in romanzeschi cavalieri erranti, che vanno per selve simili a quelle della Francia, fra popoli vestiti all'uso medievale, in paesi muniti di torri merlate e di ponti levatoi. Nelle loro battaglie c' è qualcosa che ci fa pensare alle giostre, le lotte corpo a corpo ci trasportano ai duelli tra cavaliere e cavaliere; le donne non sono più Elena, Andromaca, Didone, Lavinia; son donne della buona società medievale, che si lasciano baciare galantemente la mano. Della religione pagana non rimangono che i nomi; le istituzioni sono già cristiane e fanno un contrasto stridente con la materia dei romanzi. Vi si trovano chiostri e chiese; il clero è ben rappresentato; Calcante, nel "Roman de Troie", è diventato un vescovo; gli dèi hanno ceduto il posto alle fate ed alle streghe che fan da oracoli e da sibille, e manca nell'organismo di ciascuno di questi poemi il "fatum" che teneva le fila degli avvenimenti e caratterizza l'epica veramente classica. E per questo il viaggio e le lotte di Enea nel rifacimento di Benoit non riescono cosí importanti come nell'originale virgiliano e le figure degli eroi greci non campeggiano come nei poemi omerici e l'epica riesce qualcosa simile ad un poema eroicomico.

La poesia classica s'era dunque spenta e se, nelle letterature romanze, qualcuno degli antichi eroi di Atene e di Roma si trascinava ancora in vita, esso non era che un pallido fantasma, un tipo convenzionale della tradizione letteraria, barcollante in mezzo agli spiriti nuovi e alle nuove forme. La poesia classica era morta appunto perché morto era il mondo pagano e scomparsa del tutto l'antica vita.

Smembratosi l'impero, calati i barbari in Italia, finita la lotta sorda e lenta tra il paganesimo e il cristianesimo dalla quale s'era venuta formando una religione ibrida in cui il concetto evangelico era fortemente compenetrato di elementi pagani e mosaici, la vita, nel tenebroso Medioevo, aveva preso un aspetto e un indirizzo completamente diversi dagli antichi. La luce chiara e sfavillante della paganità si era mutata in un chiarore pallido e incerto, il culto della forma era scomparso ed era subentrato un culto tutto interiore, il culto dell'anima; il culto materialistico dell'antichità pagana aveva ceduto il posto al culto idealistico della società cristiana del Medioevo. Spento l'amore per la forma, era sorto e si era sviluppato l'ideale spirituale che aveva, dato il bando alle voluttà del senso e, distogliendo gli sguardi dalla contemplazione della bellezza terrena dalle linee procaci e voluttuose, li aveva orientati verso le azzurre regioni del Cielo.

Con il crollo delle deità pagane che rappresentavano i vari aspetti della natura, la vita aveva perso quella nota splendida di gaiezza, di realtà, di umanità; il firmamento, che prima era ingenua volta all'Olimpo, si era mutato in una cappa di piombo, appunto perché lassù era stato posto il mistero imperscrutabile della nuova religione. La vita era diventata un'aspirazione perenne verso gli spazi infiniti del cielo; s'era fatta monotona, grigia, contemplativa; e al cielo tendevano gli acuti pinnacoli dei campanili. Le valli e le pendici si erano popolate di conventi in cui l'umanità, nella privazione e nella contemplazione, si spiritualizzava; l'incubo, l'affanno, l'ansia, la paura dell'al di là avevano fugato l'olimpica serenità romana e, morti gli eroi e le divinità, la fantasia aveva creato figure cupe e terribili di demoni, di streghe, di maghi con cui aveva riempito tutto il mondo.

La grandezza dei Cesari non era più che un lontano ricordo: ora esistevano il papato e l'impero, il successore di Pietro e il successore di Augusto; e, fino al giorno che entrambi non divennero due grandi antagonisti nella grande scena politica d'Europa, quegli era il protettore morale di questo e questi il braccio forte di quello. E all'ombra immensa di questi due poteri sovrani erano sorte due importanti istituzioni: quella del feudalismo e quella della cavalleria che dovevano improntare con i1 loro spirito le nascenti letterature delle nazioni neolatine.

L'ideale cavalleresco s'era visto fondersi fortemente con l'ideale religioso, e nelle lotte secolari tra la Croce e la Mezzaluna, che culminarono in Oriente con le crociate e in Occidente con le guerre tra i Cristiani e i Mori di Spagna, ancor più salda si fece questa fusione, da cui nacque quell'ardore di fede e di entusiasmo unico nella storia. A1 contatto dei popoli orientali si schiudeva allora all'Europa un mondo nuovo, pieno di meraviglie ignorate, di splendori sconosciuti, di bellezze strane e superbe, e con i guerrieri, reduci dalle battaglie combattute in Asia per la fede, varcavano il mare i profumi acuti, i fulgori vivissimi, gli usi esotici, le leggende fantastiche di quel mondo, che andavano ad arricchire e a trasformare la vita interiore ed esteriore dell'Occidente, caratterizzata da tre grandi sentimenti: la fede, l'onore e l'amore. Questi tre sentimenti erano, infatti, il fulcro intorno cui s'aggirava l'ideale cavalleresco e il cavaliere abbandonava le torri avite del suo castello e cavalcava verso l'ignoto, alla ventura, in cerca di pericoli, con la Croce che gli pendeva dal collo, per l'onore del suo nome e per l'amore della sua donna.

Questa, nell'atmosfera spirituale del Medioevo, per il culto della Vergine e l'influsso dei costumi germanici, aveva cessato di essere uno strumento di piacere e da schiava s'era mutata, nel corso dei secoli, in signora, regnando in quell'aura di dolce e poetica idealità in cui era stata innalzata. E cosí la vita si era venuta orientando verso due religioni purissime, quella dell'anima e quella del cuore, s'era illuminata e riscaldata della luce e del fuoco di due fedi, quella del Cielo e quella dell'amore; della prima era ministro il clero, della seconda la cavalleria.

Per opera di queste due religioni la vita s'era ingentilita; alla ruvidità guerresca era succeduta la galanteria; con l'ingentilirsi del cuore si erano svegliate le menti; le tenebre si erano cominciate a diradare e la cultura, prima monopolio del clero, passata, poi, alla cavalleria, era ora venuta anche in dominio della borghesia. Erano i primi albori del rinnovamento politico e intellettuale; la Chiesa perdeva a poco a poco la sua autorità e, nei nuovi idiomi romanzi, come nel gaio latino degli ultimi goliardi, accanto alla poesia d'amore e alle laudi religiose, fioriva sfrontata e insolente la satira contro il clero.
Era questo il mondo nuovo, era questa la vita nuova quando dai fioriti verzieri di Provenza, nella dolce lingua d'oc, s'alzava la canzone dei trovadori e verso il cielo di Francia, nella robusta favella dell'oui, si levava il canto sonante dei troveri e il ghigno dei "fabliaux".

LA LETTERATURA DI FRANCIA E DI PROVENZA
POESIA POPOLARE AMOROSA E RELIGIOSA
LA POESIA CAVALLERESCA E TROVADORICA IN ITALIA

La materia tutta della letteratura occitanica delle origini rispecchia fedelmente questa vita, questo mondo in cui - come dice il Bartoli - "tutto prende un colorito fantastico. Gli uomini dell'antichità come i contemporanei, se appena si sollevino dal livello comune, hanno subito la loro leggenda, la loro storia poetica, che la tradizione ingrandisce, abbellisce, trasforma, e dove si abbracciano fraternamente gli anacronismi più grossolani e le più strane invenzioni".

La materia delle letterature francese e provenzale si aggira intorno alla cavalleria; da Carlomagno in poi, nella Francia settentrionale, è tutta una fioritura rigogliosa di leggende e di saghe intorno ad eroi, le quali, ridotte in "lais" e in canzoni, sono cantate dai troveri. Sono le imprese guerresche di Carlo e dei suoi paladini, sono le meravigliose avventure dei cavalieri della Tavola Rotonda raggruppati intorno alla leggendaria figura di Re Arturo; sono le gesta dei cavalieri normanni e le rievocazioni degli eroi classici, di cui abbiamo parlato, che formano l'oggetto dell'epopea romanzesca di Francia. I vari cicli, il carolingio, il brettone, il normanno, il classico, s'incontrano, si raggruppano, si fondono insieme portando l'uno all'altro le caratteristiche del proprio spirito e formando un organismo variamente stupendo. Nel ciclo carolingio il protagonista ideale è il grande imperatore, ma l'eroe vero è Rolando; il ciclo è grave e severo, intriso tutto di sentimento religioso e rappresenta l'epopea vibrante delle lotte tra la Cristianità e gl'infedeli.

"La Chanson de Roland", che narra l'epica battaglia di Roncisvalle e la morte eroica del maggior paladino, è il monumento più antico e più grande; altri poemi romanzeschi narrano le avventure di Carlo e dei suoi paladini: "Berte an grans pies" di ADENEZ LE ROY, "Flor et Btanchefleur", Huon de Bordeaux, Doolin de Mayence, Ogier le Danois, Fierabras e il Roman de Lohérains".
Del ciclo normanno il poema più antico e più celebre è il "Brut d'Angleterre" di ROBERTO WACE, autore anche del "Roman de Rou" e "des Ducs de Normandie"; il più popolare è "Robert le Diable".
Del cielo brettone la figura più grandiosa è quella del Re Arturo di Bretagna e intorno a lui si aggirano gli ardimentosi cavalieri, che girovaghi per il mondo in cerca di avventure e d'amore, ciclo fatto di meraviglie e di stranezze, ricco di paesaggi stupendi e di imprese portentose, d'incantesimi e di sogni, di bellezza e di mistero, ciclo in cui sono immortalate le gesta di Lancillotto e gl'incanti di Merlino, gli avventurosi viaggi di Perceval e gli eterni amori di Tristano ed Isotta; materia questa quanto altra mai vaga e bella, dalla quale nacquero la "Queste du Graal" di ROBERTO di BORON, il "Lancelot" di GUALTIERO MAP, il "Merlin", il "Percevat", il "Chevalier au Lyon", l'"Erec", il "Cligès", e il "Lancelot du lac" di CRISTIANO di TROYES.

Ma non è solo lo spirito cavalleresco che informa la letteratura dell'antica Francia; quando l'ideale della cavalleria comincia ad affievolirsi e ad impallidire sorgono i favolisti, sorge la satira e i componimenti didattico-allegorici; dilagano i beffardi "fabliaux", nasce il "Roman de Renart" (il romanzo della Volpe) spunta il "Roman de la Rose" " où Part d'amor est tote enclose". Sono i segni palesi dello spirito e della società francese che si rinnova e in questo mutamento risuonano come dolcissime voci di un mondo che muore i soavi canti di Maria di Francia, che ci trasportano, con l'essenza del loro profumo appassionato, alla soave terra di Provenza, ove l'ideale cavalleresco aveva fatto nascere e sviluppare un altro genere di poesia non meno bello e suggestivo.
La poesia trovadorica nasce dal medesimo spirito cavalleresco che informa i poemi del ciclo brettone; l'arte di questi però è oggettiva, mentre l'arte di quella è essenzialmente soggettiva e si esplica meravigliosamente nei "sirventesi", nelle "tenzoni", nelle "canzoni" e nelle "albe". Nei primi è il canto robusto che magnifica le imprese dei principi e degli imperatori o la satira mordace che sferza i signori e sale fino ai troni e alla curia pontificia; nelle tenzoni sono i problemi sottili, la cui soluzione era l'oggetto delle famose "corti d'amore"; nelle canzoni è l'avventura e l'amore, l'eterno amore che sboccia fra il verde della divina Provenza e manda i suoi profumi acuti, per l'aria pura, al cielo sereno e radioso, e riscalda i cuori e sparge in ogni luogo, a ondate soavissime, come un'atmosfera di sogno. La lirica amorosa dei trovadori non è l'espressione sincera di sentimenti individuali, ma è l'espressione comune dello spirito e del sentimento cavalleresco della società del tempo; di individuale, in essa, non esiste che la forma intrinseca; il contenuto poetico è il prodotto della moda cavalleresca che ha educato i cuori e le menti col convenzionalismo raffinato dei suoi codici. Da tutto ciò risulta una monotona uniformità di forma e di pensiero, un'arte in cui, sotto la leggiadria della favella e la squisita grazia degli atteggiamenti poetici, non palpita un cuore, non si trova l'ansia vera di un'anima, non si scorge quasi nulla d'umano. L'amore è un'etichetta e la donna una figura che ha perso le linee voluttuose della persona e si è quasi spiritualizzata e mutata in un'impalpabile figura angelica.

Qualcosa di vero e d'umano troviamo invece nelle albe soavi, canti di risveglio composti quasi per avvertire il cavaliere che l'aurora di rosa imporpora il cielo ed è tempo oramai di svincolarsi dall'amplesso appassionato della dama con cui egli ha trascorso la notte, di darle l'ultimo bacio e di allontanarsi furtivamente dal castello. Nelle albe non più il convenzionalismo imposto dalla moda, quella vaporosità di figure e di sentimenti avvertita dianzi; qui è la vita vera, c' è la natura viva, si sente, nei baci, nei sospiri, nelle parole, la passione della donna e dell'uomo, che inviano il loro pianto all'alba, che tronca troppo presto le loro ebbrezze.
Ma la vera poesia provenzale più che dai canti è costituita dalla vita stessa dei trovadori, vita di avventure e di amori, di gioie e di pianti, materia essa medesima d'alta e nobile poesia, con l'incanto dei castelli turriti, la pensosa bellezza delle castellane, le audacie dei cavalieri. Tra i trovadori troviamo i baroni più famosi di Provenza, i conti di Tolosa, i duchi di Aquitania, i principi di Orange, i conti di Foig; troviamo Guglielmo conte di Poitiers, crociato, poeta ed amante; Bernardo di Ventadorn che rapisce il cuore della viscontessa di Ventadorn, di Giovanna d' Este e di Eleonora di Poitiers; Jaufrè Rudel che s'innamora, per fama, della contessa di Tripoli, veleggia sul mare diretto ai lidi orientali e spira nelle braccia di una sconosciuta; troviamo Pier Vidal, Pietro d'Alvernia, Bertran del Bornio, Raimondo di Tolosa, Arnaldo Daniel, Rambaud de Vagneiras "figure - come dice il Bartoli - dal profilo ardito o malinconico, re, servi, paggi, baroni, consiglieri di principi, guerrieri arditi, giovani avventurosi, che chiedono tutti l'ispirazione e la felicità all'amore".

Mentre la letteratura occitanica era nel suo splendore, in Italia si continuava a scrivere in latino, in quel latino che da quasi quattro secoli, e forse più, nessuno più parlava nella penisola. E la ragione c'era. Roma, come abbiamo detto, benché non era più quella di una volta, esercitava un fascino irresistibile col suo nome e la memoria del suo passato glorioso; il pensiero latino non s'era spento attraverso i secoli del Medioevo e gli Italiani, quasi per consolarsi nella miseria in cui erano piombati, si tenevano tenacemente aggrappati alla tradizione romana, l'unico vanto di cui negli infelici tempi che volgevano potessero far pompa. Per loro, l'idioma latino era un sacro retaggio, forse il solo che rimanesse del gran patrimonio scomparso nella notte della storia e ci tenevano a rivestirne il loro pensiero, quantunque esso non fosse che un pallido fantasma, direi quasi una parodia di quello già fiorito in bocca a Cesare, a Cicerone e a Virgilio.

Questa ostinata persistenza del latino fece sí che in Francia e in Provenza, assai prima che in Italia, sorgesse e si sviluppasse la letteratura e fu causa alla, nostra, nel suo sorgere, di una mancanza assoluta di originalità. Pur essendo stata la nostra terra teatro d'immani lotte e d'importantissimi avvenimenti storici, mancò a noi quella fioritura di leggende che formano l'epica di un popolo. Le scarse leggende intorno a Desiderio e i suoi ultimi Longobardi, ad Attila ecc. furono strozzate sul nascere, e mentre in Francia il popolo si commuoveva al racconto della morte di Orlando e delle gesta dei paladini e al canto delle canzoni epiche si andava formando il carattere e la coscienza nazionale, in Italia si riesumavano le decrepite figure di Enea e di Scipione e si componevano storie, cronache e scheletri informi di poemi in quella lingua che la tradizione imponeva, la Chiesa perpetuava e le scuole insegnavano.

Ma già il latino agonizzava; negli scritti stessi ecclesiastici e giudiziari era compenetrato dal volgare, da quella lingua, o, per meglio dire, da quei dialetti che si parlavano e che erano derivati dal "sermo rusticus" corrottosi al contatto degli idiomi barbari. Di questa compenetrazione abbiamo esempi in atti del VII secolo, in un documento cassinense del IX secolo e in una carta sarda; ma questi dialetti volgari non sono usati come espressione letteraria; si tenta, è vero, di usarli in un'iscrizione del Duomo di Ferrara del 1355, in un canto giullaresco del 1197, nel famoso "Ritmo cassinese" del secolo XIII, in qualche strofe di una poesia di RAMBAUT de VAQUEIRAS del secolo medesimo; ma tutto ciò non è ancora lingua letteraria e non è arte, come non sono lingua né arte i tentativi poetici, o meglio, ritmici dell'Italia settentrionale, i due poemetti "De Jerusalem celesti" e "De Babilonia infernali" di FRA GIACOMINO da VERONA, il poemetto su la "Passione e la Resurrezione" d'ignoto autore veronese, i versi del PATECCHIO "De Taediis" e sui proverbi di Salomone; gli ammaestramenti morali e religiosi di UGUCCIONE da LODI, la "Istoria" di PIETRO da BARSEGAPÈ, le leggende religiose, i contrasti morali e le cinquanta cortesie della tavola di FRA BONVESIN da RIVA ed altri contrasti e laude in dialetto bolognese, modenese e genovese.

Per trovare qualcosa di artistico, anche se ancora in dialetto, dobbiamo portarci nell'Italia meridionale e nella centrale ad ascoltare i versi della poesia popolare amorosa e religiosa, e sentire in essa accenti veraci ed originali. Della poesia popolare amorosa del mezzogiorno della penisola non ci rimane gran copia di monumenti; ma essa dovette fiorire rigogliosa, piena di passione e impregnata di realismo e spontaneità, benché, qualche volta, con reminiscenze francesi, fra quel popolo caldo e vivace. Ed è poesia in cui non si riscontra niente di quel manierismo, di quell'artificio, di quei sentimenti stereotipati che, calati dalla Francia, informeranno più tardi l'arte della scuola siculoprovenzaleggiante. Qui è il popolo che parla, il popolo non viziato da alcun influsso che esprime, col linguaggio naturale del cuore, i propri sentimenti e nulla cela e tutto dice con quella sincerità propria dell'anima popolare; è il popolo che, commosso dal tripudio della natura, canta la primavera e le feste del maggio ridente di raggi e di fiori, canta e ricanta nei suoi strambotti i suoi desideri, le sue speranze, le sue ansie; è l'innamorato che invia, col canto, tutta l'anima alla fanciulla del suo cuore e del suo pensiero; è la donna nel fiore dell'età che si lagna acerbamente con la sorte la quale l'ha legata per sempre ad un marito canuto, o piange per l'abbandono del suo garzone volato ad altri amori, o per la partenza dello sposo che si reca ai campi di battaglia. Questa poesia è il grido sincero dell'anima popolare che si fa ora gaio, ora doloroso, ora disperato, sovente satirico; la natura tutta vive in questi canti di poeti oscuri in tutta la sua crudezza, spoglia di veli e di finzioni, nelle "albe", negli strambotti e nei contrasti, tra cui è famoso quello di Cielo dal Camo, composto sotto il regno di Federico II di Svevia:

Rosa fresca aulentissima ch'appari 'nver la state
Le donne te desiano pulzelle e maritate.

Né meno spontanea e sincera è la poesia religiosa, nata e fiorita nella verde Umbria, quella regione serena e meravigliosa dove debbono ricercarsi le origini prime delle sacre rappresentazioni. La lirica religiosa in Italia nacque col Cristianesimo e "cantò - dice il Bertoni - pianse e sperò nei ritmi della plebe, ben diversi, col loro succedersi d'accento e di rime, dai metri dell'aurea latinità. Raccolse l'estremo palpito del martire come trasvolò sul capo della prima vergine convertita, scese nei freddi e oscuri anditi della catacombe, come si effuse più tardi nelle pompose cerimonie, e diede infine all'umanità e alla letteratura alcuni canti sublimi, quale l'inno di un ignoto fedele condannato alla crocifissione, o lasciò poesie grandiose e dolorose d'infinita pietà, come lo "Stabat mater" di JACOPONE da TODI. Dapprima in latino, poi in volgare; codesta lirica fu l'interprete dei tumulti, degli sconforti, dei dolori e dei fantasmi, della vita interiore, da quando risuonò sulle bocche dei martiri fino a quando echeggiò fra le schiere dei disciplinati, per finire in parte tra le compagnie degli sconfitti e in parte evolversi e diventare elemento costitutivo della sacra rappresentazione".

Con la comparsa di S. Francesco il misticismo s' intensifica e la religione par che ritorni a quell'umile semplicità delle sue origini. La figura del Santo (1081-1226) giganteggia solenne e riempie di sé l'Italia centrale. Il suo corpo, castigato dai digiuni e dalle penitenze, acquista una magrezza austera e quasi quasi scompare, e la sua figura ci appare come un tenuissimo velo dello spirito, ci appare tutta anima e manda una vivissima luminosità; luce fatta di religione e poesia che offusca ogni altra. La religione del Santo è materiata di poesia e questa è vivificata dalla religione; l'una è compenetrata dall'altra ed entrambe assumono un aspetto meraviglioso ed emanano un profumo soavissimo. La parola di S. Francesco si spande come un canto d'altri mondi e predica la fede pura, l'oblio della carne, l'abbandono dei beni, l'umiltà; lui è un giullare nuovo, è il giullare di Dio, la cui dama è la Povertà, i cui compagni di fede sono i paladini, egli è un nuovo trovadore e cavaliere che inizia la cavalleria mistica, la cavalleria della fede e della pietà ed è tutto pieno d'amore per la sua natura, creazione di Dio, per le creature tutte, cui rivolge commosso e ispirato il dolcissimo sermone, fra cui si compiace vivere, con cui ama innalzare al cielo la preghiera e la lode:
Altissimo, onnipotente bon Signore,
Tue son le laude, la gloria e l'onore et omne benedietione".

E' il "Cantico del Sole", una prosa ritmica nella forma, ma una vera ed alta poesia nella sostanza, in cui il Santo poeta, nella febbre della fede, loda Iddio per l'opera immensa e sublime della creazione, per tutte le sue creature che chiama sorelle, per il sole, per la luna, per le stelle "clarite et pretiose et belle", per il vento, per l'aria e le nubi e il sereno, per l'acqua, "pel fuoco, per soro nostra matre terra, - la quale ne sostenta e governa", per tutti coloro che perdonano nell'amore divino e per "sora nostra morte corporale".
La soave serenità della poesia mistica di S. Francesco di Assisi si trasforma e si muta in ebbrezza folle e scomposta, in delirio, nella poesia di JACOPONE da TODI. Già i tempi sono mutati; un vento di follia mistica, spirato dall'Umbria, si abbatte violento per le regioni d' Italia con l"'Alleluia" e i moti dei "Flagellanti". RANIERI FASANI, esaltato dal fanatismo religioso, predica, si formano corporazioni; i "Disciplinati" iniziano le loro processioni (1258), flagellandosi e innalzando laude. E' un fatto patologico importantissimo, il cui esponente artistico è il canzoniere di Jacopone. Egli è il seguace di S. Francesco d'Assisi e, come il Santo, ha la sua leggenda. La sua conversione alla vita ascetica è dovuta al miracolo; è il cilicio trovato infisso nelle candide carni della bella e pia moglie, morta durante una danza, che gli fa abbandonare la vita allegra e gaudente e lo fa dedicare completamente a Dio. Nell'umile frate di Todi la religione diviene fanatismo, la pietà passione; le meditazioni ascetiche lo esaltano e il suo misticismo si risolve in febbre, in delirio, ispirandogli canti.


"Sono i canti - per dirla col De Sanctis - di un Santo, animato dal divino amore. Non sa di provenzali, o di trovatori, o di codici d'amore: questo mondo gli è ignoto. E non cura arte, e non cerca pregio di lingua e di stile, anzi affetta parlare con quello stesso piacere con che i Santi vestivano vesti di povero. Una cosa vuole, dare sfogo ad un'anima traboccante di affetto, esaltata dal sentimento religioso. Ignora anche teologia e filosofia, e non ha niente di scolastico".
La poesia di Jacopone è un frutto spontaneo del suo sentimento; non ha pretese d'arte, ma, a volte, quando il suo cuore è tranquillo e la sua mente è serena, quando l'esaltazione non lo conturba, escono dalle sue labbra canti delicatissimi, soavi nel loro motivo popolare. Così la poesia alla Madonna è un quadretto stupendo e il poeta, con verità e con affetto, sorprende meravigliosamente la Vergine in atto di allattare e di cullare il Divino Figliuolo e ce la descrive in un modo così evidente e semplice che innamora.
Altrove Jacopone ha accenti che commuovono, come quando, ad esempio, dice alla Vergine,
Ricevi, donna, nel tuo grembo bello
Le mie lagrime amare.
Tu sai che ti son prossimo e fratello,
E tu noi puoi negare.

Però questi intervalli di lucidezza, e di serenità sono rari al cuore e alla mente del povero frate e questi accenti dolcissimi non formano la caratteristica della sua poesia. Jacopone è sempre un esaltato; l'amore divino gli sconvolge la mente, gli mette nel cuore un tumulto immenso; il poeta vuole spogliarsi della sua umanità, ma non riesce a spiritualizzarsi; il mondo lo vede così com'è; le sue stesse passioni sembrano passioni ispirate dalle gioie terrene; eppure egli macera il suo corpo e disdegna di coltivar l'intelletto; raccomanda la sua fama "ad somier che va ranghiando" e promette "perdonanza più d'un anno" a chi lo ingiuria; egli vuole essere umile, povero; egli aspira alla vita dello spirito, ai godimenti ultraterreni, desiderando per sé i mali più terribili.
Jacopone prega e la sua preghiera è un uragano; sospira, si contorce, delira nell'impeto irresistibile della passione che lo sconvolge, poi è assorbito tutto da visioni, da allucinazioni e allora il suo accento ha qualcosa di profetico, di cupo, che impressiona, come quando egli rappresenta la fine del mondo e il giudizio universale:
Tutti li, monti saranno abbassati,
E l'aire stretto e i venti conturbati,
E il mare muggirà da tutti i lati.
Con l'acque lor staran fermi adunati
I fiumi -ad aspettare.

Quest'ultimo verso è una pennellata magistrale che dà tutta la forza di rappresentazione al quadro. E' uno di quei tocchi meravigliosi che danno alla poesia di Jacopone una suprema bellezza, un vigore insolito, l'effetto artistico dell'intensità della visione; l'intensità della passione produce nel frate altri effetti non meno artistici. Cosí nel grido immenso d'amore, il delirio, da cui il poeta è agitato, si risolve in una linea potente di affetto, fatta di ripetizioni bellissime che terminano in un verso sublime il quale è come la sintesi di tutti i desideri di Jacopone:
"Amore amor penar tanto mi fai,
Amore amore nol posso patire,
Amore amore tanto mi ti dai,
Amore amore ben credo morire;
Amore amore tanto preso m' hai,
Amore amore fammi en te transire,
Amor dolce languire,
Amor mio desioso,
Amor mio delettoso,
Anegami en amore ...."

In questi versi, pieni di quella musicalità propria dei motivi popolari, si nota la foga della passione che erompe, cresce, straripa, e, giunta al suo più alto grado d'intensità nel quinto verso, s' illanguidisce nella molle soavità degli ultimi quattro versi, col felice trapasso dell'endecasillabo nel settenario, fino a morire nel sublime "anegami en amore" che è come un supremo anelito.
Ma Jacopone non è un asceta che vive lontano dal mondo tutto intento nelle sue meditazioni e nelle penitenze; c' è anche in lui qualcosa che ci fa presentire il Savonarola; c' è il Santo che si scaglia con veemenza, a viso aperto, con parole franche, senza paura, contro gli stessi capi della Chiesa e ammonisce aspramente Celestino V, e scrive in versi una tremenda requisitoria contro Bonifacio VIII
Non trovo che ricordi
Papa nullo passato
Che in tanta vanagloria
Si sia delectato
.

Sono i soli accenti originali della nostra letteratura delle origini questi canti amorosi e religiosi; quasi tutto il resto è imitazione di ciò che ci viene dalla Francia e dalla Provenza. Dalla Francia, con le Crociate e coni Normanni, le leggende eroico-cavalleresche avevano già molto tempo prima invasa l'Italia; come in Lombardia e in Veneto, a causa della loro vicinanza che risentono l'influenza francese. I trovadori - come abbiamo detto - allietano con i loro racconti le corti e il popolo; la lingua d'"oui" è compresa, è diffusa, è quasi parlata dalle regioni dell'Italia settentrionale; i nostri dialetti del nord hanno molta affinità con essa e ciò influisce molto allo svilupparsi della letteratura cavalleresca francese nel Lombardo-Veneto. Oltre a ciò il francese è la lingua letteraria della poesia cavalleresca così come il provenzale è quella della poesia trovadorica; e noi vediamo che, in Italia, BRUNETTO LATINI scrive in francese il suo "Tresor"; sul finire del secolo XIII RUSTICHELLO da Pisa scrive nella medesima lingua la sua goffa e lunga compilazione dei romanzi della Tavola Rotonda e, nel 1298, in una prigione di Genova, verga in francese il Milione che MARCO POLO, anche lui prigioniero, gli detta.

I cicli cavallereschi, passati in Italia, si ampliano e si trasformano, si mescolano con le scarse leggende di origine italiana. Gli scrittori nostri che trattano questa materia sentono il bisogno di mettere qualcosa che riguardi la loro patria, e così Desiderio ha molta parte nelle imprese di Carlo; Berta e Milone, scacciati dall'imperatore si rifugiano in Italia, in Italia nasce Orlando e compie le sue prime imprese; per di più è divenuto un senatore romano ed ha ricevuto dal Papa un esercito di ventimila uomini.
Trapiantatesi nell'Italia settentrionale, queste leggende dei cicli d'oltr'Alpe diedero origine ad una fioritura di poemi cavallereschi ed allegorici e satirici ("le Storie di Raimondo ed Isengrino") che furono comunemente designati col titolo di letteratura franco-veneta. Questi poemi, alcuni in parte, sono copie di originali francesi, come l'"Aspremont", l'"Aliscaris", e il "Gui de Nanteuil"; altri - come dice il Gaspare - non sono "semplici traslazioni di poemi francesi; ma sono o trasformazioni che hanno il loro fondamento nella tradizione orale, soltanto, dell'originale, o realmente addizioni o nuove invenzioni", come la celebre compilazione che si trova nel Ms. XIII della Marciana, che contiene il "Bueve de Hantone" intramezzato dalla storia di Berta "de li gran piè", il "Kardeto", "Milone e Berta", "Orlandino", "Ogier" e "Macabre" dovuti forse alla penna di un solo scrittore, e in cui il francese che ne forma il fondo linguistico è fortemente italianizzato; altri ancora scritti in un francese che mostra l'influenza dei dialetti italiani, sono di pura invenzione italiana come "l'Entré de Spagne", "la Prise de Pampelune" e il "Roman d' Hector" o d' "Hercules".

Nell' Italia settentrionale la letteratura cavalleresca franco veneta non ebbe breve vita ed ora in dialetto veneziano contaminato di parole o desinenze galliche, come nel "Buovo d'Antona" e nell'"Ugo d'Alvergna", ora in barbaro francese, come nell'"Anita" di NICCOLÒ da CASOLA, si prolungò fino al '400, verso il quale anno fu scritto da RAFFAELE MARMORA l'"Aquiton de Bavière". Ma già, allora, il poema cavalleresco era passato in Toscana e la materia cavalleresca che appassionava il popolo riempiva di sé la letteratura italiana e preparava i capolavori del BOIARDO e dell' ARIOSTO.
Prima ancora della poesia cavalleresca francese era venuta nell'Italia del Nord la poesia trovadorica. Le comunicazioni tra la penisola e la Provenza erano facili; e le numerose corti allettavano col loro sfarzo e con la loro munificenza i trovadori avidi di avventure e di glorie, ansanti di peregrinare di città in città, di castello in castello. E così, fin dal secolo XI, la musa dolce di Provenza fa sentire i suoi canti soavi al di qua delle Alpi. Dapprima è qualche trovadore, poi sono parecchi, poi molti e infine, quando la terra ridente della poesia è devastata dalla furia sanguinaria della crociata bandita contro gli Albigesi, è una vera invasione di poeti che lasciano dietro di sé la patria e cercano tra noi asilo e libertà.

Nelle corti di Monferrato, di Savoia, dei Del Carretto, dei Malaspina, degli Estensi, dei Da Romano essi trovano accoglienze festose ed ospitalità munifica. Alla corte dei Monferrato, attirati dalla cortesia di Bonifacio I, convengono i poeti erranti della Provenza e noi vi troviamo PIERRE VIDAL reduce dalla Spagna, da Cipro e da Costantinopoli; FALQUET DE ROMAN, ELIAS CAIREL, GAUCELM FAIDIT, AIMERIC de PEGUILHAN; vi troviamo RAMBALDO di VAQUEIRAS, divenuto amico inseparabile del principe ed amante della principessa Beatrice che sotto il nome di "Bel Cavaliere" magnifica in versi smaglianti nel suo celebre "Carroccio". Bella figura di poeta e di cavaliere, che fa dell'arte e dell'amore la sua religione, della bellissima donna il suo idolo, che tiene in non considerazione la sua vita e muore accanto al suo amico e signore in Palestina, inviando l'ultimo suo canto alla memoria dell'amata che dorme l'ultimo sonno sotto il cielo sereno d' Italia. Nella corte di Savoia dimorano RAIMON di TOLOSA ed UGO di SAIN CIRE; PALAIS e FALQUET in quella di Otto del Carretto; ALBERTET DE SISTERON, AIMERIC DE PEGUILHAN ed altri in quella dei Malaspina. Aimeric fu anche nella corte degli Estensi ed ammirò e magnificò in versi la bellezza della figlia di Azzo VI e nella medesima corte brillarono pure PEIRE WILLEMS e GUILHEM RAIMON.

Tutti questi poeti scesi in Italia s'interessano alla vita politica della penisola e, sovente, i loro canti sono pieni di allusioni alle glorie e alle miserie nostre; sovente, oltre che alla bellezza delle dame, dedicano le loro canzoni al valore dei loro signori. Fra i principi italiani che sono oggetto della poesia trovadorica, campeggia la superba figura di Federico II, del grande imperatore; campeggia, nei canti di FALQUET de IDOMAN, di AIMERIC de PEGUILHAN, di Gui-
lhem Figueira, di Peire Bremon, di Guilhem Augier, di Joan d'Albasson, di GUILHEM de LUSERNA e campeggerà ancora nei versi di molti trovadori italiani, scritti nella dolce lingua d'oil o che nell'Italia settentrionale era considerata come la lingua ufficiale della poesia nuova. In lingua provenzale e con perizia meravigliosa cantano MANFREDI II LANCIA, ALBERTO MALASPINA, PIETRO de la CAVARANA, il conte UMBERTO di BIANDRATE, il bolognese RAMBERTINO BUVALELLI, SORDELLO di GOITO, il famoso Sordello, immortalato da Dante.

Figura interessante questa di Sordello che sciupa la sua giovinezza fra i bagordi, che si azzuffa a colpi di fiaschi, in una bettola di Firenze, con alcuni giullari provenzali, che offre i suoi servigi a Ricciardo di S. Bonifacio signore di Verona, che ama Cunizza sorella di Ezzelino da Romano, sposa di Ricciardo, quella Cunizza da lui rapita al marito e accompagnata alla casa del fratello; di Sordello, che vagabonda per la Spagna, per la Provenza, per il Portogallo e finisce alla corte di Carlo d'Angiò e compone un trattato di morale cavalleresca, "Insegnamento d'onore", e il celebre sirventese in morte di Blacas, il barone senza macchia e senza paura.

I poeti italiani che cantarono in lingua occitanica, ora si moltiplicano. Ne abbiamo in Genova una schiera numerosa. LANFRANCO CIGALA, l'amante cortese di Berlenda Cibo, la cui poesia tutta armonia, semplicità e gentilezza passa, con accenti bellissimi di sincerità, dal realismo all'idealismo; LUEDETTO GUTTILUSIO, SCOTTO SCOTTI, LUCA GRIMALDI, GIACOMO GRILLO, SIMONE DORIA, BONIFACIO CALVO, autore della famosa rampogna in rime rivolta ai suoi genovesi; PERCIVALLE DORIA che magnifica, in un sirventese, la bionda figura di Manfredi di Svevia; CALEGA PANZANO che accompagna col suo canto gagliardo Corradino in viaggio verso Napoli, ed altri ancora, fra cui BARTOLOMEO ZORZI, veneziano, uno dei migliori trovadori italiani la cui poesia, un po' rude, è piena di sentimento e di originalità, di ispirazione e di amor di patria, soffusa tutta di un dolce pessimismo che innamora. Il gusto provenzale allarga, con la favella, i confini e dal nord scende nell'Italia centrale, nella Toscana, ove troviamo TERRAMAGNINO da PISA, PAOLO LANFRANCHI da Pistoia e DANTE da MAIANO; e forse forse - quantunque non ci rimangano prove - la lingua gentile di Provenza doveva essere usata da qualche poeta anche in Sicilia, alla corte di Federico II ove già, in volgare italiano, la musa cortigiana levava in alto la sua voce, che è come un eco fedele della poesie provenzale.


SECONDA PARTE

LA "SCUOLA POETICA SICILIANA" - LA LIRICA TOSCANA PROVENZALEGGIANTE - LA POESIA ALLEGORICA, REALISTICA E SATIRICA - LA PROSA NEL SECOLO XIII
IL "DOLCE STIL NUOVO" - GUINIZZELLI, FRESCOBALDI, GIANNI ALFANI, LAPO GIANNI, CINO DA PISTOIA, GUIDO CAVALCANTI - LA POESIA GIOVANILE DI DANTE ALIGHIERI

Maggior fascino delle corti di Monferrato, di Savoia, degli Estensi e dei Malaspina dovette, certo, esercitare sui trovadori provenzali la corte di Federico II. L'isola sempre verde, la perla del Mediterraneo, era là, adagiata mollemente su tre mari, come un giardino incantato verso cui tendevano le avidità dei mercanti e gli sguardi degli avventurieri; le spedizioni dei Crociati ne avevano fatto un luogo di passaggio e di raccolta, le tradizioni greche un bosco di ninfe e un soggiorno di divinità, il dominio degli Arabi un centro splendido di cultura.

Palermo con le sue magnifiche vie, i suoi superbi palazzi, le sue grandi piazze, piena di statue e cosparsa di giardini è di fontane, era divenuta, sotto i Normanni, una città incantevole che riempiva di sacro stupore Ibn-Giobair, l'appassionato viaggiatore orientale; il saggio governo di Guglielmo il Buono l'aveva resa ricca e splendida; la dominazione sveva l'aveva resa una capitale superba a cui convenivano tutti da ogni paese. La corte di Federico era forse, allora, la corte più splendida d'Europa e, fra le delizie e i piaceri, si coltivavano con ardore gli studi e dalla Provenza accorrevano i trovadori a confondere il loro canto col canto dei poeti arabi, a cercare un rifugio, dinnanzi la persecuzione cattolica, presso il grande imperatore, presso il nemico del Papa, presso il capo del grande partito ghibellino, che, allora, impersonava la libertà del pensiero ed era come una fiaccola antesignana della civiltà moderna.

Ma in Sicilia i trovadori occitanici trovavano un mondo nuovo, del tutto diverso dal loro; un clima più caldo, un popolo più ardente, più forte, più appassionato, costumi diversi dai provenzali: le donne siciliane non erano quelle di Provenza e dell'Italia del Nord; ma erano donne che avevano imparato dalle arabe a celare la loro bellezza e a trascorrere la loro vita nelle case e nei giardini; nell'isola non c'erano i facili amori d'oltr'Alpe, ma passioni intense e segrete, gelosie, furori e vendette; il feudalismo aveva ricevuto un colpo mortale da Federico, che aveva ristretto il potere dei turbolenti baroni, riducendolo tutto nelle sue mani e favorendo la borghesia. La vita cavalleresca francese portata nell'isola dai Normanni e dal passaggio dei Crociati, trovò un terreno adatto per svilupparsi e trasformare la vita siciliana; ma influì quasi esclusivamente sul popolo, ispirandogli quel sentimento cavalleresco di cui tuttora è pieno e che anche oggi gli fa amare le imprese dei paladini.

Gli eroi francesi, in Sicilia, divennero popolarissimi, le leggende, di Artù, d'Isotta e di Tristano vi si trapiantarono, acquistando fregi e colorito locali e mescolandosi con le leggende di Saladino, importatevi dall'Oriente. Se la poesia francese parlò al popolo, la poesia trovadorica si limitò ad avere un' influenza nella corte, dove la vita cavalleresca era stata accettata come una moda, dove della cavalleria non era penetrato lo spirito, ma semplicemente gli usi esterni -e ben dice il Gaspary- che "il servire le dame doveva riuscire ad una semplice finzione in questa corte, dove continuavano ad esistere ancora costumi orientali, dove l'imperatore manteneva un serraglio, e faceva guardare le sue spose da eunuchi, mentre egli languendo cantava le belle".

La corte di Federico fu centro di cultura e luogo sacro alle Muse e in essa nacque e si formò quella scuola che comunemente è chiamata " scuola poetica siciliana ", la quale, sorta sotto il grande imperatore, continuò a vivere durante il regno di Manfredi e fu composta di poeti la maggior parte siciliani e meridionali, dai quali però non bisogna escludere altri, che, pur non essendo del mezzogiorno, fecero parte della Magna Curia. Tutti questi poeti si aggirano intorno alla grande figura di Federico nato a lesi nel 1194 e morto a Ferentino nel 1250, proclamato re di Sicilia nel 1198, sposo nel 1209 di Costanza sorella del re d'Aragona, sposo una seconda volta, nel 1225, di Isabella figlia di Giovanni di Brienne re di Gerusalemme e una terza di una sorella di Enrico III d'Inghilterra. Poeta egli stesso, protesse ed amò i dotti, fu studioso delle scienze degli Arabi, conobbe il latino, l'italiano, il greco, l'arabo, il francese, il tedesco e il catalano; amante della caccia, compose in lingua latina un trattato di falconeria. Appartengono alla schiera dei poeti della sua corte quattro suoi figli, Federico re d'Antiochia (1229-1258), Enzo, re di Sardegna (1224-1272) l'infelice poeta che languì per ben ventitrè anni nelle carceri di Bologna, Enrico, il ribelle, morto anche lui in prigione, nel 1242, e Manfredi, il "biondo e di gentile aspetto", che così infelicemente ed eroicamente doveva finir la vita a Benevento. A questi può aggiungersi un altro re, Giovanni di Brienne, che fu in Sicilia nel 1225, e passa come autore di un famoso "discordo".

Il più antico dei poeti cortigiani è GIACOMO da LENTINO, detto per antonomasia il Notaro, inventore del sonetto; altri poeti cortigiani sono GIACOMINO PUGLIESE, il più gentile e sincero poeta della scuola; PIER DELLA VIGNA, gran cancelliere imperiale, nato a Capua nel 1180 e morto suicida in carcere nel 1249 perché accusato, forse a torto, di aver tradito la fede del suo sovrano.
Traditori di Federico e Manfredi furono invece GIACOMINO PUGLIESE e RINALDO D'AQUINO, il quale, come molti altri baroni di Puglia e della Campania, si diede tutto alla causa di Carlo d'Angiò. Tra i poeti della corte sveva troviamo ancora JACOPO MOSTACCI e RUGGIERO D'AMICI messinese, ROSSO da MESSINA, FOLCO di CALABRIA, RAINIERI di Palermo, PERCIVALLE DORIA, genovese, e ARRIGO TESTA aretino.

Fra i poeti meridionali che vissero fuori della corte sveva, ma che con essa ebbero relazione possono essere annoverati i messinesi ODDO e GUIDO della COLONNA, autore il secondo della "Historia troiana", rifacimento in lingua latina del "Roman che Troie" di Benoit de Sainté-Mòre; STEFANO di PROTONOTARO e MAZZEO di RICO, entrambi di Messina; TOMMASO di SASSO, messinese anche lui; l' ABBATE di Napoli e l' ABBATE di Tivoli.
La poesia della " scuola siciliana " è quasi tutta d'imitazione provenzale. "Il contenuto della poesia provenzale" - dice il Gaspary - passa nella lingua siciliana senza cambiarsi, e soltanto facendosi assai più meschino. La lingua nuova non esercitò qui nessuna influenza vivificatrice: essa non era realmente che un'altra veste, che veniva indossata al vecchio oggetto, e in questa innovazione la poesia non ha potuto guadagnare in valore estetico, perché anzi perdeva nell'idioma ancor più goffo la grazia e l'eleganza che aveva possedute nell'originario".

"L'oggetto della poesia dei trovatori, l'amore cavalleresco, riappare qui in quelle forme, che là erano divenute già tipiche. L'amore è umile e supplica adorazione della donna: si presenta sempre sotto le immagini del feudalismo, come un servire e un obbedire, come il rapporto del vassallo al signore. La donna sta in alto rispetto all'amante, che si piega dinnanzi a lei supplicando grazie, lui è indegno di servirla. La donna è crudele, e lo fa, languire invano, sicché i suoi dolori lo portano alla morte; ma egli non deve cessare di amarla; poiché dall'amore viene ogni valore e virtù; lui deve perseverare; perché il fedele servire lo porta finalmente allo scopo, e se soffre e muore, è per lui gloria ed onore che muore per la più nobile".

Nella poesia dei " siciliani " si riscontrano tutti i difetti che abbiamo osservato in quella dei provenzali e, in primo luogo, il convenzionalismo che nei "siciliani" riesce più gretto ed insulso perché di seconda mano. Nella scuola siciliana la poesia non è l'espressione di sentimenti veri e profondi, ma la pallida rappresentazione di una moda; non c' è quasi nulla di vero, di vivo, di concreto; ma tutto è un'astrazione; l'amore più che un affetto, una passione, è una galanteria superficiale, la donna è un tipo uguale in tutti i componimenti di tutti i rimatori, splendida come stella mattutina, fragrante come rosa, più preziosa di qualunque gemma. Manca in questa poesia la personalità del poeta, manca il calore nel suo accento appunto perché non si canta ciò che si prova ma ciò che la moda impone. E succede che l'espressione è fredda, il colorito delle immagini scialbo; non un fremito che riveli al lettore l'interno affanno o l'interna gioia del poeta; la poesia è piana, compassata, azzimata, priva di quell'intima forza che è il prodotto d'una passione profonda. Non c' è nemmeno in essa quella dolcezza e leggiadria che fa bella la poesia trovadorica perché, mentre questa risente dell'armonia e della gentilezza propria della Provenza, quella non ha nulla di siciliano, non ha nulla del fuoco, della fantasia, della forza innati nel popolo dell'isola bella, è priva insomma di quella corrispondenza tra il sentimento e l'espressione che costituisce l'opera di arte.

La lirica "siciliana" non ha accenti personali; ma è uniforme; l'uomo scompare, rimane la "maniera", la scuola; la poesia vive fuori della vita, non è l'interprete di tutto ciò che si agita nell'anima e nella mente degli autori; i rimatori passano dinnanzi a noi col viso coperto da una maschera e par che tutti s'ingegnino a svolgere in rima temi precedentemente stabiliti, con un frasario imposto, usando similitudini volute dalla moda e dalla tradizione provenzale. C' è anzi un repertorio di concetti e di immagini, cui attingono i poeti, concetti ed immagini che hanno uno scopo puramente ornamentale e sono imitati o copiati dai provenzali. Ma vi è di peggio: ricercando concetti peregrini i rimatori cascano in stranezze, da cui pare non rifuggano, di cui anzi si compiacciono, preludendo a quel fenomeno morboso che imperverserà come un flagello nel Seicento; amano difatti le antitesi, i bisticci, le metafore più audaci e strane.

I principali metri usati dai poeti "siciliani" , sono la canzone, il sonetto e il discordo. Ci si affaccia ora la questione della lingua che tante polemiche suscitò, tempo addietro, fra i letterati italiani e che nemmeno oggi può dirsi risolta. Fu detto che le poesie della scuola sicula dovettero essere originariamente scritte in dialetto siciliano, toscanizzato in seguito dai copisti; fu messo in ballo un dialetto siciliano illustre; fu detto anche essere stata Bologna, e non Palermo o Messina, culla della nuova lingua, Bologna ove avevano studiato PIER DELLA VIGNA, CIELO DAL CAMO, e parecchi altri. Secondo noi - e il nostro giudizio è reso valido da quello d'illustri critici - tutte le regioni d' Italia, quale più, quale meno, diedero vita al nostro volgare; furono i nostri dialetti nobilitati sul latino e sul provenzale che formarono l'italiano, e così, senza pretender di negare l'influsso dell'opera dei copisti toscani, i componimenti della scuola siciliana non crediamo che ci siano pervenuti in una forma assai diversa da quella in cui furono scritti, cioè in una lingua che per fondo sostanziale aveva il dialetto della Sicilia ripulito e reso letterario dai poeti e arricchito di parole e modi di altri dialetti.

Comunque sia, se pur si voglia negare a questa scuola il merito di aver dato all'Italia la sua lingua, non le si può togliere il merito di aver essa per prima usato il nostro volgare in opere scritte con intendimenti artistici e di avere stabilite le forme metriche della nostra poesia.
La lirica antica siciliana non è tutta fredda, falsa e convenzionale; è tale essa quando si vuole rendere interprete della moda cavalleresca occitanica, quando vuole rappresentare una vita che non vive, che, direi, anzi ripugna con la vera vita della Sicilia. Non sempre però i poeti nascondono la loro personalità, s'irrigidiscono in questo convenzionalismo; come nella lirica dei trovadori di Provenza sovente il convenzionale scompare per dar luogo alla realtà della vita e dei sentimenti nelle albe dolcissime e profumate, così in quella dei "siciliani", tra l'affettazione prodotta dall'imitazione della poesia d'oltr'Alpe, fanno capolino motivi sinceri, originali che sono come l'ultima e debole eco di quella lirica popolare, di cui dovette essere nell' isola una rigogliosa fioritura al tempo dei Normanni. E allora scompaiono, come per incanto, le immagini fatte, le similitudini barocche, lo stento, l'oscurità dell'espressione, tutti gli artifizi che la deturpano e la poesia respira più liberamente, più liberamente si muove e un calore di vita la pervade e un profumo delicato si sprigiona. E allora tramonta la falsa e studiata cavalleria; la dama si fa donna, il poeta ritorna ad essere uomo, la natura vive, la primavera, con il suo tepore e con il suo fascino, fa ridestare nel cuore la gioia.

Quando tralasciano i loro modelli provenzali e danno ascolto alla voce del loro cuore i nostri antichi poeti "siciliani" hanno fremiti e tumulti che rendono sincera ed appassionata la loro lirica ed i versi di GIACOMO DA LENTINO, RINALDO D'AQUILIO, GIACOMINO e RUGIERI PUGLIESE ottengono effetti sorprendenti. Si leggano, infatti, le poesie che i codici attribuiscono a GIACOMINO PUGLIESE, si legga il canto del Notaro, "S' io doglio non è meraviglia", in cui è espresso tutto il dolore della lontananza e tutto l'ardore del desiderio, la poesia che comincia "Dolze meo drudo e vattene", attribuita a Federico, in cui la scena della separazione tra l'imperatore e la donna amata è di una vivezza mirabile; si leggano - "Oi lassa innamorata" di ODDO delle COLONNE e "Giamai non mi conforto" di RINALDO D'AQUINO che sono i lamenti strazianti di due fanciulle, una tradita dall'amante, l'altra abbandonata dallo sposo crociato e si gusterà la parte migliore della lirica "siciliana", sovente impregnata di un realismo audace che le conferisce potenza di rappresentazione e calore di espressione.

IN QUELLA TOSCANA

Più ligia ai modelli occitanici è la lirica provenzaleggiante fiorita in Toscana, regione in cui, al pari dell'influsso della letteratura franco-veneta, si era fatto sentire quello della poesia trovadorica. La poesia provenzaleggiante, sorta in Toscana per imitazione diretta dei trovadori o dietro le orme dei "siciliani" vi fiorì, fino al sorgere del "dolce stil nuovo". In ogni centro importante della Toscana troviamo nuclei di poeti: a Firenze PALAMIDESSE BELLINDOTI, maestro MIGLIORE, il notaro PACE, FILIPPO GIRALDI, NERI DEGLI UBERTI, TORRIGIANO, ARRIGO da VARLUNGO, SER CIONE, DANTE da MAIANO e parecchi altri; a Pistoia GUIDALOSTE, MEO ABBRACCIAVACCA, LEMMO ORLANDI, MULA DE' MULI, PAOLO LANFRANCHI; a Pisa PANNUCCIO del BAGNO, LOTTO di Ser DATO, PUCCIANDONE MARTELLO e, per tacer di altri, TERRAMAGNINO da Pisa; a Lucca BUONAGIUNTA URBICCIANI, GONNELLA degli ANTELMINELLI, BONODICO; a Siena FOLCACCHIERO dei FOLCACCHIERI, BARTOLOMEO MOCATI, CACCIA e UGO di MASSA; ad Arezzo maestro BANDINO, MINO del PAVESAIO, GIOVANNI BALL'ORTO e GUITTONE.

GUITTONE D'AREZZO, nato verso il 1225 e morto nel 1293, dedito prima ai piaceri mondani e poi frate dell'ordine dei Gaudenti, è il più grande dei poeti toscani provenzaleggianti; molti di loro anzi lo chiamano maestro e non solo i toscani, ma altri rimatori d'altre regioni, come GUIDO GUINICELLI, GHERARDUCCIO GARISENDI, RAINIERI BORMIO, ONESTO, bolognesi, MANFREDI BUZZOLA e TOMMASO da FAENZA, PAGANINO da SAREZANO e LANZALOTTO PAVESE.
Non poca differenza passa tra l'arte dei rimatori "Siciliani" e quella dei rimatori toscani. Nei poeti meridionali, come abbiamo visto, fra il convenzionalismo, si trovano tracce di lirica schietta, fanno capolino accenti sinceri, fugaci bagliori di fantasia, palpiti di cuore, si sente, qua e là, fra l'orpello provenzale e la freddezza, qualche calore di vita, qualche lampo di passione; nei Toscani invece - salvo qualche caso - l'imitazione è più pedestre e giunge fino alla traduzione, l'oscurità del senso è più accentuata e se la lingua è più elegante ed evoluta, lo stile non è più sciolto e leggiadro e manca quel motivo popolaresco che rende soavi parecchi canti di Sicilia. Di fra Guittone scrisse il Carducci lodandolo "di aver fatto passare la poesia dal principio cavalleresco al nazionale, dalle forme trovadoriche alle latine; e di aver aspirato a quella poesia politica concionatrice levata poi così alto dal
Petrarca".

Ma la poesia, la vera poesia manca nell'opera del frate gaudente; Guittone non ha un'anima di poeta; ad un vero poeta gli sconvolgimenti interiori da lui subiti avrebbero ispirate tutt'altre rime. Comincia a rimar d'amore dietro le orme dei Provenzali e dei "siciliani ", ma non un guizzo di fantasia ne illumina i versi, non un affetto li riscalda; poi, quando pentito della sua vita mondana, lascia la moglie e i figli e indossa il saio e disprezzando i suoi scritti, rivolge le sue liriche al Cielo, non sa infondere, anche in queste, nessuna vita, nessun calore di arte, continua a rimaner freddo ed artifizioso, incapace di conferire alla sua poesia quella forza e quella potenza che formano il pregio dell'opera poetica di IACOPONE DA TODI, con cui ha simile la vita ma non l'ingegno e l'estro, il sentimento e la fede. Guittone è un dotto, conosce il francese, il provenzale e il latino; la sua poesia è puramente dottrinale; c' è il freddo raziocinio, è la noiosa metafisica scolastica, le sue liriche sono - come qualcuno ebbe a dire - dei trattati e delle prediche in versi piene di citazioni di autori antichi. La forma non è superiore al contenuto; l'avere lui fatto uso di molti latinismi più che motivo di lode è motivo di biasimo perché questo fatto è una delle principali cause dell'oscurità dell' elocuzione.

Tutt'altro poeta ci si mostra lo stesso Guittone quando canta argomenti politici; allora l'ispirazione non gli difetta; commosso il cuore dagli avvenimenti recenti, mette nella sua poesia l'anima, tralascia l'erudizione, non sottilizza più, l'espressione gli si fa chiara, fluente, piena di forza. Celebre è il suo canto "Ai lasso ! or è stagion de doler tanto", invettiva potente scritta nel 1260 dopo che a Montaperti i Senesi e i cavalieri di Manfredi sconfissero i Fiorentini e, fatti ritornare i Ghibellini esiliati, espulsero i Guelfi a cui apparteneva il poeta; né meno famosa, per virilità d'espressione, è la canzone Sdegnosa rivolta contro gli Aretini suoi concittadini.

In questo periodo di tempo, la politica è uno degli argomenti preferiti dai poeti toscani e in ciò anche loro differiscono dai " siciliani " e si accostano di più ai trovadori provenzali che di politica avevano parlato nei loro sirventesi. Le poesie politiche dei Toscani non sono però come le amorose un'esercitazione rettorica; sono un prodotto dei tempi, dell'agitata vita comunale, in cui, da un lato il popolo e la borghesia cercano di fare scomparire le ultime tracce di faudalità e di opporsi alle ambizioni dei potenti, dall'altro i comuni si guerreggiano a vicenda per acquistare la supremazia. Si aggiungano a ciò le lotte tra i due grandi partiti dei Guelfi e dei Ghibellini, dalle quali le guerricciole intercomunali erano assorbite e si vedrà bene che in tutta questa agitazione la poesia non poteva rimanere estranea, ma doveva rendersi interprete delle aspirazioni cittadine, degli odi, di tutti i sentimenti insomma che bollivano nei cuori di tutti.

I preparativi di Corradino producono non pochi sonetti a tenzone scritti da poeti fiorentini di parte guelfa e ghibellina quali MONTE ANDREA, SCHIETTA di messer ALBIZZI PALLAVILLANI, ORLANDUCCIO ORAFO, PALAMIDESSE, BERNARDO e ser CIONE notai, ARRIGO di CASTIGLIA ed altri; la tirannide del conte Ugolino provoca le canzoni di PANNUCCIO del BAGNO, LOTTO di Ser DATO e BACCIARONE.
La poesia oramai comincia ad allontanarsi dall'imitazione straniera e nelle rime politiche si cominciano a sentire i primi accenti nazionali; e si fa, nello stesso tempo, avanti quella poesia borghese che avrà sviluppo nel secolo successivo. Vero è che non del tutto sono dimenticati i " siciliani "; ma non si sente più quella predilezione per l'oscuro, la forma stessa si fa più linda e più sciolta; i poeti cominciano ad esprimere nelle rime i loro veri sentimenti, a mostrare la loro personalità, ad essere originali, accostandosi tal volta al fare popolaresco come CIACCO DELL'ANGUILLAIA in un dialogo pieno di vivacità e di grazia, che rassomiglia un po' al "Contrasto" di CIELO dal CAMO di cui però è meno realistico e sboccato; già CHIARO DAVANZATI, la COMPIUTA DONZELLA, MAESTRO RINUCCINO e qualche altro ci fanno presentire il mutamento che si effettuerà nella lirica, la quale, in Toscana, non tarda a mettere in bando i concetti cavallereschi e ad accostarsi audacemente alla realtà della vita.

Il secolo XIII sta per tramontare, ma quale enorme differenza tra il suo principio e la sua fine. Fine gloriosa che rappresenta un periodo importantissimo di rinnovamento in cui si osservano ancora le foglie putride del passato ma, fra queste, sbocciano rigogliosi e fragranti i fiori della letteratura avvenire. È questo un periodo di transizione dal vecchio al nuovo, dalla maniera dei "siciliani" e "guittoniani" alla scuola del nuovo e dolce stile e tra l'una e l'altra, anzi accanto all'una e all'altra, stanno la poesia allegorica e la poesia realistica e satirica, le quali continueranno ad essere coltivate nel Trecento.
La poesia allegorica toscana è tutta un prodotto dell'imitazione francese ed ha scopo d'insegnamento. Il modello che seguono i nostri poeti è il "Roman de la Rose", il quale in Toscana ha due rifacimenti: il "Fiore" e il "Detto d'Amore". Il primo, opera di un certo DURANTE, che alcuni hanno voluto identificare con DANTE ALIGHIERI, riassume in 232 sonetti il lungo romanzo francese.

Il rifacimento di Durante è riuscitissimo, purché la materia, sfrondata di tutte le disquisizioni di teologia e scienza, e trattata con arte finissima, con un senso squisito della misura e con modificazioni nei particolari, ridiventa quasi originale. Il secondo, che riassume pure l'opera francese di cui talvolta è una traduzione, è un'opera pedestre, priva di quell'arte e di quella luce che rendono invece il "Fiore" un vero gioiello.
Il "Roman de la Rose" influì pure, anche se non molto, sul "Tesoretto" di BRUNETTO LATINI, notaio guelfo di Firenze, vissuto dal 1220 al 1294 circa, autore del "Tresor", enciclopedia francese, che, nell'Inferno, raccomanda a Dante:
Sieti raccomandato il mio Tesoro
Nel quale io vivo ancora ....

Il "Tesoretto" è un poemetto di 2240 versi settenari rimati a due a due; in esso l'autore narra come entrato in una selva al ritorno di un suo viaggio in Spagna, incontra la Natura che gli parla della creazione del mondo, degli angeli, dell'uomo, dell'anima, dei sensi, dei pianeti ecc. e gli mostra le colonne di Ercole; come arrivato in una valle trovò la Virtù, imperatrice, e le sue quattro figlie, Prudenza, Temperanza, Fortezza e Giustizia, la quale ultima ha quattro ancelle: Larghezza, Cortesia, Leanza e Prodezza; come, giunto in un prato, soggiorno delizioso del Piacere, della Paura, della Distanza (desiderio), dell'Amore e della Speranza, s'immerge nel godimento delle voluttà mondane, dalle quali, distolto da Ovidio, si allontana, va a Montpellier, si confessa e si reca sull'Olimpo dove incontra Tolomeo. Qui il poemetto è interrotto; un'altra operetta in settenari a rima baciata del Latini è il "Favolello, in cui si ragiona sui doveri dell'amicizia; lavoro questo, come il primo, privo di arte.

Più importanti invece sono le opere di FRANCESCO da BARBERINO, nato nel 1264 e morto nel 1348, autore dei "Reggimenti e costumi di donna" e dei "Documenti d'Amore". Nel primo poema, intramezzato di prose, dà ammaestramenti alle donne di ogni età e condizione, alle fanciulle e alle mature, alle zitelle e alle maritate e alle vedove, alle monache e alle cortigiane; nel secondo, corredato di interessanti spiegazioni latine, sono prodigati insegnamenti saggi intorno all'amore; nell'uno e nell'altro si ammira l'arte squisita e la maestria del narratore e si gusta una poesia dolce come una musica che avviva la materia didascalica.
Alle suddette opere possiamo aggiungere l'"Intelligenza", poemetto allegorico attribuito a DINO COMPAGNI, delicato per la forma e gustoso negli episodi, che canta l'amore intellettuale con opportuni accenni ai cicli classico e cavalleresco.

Maggiore interesse che la poesia allegorica ha per noi la poesia realistica e satirica. Se quella ha una certa relazione con le dottrine del "dolce stil nuovo" di cui parleremo fra poco, questa gli è perfettamente estranea ed è quasi come l'ultima espressione della vita allegra e spensierata dei goliardi che in Toscana non si era ancora spenta, espressione che ha anche riscontro con il realismo di certi componimenti provenzali e francesi antichi. Questo realismo noi lo troviamo in due poesie di COMPAGNETTO da PRATO, delle quali una comincia "Per lo marito c' ò rio" ed è il lamento d'una donna a cui è capitato un marito cattivo; l'altra incomincia "L'amor fa una donna amare" e tratta d'una giovane che, ardente di desiderio, manifesta le amorose voglie ad un uomo, calpestando ogni pudore del suo sesso. Da questo realismo non furono esenti gli stessi poeti del "dolce stil nuovo"; poiché esso era appunto il prodotto della vita stessa che allora si conduceva nella Toscana. I medesimi poeti della nuova scuola iniziata dal GUINIZZELLI, sovente, lasciavano da parte le ideali concezioni d'amore e ponevano un piede nella realtà della vita, compiacendosi delle voluttà del senso o servendosi del verso per le loro meschine leghe letterarie. LAPO GIANNI desiderava di possedere la sua donna, e bramava di aver la bellezza d'Assalonne, la forza di Sansone e le mura della città argentate per goder meglio la vita; GUIDO CAVALCANTI, se si deve prestar fede a due versi di GUIDO ORLANDI, non disdegnava i godimenti del senso; lo stesso DANTE, in un periodo della sua giovinezza, fu travolto dal turbine dei piaceri sensuali meritandosi il noto rimprovero del Cavalcanti.

Ma di questi poeti e d'altri ancora il realismo non è la caratteristica, ma solo un aspetto che, in seguito, non tralasceremo di studiare; di due poeti che rappresentano i veri esponenti di questa poesia realistica, e di cui dobbiamo ora occuparci: di RUSTICO di FILIPPI, fiorentino e di CECCO ANGIOLIERI, senese.
RUSTICO DI FILIPPI (1230-1300) scrisse sonetti amorosi e sonetti giocosi e satirici; nei primi non si discosta tanto dalla maniera di Guittone, benché, al pari del Davanzati e forse meglio, in essi si avvicina un po' alla realtà, e canta la sua passione con accenti umani, non di rara efficacia; negli altri il poeta mostra di essere un osservatore fine della vita che si svolge intorno a lui e un pittore vivace di tipi e di scene. "Le piccole e grandi imperfezioni umane, i contrasti fra le aspirazioni e la realtà e molte altre cose, infine, che costituiscono la tara di questa vita terrena sono argomento per lui d'esame e d'ironia. Passano nei versi, derisi o flagellati i millantatori, i vanitosi e gl'incostanti, e non vi manca la nota amara per le donne avare o comunque riprovevoli" (Bertoni).
Le scollacciature abbastanza audaci, i soggetti osceni e le espressioni da trivio fanno capolino con qualche insistenza nella lirica di Rustico di Filippi.

Più bizzarro e più originale di lui è CECCO ANGIOLIERI, figlio di un Messere Angiolieri frate gaudente e di una Monna Luisa bacchettona, nato verso il 1230 e morto non dopo il 1312. L'avarizia del padre non evitò che lui diventasse un dissipatore. Carattere strano, ribelle ad ogni legge, scettico e depravato, ma d'ingegno potente, visse nella crapula, sciupando tutto il suo avere nei bagordi, alle taverne e con le donne; e il padre, forse per dargli un freno, lo sposò ad una donna brutta e vecchia, il cui garrire continuo pareva, come dice il poeta, "mille chitarre".
Innamoratosi di Becchina, bellissima figliuola di un calzolaio, cantò tutte le ebbrezze e tutti i tormenti che la volubile donna gli procurò. La sua poesia amorosa è tutta impregnata di un sensualismo crudo, priva di un raggio di quella luce d'idealità che si effonde dai versi dei rimatori dello "stil nuovo", e in essa il poeta pare che si compiaccia di anatomizzare atrocemente la sua vita interiore, di mostrare agli altri, nella più volgare nudità, l'anima sua e il suo cuore, riuscendo di un'efficacia straordinaria. Nemico di molti, l'Angiolieri esercitò la sua satira pungente contro i poeti del suo tempo e scambiò sonetti mordaci con Dante, il quale, in un sonetto, è dipinto a colori molto foschi.
Più che un poeta satirico l'Angiolieri si può considerare - come bene ha fatto il D'Ancona, che ci lasciò di lui un ottimo saggio critico - un umorista. La poesia dell'Angiolieri è l'eloquente espressione di un atroce dramma interiore. Il poeta ha l'inferno nel cuore, ma sul suo labbro si disegna il riso; soffre e si sforza di dissimulare le sue sofferenze; l'interno affanno gli contorce le labbra in una smorfia che non è sorriso o pianto; egli ci appare allegro, spensierato e folle, cinico e scettico, maligno e beffardo e non è che un disgraziato che tenta di spegnere nel vino il fuoco del suo dolore, di dimenticare nell'orgia le sue pene, di coprire con una bestemmia il sospiro doloroso dell'anima, di non far sentire con uno scroscio di risa il gemito amaro che gli parte dal petto; non è che un infelice che porta in giro la sua infelicità sotto una maschera orribilmente dolorosa. Sovente, questa maschera gli cade involontariamente dal viso e a noi allora appare l'uomo che soffre e dà sfogo con accenti sinceri al suo dolore e non impreca, ma desidera rassegnato la morte e narra con calma le sue pene e con voce velata di intensa mestizia parla del suo triste destino e della fortuna che gli è perennemente avversa:
....s' io toccassi l'or piombo il farei
E se andassi al mar non crederei
Gocciola d'acqua potervi trovare.

Ma l'Angiolieri s'accorge che la maschera gli è caduta, la raccatta, si copre il viso e canta
Malinconia però non mi daraggio,
Anzi mi allegrerò del mio tormento.

Sono le prime scene del dramma; ora il cielo si oscura, passano nell'aria livida, in cui si svolge la vita del poeta, due fantasmi cupi, il fantasma del padre e della madre, al cui apparire si dileguano rapidamente l'immagine dolce di Becchina e quella ripugnante della moglie litigiosa; le ciglia dell'Angiolieri s'inarcano trucemente alla vista di coloro che lo hanno messo al mondo e a cui egli attribuisce la causa dei suoi dolori; la faccia del figlio si contrae orribilmente; dai suoi occhi torvi si sprigionano lampi d'odio, di
quell'odio pessimo e crudele che con grandissimo dritto egli porta agli autori dei suoi giorni, e dal cuore che sanguina parte il grido tremendo:
Poi m' è detto ch' io nol debbo odiare
Ma chi sapesse bene ogni sua traccia,
Direbbe: il cor gli dovresti mangiare.

Ci aspetteremmo un singhiozzo dopo questa terzina che racchiude tutto lo strazio da cui è tormentata l'anima del poeta; uno scoppio di pianto; no: all'Angiolieri il singhiozzo si arresta in gola, il pianto non sgorga dagli occhi e l'angoscia si risolve in un insieme di imprecazione e di sarcasmo:
S' io fossi fuoco, io arderei lo mondo;
S' io fossi -vento, io lo tempesterei;
S' io fossi mare, io lo allagherei;
S' io fossi Dio lo ma manderei in profondo,
S' io fossi papa, allor starei giocondo,
Che tutti li cristian tribolerei;
S' io fossi imperadore, allor farei
tagliare a tutta gente il capo a tondo.
S' io fossi morte, anderei da mio padre;
S' io fossi vita, fuggirei da lui,
E similmente farei con mia madre.
S' io fossi Cecco, come sono e fui,
Terrei per me le giovani leggiadre,
Le brutte e vecchie lascerei altrui.
Con questo sonetto meraviglioso l'Angiolieri ha creato il suo capolavoro: vi è tutto lo spirito di questo poeta bizzarro ed originale, nel quale sono stupendamente racchiusi il suo dolore e la brama di distruggere ogni cosa con cui contrasta il desiderio finale di godere la vita con le giovani leggiadre. E questa dell'Angiolieri è poesia vera, sentita, originalissima, forte, che nasconde un senso profondo e, allontanandosi dalle scialbe ed abusate imitazioni, ci conduce nella realtà sia pure bassa e volgare, ci fa, con arte magistrale, l'analisi precisa di un'anima, di un cuore, di una vita che soffre e il suo dolore tenta di coprire con lo scherno più amaro e più atroce.

Con Rustico di Filippi e con Cecco Angiolieri siamo in un periodo nuovo dunque della poesia. italiana, che va di pari passo e, non di raro, si confonde col "dolce stil nuovo". Però, quantunque certi poeti di questa seconda scuola abbiano dato anche il loro tributo alla poesia realistica, questa deve considerarsi in opposizione a quella che è prettamente idealistica.

La poesia realistica è l'espressione gaia e satirica di un mondo nuovo che sorge dal vecchio mondo medioevale, di un mondo borghese che ha dato giocondamente il bando ai sentimentalismi trovadorici, agli amori compassati dei cavalieri e delle castellane e si burla, d'altro canto, dei furori religiosi, delle paure che incuteva il pensiero dell'al di là.
La sciocca profezia della fine del mondo, nel 1280, anziché produrre terrore negli animi e condurre le genti alla penitenza, induce dodici giovani spensierati e ricchi a convivere dentro una palazzina, portando ciascuno diciottomila fiorini, che debbono esser spesi in bagordi nel minor tempo possibile. E FOLGORE da SAN GEMIGNANO, che è della partita, dà in corone di sonetti i consigli sul modo di trascorrere i giorni della settimana e i mesi dell'anno. In queste, corone di sonetti, in quella dei mesi e in quella dei giorni, troviamo quasi la pittura della vita toscana del tempo, vita allegra e gaudente delle brigate spenderecce, che si dilettavano di armeggiare nelle vie e nelle piazze fra un gaio

....rompere e fiaccar bigordi e lance
e piover da fenestre e da balconi
in giù ghirlande e in su melarance;


che amano godere la vita nella gioia, noncuranti di tutto. La poesia di Folgore, quando non è acremente satirica come nei componimenti d'argomento politico, è l'espressione più bella, nella compostezza e finezza del verso e nell'armonia dolce che la pervade, del lato giocondo della vita; ma questa è come una medaglia e il rovescio lo troviamo nei versi di CENE DELLA CHITARRA, che, facendo burlescamente e con meno arte, la parodia della corona dei mesi del sangemignanese, par che voglia rammentare ai giovani scapigliati di allora il brutto e il volgare che esiste nella vita.

Con questi poeti siamo dunque giunti in un periodo in cui la letteratura comincia a divenire italiana di forma e di contenuto. E non soltanto la poesia. La prosa, nel Duecento, si compiace di volgarizzare opere francesi e latine per quella tendenza, propria del secolo, alla divulgazione e ci mostra un fardello non piccolo d'imitazioni e di traduzioni. Si scrivono così i Dodici conti morali che dipendono direttamente dai "Fabliaux", i "Fatti di Cesare", la "Fiorita di Armannino giudice", l'"Istorietta troiana", l'"Historia troiana" di GUIDO delle COLONNE, che dipendono dal famoso romanzo di Benoit de Saint-Mare, i due Tristani, il veneto cioè e il riccardiano, la Tavola Rotonda, il Libro dei Sette Savi, novelle d'origine orientale venute in Occidente e diffusesi in tutta l'Europa, i Conti d'Antichi Cavalieri, scheletri quasi di novelle cavalleresche che raccontano le imprese di Saladino, di Enrico II d'Inghilterra, del re Tebaldo, di Brunor e di parecchi eroi troiani e latini.

Anche il "Tresor" di BRUNETTO LATINI ha una traduzione dovuta forse a Bono Giamboni; i "Trattati morali" di ALBERTANO da BRESCIA sono tradotti da Andrea da Grosseto e Soffredi da Pistoia; traduttori trovano Cicerone, Orosio e Innocenzo III. Accanto però alle traduzioni e alle riduzioni troviamo non poche opere originali. Di GUIDO FAVA troviamo la "Gemma purpurea" e i "Parlamenti ed epistole", di MATTEO LIBRI le "Dicerie", raccolta di discorsi da esser pubblicamente recitati da notai e podestà, di FRA GUITTONE D'AREZZO troviamo trentasei lettere morali, religiose e politiche, scritte in una prosa che chiamerei ritmica, in cui si compiace di sfoggiare la sua erudizione a scapito dello stile che quasi mai è snello, scorrevole, naturale, vivace.

Fra i libri originali in prosa scritti in questo secolo dobbiamo annoverare "Il Fiore dei Filosofi", raccolta di sentenze e di consigli attribuiti a personaggi illustri dell'antichità, il "Fiore di Virtú", opera, forse, di TOMMASO GOZZADINI, graziosa e non inelegante raccolta di sentenze intorno ai vizi e alle virtù, la "Composizione del mondo" di RISTORO D'AREZZO, compilazione lunga e noiosissima da cui l'arte è completamente assente e l'"Introduzione alle Virtù" di BONO GIAMBONI, allegoria in prosa, in cui è pregevole la lingua e lo stile è franco ed elegante.
Il capolavoro in prosa del Duecento è una preziosa raccolta di novelle che alcuni intitolano "Novellino", altri "Cento novelle antiche". Non sono novelle vere e proprie; non sono certo quelle del Boccaccio e neanche quelle del SACCHETTI e di SER GIOVANNI FIORENTINO; sono abbozzi, quadretti, aneddoti, scritti senza pretese, attinti a narrazioni scritte ed orali, che parlano di fatti e personaggi dell'antichità e del medioevo; ma sono dei veri gioielli per la sobrietà, la concisione, la chiarezza, l'evidenza, la leggiadria dello stile e la purezza della lingua.
Con l'Introduzione e il Novellino la prosa volgare mostra di essere già divenuta uno strumento capace di esprimere con efficacia il pensiero italiano che, uscito, quasi, dal tenebroso medioevo, si avvia sicuro e rapido nei sentieri fioriti dell'arte.

Fonti,  testi e citazioni
FRANCESCO DE SANCTIS - STORIA DELLA LETTERATURA ITALIANA
Prof. PAOLO GIUDICI - STORIA di ROMA e D'ITALIA 
IGNAZIO CAZZANIGA ,  STORIA DELLA LETTERATURA LATINA, 
Nuova Accademia Editrice, Milano 1962).
UTET - CRONOLOGIA UNIVERSALE
+ BIBLIOTECA DELL'AUTORE 

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