LA PRIMA GUERRA MONDIALE
DAI BOLLETTINI UFFICIALI

1917

OPERAZIONI IN ORIENTE e IN ALBANIA - INTERVENTI POLITICI

OPERAZIONI IN MACEDONIA - LE OFFENSIVE DELL'ESERCITO DEGLI ALLEATI IN ORIENTE NEL SETTEMBRE E NEL NOVEMBRE DEL 1916 - LA CONGIUNZIONE DEI FRONTI ALBANESE E MACEDONE - LA GUERRA DI POSIZIONE IN MACEDONIA - `QUOTA 1050 - IL PROCLAMA DI ARGIROCASTRO - L'OCCUPAZIONE ITALIANA DI GIANNINA - CRISI MINISTERIALE - DICHIARAZIONI DELL'ON. SONNINO ALLA CAMERA - LA CAMERA IN COMITATO SEGRETO - "IL PROSSIMO INVERNO NON PIÙ IN TRINCEA" - L'ESPOSIZIONE FINANZIARIA
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LE OFFENSIVE IN ORIENTE FINO AL NOVEMBRE DEL 1916

La partecipazione dell'Italia alla Grande Guerra non si limitò soltanto alle operazioni sul proprio fronte, quelle che ebbero per teatro l'Albania, e nelle sue colonie. Le armi operarono anche altrove: in Macedonia, in Asia, in Francia e, più tardi, in Russia.
In Macedonia, solo nel luglio del 1916 fu decisa la spedizione di truppe italiane. Fu scelta la 35a divisione; comandata dal generale PETITTI di RORETO e composta dalle brigate "Sicilia" (61° e 62° reggimento) e "Cagliari" (63° e 64° reggimento, di uno squadrone di cavalleggeri "Lucca", di 8 batterie da montagna, di tre compagnie (72a, 75a e 86a) zappatori del genio, una di pontieri, una di telegrafisti, una di minatori e servizi.
La divisione fu dotata di larghi mezzi di sussistenza e di ricco materiale bellico. A Salonicco fu costituita una base di rifornimento e sgombero: quattro ospedali di 100 letti l'uno, con grande quantità di mezzi sanitari, derrate, viveri di riserva, vino, olio, tabacco e generi di confort; un panificio da campo, forti scorte di vestiario e di materiale d'equipaggiamento, materiali d'artiglieria, munizioni, macchine ecc.
Al corpo di spedizione fu aggregato un nucleo d'ufficiali per il servizio di tappa, reparti di carabinieri, un autoparco con 5 sezioni di autocarri leggeri. Per trasportare il Corpo in Macedonia furono impiegati 34 piroscafi italiani e 3 francesi, che trasportarono 34.000 uomini, 10.000 quadrupedi, 1000 carri, 40 cannoni, 15.000 tonnellate di materiale vario.
Il primo scaglione partì da Taranto l'8 agosto 1916 e sbarcò a Salonicco, festeggiato dalle rappresentanze alleate e dalla numerosa colonia italiana; l'11 agosto l'ultimo scaglione vi giunse il 19.

Scrisse l'inglese WARD PRICE:

"Quelle truppe così superbe e superiori ad ogni elogio ....attraversarono Salonicco fatte segno all'ammirazione ed alla curiosità dei presenti. Solo, avanti a tutti, sopravanzando con la sua imponente statura, il generale Petitti di Roreto, un vero Amek, alto 6 piedi e 4 pollici, grande slanciato, solido".

Da Salonicco le truppe italiane andarono ad accamparsi nella squallida piana di Zeitemlik, donde, per ordine del generale SARRAIL, verso gli ultimi di agosto, si trasferirono nel settore Krusa-Balkan, tra il lago di Doiran e il fiume Carasu, alla difesa di posizioni difficili, dominate dai bulgari.
La divisione giunse a tempo per partecipare all'offensiva alleata, che fu sferrata nella prima quindicina del settembre secondo il seguente piano del generale Sarrail: alla destra le due divisioni inglesi 27a e 28a con la cavalleria inglese e francese dovevano rimaner ferme alla riva destra dello Struma, al centro due divisioni inglesi, una francese e quella italiana dovevano attaccare dal Krusa Balkan le posizioni bulgare di Belasika Planina, mentre la 122a divisione francese doveva puntare su Ljumika, collegata alla sinistra con i Serbi, i quali, forti di tre divisioni e sostenuti da altre due, dovevano con la brigata russa attaccare da Banica in direzione di Ljumika. All'estrema sinistra, una brigata francese doveva cercare di aggirare il fianco destro bulgaro.
All'offensiva doveva indirettamente concorrere il XVI Corpo d'Armata italiano in Albania operando verso i laghi di Ocrida e di Prespa.
L'offensiva ebbe inizio il 10 settembre 1916: gli avamposti della divisione italiana s'impegnarono con i distaccamenti bulgari, che avevano di fronte, e li respinsero; le divisioni inglesi e francesi collocate tra il lago di Doiran e il Vardar eseguirono azioni tattiche locali; due divisioni francesi che dovevano operare alla sinistra dei bulgari, giunsero appena il 12 settembre a prender contatto con la retroguardia del nemico che, alla propria destra, ripiegava; dal 12 al 14 i serbi attaccarono con successo le posizioni di Kajma Kralan, ma il loro successo iniziale non poté essere sfruttato per la lentezza con cui i francesi alla sinistra avanzavano. Questi, il 17, entrarono a Florina. Dalla metà di settembre alla metà d'ottobre l'offensiva alleata in Macedonia, sospesa quattro volte, altrettante volte fu ripresa (23 e 26 settembre, 6 e 14 ottobre), ma fallì sempre.

Nella seconda metà d'ottobre, a rinforzare la 35a divisione furono mandati la brigata italiana "Ivrea" (161° e 162° reggimento), il 236° reparto mitraglieri ed altri elementi dei vari servizi. Queste nuove truppe sostituirono sul Krusa Balkan la brigata "Cagliari", la quale con il 9° gruppo di artiglieria da montagna passò alle dipendenze del generale LEBLOIS, comandante dell'Armée d'Orient, che con i serbi si preparava ad operare per la conquista di Monastir.

Il 13 novembre la "Cagliari" entrò in linea sulla cresta dei monti Baba, a 2000 metri, dando il cambio alla 17a divisione francese.
L'offensiva su Monastir fu iniziata il 10 dai serbi; che entrarono in azione sui monti Selecka Planina; ma lenti furono i loro progressi anche quando, a loro sostegno accorsero i francesi. Allora il generale Leblois, persuaso che solo una vigorosa azione sui Baba Planina avrebbe permesso ai franco-serbi di progredire verso Monastir, affidò alla brigata "Cagliari" il compito importantissimo di premere ed aggirare da quella parte i bulgari.
La "Cagliari", sostenuta dal 9° gruppo da montagna, il 15 novembre, accanitamente ostacolata dal nemico e dalla tormenta, diede la scalata ai Baba Planina sloggiando i bulgaro-tedeschi che difendevano accanitamente le loro posizioni. II 16 il 63° Fanteria si spinse risolutamente a nord di Velusina espugnando le trincee avversarie; il 64°, fiaccata la resistenza bulgara, conquistò le alture e il colle d'Ostrec. Il 19 novembre gli italiani conquistarono il villaggio di Ostrec e cominciava il ripiegamento del nemico, inseguito dai fanti della "Cagliari", i quali, dopo un accanito combattimento occupavano le alture di Bratindol. Su queste alture, per lo scoppio di una bomba, erano feriti i generali PETITTI e DESENZANI e il maggiore TAMAJO, comandante del genio divisionale.

Il 25 novembre la brigata "Cagliari" avanzò sui monti Kjeromarica, a nord-ovest di Monastir, e il 26 raggiunse le quote 2220 e 2227. Dopo la presa di Monastir, il generale Sarrail, che pure verso le nostre truppe non fu tenero, in un ordine del giorno, rivolgendosi ai nostri soldati, scriveva:

"Italiani ! In tutte le zone dove i nostri colori sono stati spiegati, voi vi siete ricordati delle gesta compiute sulle Alpi"

Un particolare elogio fu tributato al generale DESENZANI che dal generale LEBLOIS era citato all'ordine del giorno dell'Armée d'Orient
"Per le buone disposizioni prese nell'inseguimento del nemico che, dopo la caduta delle linee di Kenali, hanno portato a quella di Monastir e prevenuto le distruzioni preparate dalla rabbia degli sconfitti invasori, e per il vigore da lui, durante questo inseguimento, spiegato per 4 giorni in un terreno impraticabile, sotto l'imperversare del maltempo e il fuoco continuo delle artiglierie piazzate in posizioni sapientemente scelte da lungo tempo".

Finita quell'offensiva, agl'italiani fu assegnato il settore di Paralovo sui Selecka Planina, nell'ansa della Corna, "il più triste settore del fronte" macedone, a detta dell'HELSEY, comprendente la terribile quota 1050, che, secondo lo scrittore francese Jean Josè Fraffa, era "una delle più dure posizioni".
Mentre questi avvenimenti avvenivano in Macedonia, il generale BANDINI, comandante il XVI Corpo d'Armata italiano operante in Albania, estendeva fino a Tepeleni l'occupazione della zona intorno a Valona e occupava inoltre le regioni albanesi vicine al confine stabilito dalla conferenza di Londra: Delvino, Premeti, Argirocastro, Lijaskoviki.
Nel dicembre, il generale Bandini fu sostituito dal generale GIACINTO FERRERO, il quale costituì un gruppo di truppe mobili in Val Desnica che doveva operare in direzione di Berat e della valle dell'Osum a protezione del campo trincerato di Valona.
Tra questo campo e l'ala sinistra dello schieramento degli Alleati in Macedonia stava il distretto di Koritza, nel quale scorazzavano bande greche e le bande albanesi di Essad-pascià con frequenti e sanguinosi conflitti che turbavano profondamente la tranquillità del paese e minacciavano di estendersi. A pacificare la regione e nello stesso tempo a chiudere quel vuoto che costituiva un grave pericolo per la sicurezza della strada Santi Quaranta - Koritza- Florina, il generale SARRAIL mandò il colonnello DESCOIUS con truppe francesi, che il 10 dicembre entrarono in Koritza. Ad Ersek la cavalleria italiana prese contatto con la cavalleria francese.

 

LA CONGIUNZIONE DEI FRONTI ALBANESE E MACEDONE
LA GUERRA DI POSIZIONE IN MACEDONIA

Ersek: questa località divenne il punto di congiunzione del fronte albanese e di quello macedone e qui, verso la metà del febbraio del 1917 si stabilì il colonnello ROSSI con un grosso distaccamento del XVI Corpo d'Armata.
Era cominciata intanto, sul fronte macedone, la guerra di posizione. Il tratto di fronte assegnato alla divisione italiana era particolarmente preso di mira dal nemico, il quale si accaniva terribilmente contro le sue posizioni, specialmente contro quelle della famosa quota 1050, con continui e spaventosi bombardamenti e con frequenti attacchi.
Un attacco violentissimo, preceduto da un furioso bombardamento, fu sferrato dalle truppe germaniche il 12 febbraio. Il nemico, numericamente superiore e fornito di lanciafiamme, dopo durissima lotta, riuscì ad occupare alcuni tratti delle trincee italiane e uno dei cocuzzoli della quota 1050. I fanti del 162° fanteria con un vigoroso contrattacco ripresero, durante la notte, la maggior parte delle posizioni perdute e il 13 ricominciarono i contrattacchi e respinsero quelli sferrati dai tedeschi.
Rimasero nelle mani del nemico alcune trincee intorno alla quota 1050. Allo scopo di riconquistarle, dopo conveniente preparazione d'artiglieria, le fanterie della "Cagliari" si lanciarono all'assalto e con impeto conquistarono ed oltrepassarono le trincee nemiche, giungendo fino ai loro ricoveri, dove catturarono un'ottantina di Cacciatori della Guardia germanica.

Ma mentre gli italiani, sotto il fuoco dell'artiglieria nemica, rafforzavano la posizione, i tedeschi, che avevano previsto la possibilità di sgombrare la posizione, fecero improvvisamente brillare una poderosa mina messa in precedenza, che seppellì sotto le rovine dei trinceramenti gran parte degli italiani che li avevano conquistati.
I pochissimi superstiti non vollero abbandonare le trincee sconvolte e, attendendo che giungessero rinforzi, si prepararono a resistere. Ma un terribile contrattacco nemico, condotto con forze di molto superiori e appoggiato da un violentissimo fuoco di mitragliatrice, li costrinse a ritirarsi sulle posizioni di partenza. Gli attacchi e contrattacchi durarono accaniti fino a sera.
Degno di menzione il maggiore NEGRO, che, riuniti i superstiti del suo battaglione, tentò verso le ore 19 un vigoroso attacco, stroncato purtroppo dalla violenza dell'artiglieria e delle mitragliatrici tedesche. L'11a compagnia, rinforzata con elementi della 2a, si ostinò a resistere eroicamente nelle posizioni conquistate, ma dopo un'ora, presa d'infilata da una batteria nemica, dovette ripiegare verso le antiche trincee. Da allora, la sommità dell'altura di quota 1050, tenuta sotto un costante e violento fuoco delle opposte artiglierie, non poté essere rioccupata né dalle truppe italiane né da quelle tedesche.

Il contegno dei soldati italiani in quell'azione destò l'ammirazione dei suoi alleati e il Voivoda Michitch, comandante di un'armata serba, espresse al generale Petitti, i sentimenti di ammirazione dell'esercito serbo, con un'entusiastica lettera, in cui fra l'altro era detto:

"la magnifica impresa delle vostre valorose truppe, le quali, nonostante la resistenza accanita del nemico e il suo fuoco infernale e le difficoltà enormi del terreno, in uno slancio irresistibile hanno preso d'assalto ieri la quota 1050, mi ha riempito d'ammirazione. Le due colonne del vostro eroico 162° reggimento di fanteria si sono coperte di gloria, scrivendo una nuova bella pagina negli annali già tanto gloriosi dell'esercito italiano. Sotto la vostra alta direzione, i vostri ufficiali e i vostri soldati hanno fornito una splendida prova del loro alto valore e del loro grande ardimento. Io me ne congratulo di tutto cuore, mio caro generale, e vi prego di dire a tutti l'omaggio commosso dell'ammirazione mia e del mio esercito".

Intorno alla contesa quota 1050, dopo le sanguinose giornate del febbraio, non fu mai pace; il fuoco delle artiglierie e delle mitragliatrici vi mieteva quotidianamente numerose vittime, le azioni di pattuglie e di piccoli nuclei vi erano frequentissime e non rare erano, da una parte e dall'altra, le operazioni compiute presso la martoriata cima con forze ragguardevoli.
Tra queste operazioni, degna di menzione quella del 13 marzo del 1917 con il quale i nostri progredirono sensibilmente, presero al nemico alcune posizioni e distrussero i lavori di approccio che stava eseguendo. Il nemico tentò di ricacciare indietro i nostri il 17 e il 18 e ancora il 25 marzo, il 4, il 6 e il 15 aprile, sferrando attacchi rabbiosi preparati da intensi bombardamenti, in cui furono largamente usate bombe con gas asfissianti, fu sempre respinto con gravi perdite dall'eroica resistenza dei nostri.
A1 principio di aprile il Comando di Salonicco emanò gli ordini per una grande offensiva sulla fronte Cerna-Vardar, alla quale dovevano prender parte tutte le truppe alleate. La 35a divisione italiana doveva operare su Prilep. Dal 5 all'8 maggio il fuoco delle artiglierie, che doveva preparare l'attacco, si effettuò violentissimo; il 9 le nostre fanterie scattarono e d'un balzo raggiunsero la prima linea nemica e se ne impadronirono. Per poter proseguire nell'avanzata era necessario che il caposaldo nemico del Piton est (quota 1019) cadesse nelle mani della 16a divisione francese, alla quale era affidato l'attacco; ma i francesi non riuscirono ad espugnarlo e i nostri dovettero con gravi perdite ritornare nelle linee di partenza.
Il comando dell'Armée d'Orient ordinò che l'attacco fosse ripetuto il giorno dopo; più tardi emanò un contrordine perché l'azione fosse sospesa; ma il contrordine non giunse a tempo al comando della nostra divisione, comandata dal 6 maggio dal generale PENNELLA in sostituzione del generale Petitti di Roreto richiamato in Italia per assumere il comando di un Corpo d'Armata, e parte delle nostre truppe mossero all'attacco ed espugnarono la prima linea nemica, dalla quale però dovettero retrocedere.
Nei primi di giugno il generale PENNELLA lasciò la Macedonia, e il comando della 35a divisione, così duramente provata dalla guerra, dalla malaria e dalle epidemie, fu assunto dal generale MOMBELLI, che lo conservò fino alla fine della guerra.

IL PROCLAMA DI ARGIROCASTRO
L'OCCUPAZIONE ITALIANA DI GIANNINA

CRISI MINISTERIALE - DICHIARAZIONI DELL'ON. SONNINO ALLA CAMERA
LA CAMERA IN COMITATO SEGRETO
"IL PROSSIMO INVERNO NON PIÙ IN TRINCEA"
L'ESPOSIZIONE FINANZIARIA

Il 3 giugno 1917, celebrandosi l'anniversario dello Statuto, fu pubblicato ad Argirocastro, il proclama seguente:
"A tutte le popolazioni albanesi. Oggi, 3 giugno 1917, fausta ricorrenza delle libertà statutarie italiane, noi, tenente, generale GIACINTO FERRERO, comandante del Corpo italiano di occupazione in Albania per ordine del Governo del Re Vittorio Emanuele III, proclamiamo solennemente l'unità e l'indipendenza di tutta l'Albania, sotto l'egida e la protezione del Regno d'Italia. Per questo atto, albanesi! avrete libere istituzioni, milizie, tribunali, scuole rette da cittadini albanesi, potrete amministrare le vostre proprietà, il frutto del vostro lavoro a beneficio vostro e per il beneficio sempre maggiore del vostro paese. Albanesi ! Dovunque siate, o già liberi nelle terre vostre o esuli nel mondo o ancora soggetti a dominazioni straniere, larghe di promesse ma di fatto violente e predatrici; voi che di antichissima e nobile stirpe avete memorie e tradizioni secolari che si ricongiungono alla civiltà romana e veneziana; voi che sapete la comunanza degli interessi italo albanesi sul mare che ci separa e ad un tempo ci congiunge, unitevi tutti quanti e siate uomini di buona volontà e di fede nei destini della vostra patria diletta; tutti accorrete all'ombra dei vessilli italiani e albanesi per giurare fede perenne a quanto viene oggi proclamato in nome del Governo italiano per un'Albania indipendente con l'amicizia e la protezione dell'Italia".

Il proclama di Argirocastro fu seguito, a distanza di una settimana, dall'occupazione italiana di Giannina, capitale dell'Epiro, che era già presidiata dai Greci. L'occupazione avvenne senza incidenti e la popolazione rimase tranquilla. Il generale greco MAUROIENIS, chieste istruzioni ad Atene poi sgombrò entro il termine fissato dagli italiani.
Più dell'occupazione di Giannina - la quale non mancò di fare strillare la stampa francese, inglese e venizelista - che era considerata temporanea e provocata da motivi d'indole prettamente militare, il proclama di Argirocastro fu accolto con poco favore dalle stesse potenze dell'Intesa, che negarono il carattere politico ed impegnativo.

Alla Camera dei Comuni, infatti il 14 giugno, il deputato KING chiedeva:

"se la Gran Bretagna e gli alleati in genere avessero data la loro approvazione e il loro consenso alla proclamazione del protettorato italiano sull'Albania e se il Governo poteva dare assicurazione che tale proclama sarebbe considerato provvisorio e dettato da soli motivi militari"

Max Pherson rispondeva che la proclamazione essendo stata "fatta per ragioni puramente militari", non si era creduto necessario interpellare gli altri Governi e che tale proclamazione non pregiudicava le decisioni da prendersi al momento della pace e non poteva essere un'anticipazione circa la soluzione della questione balcanica.

Non solo il ministro SONNINO non aveva interpellato i Governi alleati, ma non aveva neppure, per il suo atto, chiesto il consenso del Consiglio dei Ministri, e questo lo aveva fatto, sia perché credeva non fosse necessario un consenso per un atto politico che faceva parte di un disegno già conosciuto e approvato dal Gabinetto, sia perché sapeva contrari a quell'atto alcuni suoi colleghi, primo fra tutti BISSOLATI (socialriformista). Questi protestò, specialmente quando seppe che gli Alleati non avevano dato il loro assenso alla mossa sonniniana, e si dimise insieme con BONOMI, CANEPA e COMANDINI (repubblicano).

Il 12 giugno, in una tempestosa seduta, tutti i ministri posero a disposizione del presidente i loro portafogli. L'on. BOSELLI ritenne che la gravità dell'ora sconsigliasse una crisi politica extra parlamentare e si riservò di introdurre nel ministero modifiche tecniche. Il 16 giugno riferì al sovrano le proposte relative ai mutamenti ministeriali e il Re le approvò. Con i mutamenti si mirò ad intensificare ed unificare alcuni servizi allo scopo di dare maggiore efficienza alla guerra e alla vita del Paese. Si elevò a Ministero il Sottosegretariato delle Armi e Munizioni, nominando Ministro il sottosegretario DALLOLIO; fu soppresso il "Commissariato dei Carboni" e si concentrarono nel Ministero dei Trasporti tutti i provvedimenti relativi ai combustibili e fu nominato ministro il senatore RICCARDO BIANCHI.
L'on. ARLOTTA fu nominato ministro senza portafogli, continuando nella missione presso gli Stati Uniti d'America.
Soppressa la "Commissione degli Approvvigionamenti" fu incaricato di provvedere a questi il "Commissariato dei Consumi". Si creò un Comitato di Ministri, presieduto dall'on. SCIALOIA e composto dei ministri speciali delle diverse materie, per lo studio dei problemi concernenti il passaggio futuro dallo stato di guerra a quello di pace, istituendo una commissione composta di membri del Parlamento, di funzionari e di persone competenti nell'agricoltura, nelle industrie, nel commercio e nel lavoro, per la preparazione dei provvedimenti.

Avendo i ministri della Guerra e della Marina, MORRONE e CORSI, espresso ripetutamente il desiderio di ritornare alle loro funzioni militari nella guerra attiva, se ne accolsero le dimissioni, nominando in loro vece il generale GAETANO GIARDINO e il contrammiraglio ARTURO TRIANGI. A sottosegretario della Guerra fu nominato il maggior generale UMBERTO MONTANARI; il generale PANIZZARDI, che comandava l'artiglieria della III Armata fu scelto come sottosegretario per le Armi e Munizioni, e il deputato di Lecco, on. MARIO CERMENATI fu fatto sottosegretario all'Agricoltura. Ritirarono le dimissioni gli onorevoli Bissolati, Bonomi, Canepa e Comandini.

Il 20 giugno, riaprendosi la Camera, dopo le comunicazioni del Governo esposte dall'on. BOSELLI, prese la parola l'on. SONNINO, ascoltatissimo, come colui che era stato causa della crisi ministeriale.

"Dall'ultima volta - egli disse - che ebbi l'onore di rivolgervi la parola in quest'aula, due fatti storici hanno dominato su tutta la situazione internazionale: l'entrata in guerra degli Stati Uniti e lo svolgimento progressivo della rivoluzione russa.
II 6 aprile scorso il Governo degli Stati Uniti d'America dichiarò la guerra alla Germania e la giustizia della nostra causa, non poteva ottenere una più solenne e più indiscutibile sanzione di questa che le è giunta: l'adesione di un popolo che prima di impugnare le armi nessuno sforzo trascurò per tenere lontano dalla guerra, compatibilmente con le esigenze della sua dignità e con le ragioni del diritto.
Nello scorso marzo, insieme agli altri Alleati, il Governo dichiarò di riconoscere il Governo provvisorio russo. La Nazione italiana e il Parlamento seguono con ansioso interesse le vicende della grande alleata nella sua nuova vita di libertà; dobbiamo confidare che quel nobile popolo saprà trovare nei principi della santa democrazia la forza necessaria a superare le presenti difficoltà inerenti alla sua intima trasformazione sociale e costituzionale, e che il sicuro istinto popolare non mancherà di tenersi in guardia contro le insidie nemiche, le quali mirano non meno a fare prevalere i propri interessi politici e militari che a disfare gli invisi liberi ordinamenti della nazione vicina nel pieno e fiducioso accordo con gli alleati. Nella prosecuzione della guerra, sta per la Russia la più sicura tutela delle sue libertà interne e della sua indipendenza; e i dolorosi avvenimenti di Romania ebbero un'eco profonda tra noi.
La Romania si prepara alla riscossa accompagnata dai fervidi voti del popolo italiano. Fra i capisaldi che poniamo per la pace futura sta la restaurazione delle tre sventurate nazioni che vedono occupati e devastati i loro territori, ma che vivono nella fede dell'avvenire: il Belgio di cui il lungo angoscioso martirio commosse tutto il mondo civile, la Serbia e il Montenegro sopraffatti da forze preponderanti ma non domi.
D'accordo con gli Alleati poniamo anche l'unificazione di una Polonia indipendente come scopo della guerra che è liberazione delle nazionalità oppresse.
"Il recente proclama del Comando delle nostre truppe in Albania ha - con l'assetto dell'Adriatico- pubblicamente riconfermato lo speciale interessamento del Governo italiano alle sorti di quella valorosa regione; sorti che sono intimamente connesse, non meno del diretto e sicuro nostro possesso di Valona e del suo territorio, considerato questione vitale per l'Italia.
Sostenemmo l'indipendenza dell'Albania in conformità dei principi generali che contraddistinguono le nostre alleanze e che sono stati ancora di recente e con tanta eloquenza proclamati dal Governo degli Stati Uniti, oltre che dalla nuova Russia liberale. L'Italia non ha nei riguardi dell'Albania altre mire che di difesa contro ogni prevedibile ingerenza e insidie di terze potenze. Spetterà poi alle potenze riunite per la pace generale di determinare i precisi confini dello Stato albanese. Conclusa la pace, gli albanesi stessi statuiranno liberamente sui propri ordinamenti interni politici, amministrativi, economici e civili.

"Le necessità della guerra hanno determinato i tre Governi delle potenze alleate garanti della costituzione ellenica ad assumere speciali misure di coercizione riguardo alla Grecia, le quali hanno condotto all'abdicazione del re Costantino e all'assunzione al trono del suo secondogenito Alessandro. L'Italia, non essendo nel numero delle potenze garanti, non prese parte a tutto questo, il che però non toglie - ed è bene riaffermarlo - che il regio Governo in questa circostanza, come nella condotta generale della guerra, mantiene scrupolosamente il suo pieno accordo con gli Alleati.
Vi è ogni ragione di sperare che la Grecia abbia ormai raggiunta una situazione interna più stabile e omogenea, tale da non presentare più alcuna minaccia e pericolo per la spedizione militare degli Alleati in Macedonia.
Contro la Turchia, in Palestina, l'Inghilterra ha intrapreso una nuova vigorosa azione militare nella quale già rifulse il valore delle armi britanniche; una rappresentanza della bandiera italiana prenderà parte accanto agli Alleati a quella spedizione per un alto interesse internazionale politico e morale.

"In questi ultimi tempi si sono fatti da più parti sforzi d'ingegno e di sottili argomentazioni e talora dai nemici con il solo intento d'insidiosa schermaglia internazionale per costringere entro una brevissima formula tutti i postulati e gl'interessi costitutivi della futura auspicata pace.
A questo proposito giova ricordare le sagge parole che inviava pochi giorni fa alla Russia il Governo degli Stati Uniti. I torti devono essere innanzi tutto riparati e occorre provvedere anche che non debbano rinnovarsi, e a provvedere ai rimedi non bastano le affermazioni di principi aventi un suono simpatico e piacente all'orecchio. Così la formula ad intonazione puramente negativa tanto patrocinata da un forte partito a Pietrogrado, né connessioni né indennità, che disgiunta dai concetti positivi di libertà e indipendenza dei popoli e dalle indispensabili garanzie del mantenimento della pace e della giustizia internazionale, può mascherare un equivoco che significhi praticamente la sanatoria e la perpetuazione di tutte le iniquità e di tutte le violenze del passato, col puro ritorno allo statu quo ante bellum.
Che ne direbbero le grandi anime di Mazzini e di Garibaldi, gloria dei nostri tempi, se accettassimo oggi senz'altro una formula che servisse a ribadire le catene che vincolano la patria di Battisti e di Sauro sotto la barbara oppressione straniera, che escludesse ogni riparazione alle inique crudeli violenze patite dal Belgio, che implicasse l'ulteriore tolleranza dello scellerato progressivo sterminio degli armeni da parte dei turchi e che ostacolasse la
ricostituzione di una Polonia unita e indipendente? Sarebbe mai questa la pace invocata dal presidente Wilson?
"Gli obbiettivi ai quali tende e s'ispira ogni atto della nostra politica nei rapporti così della guerra come della pace, sono non brame di conquiste e di imperialismo, ma il desiderio di assicurare al paese un avvenire di pace durevole e di libera concorrenza nello svolgimento della civiltà e delle proprie risorse morali e materiali. E per una pace durevole è necessaria all'Italia la sicurezza delle frontiere nazionali come condizione imprescindibile di effettiva indipendenza. Unità e indipendenza della nostra gente secondo la libera volontà popolare: ecco il programma nostro nazionale come lo fu nel 1859 e nel 1870, nell'intento che l'Italia possa rappresentare sicuramente e durevolmente in Europa un elemento di pace e di civiltà. Lontano da noi ogni pensiero, nonché di oppressioni e di asservimento, nemmeno di avvilimento di nessuna schiatta, di nessuno Stato, vicino o lontano, grande o piccolo.
I nostri, lo ripeto, sono scopi di liberazione, di sicurezza, e per noi e per gli altri non aspiriamo a frontiere che significhino minaccia per il vicino o pericolo per nessuno, ma che siano veramente un baluardo dell'indipendenza del nostro Paese e una garanzia del suo civile e pacifico svolgimento. L'ora è solenne per la nostra Patria, non giova il dissimularlo; col prolungarsi della guerra le condizioni generali si fanno ovunque fatalmente, di giorno in giorno, più difficili e penose, e tutti gli animi anelano al momento in cui si possa giungere a una pace generale, equa e durevole. È per conseguire una tale pace, che facciamo appello alla nazione intera, senza distinzione di ordini o di sesso o di età".

La Camera quindi - nonostante l'opposizione dei Socialisti ufficiali, dei quali fu oratore l'on. TURATI - con 297 voti favorevoli e 45 contrari approvò la proposta di convocazione dell'assemblea in "Comitato segreto".
Dal 21 giugno per 9 giorni la Camera sedette in Comitato segreto. Nel pomeriggio del 30 essa tenne seduta pubblica. L'on. Boselli, iniziando la seduta, pronunziò un discorso, nel quale fece la seguente dichiarazione:

"Ebbero il pieno consenso del Parlamento gli intenti e i metodi che hanno informato e informano la nostra politica estera. Nella politica interna appare essere comune proposito quello di mantenere alta la saldezza dello spirito nazionale, con doveroso rispetto delle pubbliche libertà. Per ciò che concerne la politica militare, il Parlamento ha avuto ragione di una fede sempre più salda nella finale vittoria. Come pure è rimasto confermato che le relazioni fra il Governo e il Comando Supremo procedono nei migliori termini e che il Comando Supremo, come riscuote sempre piena ed intera la fiducia dell'esercito e del Paese, così ha sempre piena ed intera la fiducia del Parlamento e del Governo. Il Paese può essere sicuro che da questa Camera non uscirà nulla che possa scuotere la fiducia riposta nel generale Cadorna. Il Governo sente la responsabilità sua a questo riguardo e se l'assume volentieri, ed è felice, dato l'uomo che è a capo dell'esercito".

Dopo il discorso di BOSELLI fecero dichiarazioni l'on. BARZILAI, l'on. PANTANO per il gruppo radicale, l'on. DE VITI DE MARCO, l'on. MARCHESANO, l'on. CAMERA, l'on. GRIPPO per i liberali di destra e del centro e l'on. TURATI per il partito socialista. Turati dichiarò che i socialisti voterebbero il no, sia per massima, sia per l'impotenza dell'attuale Governo a concludere la pace; pace che sarebbe stata imposta dai popoli se non l'avessero voluta i Governi. Infine disse: "Bisogna che per l'inverno venturo la guerra non ci sia più". La Camera quindi passò alla votazione e con 361 voti contro 63 espresse la fiducia al Ministero.
Il 12 luglio la Camera diede un nuovo voto di fiducia al Governo con 273 voti favorevoli e 53 contrari. In un discorso il socialista TREVES aveva detto, modificando lievemente una frase del Turati, "una voce da tutti i fronti dà l'ultimatum della vita e della morte: il prossimo inverno non più in trincea".

Ma, fra gli applausi della grande maggioranza dell'assemblea, l'on. Boselli aveva nobilmente risposto:

"Dalle trincee viene a noi una parola di fede, e viene ogni giorno una prova di quel valore che ha elevato maggiormente nel mondo la stima per il nostro Paese. Ed io ho fede nella vittoria; ho fede nella virtù del popolo alle trincee come all'interno del Paese. Ho fede che l'Italia acquisterà nel mondo una gloria nuova dopo avere acquistato con la guerra un'anima nazionale sulla base della democrazia e della libertà. Noi pensiamo che non si debba pervenire solamente ad una pace, ma alla pace che sia la conseguenza di una guerra vittoriosa. E per ottener questa pace bisogna parlarne poco o niente del tutto, senza diffondere illusioni e senza sussurrare scoramento nel Paese. Tutto il Paese in armi, glorificato dai suoi dolori, deve sapere perseverare nei sacrifici occorrenti per la completa unità dell'Italia nostra attraverso la nostra guerra".

Il Senato, in due sedute segrete, discusse il 4 e il 5 luglio, con maggior serenità della Camera, la politica estera, interna, finanziaria, economica e militare. Il 6, in seduta pubblica, votò all'unanimità la fiducia al Governo. Approvati l'esercizio provvisorio e la legge per l'assicurazione obbligatoria dei contadini, il Senato il 16 luglio si prorogò.
Durante la discussione alla Camera dell'esercizio provvisorio, l'on. CARCANO, ministro del Tesoro, fece, l'11 di luglio, l'esposizione della situazione durante l'esercizio 1916-1917.


"Si ebbero - egli disse - 3 miliardi 467 milioni di entrata, e cioè 1 miliardo e 455 milioni in più dell'esercizio 1914-1915. Il complesso delle entrate effettive nell'attuale esercizio ascenderà a 4 milardi e mezzo. Il ministro non esitò ad affermare che l'incremento dei cespiti d'entrata continueranno nei prossimi esercizi. L'imposta sui sopraprofitti di guerra dal 1° agosto 1914 al 31 dicembre 1915 aveva fruttato 248 milioni, superando di gran lunga le previsioni e l'oratore poteva dimostrare con le cifre che erano stati preparati tutti i mezzi occorrenti per far fronte a parecchi nuovi miliardi di debito per superare le spese di guerra.

"Le spese di guerra non coperte dalle entrate ammontavano a 29 miliardi e 66 milioni, e si era fatto fronte con prestiti redimibili, col prestito consolidato, con buoni all'estero, con buoni quinquennali, triennali e ordinari. Per altri miliardi si erano trovati i mezzi con anticipazioni degli Istituti e con emissioni di biglietti. L'oratore aveva già dato alla Camera i risultati dell'ultimo prestito, che, sebbene non completi, erano stati accolti con viva soddisfazione. Ma quei risultati erano anche migliori perché si era raggiunto un totale complessivo di oltre 7 miliardi. I nostri connazionali all'estero avevano sottoscritto oltre 200 milioni".

Continuando, il ministro disse:
"Fin qui la situazione presente. E per il futuro, per l'annata 1917-1918 ? Il cammino percorso con buon esito in passato insegna quello che dobbiamo tenere ancora. Per l'esercizio 1917-1918 e fino a quando la guerra continui non si può che perseverare "usque ad finem" nel programma di finanza più volte enunciato dal Governo e più volte approvato dal Parlamento e che ebbe finora ottima esecuzione grazie all'opera preziosa del collega MEDA, ministro delle Finanze. Tale programma, non occorre ripeterlo, consiste nel continuare a far fronte alle spese belliche con mezzi procurati da operazioni di merito, apprestando però prima un aumento di entrate erariali sufficienti a coprire largamente gli oneri annuali dei debiti vecchi e nuovi. E nemmeno per le qualità delle operazioni di credito vi sarà luogo a discostarsi dal metodo eclettico che ha dato fin ora buona prova. Voglio dire quello dell'emissione di titoli di credito di tipi diversi per condizioni e per durata d'impiego, così da corrispondere alle varie preferenze di coloro che hanno capitali e risparmi disponibili. Giova poi notare il fatto molto confortante che intanto già abbiamo assicurato una buona scorta di maggiori entrate, bastante a coprire gli oneri di debiti nuovi per parecchi miliardi. In questi accenni si riassumono le previsioni per l'anno finanziario ora incominciato, non dissimili da quelle avveratisi nell'esercizio percorso.

"Ma si insiste - E se la guerra continuasse ? Se occorressero nuovi provvedimenti tributari, non vi saranno difficoltà ? - Sì difficoltà vi sono e vi saranno, e sarebbe debolezza il dissimularlo. Per vederne la gravità basta pensare agli approvvigionamenti, al grano, al carbone, ai trasporti marittimi; difficoltà e disagi ci sono, ma, rispetto all'alimentazione, di gran lunga minore di quelle che soffrono i Paesi nemici; difficoltà vi saranno, ma mai tali da non poter essere superate dalla virile tenacia del popolo italiano. Io vorrei ripetere qui le forti parole rivolte al Parlamento e al Paese, con le quali il mio collega ministro degli Esteri chiudeva l'acclamato suo discorso del 20 giugno. Anche per le forze finanziarie accade come per le altre forze materiali e morali, militari e politiche, le quali tutte devono convergere in stretta connessione ad un unico intento a condurre la guerra alla fine vittoriosa.
Tanto più crescono le difficoltà e tanto più intense devono essere le energie per vincerle. La storia del nostro Risorgimento, che è intessuta di eroismi e sacrifici, è stata magnificamente superata in questi due anni dalla storia che stanno scrivendo col sangue più puro i nostri soldati e marinai, da quella che narrerà le virtù e le opere della Nazione in armi e della Nazione civile.

"Oh ! È mai possibile - è perfino ingiurioso il supporlo - è mai possibile che abbiano a mancare ora in Italia quelle virtù che ci devono assicurare il frutto di tanti sacrifici passati e presenti ? Le difficoltà aumentano e si accaniscono nei momenti decisivi; l'ultima tratta del cammino, quando appare vicina la vetta, è la più faticosa e la più ardua. Non basta il dispregio del pericolo: è necessaria la maggior tensione dei muscoli e della volontà per toccare la cima. Per vincere, superando gli ostacoli d'ogni sorta, anche d'ordine economico e finanziario, occorrono l'instancabile tenacia, la costanza imperturbabile dello spirito di abnegazione, la più intima concordia degli animi, il fascio di tutte e energie di ogni classe di popolo, in corrispondenza con le gesta eroiche dell'esercito e dell'armata. Da codesto fascio di forze cospiranti ad un unico fine anche la difficoltà finanziaria, come tutte le altre, saranno superate. La tenacia, la disciplina, l'energia, la pazienza, infiammate dalla fede e dal santo amor di Patria, affretteranno il giorno auspicato, in cui avrà posto degno nel consorzio delle genti un'Italia quale la pensarono i fattori della sua unità, un'Italia più grande e più alta, per grandezza morale, per le proprie virtù militari e civili".

Polemiche, discorsi, conferenze di pace, patti e...una missione in USA


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