Mons. AGOSTINO  MARCHETTO

CHIESA E PAPATO

NELLA STORIA E NEL DIRITTO

25 anni di studi critici

 

A mio padre

 

 Copyright 2002 ‑ Libreria Editrice Vaticana ‑  Città del Vaticano

Riproduzione concessa dall’Autore a Storiologia

 

PREFAZIONE

 

 

Una grave malattia può far sorgere il desiderio di rivisitare il proprio passato, anche quello di critica storica, per metterne insieme i risultati, per vedere altresì se, raccogliendo con ordine le varie pubblicazioni, recensioni e note, si possano trarre, in modo più chiaro, alcune conclusioni, se ne nasca magari una qualche linea di fondo capace di indirizzare il futuro, ovvero appaiano utili piste per un ulteriore approfondimento storico e canonico, teologico ed ecumenico. Malattia, o meno, ho sperimentato anch'io questo bisogno di vagliare retrospettivamente i miei interessi scientifici e le mie « curiosità » storiche, sorgendo imperiosa la volontà di precisare le ragioni del divenire della mia coscienza di studioso.

Dal desiderio sono passato all'esecuzione, anche pungolato da consigli amici. Ecco dunque qui raccolti i miei interventi critici, scaglionati nei venticinque anni passati, abbastanza ritmici nel tempo, con moto peraltro più intenso — e ciò è dipeso dalle circostanze di lavoro — dal '90 in poi. Si tratta di una ristampa inalterata (salvo correzione di errori materiali e sviste) di studi apparsi dal 1973 al 1999 con l'aggiunta di qualche inedito. L'ordine, all'interno degli argomenti generali, scelti per dare un titolo alle varie Parti, — come paniere atto a raccogliere, in costatazione quasi inattesa, i grandi filoni unitari del mio interesse — è quello cronologico, salvo qualche rara eccezione in cui la logica di lettura ha richiesto un anticipo o una posticipazione.

Mi piace vederli tutti, questi studi, animati da un forte amore alla verità e come realizzazione di un anelito, di un bisogno fondamentale, sentito fin dagli inizi, quello di contribuire a dischiudere la ricerca storica al diritto canonico e quest'ultimo alla storia, nel senso più vasto, quale è inteso oggi. Come dubitare infatti dell'importanza del diritto canonico per conoscere lo spirito che anima un'epoca, specialmente se medievale? Esso fu, in effetti, particolarmente in detto periodo, ordinamento europeo, universalistico.
Di tale anelito di comunione fra le due scienze sopra citate è chiara testimonianza la mia fedele collaborazione, da una parte, alla Rivista di Storia della Chiesa in Italia e, dall'altra, ad Apollinaris, da cui sono tratti moltissimi dei capitoletti (104) di questa pubblicazione, « in una combinata », quasi perfetta, che ritengo felice, delle due discipline, e indicativa appunto del mio sentire vivissimamente l'unità d'intenti. Rilevo al tempo stesso che le « recensioni » sono in genere piuttosto lunghe — è mia caratteristica, con vantaggi e svantaggi impliciti per il paziente lettore —, anche perché mi piace, al fine di fondare la mia critica, far parlare l'Autore, affinché il giudizio nasca quasi dalle sue parole (più che dalle mie) e sia perciò più facile ed obiettivo.
Nel sottofondo delle Riviste « si vedono », naturalmente, i volti cari dei loro iniziali responsabili, soprattutto dei compianti Mons. Michele Maccarrone e Padre Pietro Tocanel, O.F.M. Conv. (v., al riguardo, In memoriam del Prof. O. Bucci: Apol LXV‑1992‑, pp. 771‑774). La comunione di spirito e l'accoglienza di stampa si inaugurò con loro.
La collaborazione, la condivisione scientifica, la stima furono tali, con il fondatore della Rivista di Storia della Chiesa in Italia, che egli giunse a chiedermi, alla fine degli anni '70, di voler pensare a sostituirlo in Cattedra, nella Pontificia Università Lateranense.

E anche se ritenni, allora — credo a ragion veduta —, di non dover lasciare la strada diplomatica, su cui ero stato indirizzato, nel servizio ecclesiale — non per mia iniziativa —, il cammino della ricerca scientifica, insieme, continuò alacre. Anzi Mons. Maccarrone lo diresse, con convinzione, verso l'età contemporanea, dopo i miei inizi medievali, specialmente in tema conciliare e papale. Ce n'era bisogno — mi disse — e d'altra parte era stato il cammino di molti che in principio furono medievalisti. Di ciò v'è ampia testimonianza nel contenuto di questo libro.

Dicevo della mia strada diplomatica, in un servizio quindi fuori d'Italia, quasi sempre (vent'anni) in Africa. È così presto spiegato il taglio dei miei studi, la loro specializzazione soprattutto nel « recensire ». Le situazioni e i disagi africani, infatti, non mi permettevano molto di più, ma ciò non mi confinava — a mio avviso — al margine della ricerca europea e americana, stando a quella convinzione mia profonda che il genere letterario delle recensioni e delle note « deve sempre costituire un contributo al progresso della scienza ». L'eco, che illustra il mio convincimento iniziale e radicato, l'ho trovata, or non è molto, in « Agostino Bea, Cardinale dell'ecumenismo e del dialogo » di S. Schmidt (Alba 1996, p. 52).

D'altra parte la « critica » la sentivo sempre più congeniale, ormai, per quell'affinamento richiesto e operato dalla mia attività diplomatica, anche se non molti la praticano oggi, in verità. Di fatto « la bella stroncatura che prendeva il libro di petto con ragioni precise, pure opinabili, e che lo liquidava, ora non esiste più » (lo rilevava, in altro campo, Giulia Borgese — riferendo parole « passate » di un mio illustre concittadino, Neri Pozza — su Il Corriere della Sera del 16 gennaio 1998).
Ci vuole dunque la critica — meno, forse, la stroncatura, ma se è necessaria... —, la comparazione delle posizioni e la discussione, per far avanzare la conoscenza, con rispetto, sì, di chi scrive, ma altresì della verità; con coraggio, oltre ogni parzialità o servilismo, timore reverenziale o « ideologizzazione ». Certo che bisogna rimanere, al tempo stesso, preparati a riceverla, pure, la critica, se provata, legata ai fatti, ai documenti. Nessuno in questo campo è infallibile, anche perché, come affermava Renan, « la verità si trova nelle sfumature ». A questo proposito dico qui la mia pena, di costatarne l'assenza, in genere, in un procedere che è di poca precisione, quasi superficiale, molte volte « a ruota libera », senza meditata pazienza, su questioni, poi, che di solito sono complesse.
Ma facciamo un passo indietro per ricordare, al fine di intus legere questa mia pubblicazione, un altro personaggio del mondo dei miei ricordi, degli esempi ricevuti, colui che mi aveva messo (in collaborazione con Mons. Maccarrone) — ora lo so, dopo tanti anni — sul treno della diplomazia della Santa Sede e della ricerca medievale: il Padre GillesGérard Meersseman, O. P., buon amico del mio primo Professore di Storia Ecclesiastica nel Seminario Vescovile di Vicenza, Mons. Giovanni Mantese, appassionato raccoglitore delle « Memorie storiche » della mia terra d'origine.
Il P. Meersseman era un illustre uomo di studio, un dotto religioso, scomparso il 26 Marzo 1988, specialmente dedito alle ricerche sulla spiritualità dei Laici, in età medievale appunto, come lo testimoniano il suo « Ordo Fraternitatis » e, indirettamente, la I Parte di questa raccolta. Tale indirizzo mi è ben rimasto dentro ed ha ispirato anche alcune note, le più personali di questi miei studi — e mi si perdonerà l'ardire —, che pur valgono « scientificamente » perché seguono le orme del « Padre » — come lo chiamavamo noi, suoi amici — (ad esso si riferì pure Mons. Maccarrone nella RSChIt XLIII1989‑, pp. 185‑200).
Nella galleria dei personaggi del mio passato di studioso, anzi potrei dire dei miei « maestri », in questo campo specifico storico‑giuridico, manca solamente il compianto Mons. Giuseppe D'Ercole che — come dice un breve ma compendioso articolo In memoriamEcclesiam per scientiam dilexit (A. Giacobbi, Apol L‑1977‑, pp. 326ss.). Fu lui a propormi per la tesi di laurea in Diritto Canonico l'approfondimento dello Pseudo‑Isidoro, nel versante del primato pontificio, che poi divenne, come esso suggerì in tutta evidenza, piuttosto: « Episcopato e Primato pontificio nelle Decretali PseudoIsidoriane. Ricerca storico‑giuridica » (Roma 1971). E tutta la II Parte degli studi qui pubblicati ne sono una « logica » conseguenza — con dilatazione d'interesse alle falsificazioni medievali, in genere, e analisi del loro influsso fino a giungere al vigente C.J.C. per la Chiesa Latina —, così come la III Parte, che concerne più specificamente la più larga storia del diritto canonico (soprattutto le « Collezioni ») e di qualche specifica istituzione.
Mons. D'Ercole fu animato da grande amore per la scienza e altresì da quell'ansia ecumenica, che mi contagiò (ne sono ora cosciente), così come mi « presero » i suoi studi sulle « radici » della Chiesa, quella primitiva. Essi l'avevano condotto alla disciplina antica (v. il suo « Consortium disciplinae » del 1955), alla costituzione ecclesiastica fin dalle sue origini e finalmente alla « Communio »: ne nacque una serie di pubblicazioni — la collana che porta tale nome, giunta al numero 13 di serie (1960‑1972) —.
Egli risalì dunque alle radici delle istituzioni che si svilupparono nella storia della Chiesa, — mi piace qui ricordarlo, perché qualcosa di ciò porto nel sangue, come risulta da questa mia pubblicazione — e ne cercò traccia nel tempo, nella teologia, nel diritto, spostando la sua analisi su, su, prima verso il periodo preniceno, poi direttamente sul Nuovo Testamento e anche sull'Antico, per « trovare » Israele.

Non posso dimenticare di lui nemmeno la partecipazione, come perito, al Concilio Vaticano II, durante il quale contribuì, fra l'altro, a far accogliere nei testi conciliari la dottrina della communio hierarchica, in cui oggi si riconosce sempre più, sia pur con difficoltà, una delle chiavi interpretative dello stesso grande Sinodo. Organizzò, poi, nel Settembre del 1967, in Roma ed Anagni, il congresso internazionale sulla storia della Sollicitudo omnium Ecclesiarum, contribuendo anche al varo della Rivista Concilium, da cui ben presto però prese le distanze.

Quanto abbiamo scritto di lui fa bene da sfondo alla IV Parte degli studi qui pubblicati, che si riferisce alla storia dei Concili, con particolare attenzione, via via fattasi più pressante, al Vaticano II, da cui nasce — risulterà evidente dalla lettura dei testi — un rispettoso e ragionevole dissenso specialmente nei riguardi del prof. Giuseppe Alberigo e quella che io chiamo la « scuola di Bologna ». Il paziente ed informato lettore potrà giudicare, particolarmente percorrendo la forte critica ai tre primi volumi di una « Storia del Concilio Vaticano II », diretta appunto dall'Alberigo, e la presentazione di alcuni « Diari » conciliari.

Segue l'altro nodo del mio itinerario (V Parte) negli anni trascorsi, intimamente legato al precedente, quello del Primato del Vescovo di Roma, che fu ed è « segreto » di unità, ma al tempo stesso crux nell'odierno cammino ecumenico. La storia specialmente del primo millennio e la ecclesiologia di comunione e di cattolicità‑ortodossia (che era sottesa ad un esercizio del primato allora in ascensione, nel contesto di una possibile distinzione tra diritti e doveri patriarcali e primaziali, di Roma) vi trovano ampi spazi di considerazione in prospettiva ecumenica, specialmente in relazione all'Ortodossia. Rileviamo qui solo un articolo che altri definì fondamentale: « Una formula “fortunata” di rapporto Primato‑Episcopato: “In partem sollicitudinis... non in plenitudinem potestatis” ».
Dopo la parentesi medievale (Parte VI), non poca cosa peraltro, da cui emergono gli studi del Lapôtre, con interessanti agganci di prospettiva ecumenica (per l'influsso pseudoisidoriano — anche attraverso Anastasio Bibliotecario — sulla questione foziana e slava), ritorno, nella pubblicazione, alla Chiesa nell'età contemporanea (Parte VII) e ai suoi Papi (Parte VIII), da Pio XII a Paolo VI. Non vi mancano, credo, gli spunti di revisione critica su vari argomenti di alto interesse storiografico, con attenzione particolare, ancora, alle questioni concernenti il Concilio Vaticano II.
La Parte IX, conclusiva, raccoglie studi generali, visioni d'insieme, vuoi sulla prima « Storia del Cristianesimo » di Aa. italiani, in quattro volumi, vuoi su quella di tutti i Papi, o di quasi tutti. La prospettiva finale è data da « La Chiesa nella storia », nella « danza » storica, anche della pietà, ma soprattutto — dulcis in fundo — dalla presentazione del saggio postumo di Raffaello Morghen « Per un senso della storia ». Ivi mi chiedevo, alla fine, se, per lui, fosse possibile un suo senso senza riferimento alla Rivelazione. E domandavo altresì: « Si tratta, in caso affermativo, “di puri legami di intelligibilità fra le diverse epoche”, come afferma Marc Bloch? Ovvero la storia è murata (il Morghen ricorda il muro a cui si riferisce Camus e che fa diventare la vita degli uomini “vita da cani”), se si rigetta ogni fede nel trascendente in senso stretto? » Così concludevo, e ripeto oggi: A quest'ultima domanda sarei propenso a rispondere ancora affermativamente.
 

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