LETTERATURA
del SECOLO XIII-XVI

( "Dolce Stil nuovo" )

IL "DOLCE STIL NUOVO" - GUINIZZELLI, FRESCOBALDI, GIANNI ALFANI, LAPO GIANNI, CINO DA PISTOIA, GUIDO CAVALCANTI - LA POESIA GIOVANILE DI DANTE ALIGHIERI

Mentre Dante e Virgilio camminano nel sesto girone del "Purgatorio" fra le ombre dei golosi, il poeta latino addita al suo discepolo un'ombra, quella di BUONAGIUNTA URBICCIANI da Lucca, che, richiesta di parlare, domanda all'Alighieri:

Ma di' s' io veggio qui colui che fuore
Trasse le nuove rime cominciando
Donne, ch'avete intelletto d'amore.
E Dante a lui:
io mi son un che, quando
Amor mi spira, noto, e a quel modo
Che ditta dentro, vo significando.
E a questi, con parole quasi di rimpianto:

O frate, irsa vegg' io, disselli, il nodo
Che il Notaio e Guittone e me ritenne
Di qua dal dolce stil novo ch' i' odo.
Io veggio ben come le vostre penne
Diretro al dittator sen vanno strette,
Che delle nostre certo non avvenne.

In queste poche e scultoree terzine è brevemente consacrato il fatto più importante della storia della nostra "poesia delle origini"; qui stanno in riscontro la vecchia e la nuova scuola poetica, la "siciliana" e toscana provenzaleggianti e la bolognese e toscana del nuovo stile. Ma non si deve credere che Buonagiunta, ripetendo il primo verso della celebre canzone ed accennando alle nuove rime, intenda attribuire all'Alighieri il merito di avere iniziata la nuova scuola del dolce stile. Affatto; l'Urbicciani qui allude all'attività poetica di Dante in particolare, perché il fondatore della nuova scuola, cui Dante medesimo appartenne, fu GUIDO GUINIZZELLI (1230-1273), e lo stesso divino poeta, infatti, lo afferma quando, giunto nel settimo girone, chiama il Guinizzelli
il padre
Mio, e degli altri miei miglior che mai
Rime d'amore usár dolci e leggiadre.

Guido Guinizzelli di Bologna, che morì in esilio a Monselice nel 1276 , vittima dell'odio dei Guelfi, fu dunque il rinnovatore dell'antica lirica italiana. Anche lui - come quasi tutti i suoi contemporanei, - nella sua gioventù aveva cantato alla maniera dei "Siciliani" ed era appartenuto alla scuola di GUITTONE D'AREZZO, che chiamò maestro, e si era compiaciuto di tutti gli artifizi cari alla poesia trovadorica ed aveva cantato realisticamente come attestano due sonetti, in uno dei quali, "Dona, te levi; vecchia rabbiosa", aveva inveito contro una vecchia cattiva, e in un altro, dedicato ad una Lucia, esprime la brama, ardentemente sensuale, di possederla e coprirla di baci.
Ma non fu questa la poesia che lo rese caro a Dante e padre degli altri migliori che usassero rime dolci e leggiadrie d'amore. Guido Guinizzelli era un dotto e non poteva coltivare la facile poesia popolare di cui ci ha lasciato qualche saggio, era troppo studioso della filosofia platonica per adattar la sua musa agli stimoli del senso, né, del resto, poteva perseverare nella maniera provenzaleggiante.

La scuola "siciliana" si era quasi spenta, l'eco del suo canto agonizzava in Toscana, e a Bologna, nelle tetre prigioni del castello, dalla bocca di un regale fantasma, dello sventurato Enzo che avevo visto crollare la fortuna della sua casa, uscivano languidi e fiochi gli ultimi canti della poesia amorosa meridionale.

La nuova lirica fioriva in bocca di Guido Guinizzelli impregnata di filosofia, delle dottrine platoniche, dell'aristotelismo di Alberto Magno e dell'idealismo di S. Agostino, fioriva dalla scienza di cui allora era sede Bologna. Anche per mezzo di Guittone la poesia si era sposata alla scienza; ma questa era rimasta un'arida e prosaica esposizione; in Guittone di Arezzo il cervello calcolatore, aveva scacciata la fantasia, e la scienza, pur rivestendosi di rime, era rimasta priva dello spirito, del soffio animatore della poesia; spogliata di tutte le immagini, di tutti i fantasmi, di tutte le idealità che erompono dall'anima e dal cuore, era rimasta fredda e il suo volo pesante e tardo non aveva potuto spingerla in alto, verso le sublimi e luminose regioni del Cielo e dell'ideale.

Nella lirica di Fra Guittone possiamo trovare scienza ma invano cerchiamo l'arte, nella "siciliana" ritroviamo l'artificio che riveste un contenuto frivolo, consacrato dalla moda, falso; nella lirica del Guinizzelli, prima, e in quella dei suoi seguaci toscani, poi, la poesia è scienza ed arte e la prima è mezzo essenziale per raggiungere la seconda e questa è l'espressione adatta, imprescindibile di quella.
Nel Guinizzelli e nella scuola del "dolce stil nuovo" la poesia entra nel dominio della filosofia e della teologia; diventa spirituale; la cavalleria con le sue donzelle dalla marmorea bellezza, con i suoi ossequi riverenti e devoti, scompare e al mondo si schiude immenso e radioso il cielo con i suoi angeli vaporosi e scintillanti; scompare la concezione cavalleresca dell'amore e ne subentra un'altra, più alta, più profonda che non si ferma al corpo, ma penetra nello spirito. Allo spirito, è vero, avevano mirato gli ultimi poeti provenzali e qualcuno dell'Italia settentrionale; la poesia trovadorica, prima di spegnersi, aveva cominciato a spiritualizzarsi, ma questa ultima maniera non era stata accolta e seguita dai "siciliani" e dai "guittoniani" e GIACOMO DA LENTINI, fedele alla prima concezione provenzale, aveva cantato per tutti i meridionali:
Amore è un desio che vien dal core
per abbondanza di gran piacimento
e l'occhio in prima genera l'amore
e lo core gli dà nutricamento.

L'amore era dunque un desiderio suscitato dalla bellezza corporea, non dalla bellezza interiore; era ispirato dalla "valentia", dalla "finezza", dalla "nobiltà" della donna. Ma questa nobiltà non proveniva da generosità e gentilezza d'animo.
Nella canzone "Le dolci rime d'amor ch' io solìa" e nel commento, che le è dedicato nel "Convivio", Dante ci fa conoscere che i poeti svevi
vogliono che di gentilezza
Sia principio ricchezza,

nobiltà di natali e bei costumi, cioè
antica possession d'avere,
Con reggimenti belli.
Ma già il provenzale Guilhem Montanhagol e il genovese LANFRANCO CIGALA (n.?- m.1258) avevano dimostrato, seguendo forse Alberto Magno, essere la nobiltà un prodotto della gentilezza del cuore e non della nascita illustre; già le dottrine aristoteliche divulgate in Italia da S. Tommaso avevano asserito questo e di ciò si rende interprete per primo, in poesia, Guido Guinizzelli.
La natura e l'origine d'amore è l'oggetto della nuova poesia. Il ricercare la sua essenza, studiarne il nascere e lo svolgimento è lo scopo ilei nuovi poeti e la questione della nobiltà è il punto fondamentale su cui si basa la loro indagine. Guido Guinizzelli dà le leggi della nuova poesia nella sua celebre canzone elle con i versi:

Al cor gentil ripara sempre amore
com'a la selva augello in la verdura,

nella quale il poeta dimostra come poi fa l'Alighieri che "amore e cor gentil sono una cosa". L'amore, nel Guinizzelli, non è più ispirato - come presso i provenzaleggianti - dalla bellezza esteriore femminile e non è più un sentimento comune; non sussiste amore senza gentilezza d'animo e la natura "né fè amore avanti gentil core, Né gentil core avanti amor" come non creò il sole prima della luce.

E proprio come per Dante l'amore "a cor gentil ratto s'apprende", così per il Guinizzelli "Foco d'amore in gentil cor s'apprende".
Col Guinizzelli, dunque, l'amore comincia a spiritualizzarsi; scompare ogni idea di senso e l'attenzione del poeta si concentra tutta nello spirito; agli occhi dell'amante splende la bellezza della donna come splende nelle cose celesti la potenza divina. Ed ecco che l'amore si allontana dalla terra e si accosta al cielo; l'amore che prima era suscitato dalla bellezza terrena ora trae l'origine dalla bellezza celeste. Esso è sempre "un desio che vien dal core" ma la causa ne è del tutto diversa e diversi ne sono gli effetti; la donna è sempre una creatura perfetta, ma le sue perfezioni non sono più corporee; essa si è avvicinata al suo Creatore ed ora risplende tutta di virtù morali, è divenuta quasi la personificazione di queste virtù, il simbolo della bellezza ultraterrena, un essere superiore. Da ciò deriva che l'amore non è più un "vano" sentimento né un "fallo", ma è giustificato ed acquista, nel medesimo tempo, un significato morale dalla nobiltà dell'origine celeste.

Nella poesia del Guinizzelli e in quella della scuola toscana del "dolce stil nuovo" la donna, dunque, diviene una creatura superiore, celeste; non è più la madonna dei provenzaleggianti a cui il poeta s'inchina cavallerescamente e chiede grazia, è divenuta un angelo. In questa poesia - come dice Adolfo Bartoli - il reale sembra dileguato affatto: "tutto attesta che un'alta idealità, un'idealità trascendente ha invaso lo spirito del poeta: i versi d'amore si direbbero quasi allucinazioni ascetiche. La poesia è alta e soave, è quasi una musica sacra, un gemito d'organo nelle grandi e solenni navate di una cattedrale del medio evo. Ma di umano non c' è nulla, ma non c' è passione che scuota le fibre: è un lungo lamento che dall'anima del poeta si eleva ad un essere vagheggiato dalla sua mente. È l'astratta idealità dell'amore cantata con versi dolcissimi.
D'individualità non c' è segno: "sono sempre le stesse immagini che si ripetono " è sempre lo stesso sentimento suscitato dalla "contemplazione di un essere che oltrepassa ogni confine umano e che va a nascondere il capo tra le nuvole d'oro che circondano il trono di Dio".

Nei nuovi poeti la donna, che, nei rimatori meridionali e guittoniani,
pur essendo fredda e muta, era sempre una figura umana, ora esula dal mondo e si rifugia nell'azzurro diafano del firmamento. Perde la forme terrene, si assottiglia, acquista una vaporosità tutta spirituale, tutta chiusa nelle lucenti ali d'angelo, circondato il capo da un nimbo d'oro come una Santa, impalpabile, soavissima, fatta di etere e di luce. Essa non ha una personalità; è un tipo ideale, un concetto, un'astrazione, una figurazione evanescente come un'immagine di sogno. Non importa se CINO la chiama Selvaggia o Teccia e il CAVALCANTI Mandetta o Pinella, o Primavera o Lagia e DANTE Beatrice.
Selvaggia, Teccia, Mandetta, Pinella, Primavera, Lagia, Beatrice, sono vari nomi di un medesimo essere, della donna angelicata della nuova poesia, della donna che tiene "d'angel sembianza", al dir del Guinizzelli, ed è "un'angelica figura" dal "viso angelico amoroso, che par dal ciel venuia", come la chiama LAPO GIANNI, della donna dotata come dice il CAVALCANTI - di "angelica sembianza" e di "fina piagenza, oltra natura umana".
Un tal tipo di donna è fornito di qualità che invano cercheremmo in una creatura terrena. Sue qualità principali sono l'umiltà, la gentilezza e la bontà; essa manda una luce che abbaglia e stupisce il mondo; i mortali non possono sostenere la sua vista; essa scende dall'alto, passa nel mondo come una visione celeste e produce nell'animo del poeta uno sbigottimento inesprimibile.

La donna della nuova poesia scende dal cielo in volo sulle purissime ali candide come la neve, e passa, come una visione magnifica, ravvolta di serafica umiltà, davanti allo sguardo estatico o confuso del poeta. È un attimo, la donna china il capo, atteggia le labbra ad un lieve sorriso e fa un cenno di saluto; poi passa e scompare, lasciando dietro di sé come un fascio di luce, lasciando l'innamorato cantore in una perplessità ineffabile, in un dolcissimo turbamento d'amore. Questo saluto è l'unico atteggiamento di umanità della donna ideale del "dolce stil nuovo" e intorno al saluto c' è tutto un fiorire delicato di rime; il saluto è l'oggetto verso cui tende il desiderio del poeta.

Dante, nella "Vita nuova", parla del saluto di Beatrice:
"E quando ella fosse alquanto propinqua al salutare, uno spirito d'Amore, distruggendo tutti gli altri spiriti sensibili, pingea fuori i deboletti spiriti del viso e dicea loro: "Andate ad onorare la donna vostra"; egli si rimanea nel loro loco. E chi avesse voluto conoscere Amore, far lo potea mirando lo tremore degli occhi miei. E quando questa gentilissima donna salutava, non che Amore fosse tal mezzo, che potesse adumbrare a me la intollerabile beatitudine, ma ed egli quasi per soverchio di dolcezza divenia tale, che lo mio corpo, lo quale era tutto sotto lo suo reggimento, molte volte si movea come cosa grave inanimata. Sicché appare manifestamente che nella sua salute (intendi: nel suo saluto) abitava la mia beatitudine".

Questa poesia del saluto che è uno degli aspetti più caratteristici del "dolce stil nuovo" si assomma tutta e raggiunge la perfezione nel mirabile sonetto dell'Alighieri:

Tanto gentile e tanto onesta pare
La donna mia, quand'ella altrui saluta,
Ch'ogni lingua divien tremando muta,
E gli occhi non ardiscon di guardare.
Ella sen va, sentendosi laudare,
Benignamente d'umiltà vestuta;
E par che sia una cosa venuta
Di cielo in terra a miracol mostrare.
Mostrasi sì piacente a chi la mira,
Che dà per gli occhi una dolcezza al core,
Che intender non la può chi non la prova.
E par che dalle sua labbia si muova
Uno spirto soave e pien d'amore,
Che va dicendo all'anima: sospira.

Alla voce del Guinizzelli, che risuonava dolce nella turrita Bologna ricoprendo i fiochi sospiri di Enzo, fecero eco, nella medesima città, GUIDO GHISILIERI, FABRUZZO DE' LAMBERTAZZI e ONESTO BOLOGNESE; ma fu un'eco debolissima; più fortemente che a Bologna la poesia guinizzelliana era stata sentita in Toscana, e, sotto il bel cielo di Firenze, una balda schiera di poeti ne ricantò i motivi soavi e li affidò al vento della gloria.
CINO, GUIDO CAVALCANTI e DANTE sono gli astri maggiori di questo limpido ciclo poetico; DINO FRESCOBALDI, GIANNI ALFANI e LAPO GIANNI i minori.

DINO FRESCOBALDI è quello che - come racconta il Boccaccio - gli furono portati i sette canti di Dante che si credevano perduti. Anche lui - al pari degli altri poeti della scuola a cui appartiene - ragiona filosoficamente sull'amore e parla della sua donna come di un angelo; quest'angelo però sta fra il cielo e la terra, ha qualcosa di umano; Dino ama specificare che è giovine e lo dice in un sonetto, che comincia col verso
"Questa è la giovinetta ch'Amor guida"
e in un altro sonetto, rispondendo ad un Verzellino che gli domanda se sia da preferirsi una donna giovine d'anni o matura, dice espressamente che le sue preferenze sono per la fanciulla.

Una nota persistente e che forma quasi la caratteristica della poesia del Frescobaldi è il dolore. A volte è un senso vago di mestizia che pervade e fa soavemente belle le sue rime, sovente però questa malinconia si muta in angoscia atroce che lo fa tremare, sospirare, piangere e il dolore costringe la mente del poeta a fissarsi su un punto nero e misterioso, ad immobilizzarsi in un pensiero costante, nel pensiero della morte.
La poesia allora si risolve in un desiderio intenso di morte nella quale il poeta "vede la fine dei martiri sui" si risolve in una invocazione suprema e disperata ma risoluta; e in questo lugubre desiderio, con l'anima piena di pianto, Dino bacia sulla bocca il pensiero della morte.

Oltre a questo, sfogliando le rime del Frescobaldi, troviamo qualche altra cosa di nuovo, di sconosciuto ai poeti finora esaminati; c'imbattiamo cioè in quegli "spiriti e spiritelli" di cui vedremo popolati i componimenti degli altri rimatori del "dolce stile".
Questi spiriti li ritroviamo anche in LAPO GIANNI (attivo 1298-1328) e non sono che la rappresentazione dei vari sentimenti. Parecchie delle poesie di Lapo appartengono alla vecchia scuola, piene come sono delle viete immagini e informate alla vecchia concezione dell'amore e della donna. Lapo Gianni fu stretto a Dante da un dolce vincolo d'amicizia e l'Alighieri annoverò fra le sessanta donne più belle di Firenze, menzionate in un suo sirventese, la donna amata da Lapo. Al pari di quella cantata dal Frescobaldi, questa donna è giovane; essa ha il viso angelico e gli occhi belli e la "luce brunetta"; al pari della madonna dei provenzali è "gentil donna cortese e di bon'are", ma dalle pupille di lei si sprigiona lo splendore di un "raggio gentile amoroso" che, proprio come canta Giacomo da Lentini, "somma piagenza saetta pelli occhi dentro al core" del poeta. Essa ci fa pensare all'amante di Cielo dal Camo e alle gentili e fresche giovinette delle "pastorelle" francesi quando il cantore la rassomiglia ad una "rosa novella /che fa piacer sua gaia giovinezza". Di questa donna si dichiara "leal servente" e le chiede grazia e perdono; ma essa è "pietosa" verso l'innamorato cantore e il contrasto tra l'amore di lui e l'indifferenza o la crudeltà di lei è il motivo fondamentale della poesia di Lapo. Qui non troviamo la tristezza e la disperazione del Frescobaldi, ma un continua lagna, che però non è artificiale, fittizia come quella dei provenzaleggianti.
Lapo si lagna dell'inimicizia mortale che regna tra il cuor di lei e il suo, dei "fieri sembianti" con cui ella lo disdegna, di vederla fuggire e nascondersi, per cui la sua "alma piange sconsolata".

In questo contrasto, a tale pena che gli martoria il cuore fa notevole riscontro un'onda di pessimismo che pervade la poesia di Lapo. In una sua famosa canzone il poeta chiama l'amore "nova ed antica vanitate", lo dice nudo com'ombra per cui vesti non può "se non di guai" e compiange coloro che s'illudono delle amorose dolcezze.

Nato cieco nel mondo, l'amore porta - secondo il poeta - eternamente velate le porte del viso, ed è instabile, ed è un assassino che aspetta i cuori al varco e a lui Lapo lancia sdegnosamente il suo disprezzo in alcuni versi da cui però traspare un'amarezza mal dissimulata dall'ironia
non vo' che m'abbi omai più per fanciullo:
come campion ti sfido a mazzascudo.

Lapo piange e quando il suo dolore è intenso allora esprime in modo nuovo le sue pene, allontanandosi dalle solite immagini dei poeti precedenti; e l'immagine della sua preghiera personificata in figura pietosa è cosa nuova ed originale.
Ma non tutta la poesia di Lapo Gianni è fatta di sospiri, di querele e di pianto; qua e là c'è un raggio di speranza, un sorriso di gioia, un'effusione di dolcezza come una soave luminosità in cui danzano le più gentili immagini di sogno. Allora è il nuovo stile che fiorisce bello e trasparente tra le rime; allora la donna prende sembianza di angelo, si veste di umiltà; allora compaiono gli spiritelli che escono dagli occhi dell'amata e feriscono il cuore del poeta; allora questi ci parla del dolce riso di lei, dell'umile saluto e dello sbigottimento che gli ha fatto tremar l'anima nel petto.

Una nota caratteristica, che avvicina Lapo a FOLGORE di S. Gemignano e ai rimatori della poesia di transizione, troviamo in una canzone di lui, in cui il nostro poeta si dimentica del suo dolore, dei travagli d'amore, dell'angelo che lo fa sospirare e ci si presenta con un'aria goliardicamente spavalda, simile ai giovani gaudenti della Toscana del suo tempo, desideroso di gioia e di amore.
Amore, co chero mia donna 'n domino,
l'Arno balsamo fino,
le mura di Firenze inargentate,
le rughe di cristallo lastricate,
fortezze alte, merlate,
mio fedel fosse ciaschedun latino ....

Di GIANNI ALFANI non abbiamo notizie biografiche; soltanto da alcuni suoi versi siamo indotti a credere che fu esule forse con Dante e il Cavalcanti; (è stato identificato con un mercante di seta, forse gonfaloniere di giustizia nel 1311); probabilmente la sua vita non va oltre il 1330. Di lui non ci rimangono che sei ballate e un sonetto indirizzato, pare, a Guido Cavalcanti ai cui amori allude. Nelle sue poesie nulla che ci ricordi la maniera poetica dei "siciliani" e dei guittoniani; appartiene tutta alla nuova scuola toscana ed è dolce veramente, facile, piana, scorrevolissima. Nell'Alfani noi non troviamo il pianto che bagna le rime di Lapo, pianto forte e, talvolta, disperato; lui si compiace di scrutare dentro la sua anima, di analizzare i suoi sentimenti, di dipingerci i vari aspetti del suo amore e fa tutto questo con una grazia e una leggiadria che innamorano. Innamorano e commuovono quando il poeta, al saluto della donna, si turba; quando la mira, avvolto dai raggi di luce ch'ella spande, e pensa di dovere esalar l'anima in un lungo sospiro di amore; quando, forse esule, da Venezia, Gianni parla ad una cortese madonna del suo bene lontano, quando invia la ballatella dolente alla sua donna in Firenze
Ballatella dolente,
va mostrando il mio pianto
che di dolor mi copre tutto quanto.

CINO da PISTOIA nacque da Francesco Sigisbuldi e Diamante di Bonaventura di Tonello; la sua vita va dal 1270 al 1336. Studiò diritto a Bologna; appartenne al partito dei Neri e dal 1301 al 1306 visse, esule, lontano dalla sua città. Nel 1309 lo troviamo ambasciatore a Firenze; l'anno dopo a Roma assessore di Ludovico di Savoia; nel 1316 è giudice a Pistoia, dal 1321 al 1324 è a Siena, poi a Firenze, poi a Perugia e dal 1330 al 1331 professore all'Università di Napoli. Ritornò a Firenze e a Perugia e nel 1334 fu eletto gonfaloniere di Pistoia che due anni dopo ne pianse la morte.

I contemporanei lo ammirarono come giureconsulto e poeta e il Petrarca, dopo averne pianto la perdita in un sonetto, lo collocò nei "Trionfi", fra i seguaci d'amore. Cino è il rappresentante più genuino della lirica del "dolce stil nuovo" perché in lui si trovano più sviluppate e, dirò anche, più esagerate, tutte le qualità che caratterizzano la nuova scuola toscana; e appunto per questo il poeta si compiace troppo spesso di sottilizzare, di riuscire confuso ed oscuro, cosa che, allora, era ritenuta un pregio, di personificare tutti i suoi sentimenti. Questi eccessi, questo forzare la vita del suo spirito e piegarla violentemente alla tirannide del suo cervello fecero sì che il poeta disseccasse, non di rado, la pura fonte della sua ispirazione, contaminasse, con artifizi vieti, e falsificasse il pieno rivo del suo dolore, guastasse, con metafore audaci e forzate, l'espressione poetica. Si aggiunga a questo un non so che di grottesco che deriva dalla esagerazione delle immagini e dallo studio eccessivo dei concetti, che, qualche volta, lo potrebbero fare apparire come un progenitore lontanissimo del Marini, e si avrà un quadro quasi esatto dei difetti della poesia di Cino, ai quali difetti badò soltanto Adolfo Gaspary nell'esaminare l'opera poetica, di cui diede ingiustamente un giudizio negativo, affermando che "la Musa non fu troppo benigna a questo giureconsulto erudito" e che "la sua poesia è prolissa, senza forza, e piena di trivialità".

Quanto sia inesatto il giudizio del Gaspary molti lo vedono da soli. Accanto a molti difetti che deturpano la poesia del pistoiese possiamo trovare tali e tanti pregi che sono sufficienti che Cino sia collocato tra i primi nella schiera dei nuovi poeti toscani. Anche per Cino, come per gli altri rimatori della stessa scuola, la donna è un angelo; anche Cino segue e svolge la teoria guinizzelliana dell'amore che prende dimora nel cuore gentile; anche nella sua poesia troviamo cantato il saluto della donna amata, lo sbigottimento prodotto dalla vista di lei, i lamenti per la crudele indifferenza della bella desiderata, tutto quel sfondo, insomma, di sentimenti di cui i poeti del "dolce stile" sono soliti intessere le loro rime. Ma tutto ciò in Cino è più ampio e profondo.

Cino vive di amore e di dolore; nel suo voluminoso canzoniere troviamo un analisi minuta delle sue aspirazioni, delle sue speranze, delle sue ansie, un alternarsi di illusioni e di disinganni dal poeta provati mentre la sua donna è viva e i lamenti, l'angoscia, la muta disperazione dopo la morte di lei. II canzoniere del pistoiese è tutto un romanzo, un romanzo povero di casi esteriori, ma ricchissimo d'interiori vicende; è il romanzo di un'anima che vive in perenne agitazione, protagonista di un intimo dramma di amore e di dolore. La poesia di Cino è l'espressione, la rappresentazione di una vita intensamente vissuta; e la personalità del poeta, risalta fra le astrazioni e le somiglianze che accomunano gli altri rimatori; spesso è cosí sincero che tradisce - e non è un male - i principi della scuola a cui appartiene. I momenti, diciamo così, di umanità che abbiamo riscontrati in Dino, Lapo e Gianni Alfani, sono più frequenti nella poesia di Cino. Non di rado lui si dimentica di aver dato alla sua donna sembianza di angelo, di avere a lei dedicato gli affetti più puri del cuore, si dimentica della spiritualizzazione che del suo amore ha fatto e fra i bianchi veli in cui s'involge la musa del nuovo stile s'intravede l'uomo. Furono appunto questi momenti di sincerità, di ritorno alla realtà, che diedero origine ad alcune accuse mosse al pistoiese. Fra le altre accuse, notevole è quella di Dante, il quale, in risposta ad un sonetto in cui Cino gli chiede consiglio intorno ad un suo nuovo amore, scrive
Chi s' innamora siccome voi fate,
E ad ogni piace si lega e scioglie,
Mostra ch'Amar leggermente il saetti.

Terzina questa di un sonetto che ci fa vedere come ai dolci detti, all'angelica e pura poesia di Cino, non s'accordassero sempre i fatti; e questo ci mostra meglio ancora la risposta del pistoiese, che è un'esplicita confessione:
Un piacer sempre mi lega e dissolve,
Nel qual convien che a simil di biltate
Con molte donne sparte mi diletti.

E a molte donne davvero accennano le sue poesie. In Cino non troviamo la donna unica che tiene il pensiero e il suo cuore, che costituisce per il poeta il solo ideale e il solo desiderio. Il pistoiese folleggia; ama le belle donne, s'intenerisce alla vista di due trecce bionde e sospira per l'ondeggiare d'una chioma nera, e in questo lui è uomo; vive, non nelle evanescenze diafane dei sogni, ma nella realtà, che non esalta solo il suo pensiero, ma fa anche fremere la sua carne. Or sono due trecce bionde che lo ammaliano e gli dettano quella superba canzone, che nella movenza dolcissima, rassomiglia tanto a quella famosa del Petrarca: "Chiare, fresche e dolci acque"; ora è la luce di due "occhi traditori" o il "bel color de' biondi capei crespi"; or sono ancora due "belle trezze bionde", che l'hanno legato all'amoroso nodo; ora è una "fante piacente in cera" che lo tortura con la sua indifferenza; ora "una merla da le nere penne", ora una donna "velata in un amanto negro", ora una bella Pisana, ora Teccia, che lo fanno arder di amore; e accanto a queste, passano nell'orizzonte della sua vita, una bella bolognese, una "giovin donna" ed una che gli è "cara sol di stare a la finestra". E per tutte il poeta sospira; e non sono sempre puri i suoi sospiri, non sono sempre ideali, degni cioè d'un angelo, d'una non mortale creatura, perché da una sposa aspetta le dolcezze da tempo desiderate invano e in un sonetto pieno di grazia, non può nascondere il suo sensualismo, pur mascherandolo sotto un velo di immagini leggiadre:
Ma se potessi far come quel dio,
'Sta donna muterei in bella faggia
E mi farei un'ellera d'intorno;
Ed un ch' io taccio, per simil desìo,
Muterei in uccello, che ogni giorno
Canterebbe sull'ellera Selvaggia.
Cino, fra tutte queste che canta, quale donna amò più di ogni altra? Selvaggia, forse della famiglia dei Vergiolesi, è colei alla quale è stato assegnato il primo posto nel cuore del pistoiese; e il Petrarca, passando in rassegna gli amanti famosi, canta nel "Trionfo d'Amore":

Ecco Dante e Beatrice; ecco Selvaggia,
Ecco Cin da Pistoia.
Ma la "Selvaggia" di Cino potrebbe essere un nome proprio o un aggettivo che qualifichi la durezza del cuore di lei. Canta il poeta di Pistoia:
A vano sguardo et a falsi sembianti
Celo colei che nella mente ho pinta,
E covro lo desìo di tale infanta,
Ch'altri non sa di qual donna io mi canti.

E forse non lo sapeva nemmeno lui, perché Selvaggia - come forse Beatrice per Dante e Laura per il Petrarca - dovette essere la donna ideale di Cino. Forse egli amò davvero, più di tutte le altre, d'amore intenso, una creatura terrena - perché sono troppo sinceri i suoi accerti - ma la realtà di tale donna perse a poco a poco le sue linee e le sue qualità umane, si alzò dalla terra verso il cielo, si trasumanò, s'idealizzò, si spiritualizzò, e dalla prima donna dovette, dopo tale processo di trasformazione, venir fuori una figura del tutto nuova e diversa.

La donna-angelo di Cino - come le donne angelicate di tutti gli altri poeti del dolce stil nuovo - è la meta irraggiungibile dei desideri del poeta; è beata e beatrice; tra lei e lui c' è di mezzo lo spazio che separa la terra dal cielo, il reale dall'ideale; l'amore è dunque pura aspirazione; il possesso è escluso perché è impossibile il connubio tra un uomo e un angiolo e solo un dio potrebbe fare il miracolo, tramutando Selvaggia in faggio e il poeta in edera come fece Apollo che mutò Dafne in alloro. Questa donna angelica è umile in aspetto e sorride al poeta, sorride come un miraggio, ma la sua stessa altezza costituisce crudeltà e da ciò nasce il dolore che pervade la poesia di questi poeti toscani e che è la nota fondamentale del canzoniere di Cino da Pistoia. La poesia del dolore in Cino è profondissima. Non sono i soliti lamenti causati dall'orgoglio e dalla noncuranza che verso l'innamorato mostra la donna, non sono lacrimucce spremute a stento dagli occhi, non sono sospiri più o meno retorici; nelle rime del pistoiese abbiamo il pianto muto e profondo che or si muta in dolorosi lamenti, ora si converte in singhiozzi convulsi e strazianti; c' è l'angoscia intensa e terribile, C' è tutto un poema fatto di lacrime e di sospiri che commuovono.

La poesia di Cino rivela un dramma interno. Prima è la sublime visione della donna che sbigottisce il poeta e lo avvolge in un'onda di luce, poi sono le ansie, i sogni rosei in cui l'anima dell'innamorato cantore dolcemente si culla, le soavi illusioni di gioia e d'amore, poi le amare incertezze e i dubbi atroci in cui il suo cuore si dibatte; ma un barlume fioco di speranza rischiara il cielo della sua vita; torna a sognare e ad illudersi; è un attimo: vede la distanza che lo separa da lei, vede l'indifferenza dipinta sul viso dell'angelo; ai suoi occhi la donna celeste diventa una fiera selvaggia; addio sogni, addio illusioni, addio speranze; cala nell'anima di Cino una notte cupa, piena d'angoscia, la sua vita si fa triste e deserta e lui, pellegrino desolato, ne percorre i lacrimosi sentieri in compagnia del dolore e il suo pianto cresce e il suo affanno diventa disperazione e il suo lamento si muta in maledizione.

E quando le maledizioni non bastano, il dolore lo rende feroce e dinnanzi al nostro sguardo si profila la figura beffarda di CECCO ANGIOLIERI; nel senese però l'impressione, il cupo e folle desiderio di distruzione si mutano, alla fine in riso, determinando l'umorismo, mentre nel pistoiese si concentrano in un solo pensiero e in un solo desiderio nel pensiero dell'amore non corrisposto e nel desiderio della morte.
Di tutta la vita dell'anima sua e del suo cuore Cino fa un'analisi fine, acuta, stupenda che ci fa in lui sentire il vicinissimo precursore del Petrarca; alle sue pene il pistoiese dà un'espressione poetica originale ed efficacissima, che rivela subito l'artista.

Il poeta procede "sbigottito, in un colore Che 'l f a parere una persona morta"; se ne va pensoso, tenendosi "la man presso lo core" come per comprimere il suo dolore; e questo è così forte da far desiderare a Cino la morte, di cui lui sente tutta l'arcana voluttà. Nella poesia dolente del pistoiese vi è una nota mistica, soave e malinconica che conquista, una mestizia rassegnata che contrasta vivamente con il grido angoscioso espresso nel magnifico sonetto tributato alla tomba di Selvaggia: tra questa malinconia dolce e questo urlo d'angoscia sta tutto il dramma dell'anima del poeta.

Poeta assai più grande di Cino fu GUIDO CAVALCANTI. Nacque a Firenze verso il 1250 e, al pari di Dante, quando i Guelfi si divisero in due fazioni, seguì il partito dei Bianchi. Uomo altero e avverso al popolo, non volle, nel 1295, ascriversi a nessuna arte per potere, come nobile, arrivare a coprire qualche carica pubblica; ma impegnatosi tutto alle passioni politiche, dopo aver tentato di uccidere con un dardo il suo potente ed acerrimo nemico Corso Donati e di avere scampato a stento la vita della furia del popolo, fu, nell'estate del 1300, durante il priorato dell'Alighieri, mandato, con altri, in esilio a Sarzana, da dove, tornò in patria nell'agosto, infermo, e morì alla fine dello stesso mese. Fu sepolto nel Cimitero di Santa Reparata presso la tomba di Farinata degli Uberti di cui aveva sposata la figlia e al quale il Cavalcanti fu molto simile per la fierezza del carattere, se non per la generosità d'animo, e Dante, nominandolo nel cerchio degli eresiarchi, fra le arche della città di Dite, nell'episodio famoso di Farinata e Cavalcante dei Cavalcanti, pare che abbia voluto tramandare ai posteri unito al nome del grande ghibellino quello del suo amico Guido.

Poeti, cronisti e novellieri del suo tempo scrissero di lui "Bello e forte, prode e audace". Studioso di latino e di francese, profondo nella letteratura provenzale, ebbe fama di epicureo e il Boccaccio, nella novella nona della sesta Giornata del suo "Decamerone" scrive che il Cavalcanti "oltre a quello che egli fu un de' migliori loici che avesse il mondo, et ottimo filosofo naturale, fu egli leggiadrissimo e costumato, e parlante uomo molto, et ogni cosa che far volle, et a gentile uom pertenente, seppe meglio che altro uom fare, e con questo era ricchissimo, et a chiedere a lingua sapeva onorare cui nell'animo gli capeva che il valesse". Però "Guido alcuna volta speculando, molto astratto dagli uomini diveniva. E per ciò che egli alquanto tenea della opinione degli Epicuri, si diceva tra la gente volgare che queste sue speculazioni eran solo in cercare se trovar si potesse che Iddio non fosse".

Sono attribuiti al Cavalcanti sessanta sonetti di scarsissimo valore letterario sulla "maniera di ben servire"; attribuiti a lui solo perché l'ultimo risulta di Guido e tutti formano un insieme che non può essere disciolto. Ma che formano un insieme compatto non è provato, anzi, sia per l'arte sia per il contenuto le disuguaglianze sono molte e appunto per questo è audace affermare che questo trattatello amoroso in rima appartenga al Cavalcanti.
Il breve ed autentico canzoniere di Guido si può dividere in due parti, quella in cui il Cavalcanti si mostra un filosofo e quella in cui ci appare poeta. Alla prima parte, che non è davvero la più bella, appartiene la famosa canzone "Donna mi prega", scritta in risposta ad un sonetto dell'Orlandi, in cui il Cavalcanti riunisce quasi tutte le teoriche sull'amore, patrimonio della nuova poesia.

Il "dolce stil nuovo" si aprì con la canzone di Guinizzelli e si compendia tutto e si chiude, quasi, - rispetto al contenuto filosofico - con questa canzone del Cavalcanti; ma mentre il primo pone la sede dell'amore nel cuore il secondo la pone nella mente.
"La canzone del Cavalcanti - per usare le parole del Bartoli - "può essere sembrata bella e profonda ai suoi contemporanei, ed anche ai neo-platonici del secolo XV. A noi che vogliamo l'arte rappresentatrice di una verità interiore ed esteriore, quella canzone sembra una stranezza ed un controsenso. Essa non ha che un solo valore: quello di documento storico per attestarci quale fosse lo stato delle menti sullo scorcio del secolo XIII, e come s'intendesse l'amore, travolto da sentimento a concetto, e chiamato anch'esso a far parte di quella pseudo-scienza teologico-filosofica, nella quale si impaludava il pensiero umano".

Come tutti gli altri poeti del "dolce stile" il Cavalcanti personifica l'amore, usa gli spiriti e spiritelli, ragiona sottilmente sull'essenza d'amore, canta soavemente la poesia del saluto, chiede grazia alla sua donna, vagheggia una figura femminile che non è di questo mondo, ma ha sembianza di angelo, ed ha in sé perfezione di bellezza e di virtù. Più che negli altri rimatori, nella poesia di Guido gli occhi della creatura angelicata risplendono e per questi occhi meravigliosi il poeta ha note bellissime.
La lirica del Cavalcanti vive di gioia e di dolore, nati dall'amore che fa fremere e gemere le corde sensibilissime della sua cetra; ma la gioia del poeta è breve; è come un lampo che illumini d'un tratto, per un istante, il fosco cielo della sua vita; è tutta nella contemplazione estatica della sua donna che gl'infonde nell'anima un balsamo di dolcezza sì che il poeta tutto si dà e abbandona.
Ma sono attimi; la nota che caratterizza e pervade la sua lirica è il dolore e questa nota è comune a tutti i poeti del "dolce stil nuovo": un senso dolcissimo di malinconia che scolora il viso del poeta nella inutile contemplazione della donna beata, che a poco a poco diviene intenso, acuto, si muta in sospiro, in lamento, scoppia in pianto dirotto o convulso, erompe in grido d'angoscia o in un urlo disperato. Già fin dall'inizio del suo innamoramento si presenta
il dramma:
Quando mi vider, tutti con pietanza
Dissermi: "facto se' di tal servente
Che mai non dèi sperare altro che morte.
E il dramma s'avvicina, il pensiero d'amore è punta dolorosa

....stando nel penser, li occhi fan via
A lagrime del cor, che non la oblia.

Il dramma si svolge nella bellissima canzone: "Io non pensava che lo cor giammai"; qui il sospiro del poeta è pieno di tormento e dall'anima sua fiorisce il pianto che gli dipinge negli occhi la morte; qui si sente che il cantore cerca invano la pace nello spasimo che lo tortura; e lo spasimo è tale e tanto che non trova sfogo; la pena si risolve in sbigottimento muto; l'amore lo "sbigottisce sì che sofferire non può lo cor", e Guido appare in figura "d'un che si more sbigottitamente" E il dramma interiore incalza:
....chi gran pena sente
Guardi costui e vedrà lo su' core;
Chè morte 'l porta in man tagliato in croce.

Il dolore è atroce; ma non si risolve ancora in un urlo di disperazione, bensì in abbattimento profondo, pieno d'intensa mestizia e di pietà. E allora il Cavalcanti scrive il sonetto bellissimo:

S' io prego questa donna che pietate
Non sia nemica del su' cor gentile,
Tu di' eh' i' sono sconoscente e vile,
E disperato e pien di vanitate.
Onde ti vien sì nova crudeltate ?
Già risomigl'a chi ti vede, umile,
Saggia ed adorna, accorta e sottile
E fatta a modo di soavitate.
L'anima mia dolente e paurosa
Piange ne li sospir che nel cor trova
Sicché bagnati di pianto escon fore.
Allora par che nella mente piova
Una figura di donna pensosa
Che vegnia per veder morir lo core.

Ora la rappresentazione artistica del suo dolore è piena. Davanti agli occhi suoi il poeta vede il cuore e l'anima dolente che si uccide e muore d'un colpo che le diede amore. Ah ! se coloro che lo ascoltano sentissero tutta la profondità del suo dolore, tremerebbero in cuor loro, perché un torrente di lacrime scende dalla mente del poeta e si apre un varco per gli occhi. E nell'orizzonte della sua vita si delinea una figura tetra e, ad un tempo, maliarda: è la morte che lo saluta; e il saluto della morte fa un contrasto terribile con l'umile e dolce saluto dell'amore, incarnato nella donna del cielo. Il dolore dà alla poesia un'espressione meravigliosa e la morte, ora, non è più una visione fugace; essa campeggia costantemente nella vita di Guido, vive nel suo pensiero travagliato, tiene stretto il suo cuore; morte ed amore: ecco il punto culminante del dramma della lirica del Cavalcanti; non più lamenti, il poeta è ormai divenuto lo spettro di se stesso; "lo spirito del core giace pieno d'angoscia in loco di paura"; la catastrofe si avvicina a grandi passi e più terribile che si possa immaginare. Guido è in esilio a Sarzana, e non è soltanto l'anima sua malata, ma anche il corpo; la morte, visione costante negli ultimi anni della vita di lui, or gli sta vicina, lo veglia, lo stringe fra i suoi neri artigli e dall'anima del poeta, presso a liberarsi dall'involucro terreno, parte il canto supremo, il canto del cigno, fatto dell'ultimo desio e dell'ultimo dolore:
Perch' i' no spero di tornar giammai.
Ballatetta, in Toscana,
Va tu, leggera e piana
Dritt'a la Donna mia
Che per sua cortesia
Ti farà molto onore.

E veniamo a DANTE ALIGHIERI. Di tutti i poeti del "dolce stil nuovo" Dante è il più grande.
Nelle sue rime giovanili c'è la musa italiana delle origini con tutte le vesti e tutti gli atteggiamenti che fin qui abbiamo esaminati, c' è la traccia evidentissima del cammino percorso dalla poesia volgare dalla Sicilia a Bologna e a Firenze, c' è la voce varia dei rimatori occitanici, svevi, toscani, dei mistici e dei realisti. In alcune parE di sentire Cecco Angiolieri: sono quelle zampillate dalla sua vena nel triste tempo del traviamento; i motti le celie grossolane inviate a Forese Donati; in altre esplode violenta la passione, sgorga l'amarezza dell'amante insoddisfatto, irrompe l'odio dell'uomo respinto, si espande un desiderio di godimenti sensuali. Ma sono aspetti fugaci della poesia dantesca giovanile questi nel mistico romanzo d'amore ch'egli intitolò "Vita Nuova" è tutto il vero Dante del "bello stile".

Una figura di donna campeggia nel breve eppure intenso romanzo come forse campeggiò nella vita del poeta. A noi non importa sapere s'ella fu una persona reale o fantastica, se è un'astrazione intellettuale o una concezione allegorica, se rappresenta la virtù, la sapienza, la teologia o qualche altra cosa ancora; essa è una figura artisticamente reale e compiuta perché visse nel mondo fantastico del poeta e vive eterna nell'opera d'arte.
Essa è Beatrice, la fanciulla che il poeta vede all' età di nove anni "vestita di sanguigno" e che dopo altri nove anni la rivede adorna di bianchissime vesti, la fanciulla che, amata spiritualmente, morrà giovane e del suo ricordo riempirà l'animo dell'amante.

Beatrice, anche se appartenente alla realtà storica, è nella realtà fantastica trasumanata. Essa è il tipo più perfetto della donna angelicata, della donna che, trasportata nel regno dell'arte, è quasi incorporea, tutta illuminata da una luce divina che ride dagli occhi, tutta circonfusa di un'umiltà beata e beatificatrice, la cui bellezza celeste non ha parole per i sensi, ma gonfia di stupore la mente e d' inesprimibile commozione l'anima e la solleva dalla terra al cielo come per prodigio.
Davanti a Beatrice c'è il poeta, e il poeta è l'amante: un giovane timido, ingenuo, casto, dedito allo studio e alla meditazione, un sognatore, un sentimentale, un uomo che vive quasi fuor della vita, con l'anima assetata di bellezza e di luce. Da lei gli viene la luce, luce celeste, e questa luce forma l'atmosfera della vita del poeta, che in essa si muove non con il corpo, ma con l'anima, e forma anche l'atmosfera del romanzo; e questo dove si svolge?

"In un ambiguo paese di sogno, dove c' è una città, ma non si sa quale sia, dove c'è un fiume, ma non si sa come sia; una nebbia allucinante fluttua sulle cose e ne stinge i contorni esitanti e mutevoli. I personaggi sono ombre che vanno e vengono silenziose e leggere, sospirando e parlando sommesse, mai ridendo, sono pie, assorte, composte, rapite in una comune aspirazione ieratica. Beatrice non parla mai; ella va come le sante, senza quasi toccare co' piedi la terra; null'altro sappiamo delle sue fattezze se non che ha il volto di un colore soave di perla; bellezza intellettuale e divina incarnata in una forma di donna eterea, spirituale, tramata di luce e di verità; creatura irreale e che pure acquista sembianza, rilievo, carattere dagli affetti che la sua gentilezza e la sua umiltà producono ne' cuori umani.

Il personaggio più prossimo alla realtà naturale è l'Amante; ma anche questi non è già un uomo tormentato dalle passioni ordinarie; egli è un adolescente inesperto ed estatico, che ha la fede tranquilla dei semplici, una visione delle cose per cui le cose son sempre di là da se stesse, disposto a scoprire dovunque simboli e prodigi, sempre in atto d'implorare e d'adorare la grazia, il quale respira, per dir cosí, il pensiero di Dio nella creazione. Tutto è candido, tremolante e virgineo in questo libro .... i sentimenti che vi si mischiano hanno sempre qualcosa d'interiore, di suggestivo e di remoto: sono ricordi indistinti, impulsi inesplicabili, presentimenti divini, letizie serafiche, dolori casti e soavi (Cesareo)".

Due soli sono i personaggi di questo mistico romanzo poiché le altre poche figure femminili e maschili sono volutamente scialbe e non hanno importanza alcuna nell'azione; anzi diremmo che uno solo è il personaggio, l'Amore, che, prodotto dalla bellezza divina della donna angelicata, a lei, sceso nel cuore del poeta, ne volge l'ammirazione e il purissimo desiderio.
Né sono sul medesimo piano i due protagonisti: in una sfera superiore vive Beatrice come sopra un altare intangibile; ai piedi di esso, sulla terra, sta il poeta, come in adorazione; ma invano nell'una e nell'altro cercheremmo varietà di atteggiamenti: essa non ne ha che uno solo, quello della santa che manda la luce e la grazia, e uno solo ne ha lui, quello dell'estasi, dell'ansia muta e dell'attesa. E così l'azione del romanzo è puramente interiore: è un succedersi di sentimenti che vanno dalla gioia allo spasimo, dalla trepidazione al dolore; e si svolge per mezzo di visioni.
Con la "Vita nuova" il "dolce stil nuovo" ha avuto il suo capolavoro.

Beatrice non è una figura convenzionale, ma una realizzazione artistica perfetta; la donna angelo qui non è un motivo di scuola, ma una figurazione lirica espressa mirabilmente da una fantasia commossa; qui l'amore non è fredda filosofia ma sentimento vivo, aspirazione perenne, beatitudine; qui non c' è il canzoniere, ma il poema giovane, fresco, soave, luminoso, che con le sue linee perfette e le sue armonie meravigliose pare voglia annunciare il Rinascimento.

Fonti,  testi e citazioni
FRANCESCO DE SANCTIS - STORIA DELLA LETTERATURA ITALIANA
Prof. PAOLO GIUDICI - STORIA di ROMA e D'ITALIA 
IGNAZIO CAZZANIGA ,  STORIA DELLA LETTERATURA LATINA, 

UTET - CRONOLOGIA UNIVERSALE
+ BIBLIOTECA DELL'AUTORE 


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